Molti anni dopo

 

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Lisbona, giugno 2004,  stadio Da Luz. Si gioca la partita inaugurale degli Europei di calcio. Di fronte la  Grecia e il Portogallo, padrone di casa e grande favorito.  Nelle file lusitane scalpita un giovanotto di cui si dice un gran bene: si chiama Cristiano Ronaldo e viene da Funchal,  Madeira.  Da ragazzo è  stato  a lungo preso in giro per il suo accento fortemente provinciale, ma adesso chi se ne ricorda? Gioca  a pallone come un dio e  tutto il Paese sportivo è con lui. Nell’ambiente pallonaro, da sempre  circola, però, una battuta  maligna: la cosa più difficile?  Convincere  un  calciatore portoghese a tirare in porta.
Parole profetiche. I maestri lusitani giochicchiano, tocchettano, menano il torrone in mezzo al campo, si cercano al volo, di prima,  di sponda, di testa, si rimirano e si ammirano, visto come siamo bravi?,  ma non tirano in porta. I greci  lo fanno una volta sola, la mettono  dentro e  vincono.
Per la squadra di “Filippone” (Felipao) Scolari, gli incontri successivi sono da ultima spiaggia. Segna  Pauleta – una specie di paracarro, ma stranamente inamovibile- segna un panchinaro,  Helder  Postiga. Segna  persino Nuno Gomes, attaccante  con trascorsi italiani ( ha giocato nella Fiorentina) non proprio memorabili.

La finale è una replica dell’incontro di apertura: ancora lo stadio Da Luz, ancora la Grecia. Migliaia di  tifosi accompagnano la squadra fino al campo da gioco: siamo con voi, ce la faremo. Spezzeremo le reni alla Grecia , griderebbero   se conoscessero quella frase famosa e famigerata.  E, a dirla tutta, susciterebbero, se lo facessero, ilarità e non riprovazione  anche nelle alte sfere, perché, si sa,  in certe occasioni , impazza il Carnevale e  tutto è permesso. Anche se non si dovrebbe.
In tribuna ci sono il Presidente della Repubblica-  l’elegante e austero  Jorge Sampaio, socialista-   autorità,  ministri, imprenditori. Tutti in preda a una controllata isteria. L’affascinante  signora Sampaio è una bandiera vivente: giacca  rosso-sangue, gonna verde e, al collo, un  fazzoletto giallo.
“Eroi del mare, nobile popolo, nazione valorosa e immortale, portate in alto, di nuovo, lo splendore del Portogallo”, si sgola la folla sulle note dell’inno nazionale. “As  armas, as armas”, il ritornello, è un boato assordante, travolgente e quasi minaccioso.
I calciatori greci, statuari e impassibili, poveri di tecnica, ma ricchi di agonismo, finiti gli inni,  ripetono la partita dell’andata . Si chiudono, menano, rompono il gioco. Quando hanno campo- e non capita spesso –  mandano il pallone dove dovrebbe  sempre andare durante una partita di  calcio: in profondità. E sperano.
Hanno un attaccante, Charisteas,  fortissimo di testa. Lo cercano ogni volta che possono, come un tempo, quando giocava il grande Eusebio, i calciatori portoghesi cercavano José Torres, spilungone dalla zuccata infallibile. Ronaldo e compagnia ci capiscono poco: vanno avanti a testa bassa  e non cavano un ragno dal buco. A un certo punto i greci compiono una sortita, si allargano in contropiede, guadagnano un calcio d’angolo, trovano la testa di  Charisteas e, nell’incredulità generale, fatta di  silenzio, di lacrime e di disperazione, si portano a casa la  Coppa.

I colori dei vincitori sono il bianco  e il celeste, gli stessi della casa di Braganza. Se è una vendetta postuma di dom Manuel II , allora  è di quelle che fanno davvero  male.

 

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