Gli anni del riscatto

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti.

Gli anni del riscatto hanno come protagoniste le Forze Armate. Non tutti i reparti, a onor del vero, escono dalle caserme sulle note di Grandola vila morena: molti rimangono a guardare, altri restano fedeli al governo. Dunque, pochi e  politicizzati i militari portoghesi ribelli? Pochi forse no; politicizzati sicuramente, ma fino a un certo punto.
La preoccupazione principale del movimento dei capitani, infatti, è di  porre fine alla guerra coloniale e di restituire prestigio e onore alle Forze Armate, trattate male, secondo loro, dal governo e malviste dall’opinione pubblica: il primo vara provvedimenti normativi discutibili, la seconda attribuisce ai militari la responsabilità  del pessimo andamento della guerra e addirittura li accusa di volerla continuare ad arte al solo scopo di arricchirsi. I giovani ufficiali artefici della rivoluzione sono, nella stragrande maggioranza, tutto fuorché comunisti: vogliono liberarsi del fascismo e instaurare la democrazia per recuperare il proprio ruolo, la propria  funzione  e il proprio onore- l’onore delle Forze  Armate-  non per avviare palingenesi sociali. Tutto qui.
Quando,  a poche ore dalla sollevazione, rendono noto il loro primo programma politico, parlano di ripristino delle  libertà individuali, di abolizione della censura, di riconoscimento dei partiti, di scioglimento degli organismi militari e paramilitari dell’Estado Novo, di lotta all’inflazione, di riduzione del costo della vita, di soluzione politica del problema coloniale, di liberazione di chi è detenuto per reati politici o d’opinione, di ristrutturazione delle Forze Armate, di elezione di un’Assemblea Costituente e di un Presidente della Repubblica. Affermazioni, insomma, buone per tutte le stagioni e per tutte le opinioni.  Le uniche cose “ di sinistra”di quel comunicato riguardano una generica  “difesa degli interessi delle classi lavoratrici”, l’adozione di “ una strategia antimonopolista” per contrastare l’inflazione e il mantenimento della Giunta di Salvezza Nazionale, nominata all’indomani del crollo della dittatura.  Il socialismo, insomma, c’entra poco. C’entra molto, invece, il senso di appartenenza a un’elite – quella militare- da sempre protagonista della storia del Paese e in grado di determinarne il destino. Era successo così anche nel 1926, con questa, fondamentale differenza: allora si era instaurata una dittatura di destra, ora si aspira a varare un regime democratico fondato su  ampie libertà. Per il Portogallo continentale e, va da sé,  per le Province ultramarine.
Altri, invece, forniscono un’interpretazione diversa. Insistono sull’anima di sinistra di quei giovani capitani, sulla loro sintonia con le aspirazioni popolari, sul loro desiderio di palingenesi sociale, sulle loro radici socialiste o comuniste, sulle loro convinzioni terzomondiste maturate nelle giungle e nelle savane africane nel corso di operazioni cruente e sicuramente poco gloriose. Ma probabilmente è il popolo a entrare nel Movimento, non viceversa. I partiti politici, subito fioriti come i garofani del 25 aprile, irrompono infatti  sulla scena e  aspirano a mettere sotto tutela i capitani o a prenderne il posto.

La successione degli avvenimenti lo conferma. Il primo governo provvisorio, presieduto da  un civile, l’avvocato Adelino de Palma Carlos, è una specie di governo di unità nazionale. C’è posto per tutti, per i comunisti di Alvaro Cunhal come per i socialdemocratici, per i socialisti di Mario Soares come per alcuni nostalgici della monarchia. Se funzionasse sarebbe una specie di miracolo. E, infatti, non funziona. Le tensioni si acuiscono; Adelino de Palma Carlos rinuncia al proprio incarico; il Movimento di divide; l’anima di sinistra di parte delle Forze Armate e della popolazione guarda a Cunhal, quella di destra a Spìnola, nominato nel frattempo presidente della Repubblica. I governi provvisori( quattro nel giro di neanche un anno)  presieduti dal colonnello Vasco Gonçalves sembrano affascinati dalle sirene terzomondiste; la destra si allarma, tenta un golpe e fallisce, trascinando nel fallimento anche il generale Spìnola. La Giunta di Salvezza Nazionale viene allora  sostituita da un Consiglio della Rivoluzione, l’MFA sterza a sinistra e si pone come il  garante della  stabilità politica  e sociale.
Garantisce poco, però. Gli scontri sociali si moltiplicano; Cunhal esce con  le ossa rotte dalle elezioni per l’Assemblea Costituente;  numerose sedi del PCP subiscono aggressioni, si parla di golpe,  si teme un ritorno del fascismo. Lisbona è inondata di volantini allarmistici. Una cartolina PCP di quei giorni- una delle tante-  recita: Vigilançia popular , a reaçao nao passarà. La “reazione”, invece, passa. Eccome. Anche perché lo stesso MFA, diviso al proprio interno, perde consenso. Via, allora, il colonnello Vasco Gonçalves,  ideologo dell’MFA e  simpatizzante comunista e dentro l’ammiraglio Pinheiro de Azevedo, socialista moderato. Un golpe di sinistra fallisce  e i moderati- si chiamino, durante gli anni,  Cavaco Silva o Francisco  Sà Carneiro, quest’ultimo deceduto in un misterioso  incidente aereo-  prendono il potere per via elettorale. Non lo lasceranno più .
Lasciano invece le Province, spesso in modo drammatico , i coloni portoghesi. In Guinea e in  Mozambico il processo di decolonizzazione è rapido; in Angola, dove si fronteggiano fazioni diverse, un po’ meno. Alla fine, affermatosi temporaneamente l’MPLA- movimento marxista contrapposto agli altri due ( l’UNITA e l’FNLA) non marxisti- anche l’Angola diventa indipendente. Ci vorranno altri vent’anni di guerra civile  prima di arrivare alla pacificazione del Paese.

La Seconda Repubblica ha meriti e demeriti, vanta  successi e annovera fallimenti. Sono grandi meriti l’aver ripristinato le libertà fondamentali dell’individuo, l’aver chiuso con una guerra coloniale costosa e inutile, l’aver restituito alla gente il desiderio di fare politica,  l’aver spazzato via, in meno di sedici ore, un regime decrepito e corrotto e l’aver  restituito, in poco più di un anno, l’indipendenza alle ex colonie.
Successi pagati cari, però. Crisi economiche e finanziarie da brividi, risse politiche, fughe di capitali, impoverimento della vita culturale, disoccupazione elevata, difficile reinserimento dei portoghesi d’oltremare caratterizzano, infatti, i primi tempi della neonata repubblica. E’ una situazione temporanea, certo, ma lunga abbastanza da raffreddare gli entusiasmi e da fare appassire, a poco a poco, i garofani della rivoluzione. Eppure ci fu un momento in cui, sull’onda dell’entusiasmo per  quanto stava accadendo, l’MFA avrebbe potuto porsi alla guida politica del Paese. Il Movimento non ne approfittò o non volle farlo. Quando ci provò, ormai era troppo tardi. Nessuno, dopo  una dittatura durata quasi mezzo secolo voleva correre il rischio di sperimentarne un’altra, anche se di colore diverso.

Clicca qui per continuare la lettura ( Il ritorno)

Pagina precedente ( Di là dal mare)

Bibliografia

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: