Napoleone in Russia

Il “Piano degli Sciti”
                    (Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

 


Parte seconda.           (Leggi la prima parte)                                                  

Il silenzio e l’attesa.

 E lui, Napoleone, l’uomo del destino, il genio della guerra? Psicologicamente  è male in arnese e presagisce il peggio.  Alessandro non risponde alle sue lettere: allora  si sente offeso e progetta  di marciare su Pietroburgo  per fargliela pagare. I suoi  marescialli, Davout, in testa , lo riportano con i piedi per  terra: riflettete , sire; l’inverno si  avvicina ; i nostri soldati già adesso  hanno poco da mangiare; non possiamo reggere una seconda campagna; lungo la strada per Pietroburgo non ci sono magazzini o ripari e così via. Tutte cose, del resto, ben note all’imperatore.
Il tempo passa, la situazione peggiora,  ma  Napoleone, inspiegabilmente,  non si muove da  Mosca.  Spera in un miracolo o vuole negare  a se  stesso l’evidenza del fallimento e della sconfitta?

Cambia abitudini. Prima così frugale, ora  mangia troppo; prima così attivo, ora  passa in ozio molto del suo tempo, leggendo romanzi. Con tutti i problemi di quella situazione apparentemente senza via d’uscita, dedica  tre sere a stilare e a rivedere il regolamento dell’Opera di Parigi. Passa e ripassa  in rassegna le truppe: i  soldati, con le uniformi  in disordine  e  con le scarpe sfondate , si sforzano  di apparire marziali  ai suoi occhi.  Fa smontare  la  croce dalla torre di Ivàn il  Grande : progetta di portarla  in Francia, a Les Invalìdes,  una volta lasciata, da vincitore,  la Russia.  E’ un gesto sacrilego agli occhi del popolo russo: la croce  di Ivàn , infatti, è, per tradizione,  una specie di talismano, al possesso del quale è legata la salvezza dell’intera  nazione . E, quasi a ricordarlo a Napoleone, uno stormo di corvi , gracchiando, continua a volare  intorno alla croce  mentre i genieri francesi portano a termine l’operazione. “ Strano”, commenta l’imperatore, “Sembra quasi che quei corvi  vogliano difenderla”. Se anche gli animali si mettono  a combattere , figurarsi gli uomini.
Qualche volta, però, si ricorda di essere  Napoleone. Il 16 ottobre, ad esempio, impartisce  una disposizione ai suoi collaboratori: chiedere rinforzi ai sovrani alleati. E, da maestro della propaganda qual è, aggiunge: pubblicare con ampio risalto su tutti i giornali la notizia e raddoppiare le cifre delle truppe richieste. Sa benissimo questo: Mosca non ha importanza strategica, ma ha un’enorme importanza politica. Ma come farla fruttare se, dall’altra parte, lo zar, Kutùsov e compagnia bella tacciono e fanno i pesci in barile? Proviamo un po’ a smuoverli, dando l’impressione di una mobilitazione e di un impegno ancora più vasti. Tempo perso.
Dà, allora,  l’ordine di fermare a Smolènsk  l’artiglieria diretta  verso Mosca, e , a Vjazma Gyatz e Mozàjsk,  le truppe in marcia verso l’antica capitale. Lo fa, afferma, a scopo prudenziale, ma pochi ci cascano: in giro c’è aria di smobilitazione. Eppure, pochi  si adoperano per dotare i soldati di scarpe e di abiti adatti; pochi pensano a forgiare ramponi da applicare ai ferri dei cavalli in previsione di una marcia su terreni ghiacciati. Tanta leggerezza, tanta superficialità  sembrano inspiegabili.

Se Napoleone piange,  Kutùsov non ride. Anch’egli ha i suoi guai, un esercito ancora  male in arnese – anche se rinvigorito da nuove reclute  e da nuovi cavalli – l’ostilità palese dello zar e quella, altrettanto palese, di buona parte  degli ufficiali del proprio stato maggiore. Il primo non gli perdona l’abbandono di Mosca, gesto “ di cui porterete la responsabilità” gli scrive; i secondi non approvano la sua  tattica attendista .
E non l’approva, soprattutto, sir Robert Wilson, generale, mandato lì a ficcare il naso per conto dell’Inghilterra, ma molto ascoltato, tramite l’ambasciatore Catchard,  anche  dallo zar. Secondo Wilson,  Kutùsov non sa fare il proprio mestiere. Quando gli si parla di attaccare inventa mille scuse e mette in campo mille pretesti: una volta è la posizione sfavorevole, una volta è l’incompletezza delle informazioni, un’altra le necessità di non rischiare troppo l’esercito. E così via. E’, secondo lui,   debole, inetto e incapace.
Ma perché il feldmaresciallo aspetta e  prende tempo? Teme Napoleone? Certo che lo teme, ma  teme di più,  come abbiamo visto,  di compiere un passo falso. Dopo Borodinò, ha capito questo: la salvezza della Russia può essere compromessa  se si punta tutto su un’altra Borodinò.   Del resto, che cosa può fare Napoleone?  O rimane  a Mosca o se ne va. E, se se ne va, inutile attaccare, rischiando di perdere uomini e cavalli e  versando altro sangue russo. E’ sufficiente   seguirlo , fargli sentire la presenza di un esercito che cresce ogni giorno di più, mentre il suo  si assottiglia, colpirlo con azioni di disturbo, impedirgli l’accesso ai rifornimenti. Per questo gli si è messo di fianco. Ma se Napoleone  resta a Mosca… Se resta a Mosca è un guaio. Prima  o poi bisognerebbe  muoversi, assumere l’iniziativa, andare  a stanarlo e  allora potrebbe succedere di tutto. E questa eventualità  lo preoccupa, molto, molto di più degli intrighi del suo stato maggiore e del tono gelido delle   lettere dello zar.

La fine dell’inizio: da Tarùtino a Malo-Iaròslavietz.

 Murat, ormai  incollato ai  russi, scrive a Napoleone: il nemico si rafforza  e  qui dove  mi  trovo  non mi sento tranquillo: ho il fianco sinistro scoperto e, davanti a me, un burrone scosceso , difficile da superare. Per ora i russi non sembrano avere intenzione di attaccarmi, ma sarebbe meglio che mi ritirassi  su posizioni più sicure. Ritirarsi? Non sia mai. Napoleone invia allora Lauriston, di ritorno dall’ambasciata presso Kutùsov,  a dare un’occhiata. E’ il 13 ottobre.
Cinque giorni più tardi, i timori di Murat si avverano. Inseguendo  una lepre ferita, un soldato sbuca su un pianoro e, sotto di sé, vede i reparti  del re di Napoli  accampati  alla bell’e meglio  e con il fianco sinistro pericolosamente scoperto. Attaccare? Lasciar perdere?

Peter von Hess (1792-1871), la battaglia di Tarùtino. Pietroburgo, Museo dell'Ermitage.

Contrariamente alle previsioni, i russi questa volta attaccano. Kutùsov, come da copione,  è restio a dare battaglia , ma non può sempre dire di no, soprattutto ora che  il suo esercito è , seppur di poco,  in superiorità numerica . Senza contare, poi, le pressioni che arrivano da Pietroburgo. E così il generale Bagovùt investe i francesi di fronte, Orlov- Denìssov   di fianco. L’attacco riesce, i  francesi hanno la peggio, ma, paradossalmente, vengono salvati dagli stessi attaccanti. I cosacchi di Denìssov , infatti, sbaragliati i nemici, si disperdono  in cerca di bottino, perdono tempo, la tenaglia non si chiude e Murat  sfugge all’accerchiamento. Lo si può ancora intercettare, però, a patto che arrivino rinforzi. Bennigsén, quel giorno comandante sul campo, li chiede  a Kutùsov: il feldmaresciallo, come già Napoleone a Borodinò,  li nega. Apriti cielo!  La codardia del comandante in capo supera di gran lunga  i limiti concessi ai codardi, scriverà Bennigsén   allo zar.
Ma lì, a Tarùtino, nonostante l’impegno profuso, secondo Tolstoj,  da molti ufficiali  russi per far fallire l’attacco e per mettere nei guai il feldmaresciallo,  è successo un fatto nuovo: i russi, per la prima volta, sono passati all’offensiva  e hanno avuto, anche se non fino in fondo,  la meglio. E con poche perdite, per giunta. Questo fatto ha il  potere  di risollevare il morale delle truppe,  compromesso  da tante, troppe  batoste e da tante troppe rinunce.  E non è una cosa da poco.

Vittoria della strategia, dunque?  Non si direbbe.  Il piano perfetto- questa volta preparato da Toll-  viene attuato, stando a Tolstoj, con un giorno di ritardo, perché, il giorno stabilito,  nessun reparto va   dove dovrebbe  andare; il giorno successivo, poi,  quasi  nessuno arriva a destinazione all’orario  previsto. Solo Denìssov e i suoi cosacchi lo fanno:  sono loro a sostenere – e a vincere- la battaglia di Tarùtino. Il generale  Bagovùt ci mette del suo , ma più per una ripicca  personale che per   un piano preciso. Dunque, se niente funziona per il verso giusto, se le colonne marciano tardi o non marciano affatto verso le destinazioni assegnate, se, nonostante tutto questo,  un pugno di cosacchi spaventa a morte un esercito forse più forte, supportato dall’artiglieria e comandato da uno come Murat, allora la belva è  alla fine. Basta saper aspettare ed essa , prima o poi,  stramazzerà da sola. Kutùsov lo ha capito. Ma lo zar e lo stato maggiore, loro capiranno?

Napoleone viene informato di quanto successo  a Tarùtino.E’ livido di rabbia.  No , non si è trattato di una scaramuccia come tante altre: quella di Tarùtino è stata una battaglia vera e propria. E’ ora di finirla,  è ora di andare a cercare il nemico, ridurre lo zar  a più miti consigli e  chiudere la questione una volta per tutte. Esce da Mosca- forse non aspettava altro per decidersi ad abbandonarla- al grido  di “ Andiamo a Kaluga e guai a chi si metterà sul mio cammino !” E’ il 19 ottobre. Scrive alla moglie, l’imperatrice Maria Luigia: lascio Mosca per raggiungere una posizione migliore. In altre parole , alza i tacchi.
Sfilano i reggimenti, sfilano i cannoni, sfilano i carriaggi, una fila interminabile di carri, di carrozze, di carretti, sui quali   i francesi hanno ammassato il bottino strappato alle case e ai palazzi  di Mosca durante sei settimane di occupazione e di saccheggi. A quei carri, migliaia di civili, donne e bambini, francesi e russi, polacchi e “tedeschi,  affidano  la propria vita e l’ ultima speranza di salvezza. Napoleone è contrariato, ma tollera quel disordine: rallenta la marcia dell’Armata, ma come deludere i  soldati? Come privarli della ricompensa per  tutte le fatiche e  i  disagi sopportati  durante la campagna? Fra l’altro, anch’egli, su qualcuno di  quei carri, ha sistemato- corre voce-  il proprio bottino personale. Pochi di quei carri arriveranno  sulle sponde della Beresina.
Due giorni dopo lo raggiunge il maresciallo  Mortier, ex governatore della ville asiatique: ha con sé ottomila uomini e, dietro di sé, le rovine del Cremlino, fatto saltare in aria secondo gli ordini dell’imperatore. Commenta Tolstoj: il bambino ha voluto distruggere la mattonella nella quale è inciampato. (E non sarà la sola.  Quando raggiungerà  di nuovo Smolènsk, Napoleone ordinerà a Ney di fare saltare in aria le mura della città. Un  ordine  privo di qualsiasi logica e non solo  militare. E, benché colpite, le mura, incrollabili come la Russia,  si ostineranno  a restare in piedi. Come gran parte di quelle del Cremlino, del resto).

Uscito da Mosca, Napoleone si dirige a sud, lungo la vecchia strada di Kaluga, la stessa  nei pressi della quale Murat, il giorno prima,  è stato sconfitto dai russi. Con lui ci sono, stando a Sègur, centomila uomini. Piove.
Percorse alcune verste, Napoleone devìa verso est e  raggiunge, non senza fatica, la strada nuova di Kaluga, lasciando Ney e Murat a proseguire sulla vecchia, per  trarre in inganno  i russi. Manovrando in questo modo, spera di sopravanzare Kutùsov  e di tagliargli la strada.  Sembra dirgli bene: i russi, stando alle prime informazioni, non si sono accorti di niente. Inoltre, il generale Delzons ha raggiunto  il villaggio di Malo-Iaròslavietz, l’ultima posizione da cui Kutùsov  può  sbarrare il cammino all’Armata.
Napoleone è abbastanza soddisfatto. Lo sarebbe meno se sapesse dell’errore commesso da Delzons. Arrivato, come abbiamo visto,  sul far della sera a Malo-Iaròslavietz, il generale  non se l’è sentita o non ha avuto il tempo di occupare le alture intorno al villaggio e si è posizionato in basso, sulle rive del fiume Louja(o Lutza). Il giorno seguente,  i francesi pagheranno col sangue  questa leggerezza.

Mentre Napoleone si dirige  verso Malo-Iaròslavietz, il campo di Kutùsov è in agitazione : corre voce che   diecimila francesi  si trovino nei pressi del  vicino villaggio di Fomìnskoie. Bisogna  andare a vedere. Il feldmaresciallo sceglie per la missione  il generale Doctùrov,  soldato esperto, prudente  e  avvezzo a condurre  operazioni pericolose. Un fior di generale, questo Doctùrov,  anche se poco considerato rispetto ai vari  Bagratiòn, Barclay, Raièwski , Miloràdovic, ecc. E ignorato, o quasi, dai cantori –  Puskin in primo luogo- di quella irripetibile pagina della storia russa. L’unico a rendere il dovuto  omaggio a lui e a un altro come lui, il generale Konovìtzin,  è Tolstoj. D’altronde è naturale: per il grande romanziere russo,  Doctùrov e Konovìtzin, gente di poche parole e di molti fatti, uomini d’azione e non uomini da tavolino, sono, come Kutùsov e come Bagratiòn  l’espressione vera e profonda dell’anima e del temperamento del popolo russo. E, per questo,  hanno tutta la sua simpatia.
Dunque Doctùrov si mette in marcia  con i propri uomini e si avvicina alla località di  Fomìnskoie. Si aspetta di trovare una divisione o tutt’al più un corpo d’armata ;  prima di arrivarci , si trova , invece, davanti l’intero esercito francese, Napoleone compreso. C’è un’unica cosa da fare: dirigersi  verso Malo-Iaròslavietz e tagliare la strada all’imperatore.  Doctùrov lo capisce subito, ma capisce anche l’eccezionalità di quella situazione:  prima di agire bisogna informare Kutùsov.
Il feldmaresciallo   dorme  o, meglio, cerca di farlo fra mille pensieri   quando  un ufficiale inviato da Doctùrov arriva al quartier generale.  Konovìtzin,  il generale di servizio,   ha la febbre e sta cercando di riposare, ma quando sente la notizia, si alza di scatto  e nonostante la forte indisposizione  si dirige insieme al messaggero  verso l’alloggio di Sua Altezza Serenissima. Strada facendo, molti ufficiali dello stato maggiore, appresa la notizia e in preda all’entusiasmo, immaginano, chi  mentalmente, chi   a voce alta,  piani di battaglia   i cui esiti  si concludono – può essere altrimenti?- con l’aggiramento e la sconfitta inevitabile di Napoleone. E’ arrivato il momento di menare le mani, finalmente.
Kutùsov ascolta  in silenzio l’inviato di Doctùrov, si fa confermare la notizia, poi, senza immaginare né esporre alcun piano, senza consultare alcuna carta,  voltatosi verso il lato della stanza dove sono  esposte le  icone,  alzati gli occhi al cielo,  esclama: “ Le mie preghiere sono state esaudite: Napoleone ha lasciato Mosca. La Russia è salva!”
Non gli importa altro. E  scoppia  a piangere.

L’inizio della fine:  da Malo- Iaròslavietz a Smolènsk.

Che fare?Abbandonare la posizione  e tenersi a debita distanza dai francesi, lasciando loro l’iniziativa? Per Kutùsov sarebbe l’ideale, ma non è possibile. Troppo vicino Napoleone, troppo caldo il ricordo  di  Tarùtino.  Darà battaglia, allora, ma a modo suo. Non  sono più i tempi di Poltava, quando Pietro I  poteva permettersi il lusso ( il lusso?) di sacrificare dieci russi per uno svedese, vantandosi di averci guadagnato nel cambio. Il feldmaresciallo non darebbe la vita di uno dei suoi nemmeno in cambio di quella di dieci francesi. Perché Napoleone ha lasciato Mosca? si chiede. Lo ha fatto, forse,  perché  cerca la battaglia decisiva per costringere lo zar alla pace? Nemmeno per sogno. Napoleone ha abbandonato Mosca ,  perché sta scappando a gambe più o meno levate. E se scappa, ha senso versare altro sangue russo? Non gli  interessa la cattura di Napoleone;  non gli interessa la vittoria in battaglia; non gli interessano le sorti dell’Europa così care a Wilson e agli inglesi: gli interessano  soltanto la sorte della  Russia e quella  dei propri soldati. “ Pazienza e tempo: ecco i miei alleati!” Non ne ha altri, del resto,  né lì né a Pietroburgo.
Lo zar e Wilson, infatti,  neanche  a farlo apposta, la pensano in modo diverso. Per loro, è Napoleone l’obiettivo. Tolto di mezzo lui, l’Europa potrà tornare a girare sui vecchi cardini. E così si uniscono al coro di quasi tutti i generali  dello stato maggiore e  non risparmiano critiche feroci alla condotta del  feldmaresciallo. Ma che diavolo sta facendo Kutùsov? Perché va così piano? Perché non affonda il colpo? Perché si lascia scappare tutte le occasioni?

Peter von Hess, la battaglia di Malo-Iaroslawietz.

Se lo chiede anche Doctùrov  inattivo  nei dintorni di Malo-Iaròslavietz.  Attende ordini, il tempo passa e gli ordini non arrivano. Ma che cosa aspetta  Michail Ilariònovic? Poi, finalmente, l’ordine arriva: Doctùrov occupa le alture e su di esse piazza i propri cannoni,  ma gran parte della sorpresa è andata a farsi benedire. Dal canto suo Kutùsov non si smentisce e,  quando  si muove con il grosso dell’esercito verso la pianura sovrastante  Malo-Iaròslavietz, non sembra avere molta fretta. E appena può, dopo una mattinata di scontri violenti, abbandona  il villaggio  a Napoleone e si riposiziona  a cavallo della strada di Kaluga, sbarrandola. Lo zar lo rimprovera aspramente . Gli scrive: avevate  l’esercito nemico alla vostra mercé e ve lo siete lasciato scappare.
Non ha capito niente.

Dal canto suo, Napoleone vede  i suoi compiere atti di valore e battersi con coraggio. Vede i soldati di   Delzons cacciare con una carica furibonda i russi posizionati  nelle scarpate attorno a Malo-Iaròslavietz;  vede  cadere Delzons e , dopo di lui, il  fratello; vede  il principe Eugenio tenere testa a Doctùrov ;  vede  i suoi risalire le alture, esserne cacciati,  riprendersi, ritornare su e mettere in fuga i russi. Ma vede  anche- copione già noto- il villaggio andare a fuoco e i russi battersi con accanimento prima di  ritirarsi su posizioni più sicure; vede  i propri soldati cadere,  ode   gli strazianti  lamenti dei feriti. Verso sera si  sistema  in una “ casupola”, come  scrive  Sègur e convoca   Bessières : ha bisogno di sapere che cosa stiano facendo i russi, dove siano posizionati, se, l’indomani, si possa dare battaglia. Il rapporto del suo maresciallo  lo gela: Kutùsov occupa una posizione formidabile, impossibile pensare di averne ragione.
Anche Napoleone ha conosciuto la sua Borodinò.

Il mattino seguente, un’altra sorpresa:  con il favore dell’oscurità , l’ataman Plàtov ha  portato  i propri cosacchi alle spalle dei francesi e si è  gettato  sui carriaggi e sulla retroguardia , dividendo in due l’Armèe. Alcuni dei suoi uomini arrivano a un tiro di schioppo da Napoleone, circondano lui e il suo seguito, sbalzano di sella il generale Rapp  abbattendogli  il cavallo e incalzano gli altri. Solo il  movimento casuale  di alcuni  reparti di cavalleria francese nella sua direzione e il desiderio di bottino degli attaccanti salvano Napoleone. Alla fine,  i cosacchi in sella ai loro arruffati cavallini lasciano  il campo,  cavalcando  al passo fra gli intervalli degli squadroni francesi e caricando, con calma, le armi. Si dirigono,  indisturbati e quasi irridenti,  verso la cittadina di  Medy’n.
Quella  sera l’imperatore ordina di bruciare tutta la corrispondenza con i propri ministri e si fa consegnare una fiala di veleno:  d’ora in poi non correrà più il rischio di essere fatto prigioniero.  Prima di allora,  un pensiero del genere  non l’aveva neppure sfiorato.

Napoleone è messo male: Kutùsov gli sbarra la strada per Kaluga, Plàtov con i suoi cosacchi, quella per Medyn. Ma bisogna pure decidersi a fare qualcosa, non si può stare lì all’infinito. Nella “ casupola” di cui parla Sègur adesso, convocati dall’imperatore,  ci sono anche Murat, Berthier, Davout, Bessières e  il principe Eugenio.  E un mucchio di opinioni contrastanti. C’è chi è per sbloccare la strada di Kaluga( Murat), chi, invece,  quella per Medyn.  Davout sostiene la necessità di puntare verso le intatte  e ricche province russe  del sud.  Interessante quest’ultima proposta , ma è  praticabile? L’esercito ha il tempo contato, non può perderlo andando in cerca di viveri e di foraggio, ribatte Napoleone. Lungo il cammino servono guarnigioni, depositi di viveri, una “ strada preparata”, insomma. La direzione è Smolènsk, non si scappa. Resta da vedere da dove raggiungerla. Napoleone  riflette, scarta Kaluga e Medyn e sceglie, invece, la strada per Mozàjsk. Andrà a nord.
Kutùsov , intanto, posizionato all’estremità meridionale della pianura  di Malo-Iaròslavietz( Napoleone tiene la parte nord) ordina la ritirata in direzione del  fiume Okà. Va sud. Dunque, quasi nello stesso momento, lì sul campo di battaglia  ancora insanguinato, le due armate, quella russa e quella francese, si voltano le spalle e prendono  due  direzioni  opposte.

La mossa dell’imperatore di puntare su Smolènsk, via Mozàjsk, ha dato luogo a molte interpretazioni, alla luce, naturalmente, degli avvenimenti successivi. Von Clàusewitz non ha dubbi: era l’unica mossa da fare. La necessità di poter disporre  di una “ strada preparata” era  prioritaria  rispetto a tutte le altre opzioni. Tolstoj la considera invece una sciocchezza, un errore madornale: il ritorno della belva ferita a morte  sulla pesta conosciuta.  Come si fa, scrive, a essere così sciocchi da dirigersi, con la cattiva stagione alle porte, verso luoghi devastati e inospitali. Ma se anche Napoleone   si fosse  diretto altrove, come suggerito da Davout, sarebbe stato lo stesso: il fuoco aveva  il medesimo  potere distruttivo sia a nord , sia  a sud ;  la rabbia del popolo russo  era   la medesima , sia a nord , sia a sud, commenta lo scrittore.

Quando Napoleone raggiunge Smolènsk, succede il finimondo. I viveri non  vengono distribuiti, ma saccheggiati dagli uomini affamati e le scorte di quindici giorni se ne vanno in tre. Bisogna ripartire in fretta verso Kràsnoie e la  Beresina. Ma dove sono i russi? Sono vicini? Sono lontani? Napoleone non ha quasi più cavalleria e non può ordinare  frequenti ricognizioni; quando gli arriva un’informazione e gli viene  segnalata la presenza del nemico in una determinata località, l’informazione ricevuta è già vecchia, perché nel frattempo il nemico si è spostato altrove. Kutùsov,  pur stando relativamente meglio rispetto a Napoleone e potendo contare sui cosacchi, è , più o  meno nella stessa situazione.  Insomma, i due eserciti si spostano sapendo poco l’uno dell’altro, delle reciproche posizioni, delle distanze che li separano o che li riavvicinano. Quando, ad esempio, Napoleone abbandona Smolènsk,  Kutùsov, nel seguirlo, lo sopravanza ,  forse senza volerlo o forse no, e  nei pressi di Kràsnoie,  se  lo ritrova davanti.  La distanza fra i due eserciti  è troppo breve perché si possa evitare lo scontro. Ancora una volta  Kutùsov sembra non volerlo, ma  ancora una volta deve giocoforza accettarlo.

Da Kràsnoie alla Beresina.

La battaglia di Kràsnoie dura quattro giorni, dal 15 al 18 novembre ed è caratterizzata , per tutta la sua durata,  dall’indecisione dei russi, sempre a un passo dalla vittoria , ma incapaci di affondare- o non interessati  a farlo- e  segnata, all’epilogo,  dalla coraggiosa  e temeraria  ritirata di Ney, accolto, fra le sue braccia, da Napoleone, quando tutto sembrava perduto.
Scrive Sègur: i russi, in evidente e schiacciante superiorità numerica, durante quei giorni, tennero in pugno  l’imperatore, ma ne ebbero paura. Si fermarono davanti all’aura quasi magica  che lo avvolgeva. E commenta:  ci si poteva spettare altro da un popolo fondamentalmente  superstizioso? ( Per un francese di allora , figlio della Rivoluzione,  fede e superstizione coincidevano). In realtà Napoleone e la sua aura magica c’entrano poco:  i russi ci vanno piano, perché Kutùsov, come al solito,  non vuole rischiare più del dovuto i propri uomini e perché anche l’esercito russo ha  i suoi guai.

Durante la battaglia di  Kràsnoie  succede di tutto.  Bennigsén ( sarà  silurato di lì a poco da Kutùsov), forte di una superiorità schiacciante,  infierisce,  di propria iniziativa  e contro il parere del feldmaresciallo, su quindicimila italiani affamati e ridotti allo stremo; il principe Eugenio, figlio adottivo dell’imperatore, si disimpegna  sfilando  di notte,  con le proprie truppe,  a pochi metri da  Miloràdovic, riuscendo a farla franca solo perché un suo soldato polacco che parla russo inganna una sentinella nemica  spacciando quella marcia per la marcia della divisione di Uvàrov in missione  segreta(!) ; il generale  francese  Roquet, il 15, conduce un attacco alla baionetta contro posizioni ben più forti ottenendo un insperato successo.
Infine, Ney e la sua leggenda. Circondato da tre parti,  ormai allo stremo e tagliato fuori  dall’esercito in ritirata,  il maresciallo conduce i suoi verso il Dnepr. “Muoversi! “ ordina” Si va verso il fiume. Il Dnepr non è gelato ? Gelerà”. Ha  tremila uomini con sé.  Sull’altra riva , insieme a Ney, transitato per primo  sul ghiaccio ancora sottile,  ne arriveranno ottocento. Il Dnepr inghiottirà gli altri.  Con Ney ci sono anche  numerosi civili: resteranno sull’altra sponda, alla mercé dei cosacchi. Qualche carro cerca di passare, ma il  ghiaccio non tiene. Stando alla testimonianza di chi racconta quegli avvenimenti, le urla di disperazione e di terrore di chi affonda nelle acque gelide del Dnepr, sono meno drammatiche rispetto al successivo,  terribile,  silenzio.

Se quella di Kràsnoie fu una battaglia confusa   negli episodi, fu chiarissima, fin dall’inizio, nella sua impostazione: Kutùsov non aveva alcuna voglia di rischiare i suoi e, alla prima occasione, abbandonò il campo; Napoleone  aveva  una voglia dannata di togliersi di lì per raggiungere la  Beresina e andarsene, salvando quanti più soldati possibile. Da Mosca a Kràsnoie, infatti,  la sua armata si era ridotta  ulteriormente di numero: centomila uomini, secondo Ségur,  lasciarono la capitale, trentaseimila fronteggiarono i russi a Kràsnoie. La cavalleria francese  non  esisteva  quasi più: millecinquecento uomini in grado di stare in sella all’uscita da Smolènsk, quasi la metà  a Kràsnoie( riunita, fra l’altro, in uno “squadrone sacro” a difesa dell’imperatore) . Si capisce , allora, l’atteggiamento di Kutùsov: perché rischiare anche un solo uomo, quando l’intera armata nemica, ormai, si è disgregata?
Scrive Tolstoj:  quando entrarono  a Mosca, i francesi erano ancora  un esercito. Arrivati a Mosca, si introdussero  nelle case e, sparpagliandosi in mille direzioni,  in cerca  di bottino, cessarono di essere soldati e diventarono saccheggiatori. Che l’esercito francese non esista più è anche la ferma  convinzione dell’anziano  feldmaresciallo russo, l’unico a capire appieno gli effetti e le conseguenze del conto salato pagato dai francesi a Borodinò.  Ma commette un errore: non lo rivela apertamente. E così, la sua condotta  è sempre più criticata   e lui passa per un rimbambito e per un incapace. Quando va bene, s’intende. Perché c’è  anche chi lo sospetta di intelligenza con il nemico.

Napoleone lascia Kràsnoie in fretta e si dirige verso la località di  Borizòv. Il tempo è peggiorato , nevica spesso, di notte il freddo si fa sentire. I soldati, stanchi morti   e sfiduciati, marciano come automi; i congelamenti non si contano; chi è esausto e sfinito  cade a terra e non si rialza più:  la neve, lentamente, lo ricopre. Chi ancora si regge in piedi non  fa neppure  caso a quelle montagnole bianche, sempre più numerose, sempre più sinistre: si limita, semplicemente, a scavalcarle. Qualche volta, a sorpresa, è ..il nemico a soccorrere l’invasore. L’episodio del capitano Ramballe e del suo attendente, accolti, nutriti e riscaldati in quanto “ essere umani” dai russi, raccontato da Tolstoj in “Guerra e Pace  è la trasposizione letteraria di fatti effettivamente verificatisi  e documentati.
“Mangeranno carne di cavallo, come i turchi!” aveva esclamato  una volta Kutùsov. E’ stato facile profeta. Affamati e ridotti allo stremo, i soldati di Napoleone arrivano in vista di un fiume  impetuoso e gonfio le cui acque, in alcuni punti, trasportano grossi  lastroni di ghiaccio: la Beresina.

Forse ai bambini russi   si racconta ancora  la favola del luccio al quale i topi mangiarono la coda: il  luccio è l’ammiraglio russo Cìciagov, i topi i francesi di Napoleone. Che si fecero beffe di lui, a Studiànska( o Studienka) , sulla Beresina.  Ai russi, quel  giorno,  andò tutto storto, a Napoleone tutto bene; i russi non si capirono, non poterono  o non vollero capirsi.  Napoleone giocò il tutto per tutto, riscattando, come scrive von  Clàusevitz, con quell’azione tutti gli errori commessi in precedenza durante la campagna di Russia. Anzi, sempre secondo Clàusewitz, alla Beresina l’imperatore aumentò il proprio onore e la propria gloria. Questione di punti di vista, naturalmente.
Quello di Tolstoj, neanche a farlo apposta,  è diverso. Inutile accusare questo o quell’altro, questa o quella manovra, questa o quell’indecisione, questo o quell’errore; inutile tirare in ballo il genio di Napoleone:  le cose alla  Beresina andarono come andarono perché così dovevano andare.  I russi volevano  tagliare la ritirata all’esercito francese e catturare Napoleone? Falso e  per due ragioni: far prigioniero Napoleone e tagliare la ritirata all’esercito francese   non aveva alcun  senso(  prima ragione ) e, soprattutto, era impossibile(  seconda ragione).
Non aveva senso,  perché il desiderio  dei soldati  russi e di chi li comandava sul campo, era  che i francesi, come stavano facendo,  lasciassero la Russia alla maggiore velocità possibile. Non aveva senso, in quelle condizioni, pestare la coda al serpente. E se si fosse rivoltato? Se avesse cercato di mordere con tutta l’energia  e la forza di chi si sente senza via d’uscita? Non aveva senso fare pressione su un esercito già di per sé in dissoluzione; non aveva senso catturare altri nemici quando, per sorvegliarli si sarebbe dovuto indebolire un esercito già indebolito di suo dai combattimenti di Malo-Iaròslavietz, di Smolensk,  di  Kràsnoie  e tormentato  dalla fame.  Da Tarùtino alla Beresina , infatti, i russi avevano perduto, fra caduti, feriti e sbandati,  migliaia di  uomini;  molti soldati  erano privi di  scarpe da neve, pellicce, colbacchi; qualcuno, addirittura, non indossava  neppure l’uniforme invernale.
Ed era impossibile, perché , secondo  Tolstoj, i piani non  riescono  mai come stabilito a tavolino; era impossibile  perché riunire le colonne di Cìciagov, di Wittgenstein, di Kutùsov  in un punto preciso, in un momento  preciso  equivaleva  a ignorare le condizioni oggettive dell’esercito russo sul campo  e  a credere alla favole; era impossibile  perché ci sarebbero voluti molti più uomini   per opporsi al movimento sempre più veloce e compatto – non più sparpagliato e, quindi, più pericoloso- dei francesi verso la salvezza; era impossibile  perché “tagliar fuori” un esercito è solo una  frase vuota. Tagliarlo fuori da che cosa? si chiede Tolstoj. Se gli sbarri la strada lungo una direzione, può prenderne un’altra e se  anche questa è sbarrata, un’altra ancora e così via. E conclude: “ I russi, che la morte aveva scemati della metà, fecero..[ alla Beresina.].. tutto quanto si poteva fare e doveva essere fatto per conseguire uno scopo degno del loro popolo e  non hanno colpa se altri russi , stando in camere ben riscaldate , immaginarono   che si potesse fare ciò che era impossibile”.

Il piano russo preparato “in camere ben riscaldate “ anche con lo zampino di una nostra vecchia conoscenza, Pfull ( o Phull),  prevede   l’accerchiamento dell’esercito francese e la  cattura di Napoleone. E, come tutti i piani preparati  a tavolino, come tutti i piani preparati da Pfull,  è, sulla carta,  perfetto e infallibile. Il trionfo della teoria.
Kutùsov lo aveva ricevuto subito dopo  la battaglia di Tarùtino: gli aveva dato  un’occhiata , aveva assicurato, come faceva sempre in questi casi, di metterlo in pratica . Per non creare, standosene zitto, ulteriori sospetti , si  era limitato  a fare presente una certa difficoltà nell’organizzare spostamenti di truppe su vasta scala e , convinto della  completa inutilità del piano, lo aveva messo  da parte.  Per esperienza,  fin dai tempi di Austerlitz , sapeva anche troppo bene come andavano a finire, alla prova dei fatti,  i piani preparati  nei minimi dettagli!

Alla base del piano di Pfull  e soci c’è, più o meno, il seguente ragionamento: Napoleone, prima  o poi,  dovrà lasciare Mosca. Quale direzione prenderà? La direzione Mosca- Smolènsk-Vitébsk o la direzione Smolénsk- Orsha- Borìsov- Minsk? Se fosse andato verso Vitébsk, l’esercito russo lo avrebbe dovuto bloccare sul fiume Ula; se, invece, come era più probabile, avesse scelto  quella verso Borìsov-Minsk, l’appuntamento era fissato sulla Beresina. Insomma, a San Pietroburgo si voleva la battaglia a tutti i costi.
Sul fiume Ula o sulla Beresina si sarebbero dovute incontrare, a seconda delle circostanze,  le colonne di  Wittgenstein, provenienti da nord, quelle dell’ammiraglio Cìciagov- un raccomandato dello zar- da sud e quelle di Kutùsov, dal centro. Preso in mezzo fra queste tre armate,  Napoleone non avrebbe avuto scampo. Secondo Pfull, naturalmente.

Sulle prime, il piano sembra funzionare. Cìciagov entra a  Minsk, abbandonata dal  governatore francese, occupa  Borisòv,  ma, quando subisce il contrattacco di Oudinot,  è costretto ad andarsene. Prima di ritirarsi, tuttavia,  fa mettere fuori uso l’unico ponte sulla Beresina.
Napoleone con il grosso dell’esercito, è a tre ore di marcia da Borisòv e non fa in tempo a intervenire per impedire la distruzione del ponte. “E’ destino” esclama “ che in questa guerra non si facciano che errori!” Poi si calma e studia la situazione per cercare una via  d’uscita. Chino sulle carte, indica col dito un punto: qui? No, niente da fare, gli viene risposto, lì il fiume è troppo profondo. E qui? Chiede Napoleone. No si può passare neppure lì. Una brutta situazione. E qui?  Quelle sono le terre dei cosacchi.  “ Ah sì, Poltava!”, mormora Napoleone.
Intanto, sulla Beresina, il generale Corbineau  si sta riposizionando per sfuggire a  Cìciagov. Detto in altri termini , si ritira. A un certo punto, nota un lituano a cavallo  provenire dalla direzione del fiume. Lo interroga: sì ha attraversato la Beresina, c’è un guado poco distante abbastanza accessibile. E’ lì vicino, a Studiànska. E’ una buona notizia. Se le  cose dovessero mettersi male, quel guado assicurerà almeno a Napoleone e alla sua guardia un passaggio sicuro. Murat anticipando i tempi, prega l’imperatore di mettersi subito in salvo. Neanche per idea, risponde  un  Napoleone accigliato . Poi si calma: la prenderei come un’offesa se non conoscessi la vostra   devozione per me, aggiunge.
Dunque Napoleone resta e  mette a punto la sua celebre  mossa: non cercherà di attraversare  il fiume a Borisòv,  cercherà di farlo  a Studiànska.   Ma come riuscirci  se i  russi sono sull’altra sponda e lo aspettano con l’artiglieria?  Creando una diversione, in altre parole ingannandoli.  Viene fatta circolare ad arte  la notizia che l’Armèe attraverserà   il fiume all’altezza di  Borisòv ; in quella direzione vengono mandati , fra rullar di tamburi e squilli di tromba,  interi reparti  con, bene in vista,  il materiale per mettere in funzione un ponte . Intanto il grosso dell’esercito  si raccoglie nei dintorni  di Studiànska, occupata nel frattempo. Per  non compromettere l’onore- non si  sa mai-  Napoleone ordina di riunire le insegne dei reggimenti( le aquile imperiali) e di dare loro fuoco.

Cìciagov, il luccio, abbocca. Wittgenstein, trattenuto dalle truppe  fresche del maresciallo Victor,  è in ritardo; Kutùsov è  ancora molto lontano e, come il suo solito, va  a caccia della lepre con il carro, cioè   è  di una lentezza esasperante. Per tutte queste ragioni,  i francesi possono svignarsela , passare il fiume nei dintorni di  Borisòv,  raggiungere la strada per  Minsk  e farla franca, pensa l’ammiraglio.  Sarebbe una specie di disastro, per lui e per la Russia:  bisogna fare qualcosa. E, così, Cìciagov  ordina alle sue truppe, anche a quelle sulle alture davanti a Studiànska, di dirigersi verso Borisòv per impedire ai francesi di attraversare la Beresina.
Napoleone non sa ancora della decisione  dell’ammiraglio.  A sera , sul fiume, a Studiànska , sono arrivati i genieri del generale Jean-Baptiste  Eblé, con  mezzi scarsi  e pochi pontoni.  Servendosi di materiale di fortuna, cominciano a costruire il ponte sul quale dovrà passare l’esercito. La corrente è impetuosa;  in alcuni punti,  i cavalletti  non tengono e il lavoro deve ricominciare da capo.  Si va a rilento, il ponte non viene finito: dovrà esserlo l’indomani, in piena luce e, si pensa, sotto il fuoco nemico.
E, in effetti, il mattino seguente, alle prime luci dell’alba ,  i russi della divisione  Ciapliz sono ancora lì, sulla sponda opposta ,  con i loro cannoni e  con la loro cavalleria. Eblé riprende il lavoro, ma i russi, inspiegabilmente,  non fanno fuoco: anzi, a un certo punto, i francesi, meravigliati,  vedono i reggimenti di Ciapliz  abbandonare le posizioni.  Che cosa sta succedendo? Perché i russi se ne vanno? Semplice:  Cìciagov, informato di quanto sta avvenendo a Studiànska, ritiene si tratti di una diversione e vuole tutti  nei dintorni di  Borisòv. “ Ho ingannato  l’ammiraglio!” esclama Napoleone.

La partenza di Ciapliz è tanta manna per i genieri francesi. Il ponte non è ancora ultimato , quando Napoleone ordina alle sue  avanguardie di avanzare verso l’altra sponda. Attraversata la Beresina,  i francesi non faticano molto ad avere ragione dei pochi cosacchi rimasti e, poco alla volta, quel che resta  dell’esercito si mette al sicuro.   C’è il problema dei civili, però. Eblé  comincia  a  costruire un secondo ponte, più grande, in grado di reggere il passaggio dei carri e delle carrozze. Bisogna fare in fretta: Cìciagov prima o poi si renderà conto di essere stato menato per il naso  e tornerà sui propri passi. Cosa che puntualmente si verifica. Ma ormai è tardi : Napoleone è  sull’altra sponda e con lui l’intero  l’esercito e molti civili, passati sul secondo ponte, tirato su  a tempo di record dai genieri francesi.

Non tutti i civili ce la fanno, però. Chi è ancora sull’altra sponda , in attesa del proprio turno, vede avvicinarsi i russi  e  si ammassa sul  ponte, aumentando la confusione. Poi Eblé, su ordine dell’imperatore, fa  appiccare   il fuoco ai ponti, consegnando civili e feriti, ancora in gran numero al di là della Beresina, nelle mani dell’ammiraglio russo.
Qualcuno ha fortuna . Un bambino , scivolato dalle braccia della madre trascinata via dalla corrente  viene   salvato da un soldato francese a rischio della propria vita. Lo  porta a riva, al sicuro: terrà con sé quel bambino e gli farà da padre, giura. La guerra, a volte, nella tenebra  del  suo indicibile orrore  rivela questi momenti di luce.

Vi ricordate Pfull? Quando un piano andava male, di chi era la colpa? Non di chi lo aveva pensato e preparato, ma di chi non aveva saputo metterlo in pratica. E, così, i  comandanti russi sul campo  furono duramente criticati: Wittgenstein  per non essere arrivato in tempo, Cìcagov per essersi lasciato ingannare da Napoleone  e per essersi fatto sfuggire gran parte dell’ esercito francese  , Kutùsov per essersi mosso con lentezza esasperante. Napoleone, al contrario, fu celebrato e il suo genio glorificato una volta di più.

 Epilogo.

Tutto finito, dunque? Nemmeno per sogno. Oltre la Beresina, fino a Vilna, la ritirata , per i soldati francesi, si trasformò in un inferno : soffrirono il freddo, un freddo da trenta gradi sottozero; patirono  la fame, caddero a migliaia. Napoleone, allarmato dalla notizia di un fallito putsch in Francia,  lasciò l’esercito il 9 di dicembre, diretto, via Varsavia , a Parigi.Vi arriverà il 18, accompagnato dal fedele Cauliancourt. Prima di salire negli appartamenti dell’imperatrice, lo congedò dicendogli : Arrivederci Cauliancourt, anche voi avete bisogno di riposo”.
Ultimo dei francesi, il maresciallo  Ney,  principe della Moscova, “ prode fra i prodi”   ripassò il  Niemen il 14 dicembre. Prima di lui lo avevano fatto diecimila soldati, unici superstiti dei 420.000 uomini che avevano attraversato il fiume all’inizio dell’estate.  La campagna di Russia era terminata.

Ne cominciava un’altra, anch’essa sanguinosa e terribile. Alcuni dei protagonisti della campagna di Russia, vi presero parte: per poco tempo alcuni, per l’intera durata della campagna,  altri. Michaìl Ilariònovic Kutùsov, il vecchio feldmaresciallo vincitore di  Napoleone, fu colmato di onori,  insignito della croce di san Giorgio di prima classe e messo , praticamente , in disparte. Continuò a comandare l’esercito, ma il suo stato maggiore fu rimaneggiato e “ orientato”  secondo il volere dello zar. La nuova guerra non era più  la guerra per la salvezza della Russia, era una guerra diversa: occorrevano altre persone, altri comandanti, altre strategie.  Il vecchio principe aveva fatto il suo tempo: non serviva. E del resto, egli si sentiva stanco, ogni giorno di più. Morì il 28 aprile del 1813.
Fu sostituito dal generale Wittgenstein.

 Guerra e Pace.

Questi i personaggi, questi  gli avvenimenti. Vediamo ora come Tolstoj giudica i primi e interpreta i secondi.
Anzitutto:  perché scoppiò quella guerra? Tolstoj  risponde:  perché doveva scoppiare, punto e basta. Inutile cercare i responsabili. Fu responsabile Alessandro, perché si sentì offeso  a seguito della questione dell’Oldenburg o perché ritoccò le tariffe? Fu responsabile Napoleone perché,  inebriato dall’accoglienza ricevuta in Prussia, omaggiato da re e prìncipi ,  non  vedeva limite alcuno alla propria volontà e al proprio  desiderio di potenza? Fu responsabile  il principe Kuràkin perché chiese il ritiro dei passaporti? Se Alessandro non si fosse offeso a seguito della questione dell’Oldenburg, se Napoleone non si fosse sentito onnipotente, se il principe Kuràkin fosse stato più prudente,  in altri termini se non si fossero verificate quelle circostanze,  la guerra  non sarebbe scoppiata ?  Sarebbe scoppiata ugualmente. Magari  per altri motivi,  magari  per il concorso di circostanze diverse, ma sarebbe scoppiata.
Guerra doveva essere e guerra fu.

In secondo luogo: ci fu davvero un “ piano degli Sciti”? In altre parole, i russi si ritirarono intenzionalmente, facendo terra bruciata e  attirando i francesi sempre più in profondità e sempre più lontano dalle proprie linee di rifornimento? Barclay de Tolly , come abbiamo visto,  sostiene di sì. Fin dall’inizio, dice, fu  quella la mia scelta strategica. Facile dirlo dopo. Il generale  Liprandi, al contrario, sottolinea la totale mancanza di una qualsiasi idea  negli alti comandi russi nelle prime fasi della campagna; Ségur sembra invece  credere all’intenzionalità delle mosse russe e con lui, molti storici di scuole , di epoche  e di Paesi diversi.
Ma , per Tolstoj, ci fu  un piano degli Sciti? Ci fu nei fatti, non nelle intenzioni. I russi si ritirarono e i francesi li inseguirono,   questo è un fatto. E- altro fatto-  inseguendoli, i francesi firmarono la propria condanna a morte. Barclay si ritira ed evita lo scontro  perché  vuole  imitare gli antichi  Sciti e attirare  Napoleone nella trappola?
Non è questa la sua intenzione.
Barclay si ritira prima da Vilna, poi da  Drissa, poi da Vitèbsk, poi da Smolènsk  perché cerca la battaglia . Se non la dà né a Vilna  né a Drissa né a Vitèbsk  né a Smolènsk è perché non se la sente di attaccare un nemico al momento più forte di lui. Se si ritira è perché è premuto da forze superiori, se si ritira è perché cerca la posizione e  le  condizioni migliori  per sferrare il colpo. Quando crede di averle trovate a Zarèvo Saimìsce, giudicata da molti critici posizione migliore rispetto a Borodinò, viene sostituito.  La sua ritirata non è dunque intenzionale, è  dettata dalle circostanze . Una volta bisogna aspettare Bagratiòn, un’altra volta si occupa una posizione indifendibile, un’altra ancora  c’è il pericolo di un accerchiamento, un’altra volta ancora c’è troppa pressione da parte degli “ occhi dello zar”( l’arciduca Costantino e Bennigsén)   e così via. Barclay si ritira perché vuole la battaglia:  le circostanze glielo impediscono.

Anche Kutùsov si ritira  e abbandona Mosca al nemico. Per continuare  e per portare alle estreme conseguenze il piano degli Sciti? Neanche per idea. Kutùsov  si ritira perché  è necessario preservare  l’esercito, l’unica   possibilità di salvezza per la Russia. E quando le parti s’invertono, quando è Napoleone a ritirarsi? Lo segue  “marciando di fianco”, senza intervenire se non quando vi è costretto. E sempre per lo stesso motivo: perché  l’esercito deve essere  preservato.
Dunque , nell’uno come nell’altro caso, fu necessario e  non voluto prima ritirarsi e poi non attaccare il nemico in fuga. Il risultato finale di questo comportamento  fu la dissoluzione  dell’esercito invasore e la sua fuga dalla Russia; ciò che  rese possibili l’una  e l’altra   furono le circostanze  e non  le volontà dei singoli.

E lo stesso vale per Napoleone. Forse voleva la battaglia decisiva o forse no ;  forse non voleva avanzare oltre un certo punto o forse, fin dal primo momento, aveva in testa solo Mosca: furono  le circostanze( il nemico in  continua ritirata,  Mosca ogni giorno più vicina,  la ferma decisione di non cedere dello zar)  a spingerlo  ben oltre i limiti che si era dato, causa prima della sua rovina.  Questo per Tolstoj, naturalmente.
E la battaglia di Borodinò? Anch’essa , per il grande scrittore russo, fu una circostanza  inevitabile, scaturita   dall’impossibilità, morale e militare, di lasciare Mosca al nemico senza colpo ferire.  Sempre secondo l’autore di Guerra e Pace,  Borodinò fu una delle  circostanze decisive, se non la circostanza decisiva. Lo fu per  i russi , costretti ad  abbandonare la città  pur  di preservare quei cinquantamila uomini  in uniforme sopravvissuti al massacro e  senza i quali tutto sarebbe stato perduto; lo fu  per i francesi,  costretti ad avanzare , benché  colpiti a morte e dissanguati dalla loro stessa vittoria. Eppure, quella circostanza si manifestò indipendentemente dalla volontà dei singoli.  Kutùsov, nella condizione in cui era,  non poteva più indietreggiare;  Napoleone , al punto in cui era giunto,  non poteva non andare avanti. La battaglia fu combattuta perché non poteva non essere combattuta.

E la celebre “ marcia parallela” di Kutùsov? Un’altra circostanza, resa possibile da una serie di circostanze  concomitanti  , vale a dire  l’assenza -ancorché momentanea-  del nemico, l’urgenza di raggiungere i depositi di viveri e di munizioni,  il rifiuto del feldmaresciallo  di dare di nuovo battaglia  come  chiedevano Barclay e Bennigsén, ecc . Furono le circostanze più   che la volontà del comandante in capo o quella degli ufficiali del suo Stato Maggiore  a determinare gli avvenimenti. Si chiede Tolstoj: e se  Napoleone si fosse diretto verso Pietroburgo? E se non si fosse trattenuto a Mosca per tanto tempo?  E  se Murat  sulla strada di Riazàn non  avesse abboccato all’amo di Kutùsov? Probabilmente, se queste circostanze non  si fossero verificate o se altre circostanze si fossero verificate,  “la marcia di fianco”  non  ci sarebbe stata  oppure  si sarebbe trasformata in una trappola mortale per i russi.

Kutùsov, infine. Come capo militare fu duramente criticato.  Durante e dopo la campagna. Molti ufficiali del suo stato maggiore lo considerarono inetto e incapace. Qualcuno si spinse oltre e non solo parlò di codardia, ma addirittura avanzò, come abbiamo visto,  l’ipotesi di intelligenza  con il nemico. Le sue mosse sul campo  furono aspramente criticate .  Se fosse stato più deciso, se avesse avuto più coraggio o più forza o più iniziativa, Napoleone sarebbe stato sconfitto in battaglia sul territorio russo  e , forse , fatto prigioniero. Il che avrebbe risparmiato  all’Europa la guerra  del 1813  e , con essa, molte vite. Opinione , questa, condivisa anche da molti storici, non solo dallo zar, da Bennigsèn e da Wilson.
Ma chi è Kutùsov per Tolstoj? Che cosa ha a cuore il feldmaresciallo Kutùsov, per Tolstoj? Le sorti dell’Europa? La fine di Napoleone? Niente di tutto questo. Come comandante militare ,  Kutùsov ha a cuore una cosa sola: la salvezza della Russia e dei russi. Quando capisce di aver vinto, quando cioè vede Napoleone lasciare Mosca, non cerca la battaglia: si limita a inseguirlo e lo “ accompagna” , quasi,  verso la sua  inevitabile rovina. Non è un codardo, è un russo e, come tutti i russi  , ha un unico desiderio: che l’invasore se ne vada. E’ questo il suo scopo, è questo il suo compito.  Tutto il resto-  la politica, le alleanze, l’assetto futuro dell’Europa -  non gli interessa  ed è meno importante della vita di uno solo dei propri soldati .

Come uomo, poi, è l’esatto opposto di  Napoleone. L’imperatore  dei francesi agisce  in Guerra e Pace come un essere disumano , vale a dire in apparenza al di sopra di  qualsiasi debolezza umana. Non sembrano interessargli le sofferenze dei propri soldati, le fatiche e i disagi di ciascuno di essi; sembra insensibile ai lutti e alle  rovine causati ai suoi e  alla Russia ; ogni sua azione sembra essere calcolata in vista di futuri benefici, non dettata dal cuore; in ogni momento  sembra muoversi  su un piano diverso, su un piano dove contano soltanto i proclami, le frasi altisonanti,  gli zar , i principi e i re e le uniche relazioni umane in grado di interessarlo sono quelle con Alessandro, purché egli si pieghi ai propri  voleri.
Al contrario, Kutùsov  è un personaggio profondamente umano. E lo è  non solo verso i propri soldati, la propria terra, le proprie tradizioni, ma , addirittura, verso i nemici. Che lezione, per Napoleone,  le parole rivolte dal vecchio principe  alle truppe il primo giorno della battaglia di Kràsnoie! Si ferma davanti al glorioso reggimento Preobrajénski, lo stesso di cui era colonnello onorario lo zar, e dopo aver ringraziato tutti dal primo all’ultimo , fa abbassare davanti alla bandiera del reggimento un’insegna strappata ai francesi. E, quando le grida di Urrà! si sono calmate, quando la parte “ ufficiale” della cerimonia è conclusa, riprende il proprio discorso. Non è più il generalissimo  a parlare : è l’uomo , adesso, a comunicare ai propri soldati  “ una cosa che ( reputa)più importante di tutte”. Prima di raggiungere le truppe schierate, si è imbattuto in due soldati francesi prigionieri, il volto tumefatto dal gelo,  intenti a lacerare con le mani un pezzo di carne cruda; più in là  ha  visto un soldato dei suoi battere amichevolmente la mano  sulle spalle di un nemico prigioniero. Ne è stato colpito.  Dice ai suoi soldati: “ Faticosa è  per voi questa guerra; e tuttavia, voi siete in casa vostra. Ma costoro” e indica i prigionieri “ Vedete a qual punto si sono ridotti. Peggio dei più miserabili mendicanti. Finché erano forti, noi non ci siamo risparmiati, ma ora, anche di loro possiamo avere pietà. Anch’essi sono uomini. E’ così , ragazzi?” Qualche tempo dopo queste parole, il capitano Ramballe   e il  suo attendente vengono, come abbiamo visto,  accolti , rifocillati e riscaldati dal soldati  russi, i cui sentimenti il generalissimo aveva saputo così bene interpretare.

Comprendere ora,  a tanti anni di distanza,  il significato di quegli avvenimenti, scrive Tolstoj, è facile impresa; capirlo allora era molto più difficile. Ebbene, Kutùsov lo capì. Al contrario di Napoleone,  non pronunciò mai frasi  da consegnare alla storia, non parlò mai di sé, ma, contro l’opinione di tutti o quasi, fece la propria scelta. Perché la fece? Perché lui sì e altri no? Perché, dice Tolstoj, la sua  straordinaria capacità di intuire ciò che poi si sarebbe puntualmente verificato, gli derivava  da “ quel sentimento popolare  che egli aveva in sé in tutta la sua purezza e la sua forza…E soltanto questo sentimento lo innalzò a quella suprema altezza umana , dalla quale egli, il generalissimo, rivolgeva e dirigeva tutte le sue facoltà non allo scopo di uccidere e di sterminare gli uomini, ma a quello di salvarli e di risparmiarli”.
Poteva dire altrettanto Napoleone?

Appendice 

Le  cifre dell’invasione.

C’è chi sostiene che Napoleone avesse ai suoi ordini  più di seicentomila uomini. Passato il Niemen, questo imponente corpo di spedizione procedette lungo tre direttrici: al centro, direzione Mosca,  Napoleone in persona  con più di duecentomila uomini, “ protetto”, a sinistra dall’armata del principe Eugenio e, a  destra, da quella del fratello Girolamo. Più lontani,  sul fianco sinistro, direzione Riga, i marescialli Macdonald e Oudinout e,  sul fianco destro , a sud delle paludi del Pripiot,  il generale Reynier e l’austriaco Schwarzenberg , a contatto con l’armata russa del generale Tormàssov( poi unificata con quella dell’ammiraglio Cìciagov).
Ben presto, per Napoleone,  si rivelarono, in tutta la loro ampiezza, due problemi molto gravi: quello dei rifornimenti e quello dei cavalli. I carriaggi con le salmerie procedevano molto lentamente e non reggevano il passo delle truppe. Risultato: ancora in Prussia, vale  a dire all’inizio della campagna, i soldati francesi, per  mangiare, dovettero  procurarsi il cibo sottraendolo ai contadini del posto. Dapprima  lo comprarono , poi se lo presero  senza tante storie. Una volta in territorio russo, fecero, naturalmente, meno complimenti. Quello di Napoleone era un esercito formidabile,  pensato e organizzato, però,  per la vittoria immediata. Per questo , di solito, si  badava poco ai rifornimenti: la guerra – cioè i saccheggi e le requisizioni- avrebbe nutrito la guerra. In vista della campagna di Russia, tuttavia, i servizi di approvvigionamento furono curati con maggiore attenzione. Furono organizzati convogli  con carri trainati da cavalli o da buoi; formate mandrie di manzi per fornire carne fresca alla truppe  e così via.  I soldati del maresciallo Davout- ma si trattava di un caso più unico che raro-  avevano anche mulini  a mano per macinare il grano.  Se il nemico, tuttavia, si fosse disposto sulla difensiva o si fosse ritirato o avesse , resistendo, fatto terra bruciata intorno a sé, l’esercito di Napoleone  si sarebbe trovato a mal partito. E fu proprio quello che accadde in Russia.
I cavalli soffrivano la carenza di foraggio e di avena, si indebolivano e cadevano per la fatica. Molto spesso non potevano essere  ferrati di nuovo, sempre per via del ritardo dei convogli delle salmerie, si azzoppavano e dovevano essere abbattuti. L’Armèe perse circa un terzo dei cavalli ancora prima di entrare in contatto con i russi.
Se i cavalli mancavano, i soldi abbondavano. Napoleone aveva fatto stampare milioni di rubli falsi e li aveva distribuiti alle proprie truppe . Sarebbero dovuti servire a comprare cibo e foraggio dai contadini russi. Lo stratagemma ebbe scarso successo e, così, i francesi dovettero , una volta di più, ricorrere al saccheggio.

I protagonisti

Bagratiòn, Piotr Ivànovic ( 1765-  1812), principe e generale dell’esercito russo.

Rampollo di un’antica famiglia diretta discendente   della  dinastia reale  georgiana dei Bagrationi, nel 1782 entra nell’esercito. Nel 1778 partecipa alla guerra russo-turca e , agli ordini di Potiomkin, si distingue nell’assedio di Ociarov; nel 1794,  nel corso della guerra contro la Polonia, è promosso generale. Nel 1799 combatte contro Napoleone in Italia agli ordini del leggendario Suvòrov, comportandosi da valoroso. Suvòrov gli farà dono della propria spada, definendolo  “ il mio braccio destro”.
Nel 1805,  alla vigilia di Austerlitz, a capo di una missione  praticamente suicida, riesce a fermare a Hollabruen,  i francesi consentendo  a Kutùsov di sfuggire all’accerchiamento . Nel 1807 partecipa alle battaglie di Eylau e di Friedland  agli ordini di Bennigsén. Dai tratti vagamente orientali,  di  limitata cultura,  coraggioso , buon soldato, ottimo comandante troverà la morte in combattimento   sul campo di   Borodinò ( 1812).

Barclay de Tolly, Michaìl Bogdànovic ( 1761- 1818), Ministro della guerra  e Feldmaresciallo  dell’esercito russo.

Nasce in Lituania , da una famiglia dalle lontane origini scozzesi, nel 1761 ed entra nell’esercito russo in giovane età. Si distingue per il coraggio e la freddezza durante la guerra russo-turca del 1787-89. Nel  1790 combatte contro gli svedesi e , nove anni più tardi, nel 1799, ottiene la nomina  a maggior generale. Nel 1806 è ferito a Eylau. Dopo la convalescenza, riprende servizio partecipando alla guerra contro la Svezia per il possesso della Finlandia. E’ autore di un’impresa clamorosa: attraversa il Golfo di Botnia, ghiacciato, e conquista la città di Umea in Svezia. La fama acquisita con quell’impresa ,  gli fa ottenere la nomina a governatore della Finlandia.
Nel 1809 è nominato Ministro della guerra. Si adopera per riorganizzare l’esercito sull’esempio di quello francese. Nel 1812,  qualche tempo dopo la nomina di Kutùsov a comandante in capo, lascia l’esercito per “ motivi di salute”. Nel 1813 è di nuovo sulla scena: combatte a Bautzen, Dresda e Lipsia. Raggiungerà  Parigi con gli eserciti vincitori di Napoleone. Nel 1814 è nominato feldmaresciallo. Muore nel 1818.

Bennigsén, Levin  August Theophil Leòntevic,( 1745-1826). Generale  dell’esercito russo.

Nasce a Braunschweig, in Prussia, e , giovanissimo, entra nell’esercito del suo Paese. A diciassette anni è già capitano. Alla morte del padre,  ne riceve  in eredità le sostanze. Lascia allora l’esercito e si dedica alla cura dei  propri affari, rivelandosi, tuttavia,  un pessimo amministratore. Ridotto in rovina, si arruola nell’esercito russo di Caterina II , dove viene inquadrato con il  grado di maggiore. Partecipa alle guerre contro i turchi; nel 1778 è tenente colonnello, colonnello due anni dopo e generale nel 1794. La zarina in persona, per compensarne i servigi, gli fa dono di  una grande tenuta presso Minsk, in Bielorussia. Nel 1801,  partecipa all’assassinio dello zar Paolo I, ritenuto folle; nel 1807 ha il comando supremo  delle truppe russe opposte a Napoleone durante la campagna di Prussia, ma incorre nella terribile sconfitta di Friedland ( 14 giugno), preludio alla pace di Tilsit.  Fa parte dello  stato maggiore russo  durante la campagna  del 1812 contro Napoleone; combatte a Borodinò e ha il comando sul campo a Tarùtino. Allontanato da Kutùsov, rientra nell’esercito russo durante la campagna del 1813  e partecipa alla “Battaglia delle Nazioni” di Lipsia.   Dopo aver prestato servizio per  quattro anni in Bessarabia, da poco aggregata all’impero russo,  si ritira nelle sue proprietà. Muore, ottantunenne, a Banteln.
Ebbe quattro mogli: solo l’ultima gli diede un figlio, Alessandro. Personaggio controverso e sfuggente, al tempo dell’invasione della Russia da parte di Napoleone , fu il principale avversario interno  di   Kutùsov e  della sua  strategia.

 Berthier, Louis-Alexandre ( 1753- 1815), Maresciallo di Francia.

Giovanissimo, seguendo le  orme del padre si arruola  nel corpo degli ingegneri-topografi. Nel 1780  partecipa  come ufficiale di fanteria alla spedizione francese in America . Sale presto di grado, ma viene  destituito , nel 1792, dalle autorità rivoluzionarie; reintegrato nel 1795 con il grado di generale di brigata viene nominato capo di stato maggiore dell’Armata d’Italia. Durante la campagna  si innamora, ricambiato,  della nobildonna milanese  Giuseppina Visconti ; esercita, dopo la partenza di Napoleone, il comando  dell’Armata d’Italia.  Eccellente organizzatore, buon combattente, occupa , in seguito, diversi incarichi, fra i quali quello di capo di stato maggiore dell’imperatore.  E’ nominato maresciallo nel 1804, principe di Neuchatel e Valangin  due anni più tardi. Nel 1808 si sposa, su pressioni di Napoleone, con la principessa Maria Elisabeth Pfalz-Zweibruecken- Birkenfeld. Nel 1809 riceve il titolo di principe di Wagram; organizza la spedizione in Russia. Nel 1814 si riavvicina al re dal quale viene nominato pari di Francia. Non si schiera con  Napoleone durante i Cento Giorni ; segue  Luigi XVIII a Gand, ma non ne ottiene  la completa fiducia. Si ritira, allora,  nelle tenute della moglie dove, il 1° giugno del 1815, mentre sta osservando la cavalleria russa  muovere in direzione della Francia, cade da una finestra e muore. E’ a causa dell’ingratitudine dimostratagli durante i Cento Giorni che Napoleone lo definirà  “ un papero “  diventato  “ un’aquila” solo grazie a lui.

 Bonaparte, Napoleone  ( 1769- 1821), imperatore dei francesi.

Nasce ad Ajaccio, in Corsica e , fin da giovane, abbraccia la carriera militare. Ufficiale di artiglieria , reprime , nel 1795, un’insurrezione monarchica . Dopo essere stato nominato  generale,  ottiene dal Direttorio, il comando della campagna d’Italia( 1796), nel corso della quale  rivela le proprie doti strategiche , tattiche e organizzative.  Nel 1798, con un colpo di stato, rovescia il Direttorio,  assume la carica di primo console, promulga una nuova Costituzione, quindi, nel 1804, il Codice Civile , ispirato alle idee della Rivoluzione Francese.  Sempre nello stesso anno assume la carica di imperatore  e, l’anno seguente, quella di re d’Italia. Progetta di invadere l’Inghilterra, ma gli errori  dell’ ammiraglio Villeneuve non gli  garantiscono la protezione necessaria  per fare  passare oltre Manica l’Armée . Affronta, allora, gli eserciti della terza coalizione ( Austria, Russia) e li sconfigge  , il 2 dicembre del 1805, ad Austerltiz in Moravia ( oggi Repubblica Ceca).  Ad Austerlitz seguono la guerra contro la Prussia ( 1806 –1807)  e la riorganizzazione dell’Europa. Divorzia da Giuseppina Beauharnais  e sposa Maria Luisa ( o Luigia) d’Austria nel 1810, incorrendo  nella scomunica papale. Nel 1812 invade la Russia , ma, dopo essere entrato a Mosca, deve ritirarsi subendo gravi perdite . Nel 1813 è sconfitto a Lipsia da una nuova coalizione  europea  e confinato all’Isola d’Elba. Ritornato  a sorpresa in Francia , 1° marzo del 1815,  riorganizza l’Armée, ma viene sconfitto a Waterloo il 18 giugno dello stesso anno e confinato definitivamente all’isola di Sant’Elena. Muore il 5 maggio del 1821.

Clàusewitz, Carl von  ( 1780-1831), generale prussiano.

Teorico e studioso  militare, ci ha lasciato un’opera, Vom Kriege( Della guerra), divenuta un classico. La sua affermazione più celebre :” La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” è conosciuta anche dai non specialisti.
Entra nell’esercito prussiano giovanissimo, nel 1792 e, due anni dopo,  nel 1794  viene  nominato ufficiale. Servendo sotto le armi conosce   il conte  Scharnhost, da cui è introdotto a corte. Nel 1812, non sopportando l’atteggiamento e la politica filo-francese della Prussia, si arruola nell’esercito dello zar . Insieme a molti altri “ tedeschi” entra  a far parte dello stato maggiore russo.
Nel 1813 ritorna in patria, serve nell’esercito prussiano durante  la campagna  contro Napoleone del 1813-14; nel 1815 è  sul campo di  Waterloo, dove assiste alla sconfitta dei francesi.  Nominato generale nel 1818, non  ricoprirà  incarichi di rilievo.

 I cosacchi.

Cavalieri  abili e temibilissimi, costituirono, in sella ai loro arruffati cavallini discendenti degli antichi cavalli mongoli, una spina nel fianco dell’esercito di Napoleone in Russia. Nel 1812,  non erano inquadrati nell’esercito regolare  russo ed  erano comandati dal loro  ataman, una sorta di capo militare tribale.  Furono impiegati in operazioni di perlustrazione e di guerriglia, ma anche in combattimenti  campali ( celebre quello sostenuto a Tarùtino) .

 Davout, Luois Nicolas (1770-1823),  Maresciallo di Francia

Rampollo di una nobile famiglia borgognona con  antiche tradizioni militari ( il suo cognome originale si scriveva  D’Avout), generale di brigata  a ventitré  anni, generale di divisione a  trenta, maresciallo a trentaquattro,  uomo  dal carattere difficile, ma  scrupoloso e attento, Davout fu uno dei più abili, capaci  e temuti comandanti militari di Napoleone. Combatté in Egitto,  ad Austerlitz e durante la campagna del 1806-1807 contro la Prussia, distinguendosi ad Auerstaedt ( ottobre 1806) . Due anni più tardi  combatte  a Eckmuehl e a Wagram. Nominato principe di Eckmuel nell’agosto del 1809 e comandante dell’armata di Germania, nel 1812 segue Napoleone in Russia. Viene ferito a Borodinò e combatte a Krasnoie. Ricopre l’incarico di ministro della guerra nel governo istituito da Napoleone al suo ritorno in Francia ( 1° marzo 1815). Alla caduta di Napoleone ,  si ritira nei propri possedimenti dopo aver fatto atto di sottomissione a Luigi XVIII.  Nell’agosto del 1817 viene reintegrato nel grado di Maresciallo e riammesso fra  i Pari di Francia dove l’aveva collocato Napoleone il 2 giugno del 1815. Muore nel 1823, di tubercolosi.

 Kutùsov, Michaìl Ilariònovic Golènishev.( 1745- 1813), principe e Feldmaresciallo dell’esercito russo.

Nasce il 16 settembre 1745. Nel 1759 ( o l’anno dopo) entra nell’esercito. Presta dapprima servizio in Polonia ( 1764-69), poi in Turchia dove viene  ferito gravemente alla testa  e perde l’uso dell’occhio destro. Nel 1784 è nominato maggior generale; nel 1787, governatore in Crimea. E’ agli ordini di Suvòrov durante la guerra  russo-turca del 1789-92 e si distingue  a  Odessa, a Ociarov e  nell’assedio di  Ismail. Nel 1791, ottenuta la nomina a tenente generale, viene prima  inviato quale ambasciatore a Costantinopoli, poi in Finlandia quale governatore generale e, infine, a Berlino ancora come  ambasciatore. Lo zar Paolo I lo stima e ripone in lui  molta  fiducia. Quando, dopo l’assassinio dei quest’ultimo, sale al trono Alessandro ,   Kutùsov esce per un certo periodo di scena.
Vi rientra nel 1805, in occasione della battaglia di Austerlitz. Non vuole lo scontro , subodora la trappola architettata da Napoleone, ma vi è quasi costretto dallo zar. Durante la battaglia viene ferito per la terza volta. Dal 1806 fino ai primi mesi del 1812 è impegnato contro i turchi, ai quali, con la pace di Bucarest, strappa la Bessarabia che viene annessa all’impero russo. In seguito a questo successo , viene elevato al rango di principe
Assume il comando supremo dell’esercito russo durante l’invasione francese del 1812. Dopo Borodinò viene nominato feldmaresciallo. Muore  il 28 aprile del 1813.

Murat, Joachim ( Gioacchino) ( 1767-1815) Maresciallo di Francia.

Il più pittoresco( amava sfoggiare variopinte uniformi), il più temerario,  il più ardimentoso e il più sfrontato  dei marescialli di Napoleone, Giocchino Murat , nasce da una famiglia abbastanza agiata a La Bastide Quercy ( oggi , La  Bastide Murat) nel 1767.  Entra nell’esercito a vent’anni, ottiene la nomina a ufficiale nel 1792. Nel 1795 incontra Napoleone e , nel 1796, dopo essersi distinto al comando della  sua prima carica di cavalleria , viene promosso generale di brigata e, tre anni dopo, a trentadue  anni, generale di divisione. La svolta della sua vita è il matrimonio con una  sorella di Napoleone, Carolina,  celebrato nel gennaio del 1800. Dal matrimonio nasceranno quattro figli, due maschi e due femmine.  Nel 1804, dopo la campagna d’Italia, è nominato Maresciallo dell’impero; l’anno dopo è luogotenente di Napoleone  in Spagna. Il 15 luglio del 1808 viene nominato re di Napoli e, negli ultimi giorni della campagna di Russia, capo di stato maggiore dell’Armata( di un’Armata, per altro, quasi inesistente).
Dopo l’abdicazione di Napoleone( 1814), raggiunge Napoli che abbandona, però, di lì   a poco   per seguire il cognato durante i Cento Giorni. Dopo la definitiva caduta di Napoleone, passa in Corsica, quindi in Italia. Arrestato e processato da una corte marziale,  viene fucilato il 13 ottobre del 1815.

Ney, Michel (1769- 1815) Maresciallo di Francia.Di famiglia modesta ( suo padre era un bottaio), si arruola nell’esercito nel 1787. Presta servizio in cavalleria , agli ordini del generale Klebèr.  E’  ufficiale nel 1794, generale di brigata due anni dopo,  generale di divisione nel 1799, maresciallo dell’impero nel 1804. Partecipa alle battaglie di Elchingen ( 1805) e all’intera campagna del 1806-1807 contro la Prussia,  combattendo a Eylau e a Friedland. Nel 1808 viene creato duca  e spedito nella Penisola Iberica dove resterà quasi tre anni, distinguendosi, sia in Spagna sia in Portogallo,  in vari combattimenti, prima di essere destituito, per insubordinazione, dal maresciallo Massena. Segue Napoleone in Russia,  combatte  a Smolénsk e a Borodinò; compie la leggendaria ritirata da Kràsnoie, attraversando il  Dniepr gelato. Nel 1813 viene creato principe della Moscova , combatte a Luetzen e a Bautzen ( 1813) e viene gravemente ferito a Lipsia. Nel 1814, dopo l’abdicazione di Napoleone- abdicazione da lui stesso sostenuta a nome di altri Marescialli dell’impero- ottiene da Luigi XVIII il comando della cavalleria. Si riavvicina a Napoleone e, durante i Cento Giorni,  combatte a Quatre Bras e a Waterloo.  Processato da una  corte marziale, viene fucilato il 7 dicembre  1815.

Romanòv, Alexandar Pàvlovic  ( Alessandro I, zar di tutte le Russie)- 1777-1825

Uomo dalle molte facce , lo zar Alessandro fu uno dei protagonisti dell’era cosiddetta napoleonica. Di lui  Bonaparte  parlava come di “ uno scaltro bizantino”; Metternich lo riteneva  “ un pazzo “, al quale bisognava sempre dare ragione. Cercò di armonizzare le idee di Rousseau sulla quali si era formato, con  la realtà della Russia di allora ( un po’ come mettere d’accordo il diavolo e l’acqua santa…), assumendo, per forza di cose,  un atteggiamento contradditorio. Attuò una serie di riforme di carattere amministrativo, fiscale, educativo, avviò l’esplorazione di  vasti territori , migliorò le condizioni dei contadini, ma non  se la sentì di toccare l’istituto della servitù della gleba( del resto, va detto ad onor del vero, che, forse,  gli stessi servi della gleba non avrebbero capito). Ammirò Napoleone  e poi lo avversò, chiamandolo “ il più grande tiranno d’Europa”; subì le umiliazioni di Austerlitz( 1805), di Friedland(1807) e della  conseguente  pace di Tilsit( 1807), nel corso della quale un Napoleone decisamente  su di giri gli aveva fatto balenare la spartizione del  mondo e l’espansione russa in Asia. Aiutò, ma molto tiepidamente,  l’imperatore dei francesi nella  successiva guerra contro l’Austria; si irrigidì, però , per  una questione di lealtà,  quando Napoleone se la prese con i prussiani ; rifiutò di approvare lo smembramento dei principati danubiani a scapito della Prussia ; tenne duro sulla questione del ducato di Oldenburg ( e non solo per questioni di parentela con il duca..); nel 1812  respinse sempre qualsiasi idea di giungere a una pace con l’invasore.
Salì al trono  nel 1801, dopo la morte  del padre, Paolo I,  assassinato da una congiura di Palazzo alla quale egli stesso  non fu del tutto estraneo;  il matrimonio con Luisa di Baden non funzionò e fu caratterizzato, da una parte e dall’altra, da numerose  relazioni  extra-coniugali ; fu provato dalla morte di due sue figlie avvenuta in tenerissima età, si circondò di collaboratori non sempre  all’altezza.
Fu uno degli artefici, dopo l’uscita di scena di Napoleone, della  Restaurazione europea, dotata, su sua iniziativa, di uno strumento, la Santa Alleanza, teoricamente  in grado di reprimere ogni tentativo di mutamento dello status quo , ma si oppose con energia allo smembramento della Francia. Muore nel 1825.
Secondo una leggenda, molto diffusa in Russia,  rinunciò  al  trono per  vivere da   eremita.

 Tolstoj, Lev Nicolàievic ( 1828-1900) conte e  romanziere russo.

Nasce a Jasnàia Poliàna, nei pressi di Mosca, da genitori  appartenenti alla nobiltà russa. Un avo  paterno  aveva occupato un ruolo di rilievo a corte ai tempi di Pietro il Grande; la madre apparteneva a una famiglia molto in vista, quella dei Volkonskij.  Resta orfano di madre a due anni; perde il padre a nove. Viene cresciuto da due zie ed educato  da due precettori, uno  francese  e l’altro tedesco. Echi di questo periodo  si ritrovano in una delle sue opere più belle, Infanzia del  1852.

Nel 1844 si iscrive all’Università di Kazan. Segue , in un primo momento, la facoltà di Studi Orientali e, successivamente, quella di Giurisprudenza, senza, per altro arrivare alla laurea. Trascorre il suo tempo fra feste  e letture. Fra i suoi autori preferiti ci sono Rousseau, Sterne, Puskin e Gogol.  Negli anni compresi fra il 1851 e il 1853  presta servizio  nell’esercito, prima come volontario, poi come ufficiale di artiglieria, durante la guerra nel Caucaso. Nel 1854 partecipa alla guerra russo-turca. Questa esperienza troverà espressione in opere famose: i Racconti di Sebastopoli, Figlio del Bosco, Tempesta di neve,  Due  ussari. Agli inizi degli anni ’60 , lo troviamo in giro per l’Europa. Conosce lo scrittore inglese Dickens  ed è profondamente turbato , per non dire sconvolto, da quanto vede durante i suoi viaggi: povertà, miseria, disprezzo per la vita umana. Torna in Russia e si ritira in campagna, dove  rivolge la propria attenzione alle condizioni di vita dei contadini e cerca di migliorarle. E’ di questo periodo, l’esperimento di una  scuola a Jasnaia Poliana.
Nel 1862 sposa  la figlia di un farmacista, Sofia Bers che sarà la compagna della sua vita.  Dal matrimonio nasceranno tredici  figli, cinque dei quali moriranno prematuramente. Risalgono ai primi tempi del matrimonio le sue opere più famose, Guerra e pace e Anna Karènina. Presto , tuttavia, si manifesta un dissidio con la moglie e con i figli ( se si esclude la sola Tatiana, alla quale lo scrittore fu sempre molto affezionato). Tolstoj vive quasi in povertà, segue una dieta vegetariana, non vuole diritti d’autore sulle proprie opere né trarre guadagni immediati da esse, legge i Vangeli e si lascia  trascinare  da una visione quasi mistica della vita che lo porterà ad accostarsi al cattolicesimo e che gli costerà la scomunica da parte della chiesa ortodossa. La moglie non condivide questo suo atteggiamento e gli rimprovera spesso di trascurare il suo futuro e quello dei figli.   A questo periodo risalgono i bellissimi racconti Sonata a Kreutzer, Padre Sergio e , soprattutto,  La morte di Ivàn Ilic.  A ottantadue anni suonati se ne va di casa . Viene ritrovato qualche giorno dopo in una piccola stazione ferroviaria, non lontano da Jasnaia Poliana.  Morirà di lì a poco, di polmonite.

Da leggere.

David G. Chandler, Le campagne di Napoleone, Rizzoli, Bur, 1994
Philippe de Sègur, La campagna di Russia, Sonzogno, 1954
Anka Muhlstein, Napoleone a Mosca, B. Mondadori, 2008
Evgénij Tarle,  1812, Sonzogno, 1950
Lev Tolstoj, Guerra  e Pace, Mondadori, Milano, 1957, traduzione di Erme Cadei

In questo sito:

Il piano degli Sciti ( Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima
I russi evitano il combattimento e si ritirano: lo fanno apposta?

La spianata della zarina.
Austerlitz 1805: Napoleone fra “lezioni di geografia”, inganni, tranelli  e gioco sporco.
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La legna bagnata
Fabrizio del Dongo, in confusione totale, gioca a  fare il soldato a Waterloo.
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Marengo: una battaglia già persa vinta all’ultimo minuto.
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