La caduta delle aquile

 

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A Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi, la personalità non  fa difetto. Quando prende di mira  l’Inghilterra, scrive a dom Joao: decidetevi: o chiudete i porti alle navi inglesi e aderite al blocco continentale o aspettatevi  guai grossi. Poi rincara la dose: tutti i beni degli inglesi residenti in Portogallo devono essere confiscati e  le vostre navi devono aggiungersi alle nostre nella guerra contro la Gran Bretagna.
C’è poco da stare allegri: se si accetta l’ultimatum francese, l’Inghilterra  non starà a guardare e occuperà  il Portogallo; se lo si rifiuta, saranno i francesi  a farlo. Dom Joao, non avendo alternative,   prende tempo. Si dichiara possibilista sulla chiusura dei porti , meno sulla confisca dei beni. Sonda il governo inglese.  E , intanto, pensa alla fuga. Londra non è intransigente: ok, chiudete pure i porti, ma consentite ai nostri connazionali di andarsene come si conviene e salvaguardatene i beni, è la risposta.  Detto,  fatto. Quando l’ultimo vascello inglese è sparito  all’orizzonte , dom Joao  decreta il blocco.
Troppo tardi. Il generale Junot, futuro duca d’Abrantes,  alla testa di ventimila uomini è già  in Portogallo. Con intenzioni non proprio amichevoli. Non cedere alle provocazioni, non opporre resistenza sono le direttive  di dom Joao, sempre più Clemente. E, così, i francesi  di Junot  svuotano  chiese e case, scoperchiano i sarcofagi di dom Pedro e di Ines,  arraffano opere d’arte e oggetti di valore a proprio piacimento. E senza incontrare resistenza. Nonostante si dedichino al saccheggio, viaggiano veloci. Sono ormai alle porte di Lisbona quando l’ultima nave del convoglio reale lascia il  Cais do Sodré diretta in Brasile. A bordo l’intera corte, il tesoro reale  e un’infinità di  musi lunghi.

Sul territorio metropolitano, a rappresentare dom Joao, resta una giunta di reggenza, della quale Junot, entrato a Lisbona, se ne infischia bellamente. Il Paese è occupato. E diviso in tre parti. La prima, fra il Douro e il Minho,  con il nome di Regno di Lusitania Settentrionale , viene assegnata a Luciano Bonaparte, re d’Etruria; la seconda- l’Alentejo e l’Algarve-  alla Spagna del  perfido ministro  Godoy; il destino della restante parte del Portogallo sarà deciso a guerra finita. Napoleone non scherza.
Ma neppure i portoghesi scherzano. Stanchi di subire, reagiscono. A Gràndola, una città dell’Alentejo  destinata più di  un secolo e mezzo dopo a diventare famosa( la canzone Gràndola, vila morena  di Josè “Zeca” Afonso , sarà il segnale d’inizio della Rivoluzione dei garofani)  il funzionario spagnolo annota: in città, persone mai viste prima hanno inneggiato a dom Joao e  incitato la popolazione alla rivolta. E’ cominciata la guerriglia: accanita, senza quartiere, spietata, implacabile. In luglio, alle foci del Mondego sbarcano truppe inglesi.  Li comanda  un generale destinato a fama imperitura:  sir Arthur Wellesley, futuro duca di Wellington. 

La battaglia di Vimeiro.

La musica cambia. Giubbe rosse e guerriglieri ci danno dentro e Junot, sconfitto duramente a Roliça e a Vimeiro, ottiene un armistizio e lascia il Portogallo, portandosi appresso tutto quanto ha arraffato  durante l’occupazione. Non va meglio al suo collega Soult, arrivato con la fama di duro nel febbraio dell’anno successivo. Cova un’ambizione segreta il duca di Dalmazia: farsi re della Lusitania settentrionale. Ci arriva  a un passo, ma dopo aver conquistato tutto il nord del Paese  non riesce a tenerlo a deve ritirarsi. La giunta di reggenza viene ripristinata; a capo del ricostituito esercito portoghese viene posto  il generale britannico William Beresford , per l’occasione nominato feldmaresciallo e dotato di ampi poteri. Lisbona viene circondata da tre linee difensive  contro le quali si infrange la  sicumera del maresciallo francese André  Massena , arrivato agli inizi del 1810 con la ferma intenzione di chiudere la partita. Il bell’André  alza i tacchi  nel marzo dell’ anno dopo, incalzato da Wellesley e dai patrioti portoghesi e, con la coda fra le gambe,  ripara in Spagna .

Quattro anni di guerra hanno lasciato il segno.  Case, monasteri,  chiese, palazzi  sono stati ripuliti da cima a fondo; quadri, oggetti preziosi, mobili, libri antichi, gioielli  hanno preso la via della Francia  e dell’Inghilterra; nessuno coltiva più i campi, il commercio è fermo, l’industria pure, le casse dello Stato sono  vuote.  Sono migliaia i morti , altrettanti i feriti. Una catastrofe. Gli inglesi fanno il bello e il cattivo tempo. Nell’esercito comandano loro,  Beresford è di fatto il padrone del Portogallo.
E dom Joao?  E’ sempre in Brasile, per l’occasione elevato a regno. Non ci sono più musi lunghi a corte, ma sorrisi distesi e bella vita. Nessuno ha voglia di tornare. Il paradosso di quei giorni è questo: il Portogallo continentale conta meno di niente: a seconda di come lo si guardi,  ora è un protettorato inglese, ora una  colonia del Brasile. E a Lisbona tutto è come prima: la giunta di reggenza, davvero lungimirante, continua a  perseguitare i  sospetti massoni e i liberali. La gente non ne può più. Ce l’ha con il re ( dom Joao lo è diventato nel 1816, alla morte di donna Maria), lontano e all’apparenza indifferente, quando non chiede tasse; ce l’ha con gli inglesi, spocchiosi, onnipotenti  e autoritari; ce l’ha  con la giunta, pronta solo a reprimere. E soprattutto  maledice l’impossibilità di mettere insieme il pranzo con la cena.

Mala tempora!  

 

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