La flotta dispersa.

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lepanto-brugada

Prologo

Don Giovanni d’Austria, fratellastro del re Filippo II di Spagna, alzò gli occhi verso il vessillo azzurro con l’immagine del Cristo crocefisso donatogli dal papa e pregò per la  vittoria. Poi, circondato da clamori e da grida di entusiasmo, accennò un passo di danza. Aveva ventiquattro anni e il comando della più potente flotta da guerra mai messa in mare dalla Cristianità contro il Turco. Sulla Marquesa, una della navi della Lega, un giovane soldato spagnolo febbricitante raggiunse il proprio posto di combattimento a guardia delle scialuppe: si chiamava Miguel de Cervantes Saavedra. A bordo della Real un archibugiere senza barba e baffi e dai tratti delicati cercava di mascherare il proprio volto e la propria tensione: Maria la Bailadora  si era vestita da uomo per essere anche lei della partita accanto al proprio amante.
Muezzinzade Alì Pasha, comandante in capo della flotta ottomana, fece innalzare sul pennone della sua Sultana  il vessillo bianco sul quale mani di donna avevano ricamato i novantanove nomi e attributi di Allah  ripetuti migliaia di volte e si congedò dai propri figli adolescenti. Poi fece sparare un colpo di cannone a salve. Dalla Real, l’ammiraglia della Lega, don Giovanni ordinò di rispondere con proiettili veri. La battaglia di Lepanto era cominciata.
Era il 7 ottobre 1571, domenica.

Il mare conteso.

Il cammino verso Lepanto era stato lungo, tortuoso, insanguinato e segnato, da una parte  e dall’altra, da crudeltà e da eccessi , da indecisioni e da errori, da vittorie e da sconfitte, da successi e da fallimenti. La flotta ottomana, ogni anno più imponente, incrociava pressoché incontrastata nel Mediterraneo suscitando apprensione e timori ad ogni uscita; i sultani di Istanbul- a  cominciare  da Maometto il Conquistatore- non facevano mistero di puntare addirittura a Roma. I corsari barbareschi- i famigerati Barbarossa e Dragut- , legati a filo doppio con la Sublime Porta, seminavano il terrore lungo le coste dell’Italia e della Spagna meridionale alla ricerca di bottino e di schiavi; i Cavalieri di San Giovanni li imitavano in nome di Cristo lungo le coste greche o dell’Anatolia.  La presenza stessa di cristiani nel “ Mare Bianco”, come gli ottomani chiamavano il Mediterraneo, era in pericolo. Prima cadde Rodi, difesa strenuamente dai Cavalieri di San Giovanni, poi fu conquistata gran parte dell’Africa settentrionale, quindi fu la volta di Malta.

Contro ogni previsione, Malta resistette. I Cavalieri di San Giovanni, ai quali Malta era stata “affittata” da Carlo V in cambio del dono annuale di un falcone, compirono prodigi di valore; la dura roccia di cui è fatta l’isola tolse agli ottomani una delle loro armi decisive: lo scavo di cunicoli per la posa di mine; lo strapotere ottomano in mezzi e uomini si infranse contro l’indomito coraggio della popolazione, contro il piccolo  e in apparenza fragile forte di sant’Elmo e contro i campi trincerati di Birgu e di Senglea; Filippo II , dopo tanto pensare e ripensare, si decise a inviare dalla vicina Sicilia  un contingente di soccorso al comando del viceré don Garcia de Toledo; la cattiva stagione ormai alle porte fece il resto.

Allegoria della battaglia di Lepanto: dipinto di Paolo Veronese

Malta fu un episodio glorioso per le armi cristiane, ma isolato. La guerra non cessò. Non era mai cessata. Ora “calda” ora” fredda”, ora scandita dai colpi di cannone delle flotte o dalle incursioni improvvise dei corsari, ora giocata tutta sul piano psicologico, alimentata da paure e da apprensioni, da falsi allarmi e da preoccupati interrogativi, ora sospesa da effimeri trattati aveva continuato a gravare sul Mediterraneo e sulla Cristianità come un’opprimente coltre di nebbia. Quando i sultani avevano guardato altrove- all’Ungheria, a Vienna o alla Persia – le acque del Mare Bianco erano restate relativamente calme; quando avevano cambiato strategia- e alleanze- quelle acque si erano tinte di sangue. A Roma il papa era terrorizzato dall’idea di vedere il vessillo verde dell’Islam sventolare sui luoghi sacri della Cristianità. A tanto si era arrivati.

In Spagna, Filippo II, fedele al proprio appellativo di Re Prudente,  faceva il pesce in barile. Armava una flotta, è vero, anche perché il papa gli versava un generoso contributo, ma dentro di sé era fermamente intenzionato a non rischiare le proprie preziose e costose galee nel Mediterraneo orientale per salvaguardare interessi altrui. Quelli di Venezia, ad esempio. Orgogliosamente gelosa della propria indipendenza politica e commerciale, formalmente neutrale,  la Repubblica  si teneva le mani libere e giocava su due tavoli. Mentre si proclamava paladina della fede, stipulava con i sultani vantaggiosi contratti d’affari; mentre evocava il pericolo turco, attendeva con ansia i  galeoni che tornavano dal Corno d’Oro carichi  di sete e di spezie; mentre fingeva di trepidare per Malta o per Rodi assediate, pagava  al sultano un pesante tributo per tenersi Cipro. Si era comportata così  per secoli. Il Mediterraneo orientale era il suo mare, il suo emporio, il suo forziere. Filippo aveva altro per la testa e, semmai, guardava ad Algeri o a Tunisi. Due concezioni e due atteggiamenti così diversi sembravano inconciliabili.

Non di rado, poi, l’interesse generale era  subordinato a interessi particolari. Chi affittava le proprie galee- ora al re di Spagna, ora al miglior offerente-  sembrava curarsi più di preservarle che di vincere o di dare  battaglie. Su Gianandrea Doria, genovese, marinaio espertissimo ma anche armatore, correvano strane voci dopo la brutta figura rimediata a Djerba nel ‘60. Si diceva- e forse a ragione- che se la fosse svignata per preservare intatte le navi di sua proprietà. Questa fama lo seguì fino a Lepanto e a Lepanto si fece, agli occhi di  molti, palese certezza.

La battaglia vista da un pittore dell’epoca.

Dal canto suo il papa aveva altre gatte da pelare, a cominciare dalle misure da adottare nei confronti della riforma protestante. Sotto attacco sul piano della fede, premuta per terra dai giannizzeri ottomani e per mare dai corsari barbareschi, la Cristianità viveva in un perenne stato di incertezza , oscillando fra slanci mistici e terrori incontrollabili, fra desiderio di riscossa e frustrante impotenza, fra Te deum e cupe cerimonie di espiazione. A volte accadeva l’impensabile. Alleati con il cattolicissimo re di Francia, ad esempio, gli ottomani avevano devastato a lungo le coste liguri e  si erano spinti fino a Pisa. Qualche tempo prima, Haradin ( Ariadeno) Barbarossa aveva devastato la costa napoletana, era penetrato nell’interno per una ventina di chilometri e aveva cercato di rapire la bellissima Giulia Gonzaga, contessa di Fondi, per portarla in dono al proprio sultano. Il colpo non gli era riuscito, ma tanta sfrontatezza aveva fatto  pensare che tutto stesse precipitando.

Poi qualcosa cambiò. Il vento cominciò a girare quando al soglio di San Pietro salì, con il nome di Pio V, un monaco intransigente e tutto d’un pezzo: Antonio Ghislieri. Di umili origini( suo padre era un mulattiere), determinato, inflessibile, severo, il nuovo papa viveva nella fede e per la fede.  Parlò chiaro fin dal principio: basta tentennamenti, al sultano va restituito pan per focaccia. Non  era il ponentino romano, quel vento. Era un vento portatore di tempesta, un vento che avrebbe soffiato impetuoso a Madrid e a Venezia fino a raggiungere le placide acque del Corno d’Oro. E quel vento si farà ancora più impetuoso quando, lontano da Roma, i  moriscos delle Alpujarras si ribelleranno a Filippo e, nel Mar Bianco,  gli ottomani spiegheranno le vele della propria flotta davanti alla veneziana Cipro. Lepanto, la madre di tutte le battaglie, si nutrirà  e crescerà  in virtù di questi avvenimenti.
Anche la Sublime Porta aveva cambiato inquilino. Selim aveva sostituito il grande Solimano  e, qualche tempo prima di lui, Mehemet Sokolli( o Sokollu) era stato elevato alla carica di gran visir. I due erano tipi diversi. Selim beveva, aveva un debole per le donne e nessuna intenzione di guidare gli eserciti in guerra. Sokolli era  una vecchia volpe, un politico di lungo corso svelto a capire le situazioni e a cercare di volgerle a proprio vantaggio. L’uno- rimasto unico erede – era salito al trono senza il fratricidio rituale, l’altro aveva ricevuto la carica a seguito della morte naturale del predecessore. Se il sultano non aveva rivali – i fratelli venivano strangolati proprio per evitare al regno possibili disordini- l’altro ne aveva anche troppi. Soprattutto a corte. La prudenza era in questi casi un dovere, l’astuzia un merito, l’accortezza  una necessità.  E a Sokolli non facevano difetto sia l’una, sia le  altre.

Il sultano aveva dei doveri. Una volta salito al trono doveva celebrare degnamente l’avvenimento portando la guerra agli infedeli per aumentare i propri domini. Doveva festeggiare con una vittoria, insomma. Era una specie di obbligo al quale neppure il riluttante Selim poteva sottrarsi. Ma dove andare? A Malta? Vista l’esperienza precedente, meglio di no. E, allora, perché non puntare su Cipro? Cipro era veneziana e i veneziani, come abbiamo visto, pagavano un tributo alla Sublime Porta. Ne valeva la pena: l’isola era troppo importante per i traffici commerciali della Serenissima e il tributo, per quanto salato, veniva ampiamente ammortizzato dai proventi. Seriamente preoccupati dalle voci sempre più insistenti di un attacco a Cipro, i veneziani, come al solito, cercarono di trattare. E di corrompere qualche notabile.

Secondo l’uso orientale, le prime lettere inviate da Selim ai funzionari della Repubblica Serenissima, dicevano e non dicevano, occultavano e alludevano, giravano in tondo senza apparentemente andare al sodo. Ma i veneziani sapevano leggere fra le righe e non ci misero molto a capire le vere intenzioni del sultano. C’era poco da stare allegri: questa volta sarebbe toccato a loro.
Rafforzarono alla bell’e meglio le difese dell’isola e aspettarono, armando cannoni e facendo girare sostanziose bustarelle.

L’Unione Sacra.

Pio V, nel frattempo, non era stato con le mani in mano. Per fare fronte all’arroganza e all’invadenza del Turco aveva lanciato l’idea di ridare vita alla Lega Santa costituita da Pio III e indirizzato lettere in tal senso  a destra e  a manca. Senza molto successo, stando alle prime reazioni. Uno dei destinatari, il prudente Filippo, nicchiava; Portogallo e Francia non erano entusiasti;  i doppiogiochisti veneziani, non ancora sfiorati dalla tempesta cipriota, parlavano in un modo e razzolavano in un altro. E, soprattutto, la tiravano per le lunghe ponendo un distinguo dietro l’altro, un’obiezione dietro l’altra.

Non era aria. Il re spagnolo considerava le proprie galee un bene prezioso da preservare ad ogni costo e non da prestare a cause perse ancorché nobili e in più doveva risolvere la grana della ribellione delle Fiandre;  Venezia voleva difendere i propri commerci e, nei confronti del Turco, preferiva privilegiare la diplomazia alla guerra, la penna alla spada, l’oro al ferro. Era, visti i tempi, una strada senza uscita e forse anche chi la percorreva ne era consapevole. Ma come abbandonare di punto in bianco la consuetudine secolare  di affrontare le difficoltà promettendo e corrompendo? Aveva funzionato sempre, doveva funzionare ancora.

La battaglia di Lepanto, Antonio Danti. Musei Vaticani

I colloqui procedevano molto a rilento quando non erano una pura e  semplice perdita di tempo. La pazienza del papa fu messa a dura prova. Poi in Spagna scoppiò la rivolta dei moriscos e, qualche tempo dopo, le navi ottomane si presentarono davanti a Cipro. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. A dire il vero, prima di Cipro Sokolli aveva tentato altre strade, guardando oltre il Mar Bianco. Aveva progettato di aprire un canale a Suez e di unire, mediante un altro canale, il Mar Caspio con il Mar Nero, in modo da allargare il raggio d’azione dell’impero. Aveva fallito. Con il fallimento di quei tentativi era venuta meno anche la possibilità per la Mezzaluna di uscire dal Mare Bianco. L’impero ottomano era come prigioniero di quelle acque e a quelle acque avrebbe continuato a legare il proprio destino. L’attacco a Cipro ne era la conferma.

Anche Filippo II, adesso, guardava alle acque del Mar Bianco. Ad aprirgli gli occhi erano stati i moriscos delle Alpujarras. Si battevano come leoni e non cessavano di invocare l’intervento di Istanbul  in nome della fede comune. Sokolli  aveva abbondato in  promesse, ma era stato parco nell’invio di soldati e assolutamente avaro in quanto a navi da battaglia. Da consumato politico qual era si serviva di quella rivolta  per tenere sulle spine la Cristianità in generale e la Spagna in particolare, ma non era nemmeno sfiorato dall’idea di impegnarsi sul serio in quella guerra. Filippo, invece, la vedeva in un altro modo. Per lui, la rivolta dei moriscos era l’occasione tanto attesa dagli ottomani, dopo anni e anni di razzie e di scorrerie dei loro corsari, per mettere piede sul suolo spagnolo, per sostituire la croce con la mezzaluna. Si chiedeva: perché qui, perché adesso? Non sarà perché i miei migliori reggimenti sono lontani migliaia di leghe a contrastare gli eretici olandesi? Più rifletteva, più una cosa gli sembrava chiara: doveva tagliare il legame che univa i ribelli delle Alpujarras e i corsari barbareschi con Istanbul.  Detto in altre parole: il Turco andava combattuto a casa propria. Rese allora più crudele la repressione contro i moriscos, non risparmiando donne e bambini e fu più conciliante con il papa e con i veneziani a proposito della Lega Santa.
L’asse del mondo si stava spostando nel Mediterraneo.

A Cipro le cose andavano male. Nicosia era caduta; la flotta di soccorso aveva rimediato una figuraccia e gli ottomani stringevano d’assedio Famagosta. Non c’era tempo da perdere. I veneziani, fino ad allora tiepidi nei confronti della costituenda Lega Santa, si accalorarono e cominciarono ad avanzare pretese. Pretesero un intervento immediato a favore di Cipro; non risparmiarono critiche a chi, come il cardinale Granvelle, plenipotenziario del Re Cattolico, si dimostrava pessimista circa la possibilità di aiutare l’isola in un futuro immediato. Ma, tanto per non smentirsi, inviarono in segreto a Istanbul un loro incaricato, Jacopo Ragazzoni. Senza scomporsi o senza arrossire di vergogna, diranno a cose fatte: era un tentativo per guadagnare tempo. Tutte balle. Ragazzoni andava a Istanbul con proposte precise, pieni poteri e tempo illimitato per trattare. I sospetti reciproci e le illazioni sembravano pesare di nuovo come un macigno sulle trattative e arenarne  il corso.

E, invece, non andò così. Filippo II,  scottato dalla rivolta dei moriscos,  mise in discesa la trattativa; i veneziani con Nicosia in fiamme e Sokolli sordo alle loro richieste lo seguirono a ruota e così il 20 maggio del 1571 l’accordo fu firmato. Nelle premesse suonava magnifico e solenne: la Lega era costituita “ in perpetuo” per la difesa della fede e la lotta al Turco e ai suoi accoliti(i corsari nordafricani). Nei particolari era  più prosaico: la metà delle navi ce li mette la Spagna, i due terzi della rimanente metà Venezia , l’ultimo terzo il Papa. Il bottino, naturalmente, sarà diviso in proporzione. Gli affari, anche quando c’è di mezzo la fede, sono sempre affari.

Quando ancora si discuteva, quando ancora non si sapeva se la Lega sarebbe stata costituita o no, quando la flotta non era ancora una flotta, ma singole navi sparpagliate qua e là nei porti italiani e spagnoli, fu designato il comandante. Il papa sponsorizzava un suo uomo, Marcantonio Colonna; Filippo preferiva Gianandrea Doria. Colonna ne sapeva poco e aveva la fama di perdente per via di recenti trascorsi non troppo brillanti; Gianandrea era inviso ai veneziani e, dopo l’episodio di Djerba, considerato poco affidabile. Filippo – al quale spettava la designazione-  fece allora il nome di  Sua Eccellenza don Giovanni d’Austria. Nessuno sul momento ebbe alcunché da ridire.

Un ragazzo di nome Jeronimo.

Don Giovanni era figlio illegittimo di Carlo V e, quindi, fratellastro di Filippo. Subito dopo la nascita, il padre lo aveva affidato a una famiglia adottiva perché se ne prendesse cura e, col passare del tempo, si era quasi dimenticato di lui. Il futuro vincitore di Lepanto era cresciuto, col nome di Jeronimo, in una località lontana dalla capitale  insieme ad altri coetanei dai quali aveva appreso  a parlare un pessimo castigliano. Alle soglie dell’adolescenza era stato richiamato a Madrid, accolto nella casa di un uomo fidato dell’imperatore e , dopo qualche tempo, ammesso a corte.  In punto di morte, Carlo V ordinò a Filippo di rispettare Giovanni e di trattarlo come un vero e proprio fratello. Filippo lo fece, ma non fino in fondo. Spesso con lui si comportava freddamente e mai gli riconobbe il titolo di Altezza.

Sua Eccellenza, però, ci sapeva fare, tanto a corte quanto sui campi di battaglia, suscitando l’invidia di Filippo. Qualcuno gli attribuiva un desiderio segreto: farsi re delle Fiandre o di Tunisi. Fosse vero o no, quel giovanotto dalla rada barba bionda, bello e affascinante aveva qualcosa di speciale. Le donne lo guardavano sospirando, gli uomini gli obbedivano senza discutere, i moriscos impararono presto a temerlo. Don Giovanni non era un pezzo di ghiaccio come suo fratello. Quando dovette eseguirne gli ordini- per altro da lui condivisi- e deportare dalle Alpujarras le donne e i bambini dei ribelli rimase toccato dalla loro sofferenza. Dopo Lepanto restituirà alla propria famiglia un prigioniero illustre senza pretendere alcun riscatto, accompagnandolo anzi con nobili parole e doni preziosi. In quei giorni, però, molti si chiedevano: avrà questo giovanotto l’esperienza necessaria? Sarà all’altezza di un compito così impegnativo? Fra questi c’era un vecchio soldato, secco come un’acciuga e dalla lunga barba bianca: il comandante designato delle galee veneziane, l’irascibile  Sebastiano Venier.

La voce del muezzin.

Al pari di don Giovanni, anche Muezzinzade Alì Pasha, il kapudan della flotta ottomana, aveva scarsa esperienza di mare. Figlio di un muezzin, si diceva dovesse tutto alla sua voce calda e profonda. Quella voce senza volto aveva mandato in estasi l’harem del sultano, suscitandovi, nell’ora della preghiera, non visioni mistiche, ma più terrene fantasie erotiche. Sponsorizzato dalla favorite dell’harem, Alì  era salito rapidamente nella scala sociale occupando incarichi di rilievo e dando buona prova di sé. Come ultimo riconoscimento gli era stata affidata la flotta, incubo della Cristianità. Al suo fianco aveva gente esperta e rotta a ogni battaglia. C’era Piale Pasha, il vincitore di Djerba, c’era Kara Hodja uno spregiudicato corsaro italiano soprannominato “ il prete nero”da quando aveva gettato la tonaca alle ortiche  e c’era soprattutto Uluc Alì ( chiamato dai cristiani Uccialì), calabrese di nascita, scaltro, esperto, ma anche crudele e spietato, degno erede della tradizione dei grandi corsari barbareschi come Barbarossa e Dragut. Per via di una voglia o di una malattia della pelle era soprannominato “il tignoso”. E lo era di nome e di fatto.

Verso Messina.

La flotta cristiana si sarebbe dovuta riunire a Messina. Bisognava fare presto perché i difensori di Famagosta  erano sempre più nei guai. E, invece, le operazioni furono di una lentezza esasperante. Raccogliere viveri e munizioni, radunare soldati,  trovare rematori non  fu per niente facile in quella corsa contro il tempo. Fu un lavoro da dilettanti se confrontato con la perfetta organizzazione ottomana. Tutto viaggiava in ritardo. Comandante compreso.
Don Giovanni salpò da Barcellona sostando spesso lungo il cammino. Quando toccava terra fra un tripudio di folla, le chiese si spalancavano, le cerimonie religiose si moltiplicavano e le piazze si riempivano. Dovunque si invocavano Cristo e la Vergine.  A Napoli l’entusiasmo raggiunse il suo punto più alto. Nella città partenopea, fra un tripudio di folla, il cardinale Granvelle consegnò al giovane principe l’enorme vessillo azzurro destinato al pennone della Real.

Nel frattempo, nelle sue segrete stanze, la politica seguiva altre strade. Il “Prudente” Filippo non aveva perso del tutto la speranza di dirottare quella potente macchina da guerra verso Tunisi, conquistata qualche tempo prima, con un audace colpo di mano,  dal “tignoso”  Uluc Alì . E così, tanto per stare sul sicuro, aveva affiancato al fratellastro un consiglio di guerra con il compito  di contenerne l’impulsività  e di orientarne  le decisioni. Don Giovanni era obbligato a consultarlo e a non ignorarne i suggerimenti.
Il giovane principe, però, si fidava di più di  don Garcia de Toledo, già viceré di Sicilia e comandante della flotta spagnola, messo da parte dopo la conclusione dell’assedio di Malta. L’anziano ed esperto lupo di mare si trovava nei dintorni di Pisa a curarsi la gotta e, fra una cura  e l’altra, inviava a don Giovanni – che glieli chiedeva-  consigli e raccomandazioni. Se e quando attaccherai non tenere la flotta ammassata, metti alle ali imbarcazioni veloci e comandanti sperimentati, non sprecare colpi, spara all’ultimo momento e ad alzo zero erano i suggerimenti del vecchio  E insisteva: non esporti. Se il comandante cade, la battaglia è perduta. Gli scrisse persino il leggendario duca d’Alba: Sua Eccellenza tratti bene gli uomini: le obbediranno più facilmente e la seguiranno più volentieri , fu il suo consiglio.

“Salpo questa notte…”

Ma non erano soltanto la “ prudenza” di Filippo e lo scarso tempo a disposizione a complicare la situazione. A Messina le navi erano tante, gli uomini relativamente pochi, gli equipaggi- soprattutto quelli veneziani- incompleti. Soldati della Serenissima e uomini d’arme al soldo spagnolo si guardavano di traverso e a volte venivano alle mani, per via di ruggini antiche e di dissapori mai dimenticati; i comandanti diffidavano gli uni degli altri; i commenti sarcastici all’indirizzo di questo o di quello si sprecavano; le paghe non arrivavano; la stagione era avanzata, il tempo faceva le bizze, il mare schiumava.
Una volta riunita la flotta, don Giovanni convocò gli ufficiali superiori per decidere il da farsi. Meglio rimandare tutto, suggerivano i prudenti consiglieri del Prudente Filippo, in particolare Gianandrea Doria. Rimandare all’anno prossimo? tuonava Venier. Direste così se a bruciare fosse il forte della Goletta e non Cipro? Don Giovanni  tagliò la testa al toro e decise di prendere il mare. In fondo si erano radunati a Messina per quello. Le aspettative erano troppe e se  avessero rinunciato avrebbero perso la faccia di fronte al mondo intero. Una volta arrivati a Corfù avrebbero preso la decisione definitiva. Era il 16 settembre.  Don Giovanni scrisse a don Garcia: salpo questa notte e vado incontro al nemico. Il vecchio ammiraglio lesse la lettera e rabbrividì.
Rabbrividirono anche i consiglieri di Filippo, ma non poterono opporsi: se l’avessero fatto, sarebbero stati accusati di vigliaccheria e disprezzati da tutti. Si riproposero di intervenire quando le acque si fossero calmate: al momento opportuno avrebbero riprovato a mettersi di nuovo di traverso. Dal canto suo il papa, per mezzo di un proprio legato, aveva fatto capire a don Giovanni più o meno questo: vinci e avrai una corona. Così andavano le cose nell’anno del Signore 1571 in una qualche parte del Mare Bianco, mentre Famagosta bruciava e il suo eroico difensore, il veneziano Marcantonio Bragadin, al quale era stata promessa salva la vita, veniva scorticato vivo.

Navi tonde e navi nere.

Quando la flotta era ancora a Messina, il comandante delle navi pontificie, Marcantonio Colonna, fu raggiunto dalla notizia della morte della figlia. Le sue navi inalberarono il nero del lutto, gli uomini pregarono. Nottetempo, nera fra navi nere, un’agile imbarcazione sfilò lungo l’intero schieramento cristiano, poi tornò indietro. Nessuno le badò. Col senno di poi, fu un grosso colpo di fortuna. Quella nave, infatti, era una nave nemica e a bordo portava il corsaro Kara Hodja, venuto a farsi un’idea delle forze cristiane. Agli ordini di don Giovanni c’erano duecentootto navi da guerra, l’audace corsaro ne contò centoquaranta. Più sei navi tonde da trasporto. O, almeno, tali gli sembrarono. Un forte contingente veneziano, appartato in una cala riparata, gli era completamente sfuggito.
Anche un’altra nave- cristiana questa volta- agile e scura solcava le onde del Mare Bianco: portava la notizia della caduta di Famagosta.

Ordini e minacce.

Spinte dai remi, le navi di don Giovanni arrancavano verso Corfù mentre quelle di Muezzinzade Alì Pasha risalivano l’Adriatico in direzione di Prevesa fermandosi frequentemente  a saccheggiare. Il tempo era pessimo, i venti impetuosi. Le navi ottomane  erano malconce, le chiglie incrostate di alghe, gli equipaggi stanchi.  In coperta lo spazio era minimo; sottocoperta il tanfo e il puzzo di sudore e di escrementi erano insopportabili. I rematori mangiavano, bevevano, dormivano, imprecavano, defecavano e  morivano incatenati ai remi . Erano per lo più schiavi, ma di tanto in tanto, sulle navi cristiane, si incontravano i cosiddetti “ buonavoglia”, uomini liberi fattisi rematori per sfuggire ai debiti o alla fame. Sulle galee veneziane, poi, non era raro trovare fra i vogatori soldati di leva.
Arrivavano informazioni contraddittorie. Gli ottomani sottostimavano la flotta cristiana, i cristiani quella ottomana. Nessuno, poi, sapeva con precisione dove fosse il nemico e quali intenzioni avesse. Che cosa avrebbero fatto i cristiani?  Avrebbero davvero cercato la battaglia o si sarebbero limitati a un’azione dimostrativa, saccheggiando le coste dell’Epiro per poi ritirarsi? E che cosa avrebbero fatto gli ottomani? Avrebbero combattuto? Si sarebbero rintanati in un porto sicuro, rimandando tutto all’anno seguente, come pensavano gli esploratori di don Giovanni usciti in avanscoperta con le proprie navi? Avrebbero disperso la flotta, in attesa di riunirla nella bella stagione? Le domande abbondavano; le risposte certe, da una parte e dall’altra, scarseggiavano.

Il tempo, quello era il problema. Si era alla fine di settembre e i margini di manovra si restringevano ogni giorno di più, aumentando la possibilità di un disimpegno ottomano. Fra le file cristiane il nervosismo aumentava.  Una volta raggiunta Corfù – devastata ma non conquistata da Uluc Alì-  la tensione esplose. Uomini al soldo spagnolo erano stati mandati a infoltire i ranghi di una galea veneziana, L’uomo armato di Rethymno. Erano lì da poco quando a bordo scoppiò una zuffa per futili motivi. Ci scappò più di un morto. Sedato il tumulto, Sebastiano Venier fece appendere all’albero della nave i responsabili della zuffa. Tutti al soldo spagnolo.  Don Giovanni si sentì esautorato, montò su tutte le furie e minacciò di far impiccare Venier; la tensione  aumentò e, per alcune ore, l’esito della spedizione sembrò compromesso.  Poi gli animi si calmarono e le incomprensioni si stemperarono in nome dell’interesse comune. Ma i nervi restarono tesi.

E tesi sembravano anche i nervi del glaciale Filippo. A migliaia di chilometri di distanza, il re Prudente stava dettando una lettera- arriverà a cose fatte- per don Giovanni: gli ordinava di tornare in Sicilia e di rimandare tutto all’anno dopo. E forse erano tesi anche i nervi di Selim: tempestava di ordini Alì Pasha, ne invadeva il campo indicandogli minuziosamente che cosa dovesse fare e quando, come e dove muovere le navi, come e dove procurarsi le vettovaglie, gli metteva una fretta terribile. Le vittorie riportate dalla flotta ottomana in quella campagna sembravano non contare agli occhi del sultano. Al sicuro con le proprie galee nello stretto e ben munito Golfo di Lepanto- Inhebati  raggiunto nel frattempo, Alì se ne fece una ragione:  lo scontro non si poteva evitare.

“Combattiamo!”

 La flotta della Lega, lasciata Corfù, incrociava nelle acque prospicienti Cefalonia. Qualche tempo prima, in una notte serena- una delle rare notti serene di quei giorni- gli uomini di don Giovanni avevano visto in cielo un meteorite sbriciolarsi in tre lunghe lingue di fuoco  e lo avevano interpretato come un segno del favore divino. L’entusiasmo durò poco. Le scie della meteora non si erano ancora spente negli occhi di quegli uomini quando arrivò la notizia  della caduta di Famagosta. Era il 4 ottobre.
Sembrava la fine di tutto. Con Cipro in mani ottomane e con il mare sempre più agitato aveva ancora senso proseguire la missione?  Se lo chiesero i comandanti, se lo chiese Filippo, se lo chiesero gli uomini e i loro ufficiali. Se lo chiesero, soprattutto, i veneziani. Ma per loro continuare la missione diventava un dovere morale; vendicarsi, un diritto. Ora più che mai. Tanto più che finalmente c’era un’informazione sicura: la flotta nemica si trovava alla fonda nel golfo di Lepanto.
A Igumenizza, don Giovanni riunì di nuovo il consiglio di guerra, ascoltò gli ufficiali, soppesò i pareri ( molti erano contrari) e alla fine comunicò la propria decisione di andare incontro al nemico. Nessuno ebbe il coraggio di ribattere. Le galee cristiane fecero rotta verso Lepanto costeggiando le isole Curzolari.

All’avvicinarsi della flotta nemica anche Alì aveva riunito il proprio consiglio di guerra. E anche Alì aveva dovuto ascoltare i pareri contrari di gente esperta e scafata, come Uluc, come Piale Pasha, come Kara Hodja, come Pertev Pasha. D’accordo, i cristiani hanno meno navi di noi, ma perché prendersi rischi con la cattiva stagione alle porte? Perché fare noi la prima mossa, quando siamo a corto di rematori e al riparo in un porto sicuro? Erano tutte osservazioni giuste, sagge e condivisibili. Ma Alì aveva sul collo il fiato del sultano; da Istanbul riceveva ordini e pressioni  in continuazione. Lontano da Lepanto qualcun altro aveva già deciso per lui. Le porte tenute aperte dall’astuto Sokolli per separare Venezia dalla Spagna si erano chiuse di colpo con la morte di Bragadin. La politica aveva fallito, restavano i cannoni.
Venne il momento di decidere. Se Dio vorrà, disse Alì, non riceveremo alcun danno dall’avere quattro o cinque rematori in meno su ogni nave. Poi mise in campo i veri motivi: ogni giorno ricevo ordini non proprio amichevoli da Istanbul, confessò. Anche chi era contrario a dare battaglia capì e tacque. Le catene all’imboccatura del porto furono tolte e , nella notte, una dopo l’altra, le galee ottomane uscirono  verso il mare aperto lasciandosi alle spalle la protezione dei cannoni costieri.
Fu un errore gravissimo. Il primo.

Domenica 7 ottobre il tempo era bello, il mare calmo. Uno stormo di corvi passò gracchiando sulle navi di Alì. Era un pessimo presagio. Dalle coffe cristiane le prime vele ottomane furono avvistate all’alba. A poco a poco l’orizzonte si popolò  di una sterminata “ foresta” di navi. A quanto pareva, gli esploratori di entrambe le parti avevano preso un granchio colossale: mai si erano viste tante navi da battaglia in una volta sola. Quando vide le galee cristiane spuntare una  a una e sempre più numerose dalle insenature delle Curzolari, Pertev Pasha suggerì ad Alì di fingere una ritirata verso Lepanto in modo da portare le imbarcazioni nemiche a tiro dei cannoni costieri. Alì rifiutò sdegnato: la flotta del sultano non si sarebbe mai ritirata, neanche per finta.
Fu il suo secondo errore.

Sulle galee cristiane c’erano musi lunghi ed espressioni preoccupate. Persino l’irruento Sebastiano Venier taceva. Fu convocato un ennesimo consiglio di guerra. Che fare? Accettare battaglia o svignarsela? Gli uomini di Filippo non aspettavano altro. Dissero: i turchi hanno più navi di noi, la situazione è pessima, dobbiamo essere prudenti. Guai a prendere decisioni affrettate! Come dire: andiamocene alla svelta finché siamo in tempo. Magari a Tunisi.
Poi, evocato da Romegas, uno degli ufficiali di don Giovanni, lo spirito di Carlo V scese sul ponte della Real. Se l’imperatore fosse qui e disponesse di una flotta come questa, andrebbe dritto a Costantinopoli, fu il senso dell’ intervento di Romegas. Don Giovanni chiese: “Volete dire che dobbiamo combattere?” “ E’ quello che ho detto” rispose il Cavaliere di Malta.
“Bene”, disse allora con voce ferma don Giovanni, “Combattiamo!”

La croce e la mezzaluna.

Dopo il tempo delle decisioni, venne quello della preghiera. Sulle tolde la croce sostituì la spada, il Corano l’arco, la tonaca l’armatura, il prete (o l’imam) il comandante. Da una parte si invocavano Dio e la Vergine, dall’altra Allah e Maometto. Su ogni nave cristiana fu celebrata la messa; sulle galee ottomane furono recitate le  preghiere. Le due flotte avanzavano l’una contro l’altra avvolte in un salmodiare continuo, sempre più alto con il ridursi della distanza.
Don Giovanni indossò l’armatura, scese dalla Real e a bordo di una veloce imbarcazione passò in rassegna la flotta. Incoraggiò, animò, promise. Il burbero Sebastiano Venier depose ogni rancore e gli fece un leggero inchino. Quando don Giovanni tornò a bordo dell’ammiraglia, i pifferi suonavano, i tamburi rullavano, si alzavano invocazioni a San Giacomo e grida di “Serra, Spagna!” Trascinato da tutto quell’entusiasmo, il giovane comandante abbozzò  un passo di danza.
Ma non c’erano soltanto preghiere e promesse a tenere alto il morale dei combattenti cristiani. C’erano parapetti rialzati per riparare meglio gli archibugieri, rostri tagliati alla base per allargare il campo di tiro del cannone di prua( il cosiddetto “ corsiero”),  murate e  fiancate avvolte in grandi reti per ostacolare l’abbordaggio. Durante la battaglia quegli accorgimenti risulteranno decisivi.
Suoni e colori si mescolavano sul mare calmo. L’azzurro contrassegnava le cinquantotto galee riunite al centro intorno alla Real; il giallo le cinquantatré galee veneziane di Agostino Barbarigo  situate all’ala sinistra, il verde le cinquanta di Gianandrea Doria, piazzato all’ala destra. La flotta avanzava in linea sforzandosi di mantenere- cosa non facile-  l’allineamento e il giusto intervallo fra un’imbarcazione e l’altra. Dietro di essa, in fila e inalberando contrassegni bianchi, veleggiavano di riserva le trentotto navi dell’esperto Alvaro de Bazàn, marchese di Santa Cruz , pronte a intervenire in caso di bisogno. In testa allo schieramento, alcune galee stavano trainando a rimorchio le sei “ navi tonde” avvistate da Kara Hodja durante la sua incursione nel porto di Messina. Il prete nero le aveva credute navi da trasporto. Non lo erano. Erano vere e proprie cannoniere,  lente e impacciate , ma in grado di sviluppare un volume di fuoco spaventoso. I veneziani avevano dato loro il nome di “galeazze”.
Non ammassare le tue navi, sfrutta per intero la tua potenza di fuoco, non sbagliare un colpo prima dell’arrembaggio, si era raccomandato don Garcia de Toledo. Ora, nella stazione termale vicino a Pisa dove cercava di smaltire gli eccessi di acido urico, il vecchio ammiraglio poteva stare tranquillo: i suoi consigli erano stati ascoltati. Il resto era nelle mani di Dio.

E Alì? La sua flotta avanzava descrivendo una linea arcuata, con le ali sporgenti rispetto al centro. Come ha scritto Arrigo Petacco, viste con gli occhi di un uccello levato alto nel cielo, le due flotte avevano la forma una della croce, l’altra della mezzaluna, i simboli di Cristo e del Profeta. Non durò molto, per la verità. Le imbarcazioni situate alle estremità dello schieramento tendevano a spostarsi troppo in avanti rispetto alle più lente galee posizionate al centro. Alì, allora, abbandonò la mezzaluna e assunse uno schieramento in linea, speculare a quello di don Giovanni. Pose la sua ammiraglia dal vivido colore rosso, la Sultana,  al centro della formazione: nessuno avrebbe dovuto oltrepassarla. Nel frattempo  il vento da est era caduto e ora soffiava , anche se leggero, a favore dei cristiani.
Anche questo fu interpretato come un segno del favore divino.

La  sesta ora.

La battaglia vera e propria cominciò poco prima di mezzogiorno. Non fu una battaglia, fu un macello. I cannoni delle galeazze posizionate davanti alla linea cristiana spararono per primi e a colpo sicuro fracassando murate, affondando imbarcazioni, disalberando galee, facendo volare teste e braccia. Dopo un effimero successo iniziale, la manovra avvolgente ottomana portata sul fianco sinistro fu respinta e gli equipaggi furono massacrati mentre cercavano di guadagnare la terraferma; al centro dello schieramento le navi, cozzando le une contro le altre, entrarono letteralmente le une nelle altre.  Stando alla leggenda, quando la Real abbordò la Sultana, Maria la Bailadora  fu la prima a mettere piede a bordo. Don Giovanni impugnò uno spadone a due mani e, ignorando il consiglio di don Garcia, si espose in prima persona, ricevendo una ferita a una coscia. Sebastiano Venier, troppo vecchio per reggere una spada e con troppi calli per calzare stivali, si era fatto dare una balestra e, in babbucce, tempestava di frecce il nemico. La mascotte della Real, una piccola marmosa sudamericana, fu vista spezzare le aste delle frecce coi denti e scagliarne i monconi tutt’intorno.
Sulla Marquesa, Miguel de Cervantes ricevette la prima delle due archibugiate al petto( la terza lo priverà dell’uso della mano sinistra ” per maggior gloria della destra”, come scriverà); Gianandrea Doria prese il largo allontanandosi dal campo di battaglia, forse per evitare le più numerose galee di Uluc, più probabilmente per preservare le  proprie, aprendo di fatto un’autostrada al nemico. Uluc ne approfittò immediatamente: si sbarazzò di una ventina di navi cristiane staccatesi di propria iniziativa dalla linea di Gianandrea per fermarlo e iniziò la manovra per portarsi alle spalle di don Giovanni. Il tempestivo intervento del marchese di Santa Cruz con le riserve, ma, soprattutto, l’esaurirsi della spinta ottomana al centro dello scontro, dove chi aveva finito frecce e munizioni combatteva a colpi.. di limoni e di ortaggi,  lo indussero  a più miti consigli. Tagliò il cavo di rimorchio alle navi catturate e, portando con sé lo stendardo dei Cavalieri di Malta tolto a una di esse, prese il largo. Alì Pasha si batté fino all’ultimo prima di cadere al proprio posto di combattimento; Kara Hodja fu spacciato da un archibugiere spagnolo, Pertev Pasha riuscì a cavarsela, ma, una volta tornato a Istanbul, sarà messo da parte. Sul far della sera, dopo cinque ore di lotta feroce e di scontri sanguinosissimi, i cristiani rimasero padroni del mare.
Dovunque si alzavano i lamenti dei feriti e dei moribondi; le acque del Mar Bianco erano rosse di sangue. Qui una nave bruciava, là un’altra si inabissava lentamente; un fumo acre avvolgeva ogni cosa, rendendo irrespirabile l’aria e facendo lacrimare gli occhi; tavole, sartiame, vele erano sparse tutt’intorno e tutt’intorno galleggiavano braccia, teste, gambe e corpi maciullati di uomini. Il rumore ossessivo durato per l’intera battaglia lasciò il posto a un silenzio ancora più terribile, rotto qua e là da grida di aiuto e da invocazioni a Dio e ad Allah. La sesta ora fu forse l’ora più straziante.

I Vincitori di Lepanto: don Giovanni dAustria, Marcantonio Colonna, Sebastiano Venier

Pio V presagiva la vittoria: quando gli fu comunicata la notizia, pianse e ringraziò Dio per avergli concesso di difendere il suo Santo Nome. Filippo II stava ascoltando messa a Madrid: ricevuta la notizia, non mosse un muscolo e continuò a seguire la funzione. Poi ordinò la celebrazione di un Te deum. Persino nella lontana e protestante Inghilterra si fece festa e si celebrarono funzioni religiose.
Don Giovanni divenne l’eroe del momento, l’arcangelo vendicatore, il salvatore della fede. Su di lui si scrivevano libri, si romanzavano storie, si stampavano opuscoli. Ma la corona tanto desiderata non arrivò mai.  Qualche anno dopo, prima di morire di tifo in una sperduta località delle Fiandre, il vincitore di Lepanto scriverà: “ Sprecai il mio tempo costruendo castelli in aria, ma alla fine tutti, e io con essi, fummo spazzati via dal vento”.

E a Istanbul? Sulle prime, Selim la prese molto male: non mangiò e non dormì per tre giorni( si ignora se si sia anche astenuto dal vino). Poi si fece vedere in pubblico insieme a Sokolli, come se niente fosse accaduto. Il messaggio era chiaro: la Sublime Porta liquidava Lepanto con un’alzata di spalle. Con il pomposo nome di Kiliç ( Spada) Uluc Alì fu nominato kapudan in sostituzione di Alì Pasha sul quale furono fatte ricadere tutte le colpe della sconfitta; fu organizzata una sfilata nel Corno d’Oro e il vessillo degli odiati Cavalieri strappato a una loro galea a Lepanto fu esibito come se si stesse celebrando una vittoria. Prese piede una versione bizzarra di quegli avvenimenti: a Lepanto  la flotta del sultano non era stata distrutta: avvicinandosi l’inverno, la flotta si era dispersa, sparpagliata. Divenne la versione ufficiale.

Disse Sokolli a un funzionario veneziano alludendo alla caduta di Cipro e alla battaglia di Lepanto:  a voi stato tagliato un braccio, a noi  è stata tagliata la barba. Il vostro braccio non ricrescerà più, la nostra  barba invece ricrescerà  e sarà più folta di prima. Neanche un anno dopo la ricostruita flotta ottomana era di nuovo in mare. Ma non era più la flotta di un tempo. A prendere il largo erano vascelli costruiti di “ legno verde” con equipaggi inesperti, con cannoni fusi in fretta o  arrugginiti, guidata da comandanti alle prime armi .
Il mondo guardava altrove: anche per questo motivo non ci sarebbe mai più stata una seconda Lepanto. Il tempo delle grandi battaglie navali nel Mare Bianco  era finito.

Epilogo.

Vittoria inutile? I fatti successivi sembrerebbero confermarlo. La lega “ santa e perpetua” si sfaldò ancor prima della morte di Pio V avvenuta nel ‘72; gli effetti della strepitosa  vittoria non furono sfruttati- o non vollero essere sfruttati- immediatamente; i veneziani tornarono a trattare con Istanbul e nove anni dopo Lepanto anche il cattolico Filippo veniva  a patti con la Sublime Porta. Quei comportamenti avevano  ragioni immediate e ragioni più profonde. Nell’immediato giocavano motivi contingenti. Il re Prudente voleva avere le mani libere per occuparsi dell’Inghilterra protestante e corsara; i veneziani volevano riappropriarsi , anche se in parte, del loro ruolo di tramite commerciale fra Oriente e Occidente; il sultano era alle prese con ribellioni interne e guardava alla Persia. A tutti sfuggiva il profondo cambiamento in atto: il mondo di allora si stava, se così si può dire, globalizzando. Madrid e Istanbul  erano legate a filo doppio; l’oro e l’argento delle Americhe erano destinati ad alimentare l’inflazione in entrambi gli imperi; nel bene e nel male, l’economia univa dove la fede divideva. Il Mare Bianco non era più il centro del mondo, forse non lo era più da un pezzo, sicuramente non valeva più la pena di svenarsi per averne il controllo. Lepanto era stata una specie di parentesi, una pausa gloriosa della storia della Cristianità. E ora la storia, tutta la storia,  riprendeva il proprio cammino.
Vittoria inutile, dunque? In parte sì, in parte no. Dopo Lepanto la Cristianità tirò un forte sospiro di sollievo, perché, come scrisse Cervantes, “in quel giorno che riuscì sì felice”, i turchi persero agli occhi del mondo la fama di essere invincibili in mare. Magro risultato se paragonato ai sacrifici sopportati , ai denari spesi e, soprattutto, al sangue versato.
Ma per tanti – e non solo per chi a Lepanto aveva combattuto- anche quel magro risultato fu una grande vittoria.

Leggi “Il falcone maltese” ( L’assedio di Malta)

 

Da leggere:

Alessandro Barbero, Lepanto, la battaglia dei tre imperi, Laterza, 2010
Jack Beeching,  La battaglia di Lepanto, Rusconi, 1989
Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 1966
Niccolò Capponi, La Lega Santa contro l’impero ottomano, Il Saggiatore 2008
Roger Crowley, Imperi del mare, Bruno Mondadori, 2009
J.F.C Fuller, Dalle origini alla battaglia di Lepanto, Stato Maggiore Esercito, 1988
Roberto Gargiulo, La battaglia di Lepanto, Biblioteca dell’immagine, PN, 2004
Gianni Granzotto, La battaglia di Lepanto, Mondadori, 1979
Arrigo Petacco, La croce e la mezzaluna, Mondadori 2005

 

La corsa verso Lepanto: gli avvenimenti in breve.

1565 a Istanbul Mehmet Sokolli viene nominato gran visir.
9 dicembre 1565: muore papa Pio IV.
8 gennaio 1566: Antonio Ghislieri, già grande inquisitore, viene eletto al soglio di San Pietro con il nome di Pio V.
Settembre 1566: muore Solimano il Magnifico. Sale al trono il figlio Selim.
Primavera del 1567: dopo un’incursione senza troppe conseguenze di Piale Pasha nell’Adriatico, gli ottomani alle prese con problemi interni ( carestie, ribellioni) si fanno meno aggressivi sul mare.
1567: la Sublime Porta e la Serenissima Repubblica di Venezia regolano i propri rapporti con un trattato.
25 dicembre 1567: in Andalusia i moriscos spagnoli( i discendenti degli antichi conquistatori arabi) si ribellano a Filippo II. Il re già impegnato a reprimere la ribellione dei Paesi Bassi scoppiata un anno prima, affronta la situazione con mano ferma.
1568: don Giovanni d’Austria è nominato comandante della flotta spagnola. Gli viene anche conferito l’incarico di reprimere la rivolta dei moriscos.
Gennaio 1570: con un audace colpo di mano portato via terra con l’aiuto di quattromila giannizzeri e di gran parte della popolazione locale, il corsaro Uluc Alì depone il re filo-spagnolo di Tunisi.
28 marzo 1570: rompendo il trattato del ‘67, Selim fa recapitare a Venezia una richiesta perentoria: o  ci viene consegnata Cipro o sarà la guerra. A larghissima maggioranza, il senato della Repubblica vota a favore della guerra. Il papa torna a riproporre l’idea di una Lega Santa. Filippo e i veneziani sembrano d’accordo. Nel frattempo, viene allestita una flotta per soccorrere Cipro e Marcantonio Colonna ne è nominato comandante. Le galee spagnole sono affidate a Giandrea Doria e quelle veneziane e Gerolamo Zane.
Luglio 1570: a Roma cominciano i colloqui per costituire la Lega Santa voluta dal papa.
20 luglio1570: circa sessantamila soldati ottomani sbarcano a Cipro: al comando della flotta c’è Piale Pasha, a quello dell’esercito Lala Pasha. La forza d’invasione punta su Nicosia al centro dell’isola.
30 agosto 1570: dopo aver vagato nel Mediterraneo, le flotte alleate si congiungono a Creta. Quella veneziana è male in arnese a causa di epidemie scoppiate fra i rematori; quella spagnola non ha alcuna intenzione di combattere, quella pontificia è piccola. Inizia un consiglio di guerra interminabile( tredici giorni).
9 settembre 1570: mentre a Creta si discute, Nicosia viene espugnata.
17 settembre 1570: la flotta alleata esce in mare diretta a Rodi, intenzionata a compiervi un’incursione.
21 settembre 1570: la flotta in navigazione è raggiunta dalla notizia della caduta di Nicosia. Rinuncia all’incursione su Rodi e torna alle basi di partenza. Violenti tempeste affondano alcune imbarcazioni. Per il comportamento tenuto in quell’occasione, vale a dire per aver fatto una figuraccia, Zane sarà imprigionato e Giandrea Doria promosso generale.
3 ottobre 1570 : al largo di Famagosta, tre navi cariche di prigionieri diretti a Istanbul in dono al sultano saltano in aria  a causa di una violenta esplosione. Secondo la leggenda , fu la figlia di un nobile italiano a causarla preferendo la morte all’harem  di Selim.
Gennaio 1571: a seguito delle audaci scorrerie per mare del veneziano Marco Querini  a Cipro, Piale Pasha viene esautorato dal comando. La flotta viene affidata a Muezzinzade Alì Pasha.
21 marzo 1571: la flotta di Alì lascia Istanbul. Gli ordini del sultano sono chiari: cercare la flotta nemica, impegnarla e distruggerla. Per la prima volta la flotta ottomana- di regola utilizzata per appoggiare operazioni anfibie- riceve l’incarico di cercare la battaglia in mare.
25 maggio 1571: a Roma viene anunciata solennemente la costituzione  della Lega Santa; a Cipro,  Famagosta è sempre più sotto pressione.
20 luglio 1571: il comandante designato della flotta della Lega, don Giovanni  d’Austria, fratellastro del re Filippo, parte da Barcellona diretto a Messina. Il 14 agosto, a Napoli, riceve il vessillo azzurro donatogli dal papa e destinato al pennone della Real, la sua ammiraglia. Il 24 è a Messina.
1° agosto 1571: Marcantonio Bragadin si arrende: la resistenza di Famagosta è finita. Le trattative cominciano bene, poi precipitano.  Il 17 agosto l’eroico difensore di Cipro viene scorticato vivo.
22 agosto 1571: don Giovanni raggiunge Messina, dove la flotta della Lega si sta raccogliendo.
16 settembre 1571: la flotta della Lega prende il mare. Non sa ancora niente di  Famagosta.
27 settembre 1571: dopo una navigazione lenta e ostacolata da avverse condizioni atmosferiche, la flotta di don Giovanni getta l’ancora nel porto di Corfù.
28 settembre 1571: Filippo II scrive la lettera con la quale ordina a don Giovanni di ritornare in Sicilia.
2 ottobre 1571: scoppia una zuffa a bordo di una nave veneziana. Dopo averla sedata, Sebastiano Venier, responsabile della flotta della Serenissima, fa impiccare alcuni responsabili, tutti al soldo spagnolo. Sentendosi esautorato, don Giovanni minaccia di far impiccare lo stesso Venier. I rapporti si fanno molto tesi. Gli ottomani, al sicuro nel porto di Lepanto ( per loro Inhebati) lo vengono a sapere e si rafforzano nella convinzione che la flotta  nemica si sfalderà al primo scontro.
4 ottobre 1571: al largo di Cefalonia, viene avvistata un’imbarcazione proveniente da Creta: reca la notizia della caduta di Famagosta.
6 ottobre 1571: dopo un ennesimo consiglio di guerra, la flotta cristiana lascia Cefalonia in direzione della isole Curzolari.
7 ottobre 1571, due del mattino: la flotta di Alì Pasha lascia Lepanto e va incontro alla flotta della Lega.
7 ottobre 1571, mezzogiorno: la battaglia di Lepanto ha inizio. Terminerà cinque ore dopo.

La battaglia in due parole.

In estrema sintesi, le cose, nella domenica della flotta “ dispersa”, vanno in questo modo. Primo: Alì, come abbiamo visto, esce dal golfo di Lepanto lasciandosi alle spalle una posizione sicura e i cannoni costieri. Quando avvista il nemico, potrebbe ancora rimediare e , seguendo il consiglio di Pertev Pasha, tornare indietro. Non lo fa.
Secondo: davanti allo schieramento cristiano sono state posizionate sei galeazze , due per ogni settore( il centro e le due ali). Si tratta di navi lente, ma  armate fino ai denti. Alì avanza , le galeazze aspettano che gli ottomani siano vicinissimi poi  fanno fuoco. I danni sono enormi: Alì, prima di superarle, perde una nave su tre.
Terzo: mentre questo accade al centro , sull’ala destra dello schieramento ottomano ( la sinistra  per i cristiani), Shuluk Mehemet- soprannominato Maometto Scirocco-  tenta una manovra avvolgente. Conta di aggirare le galee di Barbarigo navigando sotto costa e sfruttando i bassi fondali. Una volta superato quell’ostacolo, niente e nessuno gli impedirà di prendere don Giovanni alle spalle. Quando il piano era stato discusso, l’esperto Uluc Alì aveva storto il naso. Troppi rischi . E soprattutto, troppo vicina la terraferma. Se qualcosa fosse andato storto, gli equipaggi avrebbero abbandonato le navi  e si sarebbero precipitati  a terra , aveva concluso.
Inizialmente la manovra di Shuluk riesce; poi la reazione veneziana, l’intervento di una galeazza e l’ apparizione di alcune galee spedite in tutta fretta dal marchese di Santa Cruz in quel settore, rovesciano l’esito dello scontro. E come aveva previsto Uluc, gli equipaggi cercano di prendere terra, finendo massacrati.
Quarto: mentre all’ala destra lo scontro è ancora incerto, al centro dello schieramento Alì punta diritto sulla Real, fiancheggiata dalle ammiraglie di Marcantonio Colonna e di Sebastiano Venier. Le navi delle due formazioni, non solo la Real e la Sultana, cozzano le une contro le altre. Il copione è sempre lo stesso: fuoco d’artiglieria iniziale, fuoco degli archibugieri per spazzare il ponte , lancio delle passerelle d’abbordaggio, intervento delle fanterie di marina. Sulle due ammiraglie e intorno a esse, si accende una mischia furibonda con esiti alterni.
Quinto: mentre al centro e all’ala destra si combatte, all’ala sinistra ottomana( la destra per i cristiani) Uluc Alì e Gianandrea Doria sono l’uno di fronte all’altro.  Uluc ha più navi di Doria. L’ammiraglio genovese se ne rende conto immediatamente e  si allontana . Perché lo fa? Per preservare le imbarcazioni di sua proprietà? Per  giocare al gatto col topo nell’attesa di cogliere il momento propizio per intervenire? Sia come sia, il suo comportamento apre un buco di circa un chilometro nello schieramento cristiano.
Sesto: una ventina di vascelli del Doria – evidentemente non di sua proprietà- invertono la rotta e muovono contro Uluc nel disperato tentativo di fermarlo.  Il corsaro manovra da maestro, si sbarazza di quelle poche navi e si infila come un fulmine nel corridoio,  intenzionato a piombare alle spalle di don Giovanni.
Settimo: Don Alvaro de Bazàn  muove con tempestività le proprie riserve e chiude  il buco. Uluc taglia le corde ( i cavi delle navi catturate) e ..la corda.
Ottavo: al centro, dopo aspri e furiosi combattimenti, i cristiani hanno finalmente la meglio.
Nono: si rende grazie a Dio e  si contano i morti e i feriti.

Cartina della battaglia.

Nella cartina seguente è illustrato lo schieramento iniziale delle due formazioni. Gli ottomani ( in verde)hanno al centro le navi raccolte attorno a Alì Pasha, sulla loro destra, quelle di Shuluk Mehmet( Maometto Scirocco) e , a sinistra, quelle di Uluc Alì( Uccialì). Lo schieramento della Lega( rosso) vede al centro le galee di Don Giovanni, quelle di Venier e quelle di Marcantonio Colonna; all’ala destra, contrapposto a Uccialì, si trova Gianadrea Doria e, a sinistra di fronte a Maometto Scirocco, si trovano le imbarcazioni di Barbarigo. Due galeazze sono posizionate davanti a ogni settore dello schieramento cristiano. Il marchese di Santa Cruz è di riserva.

Lo schieramento iniziale

 

 

 

 

 

 

 

 


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 Le immagini riportate nell’articolo sono tratte da: it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Malta

Sotto il titolo: La battaglia di Lepanto, di Antonio de Brugada( 1804-1863), Barcellona, Museo Marittimo.

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