Il falcone maltese

 Prologo

Quando la  nave fu raddrizzata, la prima a schizzare fuori squittendo fu la mascotte, una scimmietta. Poi fu trovato il comandante. Era ancora vivo. Immerso nell’acqua fino al collo, aveva respirato per ore l’aria di una bolla formatasi all’interno dello scafo. Nessun altro era sopravvissuto. Un tifone scatenatosi all’improvviso aveva capovolto quattro vascelli alla fonda nel porto di Malta. Mathurin Romegas ( così si chiamava quel comandante) se la cavò con un grande spavento, ma restò segnato da quell’esperienza. Le sue mani tremavano quando alzavano un bicchiere, ritornavano ferme quando stringevano l’elsa della spada.
E qualche anno più tardi, nel 1565, quella spada attirò un altro spaventoso tifone su Malta.

“Corsari che esibiscono croci”.

L’isola di Malta è piccola, rocciosa, spoglia e battuta dal vento. L’acqua scarseggia, il sole brucia. Ma è situata in una posizione strategica fondamentale per il controllo del Mediterraneo. Oggi come allora. Nel 1530, anno della sua incoronazione, l’imperatore Carlo V l’aveva affidata ai Cavalieri di San Giovanni in cambio del dono annuale di un falcone. L’isola aveva uno splendido porto- chiamato Porto Grande-  nel quale si protendevano le due piccole penisole di Birgu e di Senglea. Una terza penisola, Sceberass, le sovrastava entrambe. Inalberando una croce bianca in campo rosso, da questo porto partivano e tornavano navi agili e veloci. Partivano vuote, tornavano con le stive traboccanti di stoffe, di oro, di armi, di oggetti preziosi, di donne e di uomini. Tutti rigorosamente razziati. I Cavalieri, infatti, praticavano la guerra da corsa. In nome di Cristo e per Sua maggiore gloria, naturalmente. Non a caso la confraternita si autodefiniva la Sacra Religione o, più semplicemente, la Religione.
La loro flotta era minuscola per quel mare e per quei tempi. Scompariva di fronte all’imponente flotta del sultano, alle agili flottiglie dei corsari barbareschi o alle navi dai rostri dorati della Serenissima. Ma i Cavalieri erano come posseduti dalla propria missione. La religione nel nome della quale si battevano ne moltiplicava le forze e ne aumentava l’ardimento. Quando nel 1557 Jan Parisot de La Valette fu nominato Gran Maestro dell’Ordine, le uscite in mare si intensificarono. Romegas, il Cavaliere dalle mani tremanti, divenne l’uomo più pericoloso e spietato. Le donne musulmane ne evocavano l’arrivo quando volevano mandare a letto i figli piccoli. Per i bambini delle  coste dell’Anatolia e della Grecia ottomana di allora,  Romegas era l’equivalente del lupo cattivo o dell’uomo nero dei nostri giorni.
Da buoni corsari, i Cavalieri non andavano tanto per il sottile e le loro scorrerie davano fastidio a molti. Il sultano li considerava mortali nemici; Venezia  concorrenti pericolosi se non proprio una minaccia per  i delicati equilibri economici stabiliti nel Mediterraneo da secoli di trattative e di bustarelle. Per la Serenissima, la religione era solo un pretesto: per lei, i Cavalieri erano e restavano “ corsari che esibiscono croci”. Quando nel 1522 i Cavalieri  furono cacciati da Rodi da Solimano in persona, Venezia non mosse un dito. Anzi, senza darlo troppo a vedere se ne rallegrò.
Per il sultano Malta era una spina nel fianco; per i corsari barbareschi un “nido di vipere”; per entrambi un obiettivo irrinunciabile. Ci avevano provato e riprovato, ma sempre invano. Dragut, uno dei corsari più temibili, abili e crudeli, aveva fatto fiasco più di una volta, anche se aveva lasciato dietro di sé rovine e cadaveri. Una volta aveva deportato addirittura l’intera popolazione di Gozo. In quel “nido di vipere”, Dragut aveva perduto un fratello. Ora, a distanza di anni, tornava per saldare i conti.

Il galeone della discordia.

Nella prima metà degli anni Sessanta, contrariamente al solito, il Mediterraneo era rimasto relativamente calmo. Le voci dell’uscita di poderose flotte ottomane erano state regolarmente smentite dai fatti; mesi interi erano trascorsi senza che fosse stata avvistata una vela o udito un colpo di cannone. Quando arrivava la primavera e le voci si infittivano, la Cristianità correva ai ripari. Filippo II  allertava i forti spagnoli del Nordafrica e intensificava la costruzione di galee; il papa tuonava contro il pericolo turco. Tutto  si risolveva in una bolla di sapone: la guerra, quella guerra, era diventata  una guerra di voci e di smentite, di terrori e di sospiri di sollievo, di allarmi e di cessati allarmi. In altre parole, quella guerra era diventata una guerra fasulla.
Poi a Istanbul qualcosa cominciò a muoversi.
Tutto ebbe inizio con la cattura di un galeone e di una vecchia di centosette anni ad opera del lupo cattivo Romegas. La cattura del galeone  fece infuriare l’harem del sultano; la cattura dell’anziana donna ferì profondamente la figlia di Solimano, Mihrimah. Il galeone viaggiava per conto del capo degli eunuchi  e trasportava ogni ben di dio per le favorite dell’harem; la vecchia ultracentenaria, ex nutrice di Mihrimah, era imbarcata su una nave di ritorno da un pellegrinaggio alla Mecca, affondata da Romegas a colpi di cannone lungo le coste anatoliche. Il galeone fu ancorato nel porto di Malta  a mo’di sfida e dileggio; per la vecchia balia fu chiesto un riscatto. Indignate, le favorite dell’harem si lamentarono con il loro signore e padrone; addolorata, Mihrimah ricordò al padre la sua funzione di difensore della fede e di custode dei luoghi sacri: Solimano si sentì umiliato   nel suo duplice ruolo di spada dell’Islam e di difensore dei veri credenti.
Il sultano era vecchio e provato. A Venezia, a Roma, a Madrid era dato per morto un giorno sì e l’altro pure. Le difficoltà economiche, le carestie, le ostilità con la Persia,  le pestilenze, gli intrighi di corte, la rivalità dei propri visir, le guerre, i successi e gli insuccessi, la morte dell’adorata  moglie Roxelane-Hurren sposata per amore, l’esecuzione del figlio preferito Mustafà implicato in una congiura di palazzo , l’assassinio dell’altro figlio Benayez   con l’intera famiglia, lo avevano segnato nel fisico e nello spirito. Mangiava poco, beveva solo acqua, assisteva alle riunioni del divan( una specie di Consiglio dei ministri) da dietro una grata, nutriva scarsa fiducia in Selim, l’unico figlio maschio rimastogli. Ma non aveva rinunciato a Roma.
E Malta era la chiave di Roma.

Il rivellino d’Europa.

Jan Parisot de La Valette, da it.wikipedia.org/wiki/

A Malta, il capitano generale del mare nominato da Filippo II, l’esperto  don Garcia de Toledo, osservava il porto  dall’alto di Sceberras. Era una bella giornata di aprile, tersa e ventosa. Con lui, avvolto nella rossa sopravveste dei Cavalieri, c’era il settantenne Gran Maestro dell’Ordine, Jan Parisot de La Valette. Quarantatré  anni prima, dopo essersi coperto d’onore, aveva lasciato Rodi ( leggi) insieme  ai superstiti di quell’eroica resistenza. Messo alle strette dallo stallo venutosi a creare sul campo e incalzato dall’inverno imminente, Solimano aveva offerto condizioni di resa onorevoli. Il Gran Maestro di allora, Philippe Villiers de l’Isle-Adam, le aveva accettate, i vessilli dei Cavalieri erano stati ripiegati e le loro navi avevano lasciato l’isola per non farvi più ritorno. Per La Valette accettare le condizioni di Solimano era stato un errore. Continuava a pensarla così.
Da Istanbul erano giunte informazioni poco rassicuranti, stava dicendo don Garcia. Per tutto l’inverno i cantieri navali avevano lavorato a pieno ritmo; operai specializzati- fabbri, carpentieri, calafati- erano stati reclutati in tutte le zone dell’impero e portati nella capitale; erano stati immagazzinati viveri, fusi cannoni, fabbricata polvere da sparo, arruolati rematori; due importanti generali- Piale Pasha e Alì Mustafà – erano stati visti a palazzo. Tanto movimento e tante manovre solo per alimentare voci di un’uscita della flotta? Tanto impiego di denaro e di manodopera soltanto per scrivere un’altra puntata della guerra fasulla? No, questa volta c’era qualcosa di grosso in ballo. E, puntualmente, alla fine di marzo, la flotta aveva lasciato il Corno d’Oro. La guerra aveva smesso di essere fasulla: a chi sarebbe toccato?
Don Garcia non lo sapeva: forse la Goletta, forse la Sicilia, forse Cipro. Raccoglieva una flotta – o, meglio, cercava di farlo fra mille difficoltà- per essere pronto a parare il colpo. Mancavano soldi, mancava tempo, mancavano navi, mancavano disposizioni precise, forse mancava anche una ferma volontà di impegnarsi. Abbondavano solo le rivalità, le diffidenze e le cautele. Il Prudente Filippo tergiversava, mandava dispacci a destra e a manca e attendeva risposte, quando il suo augusto padre, l’imperatore Carlo – che Dio l’abbia in gloria- prima agiva , poi chiedeva consiglio.
Don Garcia era preoccupato, La Valette ancora di più. E se fosse toccato a Malta? Le fortificazioni non erano un granché; si sarebbero dovuti evacuare per tempo donne e bambini, creare scorte d’acqua e di viveri, riunire il bestiame, armare le guarnigioni. Il tempo incalzava. La Valette si lamentò per non aver fortificato Sceberras, come gli avevano consigliato alcuni ingegneri italiani: se l’avesse fatto avrebbe controllato agevolmente, in caso d’invasione, gli accessi al porto. Don Garcia non rispose e rivolse di nuovo lo sguardo verso il mare. Inutile piangere sul latte versato, si fa con quello che si ha. Poi indicò una piccola fortificazione  a forma di stella posta all’estremità di Sceberras, in grado di controllare sia il porto principale, sia la baia parallela di Marsamxett( Marsamuscetto). Quel forte, disse don Garcia, era la chiave dell’intero sistema difensivo. Era però necessario rinforzarlo sul lato occidentale con un rivellino, vale a dire con un contrafforte di sostegno staccato dal corpo principale.  Prima di andarsene, l’ammiraglio spagnolo chiese in prestito le galee dei Cavalieri per la sua costituenda flotta: La Valette, cortesemente, gliele rifiutò. In caso di invasione, sarebbero servite a Malta per trasportare rinforzi da un punto all’altro, per comunicare con l’esterno, per evacuare civili e feriti.
Che il forte di Sant’Elmo fosse importante lo avevano capito anche a Istanbul, dove da tempo si preparavano piani per invadere l’isola. Non erano stati lo sfogo di  Mihrimah o le lamentele dell’harem a convincere Solimano. Lui a quel progetto lavorava da sempre: le impudenti scorrerie di Romegas  avevano soltanto accelerato i tempi. Dietro Malta Solimano vedeva proiettarsi l’ombra di Roma e il sogno di tutti gli imperatori ottomani: un unico impero, un’unica religione, un unico Cesare. Fra lui e il suo sogno c’era una piccola isola petrosa e su quell’isola un forte -altrettanto piccolo-dedicato al patrono dei marinai. Poteva una minuscola e per di più incompleta fortificazione fermare i suoi sogni e le sue ambizioni?
La mise sul piano religioso: Malta, “covo di infedeli”, andava conquistata per rendere sicuri i viaggi verso la Mecca. I cronisti cristiani ribatteranno: altro che difendere i  luoghi sacri, voleva umiliare  Filippo e  la Cristianità. La chiave di lettura era un’altra: chi teneva Malta controllava l’intero Mediterraneo. Con l’isola nelle mani del sultano, osservò un funzionario spagnolo, saremmo tutti costretti a versargli un tributo. Ora più che mai Malta era diventata, per usare le parole di La Valette, “il rivellino d’Europa”.

Preparativi e presagi.

Quando il 18 maggio la flotta ottomana fu avvistata all’orizzonte, a Malta qualcosa era stato fatto. Le donne, i bambini, i vecchi erano stati evacuati nella vicina Sicilia. Molti uomini erano andati con loro, ma altrettanti avevano chiesto e ottenuto di restare. Imitati anche da numerose donne. Il  rivellino era stato tirato su in fretta e furia davanti a Sant’Elmo: più che una costruzione in muratura  era una torre di terra battuta rivestita di pietre. Don Garcia aveva mandato fanti spagnoli e italiani; da ogni parte d’Europa erano accorsi numerosi avventurieri attirati dalla possibilità di fare bottino; cinquecento Cavalieri avevano accolto l’appello del Gran Maestro; tremila maltesi erano stati armati e addestrati. I viveri erano stati immagazzinati in buche profonde chiuse da massi; l’acqua raccolta in cisterne; era stato messo a punto un piano per inquinare i pozzi posti all’esterno. La preziosissima polvere da sparo- compresa quella inviata, l’anno prima, dal  duca di Firenze- era stata collocata in luoghi sicuri e riparati; la cavalleria era stata distaccata nella città murata di Mdina, al centro dell’isola, con il compito di compiere sortite.  Ma molto restava ancora da fare. Le fortificazioni di Birgu e di Senglea non erano ancora  ultimate, quelle di Sant’Elmo insufficienti; gran parte del bestiame era ancora nei campi insieme ai pastori e ai mandriani; chi era rimasto aveva bisogno di un ricovero. Con la flotta ottomana all’orizzonte, La Valette impartì le disposizioni più urgenti e inviò due lettere, una al papa e una a Filippo: chiedeva soldati e denaro. Aveva un disperato bisogno degli uni e dell’altro.

Al contrario, gli uomini non facevano difetto a Mustafà Alì, il comandante in capo dell’intera spedizione ottomana. Né gli mancavano le armi, le bocche da fuoco, la polvere da sparo, i soldi. Secondo consuetudine, tutto era stato preparato nei minimi particolari. Le navi trasportavano il legname necessario a costruire piazzole per i cannoni o ponti per gli assalti; le stive traboccavano di viveri, di polvere pirica, di picconi, di vanghe per scavare gallerie e trincee, di proiettili esplosivi, di enormi palle di pietra. Per sbriciolare le mura delle fortificazioni erano state imbarcate potenti bombarde. Una di esse aveva già fracassato le mura di Rodi quasi mezzo secolo prima.
Tutta quell’abbondanza aveva un limite: il tempo. Rifornimenti da Istanbul – lontana quasi ottocento miglia-  potevano arrivare soltanto in modo sporadico; don Garcia stava radunando una flotta; prima o poi Filippo avrebbe contrattaccato. O tutto si chiudeva in tre, quattro mesi o si sarebbe dovuto rinunciare. Anche la struttura di comando era mal congegnata. Mustafà aveva la responsabilità dell’intera spedizione, ma Piale Pasha, il comandante della flotta, era gelosissimo delle proprie prerogative e delle proprie navi; dalla lontana Tripoli Dragut era stato chiamato a Malta per “consigliare” l’uno e l’altro. Solimano era rimasto a Istanbul, ma aveva mandato una nave splendidamente decorata e pavesata per ricordare a tutti che, benché assente, lui era lì e vedeva ogni cosa. Troppe pressioni, troppe ambiguità, insomma. E qualche rivalità di troppo negli alti comandi. E la flotta, nella fretta di prendere in mare, non aveva sfilato come al solito davanti al mausoleo del grande Haradin Barbarossa. Cattivi presagi?

 “Un corpo tisico”.

La forza d’invasione prese terra dalla baia di Marsaxlokk( Marsascirocco) situata sul lato sudorientale dell’isola, la campagna fu devastata, i cannoni furono trascinati verso le alture sovrastanti Birgu e Senglea  e i combattimenti cominciarono: imboscate, scontri in campo aperto (almeno finché i Cavalieri non decisero di ritirarsi all’interno delle proprie fortificazioni), tiri d’artiglieria. Le esplosioni si succedevano alle esplosioni, il fumo avvolgeva ogni cosa, la notte era illuminata a giorno. Soprattutto a Sant’Elmo- preso di mira a partire dal 30 maggio- sembrava essersi scatenato l’inferno. Il rivellino antemurale resistette per cinque giorni, poi fu conquistato  a causa di una disattenzione delle sentinelle. I difensori del forte respinsero gli attacchi dei giannizzeri versando olio bollente sulle loro teste, sparando a mitraglia o a palle incatenate, scompigliandone le file con cerchi incendiari e rudimentali lanciafiamme, combattendo corpo a corpo, chiudendo le falle, compiendo prodigi di valore.

Matteo Perez d’Aleccio, L’assedio di Malta: da Wikipedia

Meno di cinquecento metri di acque calme separavano Birgu da Sant’Elmo. E lungo quel breve tratto di mare, colpevolmente lasciato libero dagli attaccanti, a Sant’Elmo arrivavano rinforzi, viveri, munizioni. Col contagocce, ma arrivavano. Cinquecento metri più indietro, centinaia di persone di ogni sesso e di ogni età trasportavano pietre, alzavano terrapieni e parapetti, creavano campi di tiro, preparavano ostacoli e trabocchetti.  Più Sant’Elmo resisteva, più Birgu e Senglea si rafforzavano; più Birgu e Senglea si rafforzavano e più diminuivano le possibilità di vittoria per gli ottomani.
La Valette non aveva dimenticato la lezione di Rodi dove il morale basso della popolazione era stato una delle cause della resa: nessuna indulgenza al cedimento, si vince o si muore insieme. Ispirati predicatori infiammavano cuori e animi; botti di vino e denaro sonante calmavano gli irruenti e sollevavano i depressi; qualche bugia sull’arrivo imminente di don Garcia con la flotta moltiplicava le energie più di cento verità. Circondato dalle  fiamme, martellato dai cannoni, avvolto nell’odore di polvere da sparo, di pece bollente e di sudore Sant’Elmo sembrava sul punto di cadere da un momento all’altro, ma non cadeva mai.
La situazione, tuttavia, si faceva sempre più disperata. Sant’Elmo non solo era piccolo, ma aveva anche un mucchio di difetti e di imperfezioni. Senza mezzi termini, un ufficiale spagnolo lo aveva paragonato a “un corpo tisico”. L’esperto Dragut- arrivato nel frattempo da Tripoli- aveva “ consigliato” Mustafà di sottoporre il forte a tiri di artiglieria da due lati; decine di tiratori scelti sparavano con micidiale precisione a ogni ombra in movimento; violente scariche di fucileria battevano i parapetti, impedendo ai difensori di alzare la testa; si alzavano terrapieni per portare i cannoni più in alto delle mura; centinaia di zappatori scavavano trincee nella roccia durissima, avvicinandosi sempre di più. All’interno del forte, reparti spagnoli o gruppi di avventurieri minacciavano di ammutinarsi e di mollare tutto. Ma poi bastava suonare le campane annunciando un allarme anche inesistente o raccontare qualche pietosa bugia, perché i propositi di ammutinamento rientrassero e gli uomini tornassero ai propri posti più che mai decisi a battersi. Difendere Malta sembrava diventato per tutti un obbligo morale e, in quel momento, Sant’Elmo era Malta.
Mustafà, già collerico di suo, era fuori dalla grazia di dio. Vedeva le file dei giannizzeri, l’elite delle sue truppe d’assalto, assottigliarsi a ogni attacco; a ogni tentativo fallito sentiva la sfiducia montare; ogni piccolo progresso costava molti buoni soldati e enormi quantità di polvere da sparo. Piale scuoteva la testa e trepidava per le sue preziose navi esposte ai capricci dei venti maltesi di Marsascirocco; Dragut non faceva mistero di trovare mal congegnato il piano per prendere Sant’Elmo; gli osservatori del sultano, impassibili, prendevano nota di tutto. Solimano sarebbe stato informato: come avrebbe reagito? Urgeva forzare la mano.
Il cordone ombelicale che legava Sant’Elmo a Birgu doveva essere tagliato. Mustafà ci mise un po’ a capirlo, ma alla fine spostò cannoni e truppe sul lato scoperto e sigillò Sant’Elmo. Il forte era condannato. Tuttavia, la decisione di Mustafà arrivava in ritardo e non poteva cancellare il tempo regalato a Birgu e a Senglea. Quando gli ottomani avevano attaccato Sant’Elmo, La Valette aveva reso grazie a Dio(o, almeno, così si dice abbia fatto) :quella  scelta  dava respiro all’intera isola.
Gli attacchi si succedevano agli attacchi, ma il forte teneva duro. I difensori lottavano con la forza della disperazione, confortati dalla fede o dal denaro sonante, animati dai preti e sostenuti dall’esempio dei propri comandanti. Sapevano di essere alla fine, ma non mollavano. Le immagini sacre  furono sepolte e occultate per impedirne la profanazione, poi ognuno si affidò a Dio.
Non alla clemenza dei vincitori. Quando il forte cadde, si scatenò un’orgia  di ferocia e di sangue. Nessuno, tranne pochissimi fortunati, fu risparmiato. Lo stesso Piale Pasha rimase inorridito da tanta violenza. I cadaveri decapitati e crocefissi  di un prete e di alcuni Cavalieri furono gettati in mare davanti a Birgu. I cristiani furono altrettanto spietati. I prigionieri musulmani furono sgozzati tutti insieme sulle mura di San Michele e quelli detenuti a Mdina ne seguirono la sorte, uno al giorno. Dal forte di Sant’Angelo, teste staccate dai corpi furono sparate con i cannoni nel campo ottomano. Quando Rodi si era arresa, Solimano aveva concesso ai difensori di andarsene con le armi, il tesoro e le bandiere. Ne aveva ammirato e riconosciuto il coraggio, scoprendosi il capo davanti a loro. Quei tempi , i tempi in cui l’onore contava ancora qualcosa, erano morti per sempre  e non sarebbero mai più tornati.
Tanta ferocia da parte degli ottomani sortì l’effetto opposto a quello sperato. Non la paura, ma la determinazione  a resistere occuparono i cuori e le menti dei difensori di Malta, civili e militari, uomini e donne, credenti e atei, idealisti e opportunisti. Il cadavere decapitato del prete crocefisso trasportato dalle leggere correnti della baia aveva per sempre chiuso la porta a una seconda Rodi: non ci sarebbe stato cedimento della popolazione. I difensori di Malta avrebbero vinto o sarebbero periti tutti insieme.
Sant’Elmo sarebbe dovuto cadere in quattro, cinque giorni secondo i calcoli degli ingegneri militari di Mustafà: ci volle quasi un mese per averne ragione. Il 23 giugno, due ore dopo la morte del forte, anche Dragut moriva per le conseguenze del fuoco amico. Qualche giorno prima, mentre ispezionava le linee, si era fermato a correggere il tiro degli artiglieri. Al momento di fare fuoco, un cannone aveva sparato troppo basso e colpito il muro di una trincea. Una pioggia di affilatissime schegge di pietra aveva investito la batteria. Raggiunto da una scheggia alla gola, Dragut si era accasciato a terra perdendo conoscenza. Mustafà lo aveva fatto trasportare in segreto  nella sua tenda, ordinando ai testimoni di tenere la bocca chiusa .
Dragut aveva ottant’anni. Tempo prima, un’indovina gli aveva predetto che sarebbe morto a Malta. 

Colpi di fortuna.

Non servivano indovini per prevedere la futura mossa di Mustafà. Tolto di mezzo Sant’Elmo, con la flotta ora ancorata nella sicura e tranquilla baia di Marsamxett, sarebbe toccato alle difese del Porto Grande. Il problema era: dove e come avrebbero attaccato gli ottomani? Prima a Birgu o prima a Senglea? In entrambe le località contemporaneamente?Le loro proposte di resa erano state respinte senza mezzi termini da La Valette, presto i combattimenti sarebbero ricominciati. Serviva un miracolo. E se non proprio un miracolo, almeno un colpo di fortuna.
Ce ne furono addirittura due. Prima, “illuminato dallo Spirito Santo”, capitò un disertore – un certo Filippo Lascaris, nobile greco fatto prigioniero da bambino e allevato a Istanbul- con i dettagli del piano d’attacco; poi, eludendo il blocco, alcune navi di don Garcia sbarcarono sulla costa maltese circa settecento uomini. Arrivarono tutti sani e salvi a Birgu, via Medina, al comando del maresciallo de Robles.
Quando Mustafà lo seppe, andò su tutte le furie e incolpò Piale di essersi fatto passare sotto il naso la spedizione di soccorso. Piale se la legò al dito. Fino a quel momento i due si erano tollerati nel tentativo di neutralizzare Dragut, detestato da entrambi. La morte di Dragut aveva spazzato via le ipocrisie e i tatticismi: d’ora in avanti ce la giochiamo alla pari e vediamo chi di noi due entrerà per primo  a Malta e stabilmente nelle grazie del sultano. Questo pensavano, questo facevano.
Mustafà aveva in animo di entrare nel Porto Grande dalla porta di servizio, trasportando le navi, via terra, oltre Sceberras: una mossa rischiosa, ma letale se fosse riuscita. La penisoletta di Senglea- obiettivo degli ottomani- era protetta sul fianco orientale da Birgu, ma era del tutto scoperta su quello occidentale. Uno sbarco in quella zona sarebbe risultato decisivo. Le navi furono poste su rulli di legno ben lubrificati, aggiogate a robuste coppie di buoi e trainate  lungo i leggeri pendii di Sceberras.
Dal canto suo La Valette, appresa la notizia da Lascaris e superato il primo momento di stupore, non era stato con le mani in mano. Un ponte di legno sostenuto da botti sigillate univa ora Birgu e Senglea, consentendo lo spostamento di forze da un luogo all’altro; uno sbarramento di fortuna ma efficace era stato eretto in mare sul lato debole della penisola; a terra era stata creata una forza mobile pronta a intervenire nei punti e nei momenti critici. Il Gran Maestro in persona, accompagnato da due paggi e da un giullare ( anche se, in quei momenti, c’era poco da ridere, come scrisse un cronista del tempo), era in continuo movimento fra le linee, ispezionando, correggendo, esortando,  dando l’esempio. Una volta presa Malta, gli ottomani avevano in animo di passare a fil di spada tutti i superstiti, civili o militari che fossero, ma di risparmiare La Valette per portarlo in dono al sultano. Lo aveva saputo la popolazione, lo aveva saputo il Gran Maestro. La sua risposta era stata: non mi lascerò prendere vivo. Lo giurò solennemente davanti a tutti, aumentando la determinazione di ciascuno.

 Prova d’orchestra.

A Malta si sperava sempre in don Garcia. Tempestato  di richieste di aiuto, l’ammiraglio cercava disperatamente di convincere Filippo II a decidersi. Ma il re Prudente non si decideva. Era terrorizzato dall’idea di perdere le navi. D’accordo, Malta per noi è preziosa. Ammettiamo per un momento – Dio non voglia!- di perderla. Se la si perde e si ha una buona flotta la si può sempre riconquistare. Ma senza flotta non si va da nessuna parte. Don Garcia fremeva nel leggere queste argomentazioni. Possibile che il re non capisse l’importanza della posta in palio? Possibile che anteponesse l’integrità delle proprie navi alla vita di migliaia di valorosi o alla sicurezza dell’Europa intera? Evidentemente era possibile.  E la sua indignazione montava ancora di più se pensava ai difensori di Malta,  fra i quali c’era anche suo figlio. Credono in me, si fidano di me, sperano in me e io che cosa faccio per loro? In questo momento si staranno chiedendo: perché don Garcia non si muove? Perché non viene a soccorrerci? Che cosa aspetta? Che cosa posso rispondere? Prendetevela con il vostro re, non con me? Servirebbe?
Mustafà non stava meglio. Faceva caldo, l’acqua era stata inquinata, i suoi soldati soffrivano di dissenteria e di altre malattie, i viveri cominciavano a scarseggiare, si alzava qualche mugugno. Presto Solimano si sarebbe fatto vivo, avrebbe voluto sapere. Nel suo stile asciutto e lapidario avrebbe chiesto: a che punto siete? Quali parti di Malta avete conquistato? Quando cadrà l’isola? Dragut è arrivato? Che cosa avrebbe potuto rispondere? Che aveva impiegato quasi un mese per avere ragione di un forte simile a “un corpo tisico”? Che Malta resisteva ancora? Che Dragut era morto? C’era una sola risposta possibile: estirpare alla svelta quel “ nido di vipere”, costasse quel che costasse.
Guardò le proprie navi uscite da Sceberras avanzare in formazione nelle acque di  Senglea. Davanti a esse, il corsaro greco Candelissa, fronte alla flotta e a cavalcioni su una murata agitava una bandierina come se stesse dirigendo un’orchestra.  Si era alla metà di luglio.

 Catene e speroni.

L’attacco fallì. Lo sbarramento eretto in mare( una palizzata  attraversata da una robusta catena) resse l’urto delle galee e  le truppe da sbarco ottomane furono costrette  a guadagnare terra procedendo nell’acqua alta sotto il tiro nemico. I reparti attestati  sullo Sperone ( il vertice della penisola) dove era stata allestita una posizione di combattimento, sbandarono all’inizio, ma poi ressero; Mustafà tentò di aggirare lo Sperone per prendere Senglea dal lato privo di palizzata, ma la sua forza da sbarco fu spazzata via da una batteria di cannoni  posizionata a Birgu. Respinti su tutta la linea, gli ottomani cercarono di riguadagnare le navi. Le imbarcazioni più vicine  furono  letteralmente  prese d’assalto dai soldati  in ritirata; molte di esse furono capovolte. Piale ordinò alle altre di non avvicinarsi alla riva, Mustafà corresse l’ordine, ma il fuoco dei cannoni di San Michele e di Sant’Angelo impedì loro di farsi sotto.
Non fu dato quartiere.

 La spallata.

Matteo Perez d’Aleccio, da it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Malta

Il giorno successivo da Istanbul arrivò la prima lettera di Solimano. La fretta di Mustafà aumentò. E il suo nervosismo pure.  La cattiva stagione si avvicinava a grandi passi; a quasi mille miglia da Istanbul, la flotta era vulnerabile; Piale non ne voleva sapere di continuare la campagna in inverno; si rischiava lo stallo come a Rodi. C’era una sola cosa da fare: ripetere Sant’Elmo su vasta scala e  radere al suolo l’intera isola.
I cannoni furono messi in posizione e il bombardamento cominciò. Fu un bombardamento  frenetico, continuo, martellante, interminabile. I cannoni ottomani sparavano di giorno e di notte, indirizzando il fuoco ora sui bastioni dei forti, ora sulle abitazioni della popolazione civile, ora sul campo trincerato. Sparavano quando i soldati consumavano il rancio, all’ora della messa,  a notte fonda. A volte le canne non facevano in tempo a raffreddarsi: più di un cannone si fendette facendo saltare depositi di polvere da sparo.
Sostenute da quel fuoco massiccio, squadre di genieri scavavano la dura roccia per allestire trincee e costruire camere per le mine; reparti di archibugieri tempestavano i parapetti di una gragnola di colpi. Il fuoco e il fumo dell’inferno sembravano concentrati in quei pochi metri quadrati di macerie, di terra sconvolta, di cadaveri mutilati. Uno dopo l’altro,  gli attacchi si succedevano agli attacchi ; l’acqua cominciava a scarseggiare e solo quando fu trovata per puro caso una sorgente sotto il pavimento di un’abitazione privata di Birgu, la situazione tornò sotto controllo.
La conformazione dei luoghi dava una mano ai difensori. Il fronte non superava i novecento metri sia a Birgu, sia a Senglea: Mustafà non poteva spiegare in quello spazio esiguo tutta la propria potenza. A volte a dare una mano era la fortuna. Un giorno i difensori di San Michele videro una lancia spuntare dal terreno, ritrarsi, spuntare di nuovo. Ci misero poco a capire che cosa stesse succedendo: i genieri ottomani avevano scavato un tunnel e  stavano facendo sondaggi per capire quanto distassero dalla superficie per collocare le mine al punto giusto. Una pronta reazione da parte di un commando di difensori annullò la minaccia.
Altre volte non andava così. Un ufficiale spagnolo a conoscenza di molte cose, un certo Francisco de  Aguilar, disertò e consegnò a Mustafà informazioni preziose sui punti deboli delle difese, sul morale dei difensori e sulle difficoltà di don Garcia. Forte delle informazioni di Aguilar, Mustafà si preparò a dare la spallata definitiva. Sempre accompagnato dai due paggi e dal giullare, La Valette ispezionò le difese e preparò le contromosse rafforzando i punti deboli.

Cavalieri e bambini.

Il salvatore di Malta

El Greco: ritratto di Vincenzo Anastagi

Domenikos Theutokopoulos, in arte El Greco, ci ha lasciato un ritratto di Vincenzo Anastagi, italiano, Cavaliere di  San Giovanni. É un giovane dalla barba e dai capelli scuri, dall’aspetto fiero, dall’espressione leale. É un soldato, non un cortigiano; indossa un pettorale di bronzo, non una ricca camicia ricamata; vicino a lui, a terra,  c’è un elmo, non un libro. In quei giorni  Anastagi comandava un reparto di cavalleria di stanza a Mdina. Da un po’ di tempo teneva d’occhio il campo ottomano di Marsa. In un suo rapporto scrisse più o meno questo: i turchi sono concentrati su quello che succede davanti a loro, non si curano affatto delle retrovie. Spesso non mettono neppure le sentinelle. Il giorno in cui Mustafà lanciò l’attacco principale contro  Birgu e Senglea ridotte a un cumulo di macerie, Anastagi e il suo reparto erano vicinissimi al campo nemico. Si tenevano nascosti in attesa degli eventi.
L’attacco ottomano al campo trincereato di Birgu e a Senglea fu contrastato da un’accanita resistenza. Da una parte e dall’altra, le perdite furono elevate.  Sulle mura martoriate di Sant’Angelo e di San Michele, insieme a centinaia di soldati caddero il maresciallo de Robles, il figlio di don Garcia e un nipote di La Valette. Lo stesso Gran Maestro fu ferito a una gamba. La resistenza era così feroce che  a un certo punto i giannizzeri si rifiutarono di andare all’attacco se non fosse stato lo stesso Mustafà a guidarli. Il comandante in capo non si fece pregare, smontò da cavallo e si pose alla testa dei propri uomini. Non andò molto lontano: un colpo di archibugio gli portò via il turbante. Mustafà perse l’equilibrio e ruzzolò a terra: il corpo non fu ferito, l’orgoglio sanguinò  a lungo.
Attraverso il ponte di legno gettato fra le due penisole, reparti armati si spostavano da un punto all’altro a seconda del bisogno; la forza mobile di pronto intervento voluta da La Valette chiuse più di una falla. Ma la pressione esercitata dagli ottomani era enorme e , a poco a poco, le truppe d’assalto raggiunsero le macerie dei bastioni. La fine sembrava vicina.
Quando l’attacco perse vigore per poi risolversi in una ritirata più o meno ordinata, molti trovarono la cosa inspiegabile. Perché gli ottomani se ne andavano quando erano ormai a un passo dalla vittoria? Guardando meglio, trovarono la risposta: dal campo nemico si levavano colonne di fumo. Che fosse arrivato don Garcia? Il capitano generale del mare non c’entrava: era ancora a Siracusa a raccogliere navi e a mordere il freno in attesa di una risposta o di una decisione di Filippo. E allora, se non erano stati i soldati di don Garcia, da chi erano stati appiccati quegli incendi?
Quegli incendi  erano stati appiccati dai cavalleggeri di Anastagi. Caricando spade in pugno, essi erano passati come il vento attraverso il campo ottomano mal presidiato e poco difeso, uccidendo i feriti, i malati,  le sentinelle e appiccando il fuoco alle tende. Poi, altrettanto velocemente, erano riparati a Mdina. Mustafà prese un abbaglio e scambiò quella sortita condotta da un pugno di uomini per un attacco in forze. E con lui, l’abbaglio lo presero i suoi soldati, sempre più giù di corda per il prolungarsi di quell’assedio infinito e per gli smacchi subiti. Anche per questo motivo l’attacco si era esaurito nel momento cruciale.
Anastagi aveva salvato Malta.
(Pochi giorni dopo gli ottomani subirono un altro smacco. Ammaestrato dalla vicenda e deciso a togliersi dal fianco la spina di Mdina, Mustafà incaricò Piale di sistemare la faccenda. Piale attirò  in un’imboscata  Anastagi, gli inflisse gravi perdite e lo inseguì fino alla città. Si aspettava di trovare le mura quasi sguarnite, trovò una selva di picche e di archibugi. Privo di cannoni, non ci provò neppure: fece marcia indietro e rientrò al campo. A scoraggiare veterani rotti a ogni battaglia erano stati.. contadini, donne e soprattutto bambini avvolti in vestiti di due taglie più grandi e messi sulle mura a fare numero).

 Partire o aspettare?

Nel frattempo le lettere continuavano a viaggiare lungo quel mare agitato. Solimano insisteva nel voler essere informato: inviargli cattive notizie non era per niente salutare, ma d’altronde le notizie erano quelle. La Valette tempestava di richieste don Garcia e in cuor suo ne malediceva l’inerzia; Filippo era sempre dell’idea di soccorrere Malta senza rischiare la flotta ( e come si sarebbe dovuto fare, di grazia?) e ribadiva: non ci si muove senza la  mia autorizzazione. Nel campo ottomano si tenevano riunioni. Partire o restare?  Mustafà voleva restare: temeva la reazione di Solimano per l’offesa recata alla sua “spada invitta”. Piale la vedeva diversamente:  che cosa avevano da rimproverarsi? Avevano fatto il possibile e forse più del possibile: il magnanimo e saggio Solimano avrebbe capito.
Nel sostenere quel punto di vista, Piale parlava soprattutto pro domo sua . Venti freddi soffiavano sul mare,  di lì a  poco sarebbe arrivata la cattiva stagione e, bloccata a Malta,  la flotta così cara al sultano avrebbe potuto subire gravi danni. Se ciò fosse accaduto, la magnanimità di Solimano si sarebbe trasformata in spietata intransigenza. Bisognava lasciare perdere tutto e togliere il disturbo finché si era in tempo. E c’era un motivo in più per farlo, anche se ancora i due pasha non lo sapevano: il Prudente Filippo, dopo tanto pensare e ripensare, si era finalmente deciso. Il 22 agosto a don Garcia arrivò l’autorizzazione tanto attesa: si parte, ma attenzione, vietato rischiare le navi. In cuor suo, don Garcia lo mandò a qual paese: avrebbe fatto di testa propria.  Quando tutto sarà finito, la pagherà cara.
Il 25 agosto cadde la prima pioggia.

Polveri bagnate.

Quando lasciò Siracusa la prima volta, don Garcia non ne imbroccò una. Pioggia, vento e mare mosso ostacolarono la navigazione. La flotta si disunì , girò in tondo e finì fuori rotta dalle parti di Trapani. Il corsaro Uluc Alì, mandato a pattugliare il tratto fra la Sicilia e Malta, avvistò la spedizione e diede l’allarme. A don Garcia non restò che tornare a Siracusa con le pive nel sacco. Faticò a tenere a freno gli equipaggi provati e terrorizzati da quanto avevano visto e passato in mare in quei giorni e imprecò contro la cattiva la sorte: faccio fuoco e fiamme perché si parta e, quando finalmente posso farlo, perdo la tramontana.
A Malta, frattanto, si continuava a combattere, ma la situazione era ormai a un punto morto. Gli ottomani avevano perduto uomini, materiali, occasioni, opportunità. La polvere da sparo stava per finire, don Garcia sarebbe ritornato. A Birgu, nella posizione denominata “Castiglia”, gli uomini si fronteggiavano fradici di pioggia o intrisi di sudore per il caldo soffocante. In alcuni punti, le macerie dietro le quali si riparavano i difensori e le trincee degli  attaccanti erano così vicine che gli occupanti avrebbero potuto darsi la mano. A volte, nelle rare pause dei combattimenti, i soldati degli opposti schieramenti si davano una voce; altre volte- ma erano episodi più unici che rari- si scambiavano un frutto, un pezzo di pane, una fetta di formaggio. In una di queste occasioni a qualcuno scappò detto: Allah non vuole che Malta sia conquistata.
Mustafà non era dello stesso parere, sperava ancora di farcela . Un giorno approfittando della pioggia battente guidò l’ennesimo attacco. Con le micce degli archibugi bagnate e il materiale incendiario inutilizzabile, i difensori erano vulnerabili. Ma erano anche altrettanto determinati a non soccombere. Gli archibugi furono sostituiti dalle balestre,  i cerchi di fuoco dai sassi e dalle pietre. Quando si diffuse la voce di un abbandono della posizione e di una ritirata generale dentro Sant’Angelo, La Valette fece tagliare il ponte levatoio del forte: nessuno si sarebbe ritirato. Smise di piovere, si diede fondo ai barili di polvere inviati dal duca di Firenze, gli archibugi ripresero a funzionare e l’attacco fu respinto.

 Ultimo atto.

Quando il 7 settembre, il corpo di spedizione di don Garcia prese finalmente terra sulla costa maltese, non fu contrastato. In poco più di un’ora, furono sbarcati diecimila uomini. Molti erano veterani dei tercios di stanza a Milano e in Lombardia, altri erano avventurieri in cerca di bottino, altri ancora nobili giunti da tutta Europa in difesa della fede o in cerca di gloria. Don Giovanni d’Austria, fratellastro di re Filippo, era arrivato in ritardo all’appuntamento e non poté essere della partita. Sei anni più tardi, a Lepanto, si rifarà con gli interessi.
Sbarcando nella tranquilla baia di Mellieha don Garcia aveva corso un rischio grosso come una casa. Se Uluc Alì non fosse stato mandato altrove in base all’ennesimo calcolo sbagliato, la flotta  di soccorso avrebbe dovuto affrontare un combattimento navale dall’esito incerto. Quando lo seppe, il glaciale Filippo sentì lo sdegno montare: non erano quelli gli ordini; gli ordini erano di  evitare lo scontro e di non rischiare le navi. In quell’esatto momento, don Garcia perse il posto.
Sull’isola, gli ottomani smobilitavano. Esploratori maltesi avevano raggiunto le trincee di prima linea e le avevano trovate vuote. I cannoni venivano reimbarcati, qualcuno dovette essere abbandonato, qualcun altro precipitò in mare. Benché centrato da un paio di colpi,  il galeone catturato da Romegas era sempre al sicuro nel Porto Grande e si faceva beffe dell’assente Solimano. La nutrice di Mihrimah era morta.
Mustafà faticava ad accettare la realtà e si aggrappava a tutto pur di salvare la faccia. Quando al campo arrivò un disertore morisco con informazioni tutte da verificare, gli credette. Il morisco disse: i comandanti della forza di soccorso- Alvaro de  Sende, spagnolo e Ascanio Della Corgna, italiano- hanno in comune solo il “de” del cognome , per il resto non si possono vedere; i soldati sono stanchi e provati dalla lunga e tormentata navigazione, soffrono di dissenteria e non sono più di cinquemila. Mustafà radunò allora diecimila uomini deciso a far saltare il banco. Gli andò male: troppo stanchi e demotivati i suoi, troppo freschi e determinati gli altri. Messi in fuga, gli ottomani guadagnarono a fatica la spiaggia: al momento di reimbarcarsi, molti furono uccisi in acqua o sul bagnasciuga. Il giorno dopo la flotta lasciò Malta per il mare aperto
Erano trascorsi  quattro mesi dal suo trionfale arrivo.

 Epilogo.

La flotta entrò nel porto di Istanbul di notte, quasi di nascosto. Solimano era deluso, ma non lo diede a vedere. Premiò i giannizzeri, distribuì promozioni e denaro, conservò a Piale il posto, a Mustafà la vita. Rimise sotto pressione i cantieri navali, intenzionato a ritornare a Malta quanto prima. Dettò la linea politica: nel firmamento delle imprese  ottomane, l’episodio di Malta era niente: spariva inghiottito dalle strabilianti vittorie riportate dagli ottomani  in ogni parte d’Europa, per terra e per mare.  “Malta non esiste”, fu la versione ufficiale.
E, forse, Malta non esisteva neppure per i superstiti, al settimo cielo per essersela cavata e per aver salvato la Cristianità, ma terrorizzati dall’idea di veder ricomparire la flotta ottomana da un momento all’altro. Le difese erano a pezzi, le abitazioni ridotte a mucchi di calcinacci, mancava tutto. Ci sarebbero voluti montagne di soldi e anni di lavoro per rimediare. Nessuno nutriva dubbi:  Solimano ne avrebbe approfittato e, con la bella stagione, sarebbe tornato per saldare il conto. Ci si ricordò allora del consiglio degli ingegneri italiani e sul dorso di Sceberras furono scavate in fretta e furia le fondamenta di una cittadella fortificata.
Solimano non tornò. Né a Malta né dall’Ungheria , dove era andato a giocare una nuova partita, l’ultima della sua vita. Nel Mare Bianco, le acque si calmarono. Sullo Sceberras, la cittadella fortificata poté essere completata. In onore del Gran Maestro, fu chiamata La Valletta.
Oggi è la capitale di Malta.

Gli avvenimenti in breve.

Febbraio 1564: Filippo II nomina “ Capitano generale del mare”  don Garcia de Toledo, uomo “ serio, di retto giudizio e di vasta esperienza”. In ottobre gli conferirà anche il titolo di viceré di Sicilia.
4 giugno 1564: il Cavaliere di San Giovanni, Romegas, alla testa di una flottiglia di galee intenta a correre i mari, prima si impadronisce di un galeone e del suo ricco carico, poi affonda davanti alle coste anatoliche una nave da trasporto ottomana facendo prigionieri alcuni personaggi d’alto rango, compresa l’ex  nutrice della figlia del sultano, Mihirimah. A Istanbul, entrambi gli episodi vengono accolti con indignazione  e rabbia.
6 ottobre 1564: Solimano prende ufficialmente la decisione di muovere contro Malta, “ quartier generale di infedeli” e grave minaccia  per “ la rotta utilizzata da mercanti e pellegrini musulmani nella parte orientale del mare Bianco in direzione dell’Egitto”. Tempo prima, il corsaro Dragut aveva definito l’isola “ un nido di vipere”.
Dicembre 1564: Solimano nomina Mustafà Pasha, veterano delle campagne di Persia e d’Ungheria, comandante della spedizione. Gli affianca Piale Pasha, il trionfatore di Djerba, e, in qualità di consigliere di entrambi, l’ormai quasi ottantenne Dragut. In questa struttura tripartita del comando, molti vedranno una delle ragioni del fallimento della spedizione.
30 marzo 1565: fra rombi di cannone, suono di flauti, mormorio di preghiere, cerimonie di consegna di bandiere e vessilli, la flotta imperiale lascia il Corno d’Oro diretta a Malta. La tradizionale sfilata portafortuna davanti al mausoleo del corsaro Barbarossa non viene effettuata.
18 maggio 1565: all’alba le vedette maltesi avvistano all’orizzonte la flotta ottomana di invasione. Sul far della sera quella flotta getta  gli ormeggi nella baia  di Marsaxlokk( Marsascirocco). Il giorno dopo Mustafà comincia a sbarcare le proprie forze, stimate in più di ventimila combattenti  e il cui nerbo è costituito da seimila giannizzeri, le truppe ottomane d’elite. Di fronte ha circa ottomila uomini, in gran parte spagnoli. I Cavalieri non sono più di cinquecento, i soldati maltesi circa tremila. I difensori sono agli ordini del settantenne Jan Parisot de La  Valette.
20 maggio : l’esercito ottomano avanza; i difensori lo contrastano tendendo  imboscate.
21 maggio : un primo attacco in forze viene respinto all’esterno delle fortificazioni. La Valette ordina ai suoi di non effettuare più sortite e di attendere il nemico all’interno dei forti di Sant’Angelo, San Michele, Sant’Elmo e del campo trincerato di Birgu.
22 maggio: primi dissapori fra la forza d’invasione. Piale Pasha è preoccupato per la flotta: lì dove si trova è esposta ai venti maltesi e ad attacchi con navi incendiarie. Durante un consiglio di guerra, si decide di concentrare la pressione sul piccolo forte di Sant’Elmo, posto all’imboccatura della baia di Marsaxmett- Marsamuscetto ( che Piale considera più sicura di Marsascirocco) e del Porto Grande. L’attacco sarà condotto anche se Dragut con le proprie galee non è ancora arrivato.
30 maggio: i cannoni ottomani cominciano a bombardare Sant’Elmo, rinforzato, sul lato occidentale, da un rivellino. I cecchini colpiscono con straordinaria precisione tutto ciò che si muove sulle mura del forte. I genieri innalzano terrapieni per collocare i cannoni in posizione sopraelevata rispetto alle mura. Intanto a Birgu e a Senglea – le altre parti dell’isola-  i difensori lavorano  senza sosta per alzare terrapieni e costruire posizioni di combattimento.
2 giugno: Dragut, “la spada sguainata dell’Islam”, raggiunge Malta con le proprie galee. A quanto pare disapprova  a parole la soluzione adottata da Piale e da Mustafà in sua assenza, ma non cambia le cose. Fa aumentare il numero di cannoni, li avvicina di più al forte e spinge perché il rivellino di Sant’Elmo  sia preso il prima possibile. “Anche a costo di molti buoni soldati”.
3 giugno: approfittando della scarsa attenzione delle sentinelle, gli ottomani avvicinano le proprie truppe d’assalto al rivellino e lo conquistano. Comincia la battaglia per il forte. La Valette cerca di ripianare le perdite inviando, nottetempo, uomini e materiali.
16 giugno: viene respinto, con gravissime perdite da ambo le parti, l’ennesimo attacco a Sant’Elmo.
18 giugno: mentre sta ispezionando una batteria di cannoni e impartendo disposizioni per correggerne il tiro, Dragut viene investito in pieno da una pioggia di schegge staccatasi dal muro di una trincea per effetto di un colpo sparato troppo basso. Ferito gravemente, il corsaro viene trasportato in gran segreto nella propria tenda. Tuttavia la notizia non tarda a diffondersi. Morirà cinque giorni dopo. La versione di alcuni cronisti cristiani attribuisce la morte del vecchio corsaro non al fuoco amico, ma all’eccellente mira o al colpo fortunato di un artigliere genovese.
20 giugno: gli ottomani bloccano definitivamente la via d’acqua che aveva reso possibile fino a quel momento di rifornire Sant’Elmo da Birgu. Il forte è condannato.
23 giugno: dopo giorni e giorni di attacchi e di contrattacchi, di minacce di ammutinamento da una parte e dall’altra, di atti di eroismo e di coraggio, di rifiuti di proposte di resa, Sant’Elmo cade. La sua accanita resistenza ha permesso a La Valette di rinforzare le difese delle  penisole di Birgu e di Senglea.
4 luglio: comincia il bombardamento della penisola  di Senglea.
15 luglio: navi da guerra audacemente trasportate via terra attraverso lo Sceberras attaccano il fianco occidentale di Senglea. L’attacco viene respinto.
22 luglio: comincia il bombardamento di Birgu e Senglea.
6 agosto: un ufficiale spagnolo, Francisco de Aguilar, diserta portando a Mustafà preziose informazioni sulle difese dell’isola.
7 agosto: viene sferrato un imponente attacco alle difese di Malta. L’attacco fallisce anche per l’intervento dei cavalleggeri di Vincenzo Anastagi che devastano il mal sorvegliato campo ottomano di Marsa.
21 agosto: violenti combattimenti si accendono attorno alla posizione denominata “Castiglia” situata alla base della penisola di Birgu.
22 agosto: Filippo II dà il via alla forza di soccorso di don Garcia. Ma ordina: vietato rischiare le navi e accettare battaglia.
25 agosto: don Garcia prende il mare. Il tempo è pessimo e la flotta deve fare ritorno in Sicilia.
5 settembre: la flotta di soccorso è di nuovo in mare.
7 settembre:  finalmente, nella tranquilla baia di Mellieha   prende terra, del tutto indisturbata, la forza da sbarco di don Garcia formata da  diecimila uomini  esperti e determinati.
12 settembre: un ultimo colpo di coda di Mustafà si infrange contro le più fresche e sperimentate truppe da poco sbarcate e poste agli ordini dello spagnolo Alvaro de la Sende e dell’italiano Ascanio Della Corgna. Quest’ultimo era stato liberato dalle carceri pontificie dove stava scontando una condanna per stupro ed estorsione, perché mettesse la propria spada e la propria esperienza al servizio della fede.
13 settembre: la flotta ottomana, dopo essersi rifornita di acqua, lascia Malta e fa rotta verso Istanbul.

Da leggere:

Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 1966
Roger Crowley, Imperi del mare, Bruno Mondadori, 2009,

Internet
Lassedio di Malta (18 maggio – 13 settembre 1565). Piero Pastoretto (disegni di Roberto Vela). Panoplia N° 13, gennaio-marzo 1993
eleri.interfree.it/…/Guerre/…/Malta/Malta_1565.htm

 
Cartine (Clicca sulle cartine per ingrandirle)
La Malta dell’assedio

La Malta dell’assedio.

L’area del porto.

Il porto di Malta ( Porto Grande)

 Le cartine sono tratte dal seguente sito:http://www.storialibera.it/…ed…/assedio_di_malta_1565/
Lo stemma deiCavalieri compare su Facebook; l’ immagine dei due Cavalieri è tratta da: bludragon.t/medioevo.

 Un paio di domande, per finire.

Perché gli ottomani, appena messo piede sul suolo maltese, non si dirigono subito su Birgu e Senglea come teme La Valette, ma la prendono alla larga, prima sfilando lungo la costa e devastando la campagna, poi puntando su Sant’Elmo? Una risposta può essere la seguente: i due comandanti non la pensano allo stesso modo. Se Mustafà è per attaccare Porto Grande, Piale pensa alla flotta. A lui  preme soprattutto lasciare Marsascirocco – troppo esposto agli infidi venti maltesi  e agli attacchi di sorpresa-  per riparare nella più sicura baia di Marsamuscetto. La spunta lui e così Sant’Elmo diventa l’obiettivo principale. Il tempo impiegato per conquistare il forte sarà per Piale tempo guadagnato( la flotta getterà l’ancora a Marsamuscetto), per Mustafà sarà tempo perso, per i difensori di Birgu e di Senglea, tempo regalato.

Nella primissima fase della campagna, l’avanzata ottomana  viene contrastata con attacchi portati in campo aperto e con imboscate. Quando la flotta di Mustafà arriva in vista di Marsascirocco, ad esempio, ad attenderla  ci sono reparti armati di Cavalieri e di spagnoli. Mustafà allora prosegue costeggiando il lato occidentale dell’isola e, sempre seguito dai difensori, getta l’ancora in alcune baie. Col favore del buio, torna a Marsascirocco e comincia a mettere a terra i suoi uomini. Il mattino seguente intraprende l’avanzata, mettendo a ferro e a fuoco la campagna, ma trascurando colpevolmente la cittadella murata di  Mdina posta al centro dell’isola. Sarà un errore. Partendo da Mdina, la cavalleria dei Cavalieri compirà sortite, disturberà le linee di rifornimento, terrà sul chi vive gli innervositi ottomani e, almeno in una circostanza ( l’attacco di Anastagi), risulterà  decisiva. Mdina, inoltre, viene utilizzata come punto di raccolta di eventuali forze di soccorso. Qualche anno dopo, a Cipro, gli ottomani non ripeteranno l’errore e, prima di assediare Famagosta, toglieranno di mezzo Nicosia, situata, come Mdina a Malta, al centro dell’isola.

Resta da capire come mai i difensori di Malta abbiano resistito così  a lungo in condizioni di netta inferiorità. Sicuramente il ruolo esercitato da La Valette fu decisivo: la sua intransigenza, il suo esempio, la sua fiducia nella vittoria, il suo fervore quasi mistico tennero uniti i difensori nei momenti difficili. Ma anche le sue capacità militari furono di prim’ordine. Risparmiò le forze, non si espose a rischi, vietò i combattimenti in campo aperto- troppo costosi-  e organizzò un’eccelente difesa all’interno delle fortificazioni e del campo trincerato di Birgu. Il tempo giocava  suo favore e lui lo sapeva: ogni giorno perso dagli ottomani avvicinava la cattiva stagione, ogni giorno perso dagli ottomani rendeva più vicino don Garcia. Malta non era Rodi. Rodi era vicina alle coste ottomane, Malta distava centinaia di leghe; chi assediava Rodi poteva essere rifornito con una certa continuità dalla madrepatria; chi assediava Malta riceveva rifornimenti con il contagocce o non li riceveva affatto; con l’arrivo dell’inverno, le operazioni potevano essere sospese a Rodi in attesa della primavera successiva senza smobilitare l’esercito e riportare la flotta a Istanbul; a Malta, le operazioni non potevano essere sospese: dovevano essere annullate e la flotta doveva riprendere la via di casa.

Un altro fattore decisivo fu l’unità di intenti fra popolazione civile e reparti combattenti. A Rodi, la popolazione aveva fatto pressioni su l’Isle-Adam perché accettasse le condizioni di Solimano e si arrendesse: aveva sentito parlare di Belgrado e della terribile sorte toccata ai civili di quella città e temeva di essere trattata allo stesso modo. A Malta nessuno pensò mai di arrendersi. Al contrario, la popolazione civile si batté con ardimento pari a quello dei soldati di professione. Decisivi risultarono poi i tremila soldati maltesi nei quali, paradossalmente, agli inizi dei combattimenti, La Valette nutriva scarsa fiducia. Combattevano per la propria isola  e per le proprie famiglie e questo fatto ne moltiplicava l’ardimento e il coraggio.

Don Garcia infine. Fu decisivo, è chiaro. Ma ormai le situazione era a un punto morto e molto probabilmente gli ottomani avrebbero lasciato Malta prima dell’inverno.

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