Ai confini del mondo

Stai leggendo Storie del Portogallo: gli avvenimenti.

Le caravelle portoghesi  non si fermano. Qualche mese  dopo il ritorno di Gama,  l’armada di Pedro Alvares Cabral diretta in India lungo la solita rotta barlavento, descrive un arco più ampio-  forse per caso, forse a causa di una tempesta , forse intenzionalmente-  e  tocca le coste del Brasile. E’ solo l’inizio. Nel giro di pochi anni vengono raggiunti Timor  e Macao( ricevuto “ in affitto” dalla Cina), il Giappone, le coste dell’America del Nord, avvistata l’Australia. Un navigatore portoghese, Lavrador,  dà il proprio nome a quello che ancora oggi, in America del Nord, si chiama Labrador;  Fernau de Magalhaes( Ferdinando Magellano), portoghese al soldo spagnolo, nel tentativo di arrivare alle spezie delle isole Molucche, circumnaviga il globo. Un minuscolo Paese  a lungo  convinto  che tutto finisse  a Bojador è arrivato  ora ai confini del mondo.

Mappa delle esplorazioni e dell’impero portoghese nel momento della sua massima estensione(sec.XVI). CLICCA SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA.

Non può certo colonizzare un dominio  così vasto, occupandolo militarmente per organizzarne lo sfruttamento. Non ne ha né i mezzi né l’intenzione. Al Portogallo e ai portoghesi interessa il commercio dell’oro, delle spezie,  degli schiavi. Niente conquiste militari in profondità, dunque( almeno fino a metà del 1500) né in Africa né in Asia,  ma accordi con i sovrani locali – spesso in lotta gli uni con gli altri- e  allestimento di un sistema di feitorias– punti di raccolta spesso fortificati o guardati da solide fortezze- dove far confluire le merci e gli schiavi. E, soprattutto, una flotta da guerra  in grado di consentire alle navi mercantili di navigare tranquille. In queste misure sono contenuti  l’originalità e i limiti dell’espansione commerciale  ultramarina  portoghese.

La finestra manuelina del Convento di Cristo a Tomar.

In poco tempo le coste  occidentali dell’India e dell’Africa si  riempiono di feitorias e di fortalezas. La città di  Goa , in India, cresce in fretta,  fondendo il nuovo con l’antico, l’occidente con l’oriente. In  Portogallo il gotico si arricchisce di elementi orientali. Si  va formando uno stile della conquista: il manuelino, di cui sono testimonianze il Mosteiro dos Jeronimos , la Torre di Belém a Lisbona e la stupefacente janela (  finestra) del Monastero di Cristo a Tomar.  In  Africa il forte di Sao Jorge da Mina controlla il traffico dell’oro; nel Golfo Persico viene conquistata Ormuz,  ma non Aden. E da Aden, anche se a fatica, le spezie raccolte dagli arabi continuano ad arrivare in Occidente. Ma il grosso dei traffici è  saldamente in mano portoghese. Sulle prime, il mercato è libero. La Corona si limita  a pretendere una percentuale su  quanto viene commerciato; poi  interviene sempre più direttamente , armando proprie navi o concedendo a terzi apposite autorizzazioni e  agendo, così,  per interposta persona.
Gli affari vanno bene, anche se bisogna stare costantemente  sul chi vive. Turchi ed egiziani si fanno sempre più aggressivi e la flotta lusitana deve sostenere  duri scontri in mare aperto per averne il controllo. Più di una volta le fortezze vengono assediate; Calicut  non intende sottomettersi e si rivela un osso tremendamente duro . Dando la parola ai cannoni, prima Francisco e Lourenço de Almeida, poi, soprattutto, il governatore generale Alfonso de Albuquerque si incaricano di  sistemare le cose. A costo della vita i primi, pagando l’invidia della  corte il secondo. Ma, nel giro di una quindicina d’anni, grazie a loro, il mare fechado, chiuso, interamente portoghese non è più un sogno: è una realtà. E lo sarà per molto tempo ancora.
Dall’Africa arrivano l’oro e gli schiavi ( di cui la Corona ha il monopolio),  la malagueta ( il pepe rosso)  e l’avorio;  dall’Asia le spezie, il pepe nero,  la seta, gli animali  esotici, i tessuti, le pelli. Viaggiano nelle stive di  navi portoghesi i cui equipaggi sono pagati, in parte, con la  cosiddetta quintalada, con la possibilità, cioè, di portarsi  a casa e di rivendere  a costi di mercato una quantità di spezie comprata di tasca propria, ma trasportata a spese dello stato. Le merci non si fermano a Lisbona: proseguono alla volta delle Fiandre, dove, ad Anversa, costano carissime . La Casa da India, voluta a un certo punto dalla Corona portoghese, funziona come un vero e proprio ministero dell’Oltremare, controlla e provvede, accumula e ripartisce, paga e incassa.
Il problema è che molto di quel denaro viene investito male. Non rientra, per alimentarlo, nel circolo commerciale appena aperto, ma si “spegne” nell’acquisto di proprietà terriere . Il Portogallo non è Venezia e, per mantenersi sul mare,  deve ricorrere a capitali altrui. Un brutto guaio, sul lungo periodo.

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Bibliografia

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