L’alba del Portogallo

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In tempi antichi, il territorio corrispondente più o meno all’attuale  Portogallo conosce insediamenti paleolitici e neolitici, pre-celtici ( la cosiddetta cultura castrense) e celtici, greci e fenici, romani e “ barbari”. Gli ultimi ad arrivare sono gli arabi Omayadi  di Tarìk( 711).
Qualcuno dà, qualcuno prende. I romani portano il latino, le strade, il diritto, una nuova religione, il decentramento; gli svevi, venuti da est, si impossessano dell’organizzazione amministrativa, politica e religiosa dei predecessori, creano nuove  diocesi.
I goti d’occidente –i visigoti- rimasti a un certo punto padroni del campo, fanno proprie le  strutture degli svevi e  organizzano il territorio su base feudale. Gli arabi cambiano soltanto le parole, ma lasciano inalterato quasi tutto. Danno nuovi termini alla lingua, nuove tecniche all’agricoltura, impulso alla scienza, ma innalzano presto le loro bandiere, creano regni  autonomi ( taifas) e si scannano l’un l’altro per questioni di supremazia locale.

I regni cristiani( nord) e le "taifas" musulmane( centro-sud) nel 1031 d.c.

I cristiani ne approfittano. Sfruttano a proprio vantaggio  le rivalità altrui per consolidare i propri domini a nord della Penisola. A cavallo dell’anno Mille, a sud del Lima e a nord del Douro , in una contea chiamata Portucale, capitale  Guimaraes, si alternano, in qualità di governatori, i conti-duchi discendenti dal leggendario capostipite, Vìmara Peres. Agli inizi se ne stanno buoni, poi brigano per  trasformare quella contea in un dominio personale. Vanno poco lontano: il legittimo padrone- il re delle Asturie ( poi Leòn), Garcia II- toglie loro ogni potere( 1071). La contea è pronta per ricevere Teresa e Henrique di Borgogna, i precursori del Portogallo che verrà.

Ma il  Portogallo dei futuri trionfi se non possiede ancora un territorio definito,  possiede già una mentalità e un carattere. Glieli ha dati, stando ai poeti, un umile pastore di greggi, coraggioso e fiero, orgoglioso e indomito. Quel pastore ha combattuto gli invasori romani, è stato tradito, ma ha indicato la strada: mai cedere, battersi sempre, credere nei sogni e, se si deve cadere, cadere in piedi. Ha forgiato, forse inconsapevolmente, una mentalità  e una “nazione”. E’ l’antesignano dello spirito- tutto portoghese- della conquista ultramarina. E’ lui, Viriato[1], non Vìmara Peres(  e neppure il conte Henrique),   la vera alba del Portogallo.

Scrive Pessoa:

Tu sei  come quella luce fredda
Che prima del sole compare ,
 Luce che già annuncia il  giorno
Nulla indistinto , nell’albeggiare.

José Madrazo(1781-1859), La morte di Viriato, Madrid, Museo del Prado. Da: http://www.artehistoria.jcyl.es/genios/cuadros/662.htm


[1] Nato, probabilmente nella provincia di Zamora nell’odierno territorio spagnolo ( anche  gli spagnoli lo considerano un   eroe nazionale), Viriato( in latino Viriathus, 180-139 a.c), da pastore di greggi  si trasformò in un capo militare e combattè con la guerriglia i romani conquistatori. Fu assassinato da alcuni suoi seguaci . Secondo la leggenda ,  il console Servilio Scipione, al comando delle legioni romane della Hispania Citerior,  si rifiutò di pagare gli assassini presentatisi  al suo cospetto per  ottenere la ricompensa, esclamando: “ Roma  non paga i traditori!”

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