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Stalingrado il nemico alle porte

Das ist einmalig in der Geschichte!
(“Una cosa come questa accade  una sola  volta nella storia!”)

Prologo.

E’ l’ agosto del 1942.   Le  avanguardie della Sesta armata tedesca stanno per giungere  in vista del Volga. Lì,  poco lontano, il fiume, immenso e affascinante,  scorre maestoso e  tranquillo.  I  carristi sassoni,  svevi   e bavaresi  si sentono invadere da  un’improvvisa euforia: sono  alle soglie  di  un mondo sconosciuto e misterioso, oltre il quale si aprono chissà quali orizzonti. Un mondo inimmaginabile fino a qualche tempo prima. Eppure  quel mondo ora è  lì, a portata di mano. Scendono dai loro potenti mezzi motorizzati, si scambiano commenti e battute,  scattano fotografie. Alcune di esse finiranno fra i documenti ufficiali della Sesta armata  alla voce : “Il Volga è raggiunto”.
Il Volga è raggiunto. Sarà raggiunta Stalingrado?

Guerra “ preventiva”.

Il 22 giugno del 1941, poco prima dell’alba, Hitler aveva dato  il via all’”Operazione Barbarossa”, l’invasione dell’Unione Sovietica. Alla Germania e al mondo l’aveva venduta così: attacco per primo per prevenire un’aggressione di Stalin all’Occidente. La posta in gioco era alta: la conquista dello “ spazio vitale”, forse la pace con la Gran Bretagna. Aveva detto: “Basterà dare un calcio alla porta e tutta la marcia impalcatura cadrà”.

Operazione Barbarossa: le direttrici dell’attacco tedesco.

E, in effetti, il calcio sferrato alla porta fu violentissimo. Preceduti da un micidiale fuoco di artiglieria, poco prima dell’alba  tre gruppi d’armate  passarono il confine e si diressero  l’uno  verso Leningrado ( Gruppo d’Armate Nord, feldmaresciallo Wilhelm Ritter von Leeb ), l’altro verso Mosca ( Gruppo d’Armate Centro, feldmaresciallo Fedor  von Bock) e il terzo verso l’Ucraina e la Crimea ( Gruppo d’Armate Sud, feldmaresciallo Gerd von Rundstedt).
L’Armata Rossa non era pronta  e  non sapeva come reagire ( gli ordini erano quelli di non accettare provocazioni!) [1]; mancavano mezzi, addestramento, fortificazioni[2]. Stalin non ci credeva, non voleva crederci  e, nonostante l’attivismo di facciata dimostrato in quei primi, drammatici momenti, era  in confusione totale; l’aviazione sovietica, fin dai primi giorni, era stata distrutta al suolo e non esisteva quasi più; i carri di Guderian, di von  Manstein, di Hoth, chiudevano armate intere  in grandi sacche e le città cadevano una dopo l’altra.

Hitler aveva visto giusto: l’impalcatura era marcia. Stalin aveva instaurato il  terrore, avviato epurazioni terribili, imposto un regime oppressivo e tirannico  dagli effetti devastanti. Un esempio? Nelle prime ore  dell’invasione, gli ufficiali dell’esercito  sovietico- e non solo quelli scampati alle epurazioni  del ‘37-’38-  erano, tranne poche, significative,  eccezioni,   come paralizzati, incapaci di prendere  decisioni, terrorizzati dall’idea di cadere in disgrazia presso il Capo.

Eppure, le divisione corazzate tedesche, dopo i primi folgoranti successi, incontrarono una resistenza sempre più accanita e, per certi versi, imprevista.  Non ancora la resistenza su larga scala,  organizzata  e pianificata dagli Stati Maggiori, ma la resistenza  spontanea dei singoli reggimenti, delle singole compagnie, dei singoli soldati. Resistenza il più delle volte inutile, ancorché eroica, ma sempre resistenza.[3]  Alcuni militari  tedeschi rimasero esterrefatti, quando, avuta ragione con grande fatica  di una batteria antiaerea, si accorsero che a manovrarla c’erano  donne. Donne russe.  Tutte cadute al proprio  posto di combattimento. L’impalcatura non cedeva; anzi, ogni giorno di più sembrava  consolidarsi.

“Guerra patriottica”.

E contro ogni previsione ( tedesca e non solo)  l’impalcatura resse. Stalin, quando si riebbe – e non si riebbe  subito- mandò in soffitta  i vecchi slogan marxisti e parlò sempre più spesso di “Guerra Patriottica”[4]; rimise in auge onorificenze intitolate  a Suvòrov e a Kutùsov [5]( non proprio due comunisti doc…), celebrò le glorie di  Alexander Nevskij[6], vietò ai soldati  di abbandonare le posizioni, ordinò di  smontare  le industrie belliche non ancora catturate dai nazisti  e di rimontarle  al di là degli Urali.  Nell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre fece sfilare, in parata,  le truppe sulla Piazza Rossa di Mosca , come se niente fosse, come se i tedeschi, minacciosi,  non fossero lì, a due passi  e pronunciò un discorso forse convenzionale, ma adatto al momento. Ce la faremo, era il senso, siamo nel giusto e ce la faremo. Ricordate Napoleone? Ma Stalin  era pur sempre Stalin.  E, così, in quello stesso discorso, tanto per non smentirsi, minacciò per l’ennesima volta disertori, spie e “diversionisti”. Ma non fu merito suo se i sovietici tennero duro. O, meglio, non fu  soltanto  merito suo. Anche Hitler fece la sua parte.

Già, proprio lui, il sostenitore  del “ calcio alla porta ”, commise errori in serie e causò orrori indicibili.  Uno più grave dell’altro, uno più terribile dell’altro. Hitler  la vedeva così: il confronto con l’Unione Sovietica non era soltanto un confronto fra due eserciti o fra due nazioni ideologicamente contrapposte, ma fra due razze: l’una -quella tedesca- destinata, per natura e per destino,  a dominare il mondo, l’altra- quella slava- destinata a essere sottomessa e a servire. Da una parte i superuomini, insomma; dall’altra, i sottouomini, gli Untermenschen.
Sottovalutò Stalin, forse  sottovalutò l’Armata Rossa,  sicuramente sottovalutò il soldato russo.  La Russia ha spazi immensi e immense risorse? La Russia può mettere in campo uno sterminato “rullo compressore” fatto di milioni di uomini in armi? Tutto questo contava niente: contava solo la  volontà  di vittoria. Sua, del popolo tedesco, dell’esercito tedesco. Perciò, niente uniformi invernali per i soldati lanciati oltre il confine: i russi  erano esseri inferiori e  non avrebbero resistito, non avrebbero potuto resistere per lungo tempo.
“ Fra meno di quattro mesi, la guerra sarà finita”, disse un ufficiale tedesco ai propri  uomini.

Guerra di sterminio.

Per i nazisti quella non era una guerra qualsiasi: bisognava essere spietati. E Hitler non usò giri di parole. Fin dall’inizio. Tutti i commissari politici sovietici fatti prigionieri dovevano  essere eliminati su due piedi in quanto “ criminali”,  nemici del popolo tedesco e del Nazionalsocialismo, recitava una sua direttiva.
Era, a ben vedere, un invito all’assassinio indiscriminato dei prigionieri di guerra. Chi, infatti, avrebbe potuto stabilire con certezza chi fosse commissario politico o no? Non contento, tramite il fido Keitel rincarò la dose: chiunque, in azione, uccida civili armati o inermi non sarà perseguito, purché abbia ricevuto un ordine specifico in tal senso da un ufficiale.
La direttiva “ dei commissari” e il cosiddetto “ decreto giurisdizionale” furono duri da digerire negli ambienti militari. Alcuni ufficiali della Wehrmacht– pochissimi-  li ignorarono; altri fecero finta di indignarsi, ma, turandosi il naso, li applicarono con qualche, insignificante,  distinguo; altri ancora, infine, li seguirono  alla lettera, vale a dire nel loro significato più ampio. Chi aveva la testa rasata, ad esempio, anche se indossava abiti civili, era  un partigiano, forse un commissario politico: andava eliminato.
E che dire dei reparti speciali, i Sonderkommando e  gli Einsatzgruppen?  Seguivano  le divisioni corazzate con il compito di mettere in pratica, subito e in modo brutale, quel concetto di superiorità razziale così energicamente  proclamato dal loro Fuehrer: sterminare gli ebrei, colpire i civili- donne e bambini compresi- cancellare villaggi e città intere. Chi, fra i russi,  aveva offerto ai  tedeschi pane  e fiori in segno di benvenuto ( come in Ucraina, ad esempio) dovette ricredersi: morire per morire era meglio farlo con le armi in pugno e, se non per la patria socialista, almeno per la propria terra e per i propri cari.
In tutti gli eserciti, poi, da che guerra è guerra,  alcune notizie corrono con la velocità del fulmine. Quelle relative al  trattamento dei prigionieri, per esempio. In un soldato niente rafforza il desiderio di combattere e la determinazione a  resistere  quanto la certezza  di non avere  speranze  una volta catturato.
I prigionieri sovietici venivano trattati peggio delle bestie. Costretti a marce disumane, venivano rinchiusi il più delle volte in spazi aperti circondati dal filo spinato. Senza riparo( chi ci riusciva, scavava, a mani nude,  una buca nel terreno e lì si rannicchiava) senza cibo, senza medicine, morivano a migliaia.
Qualche ufficiale tedesco della vecchia scuola   s’indignò e pretese per i prigionieri   un trattamento più umano: il  soldato sovietico che si è battuto con coraggio, una volta catturato, deve essere trattato con il dovuto rispetto. Ma erano voci fuori dal coro. Poche e isolate. Hitler aveva dettato la linea, impossibile -e pericoloso-  contraddirla. Quando le notizie sul trattamento dei prigionieri  si diffusero fra i soldati dell’Armata Rossa,  gli  episodi di resistenza  si intensificarono: Ivàn  non scappava più, non gettava le armi, ma restava al proprio posto fino alla fine[7]. Dirà un alto ufficiale sovietico: se i tedeschi avessero trattato meglio i nostri prigionieri , la notizia si sarebbe sparsa in un batter d’occhio e non so come sarebbe andata a finire.  I soldati, dunque, perso per perso, si battevano con accanimento e i civili, dal canto loro, prima di abbandonare le proprie abitazioni, davano alle fiamme tutto quello che non potevano portare con sé, lasciando i tedeschi senza cibo e senza  riparo.

E gli Hiwi, allora? Come la mettiamo con loro? La fame, si sa,  è una brutta bestia: per questo, di Hiwi ( abbreviazione di Hilfwillige, letteralmente: aiutanti volontari)  ce ne furono e ce ne furono tanti. Per non morire di inedia  e di stenti molti prigionieri sovietici passarono, infatti,  al nemico. Furono inquadrati nell’esercito tedesco, combatterono contro i propri connazionali o, più spesso, andarono a rinforzare le guarnigioni in fronti lontani.
Uno dei difensori di Mosca, il generale Andreij Vlasov, saltò il fosso, passò al nemico  e   comandò una divisione di Hiwi in funzione antisovietica, salvo poi pentirsi troppo tardi. Sul fronte della Normandia, nel 1944, c’erano reggimenti tedeschi formati quasi per intero  da Hiwi. Si arresero agli esterrefatti GI americani andando loro incontro al grido di: ”Russkij!Russkij!
Altri – alcuni cosacchi,  ucraini,  lituani- collaborarono spontaneamente per odio verso il comunismo, per cancellare le fattorie collettive, per vendicare torti antichi o per orgoglio nazionalista. Kacynskij – secondo la propaganda sovietica, il “venduto” Kacynskij- seminò il terrore più ancora dei tedeschi prima di essere ucciso da un commando  paracadutato alle sue spalle.

Il tempo e il maltempo.

Comportandosi da conquistatori nel senso più brutale del termine, i tedeschi contribuirono non poco a rendere  salda  “ la marcia impalcatura” sovietica. Si è  detto e scritto: se non fosse stato costretto a impegnarsi nel Balcani, anche a  seguito del colpo di testa di Mussolini in Grecia, Hitler avrebbe potuto iniziare la campagna  contro l’Unione Sovietica  un mese prima  e chissà come sarebbe andata a finire.
Sicuramente la situazione nei Balcani influì sul rinvio di Barbarossa, ma non fu decisiva. Già prima del ribaltone jugoslavo, infatti, Hitler, temendo uno sbarco britannico in Tracia , aveva pianificato la conquista del territorio greco compreso fra Salonicco e Adrianopoli.  Non furono, dunque, le difficoltà di  Mussolini in Grecia  né il golpe jugoslavo del generale Simovic a spostare di cinque settimane  la data d’inizio di Barbarossa( in origine prevista per il 15 maggio): fu la raspùtitza, il disgelo, il “ tempo senza strade”, accompagnato da piogge insolitamente  insistenti quell’anno,  a fermare tutto. In Russia, durante i mesi primaverili,  quando il ghiaccio cominciava a sciogliersi, le strade diventavano veri e propri torrenti di fango lungo i quali ogni mobilità era  preclusa . Su quel terreno,  le divisioni corazzate  tedesche avrebbero potuto  sfruttare la propria velocità  e  la  propria potenza? Avrebbero potuto vincere?

I primi, strepitosi, successi, comunque, suscitarono entusiasmo e resero euforici Hitler e il suo entourage. Poi, a poco a poco, l’atmosfera  cambiò. E nella “Tana del lupo” , i mugugni si fecero più frequenti; gli scatti di rabbia e di insofferenza , le critiche  all’indirizzo di questo o di quel comandante, di questa o di quella unità  non si contarono. Che cosa era successo? Agli ordini di un giovane  e brillante generale  – Georgij Zukov-  chiamato dal fronte orientale  in tutta fretta a rimettere in sesto la baracca,  i sovietici  avevano tenuto duro   intorno a Leningrado  e von Leeb era stato  costretto a fermarsi a un passo dalla conquista della città( complice anche il maresciallo finlandese Mannerheim, l’altra branca della tenaglia:  una volta raggiunti i confini antecedenti il 1939, si era rifiutato di procedere oltre).
Al centro, von Bock diretto a tutta velocità  verso Mosca era stato  privato, nel momento cruciale, delle divisioni di Guderian , mandato da Hitler verso sud  in appoggio a von Rundstedt e di quelle di Hoth , inviato a nord in appoggio a von Leeb . Quando von Bock  le  aveva riavute, alla fine di settembre, vale a dire quasi due mesi dopo,  le difese  intorno a Mosca erano state in gran parte allestite  e le condizioni del tempo stavano cambiando. A sud, per i tedeschi, le cose erano andate  meglio e Kiev, nonostante la tenace resistenza opposta  dal generale Michail  Kirponos, il primo a  contrastare, con intelligenza- anche se invano- i carri tedeschi, era stata  conquistata da von Rundstedt. Zukov aveva suggerito  a Stalin di far ritirare le truppe dalla capitale ucraina prima che fosse troppo tardi: non solo non era stato  ascoltato, ma ci aveva rimesso  addirittura il posto. E Kirponos, accerchiato,  le proprie divisioni e la vita.
Gli ufficiali della Wehrmacht – impegnata( ed era già inverno..) in una manovra a tenaglia lungo varie direttrici verso Mosca-   fecero in tempo a vedere, attraverso le lenti dei  binocoli, le cupole non più  dorate, ma coperte di vernice mimetica,   del Cremlino . Poi, su di loro e sulle loro truppe, così minacciosamente vicine alla capitale,  piombò, improvvisa, la prima controffensiva sovietica.
Le difese  fatte sistemare da Zukov- nominato, nel frattempo, vicecomandante supremo- e il maltempo rallentarono i carri; i fucilieri siberiani, richiamati da est quando fu chiaro che il Giappone non avrebbe attaccato l’Urss ma gli Stati Uniti,  fecero il resto. Arrivavano silenziosi e micidiali. Prima dell’attacco, si udiva un unico , sinistro rumore: il leggero fruscio dei loro  sci sulla neve e sul ghiaccio.  I tedeschi cedettero terreno  e solo l’ordine perentorio di Hitler di fermarsi  e l’esaurimento della spinta sovietica  evitarono il  peggio( secondo altri, quell’ordine perentorio del Fuhrer indebolì la Wehrmacht , causando perdite incolmabili fra soldati  addestrati e motivati).
Senza uniformi invernali, la ritirata per i Landser   fu un inferno. Si coprivano  come potevano: con giornali, con stracci, con le uniformi tolte ai nemici caduti. Molti morirono di freddo; moltissimi ebbero gli arti congelati. Sui giornali sovietici apparve la caricatura del soldato tedesco- il “ Fritz invernale” come fu definito- coperto di abiti femminili e con la goccia al naso . A Mosca,  Stalin, vedendo i tedeschi cedere,  strepitava. Convinto di avere la vittoria in pugno, vagheggiava offensive   e tutto spiano, impossibili da realizzare.  Alla fine il fronte si stabilizzò: i sovietici,  fra l’altro meglio equipaggiati per la cattiva stagione,  erano però  riusciti a isolare in profondi salienti( quello intorno a Demiansk, in particolare) consistenti forze nemiche.

Dopo Mosca.

Le offensive, previste per l’estate del 1942, secondo Hitler, avrebbero rimesso le cose a posto.  Nel frattempo , in zona di operazioni,  era primavera. Pioveva spesso e,  fermi   sotto la pioggia ,  da una parte e dall’altra,  gli eserciti si leccavano le ferite.
Quelle più dolorose le lamentava  la Wehrmacht. Aveva subito perdite di gran lunga  inferiori, in uomini e in mezzi,  a quelle subite  dall’Armata Rossa, ma, a differenza dell’Armata Rossa, faticava a colmarle. Faticava a rimpiazzare i carri[8]; faticava a completare gli effettivi delle divisioni. Per il trasporto di armi , di munizioni e persino dei cannoni dipendeva in gran parte dai cavalli.  Insomma, i panzer- se riforniti- correvano alla velocità del lampo, tutto il resto  andava a passo di lumaca.  Eppure anche nella primavera del  1942  le uniformi invernali  furono tenute  sotto naftalina nei magazzini delle  retrovie.
Mosca non era più l’obiettivo principale. Hitler, ora,  pensava- e sognava-  in grande. Guardava al Caucaso e ai suoi giacimenti petroliferi, guardava alla Persia e alla Mesopotamia, vedeva già le proprie armate congiungersi con quelle di Rommel in arrivo dall’Egitto.
E, allora, sulle ali di questi sogni,  via,  verso il Caucaso. C’erano però alcune “formalità” da sbrigare, prima di darci dentro. La Crimea, per cominciare. Von Manstein doveva distruggere le forze sovietiche nella penisola di Kerc e costringere alla resa Sebastopoli, assediata,  ma non ancora conquistata.  Quei dannati salienti, poi, dovevano essere “ sgonfiati”, in particolare quelli di Izjum e di Demiansk. Veniva, infine, Voronez, città importante, città strategica. I carri di von Bock( sostituto di von Reichenau- deceduto per infarto-  al comando del gruppo d’armate Sud)  avrebbero dovuto neutralizzarla,  chiudendola in una morsa.  Tolti di mezzo questi ostacoli, le armate tedesche sarebbero scese  verso Sud, seguendo  il Don,  prima verso  Stalingrado, poi verso il Caucaso e il suo petrolio. E una volta tagliata la Russia in due e distrutte le forze sovietiche,  via ,  verso la Persia e l’Iraq.
Facile sulla carta  e nell’immaginazione di Hitler.  Von Manstein, per la verità,  fece tutto per bene: ripulì la penisola di Kerc dove i russi avevano lanciato un’offensiva tanto improvvisata quanto scriteriata  e prese  Sebastopoli ( la fortezza cadde il 2 luglio), ma altrove, pur avanzando, i tedeschi non camminarono  sul velluto. I sovietici anticiparono von  Bock e , partendo dai dintorni della città di  Charkov, lanciarono un’offensiva in grande stile. Andò loro male, però: stretti fra la Prima  e la Sesta Armata, furono accerchiati e quasi completamente annientati.

Il feldmaresciallo Fedor von Bock.

Anche Voronez fu occupata. Von Bock , però, voleva stare sul sicuro: le sue armate in marcia fra il Donetz e il Don non dovevano correre il rischio di subire altre offensive da quella parte.  Ordinò così a  Hoth  di spingere i propri carri oltre la città  per occuparne anche  i dintorni, dove i russi avevano ammassato truppe e resistevano tenacemente.  Hitler  diede un’occhiata alle carte e ai rapporti , fiutò il pericolo  e si preoccupò. I  carri di  Hoth   – necessari altrove- rischiavano di restare  immobilizzati  a lungo, al pari del grosso delle forze tedesche, intorno a Voronez. Si recò in aereo  da Von Bock per essere rassicurato: non impegneremo alcuna battaglia ravvicinata né rischieremo inutilmente le nostre truppe d’assalto in questo settore, si sentì rispondere. Promessa da marinaio. Risultato: von Bock- anche per via di certe critiche non proprio gradite circa la divisione delle forze fra il Volga e il Caucaso- fu destituito e un’armata,  la Sesta, appoggiata dalla Quarta di Hoth, fu dirottata verso Stalingrado.

Il fascino sinistro del serpente.

Il generale ( poi feldmaresciallo) Paulus.

La comandava un brillante ufficiale: Friedrich Wilhelm  Paulus. Veniva dallo stato maggiore, non dai reparti  operativi e, prima di allora, non aveva comandato divisioni o armate, solo una compagnia, in gioventù. E, per di più, solo sulla carta. Non era uno Junker né poteva anteporre il “ von” al proprio cognome. Suo padre, rampollo di una famiglia di piccoli proprietari terrieri,  da  contabile di un riformatorio era riuscito a diventare  capo tesoriere dell’Assia-Nassau. Il giovane Friedrich aveva provato a essere accettato in Marina, ma gli era andata male. Nell’esercito aveva avuto  maggior fortuna e , una volta ottenuto il brevetto da ufficiale, non aveva tardato  a mettersi in luce.
Alto, magro, curatissimo nella persona,  intelligente,  affabile, brillante conversatore, meticoloso fino ai limiti della pignoleria, innamorato del proprio lavoro,  aveva partecipato,  con un ruolo di primo piano, alla pianificazione di  Barbarossa . Sua moglie  -Elena Rosetti-Solescu, sposata nel 1912 – apparteneva alla piccola nobiltà rumena e, a differenza del marito,  non stravedeva per  i nazisti. Quando, prima  del fatale attacco di cuore, von Reichenau, comandante della Sesta Armata, fu nominato  anche comandante del Gruppo d’Armate Sud, disse chiaro e tondo a Hitler di non essere in grado di ricoprire  con profitto  entrambi gli incarichi. Fu lui a fare il nome di Paulus come suo sostituto alla testa della Sesta Armata. Hitler approvò.
Uomo dai molti pregi, “Der Lord”, come veniva chiamato,  aveva , però,  un difetto: era restio a  prendere iniziative in contrasto con gli ordini ricevuti. Di fronte a Hitler  si sentiva , per usare le parole  di un ufficiale tedesco ,  “ come un coniglio davanti  a un serpente”. E in presenza di Hitler  il suo tic alla guancia sinistra  si accentuava.

La  corsa della lepre.

Al fronte, frattanto, stava accadendo qualcosa di insolito.  Nel  corridoio fra il Don e il Donetz, nella steppa piatta e sterminata, la Wehrmacht –quando poteva-  avanzava a tutta birra e impostava manovre a tenaglia per accerchiare e distruggere le divisioni sovietiche. E fin qui niente di nuovo. Il fatto nuovo era che, il più delle volte, la tenaglia si chiudeva sul nulla. I russi si erano fatti furbi: da orsi  si erano trasformati in lepri. Resistevano il più a lungo possibile, ma quando erano sul punto di essere accerchiati non aspettavano il colpo di grazia: se la svignavano, si riorganizzavano più indietro e riprendevano a combattere. I tedeschi li inseguivano e così facendo si allontanavano sempre di più dalle proprie basi. Le linee di rifornimento funzionavano male e i panzer, il più  delle volte,  sferragliavano a vuoto.
Ma avanzavano. Rostòv, “la sentinella del Caucaso”, fu conquistata; il generale Ewald von Kleist, punta di lancia del Gruppo d’armate del feldmaresciallo Wilhelm  List in azione nel Caucaso, raggiunse Majkop- i cui pozzi erano stati nel frattempo dati alle fiamme dai russi-  e  alpini tedeschi  piantarono la bandiera con la svastica  sull’Elbrus, la più alta cima d’Europa. Successi simbolici, quelli di Kleist e dei Gebirgsjaeger,  niente  di più. E, infatti, Hitler strepitava. La nostra bandiera sull’Elbrus? Ma  dove sono i carri? Sono avanzati? Hanno raggiunto Groznij? Hanno raggiunto Baku? Sono oltre i valichi?
Già, i valichi del Caucaso: superarli, quello era  il problema. I tedeschi, infatti, erano ancora al di qua dei valichi e , per di più,  avevano ormai  il fiato corto. I rifornimenti tardavano ad arrivare; il  porto di Tuapse, sul mar Nero, essenziale per rifornire le truppe nel Caucaso, non era stato conquistato, non ancora, almeno; i russi resistevano a Mozdok sbarrando la via per Groznij; il grosso delle truppe sovietiche era sfuggito all’accerchiamento e si stava raccogliendo sulle montagne; il tempo stava peggiorando; le popolazioni caucasiche, nonostante le promesse e le lusinghe, non avevano alcuna intenzione di passare armi e bagagli dalla parte dei tedeschi[9]; List, per rifiatare, si era fermato in  una valle incassata  e stretta, cacciandosi in  una stramaledetta trappola e per di più dubitava della vittoria,  come ebbe  a dire   il  generale Alfred Jodl, inviato in volo  da un  Hitler sempre più agitato  a dare un’occhiata.  Wolfram  von Richtofen, generale dell’arma aerea, già comandante della divisione Condor ai tempi di Guernica e cugino  del celebre Barone Rosso, giurava  e spergiurava : i miei aeroplani  apriranno la strada alle truppe di terra. Difficile farlo con i serbatoi mezzo  vuoti, con tanti fronti aperti e con distanze sempre più lunghe da colmare.  A causa degli scarsi progressi, List  ci rimise il posto e  Hitler in persona – un Hitler sempre più nervoso, agitato e ostile verso chi anche blandamente lo contraddiceva- assunse la direzione delle operazioni.

Ma in quell’ agosto del ’42  chi  si  trovava a un passo dal  Volga aveva soltanto un vago sentore di tutto questo. Stalingrado doveva essere conquistata anche  per proteggere il fianco delle divisioni dirette verso il Caucaso. E nel Caucaso, ironia della sorte, le cose non andavano benissimo. Ma, andassero come andassero, ormai  ci si trovava  lì e Stalingrado , secondo gli ordini, doveva essere presa.

Il generale Vasilij Ciujkov.

La città si stendeva per circa una quarantina  di chilometri sulla riva occidentale del Volga,  con le sue case di legno- soprattutto in periferia- i suoi edifici moderni,   le sue fabbriche, i suoi  impianti industriali e  le sue piazze. Al centro si ergeva il Mamaev Kurgan, una collinetta alta circa un centinaio di metri, tumulo sepolcrale tartaro, eretto in tempi antichi e trasformato, in tempi moderni,  in una sorta  di luogo d’incontro cittadino. Intorno alla città erano state approntate  barricate, allestiti  campi minati  e tracciate  linee difensive. Stalin era stato chiaro: non un passo indietro, Stalingrado non deve cadere.  “Non c’è terra per nessuno, oltre il Volga” diventerà presto la parola d’ordine per i difensori della città. Dalla sponda  orientale, dove  il generale Voronov aveva posizionato  la propria artiglieria, sarebbero partite anche  le imbarcazioni destinate a rifornire la sponda occidentale e a evacuare  i  civili e i  feriti .
Il 19 agosto , dopo aver respinto  un  attacco sovietico proveniente  da nord lungo il saliente di Orlovka,  la Sesta Armata si schierò  di fronte alla città. Qualche giorno più tardi, il 23 agosto,  fu il turno dell’aviazione. Per tutta la giornata, gli aerei con la svastica  passarono  e ripassarono a ondate successive su Stalingrado, sganciando tonnellate di   bombe, carbonizzando  le case di legno della periferia, facendo migliaia di vittime   e riducendo in macerie interi quartieri.
Gli edifici dai nomi divenuti in seguito famosi- l’acciaieria “Ottobre Rosso”, il silo granario, la stazione ferroviaria ,  la fabbrica “Barricate”, la fabbrica di trattori – rimasero in piedi. Sfruttando quei  luoghi  e  le macerie delle case ,  il generale  Vasilij Ciujkov, chiamato a sostituire il generale Lopatin alla testa  della 62.ma armata sulla sponda occidentale , doveva impedire ai tedeschi di arrivare al Volga. Una cosa la sapeva bene, il neocomandante : aveva poco da opporre all’apparente  strapotere della Sesta armata  e quel poco- o quel molto- era  la vita dei propri  soldati. “Il tempo è sangue”, disse appena ottenuto il comando.

Nei giorni successivi,   Paulus,  giovandosi sempre dell’appoggio dell’aviazione,   fece avanzare i propri carri  verso la città ,  accorciando notevolmente il fronte ( alla fine di agosto ancora misurabile  in chilometri, a settembre inoltrato, in metri) e aumentando la pressione su Ciujkov. A nord, le sue avanguardie raggiunsero il Volga. Allora, dalla sponda orientale, la divisione del generale Alexandr Rodimcev fu trasportata con le barche dall’altra parte. Operando in stretto collegamento con la 62.ma armata e pagando un altissimo tributo di sangue fermò l’avanzata tedesca . Il trentasettenne Rodimcev  era stato scelto a ragion veduta: era un esperto della guerra casa per casa, sperimentata in Spagna  durante la guerra civile.  Si andava verso quello spaventoso corpo a corpo che per  quasi tre mesi  avrebbe trasformato  Stalingrado in un inferno.

I cani impazziti.

Quando i carri  tedeschi entrarono in città, si trovarono davanti un ostacolo imprevisto. O, meglio, sottovalutato. Le macerie delle abitazioni  ne rallentavano i movimenti, a volte li bloccavano del tutto.  La battaglia  assunse , allora, la forma che tutti conosciamo. Lungo le sponde del Volga e in città, essa  arse , violentissima,   casa per casa, burrone per burrone, forra per forra, edificio per edificio, cantina per cantina, stabilimento per stabilimento, piano per piano. Neppure durante la prima guerra mondiale si era visto qualcosa di simile.
I russi scesero, letteralmente, sottoterra, in rifugi improvvisati, nelle cantine, sotto le macerie. Ci scesero Ciujkov e  il suo comando ( cambiando sede- e rischiando- frequentemente), ci scese  Ivàn , ci scesero i civili.  Di notte, i  soldati sovietici non smettevano di combattere: uscivano dai bunker e dalle cantine e  non davano tregua ai  nemici.
Ciujkov aveva poco, faceva molto: sfruttava le macerie degli edifici,  attirava  i tedeschi in determinati settori minati e fortemente presidiati e poi li contrattaccava, schierava i suoi quasi a contatto col nemico in modo da impedirgli di usare l’artiglieria e l’aviazione, installava guarnigioni in punti chiave per difendere le vitali vie d’accesso al fiume.  Dalla sponda opposta del Volga, i cannoni di Voronov  colpivano  i concentramenti, le vie di comunicazione, i rifornimenti. Gli U-2, piccoli biplani  sovietici da combattimento, arrivavano di notte sulle linee tedesche, spegnevano il motore, sganciavano, silenziosi e invisibili, le loro bombe, davano di nuovo gas, riprendevano quota e se ne andavano. In quella “guerra di topi” ( Rattenkrieg), come la soprannominarono  i tedeschi, i topi , quelli veri, facevano la loro parte: rosicchiavano il rivestimento  dei fili elettrici dei panzer, ad esempio, e li mettevano fuori uso.

Intorno agli edifici principali di Stalingrado  si combatté  duramente e a lungo. Il fronte, spesso, era  un corridoio, una parete bruciacchiata, un soffitto addirittura. Scriverà , in ottobre,  un ufficiale tedesco: “ Immaginatevi Stalingrado: ottanta giorni e ottanta  notti  di corpo a corpo”. In quell’inferno un cecchino era paradossalmente più efficace di un carro armato.
E i civili? Anch’essi conducevano un’esistenza da uomini  delle caverne. Molti furono evacuati( Stalin dapprima si era opposto, poi aveva ceduto), ma, a un certo punto, la precedenza  fu data alle truppe e ai  feriti e il flusso si interruppe. I bambini  uscivano di giorno  in cerca di cibo, qualcuno di loro fu usato come staffetta o portaordini , tutti soffrirono terribilmente la fame e molti morirono sotto le bombe.
Anche per i feriti fu  durissima. Quando i tedeschi, al centro di Stalingrado,  raggiunsero il Volga e cominciarono a battere con l’artiglieria gli imbarcaderi , i trasporti venivano effettuati di notte. Chi era ferito giaceva tutto il giorno sulla sponda occidentale  in ricoveri di fortuna , sotto il fuoco nemico; col buio, se c’erano imbarcazioni disponibili, veniva traghettato sulla sponda orientale. Gli ospedali da campo erano improvvisati, le medicine mancavano. Per chi veniva  ferito seriamente a Stalingrado,  le probabilità di sopravvivenza erano scarsissime.
I cani aspettavano la notte, poi si lanciavano nelle acque del Volga e nuotavano, disperatamente, verso l’altra sponda. In quell’inferno, anche gli animali impazzivano: solo gli uomini resistevano.

Sei barra uno.

Una posizione sovietica anticarro

Attestati- o per meglio dire, assediati-  al numero civico 6/1, il capitano Grekov e i suoi uomini avevano respinto ben trenta attacchi tedeschi e neutralizzato otto carri armati [10]. Resistevano ancora, ma sapevano di avere il tempo contato. Eppure nessuno ne parlava.
Un giorno  al 6/1 capitò Katja.  Il capitano dimostrò subito di interessarsi a lei  come donna e non solo come marconista e soldato dell’Armata Rossa qual era . Dal canto suo, Katja, col passar dei giorni,  ammirava sempre di più Grekov, come ammirava tutti quegli strani soldati del 6/1: era come rassicurata dalla sua  e dalla loro presenza. Ma  i suoi occhi avevano incontrato quelli di Sergej. E quegli occhi le erano rimasti impressi.  Intorno  al 6/1 tutto era distruzione e morte, eppure – o forse  proprio per questo- Katja con le sue paure, Grekov con la sua calma, Sergej con i suoi silenzi ,  Bunciuck con la sua voce cantilenante  e tutti gli altri del 6/1 , con i loro discorsi e con le loro storie a volte banali, altre vote improbabili e impossibili cercavano qualcosa a cui aggrapparsi, per non dimenticare, in tutto quell’orrore,  la loro natura di esseri umani.
Una sera Klimov, uno del 6/1,  portò a Katja  un gattino trovato fra le rovine. Era ancora vivo, ma stava molto male e aveva le zampe posteriori paralizzate. Eppure, come scrive Vasilij Grossman “ Non chiedeva niente né si lamentava: forse pensava che rumore, fame e fuoco fossero la normalità, su questa terra”.  Sembrava l’immagine vivente di Stalingrado.
Katja  si prese cura di lui.

Una città alla fine.

Paulus ci provava e ci riprovava. Aveva raggiunto il Volga a nord  di Stalingrado; teneva sotto tiro gli imbarcaderi ; aveva portato il fronte a non più di trecento metri dal fiume;  aveva preso il silo granario- trasformato , a Berlino,  nel  “logo” della battaglia;  aveva conquistato l’acciaieria  “ Ottobre Rosso” e, in parte, anche quella di trattori e la Barrikadij; aveva confinato  Ciujkov e i resti della 62.ma armata in uno spazio sempre più ristretto. Eppure non riusciva, non riuscì,  a dare alla città il colpo di grazia.
Per la verità, a che cosa sarebbe servito il colpo di grazia? I tedeschi erano padroni del campo, Stalingrado era  pressoché neutralizzata, ma Hitler voleva la caduta completa della  città. Ne aveva fatto una questione personale ( come Stalin, del resto, anche se per ragioni ovviamente  opposte)  e non aveva lesinato rinforzi, facendo affluire a Stalingrado  sempre più truppe  dagli altri settori della Sesta armata,  indebolendone, però, i fianchi. Sembrava avesse dimenticato il Caucaso,  il   petrolio e la visione inebriante della  polvere sollevata  dai  carri lanciati verso la Mesopotamia. É stato scritto: Hitler perse Stalingrado quando puntò tutto sul Caucaso e, poi, perse il Caucaso quando decise di puntare tutto su Stalingrado. E’ vero.[11]

Ottobre.[12]

Il 6/1 stava per subire l’ennesimo assalto. Roba grossa, questa volta. Il capitano Grekov   non ci aveva messo molto a capirlo: il nemico aveva smesso di sparare. Brutto segno. O si stava concentrando o si era messo a distanza di sicurezza per evitare di essere colpito dai propri aerei.  Ripensò alla sera prima.  Katja e Sergej dormivano, abbracciati,  sulla paglia. Li aveva visti per caso, ma li aveva visti. Katja gli piaceva, ma a Katja piaceva un altro. Che fare? Il mattino seguente convocò  entrambi. Disse a Sergej: “ Ti mando allo stato maggiore, ecco qui l’ordine. Parti immediatamente”. E gli porse un foglio. Sergej ebbe un fremito: “Il fottuto capitano  si libera di me per avere mano libera con Katja” pensò. Ma il “ fottuto “ capitano  non aveva finito. “ E tu, Katja, andrai con lui” disse dopo una breve pausa. “ Il tuo nome è sullo stesso foglio di Sergej. Le scartoffie, lo sapete, non mi sono mai piaciute”.
Il gattino di Katja  era morto. Non era morta Stalingrado.

Il risveglio  di Urano.

Fallita l’offensiva di ottobre, Paulus ci provò un’ultima volta l’11 novembre, quando nell’aria c’era già sentore d’inverno. Le sue unità raggiunsero il  Volga anche  a sud, accerchiando il settore occidentale della  città,  ma non riuscirono a sloggiare gli ultimi tenaci difensori dai loro rifugi. Fu quella manciata di uomini, quei “ soldati di Salamina”, quella “ banda di fratelli” a salvare Stalingrado.
Intanto, già dalla fine  di ottobre, i soldati di Ciujkov  si erano accorti  di ricevere  sempre meno rinforzi e pochissime munizioni. Perché?
La risposta arrivò il 19 novembre. A un centinaio di chilometri a  nord  di Stalingrado, alle prime luci  dell’alba, l’artiglieria sovietica aprì un fuoco infernale. E quando i cannoni tacquero, le forze  dei generali Rokossovskij e  Vatutin   piombarono sulle deboli divisioni rumene schierate a protezione del fianco sinistro della Sesta Armata.  Il giorno dopo, da sud, il generale Eremenko  replicò la manovra sul fianco destro: Urano si era svegliato.
C’era voluta tutta la pazienza di Zukov e  del   capo di stato maggiore  Vasilevskji per convincere Stalin ad approvare la  controffensiva. Più di cento chilometri, a nord  mi dite? Come si fa a partire da così lontano? E se nel frattempo la città  cade?   Se partiamo da più vicino, replicò Zukov,  il nemico farà in tempo a ridispiegarsi e, allora, saranno guai. Stalin si convinse. Pose un’unica  condizione: fate come volete, ma Stalingrado non deve cadere. Hitler, probabilmente, al suo posto, in quel  frangente,  avrebbe dato in escandescenze.
L’operazione Uranus prese forma già attorno alla metà di settembre, prima al Cremlino, quando, in presenza di Stalin, Zukov sussurrò a Vasilievkij  che bisognava “ cercare altre soluzioni”,  poi al fronte. Una  sera , un giovane tenente degli esploratori sovietici fu messo in preallarme : doveva tenersi  pronto per una  missione. Nel cuore della notte gli fu ordinato di  recarsi, alla guida del suo veicolo militare, davanti agli alloggiamenti  dello stato maggiore. Da uno di questi alloggiamenti uscì un ufficiale basso di statura e tarchiato, salì sul veicolo e chiese di essere portato il più vicino possibile  alle linee nemiche. Il tenente eseguì. Per tutta la durata della missione, l’alto ufficiale   non pronunciò una parola. Osservava  e annotava mentalmente, annotava  e osservava. Il maresciallo  Zukov- era proprio lui quel passeggero-  aveva voluto rendersi conto di persona, quella notte, di come fosse schierato il nemico intorno a Stalingrado.

L’occhio del  serpente.

E Paulus, come reagì Paulus, quando fu chiara la manovra sovietica? Non reagì, rimase semplicemente a guardare. E , così,  le due branche della tenaglia, quella proveniente da nord, nord-ovest ( Rokossovskij- Vatutin) e quella  proveniente da sud ( Eremenko) si congiunsero, il 23 novembre,  nei pressi di Kalac, a ovest di Stalingrado. Il cerchio era chiuso.
E’ stato detto:  fu Hitler a  imporre a Paulus  di non ritirarsi. É vero. E tuttavia l’ordine perentorio ( e fatale) “ Non muoversi dal Volga”, non assolve  il generale  dalle sue responsabilità.  Che cosa avrebbe dovuto fare un comandante, qualsiasi comandante ,  in quella situazione? Un’unica cosa: riunire  l’armata e muoverla  verso sud-ovest,  cercando di anticipare  il  ricongiungimento sovietico.  Paulus , in quanto comandante sul campo, unico  responsabile dell’andamento militare, avrebbe potuto- e dovuto-  provarci. Inoltrò la richiesta a  Berlino, ma, complici la reazione di Hitler e, forse,  la sindrome del coniglio davanti al serpente, non si mosse. E mentre i sovietici li stavano circondando, i tedeschi continuavano a mandare  i loro carri contro la città.
Inutilmente.

Il riposo del guerriero.

Quando, a nord di Stalingrado,  i cannoni di Voronov avevano cominciato  a tuonare, il Fuehrer era a Berchtesgaden –  Il nido dell’aquila– a riposarsi. Non ne ebbe il tempo. Si precipitò a  Rastenburg, nella tana del lupo- la terminologia nazista  faceva ampio uso di animali mitici- dove  il suo nuovo capo di stato maggiore, il generale Kurt Zeitzler ( Franz  Halder era stato silurato qualche tempo prima) gli consigliò di fare ritirare la Sesta Armata, prima che fosse accerchiata. La reazione di Hitler fece passare  a tutti  la voglia di toccare quel tasto.
E, allora, nei giorni seguenti, una volta chiusasi la tenaglia sovietica, fu tutto un preparare piani. Per rifornire con un ponte  aereo Paulus o per rompere l’accerchiamento, il Kessel, come veniva chiamato ( letteralmente :  “ calderone” o  “sacca”). Insomma, si cercava di rimediare a un errore clamoroso( guai a dirlo, però): quello di avere lasciato Paulus senza protezione seria  sui fianchi e di aver sottovalutato i sovietici.  Solo Hitler  aveva esaltato  a ogni piè sospinto le virtù  militari dei rumeni, degli ungheresi e degli italiani; i suoi generali, al contrario, ogniqualvolta sentivano  quegli- per loro-  sproloqui,  arricciavano  il naso. Rommel, senza peli sulla lingua( e , in parte,  ingiustamente), aveva detto: “Gli italiani? I soldati sono leoni, gli ufficiali salami e lo stato maggiore letame”.

Heilige Nacht.

Paradossalmente, per i soldati e gli ufficiali  all’interno del Kessel , la prima reazione non fu affatto di cupo sconforto.  Va bene, si diceva, i russi hanno avuto fortuna e, per ora,  ci hanno circondato , ma durerà poco. Presto , molto presto, qualcuno ci tirerà fuori di qui e allora tutto ritornerà a filare per il verso giusto. Per ora continuiamo a ricevere  rifornimenti, anche se scarsi e von Manstein sta scaldando i  motori dei suoi carri. L’esclamazione: “Arriva Manstein!” ( Der Manstein kommt!) era  più di una  speranza, era una  certezza.
Già: von Manstein e la sua “ Tempesta d’inverno”( Wintergewitter), la riscossa. Partita con il piede sbagliato, a dire il vero. Le forze con cui il brillante   feldmaresciallo, muovendo  da sud verso nord-est,  avrebbe dovuto forzare il blocco  erano conciate male. Le divisioni rumene –  meglio, i loro resti – erano a pezzi; la Sesta Armata era inchiodata nel Kessel ed era a corto di carburante; il settore nord , quello intorno alla località di  Tormassin, era immobilizzato dai sovietici;  l’Ottava armata italiana, non ancora impegnata in combattimento sembrava non garantire  un’adeguata protezione alla manovra; i carri erano pochi.
Gli italiani , a dire il vero, aggrediti dai sovietici nel corso dell’operazione “ Piccolo Saturno”- lanciata per tenere Manstein  lontano da Stalingrado e per sloggiare i tedeschi dal Caucaso –  reagirono con decisione  e si batterono con onore e coraggio( come avevano fatto, del resto, molte divisioni rumene all’inizio di Uranus): contesero  ai nemici,  metro su metro , le posizioni , ma , alla fine, dovettero arretrare.
I tedeschi, dal canto loro, lanciati a tutta velocità  lungo la steppa innevata,  sfondarono, da sud,  lo schieramento sovietico in più punti, ma furono costretti a fermarsi per mancanza di carburante e di copertura a poca distanza dalla meta.  Dal Kessel, nessuna reazione. Dalla “Fortezza Stalingrado”, come era stata ribattezzata  da Hitler la città di Stalin, nessuno si mosse  incontro  a  Manstein e la tempesta si trasformò in un innocuo temporale.
Quando, il 23 dicembre , Wintergewitter fu annullata , il laccio sovietico   cominciò a stringersi. Di  lì a poco sarebbe stato Natale.   

Epilogo.

La chiesa della Gedaechtniskirke si trova a Berlino, all’inizio della Ku’damm – l’odierna  via dello shopping-  e risale al XIX secolo. Ha subito danni enormi durante la guerra e chi l’ha ricostruita  ha rinunciato a riproporla nello  stile originario. Ha conservato   quello che era rimasto in piedi e l’ha inserito in  una nuova costruzione con ampie vetrate blu a nido d’ape . All’interno, su una  parete,   è  appeso  un disegno  eseguito a carboncino , nell’inverno del 1942 , da un ufficiale medico- il dottor Kurt Reuber-  intrappolato nel Kessel. Raffigura, su imitazione delle madonne italiane del Quattrocento, la  Vergine Maria  e il Bambino. In quel disegno, noto come “ La Madonna di Stalingrado”,  a colpire l’osservatore, non   sono tanto  le espressioni dei volti, né le parole – semplici e accorate nello stesso tempo( “ Luce, Vita, Amore”)-  vergate dall’ufficiale, quanto il  mantello avvolto attorno al capo e al corpo della Vergine. Un mantello ampio e pesante , un mantello caldo. Un mantello nel quale il freddo, il micidiale freddo di Stalingrado , non può insinuarsi. In quel mantello c’é rappresentato  tutto il  desiderio di calore e di protezione  degli ufficiali, dei soldati, dei feriti che, a  più di venti gradi sottozero, tormentati dai pidocchi, senza cibo, senza medicine,  si aggrappavano  alla vita,  andando con il pensiero alle loro case,  alle loro città, ai loro cari, mai così vicini e, nello stesso tempo, mai  così lontani  come allora.

Era Natale.  Paulus , forse , si illudeva  ancora di farcela. Di arrivare fino alla primavera, almeno. Ma intanto, metro dopo metro, giorno dopo giorno, i sovietici  si avvicinavano. I rifornimenti arrivavano con il contagocce. Quando gli aeroporti di cui si servivano i tedeschi furono occupati, la Sesta armata  dovette essere rifornita dall’aria con i paracadute. I feriti non poterono più essere evacuati.
L’8 gennaio Rokossosvskij  offrì  a Paulus la resa. Ci impegniamo a darvi da mangiare  e a curare i vostri feriti, promise.  Pensateci bene, prima di dire di no: l’inverno russo non è neppure cominciato. Paulus , di nuovo ipnotizzato dal serpente,  non volle nemmeno ascoltarlo . I cannoni di Voronov, allora, riversarono sul Kessel una tempesta di fuoco; il freddo divenne terribile, il cibo e le medicine scarseggiarono, il cerchio si strinse  sempre di più e, sotto l’incalzare dei sovietici, la Sesta Armata fu divisa in due. Hitler promosse Paulus al grado di feldmaresciallo, mettendogli in mano, come è stato scritto, una pistola carica. Ma Paulus, anziché suicidarsi, si consegnò ai sovietici. Era il 31 gennaio del 1943. Due giorni dopo, anche la seconda metà dell’armata, quella del  generale Karl Strecker,  si arrese. La battaglia di Stalingrado era finita.
Dei quasi novantaduemila superstiti  della Sesta Armata , meno di cinquemila  ritornarono, dopo la guerra, in Germania.

Da leggere.

Antony Beevor, Stalingrado, 1998,  Bur Storia,  2006
Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Silvio Bertoldi, Il sangue e gli eroi, Rizzoli, 1997
Alfio Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, Tea, 2006
Vasilij Ciujkov, Stalingrado, la battaglia del secolo, 1983
Maria Ferretti, La battaglia di Stalingrado, Giunti, 2001
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi, 2008
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Luckas, L’attacco alla Russia, Corbaccio, 2008
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Ronald Seth, Operazione Barbarossa, Longanesi, 1971
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966
Ultime lettere da Stalingrado, Einaudi, 1967

Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),

La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),

Uno contro uno  ( La battaglia di Kursk, 1943),

Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)

Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)

Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)

La corsa (La caduta di Berlino)

Da vedere.

Il nemico alle porte, di Jean Pierre Annaud

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

Gli avvenimenti in breve.

La battaglia di Stalingrado, praticamente iniziò nella seconda metà del mese di luglio 1942, quando i tedeschi impegnarono, per circa due settimane, forti contingenti sovietici nell’ansa del Don. In agosto forzarono il fiume  nei pressi della località di Cimlinskaja e puntarono dritti verso il Volga  e Stalingrado. Il generale- poi maresciallo- Andreij Eremenko, uno dei comandanti sovietici del fronte di Stalingrado, attribuì grande importanza ai combattimenti nell’ansa del Don. Rallentarono l’avanzata tedesca e permisero di allestire le difese intorno alla città, scrisse. Secondo altri, quelle difese non difesero un granché e furono altri fattori a decidere la battaglia.
Una volta superato il Don, i tedeschi furono trattenuti  dal generale Vasilij Ciujkov per una settimana sui fiumi Aksaij e Mjskova, situati fra il Don e il Volga. Furono combattimenti durissimi con perdite molto elevate da entrambe le parti. Superato anche quest’ultimo ostacolo, la Sesta armata si schierò di fronte a  Stalingrado mentre la Luftwaffe  scaricò  sulla città tonnellate e tonnellate di bombe, radendo al suolo la quasi totalità delle abitazioni e causando, nella sola giornata del 23 agosto,  più di quarantamila morti. Dopo il bombardamento, i carri vennero avanti, aprirono un saliente di una decina di chilometri e si avvicinarono ai sobborghi.
Dai  primi di settembre e fino alla metà del mese, i tedeschi avanzarono sia nei sobborghi settentrionali della città, sia in quelli meridionali, interrompendo i contatti fra la 64.ma e la 62.ma armata sovietiche e imbottigliando quest’ultima intorno al Mamaev Kurgan e ai quartieri industriali di Stalingrado.
Dal 13 settembre al 18 novembre si combatté la battaglia propriamente detta, quella all’interno della città intorno agli edifici in seguito divenuti famosi. Nella seconda metà di novembre  a nord ( il 19) e a sud ( il 20) della città scattò la controffensiva sovietica . Il 23 le forze sovietiche si congiunsero a Kalac.  Dal 12 al 23 dicembre, i sovietici  dovettero far fronte all’operazione Wintergewitter, il contrattacco tedesco per liberare Paulus e i suoi uomini. Respinto il contrattacco, i sovietici, dal 10 gennaio al 2 febbraio, eliminarono la sacca.

Questi gli avvenimenti in dettaglio:

22 giugno 1942: la fortezza di Sebastopoli, in Crimea, viene attaccata  dalle divisioni di von Manstein.
28 giugno sul fronte orientale, fra il Donetz  e il Don, i tedeschi lanciano  Fall Blau, l’Operazione Azzurro: i sovietici o perché costretti o perché lo fanno apposta, si ritirano.
2 luglio: Sebastopoli cade. Von Manstein è nominato feldmaresciallo.
6 luglio: inizia l’operazione Fiore palustre, per bonificare vaste zone del fronte orientale dai partigiani sovietici.
7 luglio: cade la città sovietica di Voronez. La VI armata tedesca  si sposta a sud, in direzione di Stalingrado.
10-11 luglio: truppe tedesche raggiungono la riva orientale del  Don  e la località di Lisiciansk, sul Donetz .
11 luglio: Hitler emana le direttive dell’operazione  Bluecher: meta finale il Caucaso e i suoi pozzi petroliferi.
23 luglio: la città di Rostov sul Don- la “sentinella del Caucaso” – cade  in mano tedesca. Contrariamente al solito, però, questa volta  i sovietici  si sganciano e sfuggono all’accerchiamento. Alla fine di novembre la riconquisteranno.
3 agosto: unità tedesche raggiungono  Stavropol, nel Caucaso. Lo stesso giorno,  la VI armata di Paulus è a meno di centocinquanta chilometri da Stalingrado.
12 agosto: nel giorno della vittoriosa carica del Savoia cavalleria a Izbusenskij, reparti tedeschi raggiungono la sponda occidentale del Volga nei pressi di Rynok, il quartiere  settentrionale della città.
19 agosto: alpini tedeschi piantano la bandiera con la svastica sul monte Elbrus a 5.663 metri di altitudine. Hitler non la prende bene: dobbiamo sconfiggere i russi, non conquistare montagne, esclama. Ha ragione di preoccuparsi: la spinta tedesca si è affievolita, i rifornimenti giungono a rilento, i  sovietici non danno tregua. Groznij, la città simbolo del Caucaso non sarà mai raggiunta.
23 agosto: la Luftwaffe bombarda Stalingrado causando più di quarantamila morti fra la popolazione civile
3 settembre: messaggio telegrafico di Stalin a Zukov, responsabile della difesa di Stalingrado: attaccare immediatamente e dare sostegno e aiuto agli abitanti della città. I sovietici si ritirano dal fiume Mijskova, ultima difesa naturale della città. In precedenza avevano abbandonato, dopo durissimi combattimenti, il fiume Aksaij.
4 settembre: mentre Zukov prepara l’attacco, oltre mille bombardieri tedeschi compiono ripetute incursioni sulla città di Stalingrado.
5 settembre: i tedeschi respingono una controffensiva sovietica dal saliente di  Orlovka a nord della città  in direzione di Rynok.
13 settembre: i tedeschi raggiungono i sobborghi prossimi al  centro di Stalingrado e si apprestano ad attaccare in direzione del Mamaev Kurgan.
14 settembre: si accende, accanita, la lotta per il possesso del centro di Stalingrado. La stazione ferroviaria, nel giro di pochissime ore, passa più volte  di mano ; il Mamaev Kurgan viene conquistato dai tedeschi,  riconquistato e difeso con accanimento dai sovietici ; dal silos granario situato al centro della città, marinai russi respingono uno dopo l’altro, una decina di attacchi nemici. La divisione del generale Rodimcev, gettata nella mischia, ferma l’attacco tedesco. Le perdite sono gravissime. Nel frattempo, a Vinnitza( o Vinnica), in Ucraina, nel quartier generale di Hitler si ostenta ottimismo: si parla di come organizzare la dominazione tedesca  in  Russia, una volta ottenuta la vittoria.
22 settembre: i tedeschi raggiungono il centro di Stalingrado, ma i sovietici continuano a combattere. Il generale Franz Halder, capo di stato maggiore dell’esercito tedesco, paga gli insuccessi di Stalingrado e, soprattutto, la mancata conquista di Groznij e viene silurato. Al suo posto Hitler chiama il generale Kurt Zeitzler.
23 settembre: a Stalingrado entrano in azione i primi  fucilieri siberiani  e le divisioni diventate in seguito famose ( quella del colonnello Batjuk, quella del generale Gurtev, quella del colonnello Gurev, ecc) e i tedeschi devono ritirarsi dalle cantine e dagli edifici del centro . Nel Caucaso, truppe  scelte tedesche  cercano di conquistare l’importante porto di Tuapse, sul Mar Nero, ma inutilmente.
25 settembre: carri tedeschi raggiungono le fabbriche Ottobre Rosso e Barricate, sul Volga e le “ città giardino” adiacenti. La resistenza sovietica è accanita. Benché abbiano raggiunto il Volga in più punti  e tengano sotto controllo gli imbarcaderi, i tedeschi non riescono ad avere ragione della resistenza sovietica nelle due fabbriche attaccate né  a impedire il flusso di rifornimenti attraverso il fiume.
1° ottobre: le forze sovietiche bloccano  l’avanzata tedesca nel Caucaso. I carri di Hitler lo abbandoneranno definitivamente il 27 dicembre
5 ottobre:  Stalin da Mosca ordina: Stalingrado non deve cadere in mano nemica.
11 ottobre: primo giorno senza combattimenti a Stalingrado. Si tratta di  un avvenimento più unico che raro.
14 ottobre: i tedeschi, appoggiati da più di trecento carri armati, lanciano un attacco- nelle loro intenzioni definitivo- contro le difese sovietiche. Si combatte casa per casa, piano per piano, cantina per cantina, tetto per tetto. La fabbrica di trattori viene circondata, gli edifici che la uniscono alla fabbrica Barricate conquistati, ma i sovietici non si arrendono e continuano a resistere.
18 ottobre: Paulus scatena una nuova offensiva: come quella di qualche giorno prima anch’essa si infrange contro la sorprendente resistenza sovietica. Barricate e Ottobre Rosso restano in mano ai soldati di Ciujkov.
8 novembre: forze anglo- americane sbarcano in Tunisia ( Operazione Torch) . Per contrastarne l’avanzata , Hitler richiama numerose squadriglie aeree dal fronte di Stalingrado.
11 novembre: Paulus lancia l’ultima, disperata offensiva. Truppe tedesche arrivano a pochi metri dal Volga, conquistano quasi per intero la fabbrica  Ottobre Rosso, isolano Barricate  e  raggiungono le rive del fiume anche  a sud di Stalingrado. La   città è accerchiata, ma continua a resistere.
19 novembre: scatta l’operazione Uranus. Precedute da un impressionante fuoco d’artiglieria, truppe sovietiche agli ordini dei generali Konstantin  Rokossosvkij e Nicolaj  Vatutin muovono, da nord, contro le deboli e inesperte divisioni romene schierate a protezione del fianco sinistro  della VI armata. Nel giro di poche ore vengono fatti prigionieri più di sessantacinquemila soldati romeni.
20 novembre: i sovietici  del generale Andreij Eremenko attaccano, da sud, il fianco destro dell’armata di Paulus.
21 novembre: Hitler vieta a Paulus di ritirarsi, “malgrado il pericolo di ( …) un temporaneo accerchiamento.” Due giorni dopo rinnoverà l’ordine.
23 novembre: le truppe sovietiche si congiungono a Kalac sul Don e saldano il cerchio dentro il quale sono intrappolati 250.000 uomini della VI armata. I rifornimenti- scarsi- arrivano tramite un ponte aereo organizzato in fretta e furia da Goering.
12 dicembre: scatta la controffensiva tedesca, nota come “Tempesta d’inverno” ( Wintergewitter). I carri del generale Hoth provenienti da sud, però, si fermano a meno di cinquanta chilometri  da Stalingrado: Paulus ha carburante per soli 24 chilometri e non può andare loro incontro. Il 23 dicembre Wintergewitter viene annullata. In occasione di questa battaglia,  gli italiani dell’VIII armata si battono con valore e coraggio.
8 gennaio 1943: il generale Rokossosvskij, comandante  del fronte russo del Don, offre la resa alla VI armata: Paulus rifiuta. Il cerchio, allora, comincia a stringersi.
14 gennaio: i sovietici si impadroniscono dell’aeroporto di Pitomnik, rendendo precari i rifornimenti di viveri, medicinali e armi per i soldati intrappolati nel Kessel. Funziona soltanto il piccolo aeroporto di Gumrak.
24 gennaio: Paulus chiede a Hitler il permesso di arrendersi. Risposta: “ La VI armata dovrà tenere le posizioni sino all’ultimo uomo e sino all’ultimo istante”. L’aeroporto di Gumrak cade in mano sovietica: la VI armata , divisa in due dai sovietici, deve essere rifornita con i paracadute.
31 gennaio: Hitler nomina Paulus feldmaresciallo. Nessun feldmaresciallo tedesco si è mai arreso al nemico, ma Paulus lo fa.
2 febbraio: si arrende anche il generale Karl Strecker, comandante della seconda parte dell’Armata. La battaglia di Stalingrado è finita.
23 febbraio: nel giorno dell’anniversario della fondazione dell’Armata Rossa ( 1918), il re d’Inghilterra, Giorgio VI offre alla città di  Stalingrado “ la Spada d’Onore”.

 L’accerchiamento( Operazione Uranus)

I sovietici si muovono da nord- nord ovest ( Katoviskij , Kletskaia, generali Rokossovskij e Vatutin) e da sud ( dintorni dei laghi Sarpa e Tsatsa nella steppa calmucca, generale Eremenko), imitando, su vasta scala, la mossa del cartaginese Annibale  a Canne ( 216 a.c.) e si congiungono nei dintorni di  Kalac.  La Sesta Armata e parte della quarta Panzerarmee restano imbottigliate fra la 62. ma armata di Ciuikov, attiva sulla sponda occidentale del Volga e  quelle arrivate da nord e da sud.
Per quanto velocemente procedessero , le divisioni sovietiche di Rokossovskij e di Vatutin, provenienti da nord – nordovest  avrebbero dovuto  pur sempre percorrere, combattendo, più di  un centinaio di chilometri. Paulus, se lo avesse voluto, avrebbe potuto anticipare ( o tentare di anticipare) il ricongiungimento sovietico a sud –ovest  e sfuggire alla tenaglia. Certo, anch’egli avrebbe avuto bisogno di tempo- come ne avevano bisogno i sovietici- per portare a termine  la manovra, ma  avrebbe potuto farcela. Provò a chiederlo, ma ricevuto il rifiuto di Hitler, non si mosse.

 

Appendice

Gli Einsatzgruppen.

All’inizio di Barbarossa, gli Einsatzgruppen ( Gruppi operativi) erano quattro. Avevano il compito di operare dietro le linee per eliminare l’ “intellettualità giudaico-bolscevica”( in special modo, gli “ ebrei con incarichi nel partito e nello Stato”), nonché altri “ elementi radicali”, non meglio specificati. Tuttavia, ai comandanti dei singoli reparti era lasciata ampia libertà circa l’individuazione degli “ obiettivi” da colpire. Fin dall’inizio, molti comandanti interpretarono l’ordine in maniera “ estensiva” colpendo anche chi, sulla  base delle disposizioni originarie  impartite  da Reinhardt Heydrich in persona, sembrava non rientrare nelle categorie indicate.
Formati da  funzionari o aspiranti funzionari della GESTAPO, della Polizia Criminale (KRIPO) e dei Servizi di Sicurezza(SD), gli Einsatzgruppen erano stati costituiti e addestrati durante la primavera del 1941. Integrati da tre compagnie di Waffen-SS- i reparti combattenti della milizia del partito nazista-  e da un battaglione della pubblica sicurezza, contavano- agli inizi, almeno- circa tremila uomini. Ogni Einsatzgruppe era articolato in due Sonderkommandos (unità speciali), incaricati delle fucilazioni e in due o tre Einsatzkommandos ( unità operative) incaricati, per lo più, dei rastrellamenti.  Gli Einsatzgruppen dipendevano dal generale delle SS Erich von dem Bach-Zalewski.
Gli Einsatzgruppen A,B e C furono aggregati, rispettivamente, al Gruppo di Armate Nord (feldmaresciallo Wilhelm Leeb von Ritter, obiettivo: Leningrado), al Gruppo d’Armate Centro( feldmaresciallo  Fedor von Bock, obiettivo: Mosca) e al gruppo d’Armate Sud ( feldmaresciallo Gerd von Rundstedt, obiettivo: Kiev). Il quarto gruppo, l’Einsatzgruppe D, fu aggregato all’Undicesima armata, incaricata di penetrare in Unione Sovietica partendo dalla Romania.
I Gruppi d’Armate ai quali i reparti speciali erano stati aggregati dovevano fornire loro assistenza logistica e  nient’altro. In altri termini, gli Einsatzgruppen  erano legati alla Wehrmacht per quanto riguardava i trasporti, il carburante, le munizioni, i viveri, ma, per il resto, agivano in completa autonomia.
In una prima fase, essi si “ limitarono” a rastrellare, a prendere in consegna dalla Wehrmacht e a fucilare uomini- quasi sempre ebrei-  in età di portare le armi o sorpresi con le armi in pugno. Successivamente, cogliendo lo spunto dall’intensificarsi della guerra partigiana, gli Einsatzgruppen  assassinarono con frequenza sempre maggiore anche ragazzi, vecchi, donne  e persino bambini. Più le divisioni corazzate tedesche si inoltravano in territorio sovietico, più gli Einsatzgruppen si rafforzavano grazie al contributo di gruppi fascisti locali o di gruppi nazionalisti- lituani, lettoni, ucraini-  ostili all’URSS.  A un certo punto, a essi furono aggregati anche undici battaglioni di polizia originariamente destinati a funzioni di ordine pubblico

Il rapporto fra  gli Einsatzgruppen  e la Wehrmacht è controverso. Che cosa sapevano i feldmarescialli e i generali? E che cosa sapevano gli ufficiali subalterni o i soldati? I primi, senz’altro, erano al corrente dei compiti degli Einsatzgruppen; i secondi quasi certamente no. Tuttavia, sia i primi, sia i secondi eseguivano diligentemente  gli ordini. A volte, anche reparti regolari prendevano parte alla fucilazione di “ partigiani”. I soldati, una volta tornati in licenza  in patria , ne parlavano con i famigliari e con gli amici. Alcuni per vantarsi, altri per dare un’idea di come si stesse svolgendo quella guerra. Qualche notizia diversa da quelle  diffuse dalla propaganda  cominciò così  a circolare in Germania.
Anche ai più alti livelli, ci furono comportamenti contrastanti. Il feldmaresciallo  Gerd von Rundstedt, l’artefice sul campo del “ colpo di falce” in Francia nel 1940, pur non opponendosi alla consegna  dei prigionieri, obbligò i gruppi speciali a non avere alcun rapporto con i propri uomini; il feldmaresciallo Walther von Reichenau fece esattamente il contrario( o, almeno, così è stato sostenuto). Alcuni comandanti di divisione o d’armata non diffusero ai propri sottoposti né “ l’ordine dei commissari” né l’ordine “giurisdizionale”;  altri ne pretesero la rigida attuazione. Ad ogni modo, il coinvolgimento della Wehrmacht  nello sterminio fu, per così dire, indiretto. L’esercito aveva un compito esclusivamente militare e a questo si attenne, anche se, a causa  dell’elevato livello di antisemitismo anche nei ranghi inferiori, molte volte andò oltre.
Ci furono, infatti, casi in cui soldati  regolari parteciparono ai pogrom o alle fucilazioni, a volte spinti dall’indignazione, dopo essere stati testimoni, come in Lituania o in Polonia, degli orrori staliniani. Nelle carceri di Libau, di Leopoli e di altre località, avevano, infatti, trovato i cadaveri di migliaia di prigionieri  giustiziati sommariamente da agenti dell’NKVD all’avvicinarsi dei tedeschi.

“L’ordine dei commissari”  e il “decreto giurisdizionale”

Il cosiddetto “ordine dei commissari”, basato su una direttiva di Hitler e impartito dall’alto comando tedesco il 6 giugno del 1941 alla vigilia di Barbarossa, identificava nei commissari politici sovietici- definiti “ criminali” da Hitler –  i nemici “ideologici” del nazionalsocialismo e li indicava, quindi, come  i primi soggetti da “liquidare”, seduta stante e senza processo, non appena catturati. Siccome qualche generale, ancorché  cautamente, protestò perché riteneva l’eliminazione dei commissari un vero e proprio assassinio a sangue freddo, indegno di un soldato,  il capo dell’esercito, generale Walther von Brauchitsch, lungi dal correggere l’ordine, come qualcuno chiedeva, consigliò soltanto, per “ riguardo alla truppa”,  di effettuare le fucilazioni  lontano da…occhi indiscreti .
Il “decreto giurisdizionale”, firmato dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel il 16 settembre del 1941, stabiliva in sostanza questo: il soldato della Wehrmacht o dei reparti a essa aggregati che durante un’operazione di guerra uccide civili anche disarmati non sarà accusato di alcunché né perseguito dalla giustizia ordinaria o militare, purché abbia agito dietro ordine di un ufficiale. Era, in sostanza, un invito all’assassinio indiscriminato perché non solo garantiva l’immunità a chi uccideva, ma sottraeva le popolazioni dei territori occupati alle norme del diritto internazionale.
Il decreto in questione andava anche oltre: potevano( anzi dovevano) essere arrestati  e puniti  non solo i civili armati, ma anche “i sobillatori, i distributori di volantini, gli incendiari”. Se i colpevoli non fossero stati identificati con certezza ,  potevano ( anzi dovevano) essere condotte rappresaglie mediante fucilazione di ostaggi o incendi di interi villaggi. Anche per aver firmato quest’ordine, Keitel sarà riconosciuto colpevole di crimini di guerra  e condannato a morte dal tribunale di Norimberga.

Il comportamento di Paulus  è stato molto criticato. All’inizio egli non capì – come molti altri del resto, a cominciare dall’Alto Comando- la portata e le direzioni dell’offensiva sovietica per cui, nei primi cruciali momenti di Urano,  non riuscì ad adottare efficaci contromisure. Quando la manovra gli fu chiara, individuò subito la via d’uscita: aprirsi la strada ( o tentare di farlo) verso sud-ovest prima che i sovietici riuscissero a rafforzare il cerchio. Dello stesso avviso erano il generale von Seydlitz, comandante delle forze corazzate e, anche se in misura minore, il feldmaresciallo von Weichs comandante del gruppo d’armate dal quale dipendeva Paulus. Ma non lo era il proprio capo di stato maggiore, il generale Schmidt,  e, soprattutto, non lo era Hitler.
Paulus si limitò a inviare richieste scritte e verbali – regolarmente respinte- anziché , forte delle mutate condizioni tattiche sul terreno, assumere decisamente l’iniziativa. Insomma, in quei tragici frangenti, gli mancarono il carattere e la decisione.
Qualcuno ha messo in rilievo anche l’atteggiamento ambiguo tenuto da von Manstein durante l’operazione “ Tempesta d’inverno”. Voleva davvero rompere l’assedio o non ne considerava più utile un suo prolungamento ai fini di rendere sicura la ritirata dal Caucaso?

Note


[1] L’ufficiale comandante di un’unità sovietica telegrafò a Mosca: “ Ci sparano addosso. Che cosa dobbiamo fare?”
[2] Stalin aveva insistito per abbandonare la vecchia linea di fortificazioni ( la linea portava il suo nome) che correva lungo i confini del 1938 e aveva insistito perché se ne costruisse  un’altra lungo i  nuovi confini del ‘39. Risultato: al momento dell’attacco tedesco del ’41,  la vecchia linea era in uno stato di semi-abbandono e la nuova era  in gran parte incompleta.
[3] Particolarmente accanita fu la resistenza intorno  alla città di Smolènsk, posta sulla via per Mosca. Durò quasi due mesi  e permise ai sovietici di interrompere il blitzkrieg, di ottenere qualche successo tattico ( come quello di Zukov nel saliente di El’nja)  e all’Alto Comando di approntare le riserve necessarie e difendere Mosca. Quell’accanita resistenza fece saltare tutti i piani tedeschi e, quasi certamente, salvò la capitale
[4] Il  3 luglio, in un famoso discorso radiotrasmesso, Stalin si rivolse ai russi chiamandoli “ amici, fratelli  e sorelle”, incitandoli  a resistere, ordinando loro di fare terra bruciata davanti agli invasori e di non dare loro requie  dietro le linee. La guerra diventò “patriottica”. Il concetto di “guerra socialista” e di “patria socialista” e non più di guerra patriottica,  sarà rimesso in auge, gradualmente, dopo la vittoria di Stalingrado unitamente al mito del “ genio militare” di Stalin.
[5] Entrambi generali zaristi russi. Il primo servì  soprattutto  sotto la Grande Caterina; il secondo sconfisse Napoleone nel 1812.
[6] Alexander Jaroslavòvic, principe di Nòvgorod, vincitore dei Cavalieri Teutonici, nel 1242, nella famosa “battaglia sul ghiaccio” del lago Peipus, immortalata dal regista  Sergeij Eisenstein. Dopo quella vittoria Alexander Jaroslavòvic fu, per tutti i russi , un santo con la spada e divenne Alexander Nevskij.
[7] Non era scontato che i soldati-contadini dell’Armata Rossa si battessero per la patria socialista. Il generale Voronov comandante dell’artiglieria sovietica, agli inizi di Barbarossa  era tormentato da un interrogativo: Ivàn avrebbe combattuto?
[8] Hitler andò su tutte le furie quando gli fu comunicato che i sovietici, al di là degli Urali,  producevano quasi il doppio di carri rispetto all’anno precedente  e si rifiutò di crederci.
[9] Qua e là, fra le varie popolazioni, qualcuno, però, lo fece. Questa minoranza di “ colpevoli” coinvolse  anche gli innocenti. Stalin, infatti, già a partire dal 1943,ordinò la deportazione di intere popolazioni caucasiche( karaciaj, ceceni, ingusci, balkariani), estendendo a interi popoli la responsabilità di singole persone o di piccoli gruppi vendutisi al nazismo. Arrivati nel Caucaso, i tedeschi fecero balenare chissà quali cambiamenti e qualcuno abboccò all’amo. Mirando a sollevare le popolazioni della regione  contro i sovietici, furono prodighi di promesse ( abolizione delle fattorie collettive, libertà religiosa ecc) e si astennero dal commettere atti di violenza, anche se non trattarono mai quei popoli, nonostante i distinguo di Rosemberg,  da pari a pari. Le promesse, infine, non si concretizzarono, un po’ perché i tedeschi non ne avevano alcuna intenzione e molto  perché l’occupazione del Caucaso fu brevissima. Kaukasus hin und zurueck, Caucaso andata e ritorno, fu l’amaro e ironico commento dei soldati tedeschi quando la ritirata fu portata a termine.
[10] La difesa del  numero civico 6/1 è la trasposizione letteraria di un episodio famoso. Durante l’assedio di Stalingrado, un plotone di fucilieri sovietici comandati dal sergente Jakov Pavlov occupò e tenne per cinquantotto giorni un edificio situato in una posizione strategica nel centro della città. I tentativi tedeschi – pressoché quotidiani- di aver ragione di quella che sarà chiamata “La casa di Pavlov”, fallirono tutti. I difensori furono rilevati il 25 novembre. Pavlov fu insignito del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.  Altrettanto noto è il commento del generale Ciuijkov:  nell’attacco alla Casa di Pavolov i tedeschi persero più uomini di quanti ne persero per conquistare Parigi. Vasilij Grossman  si è ispirato a questo episodio nel suo romanzo più noto, Vita e Destino ( ultimato nel 1960 e pubblicato vent’anni dopo a causa di problemi con la censura), trasformando il 61( numero civico della “Casa di Pavlov”) in 6/1
[11] Il piano di Hitler era , in origine, il seguente: ripulire la Crimea e prendere Sebastopoli, conquistare la città di Voronez, distruggere le forze sovietiche fra il Donetz e il Don, puntare su Stalingrado e, successivamente dirigersi  verso il Caucaso. Forse illuso dalla facile vittoria tedesca a Rostòv , Hitler cambiò il piano e rese contemporanee le operazioni su Stalingrado e verso il Caucaso. Il feldmaresciallo von Bock, contrario a dividere le forze e le operazioni, ci rimise il posto. Secondo il maresciallo sovietico Ciujkov, modificando il piano, Hitler, senza volerlo,  salvò Stalingrado.
[12] Ottobre fu un mese terribile per Stalingrado  e il 14 di ottobre fu per la città  il giorno più lungo.

Le cartine e le foto di questo articolo provengono, in gran parte, dai seguenti siti  internet:
la Madonna di Stalingrado:  www.flickr.com/photos/ap48/3174506156/

Le altre immagini:
historiaweb.net/operazione-barbarossa-stalingrado.html
ww2-pictures.com/battlestalingrad-pictures.htm
webspace.webring.com/…/battle-of-stalingrad-pics.htm
cronologia.leonardo.it/storia/a1941p.htm
mapsof.net/russia/…maps/…/mapbattle-of-stalingrad/full-size
http://www.flamesofwar.comHobbyHistory

Sotto il titolo: inquadratura dal film “Il nemico alle porte”, 2001, di Jean-Jacques Annaud.

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