La morte nera

 

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Una raffigurazione della peste. Da :Historiarn.blogs.sapo ecc, citato

In Portogallo, l’autunno del Medioevo  si consuma fra speranze e delusioni,  miserie  e ricchezze, slanci mistici e disperazioni, sommosse e repressioni. E’ un’epoca  instabile e irrequieta dal punto di vista sociale ed economico, terrorizzata e segnata dalle epidemie, percepite e vissute come vero e proprio flagello divino.
All’inizio del Trecento, le crepe aperte nel rigido sistema feudale dall’irrompere sulla scena di un’embrionale economia di mercato  e dalla comparsa di nuove categorie sociali si allargano. La peste nera fa il resto. E non  soltanto in negativo. Quando il primo, tremendo, impatto del morbo si sarà affievolito( ma  non sparito del tutto: continuerà a colpire ancora per un secolo), mercanti e ricchi artigiani compreranno per un tozzo di pane terre abbandonate e divenute  incolte; la Chiesa, grazie alle donazioni ricevute, si ritroverà padrona di mezzo Portogallo e il re, grazie al bisogno di ordine percepito da molti,  vedrà la propria autorità rafforzata.

La peste nera: morte e disperazione. Da: historiarn.blogs.sapo.pt/129959.html

Sulla scena sociale del “secolo breve” portoghese agiscono almeno due borghesie cittadine( una “medio-bassa” e una “ alta”), un’aristocrazia forse frustrata, senz’altro rancorosa e divisa, un proletariato in espansione, una Chiesa proprietaria terriera  e una Corona piena di guai.
I nobili esibiscono titoli, ma non muovono soldi. Al contrario, l’alta borghesia e quella medio-bassa li muovono anche troppo per i tempi, ma si guardano di traverso e nutrono aspirazioni differenti: la prima vuole aumentare il proprio potere, la seconda la propria ricchezza. Il proletariato, duramente provato dalle carestie, non sopporta né l’una né l’altra.
Le città sono stracolme, le campagne vuote. In città non c’è lavoro per tutti  i contadini inurbati o ce n’è poco, nelle campagne la manodopera servirebbe come il pane. Ma nonostante leggi e imposizioni, nessuno  vuole tornarvi. I “ fuochi morti”( le terre incolte, le terre senza più famiglie) si moltiplicano fino ad assumere le proporzioni di un vero e proprio incendio. In città, le strade e le  piazze  sono affollate di vagabondi e di  mendicanti. E’ stata solo la peste nera a causare  tutto questo?

Per cercare di evitare il contagio, i nobili si recavano nelle proprie dimore di campagna, indossavano vesti lunghe fino ai piedi e si coprivano il volto con maschere. Da: historiarn.blogs.sapo.pt/129959-html.

In buona parte sì. La peste  ha colpito nel mucchio senza badare al rango, al censo, alla condizione sociale. I nobili sono rimasti di punto in bianco senza lavoratori, le chiese senza pastori di anime, le terre  senza frutti. L’anticamera del Giudizio Universale, insomma. Ma le trombe non hanno suonato. I devoti – praticamente tutti in un’epoca profondamente religiosa come quella medievale- hanno invocato la Vergine, beneficiato la Chiesa se ricchi, andati alla ventura se poveri, formulato voti, moltiplicato le  preghiere. Sono stati ascoltati e  le tombe non si sono scoperchiate.
Ma se il  Cielo ha perdonato, la peste non l’ha fatto. Ha messo in crisi il modello di produzione medievale basato sul possesso fondiario e sullo sfruttamento quasi coatto del lavoro, accelerando il cambiamento. Chi ha lasciato le campagne, vaga ora, irrequieto e affamato, per le città cercando un lavoro e il pane; chi non ha più manodopera, trasforma le proprie terre in pascoli, le lascia andare in malora o vende. Le carestie si succedono alle carestie, la fame morde come una bestia feroce, l’inflazione galoppa, scoppiano tumulti, si alzano proteste. C’è bisogno di ordine. Il re cerca di garantirlo, con le leggi e con la spada.
Compaiono nuove esigenze sociali, di cui le Cortes– in origine consiglio personale del sovrano, ora consiglio rappresentativo del regno- si fanno portavoce. La borghesia preme per contare di più,  Chiesa e nobiltà vogliono  mantenere i propri privilegi, i  re ascoltano ora gli uni, ora gli altri. Quando, però, Fernando sposa l’aliviosa ( la perfida) Leonor Teles de Meneses, appartenente all’alta nobiltà, la situazione precipita: per la borghesia quel matrimonio è una specie di dichiarazione di guerra. Sappiamo come andò a finire. Il trionfo di dom Joao I- incoronato anzitempo dalla bambina di Evora e legittimato dalle Cortes– è anche il trionfo del mercante e dell’artigiano, del burocrate e del “letterato”, da allora in poi sempre più presenti nell’amministrazione dello stato.

Lisbona: Museu de Arte Antiga: Polittico di Sao Vicente de Fora , pannello della Reliquia, presunto ritratto di Fernao Lopes (1385-1459?), in piedi con il libro aperto.

Altre luci si sono spente. Dom Dinis era stato un poeta, la sua corte un centro di cultura. Ora la poesia sembra essere un lusso. Non si scrive più. Tirano, visti i tempi, soltanto le agiografie e le celebrazioni di maniera della Vergine. Ma  il sole tornerà a splendere. A metà del  Quattrocento, cominceranno a circolare  le opere, un po’ storia e un po’  cronaca, di  un oscuro funzionario, l’archivista- “conservatore” dei documenti della Torre del  Tombo, il geniale  Fernao Lopes.

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