La fine del mondo

 Stai leggendo: Storie del Portogallo

Visitai il Portogallo, per la prima volta, nel 1971, quando l’attuale ponte XXV aprile si chiamava ancora Ponte Salazar e in tasca non avevo escudos portoghesi, solo pesetas spagnole e qualche lira italiana per pagarmi l’ingresso a Lisbona . Conservo pochi ricordi di quel viaggio: un venditore angolano di pesce seduto accanto alla propria merce esposta su larghe foglie verdi direttamente sul marciapiede, le spiagge ventose dell’Estoril, le ragazze che scendevano dagli autobus indossando il costume da bagno sotto i vestiti leggeri, il cielo portoghese “ bello quand’è bello”, la torre di Belém, i tram verniciati di rosso o di giallo. Nelle strade di Lisbona la gente camminava a capo chino, gli uomini sputavano frequentemente e con ostentazione; nel Terreiro do Paço, il re legislatore( O Legislador) José I montava la guardia a un esercito di automobili. Tutto, per me, era di là da venire: la storia dell’assedio di Lisbona, il memoriale del convento di Josè Saramago, le navi di Antonio Lobo Antunes, il re Dom Dinis affascinato dal rumore ( di onde? di pini?) annidato nel vento e nelle profondità insondabili del proprio cuore, le rose di Bojador e i garofani della rivoluzione, i padroes disseminati da Diogo Cao sulle coste di un mare finalmente possibile, Cristiano Ronaldo e il suo gioco di gambe, questo sì impossibile e indecifrabile. Tutto era di là da venire, ma tutto era lì.
Quando tornai per la seconda volta, a più di trent’anni di distanza, riconobbi lo stesso venditore di pesce in un giovane africano dietro il suo banco al mercato, rividi le stesse ragazze- ora bionde e ingessate nei jeans della globalizzazione- scendere da utilitarie francesi, salutai il re legislatore rimasto finalmente senza soldati, alzai gli occhi verso lo stesso cielo di allora, solcato da nuvole bianche e leggere, riconobbi Cristiano Ronaldo in un ragazzino che, a due passi dal mare e sotto lo sguardo severo di Enrico il Navigatore, faceva rimbalzare il pallone fra l’India e le Molucche, un tempo luoghi sacri dell’Impero. Mi aspettavo un Portogallo diverso, senza sapere ( eppure avrei dovuto saperlo) che il Portogallo non può essere diverso: il Portogallo è il Portogallo. Fine del mondo, prima, mondo senza fine poi, mondo da scoprire, sempre.
Guardai verso il mare. Una nave militare incrociava al largo del Restelo: mi apparve come una caravella delle conquiste, forse la Berrio di Coelho o la San Gabriel di Gama. E la folla chiassosa ed elegante al seguito degli sposi appena usciti dai Jeronimos, con tanto di damigelle bambine al seguito, mi sembrava la corte del re dom Manuel primo nel nome, accorsa incredula ad accogliere chi , contro ogni previsione, ritornava da chissà quali profondità e misteri.
Il mare- anzi, l’Oceano- è, ancora oggi, la coscienza del Portogallo: buona o cattiva che sia, non lascia scampo. Chiunque guardi il mare , ancora oggi trema di fronte all’immensità degli orizzonti e alla difficoltà dell’impresa. Qualcuno, novello Gama si chiede: riuscirò? Il mare è la dannazione del Portogallo e, nello stesso tempo, la sua redenzione. Oggi come ieri. Pessoa ha scritto:

Dacci la brezza, la sventura o l’ansia
che dia vigore a quella sacra fiamma
e di nuovo conquisteremo la Distanza
del mare o d’altro ma che nostra sia.

Sul mare le onde si succedono alle onde, gli orizzonti agli orizzonti, le une e gli altri sempre diversi eppure sempre uguali. Il Portogallo è come il suo mare: tutto cambia e niente cambia. E ancora oggi il mare, dopo esserlo stato per secoli, è il sigillo di un Paese unico e straordinario.
La fine del mondo.

Clicca qui per continuare la lettura ( Prologo)

Pagina precedente

Advertisements

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: