Il sangue e la nebbia

31/07/2011

Dintorni di Piacenza,  218 – 217 a.c. Quartieri d’inverno dell’esercito cartaginese.

Ci ha provato due volte, Annibale a valicare l’Appennino. Troppa neve, però, troppo freddo, troppo ghiaccio. E un vento impetuoso , affilato come una lama. Adesso è di nuovo qui, fermo nei luoghi del suo secondo trionfo ( la vittoria lungo il fiume Trebbia) e le cose non vanno bene. I Galli brontolano.  Hanno cominciato sottovoce, in pochi; poi  hanno continuato ,  sempre più forte, in molti.  E anche questa sera, nella casa  dove  alcuni di loro  sono riuniti, c’è chi si lamenta:  “Eravamo convinti  di ricevere vantaggi da questa alleanza; eravamo sicuri di arricchirci con il bottino tolto ai nemici. E che cosa abbiamo avuto? Poco o niente. E per soprammercato , adesso,  dobbiamo dar da mangiare  allo straniero e al suo esercito durante l’inverno. Speravamo  di tenere la guerra lontana dalle nostre case e invece la guerra  , finora, si è combattuta qui. Brutto affare. Forse, a pensarci bene,  sarebbe stato meglio scegliere  i Romani…..”
“Ma che dici?  Dimentichi  Brenno? Vuoi forse rinnegare il nostro  passato?” ribatte un altro.
“Già,  Brenno… Giocato dalle  oche del Campidoglio, se non ricordo male. Non fraintendetemi:   non rinnego alcunché .. Odio ancora i Romani, ma , adesso, in me , cresce  anche il risentimento verso  questo straniero. E’ bravo a promettere; ma quanto a mantenere… Ha battuto i Romani, mi dite? Certo , ma  ora sverna a nostre spese. Può piacermi tutto questo? Guardatevi intorno:  poco lontano da qui ,  i Romani , in armi, aspettano.  Che cosa aspettano? Che lo straniero commetta un errore . E allora, chi ci salverà? Chi salverà le nostre case? Le nostre famiglie? Quando Annibale se ne sarà andato, che ne sarà di noi?”

Due dei presenti si scambiano uno sguardo, le mani  stringono la spada. Un breve cenno del capo , più eloquente di mille parole, e sono fuori. Il freddo è pungente e soffia un vento fastidioso. L’accampamento sembra deserto. Guardano verso gli alloggiamenti di Annibale. Ci pensano da tempo: colpiranno presto.

Dintorni di Piacenza, inverno del 218-217 a.c., quartier generale di  Annibale.

“Ascolta , generale”.  I tre uomini  tengono il capo abbassato, uno di essi parla lentamente. ” Si prepara un attentato contro di te:  lo sappiamo con certezza. Qui, al campo, le  voci corrono, lo avresti saputo comunque…”  Rialzano il capo, con uno scatto di orgoglio. “Avremmo potuto far finta di niente, lasciare a te il compito di scoprire tutto, ma siamo venuti lo stesso. Molti di noi sono insoddisfatti, l’inverno è duro e se   i tuoi soldati mangiano , le nostre donne e i nostri figli fanno la fame.  Per questo,  alcuni  di noi  sono esasperati. Ma i più continuano  ad avere fiducia in te . Adesso  lo sai. Ricordatene, quando sarà il momento”.

Dintorni di Piacenza,  218-217 a.c. Quartieri d’inverno dell’esercito cartaginese.

Un uomo- più che un uomo,  un’ombra – si muove  fra i fuochi del  campo cartaginese.  E’ coperto da un mantello, i lunghi capelli gli scendono fin quasi sulle spalle. Avanza senza fretta, ma  con passo deciso. Di tanto in tanto, quando sfiora il fuoco di un bivacco, la luce , per un istante, gli illumina il viso. L’uomo si copre il volto con il mantello  : non vuole che qualcuno la veda, ma soprattutto non vuole che qualcuno riconosca il suo sguardo.
Non è solo. C’è un  altro  uomo con lui, anch’egli vestito in modo dimesso, senza insegne o gradi. E’ avvolto in un ampio mantello , la destra  stringe l’elsa della spada. Si guarda intorno continuamente, attento ai rumori e alle voci.
La tenda del comandante in capo è deserta. Quando gli attentatori  vi fanno  irruzione  trovano  nessuno. Lui, il comandante in capo, è al sicuro, in un’altra parte del campo,  sotto la tenda di un  ufficiale fidato. Dormirà lì, questa notte.  Si sfila  con movimenti lenti il mantello;  la mano del suo compagno  non impugna più la spada. E’ andata. Per quanto potrà continuare?
“La primavera sistemerà ogni cosa”, dice Annibale,  togliendosi la parrucca usata per mimetizzarsi” La primavera sistemerà ogni cosa”.

Roma, primavera del 217 a.c.

La sera è disturbata  dal vento. Nuvole nere si addensano, sempre più minacciose, sul cielo dell’Urbe. Il Foro è quasi deserto. I senatori più in vista se ne sono andati da poco e, con essi, la folla dei clientes  e dei postulanti.  Due uomini, due senatori, Gaio Lentulo e  Publio Fabricino  si attardano nei pressi del Foro. I due sono amici. Hanno licenziato i clienti , ma non hanno fretta di tornare a casa.  Gaio  Lentulo, il più anziano, si sistema la toga .  “ Queste  sedute  dedicate a  tributi e bilanci sono noiosissime. Ma quando ci sono soldi in ballo, non si può mancare. “ Alza lo sguardo verso le nubi. “ Fra poco pioverà”, dice, cambiando discorso. “ Il console Flaminio ha scelto un brutto giorno per  raggiungere  le legioni ”.
“ Pioggia o sole, un giorno vale l’altro”, ribatte  Fabricino  .  “Flaminio è un osso duro,  sa il fatto suo .”
“Auguriamocelo,  mio nobile amico,  ma  ho un brutto presentimento. Flaminio è partito quasi da privato  cittadino, senza insegne e senza littori,  senza fare i prescritti sacrifici, senza ricevere   l’investitura formale  da parte del Senato…”
“Non avrà voluto perdere tempo . O, forse,  avrà fiutato l’aria. A volte, lo sai anche tu,  i responsi degli àuspici sono manovrati. Se fossero stati sfavorevoli, avrebbe dovuto rinunciare a questa impresa”, lo interrompe Fabricino.
Lentulo sembra non  cogliere la provocazione e continua “ E, in più, è uomo impulsivo..”
“E’ impulsivo,  ne convengo. Ma la sua impulsività, come tu la chiami, ci ha già dato, qualche anno fa,  la vittoria sui Galli Insubri. Una grande vittoria.”
“Un colpo di fortuna, mio caro. E del tutto casuale. Annibale è fatto di un’altra pasta . La fortuna, lui, se la va a cercare: non l’aspetta, la provoca. E c’è anche dell’altro”.
“Dell’altro?”
“Sì,  dell’altro. Forse  gli dei ci  hanno  abbandonato…” Tace, pensieroso.
“Ah,  i prodigi di cui parla tutta Roma…..” Fabricino scuote la testa.
“Già, proprio   quelli. Da quando Annibale  ha lasciato la Gallia Cisalpina e valicato l’Appennino,  ne accadono  di tutti i colori. Le punte delle lance dei nostri legionari  prendono fuoco, gli scudi  sudano sangue, dal cielo cadono proiettili roventi, mieti una spiga di grano e quella sprizza sangue, la luna e il sole- me l’ha riferito un mio liberto, tornato dall’Apulia-   hanno cercato di oscurarsi a vicenda  , ogni giorno sfulmina a tutto spiano.  E, poi,  quelle parole! Le parole scritte su uno scudo  caduto dal piedestallo : “ Marte brandisce la sua lancia”. Perché quello scudo e non un altro? No , non sono tranquillo.”.
“Fossi in te non mi preoccuperei. Ragioniamo: o i prodigi sono fantasie  per creduloni o sono segni del volere divino . Se sono fantasie  per creduloni, hanno forse importanza? Se sono segni divini, basta  ingraziarsi gli dei . E non  sono stati fatti, forse,  i sacrifici per espiare? Non sono state celebrate le cerimonie  che i Decemviri, dopo aver consultato i Libri, ci hanno detto celebrare? Flaminio o qualcun altro ha offeso  gli dei? Abbiamo sacrificato, le nostre colpe sono state emendate.”
“Forse hai ragione tu, chi lo sa? O, forse, le colpe di Flaminio, le colpe di tutti noi sono molto  gravi  e  nessun sacrificio potrà  mai emendarle . Sarà per questo  che  gli dei  ci mandano Annibale,  accompagnato  da   segni premonitori?”
Dopo aver pronunciato queste parole Lentulo alza gli occhi  ancora una volta a guardare   il cielo e poi, quasi parlando a se stesso , sussurra: “Fra poco pioverà. Gli dei , di certo, hanno già deciso. Ma Annibale? Che cosa starà facendo in questo momento Annibale?

Primavera del   217 a.c. Campo cartaginese.

 “ Sceglieremo la  via più breve. “ . Annibale  sa dove è diretto  Flaminio: ad Arezzo. E vuole andargli incontro.  E’ piovuto molto nei giorni precedenti. L’Arno e  i torrenti dell’Etruria , in piena, sono straripati, inondando i campi. “ Passeremo attraverso  le zone allagate.  I nostri veterani e gli Ispanici si muoveranno per primi, i Galli li seguiranno  e formeranno il centro del nostro esercito in marcia ; e tu, Magone” e così dicendo indica il fratello” Tu e la cavalleria verrete per ultimi”.
Annibale è in piedi, davanti ai suoi ufficiali. Da qualche giorno non ci vede bene. L’occhio destro, in  particolare, gli fa male e lacrima. Colpa di quel clima infame , umido e  freddo; colpa delle veglie e delle notti insonni; colpa  della  stanchezza. Ma non lo dà a vedere. “ Sarà dura, ma ce la faremo. Dobbiamo farcela. ”, conclude.

Arezzo, accampamento del console Flaminio.

“Le campagne  bruciano, mi dici? Lo vedo da me, non sono cieco. Quei diavoli sono arrivati alla svelta. Come avranno fatto?  Con un tempo  simile poi …” Il console Flaminio, attorniato dai suoi ufficiali,  non  sembra  preoccupato: ostenta solo un atteggiamento di   distaccata meraviglia.
“Hanno attraversato le zone allagate, Annibale in testa   a tutti. Lui era all’asciutto, al sicuro sul suo elefante. Ma  gli altri  se la sono vista brutta. Non è piacevole marciare  per giornate intere con l’acqua alle ginocchia e , a volte, fino alla cintola, nel fango quando va bene, senza ripari e senza luoghi dove riposarsi.”
Chi parla è uno degli ufficiali di Flaminio: ha interrogato gli informatori, ha ascoltato i rapporti degli esploratori, conosce  i  disagi affrontati dall’esercito nemico. “ Durante la marcia”, continua, “  I Cartaginesi, per dormire qualche ora  all’asciutto , si sono  coricati  sui bagagli o sulle carcasse degli animali da soma stramazzati  per la  fatica. I  Galli, a un certo punto, hanno    ceduto  , ma , collocati com’erano al centro dello schieramento ,  non si sono  potuti fermare”.  Flaminio ascolta. Dice:  “Saranno stanchi, spossati, hanno avuto perdite. Siamo in vantaggio. E’ il momento di togliere il campo e di  non dar loro respiro”.
“Console”, posso esprimere il mio parere?” interviene  un altro ufficiale.  “E se  tutto questo fosse una trappola? Se Annibale avesse fatto saccheggiare  la campagna intorno a noi   non per sfamare i suoi , ma proprio per  farci muovere e  attirarci dove vuole lui? Limitiamoci a contrastarlo con la nostra cavalleria e con le nostre truppe leggere, mandiamo messaggeri al  console Servilio, aspettiamolo,  uniamo le forze e, solo allora,  diamo battaglia ”.
“Amico mio, trappola o no, dobbiamo muoverci. E dobbiamo farlo adesso. Aspettare ancora? Guardati intorno:  le proprietà e i territori degli alleati sono messi a ferro e a fuoco ,  le stesse  mura  di Roma sono minacciate. Posso permetterlo  ? Può permetterlo  il popolo romano?   No, non lasceremo Annibale libero di muoversi a proprio piacimento né di sfiggirci;  Servilio è già stato avvertito: è in marcia , sa  dove dirigersi. Ma se  fosse necessario , saremo noi a fare la prima mossa.  Aspettare? Non se ne parla: Annibale non deve godere di  questo vantaggio. Ne ha avuti anche troppi, finora”
Si alza . “ Levate le insegne”, ordina.

Fra Cortona e il lago Trasimeno, testa dell’esercito cartaginese.


Annibale è giunto in un punto dove il Trasimeno  è molto vicino alle alture sovrastanti Cortona.  Fra il lago e le alture  si stende una strada- più che una strada, un sentiero-  breve e molto stretta. Al termine della strada ,  si apre una pianura adagiata  a ridosso delle colline.  E’ un posto ideale per un’imboscata: c’è il lago da una parte, le alture tutt’intorno. Basta presidiare le  colline e mandare  la cavalleria   all’inizio della strada che immette nelle breve pianura, ordinare ai  cavalieri  di restare nascosti e di tenersi pronti.  Una volta entrati nella strada e sbucati nella  pianura, per  i Romani sarà difficile  uscirne . Si troveranno  i nemici da tutte le parti: di fronte ,  sul fianco , alle spalle .
Il problema è come attirarli nella trappola.
“Ci fermeremo qui” , ordina Annibale “ Preparate il campo”.

Arezzo ,  campo romano.

L’esercito è schierato in ordine di marcia, Flaminio si fa portare il cavallo. Monta in sella, ma l’animale è nervoso,  scalcia e s’impenna. Il console viene sbalzato di sella a cade rovinosamente . In silenzio,  vengono prestati i primi soccorsi.  Nessuno ha voglia di fare commenti.  Già, perché quella caduta  non è un buon  segno. Proprio per niente. Ha tutta  l’aria di essere un avvertimento divino e puzza di sorte infausta lontano un miglio.
“ Console!”, un centurione trafelato si avvicina a Flaminio, nel frattempo  rialzatosi senza gravi danni” Abbiamo un problema..”
“ Quale problema? Avanti, non stare lì come un cretino. Parla!”
“Ecco, balbetta l’ufficiale”  Ecco …”
“Vuoi sbrigarti, maledetto idiota? Dobbiamo aspettare ancora molto?”
“Un’insegna, console. E’ piantata al suolo e non riusciamo a  svellerla”.
Di nuovo  silenzio . Flaminio  se ne accorge.  Deve dire qualcosa. E non può sbagliare.
“Un’insegna , eh? E, dimmi,  non hai , per caso,  anche una lettera del Senato? Una lettera che mi vieta di combattere?  Ritorna da quella maledetta insegna , usa le pale  se le mani  dei tuoi soldati, contratte dalla paura,  non dovessero bastare  e toglila  da dove si trova!”.
I legionari approvano  le parole del console. Più  in là, alcuni ufficiali  si scambiano un’occhiata e scuotono la testa. Due prodigi infausti in una volta: butta male.

Colle di Montigeto, campo cartaginese.

 “ Abbiamo devastato  la campagna  intorno a Cortona secondo i tuoi ordini .  I Romani ci sono stati  alle costole  e non ci  hanno mollato”.
Annibale ascolta in silenzio le parole del fratello Magone. “ E’ un trucco semplice, ma dovrebbe funzionare.  “dice.
“Io,  però” ribatte Magone, scuotendo il capo “ non capisco una cosa:  Servilio sta scendendo in aiuto al collega e noi che cosa facciamo? Invece di sganciarci e di filarcela, andiamo a metterci dritti dritti  in mezzo fra lui e Flaminio”
Annibale sorride “Perché lo faccio, mi chiedi? Semplice:  Flaminio deve credere di essere in vantaggio, di averci messo con le spalle al muro,  di averci preso fra due fuochi, ecco perché lo faccio”
“E  pensi che Flaminio abboccherà?” , chiede Magone.
“ Non ne sono sicuro, ma che cosa potremmo fare? Abbiamo subito perdite lungo la marcia di avvicinamento, anche il mio elefante, l’ultimo , non ce l’ha fatta . Siamo in territorio nemico, a corto di viveri , qualcuno  dei nostri alleati brontola. Ci serve una vittoria. E ci serve subito. Perché, in caso contrario, gli alleati potrebbero abbandonarci.  Se poi  Servilio riuscisse  a  chiudere la tenaglia , dovremmo combattere su due fronti. Dobbiamo rischiare. Rischiare e sperare. Sperare nell’ambizione di Flaminio, nel suo orgoglio, nella sua voglia di combattere, nel suo essere refrattario ai consigli e alla prudenza. Sperare nel desiderio  di rivincita di tutto il popolo romano.  E rischiare , puntando tutto sul luogo, su questo luogo. A Flaminio prudono le mani. Vedrai , non aspetterà Servilio, puoi scommetterci  e , pur di non lasciarci scappare, pur di mantenere il vantaggio che crede di avere, si farà prendere dalla fretta. E commetterà un errore.” Si interrompe per un momento, seguendo il filo dei propri pensieri . “ Va’ ora“, dice poi, rivolto al fratello “ E portami notizie dei Romani, quando le avrai ”.

Passo di Borghetto, accampamento  romano.

“Console,  sarebbe opportuno ordinare  agli esploratori  di    dare un’occhiata ai dintorni ”
“Gli esploratori? Un’occhiata ai dintorni? Per il momento non è necessario . Vedremo domani.  Sistemate il campo e aspettate ordini”.
Per il console Flaminio, quella è  una notte agitata,  fatta di  sogni e di  risvegli improvvisi, di valutazioni e di ripensamenti.  “ A Roma c’è chi non vuole  lo scontro in campo aperto con Annibale:  pazientare, aspettare di essere in vantaggio,  queste sono  le parole d’ordine. Parole ripetute fino alla noia da Quinto Fabio Massimo, uomo in vista nell’Urbe, uomo  prudente e scaltro. Prudenza, sempre prudenza. E pazienza, per giunta.  Ma Roma non vuole questo. Roma vuole una vittoria, una vittoria decisiva. Certo che  Quinto Fabio Massimo ha ragione. Non sono stupido.  Dove volete che vada Annibale? Il tempo gioca a suo sfavore. Basterebbe aspettare. Ma c’è gloria nell’attesa? No, non per me, Gaio Flaminio, console romano. Ho già battuto gli Insubri( e il Senato non voleva quella campagna!), batterò anche Annibale e sarò ricordato come il salvatore della Patria. Un console romano comanda un esercito,    ha delle responsabilità: non deve nasconderle dietro tattiche attendiste.  Non aspetterò un minuto di più:  Annibale si è messo in trappola , è proprio in mezzo fra me e Servilio.  Non lo mollerò. Se, nel frattempo, Servilio sarà arrivato, tanto meglio; se non sarà arrivato, vedrò di guadagnare tempo anche per lui.  Un trucco? Non può essere. Annibale vuole gettarci fumo negli occhi per nascondere così la sua debolezza. Ecco spiegato il suo comportamento.  Non c’è altra spiegazione”.

Lago Trasimeno, campo cartaginese.

“ Ci siamo!”. Magone irrompe  nella tenda del fratello. Annibale è seduto e sta parlando con  alcuni ufficiali. Tutt’intorno brillano i fuochi del suo accampamento.
“Sei sicuro?” Chiede Annibale, alzandosi di scatto.
“Sicurissimo. C’è la conferma dei nostri esploratori  : i Romani sono qui, a poca distanza da noi. Procedono in ordine di marcia , sembra abbiano fretta.”
“ Bene, il trucco ha funzionato” dice quasi parlando fra sé e sé . Poi, rivolto ai presenti: “ Ora muoviamoci. Conoscete gli ordini. “
Gli ufficiali  escono dalla tenda e raggiungono i propri reparti.

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

E’ l’alba.  Sul lago ristagna   una leggera foschia.
“Il console a volte non lo capisco: ricognizioni? E perché mai? Per  l’intera notte abbiamo visto, davanti a noi, i fuochi lontani di un accampamento. Anche adesso  vediamo, davanti a noi .  Ma vediamo  intorno a noi?” Chi parla è un centurione della coorte di testa.
“ E che cosa  dovrebbe esserci  intorno a noi  ?” gli  chiede  un altro.
“Non lo so,  ma questa faccenda non mi piace” E così dicendo, rivolge uno sguardo, preoccupato, alle alture. “ Se soltanto avessimo  mandato un paio di pattuglie  a esplorare quelle  maledette colline. E poi, questa strada, questo sentiero così stretto, così incassato….Se avessimo qualcuno alle spalle e dovessimo tornare indietro..Non voglio pensarci. E se Annibale avesse fatto occupare dai suoi quelle alture? E se avesse pensato di chiuderci  la strada ? Un bel guaio, non credi? E tutto per non aver voluto esplorare i luoghi. Il console è un valoroso,  non ha esitazioni,   ma  a volte non lo capisco. Non lo capisco proprio.  Si fa accompagnare da servi carichi di  catene per imprigionare i nemici e non manda esploratori per sapere  se su quelle maledette colline si nasconda qualcuno.” E scuote la testa.
Sbucano nella breve pianura al termine del sentiero.
“ Ci mancava anche la nebbia, adesso”. E, in effetti, la foschia  si è trasformata in  una  nebbia fitta  e bassa.  “ Seguire le insegne! Mantenere l’ordine di marcia!”

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

“Ora!” Il segnale di Annibale viene trasmesso a tutti i reparti. Dalle colline , non ancora raggiunte  dalla nebbia ferma sulla pianura , scendono urlando migliaia  di soldati cartaginesi. Dalla parte opposta, la cavalleria di Maarbale e di Adrubale  esce dai nascondigli,  chiude il sentiero e piomba alle spalle delle legioni.

Periferia di Perugia, locanda del  grifone  : qualche tempo dopo.

Seduto  all’ombra di un grande albero, all’aperto, un uomo  sta parlando. Racconta del Trasimeno. E , intorno a lui, altri uomini ascoltano, attenti.
“Ci si vedeva poco o niente . Dov’erano i nemici? E  chi si  muoveva  vicino a te era davvero  un tuo commilitone? Sono scesi dalle colline come diavoli, urlando. Loro erano fuori dalla nebbia e sapevano dove andare ; noi, dentro la nebbia,  non vedevamo a un passo. Non ci si capiva niente.  O, meglio, una cosa la capivamo:  ci stavano venendo addosso da tutte le parti”.
Una breve pausa, un sorso di vino.
“Proprio così: fummo colti di sorpresa e andammo subito in confusione. Chi tentava di scappare, finiva dritto nel mezzo di una mischia furibonda; chi  voleva combattere , veniva ricacciato indietro da chi fuggiva terrorizzato . Un disastro!”
“ Ma tu l’hai scampata. Sei qui, bevi il tuo  vino  . Come è potuto accadere?
“ Annibale mi ha risparmiato. Finito di combattere,  ha detto a noi Italici superstiti: andate, tornate alle vostre case. Non vi sarà fatto alcun male. Siete liberi.
“ E  con i Romani ha fatto lo stesso?”
“ No. Li ha tenuti in catene. Chiederà un riscatto o li userà  come ostaggi”.
“ Ma perché ha lasciato libero te e tutti gli Italici e ha trattenuto i Romani?”
“Mah, vallo a sapere! Ho sentito qualcuno dire: Annibale è  lontano dall’Africa , ha bisogno di alleati.   L’unico modo per sperare di farcela è quello di sollevare gli Italici contro Roma. Liberando me e tutti gli altri è come se ci avesse detto: vedete, io  vi tratto e vi tratterò sempre meglio dei Romani. Insomma, spera di portarci  dalla sua parte. Ma tiro a indovinare.  Questa è politica, e di politica io mi intendo poco.”
“ Ma torniamo alla battaglia.  Come reagì  Flaminio?
“ Il console si è battuto da valoroso: ha mantenuto la calma, ha impartito  ordini, accorreva dovunque vedesse qualcuno in difficoltà.  Ma in quella confusione..” Una pausa, un altro sorso di vino. “ In quella confusione , urlare  ordini era una perdita di tempo. Il clamore dei nemici  spegneva tutte le nostre  grida , anche quelle del console.  Non scorgevamo  né insegne  né ufficiali, sembrava che  le legioni si fossero liquefatte. Poi, a un certo punto capimmo:  era inutile prendersela con gli dei,  la nostra sorte   dipendeva dalle nostre spade e allora ciascuno di noi divenne comandante di se stesso. Combattemmo  ognuno per sé,  con  grande accanimento. Ma i nemici ci avevano sorpreso, inutile negarlo. Il valore dei singoli legionari  non poteva avere la meglio su chi aveva saputo costruirsi il vantaggio fin dall’inizio.” Una breve pausa “ Annibale è un nemico  e non un nemico qualsiasi. Una grave minaccia per Roma, per l’ Italia,  per tutti noi. La personificazione stessa , sul campo di battaglia, dell’inganno e della frode, come dicono in molti.   Eppure….”
“Eppure?”
“Eppure, ci credereste?  non posso fare a meno di ammirarlo.  E non perché mi ha salvato la vita, no.   Ci vuole fegato per fare quello che ha fatto finora. E, tornando a quella giornata, una grande abilità : ci ha giocati come pivelli”.
“Combatteste  a lungo?”
“ La battaglia andò avanti, violentissima, più o meno per tre ore. Un’eternità, per noi.  A un certo punto,  il console  cadde , trafitto dalla lancia  di un  Gallo , desideroso di vendicare la sconfitta subita dalla propria gente, per mano di Flaminio,  qualche anno prima. Fu l’inizio della fine. La maggior parte di noi perse la testa e  non pensò più a  combattere. Ci fu chi , cercando di salvare la pelle , si inerpicò  sulle colline , lungo  sentieri da capre. Invano. Altri , per mettersi in salvo, si gettarono  nelle acque del lago: molti di loro  furono inghiottiti  dai gorghi o, ritornati verso riva, stanchi e spossati,  furono finiti dai nemici.  Qualcuno, sul momento ,  ce la fece. Seimila dei nostri attaccarono il nemico, riuscirono a passare   e  uscirono dalla gola. Erano davanti a  noi, all’avanguardia,  e ignoravano  ciò che stava succedendo dietro di loro. Quando furono sulle alture e la nebbia si diradò, videro tutto:  i morti, i feriti e il nemico vincitore. Si tolsero da quell’inferno alla svelta. Ma non corsero abbastanza veloci: Maarbale li raggiunse e   li fece tutti prigionieri. Ecco come andò  quel giorno al Trasimeno. “

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

Un ufficiale cavalca verso Annibale, immobile su una piccola altura.
“ Il corpo del console non si trova, generale” gli dice appena lo ha raggiunto” Lo abbiamo cercato dappertutto, ma non si trova”.
“ Cercate ancora. Il console si è battuto da valoroso, merita di essere sepolto con tutti gli onori. Trovatelo”.

Roma,  il giorno  dopo la battaglia.

Uomini e donne scendono per le strade dell’Urbe. Sembra che tutta Roma  si sia data convegno nel Foro. Una matrona irrompe nel mezzo della folla . Chiede “ Che accade ? E’ successo qualcosa di grave? Perché tanta gente ? Perché tanta eccitazione?”
“Non si sa molto”  qualcuno le risponde “Si parla di una grave sconfitta….”
“Una grave sconfitta? E dove? E che ne è dei nostri soldati?”
L’uomo non aggiunge  altro, non sa aggiungere altro   e, con espressione sempre più  preoccupata, si affretta verso la parte  nord-occidentale del Foro, dove si  è già radunata una folla enorme.
Le grida si sommano alle grida, le esclamazioni alle esclamazioni. Si formano capannelli.  C’è chi parla di una sconfitta di Flaminio; c’è chi,  al contrario,  si dice sicuro di una ritirata del console  su posizioni più favorevoli . Nel tentativo di alleviare  l’angoscia  resa più grave dall’incertezza,  le donne in ansia  per i padri,  per i  figli, per i  mariti in armi chiedono notizie a chiunque capiti loro a tiro . Tutti -  e non solo le donne -vogliono sapere.

Sono passate molte ore, il  tramonto è vicino, l’attesa si è fatta insopportabile.  Il  pretore  Marzio  Pomponio  compare davanti alla folla :  con fare grave e con voce rotta  annuncia  “ Siamo stati battuti. Una sconfitta  terribile” . Dopo aver pronunciato queste parole, il pretore  , a capo chino, si ritira.
La gente rumoreggia.  Flaminio è stato ucciso? Che ne è dei nostri figli, dei nostri padri, dei nostri mariti? Pretore, fermati, ti preghiamo. Ci devi una spiegazione. Non puoi andartene così. Che cosa dobbiamo sperare? Che cosa dobbiamo temere? ”
Tutto inutile. Pomponio è sparito. L’unica cosa certa, fonte di altre più terribili incertezze, è la sconfitta.

Roma, qualche giorno dopo la battaglia.

Da giorni, davanti alle porte della città, staziona una folla numerosa. E silenziosa. Ci sono molte donne. Con l’animo oppresso scrutano  l’orizzonte  , fin dove può arrivare il loro sguardo. Aspettano. Aggrappate alla speranza,  aspettano il ritorno dei propri uomini. Si avvicina  un gruppo di legionari.  Sulle corazze e sulle tuniche  dei soldati ,  si vedono, qua e là,   macchie di sangue raggrumato . Sono coperti di polvere e di fango e recano sui volti  l’umiliazione della sconfitta. Non hanno voglia di parlare.
Una donna esce dalla folla e  si  dirige verso di loro. Presto anche le altre donne la seguiranno. “ Avete notizie di mio figlio?  Militava nella prima coorte della seconda legione. “
Un soldato la guarda e senza fermarsi, trascinando il suo passo stanco  verso le porte dell’Urbe, le   risponde  mestamente : “ Quello che resta della prima coorte  è tutto  qui”. E  indica i compagni.
“Tutto qui? Siete dunque voi gli unici superstiti? Chiede  la donna, portandosi le mani al volto, allora mio figlio è… è   ..” e non riesce a terminare la  frase. Si sente mancare  e, priva di forze,  si accascia  su un sasso , lì, ai bordi della strada. Passa un altro gruppo di soldati , un altro ancora. Le ore se ne vanno , una dopo l’altra,  ma la donna non si alza. Non bada più a chi passa, il suo volto è terreo, gli occhi sbarrati.
“Madre!”
Il grido improvviso la scuote. Quella voce, quella voce.. Non è possibile! Non è possibile! Eppure, quella è la voce di mio  figlio. Sto sognando?
Si volta lentamente.
“Madre! Madre!”
Davanti a lei c’è un giovano soldato,  coperto di fango e di sudore , come tutti i reduci dalla battaglia . Una fasciatura, sulla coscia sinistra, è macchiata di  sangue. E’  sangue scuro, color ruggine, sangue rappreso.
“Non può essere, non può essere”. Si alza, corre, spalancando le braccia,  verso il figlio ritrovato. E ad un tratto, sente le forze venirle meno, il respiro farsi affannoso. Rallenta, si ferma, barcolla e, infine,  cade ,  senza vita  e senza un grido,  nelle braccia del figlio.

Appendice.

Un ritratto  al curaro.

Quando parla di  Flaminio, Livio va giù di brutto. Lo definisce arrogante ( ferox) per il precedente consolato, durante il quale, contro il parere del Senato, aveva portato guerra agli Insubri(223,a.c.), stanziati , grosso modo, nell’odierna Lombardia; poco timorato ( metuens) sia delle leggi , sia degli dei; temerario per indole ( ingenio) e sfrontato per la fortuna toccatagli  sia sul piano militare ( la citata guerra  vittoriosa contro gli Insubri), sia sul piano  civile( presentazione , nel 232 a.c.,  in veste di tribuno ,   della legge  sulla divisione dell’agro piceno e gallico, accolta con grande favore dalla plebe ; costruzione della via Flaminia , importante arteria di collegamento fa l’Adriatico a Roma). Insomma, secondo Livio, il console  si era montato la testa. E come si sarebbe comportato , sul campo di battaglia, uno del genere? C’è da chiederselo?  Con arroganza e con eccessiva precipitazione , senza consultare né gli uomini né gli dei.

Un’alleanza a rischio.

Che Annibale temesse inganni e  tiri mancini  da parte dei Galli , al punto da doversene andare in giro travestito,  è testimoniato da Livio (XXII, I) , il quale scrive  che “ pur essendo stato più volte insidiato dai loro capi, era stato salvato proprio dai reciproci tradimenti di questi, che svelavano le cospirazioni con la stessa leggerezza con cui avevano cospirato e si era protetto dalle insidie anche con l’inganno, cambiando ora la veste , ora le parrucche”. Vero o falso?

Soltanto  precipitazione?

Flaminio si cacciò  in una maledetta trappola , tralasciando  ogni cautela . Perché? Perché non prese le dovute precauzioni? Perché avanzò come se avesse il fuoco sotto il sedere?  Perché non fece esplorare le colline e le zone circostanti la strada che avrebbe dovuto imboccare? Perché non si accorse di quanto pericolosa fosse la sua posizione?
Perché era presuntuoso, vanaglorioso, superficiale , impulsivo e per niente timorato degli dei.  Gli storici antichi- Livio, in particolare, come abbiamo appena visto-  insistono su questo aspetto  , fornendoci  un quadro , nel complesso,  negativo dell’uomo e attribuendogli l’intera responsabilità della disfatta. Ma il carattere, per quanto importante, non spiega tutto. In fondo, a  Flaminio era affidata la  vita di migliaia di uomini oltre che, naturalmente, la  sicurezza di Roma; era un console, non un legionario  qualsiasi, insomma  aveva dei doveri. Da vivere  sul serio e non a cuor  leggero. A meno che- cosa da escludere- non fosse psicopatico.
Dunque, perché Flaminio entrò sconsideratamente  in quel malpasso? Gli storici antichi non lo dicono, dicono solo che entrò. Possiamo soltanto azzardare delle ipotesi.  Forse aveva fretta di raggiungere Servilio- in arrivo da  est- e di prendere in mezzo Annibale , prima che potesse sganciarsi; forse si aspettava da Annibale il rispetto  delle  regole d’ingaggio sacre per un romano  ( combattimento in campo aperto, alla luce del sole, senza inganni o trucchi)  e il ripudio di ogni insidia, a cominciare dalle imboscate  ( si spiegherebbe, in questo modo, il mancato invio di esploratori); forse riteneva Servilio più vicino  o  Annibale più lontano di quanto non fosse; forse sottovalutò le forze cartaginesi e sopravvalutò le proprie  o, forse, fu accecato davvero  dal desiderio di gloria  e non vide i pericoli ai quali andava incontro.

Dove e quando?

Fra le tante interpretazioni circa i luoghi della battaglia- non nominati da Livio- la più accreditata è quella di Gaetano De Sanctis, secondo la  quale il combattimento ebbe luogo nella pianura di Tuoro, a nord del Trasimeno, fra i passi di Borghetto e le alture di Montigeto, poste a nord-ovest della cittadina di Passignano. Secondo altri, il luogo della battaglia va posto tra Montigeto e Montecolognola, a nord-est del lago.
La battaglia fu combattuta, molto probabilmente , il 24 giugno del 217, secondo il calendario giuliano( in aprile, secondo il calendario non riformato).

La  mossa di Annibale.

Il console Servilio Gemino era a Rimini e il console Flaminio ad Arezzo.  Perché? Non sarebbe stato meglio , per i Romani, tenere unito l’esercito? Per cercare di dare  una risposta a questo interrogativo, bisogna fare un passo indietro. Annibale era reduce da due vittorie ( Ticino e Trebbia), ottenute entrambe  lontano da Roma, nella Gallia Cisalpina.  Non erano bastate, non sarebbero bastate. Se voleva, come voleva, sollevare  mezza Italia contro il potere  di Roma,  doveva portare la guerra nel cuore stesso della Penisola.
Quando, all’inizio della primavera del 217,  si mosse da Piacenza , gli si offrivano due possibilità: scendere da ovest, dopo aver varcato l’Appennino  in Liguria ( dove, arrivato in pianura, avrebbe potuto contare sull’appoggio della flotta) o altrove oppure lasciarsi l’Appennino alla sua destra e scendere verso il centro dell’Italia  lungo l’Adriatico. Ecco perché Servilio era a Rimini: per sbarrare la strada ad  Annibale, semmai avesse  scelto la seconda opzione. Come è noto, Annibale scelse, invece,  la via più difficile , valicò l’Appennino  e  puntò al  cuore di una delle regioni più ricche e fertili dell’Italia  di allora : l’ Etruria.  Da dove sia passato è ancora oggi oggetto di discussione. Probabilmente- ed è questa l’ipotesi più avvalorata- dal passo della Porretta, in direzione di Pistoia. Ad ogni modo,  con Annibale  in Etruria,  presidiare l’altro fronte, quello adriatico,   era inutile. Servilio, allora, lasciò Rimini,  si mosse  lungo la Via Flaminia  e andò incontro al collega  di stanza ad Arezzo. Il piano era semplice: i due eserciti consolari , l’uno provenendo da est ( Servilio), l’altro da ovest ( Flaminio) avrebbero dovuto prendere  Annibale fra due fuochi. Annibale,  allora, giocò il tutto per tutto:  lasciò perdere  ogni diversione,  puntò  dritto  su Cortona e il Trasimeno ,  andandosi  a mettere- e lo fece apposta-  proprio in mezzo ai due eserciti consolari. Almeno in apparenza, quello era un vantaggio per i Romani.  Fu il timore  di perdere  quel vantaggio   a tradire Flaminio, sceso subito da Arezzo  verso sud sulle tracce del nemico? Messa da parte ogni  cautela,  incalzò Annibale  perché non gli sfuggisse  e perché restasse inchiodato    lì, in mezzo a quella morsa che si stava delineando? Con buona pace di Livio ( per lui tutta la colpa, inutile ripeterlo, è di quel miscredente di Flaminio), questa è l’ipotesi più   probabile.

Cattivi presagi.

 Quando un console partiva per la guerra, si seguiva una procedura prestabilita – fatta di sacrifici agli dei, di pronuncia solenne di voti  e di investitura  ufficiale -  culminante con la consegna del mantello e delle insegne di generale , simboli  del  potere militare, l’imperium.
Questa procedura prevedeva anche l’interpretazione degli auspìci- richiesti dal console-  e l’indizione di feste particolari in onore di Giove, le cosiddette  Feriae Latinae. I consoli non potevano lasciare Roma e raggiungere la destinazione assegnata prima  di averle indette. Flaminio non si attiene alla  procedura prevista. Perché?  Per due motivi: teme di dare troppo vantaggio ad Annibale indugiando a Roma durante  le Feriae e  teme soprattutto un tiro mancino da parte del  Senato. Come dice Fabricino nel nostro racconto, gli auspìci venivano, spesso, interpretati in chiave politica: se chi li chiedeva era inviso ai potenti di turno( classi o individui)  , era facile che dagli auspìci uscissero responsi sfavorevoli. In questo caso, tutto da rifare: chi li aveva chiesti veniva rimosso dall’incarico.
Flaminio, dunque,  temendo-  forse a ragione, visti i suoi precedenti rapporti con il Senato-   una trappola, lascia Roma quasi da privato cittadino( Livio, meno tenero, dice che lo fa  di nascosto, senza insegne, senza littori, come un servo). Veste la toga pretesta, simbolo del suo potere, in un albergo di Rimini, non solennemente  davanti ai Numi Tutelari (i Penati) dell’Urbe. L’indignazione è grande , gli si intima di tornare. Niente da fare. Entrato in carica, celebra un sacrificio: salvata la poltrona, come si direbbe oggi, può farlo senza rischi.  Senza rischi? Il povero vitello sacrificale, colpito dagli officianti, si divincola e se la dà a gambe levate, lordando di sangue quasi tutti i presenti. C’è chi insegue la povera bestia ferita , chi  abbandona il proprio posto in fretta e furia:  insomma un  gran parapiglia . Che, come un’onda, si propaga alle persone vicine e  si fa generale. Brutto segno, si commenta: si preannunciano giorni infausti e terribili.
Flaminio non si scompone: si fa consegnare quattro legioni ( due dal console precedente, Sempronio; due dal pretore G.Atilio)  e parte alla volta dell’Etruria, per intercettare  Annibale.
La marcia di Flaminio inizia, dunque, all’insegna del sacrilegio( e … della iella) Livio, ad arte, unisce in poche righe ,  a conclusione del libro XXI,  i due avvenimenti, il sacrificio mal riuscito e la partenza, per  dirci che,  con un comandante così poco rispettoso degli dei  , il destino è segnato.

Cartine: consulta http://www.archeoguida.itEventiBattaglie

Da leggere:

Brizzi, Giovanni, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, il Mulino, 1997
Brizzi, Giovanni, Annibale. Come un’autobiografia, Milano, Bompiani, 2003,
Brizzi, Giovanni,  Scipione e Annibale, la guerra per salvare Roma, Roma-Bari 2007
Granzotto, Gianni,  Annibale, Oscar Mondadori 1980
Haefs, Gisbert,  Annibale. Il romanzo di Cartagine, Marco Tropea Editore 1997
Tito Livio, Storia di Roma , Mondadori, 2007
Polibio, Le Storie, Mondadori, 1955
Proserpio, Paolo,  Le battaglie di Annibale: da Sagunto a Zama, Varesina Grafica Editrice 1971
Rumiz, Paolo, Annibale. Un viaggio, Feltrinelli Editore 2008

Su questo sito, se ti va, puoi leggere anche:

Il sangue e la polvere Canne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.
Leggi l’articolo

Supermarius. Il crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
Leggi l’articolo

L’equivoco. Si va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
Leggi l’articolo

La cartina è tratta da :http://www.warfare.itcampi di battaglia d’Italia

La battaglia in due parole.

Dopo aver battuto i Romani sul fiume Trebbia(218 a.c), Annibale trascorre l’inverno nei dintorni di Piacenza. La stagione è inclemente, i Galli brontolano. Due tentativi di valicare l’Appennino vanno a vuoto; gli elefanti da guerra superstiti non reggono il freddo della Pianura Padana e muoiono tutti meno uno, il leggendario Surus.
Spesso rischiando grosso, Annibale riesce a tenere la situazione sotto controllo e, in primavera, passa finalmente l’Appennino. A Roma sinistri presagi  annunciano l’arrivo del Cartaginese. Le lance prendono fuoco, le spighe del grano sprizzano sangue, la luna oscura il sole. Butta male.
Ma i Romani sono decisi a battersi. Quando la direzione di Annibale è chiara, il console Flaminio parte con le proprie legioni per intercettarlo, mentre il console Servilio, di stanza a Rimini, si mette in marcia per congiungersi al collega.
La manovra a tenaglia impostata dai Romani, tuttavia, viene vanificata . Annibale – uscito non senza fatica dagli acquitrini provocati da incessanti piogge- mette a ferro e fuoco la campagna, provoca Flaminio in tutti i modi  e scende verso il  Lago Trasimeno. Lungo il lago, corre uno stretto passaggio circondato da alture. Annibale si sposta dal colle di  Montigeto  all’estremità orientale del passaggio, pone il campo e ordina di ravvivare i fuochi. Deciso a non farsi sfuggire la preda, Flaminio lo segue e  entra nel passaggio. E a questo punto scatta la trappola.
Dalle alture dove era stata appostata , la fanteria cartaginese  si avventa  sui Romani, mentre Maarbale, con la sua imprendibile cavalleria numida, blocca ogni via di fuga. Due legioni vengono distrutte e lo stesso console Flaminio cade sul campo.


Il sangue e la polvere

24/06/2011

Canne prima di Canne.

La vigilia.

Annibale , dunque, è  ancora a  Gereonio, dove lo abbiamo lasciato e dove ha svernato.   I due nuovi  consoli, Lucio Paolo Emilio e Caio  Terenzio Varrone  arrivati nel frattempo, uniscono gli eserciti ( le loro legioni e quelle di Minucio) e si piazzano  poco distante da lui,  a Larino. Qui pongono   il campo, anzi due: il primo, più piccolo, non è molto distante da quello cartaginese ; il secondo, molto più grande,  accoglie  il  grosso delle forze romane. Il Senato e il popolo romano vogliono la battaglia decisiva: è il momento di darsi da fare.
Per i Cartaginesi,  la  faccenda è seria: lì a Larino ci sono  due eserciti consolari,  affiancati da  forti contingenti di alleati italici. Truppe fresche. E tante( otto legioni, senza contare gli Italici) .   Come la prende Annibale? In cuor suo, quasi quasi, ringrazia i Romani di essere arrivati. E di essere arrivati proprio in quel momento.  Le  provviste scarseggiano, c’è da mangiare  solo per una decina di giorni, in cassa  non c’è un soldo ,  il malumore, inutile dirlo,   è grande. Se ci sarà da menar le mani, i suoi uomini non avranno  tempo  di pensare alla pancia e alle tasche vuote. Anzi, vorranno  combattere e vincere, per  riempirsi l’una e le altre.

La partita comincia. Con le solite mosse di apertura:  scaramucce e imboscate. I Romani mettono a segno il primo colpo, togliendo di mezzo, stando a Livio,  1700 soldati cartaginesi , mandati  in giro a razziare. I  legionari li sorprendono e li attaccano  di propria iniziativa.  Stanno ancora inseguendo i superstiti , quando giunge l’ordine di Paolo Emilio: fermarsi e tornare indietro. Varrone  si scaglia contro il collega e lo prende  a male parole, accusandolo di essersi lasciato sfuggire un’occasione unica per infliggere pesanti perdite al  nemico.
Da quella prima schermaglia – costatagli cara, per altro-  Annibale ricava   informazioni preziose:  i due  consoli non si possono vedere,  i due terzi dell’esercito romano sono reclute. Aggressive , coraggiose, ma poco esperte e, forse, anche poco addestrate. E, subito, mette in atto la contromossa. Ordina ai propri soldati di abbandonare  l’accampamento, lasciando esposto e bene in vista quel poco ben  di dio rimastogli: oro, argento, manufatti preziosi.
Tempo prima , per scrollarsi di dosso Quinto Fabio Massimo, aveva fatto tenere i fuochi accesi , come se l’accampamento  fosse presidiato: i Romani l’avevano bevuta e lui se l’era squagliata. Ora, per rendere più credibile la messinscena, ripropone il medesimo trucchetto.  Non che ci creda molto, sia chiaro. Sa che i  Romani non sono stupidi e sa che  di sicuro avranno imparato  la lezione, ma sa anche che , se  non lo facesse,  desterebbe, ritirandosi,  non pochi sospetti.  D’altronde non deve andare molto lontano. Quella è una zona collinare, adattissima alle imboscate.  Manda  sulle alture più vicine  i propri soldati e aspetta. Quando i Romani arriveranno per saccheggiare il campo, i suoi scenderanno dalle cime  e  piomberanno sui nemici. Come al Trasimeno.

Viene l’alba, un’alba insolitamente silenziosa. Il campo cartaginese sembra un campo fantasma: non un grido, non un ordine, non il nitrito di un cavallo, non un uomo.  Che diavolo sta succedendo, per Giove? Che sia un trucco? si chiedono, incredule e meravigliate le sentinelle. No, non lo è. Pare proprio che Annibale  se ne sia andato in fretta e furia.  Vengono informati i consoli, ai quali non viene taciuto il particolare dei fuochi accesi, chiaro stratagemma – per giunta caro ad Annibale – usato da chi voglia  svignarsela alla chetichella e in tutta sicurezza.
Varrone si agita, urla, vorrebbe  levare le insegne e  inseguire  subito  il nemico. Sembra, dice Livio, un soldato qualunque, non un console. Paolo predica prudenza, ma  si trova in minoranza. Ottiene, tuttavia,  che un suo ufficiale, Marco Statilio, alla testa di un drappello di cavalieri lucani vada a dare un’occhiata. Così, tanto per stare sul sicuro.  Statilio non tarda a rendersi conto che qualcosa non quadra. Gli oggetti preziosi sono stati lasciati bene in vista a bella posta, le tende sono  aperte perché  chi passa possa  vederne l’interno, i fuochi non sono stati accesi dappertutto, ma solo  nella zona più vicina al nemico. Statilio   torna e riferisce.
Non appena  i legionari sentono parlare di oggetti preziosi e di bottino, anziché preoccuparsi di una possibile imboscata,  si agitano e vogliono muoversi. Da  soli, se nessuno vorrà  comandarli. Un comandante, tuttavia, lo trovano subito. Chi? Non c’è bisogno di dirlo: Varrone in persona. La trappola preparata da  Annibale, dunque,   è  sul punto di scattare.

Per fortuna dei Romani, a togliere le castagne dal fuoco, ci pensano alcuni pennuti inappetenti.  Con le legioni, infatti, viaggiavano sempre dei comuni polli da cortile, resi, per l’occasione, sacri.   Prima di attaccare battaglia, si gettava loro del  becchime: se avessero mangiato di buona voglia, allora si sarebbe vinto;  in caso contrario, meglio soprassedere e aspettare tempi migliori.
Paolo manda a dire a Varrone  che i polli sacri,  quel giorno, non ne avevano  voluto sapere di mangiare. E’ come se gli stesse dicendo  “ Dammi retta,  collega, ascolta almeno gli dei : ferma tutto e  aspetta” .  Varrone   sarà anche impulsivo, testardo e, stando a  Livio,  anche ottuso, ma non è sacrilego. E, soprattutto, ha buona memoria. Flaminio non era stato forse  sconfitto al Trasimeno- almeno così si diceva-  per non aver tenuto nella giusta considerazione gli dei? E che dire di Claudio Pulcro? Durante la prima guerra contro i Cartaginesi non aveva forse attaccato battaglia, nonostante i polli si fossero rifiutati di beccare le granaglie? Li aveva scaraventati in acqua, dicendo: “ Non  vogliono mangiare? Che bevano, allora!” E come era andata a finire quella storia? Nell’unico modo possibile: Claudio le aveva buscate e buscate di brutto.
Con gli dei non si scherza, insomma. Varrone è colto da scrupoli e si rimangia la parola. Contrordine, soldati : si resta nell’accampamento. Bella figura davvero, dice il nostro Tito Livio. E che razza di comandante ci è toccato! Prima impartisce un ordine  e, poi, subito dopo, lo annulla; prima smania e urla  e poi , subito dopo, assume l’atteggiamento contrario.  I soldati le colgono queste cose, eccome se le colgono. Se vuoi perdere autorevolezza con i tuoi sottoposti, sembra dire Livio, comportati come Varrone.

I legionari , comunque,  non ne vogliono sapere di restare nell’accampamento. Ma come- pensano-   abbiamo la possibilità di arraffare, senza colpo ferire, un ricco bottino  e dobbiamo starcene qui, rintanati  e del tutto inattivi?   Rumoreggiano di nuovo e , di nuovo,  la situazione si fa critica. Ma è destino che quel giorno gli dei abbiano scelto di stare con i  Romani. Certamente per differirne la rovina, visto che  gli dei, come è stato scritto da Tacito,  provano gusto a prendersi gioco degli esseri umani. Nel campo romano arrivano  due schiavi fuggiaschi. Catturati  tempo prima dai Cartaginesi e trascinati in giro per mezza Italia, approfittando della confusione sono riusciti fortunosamente  a svignarsela dal campo di Annibale. Le loro parole tagliano la testa al toro: quella di Annibale è tutta una finta:  se le legioni avanzeranno, è pronto   un secondo Trasimeno.
I consoli  sono costretti a fermarsi.  E fermandosi,  mandano a carte quarantotto il piano cartaginese e , paradossalmente- massimo risultato con il minimo sforzo-   rimettono Annibale nei guai.   Come farà, ora, a nutrire i suoi uomini? Come li pagherà? Come arresterà il malcontento e la voglia di defezionare di alcuni dei suoi?  Sentite che cosa scrive  Livio: Annibale, visto andare in fumo il suo piano,  non ne può più ,  è  giù di corda,  è  sul punto di  cedere e accarezza, come già aveva fatto qualche  tempo prima,  l’idea di tornarsene in Gallia in attesa di tempi migliori.

Verso Canne.

I tempi- e le condizioni- migliori Annibale, invece,  non  se li va a cercare in Gallia, ma molto  più a sud, in  quelle parti dell’Apulia dove il  clima è mite, il grano matura prima  e i magazzini sono pieni. Vuole mettere un po’ di strada fra lui e il nemico e, così, ancora una volta , nottetempo,  fa ravvivare  i fuochi e se la svigna alla chetichella. Ne è certo:  scottati dalla precedente esperienza ( quella, per intenderci,  rivelata in tutta la sua pericolosità , dai polli prima, dagli schiavi fuggiaschi, poi),  i Romani  si sarebbero chiesti se anche quella  messinscena non fosse tutto un inganno per attirarli in  un’ennesima trappola e ci sarebbero andati coi piedi di piombo, regalandogli un po’ di respiro.
Non si sbaglia.  Statilio  viene mandato di nuovo   in avanscoperta e ancora una volta fa un buon lavoro. Questa volta, però, non ci sono inganni: Annibale se n’é andato sul serio. L’ha visto egli stesso,  da lontano, alla testa dell’esercito in marcia.
Scappa, pensano Varrone e la maggior parte degli ufficiali superiori, si è reso conto di quanto siamo forti, ci teme, è debole. Bisogna stargli dietro e non dargli tregua. Paolo Emilio, invece,  predica calma e prudenza, ma la sua è la voce di chi predica  nel deserto. Paolo non è un vigliacco o un attendista a tutti i costi: vuole combattere, ma senza regalare vantaggi ad Annibale .  Lo ascoltano in pochi. Servilio Gemino,  ex  collega di Flaminio,  è uno di questi. Servilio, per averlo constatato di persona, sa di che lana va vestito Annibale.  Quello è una vecchia volpe, dalle mille risorse  e dalle mille insidie, dice. Se gli diamo un vantaggio, anche minimo,  siamo perduti. Andiamoci piano, stiamo attenti, non facciamoci prendere dalla fretta, osserviamo, valutiamo e aspettiamo. Il tempo è il nostro migliore alleato.
Niente da fare, a spuntarla è Varrone. Così, “ sotto l’incalzare del destino”( urgente fato) ,  le magnifiche legioni di Roma,  si mettono in marcia  “ per rendere Canne famosa” con il  loro sangue ( “ ad nobilitandas  clade Romana Cannas) .

A Canne.

L’attesa.

Annibale si sistema, dunque,  nei pressi di Canne e  si mette in favore di vento. Un vento- il Volturno, lo chiama Livio – particolarmente fastidioso perché, di solito, solleva e  porta con sé nubi di polvere dai campi riarsi. I consoli non tardano a raggiungere il Cartaginese e, ancora una volta, come avevano fatto nei pressi di Larino,  fanno costruire due accampamenti fortificati: anche qui, il primo è più piccolo, il secondo più grande. Il fiume Ofanto ( Aufidus) , scorre nei pressi  e così i Romani non hanno problemi a rifornirsi d’acqua. Rispetto a quello grande,  il campo più piccolo è posto sull’altra riva  dell’Ofanto.
Annibale  capisce  che butta bene: quel  luogo  è adatto alla cavalleria e la sua è imbattibile. E lo sterminato esercito romano? Ci scherza su. Quando un suo ufficiale, un certo Giscone , alla vista del nemico, si meraviglia e  sembra farsela sotto davanti a tanta potenza, se ne esce con una battuta. “ Sai che cosa desta meraviglia ? Il fatto che là, in quel campo, non c’è nessuno che si chiami  Giscone come te ”. Chi lo sente ride. La battuta corre di bocca in bocca e i suoi soldati, prima un po’ giù di corda, nel vedere il loro comandante così sereno e di buonumore  si rinfrancano. Annibale passa dalle battute ai fatti e provoca   i Romani , schierando il suo esercito in formazione di battaglia  e mandando avanti Maarbale e i suoi imprendibili Numidi.

Nel campo romano c’è tensione: i due consoli, tanto per cambiare,  sono in disaccordo. Varrone vuole accettare battaglia, Paolo non ne vuole sapere( non lì e non ora, almeno) e ricorda la temerarietà di Flaminio, costata cara alle armi romane. L’altro ribatte indicando Quinto Fabio Massimo come esempio di fiacchezza e di  codardia. “  E’ forse colpa mia se Annibale è padrone di mezza Italia, visto che nessuno ha avuto e ha  il fegato di  affrontarlo una volta per tutte? E’ colpa mia se i soldati hanno voglia di combattere e qualcuno, con il  suo atteggiamento troppo prudente , rende spuntate   le  loro armi e inutile  il loro coraggio?”, urla Varrone. Paolo Ribatte : “ Sarà mia forse la colpa se le legioni saranno distrutte in una battaglia  sconsiderata? No di certo, ma io so qual è il mio dovere e , se si dovesse dare battaglia, non mi tirerò indietro, anche a costo della vita.  Vogliano  gli dei che in combattimento, le spade siano più svelte  delle lingue che, con tanta forza, ora  sostengono la necessità di battersi!”.
Nel campo romano, il giorno   si consuma dunque in discussioni più che in decisioni. Annibale, invece, pensa all’azione e cambia tattica. Visto che i Romani, davanti alle sue provocazioni,  fanno i pesci in barile , scioglie lo schieramento e  manda la di là dell’Ofanto  un drappello di  Numidi a dar fastidio ai  nemici intenti a fare provvista d’acqua. La sortita ha successo, i Romani battono in ritirata  e i Numidi, non paghi, attaccano un posto di guardia, proprio davanti al vallo. Questo no, questo non possiamo accettarlo! Cavalieri barbari- poco numerosi  per giunta-  fanno quello che vogliono, ci prendono per i fondelli e minacciano  il nostro accampamento!  Varrone pretende il comando, ma  Paolo- era il suo turno- non ne vuole sapere . E non si muove.

La battaglia.

Ma il giorno successivo tocca a  Varrone. Al primo sorgere dell’alba,  vengono alzate le insegne e ci si prepara a combattere. Consultare Paolo? A che pro? Per sentirsi ripetere nuovi inviti alla cautela e alla prudenza?  Non ne vale la pena.
Il grosso dell’esercito romano passa così  l’Ofanto e si porta sull’altra  riva ( la destra?). C’è anche Paolo Emilio, naturalmente: non condivide la scelta del  collega, ma non può, per questo, tradire se stesso e la  propria lealtà alle  istituzioni di Roma . Al di là del fiume, le forze romane provenienti dai due accampamenti  si ricongiungono e, a questo punto, l’esercito si schiera in ordine di battaglia.  L’ala  destra dello schieramento, quella più vicina al fiume, è  assegnata ai cavalieri romani, l’ala sinistra ai   cavalieri italici, il centro alle legioni, precedute dai  lanciatori di giavellotto. Varrone comanda l’ala sinistra, Paolo Emilio  la destra,  Servilio il centro.

Annibale schiera   davanti al nemico i suoi cinquantamila  uomini ( quarantamila fanti  e diecimila cavalieri, secondo  Livio, più probabilmente, meno di quarantamila). Davanti ci sono  i frombolieri delle Baleari e i soldati armati alla leggera, poi il   grosso  dell’esercito.  I  cavalieri galli e ispanici si posizionano  all’ala sinistra  dello schieramento, di fronte all’ala destra romana; i  Numidi  prendono posto, con compiti di contenimento,  all’ala destra( in faccia  all’ala sinistra  dei romani e, quindi, a Varrone); al centro viene  schierata la fanteria,  composta da mercenari   galli e  ispanici, affiancata , senza soluzione di continuità e da entrambi i lati , da reparti di veterani  cartaginesi.  L’ala sinistra è comandata da Asdrubale, l’ala destra da Maarbale, il centro dallo stesso Annibale e dal  fratello Magone.  Il campo sembra occupato da un unico esercito: i cartaginesi, con indosso le  armature  tolte ai nemici sconfitti nelle battaglie precedenti, potrebbero essere scambiati per soldati  romani.
C’è chi è diverso, però. I Galli,  nudi dalla cintola in su, alti da far paura, brandiscono minacciosi le loro lunghe spade da taglio senza punta; gli Ispanici, vestiti di candide tuniche di lino orlate di porpora, impugnano le loro, corte e affilatissime. Nessuno dei due contendenti ha il sole negli occhi, ma il vento, il fastidioso e impetuoso Volturno, manda verso i Romani nugoli di polvere. I  legionari ne sono disturbati e ci vedono male.

Quel che successe è noto. La battaglia di Canne  è stata studiata e ristudiata, imitata e ammirata, descritta e raccontata, ricostruita infinite volte  e sezionata, infinite volte, nei particolari. Si è discusso e  forse si discute ancora  su quale riva dell’Ofanto ( o del Fortore…) - la destra o la sinistra- essa sia stata combattuta ; si è discusso e forse  si discute ancora  sul giorno in cui essa fu combattuta ( il 2 agosto? In giugno?) , sul numero dei caduti, sulla consistenza dei rispettivi eserciti. Insomma, quella battaglia non finì nella pianura di Canne in quel lontano 216 a.c.
Né rimase soltanto argomento per studiosi.  Quando, alla vigilia della prima guerra mondiale, il conte Alfred von Schlieffen, capo di stato maggiore dell’esercito imperiale tedesco,  preparò il suo piano di invasione della Francia pensò – ispirandosi alla battaglia di Canne-   a una manovra di accerchiamento realizzata  su vasta scala;  a Stalingrado, nel ’42, Zukov e  Vassilievskij si vantarono di aver riproposto, ai danni della Sesta armata di Paulus, la manovra di Annibale; ancora oggi, in quasi tutte le accademie militari del mondo, la battaglia di Canne  è materia di studio.
Canne ha fatto scuola, dunque. E, magari, continuerà a fare scuola chissà  per quanto tempo ancora.  Molti ne hanno scritto, antichi e moderni. Il professor Giovanni Brizzi su Annibale sa tutto e forse anche qualcosa di più; Tito Livio, Polibio ,  Plutarco, Diodoro Siculo hanno detto la loro tanto tempo fa e non hanno ancora smesso di dirci qualcosa; Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, un paio d’anni fa  ha inseguito per l’intera Penisola  l’ombra di Annibale. Leggete quello che hanno scritto, ne vale la pena.

Gli schieramenti iniziali. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

 Riportiamoci a Canne. Annibale, al centro,  schiera la sua fanteria  ad arco convesso( a mezzaluna, dice Polibio),  cioè con una “ gobba”  sporgente  verso il nemico. I suoi fanti  migliori, i veterani  africani,  non li mette, come abbiamo visto,  in mezzo alla gobba , ma ai lati , in posizione  arretrata.  I Romani avanzano e premono sul centro. Lì  si trovano Annibale e Magone , lì  si trova , secondo loro, il punto debole del nemico. I Galli seminudi  e gli Ispanici  dalle  candide  tuniche  subiscono l’urto e arretrano. Lentamente , però e  senza scompaginarsi. A mano a mano che il centro cartaginese arretra,  l’arco iniziale( la “ mezzaluna”)  da convesso diventa  concavo. I Romani  continuando a premere al centro, si spingono in profondità venendo a contatto  con i veterani africani  posizionati, come abbiamo visto, ai lati  dei Galli e della fanteria iberica.   E , a questo punto, scatta la trappola . Gli Africani  operano una conversione verso il centro, portandosi  prima sui fianchi, poi alle spalle dei Romani.  La cavalleria   cartaginese- vittoriosa sulle ali-  completa l’opera,  chiudendo il cerchio.

Un doppio, magistrale accerchiamento: ecco,  in estrema sintesi,  quel che successe a Canne il  2 agosto  del 216 a.c. Sopraffatti dalla loro stessa calca( molti morirono soffocati) , i legionari  non furono in grado di reagire, di muoversi dentro quel cerchio mortale – sottile, ma sempre più stretto-  e furono annientati.

A ciascuno il suo.

E i due consoli?Lucio Paolo Emilio comanda , come abbiamo visto, l’ala destra dello schieramento romano. Non è fortunato. Colpito quasi subito  da un proiettile di fionda, viene ferito seriamente. In più, lì dove sono schierati i suoi, c’è poco spazio per manovrare e i cavalieri combattono praticamente da fermi. Benché ferito,  Lucio Paolo Emilio non  si tira indietro. A un certo punto, tuttavia commette un errore fatale: fa smontare i suoi  e, così facendo,  li consegna su un piatto d’argento ai nemici. A nulla valgono il coraggio e  la determinazione dei legionari, a nulla l’incitamento e l’esempio di Paolo: la cavalleria cartaginese li spazza via.” E’ come se me li avessero consegnati legati mani e piedi”, commenterà Annibale.
Chi è in grado di farlo, si mette alla disperata ricerca di una cavalcatura per togliersi alla svelta  da quell’inferno. Pochi ci riescono e, fra questi, il tribuno militare Lentulo. Il tribuno salta in  groppa all’animale e , mentre cerca di allontanarsi, vede il console. E’ accasciato  sopra un sasso, solo, coperto di sangue. Gli si avvicina e gli offre il cavallo. Paolo rifiuta. Non pensa a  se stesso, pensa a Roma: “ Vattene di qui alla svelta, tu che puoi ancora farlo. Va’ a Roma, avverti i senatori che facciano rafforzare le difese dell’Urbe  prima dell’arrivo di Annibale. Cerca Quinto Fabio Massimo e digli che Lucio Paolo è vissuto e muore memore dei suoi insegnamenti”. E poi aggiunge: “ Per parte mia, preferisco morire oggi, qui, insieme a tanti valorosi soldati mandati inutilmente al macello. Eviterò, così, di essere accusato  di aver pensato a me stesso e non a loro o, peggio, non sarò costretto ad  accusare un collega per affermare la mia innocenza”. Queste nobili parole precedono di poco la fine.  Arriva un drappello di Cartaginesi: i soldati non riconoscono il console e lo finiscono . Lentulo vorrebbe intervenire in sua difesa, ma il  cavallo, spaventato, gli prende la mano e  lo trascina altrove.

E Varrone? Non si hanno sue notizie durante la battaglia. A un certo punto lo vediamo arrivare, sano e salvo, a Venosa  in compagnia di cinquanta cavalieri. Livio  nel raccontarci l’episodio è perfido. Doppiamente perfido. Il console, scrive, si è tenuto alla larga dagli  altri fuggitivi, evitando di attirare l’attenzione del nemico:  per caso ( forte) o per calcolo deliberato( consilio)? E rincara la dose: a Canne appena cinquanta seguirono il console che fuggiva, gli altri, tutti gli altri,  furono con il console che moriva.( Ad  Cannas fugientem consulem  vix quinquaginta secuti sunt, alterius morientis prope totus exercitus fuit ). Ci si mette anche Polibio: due righe e un aggettivo bastano a definire Varrone: ignobile. E Paolo? Basta leggere  la sua esortazione alle truppe- nobile ed elevata-  per capire la differenza fra i due.
Dunque, due uomini- e con essi due mondi-  a confronto. Uno, Paolo, è nobile e fiero, l’altro, Varrone,  arruffapopolo e sconsiderato; uno è coraggioso e leale, l’altro vile e sfuggente  ; uno pensa alla patria, l’altro a se stesso; uno sacrifica la propria vita , l’altro la salva in maniera poco chiara; uno personifica la virtus romana , l’altro il suo contrario. Di certo, se volevano dare addosso a qualcuno , Livio e Polibio  non potevano essere più espliciti.

Canne dopo Canne.

Campo di battaglia, il giorno dopo.

Il campo di battaglia offre uno spettacolo terribile. Dappertutto ci sono morti e moribondi, uomini sfigurati  da tremende ferite, soldati  con i femori spezzati  e i  tendini recisi , cavalli agonizzanti. Lì, secondo Livio, giacciono, privi di vita, quarantottomila legionari  romani ( settantamila, secondo Polibio).  E tanti personaggi illustri: i due questori dei consoli, ventinove tribuni militari- molti dei quali ex consoli o ex pretori-  ottanta senatori, il console Servilio e  l’ex  magister equitum di Fabio Massimo,  Minucio Rufo.
Fra tutti quei morti, c’è un Numida ancora  vivo. Respira  a fatica. Ha le orecchie e il naso mozzati. Sopra di lui giace un soldato romano privo di vita: prima di spirare , quel soldato romano,  rimasto senza le armi, ha cercato di ucciderlo a morsi!
Dopo una battaglia persa, non c’è niente di più terribile di una battaglia vinta.

Campo di Annibale, la sera del trionfo.

Nel campo di Annibale, l’euforia è alle stelle. “Ora!” esclama  Maarbale “ Ora! Mandami avanti, ti spianerò la strada per Roma. Fra qualche giorno potrai cenare sul Campidoglio”. Calma, risponde Annibale, calma. Non è ancora il  momento. “E’ vero”, commenta Maarbale, deluso “  Gli dei non concedono mai tutto a un’unica persona: tu sai vincere , Annibale, ma non sai approfittare della vittoria”.
Frase famosa , quasi quanto quella del duca di Wellington, dopo Waterloo, sulla battaglia vinta.  Ma perché Annibale, dopo Canne, non puntò dritto su Roma? E’ stato scritto: perché Roma era imprendibile, difesa com’era da solide mura( vero) ; perché avrebbe potuto  mobilitare  alla svelta  altre  legioni( vero) ;  perché i Cartaginesi non avevano né i mezzi né le possibilità per condurre, con speranza di successo,  un assedio prolungato ( vero). E’ stato anche scritto : Annibale non puntò su Roma, perché il suo scopo non era la distruzione  della città eterna, ma il riconoscimento delle richieste  cartaginesi. Insomma, il ripristino dello status quo ante: libertà di navigazione e di commercio, riconoscimento dell’influenza punica su determinate zone.
E, in effetti, dopo aver inviato  il fratello Magone a Cartagine  con un moggio di anelli presi ai caduti romani a Canne  ( e Magone li rovescerà  davanti ai senatori  esterrefatti…. ), Annibale prova  a sondare il terreno.  Stabilisce il prezzo del riscatto dei prigionieri e ne manda alcuni a Roma. “ Ascoltatemi bene” dice loro”  Cartagine non vuole nient’altro che il  riconoscimento dei propri diritti”. Insomma, fa capire di essere disposto a trattare.

Accampamenti  romani, la sera della sconfitta.

Negli accampamenti romani  hanno trovato rifugio pochi soldati sfiduciati,  molti  senza armi,  tutti  senza ordini. Uniamo le forze, mandano a dire dal campo più grande, raggiungeteci e, insieme, cercheremo di arrivare a Canosa. I destinatari del messaggio- i soldati del campo più piccolo- hanno paura, non vogliono uscire. Lì, tutt’intorno a loro, ci sono solo nemici. Venite voi da noi, se proprio ci tenete, rispondono.
“E voi sareste soldati romani ?Voi che, per paura di battervi,  preferite cadere nelle mani del nemico ed essere da lui umiliati una volta di più? Avete dimenticato il  console Paolo? Ha  scelto una morte da valoroso, preferendola alla vergogna. Avete dimenticato i vostri commilitoni, caduti da eroi sul campo? Siete ancora legionari romani, per Giove! Prendete  le armi e  seguitemi. Ce la faremo”.
Chi parla è Sempronio Tauditano, tribuno militare, scampato al massacro  e riparato nel campo più piccolo. Alcuni  si lasciano convincere, impugnano le armi , compiono una sortita. Il nemico non se l’aspetta ed è colto di sorpresa. Quando si riorganizza, è tardi: Tauditano e i suoi  sono ormai lontani e ce la fanno ad arrivare a Canosa. Dove, nel frattempo, si sono radunati  anche altri soldati (  quattromila circa ), usciti dal campo più grande.
Chi non se ne va – o perché non ha il coraggio di andarsene o  perché privo di forze- non ha scampo. Il giorno dopo Annibale arriva e, quasi senza colpo ferire, si impadronisce dei due accampamenti e di un ricco bottino.

Roma, i giorni seguenti la battaglia.

Roma è come se stesse vivendo un incubo : nessuno ce l’ha fatta, dicono le notizie, le legioni sono state annientate. Annibale non tarderà a presentarsi davanti alle nostre mura. Peggio che all’Allia: allora, sotto la pressione dei Galli, l’esercito se l’era squagliata, ma almeno era riuscito a mantenersi ( quasi) integro; dopo Canne , l’esercito non esiste più.
Si consultano, come in tutte le situazioni di estremo pericolo,  i Libri Sibillini. E, subito dopo , si passa all’ azione. Prima si pensa agli dei:  due coppie di giovani, una greca , l’altra gallica , vengono sepolte vive per placarne l’ira. Poi si cerca  di fare il possibile sul piano militare e su quello dell’ordine pubblico: si rinforzano le difese, si arruolano anche gli schiavi, si tiene a bada la folla , si impone una sorta di lutto cittadino,  anche per evitare disordini.  Arriva una lettera di Varrone: è a Canosa ,  intento a raccogliere e a riorganizzare i superstiti. Alle porte di Roma,  ad portas, dove la paura lo materializza a ogni ora del giorno,  di Annibale   nemmeno l’ombra.
Arrivano, invece, i prigionieri di Canne, inviati da Annibale per discutere il riscatto. Vengono ascoltati, ma, nonostante in Senato ci siano pareri discordi, l’offerta viene respinta. Perché non avete fatto come Sempronio Tauditano? Perché non vi siete uniti a lui? Il vostro non è un comportamento degno di un romano. E via di questo passo. Il senato non intende riscattare alcun prigioniero, perché, se lo facesse, riconoscerebbe la vittoria di Annibale, frutto dell’inganno e del  disprezzo delle regole.
Ora è  chiaro: Roma non può  e non vuole  trattare. Brutto guaio, per Annibale.

Canosa, prima dell’arrivo del console Varrone.

C’è una gara di solidarietà per aiutare i legionari scampati al massacro. A Canosa, una nobile matrona, di nome Busa, paga di tasca propria  cibo e indumenti  per gli scampati; a Venosa , la popolazione  si adopera per alleviare le sofferenze degli sconfitti. I reduci di Canne vengono rifocillati, rivestiti, alloggiati.
Qualcuno però,  a Canosa, pensa di tagliare la corda.  Un giovane tribuno militare, Publio Cornelio Scipione,  non appena lo viene a sapere, si precipita nella tenda dove molti giovani di nobile famiglia parlano di andarsene per mare a chiedere asilo- chissà dove-  a qualche re amico dei Romani.  Sguaina la spada: “ Di qui, non si muove nessuno” intima “ Non me ne andrò io, non ve ne andrete voi. Nessuno, a cominciare da me, dovrà abbandonare Roma nel momento del  pericolo. E questo giuro, qui, davanti agli dei. Chi non mi seguirà nel giuramento , sappia che questa spada sarà usata contro di lui.”
Nessuno fiata, nessuno pensa più di andarsene. Qualche anno dopo,  quel giovane tribuno si fregerà dell’appellativo di “ Africano”.

Epilogo.

I legionari scampati al massacro di Canne, portarono per  sempre il marchio dell’infamia . Conosciuti con l’appellativo  di  legiones cannenses, furono spediti in Sicilia con compiti non operativi e colà rimasero,  quasi dimenticati,  per tutta la durata della guerra.
Il console Varrone, il principale responsabile del disastro di Canne secondo Livio, fu accolto benevolmente  al suo ritorno a  Roma e gli furono rese grazie  “perché non aveva perso le speranze nella salvezza   dello stato”( Quod de re publica non desperasset).

Annibale, dopo Canne, vagò, facendo proseliti, un po’ qui  e un po’ là nell’Italia meridionale e puntò alla fine su Capua, con l’intento di farne un’anti – Roma. Non ci  riuscì.
Si dice  che una volta, quasi in incognito, avesse  raggiunto Roma e , per rabbia  o per scherno,  avesse  lanciato oltre le mura un giavellotto con la punta infuocata.
Se davvero andò così, quella  fu  l’unica arma cartaginese a conficcarsi sul suolo dell’Urbe.

Da leggere:

Massimo Bocchiola, Marco Sartori, Canne : descrizione di una battaglia,  Mondadori, 2008
Giovanni Brizzi , Annibale : come un’autobiografia, Rusconi, 1994.
Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario : gli eserciti nel mondo classico. Il Mulino, 2002
Giovanni Brizzi, Scipione e Annibale : la guerra per salvare Roma, Laterza, 2009
Cornelio Nepote,  Vite scelte: Milziade, Aristide, Annibale, Catone, Attico, Signorelli
Gaetano De Sanctis, L’ età delle guerre puniche, La Nuova Italia, 1970
David Anthony Durham, Annibale,  Piemme, 2006.
Gustav Faber, Sulle orme di Annibale, Garzanti, 1988.
Gianni Granzotto, Annibale,  Arnoldo Mondadori, 1991.
Tito Livio, Storia di Roma , Mondadori, 2007
Polibio, Le Storie, Mondadori, 1955
Paolo Rumiz, Annibale : un viaggio, Feltrinelli, 2008.

Su questo sito puoi leggere anche:

Il sangue e la nebbia 217 a.c.: Lago Trasimeno: le legioni del console Flaminio nella trappola di Annibale.
Leggi l’articolo

Supermarius. Il crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
Leggi l’articolo

L’equivoco. Si va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
Leggi l’articolo

 Le cartine sono tratte da Wikipedia.

Guarda il filmato( tratto dalla nota trasmissione televisiva  Ulisse, il piacere della scoperta). Ricorda: Annibale a Canne non aveva più elefanti: l’ultimo, il ” valoroso” ( definizione di Plinio il Vecchio)  Surus,  era morto l’anno prima.