Il Mare Bianco

31/01/2011

 

Prologo.

 Col favore del buio, un’agile nave attraccò in una baia fuori mano dell’isola di Creta. Al segnale convenuto, una scialuppa si staccò da terra e raggiunse l’imbarcazione. Avvolto in un ampio mantello, un uomo alto di statura salì a bordo. La cautela e la circospezione erano quanto mai necessarie: quell’uomo era sul libro paga dei veneziani e ora si apprestava  a lasciare i propri datori di lavoro per i nemici di sempre: i Cavalieri di San Giovanni. Si chiamava Gabriele Tadini Martinengo   ed era un ingegnere italiano.Un ingegnere militare.

 Philippe Villiers de l’Isle-Adam,  Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, rilesse la lettera. Il sovrano dei sovrani, l’altissimo imperatore di Bisanzio e Trebisonda, il supremo signore dell’Europa e dell’Asia , vale a dire il sultano Solimano in persona gli porgeva gli auguri per la nomina e intendeva coltivarne i favori. E allora perché quel finale corrusco e minaccioso? Quell’alludere alla recente presa di Belgrado, alla devastazione di splendidi luoghi cristiani e alla schiavitù dei loro abitanti? E perché l’imboscata tesagli, un paio di settimane prima, dal corsaro turco Kartoglu nei pressi di Siracusa, alla quale era sfuggito per pura fortuna?
Il Gran Maestro alzò gli occhi dalla lettera, prese carta e penna e rispose: “Ho capito perfettamente quello che volevate dirmi”.

 Jan Parisot de La Valette, giovane Cavaliere francese, aveva accolto l’invito del Gran Maestro ed era in viaggio verso Rodi. Sarebbe arrivato in tempo?

 I signori del mare.

 Il Mediterraneo- il Mar Bianco per gli ottomani-  era un mare inquieto. Lo era sempre stato. Su  quel mare la fortuna, come il vento, faceva periodicamente il proprio giro, portando guerra e pace, terrore e speranze, pause e accelerazioni . Su quel mare tutto era provvisorio, le vittorie come le sconfitte, i trattati come le alleanze. Persino le leghe sante e universali nate per calmarne le tempeste, vivacchiavano e si spegnevano fra litigi e rivalità, incomprensioni e diffidenze.
Su quel mare viaggiavano ricchezze e opportunità, denaro e occasioni. Su quel mare si affacciavano la croce e la mezzaluna; su quel mare correvano il bisante d’oro e le lettere di cambio, gli aspri e i fiorini, la seta e il cotone, l’oro  e l’avorio. Su quel mare brillavano i rostri dorati delle galee veneziane e garrivano al vento gli stendardi dei Cavalieri di  San Giovanni o le bandiere del Profeta.
Intorno a  quel mare convivevano in precario equilibrio idee e mondi diversi destinati prima o poi a scontrarsi. Gli ottomani – i Turchi per la Cristianità-  si affacciarono su quel mare e subito guardarono oltre. Oltre quelle acque c’erano Roma e la realizzazione di un sogno: un unico impero, un’unica fede, un unico Cesare. Dopo la caduta di Costantinopoli ( 1453), gli equilibri saltarono. Sotto la pressione ottomana, il sistema difensivo eretto dai veneziani nel Mediterraneo orientale crollò nel giro di una cinquantina d’anni e  le porte del Mare Bianco si spalancarono davanti ai nuovi conquistatori.  A primavera la flotta ottomana lasciava il Corno d’Oro e vi tornava in autunno carica di bottino e di schiavi. E a ogni uscita, la Cristianità tremava.
I padroni di un tempo – i veneziani- tiravano a campare. Le loro navi  solcavano ancora i mari, il leone di San Marco faceva ancora bella mostra di sé sulle chiese e sui palazzi di Creta e di Cipro, ma niente era più come prima. La Serenissima era sulla difensiva: subiva più che imporre, viveva alla giornata più che fare progetti,  dipendeva dal capriccio del sultano o dagli umori politici della corte o dell’harem più che dalle decisioni del proprio senato. Qualche volta faceva la voce grossa, altre volte- com’era suo costume- metteva mano al portafoglio ed elargiva sostanziose bustarelle.

Era un mare pericoloso e infido, sempre in movimento, solcato da corsari e da pirati di ambo le  fedi e le confessioni. I Cavalieri di San Giovanni tenevano Bodrum e Rodi e non avevano dimenticato Acri; Baba Oruç( Barbarossa per i cristiani) controllava gran parte del Maghreb e non aveva dimenticato i Cavalieri né gli anni trascorsi nelle loro prigioni e ai remi delle loro galee. I primi correvano il Mediterraneo orientale nel nome della fede; il secondo spadroneggiava a occidente partendo dalle coste nordafricane. Entrambi spargevano il terrore: in nome di Cristo i primi, in nome di Allah il secondo. Rapivano e razziavano, incendiavano villaggi e affondavano imbarcazioni, erano maledetti e temuti. Le loro scorrerie aggiungevano  instabilità all’ instabilità , tensione alla tensione.
Di qua e di là dal mare, il pericolo veniva ingigantito, deformato, reso assoluto. Sulla sponda ottomana, i Cavalieri discendevano “dall’immonda stirpe dei Franchi”, profanatori dei luoghi sacri; sulla sponda cristiana,  il Turco incendiava, rapiva, torturava e impalava. Su entrambe le sponde ogni accenno al  dialogo sembrava pura blasfemia. La contesa aveva assunto i contorni di una guerra santa: non ci sarebbero stati compromessi. Il Mare Bianco, con la forza di un magnete, attirava l’Islam e la Cristianità verso le proprie acque.

Ritratto di Solimano il Magnifico (per gli ottomani, il Legislatore). Da: it.wikipedia.org/wiki/

Su quel mare si proiettavano le ombre gigantesche di Solimano e di Carlo, il sultano e l’imperatore.  Solimano affascinava con l’eloquio, Carlo balbettava; Solimano appariva come l’incarnazione stessa della perfezione, Carlo assomigliava a “ un idolo pagano”; Solimano era grave e solenne, Carlo, sempre a bocca aperta per un difetto congenito alla mandibola, sembrava un povero scemo; Solimano era re dei re per volere di Allah, Carlo, quinto nel nome, era imperatore del Sacro Romano Impero grazie al denaro dei Fugger; Solimano era stato salutato come un dio in terra, Carlo scambiato per un corsaro dai suoi sudditi spagnoli. Non potevano esserci uomini più diversi e, nello stesso tempo, più simili. Diversi nell’aspetto, erano uniti dal carattere. Entrambi vivevano intensamente la sacralità della propria missione, entrambi erano determinati e decisi, entrambi si definivano uomini di fede e di pace. E proprio perché uomini  di pace, vivevano per la guerra.

L'imperatore Carlo V ritratto dal Tiziano( particolare). Da: it.wikipedia.org/

Su quel mare, a oriente e a occidente,  a Rodi e in Nordafrica, due concezioni del mondo si affrontavano, dunque, per procura. L’isola era la chiave del Mare Bianco; il Maghreb era una spina nel fianco della Spagna; su Rodi sventolava il vessillo rosso con la croce bianca dei Cavalieri; sul  Maghreb la mezzaluna. Solimano si sentiva umiliato dall’impudenza e dalle scorrerie dei “discendenti dei Franchi”; Carlo  non poteva ignorare le suppliche dei propri sudditi, inermi e impotenti di fronte alle angherie degli esuli mori prima, dei corsari barbareschi, poi. Le navi con la croce minacciavano le rotte verso la Mecca,  Barbarossa minacciava i forti spagnoli in Africa; i Cavalieri abbordavano i galeoni ottomani, Barbarossa radeva al suolo interi villaggi sulle coste spagnole e ne deportava gli abitanti; i Cavalieri tenevano ancora Bodrum ( il castello di San Pietro il Liberatore) in Asia,  Barbarossa si era impossessato di Algeri e, accarezzando il sogno di farsi re del Nordafrica,  si apprestava a fare lo stesso con Tlemcen, l’antica capitale del regno del Maghreb ; i Cavalieri correvano i mari in nome della fede, Barbarossa per vendetta e per ambizione; i Cavalieri avevano nel papa il proprio signore spirituale, Barbarossa aveva nel sultano un prezioso fornitore di titoli, di armi, di soldati, di polvere da sparo. Col passare del tempo, quella guerra per procura, quella guerra di corsari,  era diventata una guerra di religione.

Haradin "Bontà della Fede" Barbarossa in un ritratto dell'epoca. Da: it.wikipedia.org/wiki/

Niente era odiato dai musulmani quanto la rossa sopravveste crociata dei Cavalieri; niente suscitava terrore nei cristiani quanto l’orecchino d’oro e il braccio d’argento di Barbarossa. A Bodrum, i Cavalieri vendevano e compravano schiavi sotto gli occhi del difensore dei credenti, umiliandolo; in Spagna Barbarossa uccideva a morsi i prigionieri e – si diceva- ne divorava la lingua; Rodi era un’offesa per la potenza del sultano, il Maghreb una lancia puntata dritta al cuore del regno di Carlo.
Quella guerra per procura non poteva durare a lungo. E non durò. Barbarossa fu il primo  a cadere. Un corpo di spedizione spagnolo allestito e finanziato da Carlo lo intrappolò a Tlemcen e lo uccise. Ma, mentre il suo braccio d’argento stava ancora viaggiando come trofeo alla volta della Spagna, Barbarossa resuscitò. Suo fratello Hizir ne prese il posto, rinunciò a diventare re del Nordafrica, fece atto di sottomissione al sultano, cambiò nome  e divenne Haradin( in turco “Bontà della Fede”) Baba Oruç, Ariadeno Barbarossa.
Il diavolo era tornato.

 La porta del Mare Bianco.

Questa volta la lettera di Solimano era chiara. Anche troppo. Adesso basta, scriveva, la mia pazienza è colma. Non ne posso più delle vostre ingiurie. Non ne posso più io, non ne può più il mio popolo. Cedetemi Rodi e Bodrum e avrete salva la vita; scegliete la guerra e non avrete scampo. E  per essere più convincente, aveva messo in mare una flotta sterminata e quasi centomila uomini. Il Gran Maestro aveva poco da opporgli: il proprio sdegnoso silenzio( non rispose alla lettera), ottomila uomini scarsi, la protezione di San Giovanni al quale aveva simbolicamente consegnato le chiavi dell’isola, fortificazioni solide e l’ “abilissimo artefice e nelle cose di guerra impareggiabile esperto di scienze matematiche”, l’ingegnere italiano Gabriele Tadini.
Sulle prime la guerra di Rodi fu una guerra di talpe. Gli zappatori ottomani furono messi a scavare cunicoli e trincee per facilitare l’assalto dei giannizzeri. Tadini li sottoponeva a un micidiale fuoco incrociato e quei poveri disgraziati cadevano come mosche. Ma gli uomini non facevano difetto a Solimano e chi cadeva veniva subito rimpiazzato. Enormi quantità di terra venivano trasportate in prossimità delle mura per erigere torri sulle quali piazzare i cannoni; giorno dopo giorno le trincee si facevano sempre più vicine, i parapetti sempre più alti.
Quando tutto fu pronto, la parola passò all’artiglieria. Dalla fine di luglio alla fine d’agosto, le fortificazioni dell’isola furono sottoposte a un fuoco serrato e micidiale, sotto gli occhi di Solimano in persona, arrivato da poco alla testa di altri uomini. Le fortificazioni però ressero; un primo attacco in forze portato il 4 settembre fu respinto con gravi perdite e il comandante in capo, Mustafà, corse il rischio di essere giustiziato quale responsabile dell’insuccesso.

L'assedio di Rodi in una miniatura del tempo.

Gli ottomani ci provarono allora con le mine. Ricorrendo a ingegnosi sistemi d’allarme, Tadini neutralizzò più di un cunicolo; facendo scavare  enormi sfiatatoi sotto le fortificazioni, annullò gli effetti di molte esplosioni, ma non poteva fare miracoli. L’esplosione di una mina aprì un’ampia voragine nel settore inglese; Tadini fu ferito gravemente da un cecchino; fu forzato anche il settore spagnolo, ma in entrambi i settori i difensori adottarono rapide contromisure, tennero duro e gli ottomani non fecero progressi.
Poi cominciò  a piovere. Le trincee divennero canali fangosi, il freddo limitava i movimenti degli sterratori, i giannizzeri dovevano essere mandati all’attacco dalla polizia militare, l’inverno incalzava. La situazione era a un punto morto: nessuno vinceva, nessuno perdeva.  Che fare? Rinunciare o continuare? D’inverno, di solito, si smobilitava, ma Solimano scelse di continuare. Ne andava della propria dignità. Rodi, poi,  non era in capo al mondo, la costa dell’Asia Minore era lì  a due passi; in caso di necessità viveri, uomini e armi sarebbero potuti arrivare agevolmente da Istanbul. La flotta fu messa all’ancora in un porto sicuro della costa anatolica , il sultano si fece costruire un “palazzo di delizie” dove trascorrere la cattiva stagione e gli attacchi  ripresero.
Inutilmente.

Una delle fortificazioni di Rodi, oggi.

Dal canto loro, i difensori avevano i nervi a fior di pelle. Vedevano traditori ovunque. Alcune donne erano state sorprese mentre tentavano di dare fuoco ai depositi di polvere; un paio di rinnegati avevano cercato di lanciare messaggi nel campo turco servendosi di una balestra; persino un Cavaliere – un pezzo da novanta- era stato accusato di fare il doppio gioco.
La popolazione civile sbandava. Terrorizzata dalle voci dei massacri perpetrati contro la popolazione di Belgrado, temeva di fare la stessa fine. E non si stancava di indirizzare suppliche al Gran Maestro perché negoziasse la resa. I viveri cominciavano a scarseggiare, la polvere da sparo calava a vista d’occhio. Quanto tempo avrebbe potuto reggere il muro interno tirato su in fretta e furia nel settore spagnolo per bloccare il nemico? E quanto ci avrebbero messo gli ottomani a sfruttare il varco aperto nel settore inglese e largo a tal punto da permettere il passaggio di quaranta uomini spalla contro spalla?
Aiuto non ne sarebbe arrivato. Carlo aveva altre gatte da pelare: Francesco I aveva alzato la cresta e maneggiava per isolarlo; i domini spagnoli in Italia erano seriamente minacciati; in Germania, un monaco di nome Martin Lutero aveva cominciato a tuonare contro la corruzione della Curia romana. Uomini e soldi servivano altrove. Il Gran Maestro lo sapeva, ma era determinato a tenere duro. Per quanto tempo ancora?

La parola “negoziato” non si poteva pronunciare né da una parte né dall’altra. Solimano non poteva abbassarsi a trattare; l’Isle-Adam non voleva farlo. E allora, come spesso accade in questi casi, si negoziava per interposta persona, fingendo di non farlo. Un disertore genovese tentò i primi approcci, non fu ascoltato, ci riprovò. Poco  a poco prese forma una vera a propria trattativa. Mustafà – non il sultano, lui non poteva abbassarsi a tanto- era disposto a concedere salva la vita ai difensori dell’isola e a tutti i suoi abitanti di religione cristiana . I Cavalieri avrebbero conservato le armi, il tesoro e le bandiere. Avrebbero persino ricevuto le navi per lasciare l’isola.
La discussione si protrasse a lungo, fu interrotta più volte e più volte fu ripresa. Per dimostrare la propria buona volontà , Solimano fece arretrare i suoi di un chilometro e mezzo; l’Isle-Adam non voleva darsi per vinto, ma non poteva ignorare  le suppliche della popolazione civile, la penuria di viveri, la precarietà delle difese, la scarsità di polvere da sparo, l’impossibilità di ricevere aiuto.
Quando si presentò al sultano indossando in segno di lutto un semplice abito nero, l’Isle-Adam era un uomo a pezzi. Solimano ne capì lo stato d’animo e lo consolò accennando  all’instabilità dell’umana fortuna. Il sultano sembrava solidale con quel vecchio indomito ed era sinceramente colpito dalla determinazione dei difensori. Ai quali rese omaggio, qualche giorno dopo, visitando la città quasi senza scorta e togliendosi il turbante in segno di rispetto prima di andarsene.
Nonostante tutto, i nervi restavano tesi. Un soldato spagnolo aprì il fuoco contro i giannizzeri e Solimano, per rappresaglia, ordinò di bombardare di nuovo la città. Sembrava la fine di tutto. Poi il buon senso prevalse e i Cavalieri, con la morte nel cuore, salirono sulle navi e lasciarono per sempre Rodi. Prima di loro se n’era andato- anzi era stato allontanato alla chetichella- l’ingegner Tadini della cui “scienza matematica” Solimano si sarebbe volentieri servito.

 Dopo Rodi , sul Mar Bianco scese una calma inquieta. Lo  scontro si spostò a Vienna e a Pavia , ma nessuno si faceva illusioni: prima o poi il Mare Bianco sarebbe tornato al centro della contesa. Schermaglie, tentativi riusciti o  falliti, incursioni di corsari, voci e smentite sull’imminente uscita della flotta ottomana, tutto contribuiva ad aumentare la tensione. Periodicamente il Mare Bianco ribolliva, si quietava, si agitava di nuovo. Le flotte si cercavano, si evitavano, tornavano a cercarsi. In Nordafrica, i forti spagnoli vivacchiavano sempre a corto di tutto o cadevano, come il Penon del Velez, per mancanza di polvere da sparo. L’Ungheria era diventata la nuova frontiera di Solimano, ma si stava rivelando un osso terribilmente duro. Carlo, impegnato altrove, aveva affidato la propria marina a un esperto ammiraglio, il genovese Andrea Doria.
E proprio Andrea Doria accese di nuovo le polveri sul Mare Bianco, quando, con un audace colpo di mano, si impadronì dell’importante piazzaforte ottomana di Corone, nel Peloponneso. Sembrava una delle solite incursioni destinate a non produrre effetti. Invece Solimano andò su tutte le furie e ordinò alla propria flotta di fare vela su Corone e di riprendersi il maltolto. Erano conti fatti senza l’oste:  Andrea Doria piombò sulla flotta ottomana in navigazione e la cancellò dalla faccia del mare.
Fu un brutto colpo per il sultano, fu l’inizio della seconda vita di Haradin Barbarossa. Richiamato da Algeri, il terribile corsaro fu incaricato di ricostruire la flotta andata a fondo nelle acque del Peloponneso. I cantieri navali del Bosforo furono messi sotto pressione; da ogni parte del Paese furono concentrati nella capitale falegnami, carpentieri, fabbri. Gli stranieri, relegati nel quartiere di Galata, udivano il rumore incessante dei magli e delle officine, mentre il vento portava loro l’ inconfondibile odore del catrame messo a bollire. Si immagazzinavano viveri, si producevano polvere da sparo e proiettili a ritmo continuo, si fondevano cannoni, si cucivano vele, si fabbricavano alberi e remi. Era un lavoro frenetico e imponente,  “ matto e scelleratissimo”, reso possibile da un’organizzazione perfetta e da una barca di soldi. Tutto quel fracasso, tutto quell’andirivieni, tutto quel brulicare di persone e di merci  promettevano niente di buono per la Cristianità. Le spie si misero al lavoro, le informazioni cominciarono a viaggiare e le preoccupazioni a crescere. I servizi segreti veneziani segnalarono: Barbarossa è instancabile. É sempre nei cantieri e non se ne allontana neanche per mangiare  e bere.
Un anno dopo, a capo della flotta ricostruita, Barbarossa prendeva il mare.

Il mare instabile.

 La flotta ottomana divenne lo spauracchio della Cristianità, sia a oriente, sia a occidente del Mare Bianco. La costa della Campania fu messa a ferro e fuoco; la contessa di Fondi, la bellissima Giulia Gonzaga, corse il rischio di essere rapita e portata nell’harem del sultano; Tunisi cadde; il papa vedeva già il Turco a Roma e  invocava la costituzione di una lega santa; Carlo V cercava – vero? falso?-di venire a patti con Barbarossa; Venezia non aveva più una corsia privilegiata con la Sublime Porta e pativa scorrerie nei propri possedimenti nell’Egeo. Insomma, la situazione era tornata a farsi incandescente.
E tale rimase nonostante la sanguinosa riconquista di Tunisi da parte di Carlo in persona. Barbarossa, dato per morto a Tunisi, si presentò qualche mese più tardi a Minorca , mise a ferro e a fuoco l’isola e  ne fece schiavi gli abitanti. La flotta cristiana unita sotto le bandiere di una lega voluta da Pio III e sotto il comando di Andrea Doria si fece beffare a Prevesa, dove Barbarossa, nonostante l’inferiorità numerica, colse uno strepitoso successo.
Prevesa mandò a fondo anche la neonata lega, sporcò- a torto, per altro-  la reputazione di Doria(l’ammiraglio fu accusato di eccessiva prudenza perché- si sussurrò- voleva risparmiare le navi di sua proprietà), costrinse i veneziani ad accettare un umiliante trattato con il sultano, portò Carlo a impegnarsi in un nuovo, disastroso tentativo di prendere Algeri.  I giochi politici portarono gli ottomani nel porto di Tolone, ospiti del cattolicissimo re di Francia Francesco I, pronto ad allearsi con il diavolo in persona pur di rompere le uova nel paniere a Carlo;  i venti portarono di nuovo la flotta cristiana a Djerba, dove un altro Doria, Gianandrea, subì l’ennesimo scacco.

Uno alla volta, il Mare Bianco perse i suoi protagonisti. A Carlo era  succeduto il Prudente  Filippo, secondo nel nome; un imponente mausoleo aveva accolto le spoglie mortali di Haradin Barbarossa, morto nel proprio letto a Istanbul a più di ottant’anni; Andrea Doria contava novantaquattro primavere quando aveva lasciato questo mondo. Una nuova generazione si affacciava sulle onde del Mare Bianco.
E il Mare Bianco non avrebbe tardato a conoscerla.

 Epilogo.

 Jan Parisot de La Valette attendeva il proprio turno  per imbarcarsi. Come tutti i suoi compagni di fede partiva con la morte nel cuore.  Solimano probabilmente non lo notò fra i Cavalieri sconfitti che lasciavano per sempre Rodi. Se lo notò, ne dimenticò presto il volto e l’espressione. Quel giorno a Rodi, la strade di Solimano e di La Valette si incontrarono per un breve momento e poi si divisero. Quarantatré anni dopo si sarebbero incontrate di nuovo.
A Malta.

Gli avvenimenti in breve.

 1512: nella striscia della costa nordafricana chiamata dai cristiani “ costa dei barbari” e dai musulmani Maghreb ( “ occidente”) dove hanno trovato rifugio molti musulmani cacciati dalla Spagna dopo la caduta di Granada( 1492), fanno la loro apparizione due corsari, i fratelli Oruç e Hizir, entrambi soprannominati dai cristiani  “Barbarossa”. Pongono base a Djerba di fronte alla costa dell’odierna Tunisia e da lì, con la connivenza del sultano, cominciano a correre i mari in cerca di bottino e di schiavi.
1516: Oruç Barbarossa – che accarezza l’idea di diventare sovrano di un regno indipendente- si impadronisce di Algeri e di Tlemcen, l’antica capitale del Mahgreb e tiene sotto pressione continua i forti eretti dagli spagnoli lungo la costa.
Novembre 1517: Carlo di Gand sbarca in Spagna per assumervi, col nome di Carlo I, il titolo di re. Il suo arrivo ha qualcosa di comico: Carlo sbaglia luogo di sbarco e viene scambiato dalla popolazione locale per un nemico. Due anni dopo  sarà elevato- grazie all’elargizione di sostanziose bustarelle-  al rango di imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo V. Implicito nel titolo è il compito di difendere la vera fede.
1518: finanziata da Carlo, una spedizione spagnola sbarca in Nordafrica, attacca i Barbarossa a Tlemcen, li sconfigge, ma poi, anziché marciare su Algeri, torna in Spagna.  Oruç viene ucciso. Hizir sopravvive, prende il posto del fratello, rinuncia all’idea di un regno indipendente e fa atto di formale sottomissione al sultano. Riceve in cambio il titolo di “Governatore dell’Algeria degli arabi” e un nuovo nome: Haradin( in arabo: “Bontà delle fede”). Da allora in avanti per i cristiani sarà Ariadeno Barbarossa. I suoi successi faranno confluire ai suoi ordini folle di corsari, il suo nome sarà temuto e maledetto lungo tutto il Mediterraneo cristiano,  la sua crudeltà e la sua ferocia diventeranno proverbiali
1519: fallisce un tentativo spagnolo di  strappare Algeri a Barbarossa.
1521: Solimano il “Magnifico”( il “Legislatore” per i connazionali), pronipote di Maometto II il conquistatore, diventa sultano dell’impero ottomano. Ha 26 anni.
24 giugno 1522: la flotta ottomana si presenta davanti a Rodi . L’isola è difesa dai Cavalieri di San Giovanni e da un sistema di fortificazioni perfezionato dall’ingegnere italiano Gabriele Tadini.
20 dicembre 1522: dopo un’eroica e valorosa resistenza, Rodi si arrende. Solimano, fortemente impressionato dal valore dei difensori, consente ai superstiti  di lasciare l’isola sani e salvi. Fra di loro c’è il giovane Jan Parisot de La Vallette, il futuro difensore di Malta.
1523: una seconda spedizione spagnola diretta ad Algeri si conclude con un disastro.
Aprile 1529: alla testa di un formidabile esercito, Solimano marcia su Vienna. L’assedio non va a buon fine e in ottobre, a causa della cattiva stagione, viene definitivamente tolto.
Maggio 1529: Barbarossa si impadronisce del Penon del Velez, il forte spagnolo che controlla l’accesso alla città di Algeri, massacrandone la guarnigione rimasta senza  polvere da sparo.
Gennaio 1530: A Bologna, Carlo è incoronato imperatore. Solimano ne “ festeggia” l’incoronazione marciando verso l’Ungheria. Deve però ritirarsi presto a causa di un’accanita resistenza e di una stagione inclemente.
Giugno 1530: Carlo concede ai Cavalieri di San Giovanni – espulsi otto anni prima da Rodi-  le isole di Malta, Gozo e Comino in cambio del dono simbolico di un falcone.
12 settembre 1532: l’ammiraglio genovese Andrea Doria, al servizio di Carlo V, conquista la piazzaforte ottomana di Corone, nel Peloponneso meridionale. La flotta immediatamente inviata da Solimano per soccorrere Corone viene sbaragliata.
1533: Solimano chiama Haradin Barbarossa  a  ricostruire e a riorganizzare la flotta ottomana. Un anno dopo, in maggio, l’imponente flotta allestita da Barbarossa esce dal Corno d’Oro fra il rombo dei cannoni per devastare le coste del Mediterraneo occidentale. In  questa occasione  il corsaro tenta di rapire Giulia Gonzaga per farne dono a Solimano.
16 agosto 1534: Barbarossa conquista Tunisi. Tutto il Mediterraneo occidentale è seriamente minacciato. Carlo V, difensore della fede, deve reagire.
15 giugno 1535: un’imponente flotta allestita dall’imperatore si presenta davanti al forte della Goletta che controlla la via d’accesso a Tunisi. Il 21 luglio, dopo violenti bombardamenti dal mare, Tunisi cade. Lo stesso Carlo V entra a cavallo nella città conquistata. La caduta della città è seguita da un bagno di sangue. Si sparge la voce della morte di Barbarossa. Neanche un anno dopo, il vecchio corsaro riappare più vivo che mai nell’isola di Minorca, nelle Baleari, dove si impadronisce della città di Mahòn deportandone gli abitanti.
5 marzo 1536: a Istanbul viene ucciso il gran visir Ibrahim Pasha. Con l’assassinio del visir cambia anche la politica- fino a quel momento tutto sommato conciliante- della Sublime Porta nei confronti dell’altra potenza mediterranea: la Serenissima Repubblica di Venezia.  Barbarossa riceve l’incarico di  saccheggiare le isole e i porti veneziani nell’Egeo. La risposta cristiana non tarda ad arrivare: a Corfù si riuniscono navi spagnole, veneziane e pontificie sotto l’egida  della neonata Lega Santa voluta da papa Pio III.
Primi di settembre 1536: la flotta  della Lega comandata da Andrea Doria si muove alla volta del golfo di Prevesa dove Barbarossa ha gettato l’ancora. La stagione avanzata non è favorevole agli scontri in mare. Tuttavia Doria pone ugualmente il blocco a Prevesa. Barbarossa si guarda bene dall’uscirgli incontro. Nel frattempo girano voci di contatti segreti fra Carlo V e Barbarossa.
27 settembre 1536: Andrea Doria  toglie il blocco a Prevesa. Il giorno dopo, Barbarossa fa uscire la propria flotta dal golfo e, complici i disaccordi e la disorganizzazione imperversanti fra le file cristiane  nonché la supposta volontà  di Doria di risparmiare le proprie galee, disperde la flotta nemica. Gli effetti di quella battaglia non tardano a farsi sentire: la Lega Santa si scioglie e i veneziani firmano un umiliante trattato con il sultano. Durante lo scontro di Prevesa, un galeone veneziano di grandi dimensioni e pesantemente armato aveva dato parecchio filo da torcere a Barbarossa. Ammaestrati da quell’esperienza, i veneziani costruiranno e metteranno in mare quelle pesanti galeazze- le corazzate di quei tempi- che tanto parte avranno nel decidere la giornata di Lepanto.
Ottobre 1541: per riscattare la sconfitta di  Prevesa, Carlo muove di nuovo contro Algeri. L’attacco viene  portato nella stagione sbagliata e si risolve in un ennesimo disastro. L’imperatore si sforza di fare buon viso a cattivo gioco, ma, impegnato in altre guerre, non intraprenderà più crociate sul mare. Il fallimento della spedizione e il forzato disinteresse di Carlo per le operazioni marittime, consentirà agli ottomani, sia con azioni pianificate della loro flotta da guerra, sia con attacchi improvvisi di corsari “irregolari” di stringere il Mediterraneo in una morsa di terrore. Negli anni Quaranta non si contano le persone- uomini, donne, bambini- rapiti e venduti come schiavi ad Algeri o mandati a Istanbul. Ci fu un periodo in cui era talmente tanta l’abbondanza di prigionieri che un cristiano veniva venduto in cambio di una cipolla.
Inverno del 1543: nell’ambito di un’alleanza fra il cattolicissimo Francesco I re di Francia e Solimano, le galee ottomane pongono la loro base nel porto francese di Tolone da dove iniziano a spargere il terrore lungo le coste italiane. Ritorneranno a Istanbul nel maggio dell’anno seguente compiendo, durante il viaggio di ritorno, terribile razzie in tutto il Mediterraneo occidentale.
1546: nel suo palazzo di Istanbul muore ottantenne  Haradin Barbarossa. Viene tumulato con tutti gli onori  in uno sfarzoso mausoleo. D’ora in avanti, la flotta ottomana al momento di prendere il  mare, sarebbe dovuta sfilare, in segno di omaggio e di buon augurio, davanti al mausoleo del terribile corsaro. Ma per i cristiani lo spirito di Barbarossa non è morto. Vive in altro corsaro, altrettanto crudele, che ne ha  preso il posto al servizio del sultano: si chiama Thurgut. Per i cristiani diviene Dragut.
1551: cade Tripoli, difesa dai Cavalieri di San Giovanni per conto di Carlo V.
1556: Carlo V abdica a favore del figlio Filippo e si ritira nel monastero di Yuste in Estremadura.
1558: Carlo V muore a Yuste.
Primavera -estate del 1560: una potente flotta spagnola allestita per riconquistare Tripoli, punta sul covo di Dragut a Djerba. La comanda il ventunenne nipote del grande Andrea Doria: Gianandrea. L’isola viene conquistata e munita di un forte. Tuttavia, prima di disperdersi, i corsari fanno in tempo ad avvisare Istanbul. Al comando di Piale Pasha, la flotta ottomana raggiunge Djerba in pochissimo tempo e piomba sulle navi di Giandrea Doria. Preoccupato di perdere le galee di sua proprietà, l’ammiraglio genovese prende il largo promettendo di tornare presto in soccorso della guarnigione del forte. Non tornerà mai. Né mai salperà la flotta allestita da Filippo II per soccorrere Djerba: all’ultimo momento, il re Prudente la terrà alla fonda in Spagna. Lasciati soli, i difensori del forte   vengono massacrati e con le loro ossa gli ottomani erigono un’alta  piramide, denominata dai cristiani “ la fortezza dei teschi”.
1° ottobre 1560: mentre Piale Pasha  rientra trionfalmente a Istanbul, a Genova muore, ultranovantenne, un altro dei protagonisti di quell’accanita sfida sul mare: l’ammiraglio Andrea Doria.

 Da leggere:

Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 1966
Aldo Caserini, Barbarossa, il corsaro di Solimano, VGE, 1972
André Clot, Solimano il Magnifico, Fabbri, 2001
Roger Crowley, Imperi del mare, Bruno Mondadori, 2009
Cesare Giardini, La vita e il tempo di Carlo V, Mondadori 1977
Salliman, Jean Michel, Carlo V, Bompiani, 2003
Giorgio Vercellin, Solimano il Magnifico, Giunti, 1997

I ritratti di Solimano, Carlo V e Barbarossa sono tratti da it.wikipedia.org/wiki/Guerra_ottomano-asburgica