Il ritorno di don Sebastiano

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Quando Filippo II lascia il Portogallo, impone al governatore Alberto d’Austria il rispetto scrupoloso dei patti e quando, qualche anno dopo,  lo   richiama  a Madrid, conferisce il potere a un  “ Consiglio di reggenza”, formato da cinque membri e presieduto dall’arcivescovo di Lisbona.

Il disastro dellInvincibile Armada. Da: digilander.libero.it/shinano/…/armada/armada.htm

Per il Portogallo non sono sempre  rose e fiori, sia chiaro: a volte il prezzo da pagare è salato. Nel disastro dell’Invincibile Armata ( 1588), ad esempio, ad andare a fondo  sono soprattutto le navi lusitane. E nella parte spagnola delle Americhe, in Perù e in Messico, i portoghesi vengono perseguitati , sotto vari pretesti, dai coloni e dall’Inquisizione a attaccati da inglesi e olandesi.
Ma  la pax iberica non può durare. Filippo III ( secondo  di Portogallo e, per la tradizione, o Pio), succeduto al padre nel 1598, governa solo di nome. La politica sembra infastidirlo. Tutto il potere passa così nelle mani del suo  favorito, Francisco de Sandoval, duca di Lerma, politico scafato, ma anche  uomo corrotto,  avido di ricchezze e di  privilegi. E con lui al timone,  la barca  comincia a fare acqua. C’è bisogno continuo  di soldi  per fare fronte a tutte le spese di stato. Ed è difficile ottenerli , vista l’autonomia di cui godono la Catalogna, la Navarra, l’Aragona e il Portogallo, gelosi, anzi gelosissimi, delle proprie prerogative. Un rimedio può essere quello di  limitarne l’autonomia.
In contrasto con le leggi stabilite da Filippo II, a Lisbona arrivano, così,  funzionari spagnoli  ad occuparsi della Casa da India e a  fare parte del “Consiglio di reggenza”; le imposte vengono inasprite, la crisi economica precipita, inglesi e olandesi, fattisi più aggressivi, minacciano le rotte delle spezie, il malumore cresce, gli spagnoli vengono percepiti come invasori e nemici, scoppiano moti e ribellioni, si risvegliano sentimenti nazionalistici e  si invoca o si sogna il ritorno di don Sebastiano, la cui figura viene sempre più idealizzata e  rivestita di simboli. Ma non c’è solo il mito: il re encoberto sembra avere un erede in carne  e ossa sul quale si appuntano le speranze di molti: dom Joao, duca di Braganza.  

Diego da Silva y Velasquez: la resa di Breda( 1625). Il dipinto, conservato al Prado di Madrid, fu eseguito nel 1634 o nel 1635.

La situazione non migliora  con l’ascesa al trono di Filippo IV di Spagna ( terzo di Portogallo e, per la tradizione, o Grande) e con la nomina a primo ministro  del conte- duca di Olivares, al posto del corrotto Francisco di Sandoval e del di lui figlio- per altro integerrimo-  il duca di Uceda. Olivares, fautore di una politica accentratrice, avverte pienamente  il pericolo portoghese  e,  per correre ai ripari, nomina dom Joao di Braganza governatore militare del Portogallo. Spera, così facendo, di togliergli consensi, popolarità  e seguito. Calca la mano addirittura  e lo obbliga non solo  a reclutare soldati per la guerra  della Spagna nelle Province Unite( i Paesi Bassi), ma  a seguirlo  durante una visita( poi annullata)  nella Catalogna   sconvolta  da  un’aspra ribellione .
Dom  Joao non sa  che pesci pigliare. L’idea di porsi a capo del movimento di liberazione lo attira, ma la prospettiva di scontrarsi con la Spagna lo spaventa. Non tutto il Portogallo è con lui e il duca  lo sa. Il Santo Uffizio lo osteggia; alcuni nobili, legati a filo doppio con la Spagna, pure; la borghesia sembra addormentata. Dalla sua dom Joao ha i potenti gesuiti, quasi tutto il clero secolare, parte della piccola nobiltà, i soldi dei “cristiani nuovi”e le ricchezze del Brasile. Bastano per giocare una partita difficile, complessa e maledettamente incerta? Il comportamento prudente di dom Joao è dunque  pienamente giustificato. Qualcuno, allora, deluso dal tira e molla  del duca di Braganza, pensa a instaurare in Portogallo  una specie di repubblica sull’esempio delle Fiandre.

Dom Joao IV di Braganza( 1604-1656), o Restaurdor. Re dal 1640.

Alla fine dom Joao si decide. Complice la ribellione catalana- un osso veramente duro per Madrid-  e, soprattutto, la vulnerabilità dei temutissimi e fino ad allora imbattibili   tercios spagnoli che culminerà, di lì a poco, nella disfatta di Rocroi ( 1643) ad opera di un generale francese ventiduenne del quale il nostro Alessandro  Manzoni ricorda il sonno profondo la notte precedente la battaglia e la cui intelligenza tattica farà esclamare  amaramente ad Olivares : “ Teste pensanti: ecco che cosa ci manca!””, la duchessa di Mantova, reggente pro-tempore del Portogallo, viene destituita, la monarchia viene ripristinata e il duca di Braganza assume il nome di Joao IV: per tutti  o Restaurador, il Restauratore. L’intero Portogallo  è con lui. Solo Ceuta non ne vuole sapere e resta fedele alla Spagna.

Don Joao è un sovrano legittimo o è un usurpatore? Se lo chiedono in molti, dentro e fuori il Portogallo.  Fabbricando un falso, al nuovo re viene riconosciuta  una patente di legittimità. Il falso sono le cosiddette cortes di Làmego, risalenti al 1143, ma redatte molto più tardi, nella prima metà  del Seicento nel monastero di Alcobaça. Secondo questa sentenza apocrifa, la linea di successione al trono può trasmettersi anche alle donne appartenenti alla famiglia reale, purché non ci siano eredi maschi e purché queste ultime abbiano mariti  portoghesi. E’ un modo per  dare dell’usurpatore a  Filippo II e per riconoscere i diritti naturali di Caterina di  Braganza( di cui Joao IV è nipote), discendente da stirpe reale e sposata a un nobile portoghese. Ma c’è  anche di più. La  sentenza di Làmego riafferma, implicitamente, un principio fondamentale: il potere deriva da Dio, viene conferito al popolo e il popolo lo esercita per il tramite del re. Se il re, governando, disprezza  gli usi e i costumi del regno, il diritto naturale  e le tradizioni, allora è un tiranno contro il quale il popolo ha il diritto di ribellarsi. Sembra proprio un vestito confezionato  su misura per i  sovrani  spagnoli.
Diviso al proprio interno, minacciato da un ritorno spagnolo e da diverse cospirazioni, aggredito nei possedimenti ultramarini da olandesi e inglesi, boicottato nelle corti europee, invischiato  in una guerra anacronistica in difesa dei reali d’Inghilterra dopo la presa del potere da parte di Cromwell, economicamente debole, il Portogallo di dom Joao IV vive una vita grama. Ma riesce a sopravvivere. Pagando un prezzo salato. Perde gran parte delle proprie basi nel Pacifico; perde, riprende, riperde  e poi riprende definitivamente i possedimenti angolani  e Sao Tomé;  pur tra alti e bassi, tiene alla larga gli spagnoli dai confini nazionali, ma non può impedire agli inglesi e agli olandesi di ottenere  trattati commerciali a senso unico; viene tenuto ai margini delle grandi decisioni politiche europee- quando non  ne è del tutto escluso-  e deve convivere con una cronica mancanza di denaro, alla quale non può sopperire con impopolari aumenti di imposte. I soldi arrivano dal Brasile e dai “ cristiani nuovi”, ai quali  dom Joao, nonostante il parere contrario dell’Inquisizione, vieta siano confiscati i beni e le proprietà. Unico dato positivo: la  direzione politica si mantiene stabile, con la conferma ai propri posti, per lunghi periodi,  dei funzionari e dei ministri incaricati di guidarla. Quando deve scegliere, però, Don Joao sceglie bene. Difendere tutto significa difendere niente. Così, pur di salvaguardare l’integrità metropolitana e quella del Brasile, sacrifica molti possedimenti portoghesi in Asia. Scelta dolorosa, la sua , ma necessaria.

 

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