Assolutismo e liberalismo

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti

a) Due età a confronto.

L’età dell’assolutismo in Portogallo è l’età di Joao V- e, più tardi, del  marchese di Pombal- quella del liberalismo è l’età della Costituzione e del Parlamento. Sono  epoche diverse eppure complementari: prendono e danno, mescolano e distinguono, si lasciano e si ritrovano.
Dom Joao V ha come modello Luigi XIV di Francia, ma deve sottostare alle leggi ( la legge naturale, la legge di Dio interpretata dalla Chiesa, le leggi promulgate da se stesso e dai propri predecessori, le consuetudini ecc); Pombal si spinge oltre: vede nel monarca- non soggetto ad alcuna legge dello Stato-  il depositario delle leggi divine e l’interprete di quelle naturali. Ai  tempi di Joao V, i privilegi di nascita contavano eccome; ai tempi di Pombal contano molto meno; ai tempi di JoaoV c’era un limite al potere reale ( le leggi e le consuetudini, come abbiamo visto); ai tempi di Pombal questo limite si è affievolito se non proprio scomparso del tutto. E’ l’assolutismo illuminato, ultima frontiera del potere assoluto e , nello steso tempo, anticipazione del liberalismo.
Oporto: la chiesa di Todos os Clerigos, facciataPombal celebra la ragione ( anzi la boa razao, la buona ragione) come unità di misura di ogni agire politico; il liberalismo va oltre e santifica la libertà e le libertà. I provvedimenti illuminati del sovrano- validi di per sé-  cedono il campo alle norme costituzionali; il barocco si stempera nelle linee rigorose del monastero di Mafra, nelle creazioni architettoniche di Niccolò Nasoni ( o Nazoni, italianissimo, di San Giovanni Valdarno) e scivola sempre di più verso il neoclassicismo; dall’esaltazione della scienza e della tecnologia si passa all’esaltazione della politica. L’Inquisizione viene trasformata dal Marchese in un tribunale laico, i liberali la cancellano una volta per tutte; con Pombal la religione passa sotto il controllo dello stato  nel silenzio generale; nell’età del liberalismo l’unione fra Stato e Chiesa, pur mantenuta, non è immune da critiche.
Pombal incentiva il commercio e ridà fiato a un impero in agonia, i liberali sviluppano l’agricoltura e l’industria nella madrepatria, ma perdono il Brasile; Pombal  tende a livellare le classi sociali davanti al sovrano, i liberali davanti alla legge; per il primo la sovranità risiede nel re, per i secondi nella Nazione; per il primo l’autorità del monarca non ha limiti, per i secondi il vero limite è la Costituzione; il primo ricostruisce con criteri innovativi Lisbona distrutta dal terremoto, i secondi promuovono opere pubbliche e lo sviluppo delle industrie e delle ferrovie; il primo è per il liberismo economico, i secondi preferiscono il protezionismo.

1755, primo novembre: Lisbona è devastata da un terribile terremoto e da un violento maremoto.

La nobiltà dalle due anime( una ancorata al lignaggio e al passato, l’altra aperta verso l’avvenire) dei tempi di Pombal  tende, ora, ad assumere i valori e i comportamenti della borghesia dei commerci e delle libere professioni; si concedono ancora titoli nobiliari ( lo aveva fatto il Magnanimo JoaoV, lo aveva fatto il Legislador dom José),  ma solo per meriti acquisiti al servizio dello Stato o dell’economia.
La scienza, tanto cara al Marchese, è alla base dello sviluppo industriale del Portogallo liberale; l’abolizione dei diritti feudali- già intaccati da Pombal- rende possibili, nell’età successiva, la riforma agraria e lo sviluppo dell’agricoltura. All’epoca di Pombal le Cortes non  vengono mai convocate; durante la monarchia costituzionale è il Parlamento a farla  da padrone; il Settecento non conosce alcun partito politico, l’Ottocento anche troppi..
Le classi sociali si evolvono, alcune si modificano ( la nobiltà, ad esempio), altre subiscono duri colpi e perdita di popolarità ( l’alto clero, troppo “ mondano”,  i Gesuiti), altre ancora cominciano ad affermarsi( il “ proletariato” urbano).

Il cambiamento sociale avviene lentamente e non sempre in modo lineare . Passa attraverso esaltazioni, pronunciamenti, ribellioni, ripensamenti, retromarce, depressioni, rivolte, persino guerre civili prima di assestarsi. L’anacronistico dom Miguel non riesce a imporre gli ideali assolutisti; donna Maria II, a Boa Mae, la madre premurosa, ingoia il rospo costituzionale, ma , quando può, pesca nel torbido; i lavoratori si spaccano la schiena nei campi o sui telai, ignorando che “un fantasma si aggira per l’Europa”. Ma la società cammina e le riforme dell’istruzione ( già iniziate da Pombal) contribuiscono ad affrettarne il passo. I liberali nemici dichiarati di tutto quanto esistito prima, ne sono,  dunque, anche un po’ debitori. E non solo perché lo rinnegano.

b) La libertà moderata.

 La monarchia non più assoluta si basa sulla Costituzione. Su una legge, cioè, posta a fondamento dello Stato e alla quale leggi e norme future devono uniformarsi. In Portogallo, la prima è del ’22, la seconda( nota come Carta) del ’26 ; la prima- quella rifiutata dall’orgogliosa Carlota Joaquina- è “rivoluzionaria”, la seconda  molto meno; la prima vive una stagione breve, la seconda , con qualche aggiustamento, resta in vigore fino alla caduta della monarchia. Per entrambe la libertà individuale e la proprietà sono sacre; entrambe riconoscono  libertà di espressione,  di stampa, di pensiero, di associazione, di  movimento.
Ma sul piano istituzionale, le due Costituzioni divergono. Per quella del ’22, i tre poteri dello Stato – legislativo, esecutivo, giudiziario- sono indipendenti e separati. Il primo spetta a un’unica Camera eletta direttamente da tutti i cittadini maschi in grado di leggere e di scrivere; il secondo al re e al governo da lui nominato; il terzo alla Magistratura. Il re non può respingere una legge, può solo presentare osservazioni e, ricevutala una seconda volta, tacere e firmare. La Carta del ’26 ribalta questo schema. I poteri non sono più tre, ma quattro, le Camere sono due, l’elezione dei rappresentanti non è più diretta, ma indiretta. Al sovrano viene riconosciuto, oltre a quello esecutivo, il potere di moderazione( moderador).
“Moderazione” è forse un termine improprio. Il re può respingere una legge, sciogliere la  Camera dei Deputati, nominare o mandare  a casa il governo, sospendere i giudici intervenendo nella sfera del potere giudiziario teoricamente indipendente, concedere la  grazia, decretare amnistie. Modera  ben poco, ad essere sinceri.
Delle due Camere, una, quella dei Pari ( dos Pares), è di nomina regia, vitalizia, ereditaria, intangibile( non può essere sciolta); l’altra, quella dei Deputati, è eletta dai cittadini maschi in possesso di una determinata rendita. Ci vogliono 100.000 reis per entrare nei registri degli elettori dei circoli parrocchiali, quattro volte di più per essere eletti.
Non si vota in un’unica tornata nei diversi circoli elettorali, come prevedeva la Costituzione del ’22, ma attraverso un sistema articolato su base territoriale,  in quattro fasi: i cittadini delle freguesias ( parrocchie) eleggono i candidati per i circoli parrocchiali ( comprendenti diverse freguesias), questi a loro volta, indicano quelli a presentare alle comarcas  (circoscrizioni) e questi ultimi quelli da proporre alle province. I deputati vengono scelti dagli elettori fra quelli presentati nelle province.  Questo sistema resta in vigore fino al 1852, poi torna ad essere diretto con alcune modifiche e aggiustamenti ( definizione dell’età minima per eleggere ed essere eletti, norme per garantire i diritti della minoranza, allargamento della base elettorale, ecc) e- tutto il mondo è paese- qualche “porcata” (allargamento dei circoli elettorali di alcune città  anche alle zone dell’hinterland al fine di contrapporre il voto favorevole delle campagne  a quello antiliberale della piccola borghesia cittadina).
La Carta sembra  un compromesso fra libertà e autorità- riconosciuta a tutti la prima, affidata al sovrano la seconda- e un tentativo di contenere possibili  spinte rivoluzionarie e “sovversive”. Favorisce nobiltà ,  alta borghesia e alto clero ( i vescovi e gli arcivescovi fanno parte di diritto della Camera dei Pari), conosce aggiustamenti sia di natura elettorale( abolizione dell’eredità della carica di Pari e introduzione del pariato elettivo; limitazione del numero dei Pari di nomina regia)poi riveduti a loro volta,  sia di natura più specifica ( abolizione della pena di morte per reati politici, restrizioni al potere di moderazione del re, ecc), apprezzamenti e critiche. Un fatto comunque è certo: la Carta concede al re troppa voce in capitolo. Può alzarla  a sproposito, licenziando il governo anche quando non dovrebbe e mettendo così  in pericolo la stabilità politica. Non a caso, nei primi tempi, almeno, i governi non hanno vita molto lunga. Una  terza Costituzione,  quella del 1838, cerca di correggere questa anomalia, ma dura più o meno quanto i governi cartisti e non lascia tracce durature.[1]


[1] La  Costituzione  del 1838-  rimasta in vigore per  quattro anni, fino al febbraio del 1842 –   sorta di compromesso fra la Costituzione liberale e la Carta, ricollocava il principio di sovranità non nel re, ma nella Nazione, sopprimeva la Camera dei Pari e la sostituiva con un Senato elettivo riservato però, ai ricchi borghesi, agli alti gradi delle Forze Armate, ai vescovi e agli arcivescovi, ai professori universitari, ecc; aboliva il potere di moderazione del sovrano, lasciandogli però la facoltà di sciogliere le Camere e di respingere le leggi , reintroduceva le elezioni dirette per la Camera dei Deputati .

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