Avanti piano, anzi indietro

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il professor Marcello Caetano(1906-1980), capo del governo dal 1968 al 1974.

Caetano, a prima vista, sembra l’uomo giusto per gestire il dopo – Salazar. E’ uno studioso, è intelligente, sa di economia, conosce i meccanismi e i problemi  della politica portoghese, non sottovaluta  i fermenti interni  né la portata dei  mutamenti in campo internazionale. In passato ha dato il proprio patrocinio a un centro studi( il SEDES,  secondo  alcuni  un vero e proprio governo-ombra), istituito con l’intenzione di analizzare le principali questioni nazionali  e internazionali.
C’è  attesa. Molti sperano in  una stabilità rinvigorita  magari da qualche tocco di modernità; altri, uscito di scena Salazar,   temono lo scoppio di disordini, preludio all’avvento di un rivoluzione comunista; altri ancora non si aspettano o non desiderano  alcunché di nuovo.
Caetano si muove con cautela: un colpo al cerchio oggi,  uno  alla botte domani. Lancia, come è stato scritto, segnali a sinistra e vira a destra.  Apre all’opposizione, ma è intransigente sulla guerra nelle Province Ultramarine; richiama in patria Soares, il vescovo di Oporto e altre decine di oppositori, ma non concede amnistie;  limita i poteri ormai quasi assoluti della PIDE (diventata DGS, Direçao Geral de Sigurança, Direzione Generale di Sicurezza), attenua la censura, ma lascia i ministri di Salazar sulle loro poltrone;  autorizza un “ congresso” di cosiddetti repubblicani storici nella città di Aveiro, ma nega la libertà di associazione generalizzata; lascia circolare film e libri “ sovversivi” e persino “immorali” per i canoni dell’Estado Novo, ma non concede alcuna libertà di stampa; cambia nome al partito( da Unione Nazionale a Azione Nazionalpopolare), riconosce i sindacati,  ma lascia intatto il sistema corporativo; indice libere elezioni ( 1969), ma non cambia la legge elettorale. La luna di miele con la sinistra finisce in un batter d’occhio.

Se a sinistra c’è delusione, a destra c’è fermento. Qualcuno – la cosiddetta ala liberale( ala liberal) – ritiene possibile un cambiamento dall’interno e spinge in questo senso; altri,  il presidente Tomàs in testa, è per la linea dura. Nel Paese c’è tensione. Tensione e scontento. L’inflazione non accenna a diminuire, la piccola borghesia reclama  la propria parte di guadagno, la grande borghesia si tiene stretti privilegi e controllo dei monopòli, i militari brontolano. Caetano, allora, smette di lanciare segnali a sinistra  e accelera verso destra. Quando si vota di nuovo, nel novembre del 1973, il Portogallo sembra tornato indietro di quarant’anni.
E nelle colonie si continua a  sparare.

Lo scrittore portoghese Antonio Lobo Antunes( al centro), ufficiale medico in Angola dal 1970 al 1973. Da: nicolavilla.nova100/il sole 24 ore.com/2009/09.

In Angola, in Guinea Bissau, in Mozambico, dove i ribelli controllano vaste zone, la situazione è a un punto morto: nessuno vince, nessuno perde. Una situazione di stallo, si direbbe. Ma quella partita a scacchi inghiotte somme enormi di denaro e migliaia di vite umane. L’esercito portoghese è cambiato. Il servizio militare dura quattro anni, due dei quali in Oltremare. L’alta borghesia, affascinata dall’uniforme nei primi tempi dell’Estado Novo, si è ora ricreduta e, al primo fischiare delle pallottole, ha indirizzato  i propri  preziosi rampolli alle facoltà di Economia o di Diritto, non alle Accademie militari. Gli ufficiali inferiori ( da capitano in giù) provengono ora dalle classi subalterne: sono giovani, qualcuno è politicizzato. In zona d’operazioni, vedono cadere i propri commilitoni, fanno un lavoro “sporco”, sono lontani dalla famiglia, hanno scarse possibilità di carriera, poche licenze, scarso prestigio,  una paga secondo loro inadeguata e si sentono discriminati nei confronti dei figli di papà imboscati.

Ma il governo non ammette alternative alla repressione armata. Fuori dal Portogallo, ha più di un appoggio. Quello della  Repubblica Sudafricana, preoccupata, anzi preoccupatissima, dalla  presenza di movimenti marxisti ai propri confini; quello degli Stati Uniti e  di alcune cancellerie europee, decisi a  opporsi a qualsivoglia forma di comunismo, sempre e dovunque. A Lisbona arrivano armi anche dall’Italia.
La linea politica, ripetuta fino alla noia, è questa: nelle Province Ultramarine non è in atto una lotta di liberazione, ma un complotto comunista: i portoghesi difendono la libertà e i valori dell’Occidente, battendosi contro popolazioni strumentalizzate, eterodirette e indottrinate. La stampa moderata internazionale( quella “di sinistra” non fa testo…) sembra soffrire di amnesie di comodo, quella locale non parla del conflitto o, quando lo fa, batte sul  tasto della cospirazione. Il tam-tam popolare però porta in Portogallo l’odore del napalm e i nomi dei caduti e così migliaia di coscritti, pur di non indossare l’uniforme, lasciano più o meno clandestinamente il Paese diretti in Svizzera, in Francia,  in Brasile.

 

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Bibliografia

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