Napoleone in Russia

Il “piano degli Sciti”
            (Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
Prologo.

In tempi remoti ,  gli antichi abitanti dell’odierna  Russia, gli Sciti,  quando venivano aggrediti si ritiravano intenzionalmente  verso l’interno dei loro immensi territori.  Se l’aggressore li seguiva, era spacciato. Lontano da casa, sempre più distante dalle proprie linee di rifornimento, per usare un termine moderno, egli, chiunque fosse, veniva inghiottito dagli spazi sterminati , attaccato di continuo  da quei  cavalieri inafferrabili e velocissimi, conoscitori dei luoghi e abituati a sopportare il   freddo, il caldo, la fatica   e le privazioni.  Chi inseguiva gli Sciti non poteva arrivare da alcuna parte, perché raggiunta una meta ,  se ne apriva    un’altra   e, dopo questa, un’altra ancora  e così via, quasi all’infinito. Cadere in battaglia, morire di fame o ritirarsi: non esisteva altra alternativa  per chi, non sapendo fermarsi in tempo,  cadeva nella trappola degli Sciti.
In tempi antichi , con loro aveva avuto  i suoi guai anche uno che ci sapeva fare:  Alessandro , figlio di Filippo. Alessandro Magno.

Il presente

A ovest.

 Il Niemen , fiume che segna il  confine fra la  Prussia e i  territori polacchi  governati dai russi, scorre tranquillo. E’ il pomeriggio inoltrato di un giorno  d’inizio estate. Un uomo piccolo di statura, il ventre leggermente  prominente, l’uniforme polacca non proprio impeccabile, scende  da una carrozza  e  si fa portare il cavallo. Accompagnato dal suo sèguito, passa sull’altra  riva, avanza al trotto, si guarda intorno. A un  tratto il cavallo scivola  e il cavaliere viene sbalzato di sella. Una voce, improvvisamente,   esclama:” E’ un brutto presagio! Un Romano non andrebbe avanti!”  Quell’uomo è Napoleone Bonaparte; la voce, forse, la sua.
Dietro di lui , accampati sulla riva prussiana ci sono più di seicentomila uomini in armi. All’alba del 24 giugno, a dispetto del  presagio,   quegli uomini, in lunghe file, cominciano  a passare il Niemen.
E’ il 1812.

A est.

Pietroburgo ha un nuovo comandante della milizia  cittadina. Si chiama Michaìl Ilariònovic Kutùsov. Da poco è stato elevato al rango di principe. Ha  sessantasette anni,  pochi soldi, il grado di generale e, sulle guance , indelebile,  il  sigillo del coraggio: il bacio, davanti alle truppe schierate,  da parte del  leggendario Suvòrov, suo maestro.  E’ sovrappeso, per non dire grasso, ha un occhio solo- l’altro, il destro,  l’ha perso a causa di una brutta ferita ricevuta  in combattimento-   e  sotto l’uniforme stazzonata nasconde  la cicatrice  di  una seconda  ferita, vicina all’essergli fatale.
E’  intelligente e furbo, avvezzo ai maneggi di corte, buon  oratore, discreto  stratega,  amatissimo dai soldati ai quali sa parlare in modo semplice e  diretto. Ma è anche indolente e pigro; tira  tardi  la notte e  a volte, di giorno,  si addormenta nel bel mezzo di riunioni importanti. E’  permaloso. Non sopporta, ad esempio, di avere rivali : quando scopre di averli,  se li lavora ai fianchi a lungo, con pazienza,  fino ad averne ragione. E’ stato sconfitto ad Austerlitz, ma ha anche  vinto la successiva  guerra contro i turchi. Ha un debole per le donne.  Di lui  scrisse Langeron  : “ Che Iddio gli dia  il bastone di feldmaresciallo, la tranquillità, trenta donne, ma non gli dia armate”.

Il passato prossimo.

Francia e Russia erano, da qualche anno,  formalmente  alleate, ma secondo Napoleone, lo zar  si era messo a fare   il furbo e, col passar del tempo,  si era dimenticato o fingeva  di essersi dimenticato della lezione di Friedland . E dei giorni  successivi, trascorsi su una chiatta nei dintorni di  Tilsit (1).
Giorni amari, quelli,  per la Russia . Giorni  durante i quali   Alessandro aveva giurato di  rispettare il blocco  commerciale contro l’Inghilterra e aveva stretto un’alleanza con la Francia. Napoleone, in un impeto di generosità,  gli aveva promesso la Finlandia,   la Valacchia, la Moldavia, forse  persino Costantinopoli. Mezzo mondo, insomma. Alessandro lo aveva ascoltato e si era chiesto se Napoleone fosse sincero o se non stesse bluffando per l’ennesima volta. Ma, poi, importava qualcosa? Battuto e umiliato, poteva forse controbattere?
Tornato in patria, lo zar  capì presto una cosa: la cosiddetta “ pace” di Tilsit non era stata digerita. Non l’aveva digerita l’esercito,  non l’aveva digerita  la  nobiltà, insofferente alle limitazioni del commercio,  minacciata nei propri interessi , umiliata da un’alleanza con  il diavolo in persona, il “ rivoluzionario”  Napoleone. E le  finanze statali? A causa degli accordi  contenuti in quella  pace, erano a terra, come  lo era il morale della nobiltà russa.  Senza la nobiltà e l’esercito dalla sua parte, Alessandro rischiava grosso. Magari una congiura di palazzo , magari la vita. Non era successo qualcosa del genere a suo padre Paolo?
Così  fingeva rispetto  a Napoleone, ma nello stesso tempo cercava di smarcarsi. Cominciò a farlo quando i due si ritrovarono, l’anno dopo,  a Erfurt per fare il punto della situazione. E continuò negli anni successivi. Napoleone non aveva, forse, sposato la principessa Maria Luigia per avvicinarsi  all’Austria a scapito della Russia?   Napoleone non era  forse, a più riprese, venuto meno agli accordi riempiendo la Prussia di soldati, quando avrebbe dovuto fare il contrario? Non manovrava per annettersi  gran parte  dell’Olanda, le città anseatiche tedesche e altro ancora? Non aveva forse venduto addirittura  grano all’Inghilterra? Perché Napoleone  sì e Alessandro  no?
Lo zar, poco alla volta,  uscì allo scoperto e, nel 1810, ritoccò  le tariffe doganali a svantaggio della Francia, aprì qualche  porto alle navi inglesi e, quando Napoleone, l’ anno seguente,  manovrò per annettersi anche il ducato di   Oldenburg,  alzò la voce  e inviò  a Parigi una protesta formale.  Era una reazione naturale, logica e prevedibile: dopotutto, il duca era lo zio di Alessandro;  dopotutto,  la sorella dello zar, Caterina,  aveva sposato l’erede al trono di quel  ducato. Napoleone,  in altre circostanze,  forse  ci sarebbe passato sopra; ma si era impegnato  troppo  per rafforzare il blocco anti-inglese , annettendo i Paesi Bassi, le città di Amburgo,  di Brema e  di Lubecca e invadendo( ahi lui !)  la Spagna e il Portogallo.  Non poteva fare sconti.
Temeva l’apertura dei porti  russi alle navi inglesi, ecco che cosa temeva. Non era un timore, era una certezza e, in certi momenti, una specie di ossessione. Secondo lui era solo questione di tempo: lo zar si stava smarcando e la manovra  russa sulle tariffe ne era un’ esplicita conferma. E  quel fare la voce grossa  sull’annessione del ducato di Oldenburg, il pretesto per rinnegare Tilsit.
Stando così le cose, la Russia come alleata non gli serviva più: non  gli dava garanzie certe  del  mantenimento del blocco anti-inglese. Doveva essere ridotta  a più miti consigli   con la forza delle  armi e, una volta vinta, messa nelle condizioni di non nuocere, magari   mediante la creazione di uno stato-cuscinetto  indipendente( la Polonia?) che ne limitasse, in futuro, la potenza e la libertà di movimento.
Colse al volo l’occasione. Si irrigidì  sulla questione dell’Oldenburg;   si rifiutò di leggere la nota di protesta di Alessandro e trattò  malissimo l’ambasciatore russo a Parigi, il principe Kuràkin.  Emanava apertamente disposizioni finalizzate alla preparazione di una forza  d’invasione, arruolava  soldati, riuniva e spostava truppe.  Pessimi segnali per la Russia.
Il povero Kuràkin se ne fece una ragione: la guerra con la Francia  sarebbe scoppiata.  Continuò a svolgere  il proprio lavoro, inviò  a Pietroburgo informazioni, dati, commenti, valutazioni, ma , temendo, in caso di  conflitto,  di essere trattenuto a Parigi, chiese a Napoleone  la restituzione dei passaporti.
“ Avete visto? Il principe Kuràkin ha chiesto la restituzione dei passaporti per sé e per la propria legazione. Perché l’ha fatto? C’è bisogno di chiederlo? La Russia ha volutamente rinnegato  Tilsit,   da tempo ci è ostile e ora  sta preparando la guerra contro di noi”. Questa riedizione moderna della favola del lupo e dell’agnello raccontata a beneficio dell’opinione pubblica, servì da  pretesto a Napoleone per passare il Niemen.

Vilna.

Di là dal Niemen, un ufficiale cosacco si avvicina ai primi soldati francesi –  alcuni genieri-    arrivati sulla sponda polacca  controllata dai russi. “E voi chi siete?” chiede loro. “ Francesi” . “E perché siete qui?” continua. “Per farvi la guerra” è la risposta. E, imbracciati i fucili, aprono il  fuoco. L’invasione della Russia è cominciata.
Lo zar Alessandro è a Vilna ( oggi Vilnius in Lituania) con l’esercito  e non sa ancora  niente. Quando, durante un ballo in suo onore nella villa di uno dei suoi generali, il conte Bennigsén,  gli viene comunicata la notizia,  sulle prime  resta di stucco:  che modo di fare è questo? Attaccare così, di punto in bianco, senza   una dichiarazione formale di guerra? Si riprende subito, però,  e sussurra,  a mezza voce,  la famosa frase : “ Niente pace finché un solo francese  occuperà il suolo russo” o qualcosa del genere. Dopo le reazioni suscitate in Russia  dalla disgraziata  pace di Tilsit, pensare e comportarsi diversamente sarebbe stato  un suicidio politico.

Ministro della guerra è  un generale dalle lontane origini scozzesi: si chiama Michaìl Bogdànovic  Barclay de Tolly. Lì, a Vilna, ha anche il  comando della prima armata. Un’altra armata, la seconda, è agli ordini del principe  Piòtr Ivànovic Bagratiòn;  la terza, affidata al generale   Tormàssov, è lontana da Vilna, in un altro  settore del fronte, dove, per i francesi, operano  i generali  Reynier  e Schwarzenberg. Più  lontano ancora, dalle parti di Riga, il generale russo Wittgenstein  deve vedersela  con il maresciallo Macdonald e con il generale  Oudinot.
Quella di Barclay è un’armata di più di centomila uomini; quella di Bagratiòn sì e no di quarantamila. I due non si possono soffrire da quando lo zar ha conferito a Barclay  la carica di ministro della guerra  e il comando della prima armata e a Bagratiòn- allievo come Kutùsov del generale Suvòrov e anch’egli  molto popolare fra i soldati-  il contentino della seconda armata, vale a dire un comando  in teoria equivalente a quello del rivale, ma , nei fatti,  a lui subordinato.
Ai vertici, l’esercito dello zar parla tedesco. Prussiano  è Pfull( o Phull), il teorico, un omino magro e rude  autore di piani secondo lui infallibili( quando andavano male, la colpa non  era sua, ma  di chi non aveva saputo metterli in pratica..); prussiano è Bennigsén, intrigante, arrivista, senza scrupoli e anche corrotto, visto che , stando ai si dice,  pretende un “ pizzo” del  dieci per cento sulle forniture militari; prussiano è Wittgenstein, prussiani Winzingerode, Wolzogen- una specie di portavoce di Pfull- e anche  Toll, a giudicare dal cognome. Nello stato maggiore,  fra tutti quei “ tedeschi”  c’è anche un ufficiale destinato a far parlare di sé: non ha grandi responsabilità di comando, ma osserva, scrive, annota.   Si chiama Carl von Claùsewitz.
Il generale  Iermòlov , russo doc, scrisse  una volta allo zar: “Se Vostra Maestà vuole premiarmi, mi promuova a tedesco.” Circolava come battuta fra le truppe,  ma rendeva bene l’idea.

Da Vilna a Smolènsk.

La prima mossa di Barclay è quella di abbandonare Vilna; la prima mossa dello zar è quella di inviare da Napoleone un proprio uomo di fiducia,  il generale   Balasciòv,  con una lettera scritta di suo pugno. Barclay  si ritira per raggiungere  Drissa, nelle cui vicinanze  Pfull ha predisposto un campo fortificato; lo zar affida al proprio inviato un messaggio conciliante, ma gli raccomanda: “Niente pace finché un solo francese resterà sul suolo russo! Che l’imperatore dei francesi lo sappia.”
Il campo di Drissa è, per i russi,  una trappola micidiale; Napoleone, per Balasciòv , un torrente in piena. In teoria  il campo di Drissa controlla sia la strada per Mosca, sia quella per Pietroburgo e, quindi, i movimenti eventuali di Napoleone; in pratica non vale niente. Von Clàusewitz scriverà: “ Se fossero rimasti lì, i russi sarebbero stati accerchiati e distrutti”. Il genio militare di Pfull ha diviso le forze russe: al riparo delle fortificazioni- per altro approssimative- la prima armata; fuori  e distante dal campo, la seconda , con il compito di attaccare il fianco del nemico una volta arrivato davanti a Drissa. Si poteva fare un regalo migliore a Napoleone, maestro nel battere gli avversari separatamente?
Balasciòv arriva al cospetto dell’imperatore  dopo quattro giorni di attesa e dopo un incontro  con  il leggendario    e coraggioso   Murat, re di Napoli e un altro con  l’arcigno, scostante e abilissimo  maresciallo Davout,   principe  di Eckmhuel.
E’ un monologo. Quando Balasciòv prova a spiegare che il principe Kuràkin, chiedendo la restituzione dei passaporti,  ha agito di propria iniziativa,  Napoleone, senza una ragione apparente,   alza la voce dando addosso allo zar , ai “ traditori”  prussiani al servizio di Alessandro, ai generali russi,  salvando soltanto la capacità militare del principe Bagratiòn   e recitando la parte di chi ha ragione.
Di fronte  a tanto impeto, Balasciòv   è intimidito e  non ha il coraggio di riferire integralmente   le parole dello zar non riportate nella lettera (  “ niente pace finché un solo francese in armi resterà sul suolo russo”)  e si limita a porre, come condizione per cominciare le trattative , il ritiro dell’Armèe  oltre il Niemen.  Il Niemen? , ribatte Napoleone, ma  se solo ieri  chiedevate  una mia ritirata oltre l’Oder, oltre la Vistola, oltre l’Elba! Come fidarsi di voi?  E  conclude, quasi parlando a se stesso: “ Ah, che bel regno avrebbe potuto essere quello di Alessandro!”
Balasciòv  esce dall’incontro a mani vuote e  completamente disorientato. Qualche sassolino dalle scarpe, stando a Tolstoj,  riesce comunque  a toglierselo. Quando, quello stesso giorno, durante il pranzo al quale viene invitato, rivela  su domanda dell’imperatore, l’esistenza  a Mosca  di più di duecento chiese, segno inequivocabile della devozione del popolo russo, Napoleone non sa farsene una ragione. Nessun Paese europeo conosce qualcosa di simile, esclama. Non è esatto, risponde Balasciòv: la Spagna ( e in Spagna, Napoleone era da tempo sulla graticola) in fatto di chiese e  di  devozione religiosa  non è da meno della Russia.  Touché.
E non è finita. “Quali strade conducono da qui a Mosca?”, chiede l’imperatore cambiando  discorso. Tante, risponde Balasciòv, come tante sono le strade che portano a Roma. Una di queste strade per Mosca, Sire, passa per Poltàva.. L’allusione alla  batosta subita dal re di Svezia Carlo XII da parte dei russi  a Poltàva il 26 giugno del 1709 fa arrossire Balasciòv, per il piacere di quell’involontaria risposta, dice Tolstoj ,  ma lascia indifferenti gli ospiti . In apparenza, almeno.

Pfull  è l’unico – o quasi-  a difendere l’utilità della posizione di Drissa. Gli altri la vedono diversamente. C’è lo zar al seguito dell’esercito e così tutti si danno da fare per esprimere la propria opinione e per  mettersi in mostra. E per replicare le basse manovre, gli sgambetti, gli intrallazzi  di solito prerogativa della vita di corte.  C’è chi odia  “ i tedeschi” e chi li appoggia; c’è chi difende Barclay e chi sostiene  Bagratiòn; c’è chi vuole attaccare e chi vuole  ritirarsi; c’è chi vuole lo zar a capo dell’esercito e chi, al contrario, lo vorrebbe a corte; c’è chi pensa solo al proprio tornaconto e chi alla salvezza della patria; c’è chi è per attaccare “senza se e senza ma”  e chi, invece, è per l’elaborazione di un piano ragionato. Uno dei protagonisti di Guerra e pace,  il principe  Andrea (Andrej) Bolkonskij, quando arriva  al campo, conta nove fazioni diverse.  Insomma, una gran confusione.
Il colonnello Michaud, francese al servizio dello zar ( lo ritroveremo più avanti), il generale italiano    Paolucci( o Palucci), venuto dal lontano Regno di Sardegna in cerca di gloria e di prebende,   Bennigsén e quasi tutti i “tedeschi” premono perché Alessandro intervenga su Barclay e si  abbandoni Drissa. Lo zar, persuaso da  tutte quelle critiche, è talmente adirato con Pfull da non degnarlo, da un giorno all’altro,  neppure di uno sguardo.
Ma non è tanto quel campo fortificato il problema: il problema è Alessandro. Non è il comandante in capo, ma è pur sempre lo zar; non vuole  dare ordini, ma condiziona indirettamente  chi li dovrebbe dare; non ispira  tranquillità, ma  fa aumentare la confusione. Se togliesse il disturbo, sarebbe meglio. Persino sua sorella Caterina  se ne accorge. E glielo scrive.
Il ministro degli esteri fa un tentativo: Maestà, recatevi a Mosca, il popolo deve essere rianimato e ha bisogno della vostra presenza, gli dice. Lo zar, stranamente, non si fa pregare, accetta il suggerimento e il 18 luglio lascia l’esercito. Che, a sua volta, il 15, ha  lasciato l’indifendibile posizione di  Drissa e si è diretto   verso Vitèbsk.
E due.  Sono due, infatti, le ritirate da quando Napoleone ha passato il Niemen. Lo fanno apposta, i russi? Come  un tempo gli Sciti,  si ritirano  intenzionalmente allo scopo di attirare i francesi sempre più in profondità, lontano dalle loro linee di comunicazione per indebolirli  e poi attaccarli? A guerra finita, Barclay  sosterrà che quello era il suo scopo; il futuro  generale  Liprandi, russo a dispetto del nome e giovane ufficiale nel 1812, scriverà: “ Nessuno sapeva che cosa fare, in quei giorni”. E Tolstoj:  “Un piano generale di campagna mancava”. Vero? Falso?

Intanto  Napoleone è sempre più agitato: perché Barclay  ha abbandonato  Vilna ? Perché non  ha  accettato  battaglia? E’ quello il modo di fare? Jomini, storico e analista militare,  scriverà: inutile  dare la colpa a  Barclay. Se Napoleone non si fosse fermato a Vilna per più di dieci giorni, i russi  non avrebbero  avuto scampo e l’armata di Bagratiòn, isolata e distante da Drissa,  sarebbe stata  distrutta. Già, perché si ferma  così a lungo l’imperatore? Che sbraiti e s’indigni per essere stato defraudato della “ sua”  battaglia, così, tanto per darsi un tono, il “ suo” tono,  ma  che in realtà  non la voglia? E, se è così, perché non la vuole? Spera in un cedimento anticipato di Alessandro? Ma a Vitèbsk, il 25 luglio ( Barclay vi è arrivato due giorni prima), Napoleone  scrive al  proprio  ministro degli esteri,  Maret, conte di Bassano: la battaglia decisiva è questione di ore.
Per i russi, il problema, in quei momenti così concitati e confusi, è quello di ricongiungere la I e la II armata, separate dalla geografia( terreno irregolare, fiumi da attraversare) e dal piano scellerato di Pfull. Bagratiòn sta muovendo in direzione di  Vitèbsk. E’ braccato. Ottiene  un po’ di respiro dai valorosi interventi, nei dintorni di  Ostròvo, dei reggimenti del conte Osterman-Tolstoj  e del generale  Konovìtzin  mandati da Barclay a  impegnare i francesi, ma è ugualmente in una brutta situazione. Sulle sue tracce ci sono Davout, Grouchy, Poniatowski, spediti in tutta fretta da Napoleone a tagliargli la strada. Se la II armata fosse accerchiata  e distrutta, anche l’armata di Barclay si troverebbe a mal partito. Per fortuna di Bagratiòn, fra gli inseguitori  c’è anche Girolamo, fratello di Napoleone e re di Westfalia. Girolamo è un pasticcione, commette una sciocchezza dietro l’altra e il principe russo riesce una prima volta  a svignarsela.

Ma non è finita. Davout, di tutt’altra pasta  rispetto al re di Westfalia , occupa  la città di Minsk e fa salire  da sud  altre truppe per chiudere la tenaglia. Bagratiòn, però, è bravo:  anticipa Davout, passa la Beresina e si dirige verso il Dnepr. Ha bisogno di tempo per attraversarlo. E allora, per concederglielo, il generale Raièwski  impegna Davout a Saltanòvka .
Si combatte duramente. In un momento critico della battaglia, il generale russo prende i propri figli per mano e si lancia contro il nemico, subito seguìto  da tutti i  suoi soldati. Il Dnepr lo passano entrambi: Bagratiòn , grazie al coraggio di Raièwski e Raièwski, grazie alla mossa di Bagratiòn che, una volta al di là del fiume,  attira Davout su una falsa pista.  Il ricongiungimento delle due armate, però, non avviene. Barclay allora non se la sente di attaccare battaglia  con le forze di cui dispone  e ordina il ripiegamento da  Vitèbsk a Smolènsk.
E tre.  E’ il 27 luglio.

Al suo arrivo a  Mosca( 23 luglio), lo zar è accolto da manifestazioni di entusiasmo; a Vitèbsk , Napoleone, deluso per non aver avuto la battaglia decisiva, entra in una città semideserta. L’antica capitale russa  è infiammata di ardore patriottico; a Vitèbsk, di arroventato ci sono solo la sabbia  e la temperatura. A Mosca  vengono raccolti fondi, formati reggimenti e battaglioni( armati di lance, perché non ci sono fucili per tutti..) a spese di singoli esponenti della nobiltà; a Vitèbsk , il problema sono i rifornimenti, i cavalli  senza avena e senza  ferri, i soldati senza rancio, la calura  soffocante. A Mosca è tutto un via vai di carrozze e di carriaggi; a Vitèbsk , i carri delle salmerie non sono ancora arrivati: fin dall’inizio dell’invasione, vanno pianissimo e sono sempre in ritardo rispetto al passo delle truppe. A Mosca, i cittadini si mobilitano; a Vitèbsk  e dintorni , i soldati francesi  si danno al saccheggio; a Mosca c’è un relativo entusiasmo; a Vitèbsk una profonda stanchezza. A Mosca c’è un’eccitazione quasi insolita; a Vitèbsk un’attesa mascherata da normalità: Napoleone fa abbattere alcuni edifici  nella piazza principale, la  trasforma in una piazza d’armi   e   passa  e ripassa in rassegna le truppe. Aspettando che cosa? Il nervosismo serpeggia, soprattutto nelle alte sfere: lo zar non ha digerito la perdita di Minsk e scrive a Bagratiòn, rimproverandolo; Napoleone, indispettito perché  Bagratiòn  se l’è  cavata,  silura  Girolamo  e lo rispedisce  a casa. 

 Il 28 luglio, un  Napoleone insolitamente nervoso confida a Murat e ribadisce davanti al Consiglio di Guerra:  la campagna del 1812 finisce qui. Non andremo oltre Vitèbsk per quest’anno. Ci sono tante cose da fare, a cominciare dalla riorganizzazione della Lituania e della Russia Bianca. Questa campagna è una campagna di tre anni. E conclude : “Il 1813 metterà le cose a posto!”
Detto, fatto. Il  3  agosto ci ripensa e, il 10, ordina di muovere verso Smolènsk, in pieno territorio russo. A chi gli  presenta obiezioni,  risponde: interromperemo la campagna  a Smolènsk. Durante una  riunione del Consiglio, viene fatto  per la prima volta, da parte del generale  Duroc, un accenno al “ Piano degli Sciti”. Il ministro Daru , abituato a parlar chiaro,  insiste  sull’inconsistenza  delle ragioni politiche di quella guerra   di cui “ le vostre truppe, noi stessi, non concepiamo lo scopo.” E, intanto, sul piano diplomatico, Bernadotte- il fedifrago Bernadotte- in Svezia e la Sublime Porta a Istanbul si  sono avvicinati ai russi; sul piano militare,  Tormàssov le ha suonate  a Reynier,  impedendo a  Schwarzenberg, accorso in suo aiuto, di riunirsi con l’Armata.  Le cose si complicano.
Napoleone , però, non cambia idea. A Vitèbsk, quando tutti si erano complimentati con lui per la presa della città, aveva detto” Credete che sia giunto fin qui per conquistare questa casupola?”. Vuole Mosca e, novello Alessandro Magno, forse sogna la Mesopotamia e l’India. Decidendo di lasciare Vitèbsk, sembra dire: “Aspettare? Il tempo è un lusso , amici miei. E  se, col tempo, la Russia si trasformasse per noi  in un’altra  Spagna? No, la partita va chiusa subito. Mostriamo i muscoli e  Alessandro, vedrete,  cederà e verrà a Canossa”.
E’ dunque  il cedimento di Alessandro, più della  vittoria in battaglia,  la speranza segreta di  Napoleone?
A  Smolènsk, finalmente, le armate di Barclay e di Bagratiòn  si congiungono. E, subito, i  due  litigano. Dopo pochi giorni dal ricongiungimento,  Bagratiòn scrive al potente Arakcèiev- perché lo zar legga- e chiede  di essere dispensato  dal comando: non sopporta l’atmosfera del quartier generale e  la spocchia di tutti quegli ufficiali  tedeschi.  Minaccia di andarsene o di farsi soldato semplice.
Napoleone arriva davanti a  Smolènsk, vede i russi affollarsi sui ponti e  raccogliersi  nella città , e esclama :  “ Li tengo in pugno!”.

Peter Van Hess (1792-1871), la battaglia di Smolènsk, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

Si sbaglia di grosso. I russi, attaccati sul fianco sinistro e minacciati di accerchiamento,  impegnano i francesi in scontri di tamponamento davanti alla città, sempre  sanguinosi e duri, ma mai definitivi;  quando hanno la peggio,  si ritirano combattendo come leoni, per usare le parole di Sègur;  la difesa di Smolènsk  viene affidata a Raièwski, un tipo tosto e maledettamente in gamba, come abbiamo visto,  coadiuvato  dall’ottimo  generale Doctùrov.
Entra in campo  l’artiglieria. Il  17 agosto, i cannoni di Napoleone  fanno fuoco per quindici ore consecutive, ma la città resiste e i francesi  non  hanno la battaglia decisiva tanto desiderata.  Il 18, infatti,  alle due del mattino, i russi  fanno saltare in aria i depositi di munizioni e abbandonano la città, portando con   sé la sacra icona della Vergine di Smolènsk.
E quattro.
La città  brucia. Bruciano i magazzini, bruciano gli edifici, bruciano  persino le chiese. Gli abitanti stessi hanno dato l’esempio. Molti di loro hanno portato il fuoco nelle proprie case e  nelle proprie botteghe. Nessuno glielo ha chiesto, nessuno glielo ha ordinato: perché nulla cada in mano al nemico, hanno mandato in fumo, spontaneamente, in pochi minuti il lavoro e le fatiche di tutta  una  vita.

Sentiamo Tolstoj. Il bombardamento ordinato da Napoleone sta per finire. Nella bottega di Ferapòntov , un mercante del luogo, entrano alcuni soldati russi e riempiono gli  zaini di farina, di frumento e di semi di girasole. La prima reazione di Ferapòntov  è quella di  salvare la propria “ roba”. Poi, ad un tratto, ci ripensa : “ Portate via tutto, ragazzi! Che non resti niente a quei diavoli” grida e, facendo seguire alle parole i fatti, getta egli stesso i sacchi sulla strada a disposizione dei soldati. Vede Alpàtic, il vecchio servitore dei Bolkonskij, con il quale aveva conversato amichevolmente poche ore prima e gli grida: “ E’ perduta la Russia  Alpàtic! E’ perduta! Io stesso appiccherò il fuoco. E’ perduta….” Ecco che cosa  succedeva in città  mentre Barclay si apprestava ad andarsene e  Napoleone ad entrarvi.

Napoleone entra  a Smolènsk da vincitore. Ma è vera gloria? Tutto intorno a lui è cenere. Cenere  le case e cenere  i ricoveri adibiti a ospedali, dove migliaia di feriti  hanno trovato  una morte  orribile fra le fiamme. C’è chi non si rassegna e combatte ancora: per avere ragione di un cecchino russo- uno solo- bisogna impiegare l’artiglieria. Napoleone non lo sa ancora, ma, il giorno dell’evacuazione della città,  gli ufficiali russi di alcuni reparti  avevano  dovuto impedire, armi in pugno, ai propri soldati di lanciarsi contro il nemico anziché ritirarsi.
E che dire di Valùtina Gora? Lì, a poche verste da Smolénsk, qualche giorno più tardi,  i reparti  del maresciallo Ney, all’inseguimento dei russi, incontrano  una feroce resistenza da parte della loro retroguardia  e subiscono gravi perdite senza venire a capo di alcunché. Lì, a Valùtina Gora, i soldati russi smettono  di sparare solo quando lo fanno  i francesi. E poi  si ritirano. No, inutile farsi illusioni: i russi non cederanno, non si arrenderanno. Quella campagna sarà lunga e dura. A meno che… A meno che un giorno o l’altro non ci sia la tanto desiderata battaglia decisiva oppure- e forse sarebbe meglio-  non si presenti Balasciòv con proposte di pace. Oh, come sarebbe ricevuto diversamente da Vilna!
C’è un  generale  russo ferito, prigioniero dei francesi, a Smolènsk. Napoleone lo convince a scrivere al fratello  una lettera dai toni concilianti  perché sia recapitata allo zar. E aspetta. Passano i giorni: di Balasciòv neanche l’ombra e da Alessandro neppure una parola.

L’inseguimento, allora, alla ricerca della battaglia decisiva,  riprende. Fra Smolènsk e Vjazma- la meta successiva-  la marcia  dei francesi è un calvario. Non c’è cibo per gli uomini né foraggio per i cavalli; tutt’intorno, nelle immediate vicinanze, cenere, fiamme e desolazione. E un fetore insopportabile. Solo lontano dalla direttrice di marcia  si può trovare qualcosa da mangiare  per uomini e bestie. Ma è poco, molto poco. L’acqua scarseggia. Si è costretti a bere una specie di fanghiglia. Qualche volta deve farlo anche Napoleone. Le malattie- la febbre tifoide, in particolare-  aumentano e si diffondono; moltissimi  cavalli e molti uomini  crollano per la fatica. Diretto a Vjazma con il  proprio reparto, un  ufficiale di artiglieria, tale Pion, annota sul suo diario tutta quella desolazione  e commenta: “Ci stanno attirando sempre più  verso l’interno: lo fanno apposta”.
Di nuovo  il piano degli Sciti.

Barclay, lasciata Smolènsk, si dirige verso la località di Zarèvo- Saimìsce, dove, assicura, si combatterà . Bagratiòn , inviperito,  scrive di nuovo ad Arakcèiev. E va giù durissimo. Che cosa sta succedendo? Che comandante è questo? Ritirarsi , sempre ritirarsi. Che figura ci facciamo? Come potremo difendere la Santa Russia  ritirandoci? Che ne è dell’onore? E che dire dell’occasione perduta a Smolénsk?
Il principe Sciuvalòv inviato dallo zar  adare un’occhiata,   rincara la dose. Scrive ad Alessandro: tira una brutta aria: Barclay è  sempre più impopolare presso i soldati; lui e Bagratiòn non si possono vedere; Iermòlov, il capo di stato maggiore, è bravo, ma ha scarsa autorità;  la disorganizzazione è massima; mancano i rifornimenti.   E conclude:  ci vuole un comandante unico, altrimenti la Russia è perduta.
Lo zar ci pensa da un pezzo, ma solo il 5 agosto riunisce i suoi collaboratori  per avere indicazioni in merito. Quando gli viene fatto  il nome del prescelto, Alessandro a momenti ci resta secco: Michaìl Ilariònovic Kutùsov, il capo della milizia di Pietroburgo, il vecchio principe monocolo? Perché proprio lui? Perché non Bennigsèn? Amareggiato, scriverà, in settembre, alla sorella Caterina spargendo veleno su tutti i propri  generali. Su tutti ma non su Bennigsèn, non a caso  mai menzionato nella lettera. Perché un tale risentimento verso Kutùsov?
Fra lo zar  e l’allievo prediletto di Suvòrov c’era, fin dai tempi di Austerlitz,  una ruggine antica. Lo sapevano tutti: ad Austerlitz,  l’unico ad averci visto  chiaro, anche se con un occhio solo, era stato Kutùsov. Non lo zar, non l’austriaco  Weirother, una fotocopia ( o l’originale..) di Pfull, con la sua mania di ordine e di precisione,  con il suo piano sulla carta  perfetto  e dettagliatissimo: die ertse Kolonne marschiert; die zweite Kolonne marschiert …  Kutùsov non aveva abboccato alla finta di Napoleone: stiamo sopravvalutando  la sconfitta di Mortier a Duerstein e l’episodio di Wischau (2) e  tutta quella  fifa ostentata fin troppo platealmente dall’imperatore ha il solo scopo di infinocchiarci, aveva avvertito. Lo zar era stato di parere contrario; Kutùsov, la cui volontà in presenza dello zar si indeboliva, non aveva saputo opporsi e così la battaglia era stata data. E perduta, con grande disonore. Alessandro non ci stava a passare per babbeo(anche se poi, riguardo alle faccende  militari, un po’ lo era e Napoleone non perdeva occasione per insinuarlo) né  voleva ammettere di aver sbagliato ad Austerlitz: nominare Kutùsov , ora, significava riconoscere  tutto questo.
E’ viola di rabbia, ma ingoia il rospo. La patria è in  serio pericolo, l’operato di Barclay è indifendibile,  il nemico è ben oltre le porte ecc. ecc. Il principe Kutùsov riceve, così,  la nomina a comandante in capo, pieni poteri e una responsabilità da far tremare  chiunque. Secondo l’auspicio di Langeron,  Dio, per mano dello zar, ha dato a  Sua Altezza Serenissima qualcosa di simile   al bastone di feldmaresciallo, ma,  contrariamente a quanto auspicato da  Langeron, gli   ha dato  anche  un esercito.  Perché Dio glielo ha dato? Perché salvi la Russia o perché la  perda?

Barclay  arriva  a Zarèvo-Saimìsce  il 29 agosto. Il giorno prima , Kutùsov, ha ricevuto la nomina  a comandante in capo e  duemila rubli  per affrontare il viaggio. Il 30  è al fronte, accolto  con tutti gli onori  da soldati e  ufficiali. L’arrivo di Kutùsov suscita  grande entusiasmo e riaccende la speranza. I soldati e gli ufficiali di grado inferiore, alcuni generali (Doctùrov ,  Konovìtzin , Raièwski)  guardano  con fiducia  e con orgoglio al vecchio principe,  venuto, soldato fra i soldati , in sella a un cavallino grigio, a risollevare, con la sua esperienza e con il suo carisma,  l’onore della Madre Russia . I “tedeschi”, neanche a dirlo,  storcono il naso.
Gli inizi non sono incoraggianti, però: il comandante in capo sembra  un po’ in confusione. Dichiara   “ Meglio perdere Mosca che l’Armata e la Russia. “ E , nello stesso tempo, scrive al governatore  Rostòpcin: “ Il mio scopo è di salvare Mosca”. Strano comportamento: è calcolato o hanno  ragione il generale  Liprandi  e Tolstoj quando sostengono  la totale assenza, in quei giorni,  di piani e di strategie nei  vertici miliari russi, Kutùsov compreso?

Sia come sia, fra la sorpresa generale, i russi , per ordine di Kutùsov, si ritirano un’altra volta ( la quinta): lasciano Zarèvo-Saimìsce e si dirigono verso Mosca. Napoleone, determinato,  non li molla, gli occhi aperti  e le orecchie dritte,  semmai arrivassero proposte  di pace o almeno un gesto  distensivo   da parte dello zar. Lo disturba un’unica cosa: un forte e noioso raffreddore.
Alessandro è tornato  a Pietroburgo e non pensa alla pace: non può. Nessuno glielo perdonerebbe. Dal canto suo Kutùsov, in ripiegamento verso Mosca, non ha alcuna voglia di farsi invischiare in una battaglia. Ma è consapevole di non poterla evitare: non si può  lasciare Mosca al nemico senza combattere. Sarebbe inconcepibile.
Del resto, tutti o quasi , da una parte  e dall’altra,  si aspettano lo scontro. Se lo aspetta Bagratiòn, se lo aspetta Barclay, confermato nel comando della I armata, se lo aspettano tutti gli alti gradi “ tedeschi” dell’esercito russo. Lo vuole fortemente  lo zar. Lo desidera, in mancanza di proposte di pace,  Napoleone. L’anziano  principe la pensa diversamente, ma  sa anche   di essere solo o quasi, circondato com’è  non da collaboratori, ma da potenziali  rivali, pronti a sfruttare la situazione a proprio favore. Ha le spalle larghe, però, il vecchio.  Se la battaglia sarà vinta,  tanto meglio; se sarà perduta, da allora in poi  farà di testa sua. E che gli altri, zar compreso, brontolino pure.

Borodinò.

I russi dunque, vista l’inevitabilità della battaglia per Mosca, prendono posizione   nei dintorni di un villaggio il cui nome diventerà famoso: Borodinò. Si attestano sulla riva destra del fiume Kolòcia, schierandosi parallelamente ad esso, fronte ai francesi.
Napoleone si trova nei pressi, nella cittadina di Gyatz e, il 4 settembre, a sorpresa, fa passare alle sue truppe la Kolòcia e attacca  il fianco sinistro dell’esercito russo. E’ la battaglia di Scevardinò, dal nome del ridotto perduto,  ripreso e , infine, riperduto definitivamente dai russi.
Al termine di quella breve ma sanguinosissima  battaglia, i russi sono costretti a riposizionarsi. Il  fianco sinistro, investito violentemente dai francesi, è  arretrato. Di  conseguenza, per riallineare lo schieramento sulla nuova posizione del proprio fianco sinistro, i russi  sono costretti a far ruotare  in senso antiorario  anche il centro e l’ala destra. Se prima, come abbiamo visto, i russi  erano disposti in linea parallelamente alla Kolòcia, ora, dopo questa manovra,  sono perpendicolari ad essa , con i francesi di fronte e il fiume , inutile, sul fianco destro. Così, almeno, la racconta Tolstoj.


Il fianco sinistro viene fortificato, ma  quando il 7 settembre, all’alba, scatta l’attacco francese, le fortificazioni, le cosiddette “ Frecce”,  non sono ancora ultimate. Il piano iniziale russo, dunque, se mai  piano ci fu , è andato a gambe all’aria: non c’è più il fiume a ostacolare i francesi, la posizione originaria  è  cambiata , il ridotto di Scevardinò perduto e le “Frecce” incomplete.

Anche Napoleone ha un piano. Ma ha anche  il raffreddore e, come scrive  Tolstoj , secondo i suoi storici e secondo gli storici  propensi a legare  all’inettitudine o al genio di un solo individuo l’esito degli avvenimenti e il corso della storia, questa indisposizione gli impedisce di essere efficace come al solito. Sentite Sègur : “ La sorte della Russia dipese da un giorno di salute in più, che mancò sul campo della Moscova”. Dunque, stando  a  Sègur e compagnia, quello di Napoleone  non è un grande piano e non lo è perché l’imperatore, quando lo prepara, quando opta per l’attacco frontale scartando  la soluzione  molto più sensata proposta da   Davout ,  è intontito dal raffreddore. Ma è davvero così, per Tolstoj?
Ascoltiamolo. Quel piano, scrive, non è né buono né cattivo:  sulla carta è un piano come tanti altri, forse migliore di tanti altri. Ma è la prova dei fatti il  giudice naturale di qualsiasi piano e, alla prova dei fatti,  niente  o poco di quanto predisposto da un piano  si realizza. E’ così per tutti, è così per Napoleone .
Una prova? Il giorno della battaglia di Borodinò, ad esempio, le batterie francesi  tirano  corto e i serventi ai pezzi, di propria iniziativa non per ordine di Napoleone, spostano in avanti  i cannoni per ottenere efficacia di tiro; chi, stando agli ordini,  deve aggirare le posizioni nemiche attraversando  un paio di boschetti, non può  farlo perché si trova davanti i russi e non passa; solo il principe Eugenio rispetta  le consegne: occupa il villaggio di Borodinò, ma solo perché il centro dello scontro è altrove. Infine, le “ Frecce” vengono    espugnate  dalla cavalleria, cosa del tutto estranea alla logica militare, agli ordini e al piano di Napoleone. Il  piano iniziale, insomma, viene   clamorosamente sconfessato dagli eventi.
Il fatto è che i piani hanno bisogno di uomini per essere messi in pratica e dal comportamento di questi uomini, non dal piano, dipende l’esito di una battaglia. Un reggimento, dice il principe Andrej  Bolkonskji- Tolstoj  nel romanzo Guerra e pace, vale a volte meno di una compagnia e un’armata meno di un reggimento. Dipende da come interpretano il loro ruolo gli uomini di quel reggimento, di quella compagnia, di quell’armata. Possono sbandarsi al primo urto o per  nonnulla e rendere inefficace  la forza del numero; possono tenere duro benché sotto pressione e, in pochi, avere ragione di molti.  Per Tolstoj, insomma, a risultare decisivi sono i soldati,  non i generali .

La sera precedente la battaglia, Napoleone è nervoso. Sarà colpa del raffreddore, sarà perché teme una nuova ritirata da parte dei russi, sarà per l’eccitazione dell’imminente combattimento, fatto sta che non riesce a prendere sonno. Si  corica, poi si rialza. Chiede se i  russi siano sempre al loro posto, lo richiede poco dopo, va a vedere con i propri occhi. Si ricorica, si rialza. Si ferma ad ammirare il ritratto del figlioletto, il re di Roma, inviatogli dalla moglie, l’imperatrice  Maria Luigia. Esce dal proprio alloggiamento. Scambia qualche parola con i soldati della Guardia. “ Avete mangiato? Vi è stato distribuito  il riso?”. E  continua a fissare i fuochi dell’accampamento di Kutùsov.
Verso sera, da quell’accampamento tutti avevano udito alzarsi un mormorio sommesso, salmodiante e continuo, sovrastato, a volte,  da grandi  grida di “Urrà!”: i russi , in ginocchio,  si erano raccolti in preghiera davanti alla sacra icona della Vergine di Smolènsk portata in processione attraverso il campo.

Peter von Hess(1792-1871): la battaglia di Borodinò, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage. Da: http://www.museum.ru/museum/1812/…/index.html

E’ l’alba. Il piano di Napoleone prevede un attacco frontale e  una  forte pressione sul fianco sinistro russo, là dove si trovano  le “ Frecce”, difese da Bagratiòn con la sua II armata. Come già  il ridotto di Scevardinò qualche giorno prima,  le “Frecce”, nel corso della giornata,  passano ora nelle mani degli uni ora in quelle degli altri; come a Scevardinò , l’attacco francese è violentissimo e la difesa russa tenacissima; come a Scevardinò , ma su scala più vasta, il rumore, il fumo,  le grida dei feriti e dei moribondi, il nitrito  dei cavalli colpiti avvolgono il campo di battaglia. A più riprese, i marescialli di Napoleone chiedono rinforzi, ma  lui  rifiuta: non vuole rischiare la Guardia. “ Bastano i cannoni” risponde. Gliene sarà fatta una colpa.
Dopo essere passate di mano per ben otto volte, le “Frecce” vengono espugnate e il valoroso  principe Bagratiòn cade con le armi in pugno. L’ intensità dell’attacco francese si sposta  allora verso il centro,  e , in particolare, verso una piccola altura sulla quale  il generale  Raièwski ha interrato alcuni cannoni e causa non pochi grattacapi ai francesi. I proiettili russi arrivano, rotolando  lentamente,  persino nella posizione in cui si trova Napoleone. L’imperatore, indisposto, non è a cavallo come al solito: appiedato,  misura  a grandi passi  il terreno intorno a sé, guarda verso il campo di battaglia. Quasi infastidito,  scosta con il piede le palle di cannone  che rimbalzano, lente e prive di forza, vicino a lui.
E’ il primo pomeriggio. L’artiglieria francese viene schierata  sulle  “ Frecce”  appena conquistate  e inizia a martellare i russi. Intorno al  “cocuzzolo” dove si trova  Raièwski, si scatena una battaglia durissima,  risolta solo  all’imbrunire  dai francesi, ma  a prezzo di  molti, troppi caduti.
Scende la sera, le armi tacciono, è tempo di bilanci. Bilanci terribili, da una parte e dall’altra. Napoleone è preoccupato e di umor nero. E non solo  a causa del raffreddore: lo scontro  è durato un’intera giornata, non poche ore, come al solito. Sa che cosa significa: quella battaglia non può dirsi vinta. Fatto del tutto inusuale per lui, viene assalito  da  cupi pensieri, persino dalla paura di una futura, imminente,  disfatta. Insomma, davanti a sé vede materializzarsi lo spettro di Poltava.
Ha perso 30.000 uomini e quarantasette generali. A Sant’Elena,  poco prima di morire, confiderà al dottor O’Meara: di tutte le mie battaglie, quella della Moscova ( i francesi chiamarono con questo nome  la battaglia di Borodinò) è stata la più sanguinosa.
Kutùsov  ha tenuto il campo. Comunica  ai propri ufficiali: “ Fate sapere alle truppe che domani  contrattaccheremo”. Gli uomini, demoralizzati, si rianimano: dunque, non siamo stato sconfitti, dunque non ci siamo battuti invano,  dunque ce la possiamo fare.
Ha perso circa sessantamila uomini,  mezzo esercito.

Mosca.

A Pietroburgo e  a Mosca  si sparge la voce: Napoleone è stato battuto. L’entusiasmo è grande, le chiese si riempiono, si ringrazia Dio con solenni Te Deum. Kutùsov riceve il bastone di feldmaresciallo.  In quello stesso  momento, mentre a Pietroburgo e altrove  le campane suonano a festa, l’esercito russo  si sta ritirando da Borodinò in direzione  di Mosca, con alle calcagna  Murat e  il principe Eugenio, impegnati a tagliargli la strada.
Kutùsov non ha mantenuto la promessa di attaccare l’indomani. Aveva detto la sera stessa di Borodinò: “ Perdendo Mosca perderemo la Russia” e dato del pazzo a Iermòlov perché non vedeva altra soluzione al di fuori di quella di  abbandonare la città  al nemico. Poi ha contato i morti e i vivi e ha capito: se si dà di nuovo battaglia, si rischia di perdere  quel che resta dell’esercito. E se si perde l’esercito, non Mosca, ma la Russia intera è spacciata. Non c’è alternativa: o si sacrificano l’esercito e la Russia o si sacrifica la  seconda capitale dell’impero. Kutùsov sceglie di salvare l’esercito e di abbandonare Mosca al proprio destino. La sera della decisione, presa dal feldmaresciallo contro il parere di quasi  tutti i suoi generali convocati appositamente nel villaggio di Fili, nell’isba del contadino Sebastiànov,  qualcuno  giurerà di averlo sentito piangere.
A Mosca, una volta conosciuta la decisione di Kutùsov, l’entusiasmo cede il posto alla disperazione, alla confusione e al panico.  Si  sistemano  su carretti, carrozze e  carri  le donne e i bambini , i vecchi e gli infermi, le icone e i vestiti, il pane e l’acqua, qualche mobile e gli attrezzi da lavoro, i quadri  e i tappeti e, mestamente, ci si allontana dalla città nella direzione opposta a quella dei francesi.
L’esercito, stanco e demoralizzato, arriva  nella capitale il 13, diretto al ponte di Iaùski, sulla strada per Riazàn. Prima di entrare in città,  il feldmaresciallo si rivolge agli ufficiali del suo seguito e chiede chi di loro conosca Mosca. Si fa avanti il  giovane principe Galìtzin . “ Bene, giovanotto” gli dice Kutùsov” Portami fuori di qui e fa in modo  che  incontri   nessuno.”
Sul ponte di Iaùski, però, il feldmaresciallo  si imbatte nel  governatore di Mosca, Rostòpcin. E’ un  mezzo esaltato, Rostòpcin. Un fanatico. Ha annunciato alla popolazione la  messa in cantiere di un’improbabile  arma segreta, una specie di  aerostato, con il  quale si sarebbero potuti colpire i francesi ovunque si fossero trovati; ha inondato  Mosca di migliaia di manifesti patriottici; non ha esitato a sacrificare la vita di un uomo per salvare la propria e per sfuggire alla folla inferocita; ha emanato- si dice- l’ordine di incendiare la città..
Riconosce il feldmaresciallo e  cerca di avvicinarlo per gridargli in faccia tutto il proprio disprezzo. Kutùsov, impassibile, non lo degna di uno sguardo. La sua attenzione è rivolta  all’esercito. Osserva i suoi amati soldati, stanchi e con le uniformi a brandelli, sporchi e affamati, depressi e demoralizzati, trascinarsi quasi per forza d’inerzia, oppressi dal peso della ritirata.  Anche i soldati lo riconoscono,  ma nessuno di loro, passandogli accanto,  grida “Urrà!”.
L’esercito e la popolazione, per lasciare Mosca, hanno bisogno di tempo. Deve darglielo  Miloràdovic,  generale russo esuberante ,  molto simile  nella passione  per le uniformi sgargianti , nel carattere  e nel coraggio  al re di Napoli, il leggendario Murat. Il suo compito, stando alle disposizioni di Kutùsov, è quello di impegnare  un finto combattimento  sotto Mosca. E lui esegue ben oltre la lettera gli ordini ricevuti, facendo ricorso a un’arma  ancora più insolita, in quella guerra,  dell’aerostato  promesso da  Rostòpcin : le  …chiacchiere. Alle porte di Mosca, mentre il grosso dell’esercito russo si ritira verso est,  in direzione della strada di Riazàn , mentre i civili, con mezzi di fortuna, vanno dove possono, Miloràdovic  discute per  quattro ore buone , nel silenzio più totale della armi, con il  generale Sebastiani. Alla fine si arriva a un accordo. La proposta  è francese:  noi  non vi daremo fastidio se  voi farete altrettanto e  ci lascerete  entrare in città.
Detto, fatto: il 14 settembre, senza incontrare alcuna resistenza, la cavalleria di Murat entra a Mosca. Ma intanto, Kutùsov  con l’esercito  e  gran parte della popolazione si sono dileguati.

Dal colle di Poclòni ( “Il colle dei Passeri”), lo stesso  da dove, qualche ora prima, se n’era andato  l’esercito russo,  Napoleone  vede splendere sotto i raggi del sole i tetti delle case e  le cupole delle chiese della città  – cètte ville asiatique-   tanto desiderata e alla fine raggiunta. Gli sfugge un grido di gioia:” Era tempo!”
Alla vista di Mosca, tutti, non solo l’imperatore, si  sentono al settimo cielo. In quel momento, i  soldati dimenticano i sacrifici, la stanchezza, la fame,  i disagi  affrontati fino ad allora; i marescialli e i generali  non ricordano  più le critiche mosse al loro imperatore per il comportamento tenuto a Vitèbsk, a Smolènsk e, soprattutto, a Borodinò dove non  aveva voluto impegnare la Guardia, lasciando il campo ai russi. Napoleone ce l’ha fatta ancora una volta, questo conta: la ville sainte tanto agognata   è  lì, ai loro piedi.
Completamente deserta o quasi. In apparenza viva, ma in realtà morta  come lo è  un alveare privo dell’ape  regina ( la  celebre similitudine è di Tolstoj). Quando lo apprende, Napoleone resta di sasso. Non ci crede, non vuole crederci. ” Mandatemi i boiardi, mandatemi il senato di Mosca!” strepita . Non ci sono boiardi, non ci sono senatori. Un  ufficiale, vedendo Napoleone così alterato,  pensa allora  di inventarseli: raccoglie per la strada  sei o sette malcapitati   e glieli spinge davanti. Due domande  e Napoleone capisce subito con chi ha  a  che fare. Dopo Vilna,  dopo Vitèbsk, dopo Smolènsk, un’altra delusione.
E il peggio deve ancora venire: Mosca sta per andare a  fuoco.

L’incendio di Mosca. Da :Wikipedia.

Chi  provocò l’incendio della città? Un ordine di Rostòpcin? La popolazione di propria spontanea volontà prima di andarsene?  Un incidente fortuito?  Probabilmente tutte queste cose insieme. Dopo l’occupazione, ci misero del loro anche i francesi. Forse ha  ragione Tolstoj: Mosca bruciò- scrive-   perché era stata abbandonata. Una città fatta in gran parte di legno non poteva restare intatta quando, fra le sue case, dentro le sue chiese, migliaia di occupanti  si accendevano la pipa e  si  cuocevano il rancio due volte al giorno. Non era successo qualcosa del genere  a Vitébsk e a Smolénsk, dove le stufe accese dai francesi erano esplose  provocando non pochi incendi? Prive di chi se ne prendeva cura, le case e le chiese erano come indifese: non potevano sopravvivere all’occupazione della città e al saccheggio che ne seguì.
Una cosa è certa, comunque: Mosca andò a fuoco per cinque giorni  e cinque notti e l’incendio, alimentato da una violenta  tempesta di vento, distrusse due abitazioni su tre. Non il Cremlino,   però, conquistato facilmente  da Murat e nel quale si era sistemato- e come poteva essere altrimenti?- Napoleone. A dire il vero, una volta   mancò poco. Un’ala del palazzo prese fuoco e , stando agli storici russi- la versione di quelli francesi è più soft- l’imperatore fu costretto   ad andarsene in fretta e furia,  lungo uno strettissimo passaggio  e fu  tratto in salvo, semisoffocato dal fumo, da un gruppo di…saccheggiatori. Alla fine l’incendio era stato domato e, nei giorni successivi,  Napoleone, insieme alla sua Guardia, era potuto rientrare  al Cremlino.
Vedendo Mosca in preda alle fiamme, Napoleone  aveva  esclamato: “ Sono dei barbari! Sono degli Sciti!” Ancora questo nome sinistro e ,  come quello di  Poltàva, annunciatore  di sventure.

La decisione di Alessandro.

A Pietroburgo, un inviato di Kutùsov, il colonnello Michaud, francese di nascita, ma, per sua stessa ammissione, “russo di cuore”, è ricevuto dallo zar. All’inizio del colloquio, Alessandro  chiede quali notizie egli rechi dal  fronte. Il colonnello  risponde in francese  di aver lasciato l’esercito con i soldati sull’orlo della disperazione e Mosca in fiamme. Lo zar  attribuisce lo stato d’animo dei suoi soldati alla sconfitta subita a Borodinò e all’umiliazione di aver dovuto abbandonare la capitale,  ma il colonnello lo sorprende:  “ Sono disperati, perché temono che Vostra Maestà voglia concludere la pace”. “ Riferite ai soldati, riferite a chiunque queste mie parole ” risponde Alessandro nel suo francese perfetto, migliore addirittura di quello di Napoleone ” Quando non avrò più un soldato, io stesso mi metterò a capo della mia fedele nobiltà e del mio popolo e continuerò a combattere.  E, con uno scatto di orgoglio,  continua: “Se è volontà divina che la mia dinastia cessi di regnare sulla Russia, piuttosto di chiedere la pace, mi farò crescere la barba fino a qui”, e si tocca  il petto “ E mangerò patate come l’ultimo dei miei  contadini”. Confidenza un po’ audace, visto l’interlocutore, non proprio un frequentatore assiduo della corte. Neanche la sua  intelligentissima sorella Caterina, alla quale lo zar aveva scritto poco prima dell’incontro con Michaud  manifestandole  l’intenzione di non concludere alcuna pace,  aveva mai sentito o letto  qualcosa del genere nelle lettere del fratello. Certamente  un incontro, con Michaud o con qualcun altro, ebbe luogo;  la  risposta di Alessandro, però, fu  con ogni probabilità, trasformata in  bel gesto   ad uso e consumo dei posteri.

L’ inutile attesa.


Frattanto, dalla  residenza degli zar, Napoleone emana  provvedimenti,  prende decisioni , si occupa di un mucchio di cose. Nomina il maresciallo Mortier governatore della città; istituisce una commissione militare  per giudicare gli incendiari ; manda Murat a inseguire Kutùsov , in ritirata  lungo  la strada di Riazàn; cura la corrispondenza con Parigi; requisisce un paio di  palazzi rimasti in piedi e li trasforma in teatri. Fa arrivare  persino un tenore italiano.
E aspetta le mosse di Alessandro e di Kutùsov.  Lo zar, secondo lui, è con le spalle al muro.  Che altro può fare se non chiedere la pace? Si  farà vivo sicuramente, magari manderà di nuovo quel simpatico  Balasciòv. E’ solo questione di tempo. E Kutùsov?  Anch’egli è alle strette e, prima  o poi, spunterà un aiutante di campo  con una bandiera bianca.
Ma il tempo passa e Alessandro e Kutùsov  tacciono. E  più il tempo passa, più la situazione si complica. I russi hanno ancora un esercito,  l’inverno si avvicina,  Parigi è lontana e la disciplina  si sta allentando, soprattutto nei reggimenti italiani, tedeschi, polacchi. Insomma, se non interviene qualche fatto nuovo, potrebbero sorgere  guai seri.
Bisogna  forzare la situazione. Se la montagna non va a Maometto, allora sarà Maometto ad andare alla montagna, non si dice così? Napoleone fa chiamare il direttore della casa di educazione di Mosca, generale  Tutòlmin. Qualche giorno prima gli aveva  fatto un favore: aveva  mandato guardie armate davanti all’edificio per tutelare l’incolumità dei bambini in esso ospitati. Favore per  favore, può il generale Tutòlmin  informare la zarina, Maria Feòdorovna, la madre di Alessandro e direttrice di tutte le case di educazione di Russia, di quanto lui, Napoleone,  ha fatto a favore dei bambini di Mosca? E può inserire nella lettera un suo cenno di amicizia e di stima nei confronti dello zar? Tutòlmin acconsente e scrive la lettera.
C’è solo da aspettare, dunque. Ma Napoleone sembra avere  fretta, una fretta dannata. Due giorni dopo il colloquio con Tutòlmin, trova un altro antidoto alla  sua fretta in Ivàn Alekseièvic  Iàcovlev,  un  russo  ricchissimo rimasto attardato in città e sorpreso dall’arrivo dei francesi. Napoleone, su indicazione di Mortier che lo conosce, lo convoca e gli chiede se può fare avere ad Alessandro una sua lettera personale.  Iàcovlev, naturalmente,  non può assicurarglielo. “ Datemi  la vostra  parola d’onore che farete tutto il possibile”,  gli chiede   Napoleone e, avutala, lo lascia partire alla volta di Pietroburgo, munito di un  salvacondotto  scritto di proprio pugno.
Il testo della lettera  è tutto un programma.  Napoleone si chiede: chi potrà mai giustificare un gesto così barbaro, incivile e per di più inutile come l’incendio di Mosca? Chi potrà mai giustificare l’operato di Rostòpcin? E’ normale che si portino via  le pompe antincendio e si abbandonino i fucili? E continua: certo, Alessandro è animato da  altre idee, sorretto da  altri principi e lui, Napoleone, lo sa bene. Tanto bene da non nutrire sentimenti ostili ( sic!) nei suoi confronti. Addirittura – scrive –   avrebbe rinunciato a  entrare a Mosca se  solo avesse avuto da  lui  un cenno, un segno, due righe.
La parola “ pace” non compare mai, eppure l’intera lettera suona come una continua offerta di pace.  Lo zar  la legge,  ma non risponde.

Il principe Michail Ilariònovic Kutùsov ( al centro) attorniato dal proprio stato maggiore durante la battaglia di Borodinò. Da Wikipedia.

Risponde  invece Kutùsov. Il cinque ottobre, al generale Lauriston, inviato da Napoleone a parlamentare  ( ma non doveva avvenire  il contrario?) dice   più o meno questo: “ Vi lamentate della ferocia dei contadini nei confronti dei vostri foraggiatori? E voi, che cosa siete, delle educande? I russi si battono contro di voi  come  se voi foste   i mongoli di Gengis Khan, egregio generale. Come? Lei mi dice che c’è differenza fra  voi  e i mongoli? Per voi francesi, forse; ma  per il popolo russo non c’è differenza  alcuna fra un invasore  e l’altro. Mi chiedete di porre fine a tutto questo? E come posso farlo? Io conduco la guerra, non mi occupo di educare il popolo. Per quanto riguarda la vostra  proposta, infine, io non ho i poteri per poterla accettare né  posso fornirvi un lasciapassare per Pietroburgo, come mi chiedete. Manderò il principe Volkònski: porterà lui la lettera di  Napoleone allo zar”. Capita l’antifona, Lauriston  ritorna, con le pive nel sacco,  da dove è venuto. Prima di partire alla volta del campo russo, Lauriston aveva chiesto al proprio imperatore: “ Una volta a Pietroburgo, a quali condizioni devo trattare?” Napoleone aveva risposto “ Salvate l’onore”. In altri termini era disposto a cedere tutto quanto, pur di togliersi da quel vespaio.
Aveva molti motivi per desiderarlo, non ultimo la nuova posizione assunta dall’esercito russo. 

La marcia di Kutùsov.

 Quando Lauriston lo raggiunge, infatti, Kutùsov    non è più sulla strada di Riazàn. E non c’è più da un pezzo. Dopo averne percorso alcune verste, ha piegato bruscamente a sud spostandosi su un’altra strada: quella per Kaluga.
E’ stato furbo. Furbo e fortunato. Ha spedito l’ataman  Plàtov e i suoi cosacchi a  fare le lepri in direzione di Riazàn e, mentre Murat andava loro dietro credendo di  inseguire l’intero esercito, ha piegato  verso Kaluga, dileguandosi. Una volta, un nipote aveva chiesto a Sua Altezza Serenissima lo zio se davvero pensasse di poter battere Napoleone. “Batterlo?” aveva risposto Kutùsov “ Batterlo, forse no, ma imbrogliarlo , sì”. C’è riuscito.
Sul  valore di questa mossa, infatti,  quasi tutti gli storici  sono concordi: fu la mossa vincente. Meglio conosciuta come “ marcia di fianco” o “ marcia parallela”,  essa, portando l’esercito non più a est, ma a sud di Mosca, mise Napoleone con le spalle al muro: restare bloccato  nell’antica  capitale senza possibilità di ricevere rifornimenti  o andarsene fra mille difficoltà e col fiato dei russi sul collo. Una mossa geniale, dunque?
Non per Tolstoj . Come abbiamo visto, egli non crede nella storia creata dal genio- o dagli errori- di un solo individuo. E se la cosa è vera per Napoleone, lo è anche per Kutùsov. La mossa del feldmaresciallo russo non è, per Tolstoj,  il “prodotto” del suo genio strategico, semplicemente è dettata dalla necessità. Dalla necessità e, soprattutto,  dalle circostanze.
Lo sa anche un bambino, afferma l’autore di Guerra e pace,  quanto siano importanti i rifornimenti per un esercito in movimento, a maggiore ragione se l’esercito si ritira. E l’esercito russo in ritirata da Mosca dove  può trovare  le armi, le munizioni, i viveri, le uniformi di ricambio, i cavalli? Sulla strada per  Riazàn? No,  su quella per  Kaluga. Dunque, “ la marcia di fianco”, la famosa “ marcia di fianco”,  avviene, per così dire, quasi per inerzia : più che dal genio di Kutùsov, essa è  determinata, secondo Tolstoj,  da un  unico , lento ,  continuo, inarrestabile,  naturale  movimento dell’esercito, cioè  di migliaia di persone e di animali,  verso il pane,  il riparo, le uniformi pulite,  l’avena, l’acqua e la vodka. E, più che dalla volontà  o dal desiderio di vendetta di un singolo uomo ( Kutùsov), di più uomini ( lo stato maggiore russo) o dell’intero esercito,  essa è determinata  da tutta una serie di circostanze: la relativa tranquillità dovuta l’assenza momentanea  del nemico; il bisogno di riposo dopo il durissimo scontro di Borodinò;  il rifiuto di attaccare battaglia subito fuori Mosca, come chiesto da Barclay e da Bennigsén, ecc. Che poi  essa si trasformi  anche in una  brutta gatta da pelare per Napoleone, questo, per Tolstoj,  è un altro paio di maniche.
Sègur la pensa diversamente. Secondo lui, i soldati russi in ritirata da Mosca sulla strada di  Kaluga  marciano in un cupo silenzio( il silenzio di chi, prima o poi,  te la farà pagare è sempre “ cupo”…),  animati unicamente  dal desiderio di vendetta. E la  “ marcia di fianco” è tutta di Kutùsov: ma  Sègur non dice se  essa  sia  un prodotto dell’ indecisione del feldmaresciallo  e quindi casuale  o un prodotto  della sua astuzia  e, quindi, voluta.
Il vecchio comandante  in capo, però, è consapevole dei vantaggi di questa nuova mossa, casuale o voluta che sia. Scrive allo zar: ho abbandonato Mosca, è vero, ma Mosca  è vuota del suo popolo, di quel popolo “ che ne è la vita”( l’ape regina, direbbe Tolstoj). Mosca è solo una parte dell’impero: sacrificandola ho salvato il resto. E, poi, ora sono sul fianco del nemico e ne posso controllare i movimenti… Quella lettera per Alessandro è come un colpo al cuore: controllare i movimenti del nemico, per lui,  è ben poca cosa di fronte all’inconcepibile: la caduta di Mosca! Nessuno avrebbe  voluto essere, in quei giorni, nei panni di Kutùsov. Tanto più che Bennigsén e Barclay rincarano la dose: “ Mosca poteva essere difesa” scrive il primo “ solo la pusillanimità del Maresciallo lo ha impedito! E il secondo: ” Gli ho consegnato l’armata intatta e lui si è ritirato!”.
E Kutùsov? Tace. Tace con i suoi e tace con lo zar: dopo quella prima lettera non ne scriverà altre per un bel pezzo. Facendo, per questo motivo,  imbestialire  Alessandro.

Murat ci mette tre giorni a capire di essere stato menato per il naso. Quando se ne rende conto, molla Plàtov,  torna sui propri passi per  riagganciare la retroguardia russa:  Kutùsov si guarda  bene dal fermarsi. Continua a spingersi  più a sud. Nessuno capisce. Persino la fiducia e le certezze di gente come Doctùrov, Konovìtzin Raièwski, i fedelissimi, insomma,  sono messe a durissima prova. Perché  scappiamo? Perché andiamo a sud ? Perché non combattiamo?
Il quartier generale di Kutùsov, tolti i summenzionati fedelissimi e qualcun altro, in quei giorni è un vero e proprio  nido di serpenti. Il più velenoso è Bennigsén . Coetaneo di Kutùsov, non  è del tutto incapace; anzi ha qualità, colpo d’occhio e determinazione, forse poca fortuna ( comandava lui l’esercito dello zar  a Friedland, cinque anni prima), ma è anche ambizioso, non ha scrupoli morali;  cova rancore, soprattutto nei confronti di chi lo sopravanza in qualche incarico o in qualche comando; ha le mani “ sporche di sangue”, del sangue dello zar Paolo, assassinato in un golpe di palazzo. Napoleone non lo stima, lo zar  forse lo teme e Kutùsov , in ogni momento,  deve guardarsi da lui e dalle sue lettere piene di odio e di disprezzo scritte ad uso e consumo di Alessandro, i cui sentimenti verso il comandante in capo  Bennigsén conosce fin troppo bene.
A corte, dopo l’abbandono di Mosca, la popolarità del feldmaresciallo  precipita  ai minimi storici. Ricordate il principe Basilio( Vassilij) Kuraghin  di Guerra e pace? Ecco, quello del  principe Basilio che quando le cose sembrano andare bene esalta Kutùsov  e  quando vanno male  lo disprezza, è lo stato d’animo dell’intera nobiltà russa, sotto shock per l’occupazione e per l’incendio di Mosca, ma, soprattutto,  terrorizzata dall’idea  di un rivolgimento sociale apocalittico : la  liberazione dei servi della gleba. Napoleone non ci pensa proprio, non gli interessa, ma vallo a far capire al principe Basilio e a quelli come lui. Con i francesi a  Mosca per Basilio e compagnia  la liberazione dei servi della gleba è inevitabile  E di chi è la colpa? Dell’agire scriteriato, anzi del non-agire del principe Kutùsov , non più ora, salvatore della patria o arcangelo vendicatore, ma vecchio satiro, smidollato e guercio.
Perché Alessandro non lo sostituisce? Perché Kutusov  ha il rispetto e la stima  dei propri soldati o  perché  ha bisogno di lui, se non altro come eventuale capro espiatorio ? Perché,  se nell’opinione dei più è Kutùsov l’incapace, Alessandro non può esserlo e  ne esce pulito? Tutti questi motivi insieme, probabilmente.

Frattanto, lui , “il vecchio satiro”,  sempre più saldamente  comandante in capo anche a causa  della debolezza dello zar,  percepisce tutto questo, ma  fa  orecchi  da mercante e, imperterrito, continua a  dirigersi verso sud. Raggiunge la località di  Vòronov. Qui Rostòpcin ha diverse  proprietà e una  casa. O, meglio, aveva  una casa. Sul portone di ferro della  chiesa del villaggio, è affisso  un manifesto vergato di proprio pugno dall’ex  governatore di Mosca : “ Ho abbellito per otto anni questa campagna e ho vissuto felice in seno alla mia famiglia. Gli abitanti di questa terra…. la lasciano al vostro avvicinarsi e io sacrifico al fuoco la mia casa perché non sia insozzata dalla vostra presenza! Francesi! Io vi ho già abbandonato le mie due case di Mosca, con un mobilio del valore di mezzo milione di rubli: qui, voi non troverete che cenere!”
Terra bruciata, dunque. E non si tratta di una novità. Rostòpcin dà alle fiamme  la propria casa di Vòronov , ma  un po’ dappertutto e da un po’ di tempo, fin dai giorni di Smolénsk , sull’esempio di Ferapòntov  i contadini bruciano  le messi,  le sementi, i villaggi .
A Verèja, un grosso villaggio  vicino  a Mosca,  gli abitanti , armati alla bell’e meglio e sostenuti da alcuni soldati regolari, si scagliano contro  gli occupanti  francesi. Si dividono in due gruppi: il primo simula un attacco frontale e attira su di sé il grosso della guarnigione; l’ altro, quasi indisturbato, si dirige verso le staccionate , le supera sullo slancio, uccide i difensori e resta padrone del campo. Un piano degno di Napoleone. L’autore? Il prete del villaggio.
I foraggiatori francesi, mandati in giro a cercare  viveri per gli uomini  e fieno  per gli animali , hanno vita dura: se sono pochi, vengono aggrediti dalla popolazione; se sono molti, devono vedersela con  unità regolari di cavalleria o con i cosacchi.  Operando in gruppi  poco  numerosi, queste unità colpiscono e spariscono. Due importanti convogli di rifornimenti vengono attaccati in questo modo e strappati  ai francesi. E’ cominciata la guerriglia, o la guerra partigiana, se si preferisce. I francesi hanno un problema  in più  con il quale fare i conti.  E  Kutùsov  ha trovato alleati preziosi: mai come adesso i francesi sono sotto pressione. Il vento è cambiato e le circostanze, ora, sembrano giocare a favore dei russi. “Aspettiamo e vediamo” sono le parole  d’ordine del feldmaresciallo  “ Aspettiamo e vediamo”.
Eppure c’è chi  morde il freno e vuole a tutti i costi  “la” battaglia. Bennigsén, ad esempio. “ Adesso basta!” urla  a un certo punto al comandante in capo “ Fermiamoci e combattiamo!” Il feldmaresciallo  non si scompone e, fatto del tutto insolito, gli cede il comando. “Ecco, ora siete voi il comandante in capo. Guardatevi intorno e se ci sono le condizioni  per combattere, date l’ordine di attaccare.” Bennigsén controlla, ispeziona, osserva, valuta e, sul far della sera, torna dal feldmaresciallo scuotendo la testa. “ Non si combatte? Allora riassumo il comando. E si fa modo mio: si va a sud”.
Bennigsén ha avuto- in teoria, sia ben chiaro-  la sua grande occasione e l’ha sprecata. Per indecisione? Per mancanza di coraggio? O, forse, più semplicemente,  perché non c’è un’alternativa valida alla strategia di Kutùsov? Continuerà a fare quello in cui riesce meglio: scrivere lettere  velenose allo zar.
L’esercito russo, marciando verso mezzogiorno, raggiunge il villaggio di Tarùtino, i suoi magazzini e i suoi depositi. Murat è ormai  a un passo dai fuggitivi.

Parte seconda

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(1) . Il 14 giugno 1807, a Friedland, in Prussia- per aiutare la quale lo zar era sceso in campo-  l’esercito russo, comandato dal generale  Bennigsén,  era stato sonoramente battuto da Napoleone.  Dopo l’umiliazione di Friedland, lo zar si incontrò con Napoleone  a Tilsit per discutere le condizioni di  pace.

(2). La battaglia di Duernstein( o Duerrenstein) fu combattuta l’11 novembre del 1805, tre settimane prima di Austerlitz. Kutùsov , dopo la disfatta subita dal generale austriaco  Mack  a Ulm,  si ritirava  su posizioni più sicure lungo il Danubio, verso Krems. Per tagliargli la strada i francesi di Murat attraversarono il fiume , si impadronirono della cittadina e cercarono di bloccare  il generalissimo russo.  Lo sforzo maggiore toccò al  maresciallo Mortier, il quale, inseguendo Kutùsov,   dovette sostenere il contrattacco di Doctùrov  e la pressione  di Miloràdovic. A un certo punto, un’intera divisione francese,  la divisione Gazan,  fu circondata e tagliata fuori dal Danubio e Mortier dovette aprirsi la strada con attacchi alla baionetta.  Il maresciallo francese ,  incalzato dai russi,  riuscì a ripassare il fiume.  Lo riattraversò due giorni dopo, il 13 novembre, riprese Duernstein , ma Kutùsov , sfruttando quei due giorni di vantaggio,  si era ormai  dileguato.
La battaglia di Wischau fu combattuta alla fine di novembre qualche giorno prima di Austerlitz. Il principe Dolgorùkov si scontrò con un reparto di cavalleria nemica  restando padrone del campo e della cittadina.
Di entrambe le battaglie parla anche Tolstoj, in Guerra e pace.

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