Il giorno di San Crispino

 

Agincourt il campo di battaglia

….può questa ristretta pedana contenere
la sterminata campagna di Francia?
Oppure possiamo noi gremire
questo O di legno anche dei soli elmi
che atterrirono l’aria ad Agincourt?

( W. Shakespeare , Enrico V, prologo; traduzione di Vittorio Gabrieli)

Due corone, un re.

L’11 agosto del 1415, Enrico V  di Lancaster, re d’Inghilterra, parte in armi da Southampton e  tre  giorni dopo, il 14 ,  sbarca  sul suolo francese. Strano tipo, Enrico. Da principe  aveva condotto una vita scapestrata, “fra compagni incolti, villani, superficiali “ -per usare le parole  di Shakespeare  ( I, 1), insieme  al  quale percorreremo una parte del nostro cammino-   dedita al vizio e  ai bagordi . Con la corona sul capo è un altro uomo : saggio, prudente, coraggioso, eloquente, dedito allo studio. Anche scaltro, che non guasta. Una fragola, scriverà il poeta,  cresciuta sotto l’ortica. Suo cugino,  il Delfino di Francia, per canzonarlo, gli manda come regalo alcune palle da tennis: non sa del cambiamento o, se lo sa , non ci crede.
La risposta  di Enrico lo gela: le palle da tennis si trasformeranno presto in palle di cannone.

Ritratto di Enrico V d’ Inghilterra.

Ma  che cosa ci fa , alla vigilia del suo ventottesimo compleanno, in Francia? E, per di più, alla testa di un esercito? La questione è complessa e semplice nello stesso tempo: Francia e Inghilterra- meglio: i loro re-  sono in guerra. Lo sono da un pezzo. Dal 1337, per la precisione. Da quando, cioè,  Edoardo, terzo nel nome , aveva rivendicato per sé il trono di Francia.
Carlo IV il Bello era morto senza lasciare eredi  diretti. La corona era andata, allora, a un rampollo  di un  ramo cadetto, quello dei Valois. Edoardo , in quanto cugino di Carlo , pensò di essere stato defraudato di un suo sacrosanto diritto  e non ci mise molto a passare dai proclami ai fatti: contestò  alcuni provvedimenti adottati da Filippo IV di Valois e gli dichiarò guerra.
Nel corso della guerra che seguì,  la Francia ebbe inizialmente la peggio  e fu costretta a subire, nel 1360, l’umiliante pace di Bretigny, in base alla quale veniva privata di ampie zone del proprio territorio( come contropartita, Edoardo rinunciava a rivendicare il  trono francese). Recuperò in fretta, anche perché un  re intelligente- Carlo V- e un altrettanto intelligente comandante militare ,  Bertrand Duguesclin, usando la spada  e la penna,  la guerriglia e la diplomazia  seppero contenere  e in parte annullare l’avanzata inglese, riprendendosi molto di quello che era stato perduto a Bretigny.   Ma la questione era e restava aperta.
Così,   appena salito al trono, Enrico V  rivendica  per sé la corona di Francia – allora sul capo di un sovrano, Carlo VI, malato di mente-   ma poi  fa  capire che si  “accontenterebbe” anche   del Poitou, della Guienna, del Limosino e della Guascogna, come avevano stabilito gli accordi del 1360. L’aristocrazia francese non ne vuole neppure sentir parlare, costringendo così Enrico  a scegliere: lasciare perdere  o  impugnare le armi. I  francesi non sono uniti e lui lo sa, il duca di Borgogna e la sua fazione lo appoggiano, forse può farcela. E così sceglie le armi.
Lo fa  perché  è persuaso di  essere nel giusto, cioè di avere titolo certo  ad aspirare al trono del regno  d’Oltremanica- condizione, questa,  fondamentale, nella sua epoca, se  si voleva salvare la faccia  e  non apparire come  aggressori  o  usurpatori (“ Se la causa non è onesta , il re stesso  sarà chiamato a una grave resa dei conti..( IV, I) .
I suoi diritti sulla corona francese furono , quasi certamente , sostenuti a forza di cavilli. Anche Shakespeare  se ne rende conto. E  così ecco ( I,i) l’arcivescovo di Canterbury mettere  in campo tutta la sua dottrina per smontare pezzo per pezzo la legge che  escludeva le donne dal trono( Edoardo III,  di cui Enrico V era un discendente, aveva rivendicato la  corona di Francia, in virtù delle sue parentele   in linea  femminile). Questa legge, afferma l’arcivescovo, non ha valore in Francia, bensì nella sola Germania  e se  pezzi da novanta come Pipino il Breve e Ugo Capeto non avevano  avuto scrupoli a cingere la corona quali discendenti di figlie di re  e proprio in Francia, avrebbe dovuto averli Enrico? E’ vero: l’arcivescovo è parte interessata, è preoccupato perché teme la confisca dei beni ecclesiastici ,  vuole compiacere Enrico, Shakespeare è un poeta, non uno storico, ma  la realtà non deve essere stata molto diversa.

Un passo alla volta.

Il re ha  un piano. Inutile correre in lungo e in largo la terra francese se non si ha  una base d’appoggio. Senza di essa  , ti esponi ai contrattacchi, patisci la guerriglia, soffri e fatichi. Il più delle volte per niente.  Dunque, prima di menare sul  serio le mani,  bisogna  contare su una solida base di appoggio dalla quale partire e alla quale tornare, in caso di necessità, durante la campagna.
Harfleur, eccola la base ideale. Dall’altra parte della Manica, certo, ma vicina all’Inghilterra e, quindi, facilmente raggiungibile. E che dire della sua posizione strategica? Invidiabile . Una volta in Francia, dunque, il  primo passo  sarà quello di prendere Harfleur( vicina all’odierna Le Havre);  poi si vedrà.  E, intanto, tergiversa. Invia ambasciatori alla corte di Carlo VI con le sue proposte; reclama , quale discendente di Edoardo III, i propri diritti, blandisce e minaccia . Tutto serve, purché il tempo passi e si possa radunare l’esercito.

L’esercito di Enrico non è molto numeroso ( diecimila combattenti, uomo più uomo meno), ma , soprattutto, sono relativamente  pochi  gli “ uomini d’arme” ( duemila, circa), vale a dire  i soldati  a cavallo coperti di armatura pesante, il nerbo degli eserciti di quei tempi.  Per la verità, essi sono cavalieri per modo di dire, perché   molto spesso, nell’esercito inglese come in quello francese, molti di loro vengono  fatti smontare prima dello scontro e mandati avanti in file serrate. Una sorta di fanteria corazzata, insomma.
E poi ci sono gli arcieri. Ottomila in tutto e tutti armati di un lungo arco , il longbow( o strongbow),   in grado di scagliare  frecce anche fino a duecentocinquanta, duecentosettanta  metri di distanza.  Con forze del genere non si può condurre una lunga campagna. Una volta conquistata  Harfleur, probabilmente il re intende compiere una puntata dimostrativa su Parigi e poi dirigersi o verso Bordeaux o verso Calais, entrambe piazzeforti  inglesi.

 

Verso Calais

Il 18 agosto Enrico  è davanti ad Harfleur. Conta di prenderla in poco tempo. Come tutti i comandanti in tempo di guerra , prima della battaglia  avrà  probabilmente  esortato i suoi uomini, avrà ricordato loro  le imprese gloriose di Edoardo III e del Principe Nero  in Francia,  evocato la battaglia di Crecy,  ma non avrà dimenticato  di parlare di bottino, di  riscatto dei prigionieri, di soldi insomma , rendendo ufficiali e soldati   meglio disposti a combattere. Sia come sia, esortati  o no,  per  “L’Inghilterra e San Giorgio” o per denaro,  i suoi uomini   muovono all’attacco.
Le cose si mettono subito male. Harfleur resiste  e più i giorni passano più sembra difficile venirne a capo. Si registrano  le prime perdite: quelle provocate  dal nemico e quelle causate da una terribile  dissenteria , propagatasi con la velocità del fulmine fra le file  inglesi. E’ una guerra di attacchi e di contrattacchi, di mine e di contromine, di piccoli progressi e di  smacchi.  E intanto   il tempo passa, il clima cambia,  molti  hanno  il morale  sotto i tacchi, comincia  a far freddo, spesso piove e Harfleur è sempre in mano francese. 
Lontano da Harfleur, intanto,  i francesi  non stanno con le mani in mano. A Rouen, al comando del connestabile di Francia, Carlo d’Albret( Delabreth, per Shakesperare) , si sta riunendo un esercito formidabile: venticinquemila uomini, in gran parte “uomini d’arme” a cavallo e a piedi;  e poi balestrieri, genieri, reparti della sussistenza. Il re di Francia è stato chiaro: piombategli addosso, avete forze sufficienti/ e su di un carro  di ostaggi in Rouen/ portatecelo prigioniero. Un guaio in più – e che guaio!- per Enrico.
Il 22 settembre, dopo ripetuti attacchi,  Harfleur cade. Secondo Shakespeare,  perché il governatore della città, spaventato dalla potenza inglese e dalle minacce di Enrico, si arrende ;  in realtà,  per un puro colpo di fortuna.  Ad ogni modo, il primo passo è fatto. Ci è voluto più di un mese, però e quel mese è stato pagato caro in termini di tempo( perduto) e di soldati debilitati e indeboliti dagli scontri e dalla malattia. Adesso Enrico deve scegliere. Andare avanti? Pericoloso,  non solo per le condizioni di salute  dei soldati, non solo per il tempo pessimo,  ma anche perché  Carlo d’Albret è uscito da  Rouen e gli sta venendo incontro. Dunque, meglio lasciare perdere per il momento e  cercare di salvare il salvabile.
Ma Enrico è pur sempre un re. Se  si imbarcasse  subito e tornasse in Inghilterra , ammetterebbe la propria sconfitta; ma se, dirigendosi verso un porto sicuro, percorresse le terre  francesi , prendendone simbolicamente possesso, l’onore sarebbe salvo. Si discute , ma è una discussione pro forma: il re ha deciso. L’esercito resterà in territorio nemico  e si dirigerà verso Calais. “ Poiché s’approssima l’inverno e si diffonde la malattia / fra i nostri soldati, ci ritireremo a Calais”, scrive Shakespeare. E si ferma qui.

La marcia di Enrico da Harfleur a Calais

Raggiungere  il porto di Calais non è per niente facile. Innanzitutto perché è lontano da Harfleur ( 250 chilometri, circa); in secondo luogo  perché, per arrivarci,  si devono superare non pochi ostacoli naturali, il più impegnativo dei quali  è il fiume Somme;  in terzo luogo perché i soldati sono debilitati e hanno anche poco da mangiare; infine perché  l’esercito francese ha cominciato la caccia. Ma la volontà di un re è sempre la volontà di un re  e,  così, gli stanchi e affamati soldati inglesi si mettono in cammino, sotto la pioggia ,  verso nord. Ogni arciere inglese, oltre all’arco, alle frecce e alle altre armi personali, porta con sé un palo lungo un metro e mezzo circa,  appuntito alle due estremità. L’ha ordinato il re in persona. Se i francesi attaccheranno durante la marcia, ognuno dovrà  conficcare  il palo davanti a sé inclinandolo verso il nemico per spezzare un’eventuale carica di cavalleria.
Sulle prime tutto va liscio. Un paio di fiumi poco profondi vengono superati, la marcia procede abbastanza spedita, la Somme è vicina. Ma non dura  a lungo. Un forte contingente  francese di sei-settemila uomini  blocca il guado sulla Somme verso il quale Enrico è diretto. Bisogna cercarne un altro. E così, tallonato dai francesi, Enrico  scende verso sud, marcia col buio  e li distanzia, raggiunge un guado incustodito e fa passare- è il 19 ottobre-  i suoi  uomini sull’altra sponda. Poi va avanti, direzione nord, questa volta: due, tre tappe ancora e sarà finita. Finita un bel niente: d’Albret lo riaggancia e gli taglia la strada per Calais. Dunque, tutto da rifare:  si dovrà  combattere.
Enrico si sposta, allora,  nei pressi del villaggio di Maisoncelles  e  pone il campo  nella  parte meridionale di una piana larga sì e no un chilometro, più stretta ancora là dove due boschi, quello di Azincourt e quello di Tramecourt , le tolgono spazio, il primo a ovest, il secondo a est. Fa piantare i pali, le punte rivolte al nemico. E’ il 24 ottobre. Piove , fa freddo ,  il terreno è stato arato di recente, l’esercito francese è lì, di fronte, vicino, terribilmente vicino. E, anche,  terribilmente numeroso.

L’attesa.

E’  la notte precedente la battaglia. I francesi non vendono l’ora di cominciare. Si sentono forti e ne hanno ragione. “ Non spunterà mai l’alba?” si chiede il duca d’Orleans, impaziente; e il Delfino per parte sua : “Che notte lunga è questa!”(III,VIII); e un altro “ Chi vuol rischiare  la scommessa con me / che farò venti prigionieri?”I versi di Shakespeare rendono bene quella sensazione  di sicurezza  e di  forza insieme diffusa  fra i francesi . Non hanno dubbi: vinceranno. E , nell’attesa del trionfo, fanno baldoria.” Orgogliosi del loro numero e con animo presuntuoso…/ si giocano a dadi i disprezzati inglesi: / e rimbrottano la notte sciancata dal tardo passo/ che, come deforme e immonda strega si trascina/ zoppicando così tediosamente..
Dice il connestabile d’Albret : “ Ahimè , povero Enrico d’Inghilterra,  lui non si strugge come noi per l’alba!.” E, in effetti, dall’altra parte, la musica  è diversa. I soldati  inglesi sono stanchi, inferiori di numero, affamati ;  hanno i vestiti  a brandelli, sembrano fantasmi .  Ma hanno anche un punto di riferimento: il  re.  Enrico  è lì, sul campo , soldato  tra   soldati;  ha una parola per tutti , prega insieme a loro, li incoraggia, con la presenza e con l’esempio, scherza  persino.  Hanno meno paura.  Basterà?
Chissà che cosa sarà passato nella testa di Enrico quella notte, mentre solo con Dio, ascoltava messa( per tre volte..) o, se dobbiamo dare retta ad altre versioni, girava per il campo in incognito.  Quali pensieri, quali sensazioni, quali paure. Chissà se l’ essere così “ felicemente pochi”, anziché infondergli orgoglio,  gli avrà creato apprensione e tolto del tutto la  speranza; chissà se non avrà rimpianto di avere con sé diecimila di quegli uomini “ ora  a letto  in Inghilterra”, inutili a lui, inutili a se stessi , da aggregare a  “quella banda di fratelli”,  a “quei guerrieri da giorno di lavoro”, dalle giubbe sfilacciate,  di provato coraggio, ma ridotti, ridottissimi di numero. Chissà se si sarà sentito perduto, chissà se avrà  pensato: “ Tornerò, torneremo  mai con onore in patria?”

Il palo e l’arco.

Viene l’alba, finalmente. L’alba del  25 ottobre 1415 , venerdì,  giorno dedicato a San Crispino . “ ..chi versa oggi il sangue con me/ sarà mio fratello” proclama  il re nelle pagine di Shakespeare . E continua. “ per infima che sia la sua nascita/ questo giorno nobiliterà il suo rango: /  e i  gentiluomini ora a letto in Inghilterra/ si considereranno maledetti dal destino per non essere stati qui/ e terranno a vile il loro valore mentre parlerà/ chiunque abbia combattuto con noi il giorno di san Crispino”.  Ma lì, sul  campo, lì dove, alle prime luci dell’alba,  i nobili  francesi si disputano le posizioni in prima linea litigando e quasi  venendo alle mani fra loro, quel giovane re   è meno sicuro;  forse, come uomo, si sente  smarrito, ma è pur sempre un re. “Deve “ presentarsi agli altri sereno e fiducioso. “Esce a visitare tutto l’esercito, / augura il buongiorno ai soldati con un modesto sorriso/ e li chiama fratelli, amici, compatrioti/…ha un aspetto fresco e domina lo sfinimento / con lieta sembianza e dolce maestà;/ sicché ogni povero soldato , sino allora pallido  e languente/ al vederlo prende animo..” . Sarà andata davvero così?
Era usanza medievale provarle tutte prima di venire alle mani. Probabilmente, durante la sua marcia  verso Calais,  Enrico avrà ricevuto la visita di  araldi e ambasciatori francesi , latori di proposte o di ultimatum (esemplificati, in Shakespeare,  nella richiesta avanzata a Enrico  dall’araldo Montjoy , a nome del re di Francia,  di definire da solo il prezzo del proprio riscatto). E, magari,  fosse stato per lui, avrebbe  anche ceduto  qualcosa, purché , beninteso,  l’onore fosse salvo. Ma di rinunciare alla sua pretesa sul trono di Francia, neanche a parlarne.  Probabilmente fu questo a far saltare ogni possibilità di accordo o di riconciliazione. I francesi esigevano questa rinuncia, Enrico non poteva  né voleva accontentarli.
Gli schieramenti iniziali I due eserciti sono dunque  l’uno di fronte all’altro. Enrico ha disposto i suoi su un’unica fila, gli uomini d’arme al centro, in tre gruppi  distanziati l’uno dall’altro;  ha colmato gli intervalli fra i gruppi  infittendoli di arcieri e ha posto ai  lati, in posizione leggermente avanzata rispetto agli uomini d’arme, il resto dei suoi tiratori. Insomma , lo schieramento inglese   ricorda vagamente una mezzaluna. Centinaia   di pali appuntiti sporgono  dalle posizioni degli arcieri inglesi.
Carlo d’Albret  ha  disposto i suoi su tre file. Nelle prime due  ha collocato, a ranghi compatti,   uomini d’arme appiedati , nella terza  e sui fianchi dello schieramento, uomini d’arme a cavallo. A prima vista , ha tutta l’aria di uno schieramento difensivo. E, infatti, i francesi non si muovono. Non si muovono verso il nemico,  ma non stanno completamente fermi: come abbiamo visto, si disputano  a spintoni e con la forza le posizioni più ambite, quelle della   prima linea. Soprattutto agli uomini d’arme  sono i più attivi: non sopportano di vedere in prima  linea  i balestrieri: li considerano inferiori e  indegni di stare davanti. Qualcuno  esce  dai ranghi e sfida apertamente Enrico  a singolar tenzone.
L’attesa si protrae. I francesi, fra una baruffa e l’altra, mordono il freno, ma si trattengono.  Quell’esercito di straccioni , secondo  loro, ha il destino segnato: se viene avanti , sarà  travolto; se si ritira,  sarà inseguito. D’altro canto è Enrico che deve raggiungere Calais.  Lo faccia, dunque, se ne è capace. Ogni momento che passa, ogni ora che se ne va rafforza  loro, indebolisce gli inglesi.

La ” canaglia scalza”

Lesercito di Enrico si sposta in avanti.

I due eserciti passano ore  nell’immobilità totale. Una situazione terribilmente spiacevole. Soprattutto per gli inglesi.  Tutti o quasi soffrono di  dissenteria e  quell’attesa deve essere  per loro un vero e proprio tormento.
Poi, a un certo punto, qualcosa si muove.  Gli arcieri  tolgono i pali dal terreno  e l’ intero esercito di Enrico, mantenendo lo schieramento a mezzaluna, avanza verso il nemico. Si porta a circa duecentocinquanta metri dai francesi: da  quella distanza, i longbow  possono,  se non proprio  far male, almeno dare fastidio. Avanzando, gli arcieri collocati alle ali si portano a ridosso dei  boschi  di Azincourt e  di Tramecourt e si appoggiano ad essi,  coprendosi in questo modo il fianco e rendendo quasi impossibile qualsiasi  tentativo di aggiramento da parte dei francesi. Ogni arciere, probabilmente volgendo le spalle  al nemico( vedremo poi perché),  riconficca  il palo davanti a sé  e, una volta  terminata l’operazione, toglie le frecce dalla faretra, se le sistema vicino  e, coprendo il palo con la propria persona, si  prepara ad entrare in azione.
Il tempo, prima immobile, adesso precipita. Dopo neanche cinque minuti arriva l’ordine di tirare.    E, subito,  un nugolo di frecce, scagliate in gran parte dagli arcieri sistemati sulle ali dello schieramento inglese,   si abbatte  sugli uomini della  prima fila francese e sui cavalieri posizionati  ai loro lati.
Quelle frecce, a dire il vero, non fanno  grandi danni.   Gli arcieri inglesi sono  appena  a distanza del massimo  tiro utile e inoltre devono arcuare la traiettoria,  togliendo potenza al  tiro. Ma l’effetto psicologico è enorme. Il suono metallico  prodotto da migliaia di frecce  sulle corazze e sugli elmi degli uomini d’arme francesi, mescolato al nitrito dei cavalli spaventati,  è impressionante. Come  è intollerabile , per i francesi, stare fermi , chini in avanti per limitare i danni delle  frecce,  invece di prendere l’iniziativa.
Non ne possono più. Fremono.  Così, a un certo punto, la cavalleria  abbandona i fianchi dello schieramento e  parte alla  carica contro gli arcieri di Enrico. Gli uomini d’arme della prima fila,    non volendo  essere da meno,  si muovono anch’essi in avanti e puntano dritti verso  il centro dello schieramento inglese.  “Carica”, forse, è un’ espressione inadeguata. I finimenti e le protezioni pesano, il cavaliere è un macigno, il terreno è fangoso: i poveri cavalli fanno il possibile, ma  certamente non avanzano di gran carriera. Non vanno neppure pianissimo, però. E una carica di cavalleria, ancorché lenta, può sempre spazzare via soldati non dotati di armamento pesante. Ma chi ha dato l’ordine? Alcuni  dicono d’Albret, altri i comandanti dei singoli reparti, altri ancora, nessuno. Come se, all’improvviso, la volontà collettiva di attaccare avesse spinto i francesi   a muoversi in avanti come un solo uomo.
Dal fango spunta  un altro ostacolo. Imprevisto. O sottovalutato.  Quando i cavalieri francesi sono vicini, gli arcieri inglesi  arretrano di qualche passo, rivelando agli attaccanti una selva di pali acuminati, dietro ai quali  si riparano continuando a tirare. E, da questa distanza, le frecce  cominciano a diventare letali.
Ora, i casi sono due. O i francesi erano convinti di spazzare via  gli arcieri nonostante l’ostacolo passivo rappresentato dalle palizzate( probabile)   o ne ignoravano proprio l’esistenza ( possibile). Se un uomo, in condizioni di visibilità non proprio ottimali,  pianta un palo stando  con le spalle rivolte al nemico e poi vi si posiziona davanti ( e, come abbiamo visto,  sembra proprio che    questa sia stata la manovra eseguita dagli inglesi), può darsi che quell’ostacolo non venga subito individuato. Se si aggiunge , poi, la fretta, quasi la frenesia, di attaccare,  l’ipotesi  diventa  plausibile. Insomma, i francesi  si sentivano troppo forti  e  non vollero vedere  quegli ostacoli. O, vista la rapida successione degli avvenimenti,  non ebbero il tempo di valutarne le conseguenze tattiche.
Di fronte ai pali i cavalli  rallentano,  scartano nonostante i cavalieri cerchino loro di impedire di farlo (quasi nessuno va  a infilarsi sugli ostacoli)  e ritornano da dove sono venuti. La carica è fallita e ora i cavalieri se ne vanno, fatti segno da un tiro sempre più fitto. Qualcuno è caduto e, appesantito dall’armatura,  non riesce a rialzarsi; gli altri, ritirandosi, incontrano sul loro cammino i propri  uomini d’arme della prima linea. Questi ultimi  avanzano  a ranghi serrati, spalla contro spalla, fittissimi. Devono spostarsi però, per far passare i cavalieri in fuga. Lo fanno( o , meglio, cercano di farlo), ma, fitti come sono, si urtano l’uno con l’altro. E un curioso “ effetto birillo” si propaga fra le linee francesi: spostandosi, il primo uomo urta il secondo, il secondo urta  il terzo, il terzo il quarto e così via,  con sempre maggiore intensità, fino all’ultimo( o quasi) della fila. E così in  tutte le file.  Molti perdono l’equilibrio e  cadono. Non si rialzeranno più.

La ressa

Gli arcieri inglesi ormai sono a corto di frecce. Alcuni di essi, allora,  escono dalle proprie posizioni e, a gruppi di due o di tre,  si avventano sui caduti isolati  e li finiscono, colpendoli con le spade o con le mazze. Al centro, superata  con difficoltà la confusione provocata dall’ “effetto birillo” di cui si è parlato, i francesi riescono a ricompattarsi e a entrare in contatto con gli uomini d’arme inglesi. Sulle prime sembrano avere la meglio: gli inglesi, in inferiorità numerica, infatti arretrano. Ma è questione di un attimo. Per una strana questione di orgoglio, i francesi hanno accorciato le loro lance: più corta è l’arma, più vicino è il nemico ( chissà che cosa ne avrebbe ricavato  Shakespeare se lo avesse saputo…). Gli inglesi, al contrario,  non hanno accorciato nemmeno di un pollice le proprie  e ora contrattaccano. Anche Enrico combatte, non si risparmia. Un colpo di spada o di mazza gli ammacca l’elmo. Qualche anno dopo,  a perenne memoria del  valore del re ,  quell’elmo sarà collocato sopra la sua tomba a Westminster.
Ma non è solo il re,  non sono solo gli uomini d’arme  a darci dentro. Sui fianchi dei francesi in avanzata si infiltrano sempre più numerosi gli arcieri armati di spade, pugnali  e mazze. Prima si avventano sulle prede più facili ( gli uomini atterrati), poi attaccano gli altri. Non hanno peso addosso, sono agili e si muovono con maggiore libertà. Al contrario, i francesi sono gravati  dalle armature e sono limitati nei movimenti perché troppo accalcati. Il numero, la loro forza , di cui andavano tanto orgogliosi quando “si giocavano a dadi” la vita degli inglesi,  si rivela ora la loro principale  debolezza.
E’ un massacro. Sul campo di battaglia , scrive  un cronista dell’epoca, sparandole grosse, ma rendendo l’idea,  si vedono cadaveri a mucchi, alti quanto un uomo.
D’Albret ( o chi per lui) cerca di rimediare e  manda avanti la seconda linea. Non ha  capito niente. Non si rinforza uno scacco,  mai. In altri termini non si  replicano le stesse mosse né si mandano soldati là dove si è fallito: si rischia di trascinarli nel destino dei commilitoni. Ed è precisamente quello che accade. La seconda linea  si accalca sulla prima, la preme,  ne riduce e si riduce i movimenti  , mentre gli arcieri inglesi, sempre più numerosi e con assoluta libertà di movimento, irrompono fra le linee, attaccano dai fianchi  e mietono sempre più vittime.
I francesi non ce la fanno più, ne hanno abbastanza ,  lasciano il campo e si riuniscono nelle posizioni di partenza dove riorganizzano una terza linea, questa volta  di cavalieri. Non è ancora  finita, dunque. Anche perché uno di loro, un nobile arrivato in ritardo sul campo di battaglia  dopo aver assistito, chissà quanto volentieri, a un battesimo, forse ignaro di tutto e desideroso di prendersi la propria parte di gloria,   conduce  un attacco improvviso- per altro  prontamente  respinto-  alle linee inglesi. Inoltre,  alcuni abitanti del luogo si gettano sulle salmerie , uccidendo le guardie e portando  via tutto il possibile, compresi alcuni oggetti  sottratti dalla tenda dello stesso re.

 Ma udite! Che nuovo segnale è questo? / i francesi hanno rinforzato le loro formazioni sbandate./ Che dunque  ogni soldato uccida i suoi prigionieri!/ Passate la parola dappertutto”(IV,VI). Proprio così, il re, a questo punto, ordina ai suoi di passare per le armi tutti i prigionieri. Non è invenzione di poeta, è la terribile  realtà .
Perché lo fa? Nelle parole  di Shakespeare c’è un fondo di verità storica. I francesi non se ne sono andati, al contrario. Sono ancora tanti, sono ancora temibili, si stanno riorganizzando. Potrebbero attaccare di nuovo.   L’uccisione dei prigionieri ha,  allora,  il compito di persuadere i francesi  a lasciare il campo? Possibile.  E come se Enrico dicesse loro  : “ Venite pure avanti, ma ricordatevi: non avrete quartiere. Come vedete, non mi interessano i soldi dei riscatti , sarà una lotta all’ultimo sangue. Finora vi è andata male, potrebbe andarvi peggio se ci riprovate.  Pensateci bene.”  Può essere una spiegazione.
Oppure il re esagera  la  reale portata l’attacco  condotto dal nobile reduce dal battesimo( una bravata, niente di più); forse, nella confusione di quei momenti,  attribuisce il saccheggio delle salmerie non a bande  di tagliagole locali ( quali in realtà sono), ma  a soldati francesi . Magari agli stessi prigionieri. E se questi ultimi avessero ragione dei propri guardiani? Se , raccolte le armi sparse in lungo e in largo sul campo di battaglia, attaccassero i suoi alle spalle?  Anche questa può essere una spiegazione. Di certo  fu un atto poco nobile  e moralmente condannabile. Ma , è ovvio, con gli scrupoli morali  non si vincono( di solito) le battaglie. E lì, il giorno di San Crispino, lì sul campo di Azincourt bisognava tenersi stretta la vittoria, ormai a portata di mano. E bisognava farlo  andando fino in fondo.  Fino in fondo secondo il punto di vista di Enrico, naturalmente. E mettendo in conto anche l’assassinio.
I suoi soldati, però, non la prendono bene e si rifiutano di eseguire l’ordine. Non per scrupoli morali, sia chiaro (o, almeno, non solo); semplicemente perché  non vogliono perdere la possibilità di guadagnarci. Di solito,  i prigionieri, soprattutto quelli nobili, venivano riscattati  con denaro sonante. Perché buttare via  quei soldi?  Enrico, però, non vuole intendere ragioni. Non vogliono farlo i suoi soldati? Ci penserà lui. Per interposta persona, naturalmente. E , così, duecento dei suoi arcieri più fidati cominciano a giustiziare i prigionieri. Un paio di loro  vengono, addirittura, bruciati vivi all’interno di una capanna dove si sono rifugiati. Un momento terribile, crudele e del tutto privo di gloria.
Durato poco, per fortuna. Forse demoralizzati per la batosta subita, forse disgustati dal comportamento di Enrico, i francesi lasciano il campo. E, immediatamente, il re ordina di sospendere l’esecuzione dei prigionieri.
Adesso è il momento dei giudici di gara, è il momento degli araldi. Chi ha vinto? Chi ha perso? Entra Montjoy. “Che vuoi ? Gli chiede- forse  beffardo-  il re “ Sei venuto  di nuovo a chiedermi di fissare il prezzo del mio  riscatto?” . No, non vengo  per quello, risponde Montjoy, accusando il colpo. Vengo  per chiedere il permesso “ di percorrere …. il campo insanguinato/ per contare i nostri morti e poi seppellirli”. Enrico glielo concederebbe volentieri, ma come può farlo? Non sa ( o finge di non sapere) nemmeno chi abbia vinto e chi abbia perso ;  ci sono ancora francesi in armi sul campo di battaglia.  “ Hai vinto tu”, risponde l’araldo. Enrico rende grazie a Dio e poi domanda: “ Che castello è questo che si erge qui vicino? Lo chiamano Agincourt, risponde Montjoy. E sia, allora:

Chiamiamo dunque questa la battaglia di Agincourt
combattuta il giorno di Crispino Crispiano.

Parola di re.

  Epilogo.

Lasciato il campo di battaglia di  Azincourt, Enrico raggiunge Calais e torna in Inghilterra, accolto come un trionfatore. Due anni dopo è di nuovo in Francia: vuole prendersi  la Normandia. Entra in campo la diplomazia,  l’imperatore del Sacro Romano Impero in persona funge da intermediario, si arriva a una pace, quella di Troyes ( 1420), favorevole a Enrico: sposerà  Caterina, figlia  di Carlo VI e sarà riconosciuto erede della  corona di Francia.
Tutto sistemato, dunque? Neanche per idea . Alla morte di Enrico ( 1422), si ricomincia. I  francesi non ci stanno e riprendono le armi. Li anima e li infiamma   una fanciulla che dice di parlare con Dio e con gli angeli. Si chiama Giovanna d’Arco.

Due parole per chiudere

Quella di Azincourt fu una battaglia per la vita   e , dunque,   poco convenzionale. Le battaglie , a quei tempi,  vivevano   sullo scontro fra uomini d’arme , a piedi o a cavallo, gli unici  legittimati  a battersi. Tutti gli altri , vale a dire i soldati  con armatura leggera o senza armatura, gli addetti alla sussistenza, i balestrieri, gli arcieri  ecc. non  essendo nobili non  venivano considerati: erano  plebaglia, “canaglia scalza”,  contro la quale  era disdicevole incrociare le armi.
Ad Azincourt gli uomini d’arme francesi non vollero balestrieri davanti a loro: non erano  nobili e , per di più, colpivano  da lontano, mentre il vero scontro doveva  essere ravvicinato ( ecco perché ridussero la lunghezza delle proprie  lance..). Per lo stesso motivo , a scontro iniziato,  la  fanteria corazzata  francese trascurò gli arcieri nemici ( plebaglia..), dirigendosi al centro contro altri uomini d’arme loro pari   e non sulle ali, da dove proveniva il pericolo maggiore . Insomma, i francesi  impostarono uno scontro secondo le regole in una situazione in cui le regole  non potevano valere , perché  la vita valeva più delle regole. Che cos’altro, infatti, spinse gli arcieri inglesi ad attaccare – cosa impensabile o quasi in uno scontro convenzionale-  fanti corazzati o cavalieri atterrati e  a prendersi un ruolo dal quale erano sempre stati esclusi in precedenza, se non il desiderio e la speranza di salvare la propria vita, l’unica posta in gioco in quello scontro? Il solo  modo per arrivare a Calais era quello di passare sui cadaveri dei nemici e ogni mezzo era lecito.
Ci fu un piano inglese preordinato e calcolato o semplicemente tutto andò come andò più per caso che per intenzione? Difficile dirlo. Di sicuro i francesi commisero un errore dietro l’altro. E tutti gravissimi. Lasciarono  agli inglesi le posizioni a ridosso dei boschi, privandosi di qualsiasi possibilità di aggirare gli arcieri; non presero  l’iniziativa,  subito e per primi, costringendo uomini e  cavalli a un’attesa snervante; non coordinarono i movimenti della propria  cavalleria con  quelli degli uomini d’arme;  non videro   gli ostacoli passivi o, se li videro, ne trascurarono l’importanza tattica; si intestardirono a replicare le stesse manovre fallite; non tennero nella dovuta considerazione le condizioni del terreno; si  fidarono troppo del numero; aspettarono quando sarebbe stato meglio non farlo  e attaccarono quando, forse, sarebbe stato meglio aspettare, cioè dopo i primi, non proprio letali,  lanci di frecce ( le frecce prima o poi, finiscono…).
Dal canto loro, gli inglesi sfruttarono alla perfezione, come abbiamo visto,   quel poco di cui erano in possesso: l’arco, i pali appuntiti, la mobilità,  la posizione. Ma, soprattutto, lottarono per la vita. E, tuttavia, al di là di questo, quella di Azincourt  resta  una battaglia persa dai francesi, più che una battaglia vinta dagli inglesi.

Da leggere.
Christopher Allmand, La Guerra dei Cent’Anni, Garzanti, 1990
Franco Cardini , Azincourt, vittoria dell’arco inglese,   Il Sole 24 ore, 10.08.2008, n. 220
Philippe Contamine, La guerra dei Cent’anni, Il Mulino, 2007
John Keegan, Il volto della battaglia, Il Saggiatore, 2001
William Shakespeare , Teatro completo, i Meridiani, volume VII, i drammi storici, a cura di Giorgio Melchiori . Enrico V , traduzione di  Vittorio Gabrieli.

Sotto il titolo: il campo di battaglia di Agincourt, oggi. A sinistra il bosco di Agincourt, a destra quello di Tramecourt. La foto è tratta  dal quotidiano inglese Independent.

 Le cartine sono tratte da arsbellica, la battaglia di Azincourt .L’intero testo è consultabile al seguente indirizzo:

 www.arsbellica.it/pagine/…/Azincourt/azincourt.html

In questo video Youtube ( indirizzo www.youtube.com/watch?v=XRkmdpLgLiE), la cantante inglese Marianne Faithful sulle note di ” As tears go by” rievoca quegli avvenimenti:

Le parole della canzone che compaiono nel filmato possono essere, grosso modo, tradotte così:

Combattiamo  la Guerra dei Cent’Anni,
Ci troviamo sul campo di Agincourt.
Il nostre re ha invaso la Francia
Ha rivendicato nuovi territori.
Ho il mio arco stretto  nella mano.

Combattiamo nel giorno di San Crispino
Immortalato nei versi di Shakespeare.
Noi valorosi, “Banda di fratelli”,
Saremo onorati anche  oltre la morte
E coloro che non sono qui  saranno disprezzati.

I nostri arcieri aggirano i cavalieri francesi,
Le nostre frecce cominciano il loro volo mortale,
L’armatura trascina i nemici a terra
Ed essi stramazzano al suolo.
Enrico V avrà onore e gloria!

Benché inferiori di numero nella proporzione di tre a uno
Noi non cederemo prima di aver vinto.
Il campo di battaglia è inondato dal fango
A causa di piogge abbondanti.
Ma Enrico deve rivendicare il trono di Francia!

 

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