I traditori e gli eroi

Piazza Rossa

Prologo

Sulla Piazza Rossa, attorno al mausoleo di Lenin c’è un movimento insolito. Operai vanno e vengono con fare discreto, quasi non volessero dare nell’occhio o attirare l’attenzione dei rari passanti. Fuori ci sono  soldati dell’Armata Rossa con le baionette inastate; dentro, il custode del mausoleo suda freddo mentre, a bassa voce, impartisce disposizioni:” Ecco, così! Più piano, più piano per carità!”. E’ calata la sera. La salma imbalsamata dell’artefice della Rivoluzione viene sollevata delicatamente, deposta con tutte le cautele su  un letto di fieno e di morbidi cuscini , fatta uscire quasi di nascosto dal mausoleo, caricata su un automezzo e trasportata alla stazione di Mosca. Ad attenderla, c’è un vagone appositamente allestito per l’occasione. Il treno sbuffa, sferraglia e parte. Lentamente, per non disturbare il sonno eterno dell’illustre passeggero, si dirige alla volta della lontana Tjumen, in Siberia.
Uno spaventoso tifone  sta per abbattersi sulla capitale.

Nella trappola.

La sala del Palazzo dello Sport di Berlino  è gremita. Come ogni anno, questo è il giorno in cui si raccolgono fondi per l’assistenza invernale ai feriti in combattimento. Adolf Hitler, la guida suprema della nuova Germania, è atteso da un momento all’altro. Al suo ingresso, tutti scattano in piedi. Rimbomba, quasi all’unisono, il grido “Heil Hitler!”  fra migliaia di braccia protese nel saluto nazista. Quando Hitler prende la parola, il silenzio è assoluto. Non è un discorso di circostanza, non è un discorso come  gli altri. In sala tutti lo percepiscono: quello è  un discorso “ storico”.
Visibilmente soddisfatto, quasi euforico, il Fuehrer, con fare solenne, annuncia: “ E’ in corso la più grande battaglia della storia del mondo”. E , dopo una breve pausa , fra le espressioni stupite e stupefatte dei presenti, continua: “In meno di quattro mesi sono stati fatti prigionieri più di due milioni di soldati sovietici, distrutti  ventiduemila cannoni e più di quattordicimila aerei”. E conclude: “Il nemico non si riprenderà mai più!”. Ovazione generale.
I presenti in sala mettono mano al portafoglio e staccano assegni particolarmente generosi.

E, in effetti, per i soldati sovietici uscire dagli accerchiamenti condotti magistralmente dalla Wehrmacht  è stato un calvario. Pochi ce l’hanno fatta. Affamati, stanchi, feriti, disorientati e privi di qualsiasi informazione, gli scampati si sono raggruppati in unità improvvisate- formate da uomini provenienti da reggimenti e da divisioni diversi-  e si sono diretti verso le linee sovietiche. Qualcuno ha portato con sé la bandiera di combattimento, conservandola come una preziosa reliquia. Pagando un prezzo elevatissimo, il colonnello Serpilin- uno dei protagonisti del romanzo I vivi  e i morti dello scrittore Konstantin Simonov-  ce l’ha fatta. E, con lui, ce l’ha fatta anche il protagonista principale del romanzo, Sintsov, il corrispondente di guerra senza redazione. Ha lasciato la moglie a  Mosca e la figlia a Grodno, in Lituania, proprio sulla linea del fronte. E’ in pensiero per loro, ma ancora di più per la situazione militare: i tedeschi sono costantemente all’attacco, sembrano incontenibili e le città sovietiche cadono una dopo l’altra. Tanto nel romanzo quanto nella realtà, pochi lo dicono, molti lo pensano: tutta qui l’invincibile Armata Rossa? E dov’è la tanto decantata aviazione?

Unione Sovietica, fronte settentrionale, zona di Vjazma.

Il generale Ivàn Stepànovic Konev non sembra neanche un soldato. Alto, serio, precocemente stempiato, detesta la vodka e chi beve. Praticamente l’intera Armata Rossa. Ama i classici russi –  Tolstoj e Puskin su tutti-  a tal punto da non separarsi mai da loro e dalla propria biblioteca nemmeno in zona di combattimento. Cita spesso Lermontov. Uno strano generale, insomma. Con molti buoni libri al seguito, ma con pochi, pochissimi carri armati.
Sa il fatto suo e l’ha dimostrato a Smolènsk dove ha tenuto a lungo testa ai tedeschi, ma con quello che ora ha sottomano non può fare miracoli. Le sue divisioni sono a mezzo organico; i volontari del popolo( narodnoie opolcenie) hanno entusiasmo, ma nessuna esperienza di combattimento e sono male armati; i pochi carri in dotazione sono sparpagliati qua e là, senza alcun criterio apparente e, soprattutto, senza alcuna utilità pratica. La branca della tenaglia tedesca in arrivo da nord ha una potenza di fuoco micidiale ed è sostenuta da soldati esperti.
Un prigioniero glielo ha detto chiaro e tondo e Konev ha sentito brividi lungo la schiena. Seguendo con lo sguardo quel prigioniero uscire dal suo quartier generale scortato da due giovani soldati dell’Armata Rossa, non ha potuto fare a meno di osservargli l’uniforme: un’uniforme estiva. Con tutti i problemi che ho, si era detto fra sé e sé, proprio a queste stupidaggini devo pensare. Ma mentre impartisce gli ordini, chissà perché, continua a pensare all’uniforme estiva di quel prigioniero tedesco.
E al fatto che in ottobre, in Russia, può fare anche freddo. Molto freddo.

Mosca, ospedale militare  di Lefortovo.

Steso sul tavolo della sala operatoria, il generale Andreij Eremenko attende  l’arrivo di un  chirurgo. La gamba ferita è ridotta molto male. Nella sua mente le immagini si succedono alle immagini.  Rivede i blindati di von Rundstedt  avanzare fra i campi di grano dell’Ucraina e gli Stukas in picchiata su Kiev. Ripensa ai suoi soldati, al suo amico Michail Kirponos, generale dell’Armata Rossa coraggioso e sfortunato; rivede, in un altro tempo( quanto tempo dopo?), i blindati tedeschi aprirsi la strada verso Mosca, le espressioni  sgomente e disorientate degli ufficiali. Poi  un’esplosione improvvisa, un dolore acuto…
Il chirurgo sta arrivando. É un brutto momento per Eremenko
, ma non è il peggiore: qualche settimana prima, in Ucraina, bombe tedesche gli hanno portato via la moglie e il figlioletto di quattro anni.

Una strana decisione.

Il feldmaresciallo Fedor von Bock, comandante del Gruppo d’Armate Centro, è soddisfatto a metà. Due  tenaglie corazzate – in movimento l’una  a sud e l’altra  a nord della capitale sovietica-  stanno stringendo il cerchio. A sud Brjansk è caduta, Oriol anche; a nord Vjazma è stata superata di slancio, i prigionieri non si contano. Un tifone di ferro e di fuoco sta per scaricarsi su Mosca.
Eppure von Bock non è del tutto soddisfatto. “A quest’ora” dice al suo capo di stato maggiore, accendendosi una di quelle micidiali sigarette russe  con il bocchino di cartone “ Avremmo potuto essere sulla Piazza Rossa da un pezzo”. E la sua affermazione è come venata di rimpianto: il rimpianto per  un’occasione perduta. “ Capisce generale? Poche settimane fa avevamo il nemico davanti a noi, ormai disorganizzato, demoralizzato e  non abbiamo potuto affondare il colpo! Sarebbe bastato poco, un ultimo sforzo. E invece, niente! Le divisioni corazzate del generale Guderian dovevano andare a sud, a sostegno di von Rundstedt e quelle del generale Hoth a nord, a sostegno di von Leeb… Se solo me le avessero lasciate per un paio di settimane. Per un paio di settimane soltanto… Abbiamo conquistato Kiev e  Hitler sa quello che fa, mi dice? E chi siamo noi per metterlo in dubbio? Ma in guerra, in qualsiasi guerra, il compito di un comandante è quello di inseguire e di distruggere il nemico.   Se solo ci penso… Il nemico era lì, davanti a me.  E se quelle divisioni non mi fossero state tolte…”. Tossisce il feldmaresciallo. Il tabacco machorka delle sigarette russe è nero come la notte. E forte, troppo forte.
“ Ma ci rifaremo”, conclude “ E prenderemo Mosca”.

Mosca, ottobre.

Josif Stalin, il comandante in capo, deve prendere una decisione. Finora ha ricevuto soltanto brutte notizie. Suo figlio Jacov, ufficiale pilota, è stato fatto prigioniero dai tedeschi; il generale Eremenko è stato ferito gravemente e le sue armate circondate nei pressi di Brjansk; dalle parti di Vjazma, Konev è sotto pressione e si sta ritirando, Mosca è in serio pericolo. Lenin se n’è già andato, il governo si appresta a farlo,  la sua famiglia lo ha già fatto. E lui? Lui che cosa farà? Che cosa deve fare?

Nessun dubbio.

A differenza di Stalin, c’è chi  sa che cosa deve fare. “Guarda proprio non ti capisco. Non sei comunista, eppure vuoi andare a combattere per difendere Mosca; odi Stalin e questo regime, eppure ti presenti volontario. Proprio non ti capisco. Perché non aspetti i tedeschi con le mani in mano? Tanto vinceranno loro. Non sei comunista e non sei ebreo: che cosa possono farti?”.
Il destinatario delle domanda , voltandosi e fissando l’amico dritto negli occhi , risponde: “Non sono comunista, è vero. Ma sono russo. Ecco perché vado  a combattere”[1].

Lo spasìtel, il salvatore.

A Leningrado, un altro russo , il generale Georgij Konstantìnovic Zukov strepita e, come suo solito, impreca e  bestemmia. Come e peggio di un turco. Vuole più cannoni qui, più soldati là e li vuole subito. Se qualcuno gli fa notare che anche il tempo ha le sue leggi, si prende una raffica di improperi e di minacce di fucilazione. E persino qualche schiaffo. I tedeschi scavano trincee? E voi non fategliele scavare, c….! Mandatemi il comandante del Genio! Compagno colonnello, voglio zone minate qui e qui. Capito?  Squilla il telefono.   “Compagno generale, è per lei.  Da Mosca” gli dice il telefonista. “ Credo sia ….” “ Il compagno Stalin?” “In persona”.
Il compagno Stalin non si perde in preamboli. “ Com’è la situazione lì da voi? Leningrado resisterà?” chiede con la sua voce bassa, appena percettibile. “ Leningrado resisterà” è la risposta di Zukov. “Allora, ceda il comando, lasci immediatamente la città e venga a Mosca. C’è bisogno di lei qui, generale”.
Per uno che, agli inizi, si era preso un periodo sabbatico per studiare e capire i sacri testi del marxismo troppo ostici per lui, ma essenziali per fare carriera,  quella telefonata ha solo due spiegazioni: o vogliono far fuori meloro sono con l’acqua alla gola. “Tu che cosa ne pensi, soldato?” chiede allo stralunato telefonista. E senza aspettare la risposta per quella domanda mai formulata ad alta voce, ordina che gli sia preparato il bagaglio.

 Berlino, ottobre.

A Berlino i giornalisti stranieri invitati alla conferenza  dell’addetto stampa di Hitler, Otto Dietrich, stanno aspettando l’ospite e  nell’attesa  si scambiano quattro chiacchiere. Le solite cose: c’è sempre chi ha la notizia segretissima, spifferata dal tale che ha saputo dal talaltro…C’è chi si lamenta per le difficoltà delle comunicazioni, chi se la prende con la censura, chi parla di donne, chi si fa un goccetto. Anche se è ancora mattina.
Dietrich, richiamato in volo dal fronte orientale, sorriso a trentadue denti e incedere deciso, dopo aver speso poche parole per introdurre l’argomento( la situazione del fronte russo),  con uno studiato colpo di teatro fa scendere alle proprie spalle  un’enorme carta dell’Unione Sovietica. E, visibilmente soddisfatto, quasi raggiante, attacca: ecco vedete, noi siamo qui e qui; i russi in rotta qui e qui. Siamo a un passo da Mosca e ci entreremo presto. Muove la sua bacchetta con lo stesso piglio sicuro e autoritario di un direttore d’orchestra affermato.
Domande?

Rastenburg, Prussia orientale: “Tana del lupo( Wolfsschanze), ottobre.

Hitler non sta più nella pelle. “Farò radere al suolo Mosca e al suo posto farò scavare un lago artificiale” confida ai propri intimi.  La passione per l’architettura non l’ha mai abbandonato: ora  è il momento di darle libero sfogo.
L’ottimismo di Hitler è contagioso.   Il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Franz Halder tiene un diario. Il cinque ottobre scrive, soddisfatto e compiaciuto: “La campagna di Russia è stata decisa in quattordici giorni”. Merito anche suo, ovviamente. Ma questo non lo scrive, lo pensa soltanto.
I giornali tedeschi, dal canto loro, danno la campagna per conclusa nel giro di pochissimo tempo. Ufficiali dello stato maggiore dell’esercito statunitense confidano ai giornalisti americani: la caduta dell’Unione Sovietica è questione di settimane. In Gran Bretagna gli addetti ai lavori sono ancora più pessimisti: per loro è questione di giorni.

Unione Sovietica, fronte settentrionale, ottobre.

Il generale  Konev l’ha azzeccata:  il cinque ottobre su Mosca e dintorni cade la prima neve. Ma è l’unica cosa che ha azzeccato. I tedeschi  gli sono alle calcagna e lui si sta ritirando cercando disperatamente di non finire  intrappolato.
Le opolcenie– le milizie volontarie- e i fucilieri dell’Armata Rossa hanno fatto anche troppo, ma nulla hanno potuto contro i blindati tedeschi. E adesso che cosa succederà? Probabilmente sarò fucilato come traditore, pensa Konev. Conosco le regole: chi si ritira o si arrende tradisce la Patria. Stalin non farà certo sconti  a me se ha mandato in un gulag la propria nuora, la moglie dell’amatissimo Jakov catturato dai tedeschi. La legge è legge e vale per tutti.  E va bene, mi sono ritirato, sono un traditore. Ma io ho la coscienza a posto: di più non potevo fare e restare lì dov’ero, a farmi massacrare, sarebbe stata una follia. Adesso l’unica cosa da fare è cercare di sganciarsi e di portare in salvo i resti delle mie  armate. E poi succeda quel che succeda.

Unione Sovietica, fronte meridionale, ottobre.

Se Konev è giù di corda, il generale Heinz Guderian, fresco conquistatore della città di Oriòl, è di pessimo umore. Quella neve gli ha rotto le uova nel paniere: non ci voleva,  proprio non ci voleva. Sciogliendosi subito, essa ha reso le strade fangose e viscide. No, niente di paragonabile- per ora- alla rasputitza primaverile, quando le strade letteralmente spariscono inghiottite dal fango, ma ugualmente una maledetta seccatura. I carri e soprattutto gli autocarri vanno piano, a volte si impantanano, si perde tempo.
Guderian lo sa meglio di tutti: se togli velocità alle armate corazzate, togli loro efficacia tattica e le rendi vulnerabili. La loro è una corsa contro il tempo. I corazzati devono sferrare un pugno decisivo e definitivo e tramortire chi lo riceve. Punto. Una parola, con quel fango. E che dire, poi, dei rifornimenti? Sempre in ritardo e lenti come lumache. Il prezioso carburante arriva col contagocce.
Per nostra fortuna- confida Guderian ai propri ufficiali-  il nemico è in confusione o non ne ha più. “Signori!” conclude “Andiamo piano, è vero, ma anche se sembriamo tartarughe, Mosca andrà sempre  più piano di noi!”. Gli ufficiali, divertiti, ridono.
In alto, nel cielo rannuvolato, è apparso un puntino scuro: un  ricognitore  sovietico.

 Mosca, 16 ottobre.

Mosca è in preda al panico. La stazione ferroviaria principale, quella detta “di Kazan”, è  presa d’assalto da migliaia di persone. Donne e uomini, vecchi e bambini si affollano negli androni, nelle sale d’aspetto, sulle pensiline. Cercano un posto sui treni, un posto qualunque per una qualunque destinazione verso est.
Il nemico è alle porte e la confusione è indescrivibile: c’è chi grida, chi urla, chi si lamenta, chi implora , chi supplica, chi piange, chi spinge, chi è spinto, chi è travolto addirittura. E chi, quasi rassegnato, sta seduto in disparte e scuote la testa.  Poi, all’improvviso, l’urlo della sirena dell’allarme aereo fende l’aria: la folla  ondeggia, si raccoglie e si disperde come stormi di storni d’autunno, corre all’impazzata, fra urla e imprecazioni, verso i rifugi,  mentre tutt’intorno cadono le prime bombe e il cielo è attraversato dai traccianti della contraerea
Gli aeroplani se ne sono andati. Non hanno fatto danni né vittime. Una giovane donna  si rialza, si rassetta il vestito,  prende fra le sue la mano del figlioletto, esce dal rifugio e si rimette in fila.
Sono di Mosca, risponde a chi le chiede da dove venga. Mio marito è nell’Armata Rossa, non ho sue notizie e voglio andarmene da qui. Perché ? le chiede un altro. Perché sono ebrea, risponde la donna. E con questo? La giovane  alza il capo stringe più forte la mano del figlioletto poi, quasi in un sussurro, dice: “ I tedeschi fucilano gli ebrei. Non lo sapeva?”

In quello stesso giorno, Sintsov entra in città. E’ solo. Approfittando di un attacco aereo sovietico- raro, quanto provvidenziale- è riuscito a fuggire ai tedeschi che l’avevano fatto prigioniero. E’ ferito alla testa , non indossa la giubba dell’uniforme e non ha documenti. Qualcuno, laggiù dove era stato ferito, gli ha tolto l’una e gli altri. E li ha sepolti. I tedeschi fucilavano immediatamente i funzionari politici e le stellette sulle maniche della giubba dell’uniforme qualificavano Sintsov come tale. E fucilavano immediatamente gli iscritti al partito comunista. Chi ha tolto  a Sintsov giubba e documenti gli ha salvato la vita. Ma se qualcuno lo ferma, può essere scambiato per un disertore.
Nella capitale la confusione è indescrivibile. E’ la seconda fortuna di Sintsov. Nessuno bada  a lui, nessuno gli chiede i documenti. Non sapendo dove andare, Sintsov raggiunge il proprio appartamento. E qui si incontra con la moglie Masha, in procinto di essere paracadutata dietro le linee nemiche da dove dovrà inviare informazioni a Mosca. Della figlia nessuna notizia.

Una  decisione sofferta.

La notizia corre di bocca in bocca: Stalin sta per lasciare la capitale diretto a Kujbiscev, oltre gli Urali. I bombardamento tedeschi si fanno ogni giorno più intensi. La gente chiude gli appartamenti a doppia mandata, si carica sulle spalle il necessario e si dirige verso est, in treno i più fortunati, a piedi gli altri. Sembra di rivivere i tempi di Napoleone e dell’incendio di  Mosca del 1812.
C’è, però, chi non ha il fuoco sotto il sedere né fretta di andarsene. Tutti quegli appartamenti incustoditi sono una tentazione irresistibile e, come una volta i francesi di Napoleone,  c’è chi ne approfitta. I saccheggi e i furti aumentano. Così come  aumentano le occupazioni non autorizzate. Bisogna correre ai ripari. I profughi vengono fermati, i saccheggiatori arrestati: finiscono a scavare linee fortificate, i primi; davanti al plotone d’esecuzione, i secondi.
Alcuni impianti  e i loro addetti, in mezzo  a una confusione indescrivibile,  prendono la via degli Urali, verso i quali viene indirizzato anche il flusso di donne  e bambini. Il cibo viene razionato, si stampano le tessere annonarie per chi resta, il combustibile viene centellinato.
Intanto Stalin, dopo averci pensato e ripensato, ha deciso di restare  a Mosca.

Il nemico alle porte.

A bordo del proprio aeroplano, il giovane tenente pilota quasi non crede ai propri occhi. Sotto di lui una colonna di blindati tedeschi lunga una ventina di chilometri si sta muovendo in direzione di Mosca . E’ vicina, dannatamente vicina. L’ufficiale ripassa un paio di volte sulla zona, scende di quota per controllare  meglio, risale e se ne va. Gli sfugge un fischio : se sono così vicini, c’è poco da stare allegri.
Atterra e riferisce: nessuno gli crede. Si alzano in volo due caccia e, al ritorno, i piloti confermano: è una colonna blindata tedesca e sarà sì e no a un centinaio di chilometri da Mosca. Visto che avevo ragione? gonfia il petto il tenente. E adesso come la mettiamo?
La mettiamo così:  arrestiamo te il tuo comandante per “ provocazione”. Così imparate a diffondere brutte notizie, a remare contro e a comportarvi da disfattisti.
Pessimi tempi, quelli.

 Mosca, sede del comando supremo sovietico .

“Abbiamo ceduto a sud, abbiamo ceduto a nord e i tedeschi vengono avanti. Non ce l’abbiamo fatta   a fermarli, abbiamo perso uomini, materiali, tempo”. Zukov, da poco nominato comandante del fronte occidentale( quello di Mosca), si trova nell’ufficio di Stalin al Cremlino e cerca le parole giuste. Sulla capitale cade una pioggia sottile mista a neve.
“Ci serve altro tempo” continua. “Tempo per fortificare la linea attorno a Mozajsk, tempo per raggruppare i reparti e riformare le unità al fronte, tempo per allestire riserve consistenti, tempo per costruire una seconda linea difensiva.  E i tedeschi sono a meno di cento chilometri dal Cremlino…”.
“Lo trovi quel tempo, deve trovarlo. Costi quel che costi.” replica Stalin. E poi aggiunge:  “Intanto vedrò se anch’io posso fare qualcosa” . Non siamo ancora al “ faccia come crede”, ma poco ci manca. Zukov  percepisce la momentanea debolezza di Stalin e ne approfitta.  “ Ho bisogno anche di collaboratori in gamba, ho bisogno di un vice” riprende. “ Pensa a qualcuno, in particolare?” chiede Stalin . Zukov   risponde deciso: “ A Konev”.
Stalin ha come un sussulto di stizza: “Non se ne parla. Ho intenzione di farlo fucilare per vigliaccheria.” “ Fucilare Konev non migliorerà la situazione. Anzi, produrrebbe solo una cattiva impressione sull’intero esercito. Fucilare Pavlov[2] è servito forse a qualcosa? ” replica con calma Zukov “ Ivàn Stepànovic,  non è Pavlov. Ha fatto il possibile, forse di più. Aveva poco, ha dato molto”. Zukov si interrompe un momento, poi, con voce ferma, continua : “ Ci aspetta un compito arduo, decisivo: ho bisogno di gente in gamba, ho bisogno di Konev”.
“D’accordo”  è la laconica risposta di Stalin “ Si prenda quel traditore.”
Davvero tempi poco raccomandabili, quelli.

Mosca, ambasciata  del  Regno di Bulgaria, ottobre

“Eccellenza, rifletta”. L’ambasciatore bulgaro a Mosca, Ivàn Stamenov, ha perso l’abituale aplomb dei diplomatici e ha opposto un secco rifiuto alla richiesta sovietica. Proprio strani questi comunisti, pensa tra sé e sé ,  imprevedibili. Vengono qui con un pacco-dono per Hitler e mi chiedono di recapitarglielo. Non hanno badato a spese, questo è certo. Dentro ci hanno messo la Moldavia, la Bielorussia, gli Stati Baltici, parte dell’Ucraina. Se Hitler si ferma è tutta roba sua. Ma chi credono di essere? Sono con l’acqua alla gola, ballano  sull’orlo del precipizio e vorrebbero dettare condizioni?
“Ho riflettuto abbastanza e  resto della mia idea: non ho né l’autorità né la volontà di fare quello che mi chiedete. E’ la mia ultima parola”.
Rimasto solo, l’ambasciatore Stamenov è  assalito da numerosi interrogativi. Perché quella proposta? perché io? perché adesso? D’accordo, il mio Paese simpatizza per Hitler e questo spiega perché sia stato scelto io. Ma il resto? I casi sono due: o sono disperati o vogliono guadagnare tempo. O tutte e due le cose. Mettiamola così, allora: sono disperati e cercano di  guadagnare tempo.
Ma non hanno speranze. Hoeppner e  Guderian sono a un passo da Mosca ( e questo potrebbe spiegare il “perché adesso”) e Hitler  non si fermerà certo ora, neanche se gli fosse offerta la luna. No, si tratta di un maldestro tentativo di mettere qualche zeppa nell’ingranaggio, sperando in un miracolo. Non vale neppure la pena di informare Berlino.
Stalin ( o Berija) ha fatto quello che poteva per dare tempo a Zukov, ma gli è andata male.

La corsa contro il tempo.

Zukov, nel frattempo, replica Leningrado. La linea di Mozajsk viene rinforzata e, alle spalle di quest’ultima, viene tirata su, a tempo di record, una seconda cintura difensiva.
Dappertutto uomini, donne, ragazzi e ragazze, persino bambini allestiscono trincee, costruiscono bunker e  casematte, scavano buche e  fossati anticarro, innalzano  terrapieni. I genieri tracciano campi minati, gli artiglieri sistemano i cannoni nelle piazzole o li interrano, i fucilieri si raggruppano in punti strategici. Anche i carri vengono raggruppati. Zukov non vuole commettere l’errore di disperdere le proprie forze in lungo e in largo: ha bisogno di concentrarle per sfruttarne la forza d’urto per tappare buchi o per allestire contrattacchi mirati. Certo- e lui è il primo a saperlo- servirebbe un miracolo. O una dozzina di armate.
Di miracoli, per il momento, nemmeno l’ombra e il lavoro di tutte quelle donne e di quei ragazzi sembra, in gran parte,  fatica sprecata. Le avanguardie corazzate tedesche ignorano la linea di Mozajsk, la aggirano prendendola alla larga e puntano su Kalinin (l’antica Tver’), a nord e su Kaluga, a sud. Il grosso le  segue a brevissima distanza, determinato a sfondare la linea.  Mosca si trova esattamente nel mezzo della tenaglia.
Zukov sbraita e chiede carri armati. Gli mandano duemila cavalleggeri mongoli in sella ai loro piccoli pony Baskir. Moriranno tutti, dal primo all’ultimo, durante un attacco suicida, sciabole contro cannoni, nel disperato tentativo di rallentare l’avanzata dei  panzer.

Borodinò, linea difensiva di Mozajsk.

Qui , nel settembre del 1812, aveva combattuto l’esercito di Kutùsov; qui, dal fortino del generale Raewskij, Pierre Besukov era stato testimone di uno degli episodi più sanguinosi della battaglia; qui era caduto combattendo il principe Piotr Bagratiòn; qui era stata inferta ai francesi di Napoleone una ferita mortale.
Qui, più di cento anni dopo, gli uomini del generale Lelijushenko- uno degli eroi di Smolènsk- e del colonnello Poluskin tengono testa per più di cinque giorni ai tedeschi, spesso combattendo all’arma bianca.
Diranno i soldati russi superstiti: “ I nostri antenati ci guardavano dall’alto: non potevamo indietreggiare.”  Quando Zukov ordina a Poluskin ( Lelijushenko è stato evacuato perché ferito) di ritirarsi, i tedeschi non sono padroni del campo e i russi non sono stati battuti. Proprio come Kutusov, tanti anni prima.
Durante una breve visita al museo di Borodinò prima del combattimento, il colonnello Poluskin aveva scritto sul libro degli ospiti alla voce “ Motivo della visita”: “ Sono venuto a difendere il campo di battaglia”.
La resistenza si fa più accanita e i tedeschi avanzano sì, ma ogni giorno di più con maggiore fatica.

L’anniversario.

Kalinin e Kaluga cadono e  i tedeschi cominciano a scendere ( da Kalinin) e a salire ( da Kaluga) verso la capitale, stringendo la morsa. “Aspetto solo che le strade asciughino o gelino” , confida un impaziente  Hitler a Goebbels.
Aspetta e spera. Il tempo non mette giudizio, le strade non si asciugano né gelano e  i carri rimangono a bagnomaria. I preparativi per l’accerchiamento vanno, così, a rilento.
Procedono invece spediti – ancorché improvvisati-  da parte sovietica quelli per celebrare l’anniversario della rivoluzione d’ottobre. Alla vigilia dell’anniversario nevica. La neve cade qualche metro sopra il discorso di Stalin pronunciato nella stazione Majakovskj della metropolitana, sugli astanti infreddoliti e preoccupati, sulle speranze e sulle attese di un intero Paese.
Il giorno dopo sulla Piazza Rossa, durante la tradizionale parata anticipata di due ore rispetto al solito orario, nevica sui baffi a manubrio del generale Budionny, sul discorso con il quale Stalin promette la vittoria ed esalta Suvorov e Kutuzov[3], sul cavallo cieco da un occhio del generale Artemjev ,  sui reparti e sulle bandiere dei reggimenti destinati al fronte. E nevica pure sulle uniformi estive dei granatieri tedeschi, immobilizzati nel pantano.
Poi, finalmente, un bel giorno il gelo tanto atteso arriva. Le uniformi invernali, per i tedeschi, non ancora.

 Mosca, strada di Volokolamsk.

Il compagno tenente generale  Panfilov  non ci mette molto a  capire: con questo gelo e con il terreno solido- dice ai propri ufficiali-  aspettiamoci il peggio. Quando i tedeschi, scesi da Kalinin e presa Klin si dirigono verso i sobborghi di Mosca,  Panfilov sa che toccherà a lui. E ai cosacchi di Lev Dovator.[4]
Il telefono da campo gli porta la voce di Zukov. “ Compagno Panfilov ?  I tedeschi stanno arrivando verso la tua posizione. Ricacciali indietro, hai capito? Non farli passare!” Panfilov  vorrebbe ribattere che lui  è a corto  di armi anticarro,  ma Zukov non gliene lascia il tempo. “ E  ricordati: se ti ritiri, ti  faccio fucilare, c….!”.
Quando Panfilov  posa la cornetta senza aver potuto controbattere, uno dei suoi ufficiali lo apostrofa con fare interrogativo. “ Chi c’era dall’altra parte, compagno generale?”. “ Georgij Konstantìnovic in persona”. “E che voleva, compagno generale?”  Niente di particolare. Voleva farci coraggio. Ha detto che vinceremo e che diventeremo tutti eroi dell’Unione Sovietica””.

I fuochi fatui.

Una colonna motorizzata tedesca ha da poco superato il canale Volga- Moscova. In testa alla colonna, l’ufficiale comandante, un maggiore, guarda davanti a sé con il binocolo. In lontananza spiccano, nitide e imponenti, le cupole  del Cremlino. L’adrenalina è al massimo, l’euforia incontrollabile, il traguardo a un passo.
Scende la sera. In cielo brillano le stelle, ma sulla terra il freddo morde come una bestia feroce. Numerosi granatieri indossano ancora l’uniforme leggera e, per resistere al freddo, si sono imbottiti di giornali, di stracci, persino di uniformi sovietiche tolte ai caduti. Sembrano ladri di strada, non soldati.
I carri devono essere tenuti in moto per evitare il congelamento dell’olio e il blocco degli ingranaggi. I rifornimenti arrivano con il contagocce o non arrivano affatto, si spreca inutilmente benzina.
Un’eco di tutto questo si trova anche nel romanzo di Simonov: un soldato sovietico, esperto di chimica, parlando con i commilitoni aveva predetto: appena farà freddo, il loro carburante gelerà. Non contarci troppo, gli era stato risposto, conta piuttosto su te stesso.
Sotto le coppe dell’olio degli autocarri tedeschi a un passo dal Cremlino vengono accesi piccoli fuochi: visti da lontano, sembrano tanti fuochi fatui in un cimitero d’estate.

 Tula, a sud di Mosca. Novembre.

“Bene compagno, ecco la terza volta che riesci a farti accerchiare. Non ti pare un po’ troppo? Ti avevo detto di toglierti di lì, perché non l’hai fatto?” La voce di Zukov attraverso il telefono  è, come al solito, dura, aspra e condita di imprecazioni. Il generale Ivàn A. Boldin, sotto pressione nei pressi di Tula, a sud di Mosca, si risente. “ Compagno generale, se io e la mia armata ce ne fossimo andati, Guderian sarebbe già qui”, risponde deciso.
Boldin ha ragione. I tedeschi lo hanno quasi circondato, hanno interrotto la rotabile  per Mosca e, quindi, il flusso dei rifornimenti,  ma lui non ha smesso di combattere. Né ha pensato di ritirarsi. Adesso ha mandato un reggimento della divisione del colonnello  Sijazov a cercare di riaprire  le comunicazioni lungo la linea ferroviaria e tiene sotto il tiro dei propri cannoni i reparti di Guderian.  Zukov capisce. “ Che cosa ti serve?” chiede. Boldin vuole carri armati per aiutare i fucilieri di Sijazov a riaprire la via dei rifornimenti.
Passa il tempo. Il telefono squilla di nuovo. Questa volta non è Zukov, ma Vedenin il comandante dei fucilieri impegnati sulla rotabile Mosca-Tula. I carri sono arrivati, l’assalto è riuscito, la strada ferrata è libera, comunica. Ci sono volute diciannove ore, ma adesso il flusso dei rifornimenti può riprendere.
Per i tedeschi si fa sempre più dura.
“La resistenza è più tenace del previsto”. Scuote la testa il generale Guderian. “E le nostre linee di rifornimento sono troppo lunghe. Fare arrivare carburante e munizioni dove si combatte sta diventando un problema. Stiamo perdendo slancio. E poi, questo freddo. Loro ci sono abituati, noi no.  Forse li abbiamo sottovalutati.  Spiace dirlo, ma è così. Non si sono dispersi, al contrario: concentrano i carri e li usano per chiudere le falle o per dare addosso alla fanteria; hanno scavato fossati, alzato terrapieni,  allestito una serie di posizioni fortificate allo sbocco dei campi minati e ci aspettano all’uscita decisi a vendere cara la pelle. Hanno un equipaggiamento migliore, sfruttano il terreno, ci tolgono tempo, si battono fino all’ultimo, hanno hangar riscaldati e aerei in piena efficienza. E noi di notte dobbiamo tenere acceso il motore dei carri per impedire loro di gelare… Se solo ci fossimo decisi prima! Ah, dimenticavo. Una nostra unità è arrivata, nel pomeriggio, a un tiro di schioppo dalla Piazza Rossa”.
Già, la Piazza Rossa… Forse ci arriveremo domani. Ma  saremo ancora lì dopodomani? Si chiede Guderian mentre intorno a lui scrosciano gli applausi.

Strada di Volokolamsk, bivio di Dubosekovo.

Di nuovo il telefono, di nuovo Stalin. Zukov è chino sulle mappe intento a spostare un reggimento qui, a richiamarne un altro là. Sulla mappa quei movimenti sono bandierine multicolori , sul campo di battaglia sangue, morti e feriti.
Mentre il telefono di Zukov squilla, i superstiti di un reparto di ventotto uomini della divisione di  Panfilov- una di quelle bandierine- stanno per essere attaccati di nuovo dai carri tedeschi. Non c’è neppure il tempo di fasciare i feriti.  Imbracciano le armi e guardano davanti a loro i quattordici carri tedeschi in fiamme, il nemico bloccato e si chiedono chi mai li abbia assistiti durante il combattimento e continui ad assisterli. Il caso? Una fortuna sfacciata? Il coraggio? Dio? [5]
La voce del Capo è la solita, bassa e profonda. “ Da comunista a comunista, compagno generale, ce la faremo a tenere Mosca?”.  Zukov tace per qualche secondo, poi risponde affermativamente.  Anni dopo ammetterà: “Sicuro, in quei momenti, non lo ero per niente. Ma potevo rispondere in altro modo?”.

L’Armata “Rotta”.[6]

Il comandante in capo dell’esercito tedesco, feldmaresciallo Walther von Brauchitsch, annota sul proprio diario: “ L’Armata Rossa non dispone di alcuna forza di riserva ed è esausta”. L’annotazione è del 1° dicembre e potrebbe essere insignita, a buon diritto, del titolo di regina delle cantonate.
Da un pezzo, infatti, alle spalle di Mosca, all’insaputa dei tedeschi, migliaia e migliaia di soldati sovietici si stanno raggruppando, con i loro carri armati, la loro artiglieria, i loro aeroplani, i loro cavalli. Si vedono in giro, sempre più numerosi, fucilieri alti e robusti, con gli occhi chiari e i tratti tipicamente asiatici. Sono i “ragazzi siberiani” inquadrati nelle divisioni impiegate in Estremo Oriente contro il Giappone e richiamati in tutta fretta a ovest per cercare di  tenere in piedi la baracca.
Certo, indebolire il fronte orientale è una mossa rischiosa, ma il gioco, come si dice, vale la candela. Soprattutto da quando Richard Sorge, spia al soldo sovietico, ha fatto sapere da Tokio: il Giappone  ha messo gli occhi sull’ Asia sud-orientale , ci lascerà in pace e se attaccherà, attaccherà  nel Pacifico.
Il feldmaresciallo von Bock aveva detto ai suoi. “ Vincerà chi disporrà dell’ultimo battaglione”. Anche lui, come von Brauchitsch, come Halder e come quasi tutti a Berlino, ignora la consistenza delle riserve sovietiche.
Al Cremlino, nell’ufficio di Stalin,  Zukov e il suo collega  Belov  squadernano sul tavolo del Capo mappe militari piene di frecce e  montagne di carte con cifre e  diagrammi. Il piano per l’offensiva è pronto. In  parole poverissime, ridotto all’osso,  il piano è questo: adesso la smettiamo di prenderle e cominciamo a suonarle. Allontaniamo i tedeschi  da Mosca e poi stiamo a vedere. Dodici armate distribuite su cinque  fronti da sud a nord dovranno investire le forze tedesche attuando  una manovra avvolgente in modo da mettere in guai seri il Gruppo d’Armate Centro.
Stalin ascolta distrattamente, poi approva con un cenno del capo. Sembra infastidito, assente, distante, quasi apatico. Belov a stento riconosce in quell’uomo stanco e sciupato l’onnipotente padrone dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

La sera prima.

Sul fronte di Kalinin, a nord di Mosca, tutto è pronto. Per esorcizzare la tensione, il generale Ivàn Konev  sta leggendo alcune pagine di“Guerra e pace” del suo prediletto Tolstoj. Sono le pagine della scomposta rotta francese del 1812, sorvegliata e quasi accompagnata  dall’anziano principe Kutusov, comandante in capo delle truppe dello zar Alessandro.  E’ una ritirata dolorosa quella dei soldati di Napoleone, fatta di sofferenze inenarrabili, di freddo atroce e di fame implacabile.
Il generale alza gli occhi dalle pagine del grande romanziere russo, chiude il libro e si alza. Dalla finestra della stanza dove ha allestito il proprio comando osserva alcuni soldati consumare il rancio e pulire le armi, in un’atmosfera di tranquilla tensione. Circola  anche un po’ di  vodka: l’astemio Konev non ci fa caso.  Domani ci sarà battaglia e ogni soldato si prepara ad affrontarla a modo proprio. Lasciamoli fare.
Anche in prima linea si tenta di dominare la tensione. Là attorno a un fuoco, c’è chi scherza e racconta storie, qui alcuni giovani giocano a carte, laggiù qualcuno si occupa dei cavalli. Molti sono intenti a scrivere lettere alla moglie, alla madre, alla fidanzata. Le solite cose: state bene? avete da mangiare a sufficienza? crescono bene i bambini? Pensi a me? Pochi riferimenti alla patria e a Stalin. Quei soldati in divisa marrone si battono più per le loro madri, le loro mogli e le loro fidanzate che per il Capo, più per la Santa Madre Russia che per la Rivoluzione, più da russi che da sovietici.

Anche Serpilin è tornato al fronte. E’ guarito da una brutta ferita, è stato nominato generale e posto al comando di una divisione. Sintsov è con lui. Ha il grado di sergente maggiore nei reparti combattenti, una decorazione appuntata sul petto e il desiderio di battersi bene.
No, i tedeschi non passeranno. Glielo impediranno i vivi  e i morti. 

Epilogo

Fu uno scontro terribile e disumano,  violento e senza quartiere. Hitler ordinò ai suoi di fare terra bruciata e  di non arretrare di un passo dal “triangolo” Rzev- Gzajsk- Vjazma  e i suoi non arretrarono di un passo, mantenendo viva la minaccia a meno di centocinquanta chilometri da Mosca. Sui fianchi del “ triangolo” la manovra sovietica progrediva, ma mancava della forza necessaria per chiudere la tenaglia.
Ai soldati sovietici non importava più di tanto: avevano salvato la capitale, questo era l’importante. E non l’avrebbero mai dimenticato. C’erano anche altre cose che i soldati sovietici non potevano dimenticare e che  non dimenticarono. Dovunque passassero vedevano i segni della ferocia nazista, gli stupri e le uccisioni, gli incendi e le devastazioni, le persone affamate e i cadaveri dei civili. Zoja non aveva ancora diciotto anni, era stata catturata,  torturata ferocemente e, quindi impiccata. Il suo corpo era rimasto appeso per giorni a  un albero all’ingresso del paese dove la giovane era stata sorpresa a incendiare una stalla.
Quando seppero della sorte di Zoja, i soldati di Konev piansero e andarono con il pensiero alle  proprie madri, alle proprie mogli, alle proprie fidanzate, alle proprie sorelle.
Rabbrividirono di orrore e di sdegno. Racchiusero l’immagine di Zoja nel proprio cuore e se la portarono fino a Berlino.

Appendice.

Gli avvenimenti in breve.

I dialoghi riportati nel testo non compaiono ovviamente nei documenti . Né in questa né in altra forma.  Sono dunque inventati di sana pianta. Ma sono stati inventati apposta per sintetizzare  situazioni e avvenimenti   realmente accaduti e verificatisi. Il disappunto di von Bock quando gli furono tolti i corpi  corazzati , i timori di Zukov, l’atteggiamento di Stalin, le preoccupazioni di Guderian sono documentati. Così come lo sono il panico della popolazione moscovita, il coraggio dei difensori di Mosca, le affermazioni di Hitler, la fucilazione di alti ufficiali sovietici per vigliaccheria – vera o presunta-  nei momenti iniziali di Barbarossa. Insomma, ho “romanzato” un po’ le cose, cercando però di attenermi il più possibile ai fatti.
L’operazione Tifone, l’attacco finale  a Mosca, scattò il 30 settembre 1941 lungo due direttrici: Vjazma,  a nord e Brjansk , a sud. Sei settimane prima i sovietici erano a pezzi. In quell’occasione, mentre von Bock, comandante del Gruppo d’Armate Centro, insisteva per accelerare la marcia verso la capitale, Hitler  tolse al suo Gruppo  forze consistenti ( i corpi d’armata di Guderian e di Hoth) per sostenere, a nord, la conquista di Leningrado( parzialmente fallita) e a sud, quella di Kiev( riuscita), considerate economicamente e strategicamente più importanti di Mosca. Era una mossa tutto sommato sensata, ma , alla luce degli avvenimenti successivi, il tempo perduto in quel frangente sarà pagato caro. O, se si preferisce, fu pagata cara, anzi carissima,  la decisione di puntare ugualmente su Mosca, nonostante l’inverno imminente.

Il 5 ottobre, con l’Armata Rossa sotto pressione e sul punto di cedere, il generale Georgij Konstantìnovic Zukov fu richiamato a Mosca da Leningrado per rimettere in sesto la baracca. Il nuovo comandante si mosse lungo due direttrici: impostò un’azione difensiva e ne preparò una offensiva. Mobilitò la popolazione civile per costruire linee fortificate e, contemporaneamente, cominciò a riunire riserve nel retroterra della capitale. Mosca doveva resistere. Per due motivi: uno psicologico ( la sua caduta sarebbe stato un colpo durissimo per la credibilità sovietica presso l’opinione pubblica interna e internazionale) e uno strettamente militare (garantire il tempo necessario per mettere insieme le forze per la controffensiva).
Mentre Stalin  meditava di lasciare la capitale, i tedeschi avanzavano. Dopo aver infranto la resistenza sovietica sia a nord ( generale Ivàn S. Konev), sia a sud ( generale Andrej  I. Eremenko) e chiuso le armate sovietiche in grandi sacche, cominciarono a stringere il cerchio convergendo su Kalinin( a nord) e su Kaluga ( a sud). Quando le due città caddero, la situazione si fece critica. Zukov buttò nel calderone tutto quello che aveva, ma inutilmente.
Poi il tempo cambiò. Prima pioggia mista a neve, poi neve fradicia impedirono ai carri tedeschi di muoversi velocemente su strade ridotte a pantano. L’avanzata rallentò, le linee di rifornimento si allungarono e anche se, una volta sopraggiunto il gelo, avanguardie tedesche arrivarono a pochi chilometri dal Cremlino  e presero Klin e Istra alle porte della capitale, non ci furono ulteriori progressi. La loro spinta si era esaurita. E intanto, nelle retrovie, i sovietici ammassavano da tempo riserve consistenti.

Il 6 dicembre, con una temperatura intorno ai 25 gradi sotto zero, scattò la controffensiva sovietica. Le riserve ( dodici armate, integrate da divisioni siberiane) entrarono in azione lungo quattro direttrici. A sud di Mosca i fronti sudoccidentale ( gen. Kostenko) e di Brjansk ( gen.Ceravicenko), mossero, rispettivamente, verso Cern e  Stalinogorsk ; il  fronte occidentale( Zukov) riconquistò Klin e puntò vero i luoghi della guerra napoleonica, Maloiaroslavetz e Kaluga ; il fronte di Kalinin ( gen. Konev) si spinse verso la città di Staritza; il fronte nordoccidentale( gen. Kurockin) affondò quasi nel vuoto in direzione di  Veliki Luki a più di trecento chilometri dalla capitale. Il piano dapprima semplice ( cacciare i tedeschi lontano da Mosca) divenne con il passar dei giorni sempre più  ambizioso, fino a ritenere possibile l’accerchiamento dell’intero Gruppo d’Armate Centro.

Fu , come abbiamo detto, uno scontro durissimo, disumano e terribile, combattuto in condizioni estreme nelle quali, tuttavia, i sovietici seppero sfruttare i piccoli, ma significativi, vantaggi di cui godevano. Indossavano uniformi invernali, avevano sostituito gli ingombranti cappotti con giubbotti imbottiti e calzavano caldi stivali di feltro, mentre numerosi soldati tedeschi rabbrividivano nelle loro uniformi estive e i loro stivali chiodati lasciavano penetrare l’acqua e  non preservavano dal gelo. I piccoli e instancabili cavallini della steppa  mantenevano attive e ininterrotte le  linee di comunicazione e di rifornimenti sovietiche, mentre quelle tedesche erano allungate e sfilacciate. Gli aerei da combattimento sovietici decollavano da piste in cemento, quelli tedeschi da campi erbosi, mal tenuti, impregnati d’acqua o , se gelati, disconnessi e pericolosi.
Hitler destituì i comandanti del fronte e assunse personalmente la direzione delle operazioni. Il Gruppo d’Armate Centro, affidato ora al feldmaresciallo Hans von Kluge ( soprannominato, giocando sull’etimologia del cognome, “Hans l’astuto”, in tedesco der kluge Hans), era seriamente minacciato di accerchiamento. Fu salvato dall’ordine di Hitler di non cedere di un passo e dall’affievolirsi della spinta sovietica, compromessa anche dalla decisione di un ringalluzzito Stalin- non condivisa da Zukov-  di lanciare offensive in grande stile, premature e improvvisate, anche in altre parti del fronte ( a Leningrado e in Ucraina, ad esempio). Alla fine di aprile, quando la battaglia per Mosca ebbe termine,  i sovietici, nel punto più breve, avevano ricacciato il nemico a più di cento chilometri dalla capitale  e infiltrato le prime unità partigiane organizzate nelle zone controllate dai tedeschi.
Questi, per sommi capi, i momenti della battaglia per Mosca del 1941-42. Quattro fattori risultarono decisivi: la decisione di Hitler di indebolire la spinta di von Bock proprio nel momento di maggiore crisi dei sovietici( ma, forse, era una scelta obbligata); la decisione di attaccare con l’inverno alle porte; le pessime condizioni meteorologiche;  la capacità sovietica di ricostruire le proprie forze, creando riserve consistenti. Zukov non poté influire sulle decisioni di Hitler né sulle condizioni del tempo. Influì moltissimo, invece,  sulla riorganizzazione delle forze dell’Armata Rossa e seppe gestire con abilità sia la fase difensiva, sia la fase offensiva della battaglia.

Per Mosca e per i moscoviti furono momenti difficili e duri. Soffrirono il freddo e la fame e molti morirono d’inedia. Le linee ferroviarie erano intasate da truppe e da materiali in movimento verso il fronte e i convogli carichi di viveri viaggiavano a ritmo ridotto in direzione della capitale. Il mercato nero prosperava, il denaro valeva sempre meno e tornò in auge il baratto. Quando la crisi raggiunse il culmine, qualcuno minacciò di uccidersi e di uccidere la propria famiglia se non avesse avuto da mangiare; qualcun altro  protestò, prendendosela con i contadini e con il governo e ci fu anche chi indirizzò una lettera a Stalin ( ovviamente in forma anonima) perché aprisse gli occhi e prendesse in mano la situazione.
Si trattava di critiche in gran parte ingiuste. I funzionari governativi- in particolare Scherbakov  e Polin-  facevano il possibile e, a volte, anche di più. Nei primi tempi, quando i panzer di Guderian e di Hoeppner si avvicinavano alla capitale minacciosi e inarrestabili, si sfiorò il collasso. I moscoviti furono presi dal panico e Mosca conobbe giorni assai simili a quelli del 1812. Le contromisure rapidamente adottate, la decisione di Stalin di restare nella capitale e l’improvvisata sfilata  sulla Piazza Rossa nell’anniversario della Rivoluzione, il discorso pronunciato in quell’occasione( discorso replicato nel salone di San Giorgio al Cremlino, filmato e diffuso nei Paesi alleati) contribuirono a rinsaldare il morale della popolazione e a infondere nuove energie all’esercito.
La confusione, tuttavia, durò  a lungo. Quando la minaccia tedesca fu sventata, numerosi profughi ritornati nella capitale trovarono i propri appartamenti occupati. I pochi locali rimasti  liberi furono invasi  da decine di persone e la promiscuità crebbe e, con essa, anche il rischio di epidemie. Mosca conobbe, insomma, anche se su scala ridotta, le stesse situazioni e visse le medesime tragedie di Leningrado. Ma non fu conquistata.

Perché Mosca non fu conquistata.

Attaccare l’Unione Sovietica ,vecchio pallino di Hitler, presentava numerosi rischi. Uno era legato alla geografia ( spazi sterminati, primavere e autunni piovosi e fangosi , inverni rigidissimi), un altro alle infrastrutture ( strade inesistenti o quasi, ferrovie a scartamento ridotto), un altro ancora alla forza dell’Armata Rossa. Quando il generale Franz  Halder, capo di stato maggiore dell’esercito, affrontò il problema stimò in 121 divisioni tedesche contro 151 sovietiche  l’entità delle forze in campo al momento della mossa d’apertura. Era un motivo sufficiente per allarmare i militari e per indurli alla prudenza. Ma Hitler non volle ascoltarli. I nostri soldati sono  addestrati ed equipaggiati in modo eccellente, il nostro materiale è tecnologicamente migliore di quello russo, le nostre forze armate sono qualitativamente superiori a quelle del nemico, avremo dalla nostra il fattore sorpresa,  furono le sue risposte. I militari mugugnarono, ma  la cosa  finì lì.
Hitler si proponeva di distruggere l’Armata Rossa fra il confine  e il fiume Dnepr, per  procedere, poi,  alla conquista  di Mosca, di Leningrado, dell’Ucraina, della Crimea, inglobando nel Reich  i territori situati al di qua della linea Arcangelo – Astrakan . Sarebbe stato quello lo “spazio vitale” necessario alla Germania per durare -come aveva profetizzato la sua Guida Suprema- mille anni. La guerra contro Stalin era  un’occasione unica per conquistare il Lebensraum e per estirpare, una volta per tutte, il pericolo del “ giudaismo bolscevico”.
Ma, oltre ai motivi ideologici e a quelli economici, nella valutazione di Hitler entrarono anche considerazioni politiche. Hitler temeva due cose: certamente un’alleanza fra l’ Unione Sovietica e la Gran Bretagna e, forse, un attacco a sorpresa da parte di Stalin. La prima avrebbe stretto la Germania in una morsa mortale, il secondo avrebbe potuto metter in pericolo le conquiste tedesche a oriente.
Se invece fosse stata la Germania a portare con successo il primo colpo- e, per giunta, definitivo- la Gran Bretagna sarebbe rimasta isolata e Stalin ricacciato oltre gli Urali. Una Gran Bretagna isolata sarebbe stata costretta a venire a patti con la Germania, un’Unione Sovietica ridimensionata non si sarebbe più ripresa. O, almeno, così si ragionava a Berlino. Per la Gran Bretagna, Hitler aveva pronta, su un piatto d’argento, una proposta allettante: l’impero ai britannici, l’Europa continentale ai tedeschi. In questo modo, senza più fronti aperti, avrebbe potuto dedicarsi all’organizzazione del Reich millenario.
Erano valutazioni meno strampalate di quanto non sembri a prima vista( Londra aveva ben presente il pericolo del comunismo), ma entrambe furono frustrate dalla decisa presa di posizione di Churchill e dall’inattesa resistenza dell’Armata Rossa.
Hitler era altresì convinto del cedimento rovinoso dell’Unione Sovietica, dove, a suo parere, la popolazione, oppressa dal regime, non vedeva l’ora di liberarsi una volta per tutte di Stalin.  E, in effetti,  pane, sale e fiori furono offerti agli invasori dai contadini e dagli agricoltori ucraini, i più provati dalla collettivizzazione forzata e dai suoi tragici eccessi. Ma la luna di miele- se mai di luna di miele si trattò- durò molto poco. Gli Einsatzgruppen riportarono tutti con i piedi per terra  e, nello stesso tempo, armarono molte mani. Le paludi del Pripiot, diventarono covi di partigiani e ottime basi di partenza per pungere  sui fianchi-  con un’arma antica,  la cavalleria- il Gruppo di Rundstedt. Quello stesso Rundstedt che si era sentito dire da Hitler: “ Lei dia un calcio alla porta e tutta la  marcia impalcatura cadrà”.
Sull’andamento della campagna influirono- e non poco- i contrasti fra Hitler e i suoi generali. Sugli obiettivi da raggiungere, ad esempio, non ci fu mai identità di vedute. Hitler controllava tramite il fido sicofante Keitel  l’OKW( Oberkommando der Wehrmacht, Alto Comando delle Forze Armate), l’equivalente del soppresso Ministero della Guerra. Ma non sempre le sue direttive erano accolte favorevolmente nello stato maggiore o al fronte. Partito con l’idea di puntare su Mosca ( e, in effetti, il Gruppo d’Armate Centro era il più forte dei tre), cambiò poi parere in corso d’opera e spostò il peso maggiore dell’avanzata dal centro verso sud, dalla Bielorussia verso l’Ucraina e mandò rinforzi- anche se in misura minore-  anche verso Leningrado.
Sulla sua decisione influirono considerazioni di carattere politico ed economico: le terre nere ucraine gli facevano gola  e ancor di più il controllo della Crimea, dalla quale i sovietici avrebbero potuto minacciare i pozzi petroliferi romeni. Tuttavia, se Kiev fu conquistata con una brillante manovra di accerchiamento, Mosca fu perduta per sempre. I generali non  presero bene la decisione di Hitler di rallentare l’avanzata su Mosca a scapito di quella verso l’Ucraina. Halder, von Bock, Guderian erano per mantenere forte l’attacco  in direzione della capitale sovietica e altrettanto forte la pressione sulle forze nemiche ormai quasi allo sbando.
Tuttavia Hitler non volle sentire ragioni: mandò Hoth e Guderian e i loro corpi corazzati rispettivamente verso Leningrado e verso Kiev, lasciando von Bock a proseguire in direzione di  Mosca con la sola fanteria o quasi. Poi  una volta conquistata Kiev ( ma non Leningrado), restituì a von Bock i corpi corazzati  e l’avanzata in direzione della capitale riprese. Ma ormai era tardi e  il tempo perduto in settembre non sarebbe stato recuperato. Mai più.
Non si trattò,  tuttavia, sotto l’aspetto militare, di una decisione peregrina. Von Bock si era allungato troppo e aveva un fianco scoperto. In altre parole era vulnerabile. Facendo scendere da nord verso sud il gruppo di Guderian, Hitler avrebbe potuto raggiungere, in una sola volta,  numerosi obiettivi: stringere in una morsa fatale i russi dislocati in Ucraina, distruggere le loro armate, conquistare Kiev ed eliminare il pericolo di una controffensiva sovietica ai danni del Gruppo d’Armate Centro. Poi si sarebbe pensato a Mosca. Una mossa logica, a ben vedere.
La campagna fu influenzata anche dalle condizioni meteorologiche,  più dalle  piogge autunnali che dalla neve e dal gelo invernali: le prime ridussero le strade, già di per sé pessime, a veri e propri torrenti di fango; i secondi decimarono i soldati impreparati ad affrontarli e misero in difficoltà i mezzi meccanici, ma, indurendo il terreno, ridiedero anche slancio alle divisioni corazzate. Paradossalmente l’arretratezza dell’Unione Sovietica fu la causa principale  della sua salvezza. Secondo molti generali tedeschi intervistati dopo la fine della guerra, se l’Urss avesse avuto strade degne di questo nome, Mosca sarebbe stata sicuramente  raggiunta.
Quando le strade restavano asciutte si mangiava polvere, ma si proseguiva abbastanza spediti; quando pioveva- e , a volte, bastava un breve acquazzone- la polvere si trasformava in fango e tutto andava a passo di lumaca. I trasporti viaggiavano su gomma e le ruote, a differenza dei cingoli,  sprofondavano e slittavano nella melma, lasciando la prima linea a corto di carburante, di viveri, di munizioni.
I soldati sovietici, invece, si muovevano utilizzando le ferrovie a scartamento ridotto, ma, soprattutto, a cavallo o a piedi, accontentandosi di quello che trovavano. Per loro vere e proprie linee di rifornimento- agli inizi, almeno- non esistevano. Nello zaino di Ivàn c’erano qualche tozzo di pane, un po’ di verdure crude raccolte nei campi o nei villaggi  e nient’altro. I pazienti e robusti cavallini della steppa mangiavano la paglia dei tetti delle case , mentre i cavalli da tiro tedeschi morivano  a migliaia stroncati dalla fatica, dal freddo e dalla mancanza d’avena.
A differenza dei caldi stivali di feltro della fanteria sovietica, gli scarponcini chiodati dei Landser non preservano i piedi dal congelamento; i carri armati e gli autocarri tedeschi dovevano essere tenuti in moto anche di notte per impedire all’olio di gelare , mentre i sovietici avevano a disposizione hangar riscaldati; ogni unità della  Wehrmacht aveva in dotazione diversi tipi di veicoli, la qual cosa complicava la gestione dei pezzi di ricambio. Al contrario, i sovietici avevano praticamente un solo tipo di carro armato ( il T-34) e, in seguito,  un solo tipo di mezzo di trasporto ( l’autocarro Ford, americano) e intervenivano tempestivamente  quando i mezzi meccanici si guastavano. Erano piccoli particolari, ma  sarebbero  potuti risultare decisivi.
Con l’arrivo del cattivo tempo i generali tedeschi insistettero per fermarsi, per approntare linee difensive e per aspettare, al riparo e al sicuro  l’arrivo della stagione propizia. Hitler non fu dello stesso avviso e ordinò l’avanzata su Mosca. Il tempo perduto in precedenza e il fango autunnale rallentarono la marcia delle divisioni tedesche, dando allo Stavka ( il comando supremo sovietico) la possibilità di radunare riserve e di impiegarle, con successo,  in una controffensiva bene organizzata. Hitler sposò allora il dogma della resistenza a oltranza, della terra bruciata e della difesa di ogni palmo di terreno anziché optare per una difesa elastica e flessibile. La sola idea di ritirarsi  lo mandava in bestia. Questo atteggiamento costò ai tedeschi  migliaia e migliaia di vite umane.
L’Armata Rossa fu sottovalutata da Hitler e dai suoi più stretti collaboratori: a Berlino qualcuno la chiamava, sprezzantemente, “L’Armata Rotta”.  L’abbondanza di uomini e la capacità di creare sempre nuove unità in sostituzione di quelle distrutte ebbero un ruolo di primo piano ( a due mesi dall’invasione erano state identificate ben 380 divisioni sovietiche), ma anche l’ atteggiamento dei soldati risultò importante.
Il soldato sovietico fu, per usare le parole di un generale tedesco, un ottimo combattente all’inizio, un ottimo soldato in seguito. Un ottimo combattente quando, benché senza ordini, si oppose con tenacia e accanimento allo strapotere iniziale dei panzer tedeschi; un ottimo soldato quando, passata la sfuriata iniziale, venne il momento di contrattaccare. Una nuova generazione di comandanti infine-  spregiudicati, duri, decisi- imparò dagli errori e diede all’Armata Rossa disciplina, organizzazione, morale.

La vittoria dimezzata.

Il successo sovietico nei primi giorni della controffensiva fu clamoroso. L’Armata Rossa avanzò di slancio e i tedeschi furono costretti a ritirarsi, in alcuni casi in disordine e nel caos più completo. In altri casi e in altri settori, tuttavia, la resistenza tedesca fu tenace e i russi avanzarono molto lentamente.
Faceva freddo, molto freddo e la neve era alta. I sovietici- come hanno scritto molti storici- ne trassero vantaggio. Questa affermazione, però, per altri storici- e non solo sovietici- è vera solo in parte. Faceva freddo, è vero, ma faceva freddo per tutti, non solo per i tedeschi. I russi erano sicuramente meglio equipaggiati e più avvezzi al freddo, ma non erano ancora abituati a combattere in condizioni estreme. Inoltre erano a corto di materiali, di munizioni, di armi e  disponevano solo di pochi autocarri per trasportare i rifornimenti.
Le fabbriche sovietiche, in gran parte smontate e trasferite  oltre gli Urali, non erano ancora in grado di produrre armi e carri  a ritmi elevati.  I tedeschi indossavano sì uniformi leggere o , sotto le uniformi, gli abiti tolti alla popolazione o ai nemici uccisi, ma erano ancora superiori in fatto di mezzi blindati e di potenza complessiva di fuoco.
Nella prima fase della controffensiva l’aviazione sovietica svolse un ruolo determinante. Ma più le forze di terra avanzavano, meno essa diventava incisiva. Gli hangar riscaldati e le piste di cemento esistevano soltanto nei dintorni della capitale; altrove- e non poteva essere altrimenti-  mancavano sia gli uni che le altre. Le linee si allungavano e, insieme a esse, aumentava la distanza da percorrere e con l’aumentare della distanza diminuiva l’efficacia delle incursioni aeree.
L’alto comando sovietico, inoltre, commise più di un errore. Il più grave  fu quello di disperdere le riserve su più fronti, anziché concentrarle intorno a Mosca. Questo errore fu dovuto a una sopravvalutazione delle proprie forze e, di conseguenza, a una sottovalutazione delle forze nemiche. L’idea era indubbiamente allettante: liberare Leningrado, l’Ucraina e, contemporaneamente, circondare il Gruppo d’armate Centro davanti a Mosca con un’ampia manovra a tenaglia da nord e da sud in direzione di Smolénsk. Ma era anche  un  piano fuori dalla portata  di un’Armata Rossa ancora male organizzata e male equipaggiata. Fu  Stalin in persona  a volerlo contro il parere di Zukov.
Hitler ordinò di tenere assolutamente la linea Rzev -Gzack- Vjazma e di ignorare l’avanzata sovietica suoi fianchi. Secondo lui e secondo il capo  di stato maggiore dell’esercito, generale Franz Halder, la controffensiva di Zukov  non aveva abbastanza forza per  chiudere la tenaglia a Smolénsk. I tedeschi si schierarono a “ istrice” tutt’intorno alle città indicate da Hitler,  raggrupparono i carri e li usarono come maglio per scompaginare le linee nemiche.
Dal canto loro i sovietici fecero il contrario: anziché concentrare una massa d’urto in quel settore al fine di ottenere la superiorità in uomini  e in mezzi corazzati, rinforzarono il fronte di Leningrado, puntarono su Charkov in Ucraina e sbarcarono diverse divisioni nella penisola di Kerc, in Crimea. Ma non ottennero risultati di rilievo. La loro industria pesante arrancava, mancavano di armi, di aerei e di carri armati. Persero così slancio e, dappertutto, furono costretti a fermarsi.
Dunque, la scarsità di materiale e di equipaggiamento, l’impossibilità di essere sostenuti efficacemente dalla propria aviazione dopo le prime travolgenti fasi dell’offensiva, la precarietà delle linee di rifornimento, l’utilizzo poco accorto delle riserve, la tenace resistenza tedesca, impedirono ai sovietici, più del freddo e della neve, di ottenere il successo sperato.
Mosca, però, non fu conquistata, molte delle sue industrie rimasero dov’erano e questo si rivelerà un fattore decisivo per le battaglie future.

 

Gli avvenimenti in breve.

30 settembre: i tedeschi lanciano l’operazione Tifone. L’obiettivo è Mosca. Due potenti manovre a tenaglia  in direzione di Vjazma a nord e di Brjansk  a sud hanno il compito di avvolgere e di distruggere le difese sovietiche.
30 settembre: il  generale HeinzGuderian investe l’ala meridionale dello schieramento difensivo sovietico, frantumandola. Il comandante del fronte, generale  Eremenko,  viene ferito e la città di  Oriol conquistata ( mentre i tram sono ancora in servizio).
1° ottobre: Stalin impartisce i primi ordini per lo spostamento del governo da Mosca a Kujbysev, a ottocento chilometri  di distanza. Vengono evacuati, nei giorni successivi,  parte della popolazione, la famiglia di Stalin, gli addetti alle ambasciate straniere, le opere d’arte e la salma di Lenin, trasportata nella cella frigorifera del vagone di un treno speciale alla volta della lontana Tjumen.
2 ottobre: protetti da aerei, artiglieria e fumogeni, i tedeschi colpiscono l’ala settentrionale dello schieramento sovietico. Il generale Ivàn  Konev non regge e le forze tedesche convergono su Vjazma per chiudere la tenaglia e intrappolare le  armate del generale sovietico.
4 ottobre: Discorso di Hitler allo Sportpalast di Berlino, in occasione della raccolta fondi per l’assistenza invernale. Esibisce  le cifre da capogiro di quella che lui definisce “la più grande battaglia della storia del mondo”.
5 ottobre: Stalin richiama il generale Georgij K. Zukov da Leningrado, perché organizzi la difesa della capitale. Il capo di stato maggiore tedesco, generale Franz Halder , annota sul proprio diario: “ La campagna di Russia è stata vinta in due settimane”.  Leggendo gli ottimistici rapporti dal fronte, Hitler si convince di avere la vittoria in pugno. Intende far sparire Mosca  dalla faccia della terra sostituendola con  un lago artificiale.
6 ottobre: su Mosca e dintorni cade la prima neve. Si scioglie subito e il fango inonda le strade. L’avanzata tedesca rallenta e la difficoltà di ricevere rifornimenti aumenta.
6 ottobre: un  ricognitore sovietico avvista una colonna tedesca a poco più di cento chilometri dalla capitale. Nessuno ci crede. Altri aerei si alzano e confermano la notizia. Berija ordina l’arresto e l’interrogatorio dell’ufficiale del primo aereo e del suo comandante accusandoli di  “ provocazione”.
7 ottobre: tentativo- mai provato, per altro-  di Stalin di contattare Hitler con  offerte di pace tramite l’ambasciatore bulgaro a Mosca, Ivan Stamenov. Sul fronte sud, cade Briansk e  le tre armate di Eremenko vengono intrappolate.
8 ottobre: Stalin destituisce i comandanti del fronte occidentale e nomina Zukov comandante dello stesso fronte. Konev  non viene fucilato come prassi: anzi diventa il vice di Zukov . Insieme daranno vita, pur non amandosi molto, a una coppia vincente.
10 ottobre: il capo dell’ufficio stampa di Hitler, Otto Dietrich, parla  ai giornalisti stranieri. Afferma: i resti dell’Armata Rossa sono intrappolati in un cerchio d’acciaio che si stringe sempre più togliendo loro qualsiasi possibilità di sfuggire  alla distruzione .
11 ottobre: i quotidiani tedeschi titolano:  “La campagna in Oriente è decisa! L’ora fatale è arrivata!”
16 ottobre: A Mosca i treni vengono presi d’assalto, gli appartamenti svaligiati, gli uffici saccheggiati. Dovunque regnano confusione e  terrore.
17 ottobre: la radio annuncia:  Mosca sarà difesa fino all’ultimo uomo , Stalin non è partitoe si trova ancora nella capitale. Zukov  rafforza la linea Mozajsk, debole e mal presidiata, situata a un centinaio di km da Mosca, mobilita la popolazione civile, donne e ragazzi compresi, per allestire  una seconda linea difensiva più vicina alla capitale. Comincia anche l’evacuazione da Mosca dei bambini, degli anziani e delle donne non sposate.
18 ottobre: le armate tedesche aggirano la linea intorno a Mozajsk  entrano  a Kalinin ( nord di Mosca) e a Kaluga ( sud) , pronte a chiudere il cerchio attorno alla capitale. I sovietici  rispondono con attacchi suicidi.
27 ottobre: Hitler  confida a Goebbels: “Aspetto soltanto  che le strade asciughino o ghiaccino.”
6 novembre:  iniziano i festeggiamenti per l’anniversario della rivoluzione d’ottobre. Alle 19,30, Stalin pronuncia un discorso patriottico  alla stazione Majakowski  della metropolitana.
7 novembre, anniversario della Rivoluzione: sulla Piazza Rossa ha luogo la tradizionale sfilata. In testa il generale Budionny. Viene proiettato un filmato in cui Stalin esorta i soldati a battersi per la patria ed esalta, fa le altre,  le figure dei generali zaristi  Suvorov e di Kutusov. Al termine della sfilata i soldati raggiungono direttamente il fronte.
19 novembre: Stalin telefona a Zukov:  da comunista a comunista, ce la faremo a tenere Mosca? Certamente, è la risposta. Ma intanto chiede carri armati: non arrivano. Qualche anno dopo, Zukov scriverà che non era poi  così tanto sicuro di tenere Mosca, in quei giorni.
24 novembre: riprende l’avanzata tedesca.  A nord Klin cade.
28 novembre: i tedeschi raggiungono e superano il canale Moscova-Volga: sono a non più di una ventina di km dal Cremlino. A sud, però, lanciati in direzione di Tula, vengono fermati dalla strenua resistenza opposta dai soldati del generale I.V. Boldin.
30 novembre: Zukov e  Belov presentano a Stalin i piani per l’offensiva. Belov vede un uomo dal volto teso e tirato. Parla  a stento. Stalin dà un’occhiata ai piani li approva con un cenno del capo. E’  sempre il comandante supremo, ma il rapporto con i suoi generali è cambiato a favore di questi ultimi.
1° dicembre: il feldmaresciallo Walther von Brauchitsch, comandante in capo dell’esercito tedesco, scrive : “L’Armata Rossa non dispone di alcuna forza di riserva ed è esausta”.  Si sbaglia. Lo Stavka, il comando supremo sovietico, ha raccolto dodici armate di riserva e si appresta  a impiegarle in battaglia. Nelle retrovie vengono ammassate quasi sessanta divisioni e, dopo la comunicazione di Sorge relativa all’atteggiamento del Giappone, affluiscono a occidente le prime unità siberiane.
6 dicembre: con una temperatura di 25 gradi sotto zero, alle tre del mattino, scatta l’offensiva sovietica. A nord la meta è Klin , a sud Kaluga.
7 dicembre: aerei giapponesi attaccano la flotta americana alla fonda nel porto di Pearl Harbour, nelle Hawai.
11 dicembre: Hitler dichiara guerra agli Stati Uniti: l’URSS ha un alleato in più.
13 dicembre: si  allenta la pressione tedesca proveniente da Klin e da  Kaluga. La radio rassicura la popolazione: l’offensiva ha avuto successo e l’accerchiamento tedesco è  stato scongiurato, comunica.
15 dicembre: dopo accaniti combattimenti, Klin viene riconquistata dai sovietici.
16 dicembre: il ministro degli esteri britannico, Anthony Eden si reca in visita  a Mosca. Stalin torna a parlare di politica: rivuole le frontiere sovietiche del 1941 e chiede mano libera sull’Europa orientale. Evidentemente le vittorie di Zukov gli hanno dato alla testa. Comincia a parlare di un’offensiva generale.
19 dicembre: Hitler, dopo aver destituito i comandanti più alti in grado, assume il comando dell’esercito e ordina ai propri soldati  davanti a Mosca di non ritirarsi.
Fine di dicembre: i sovietici riconquistano  Kalinin, a nord e, dopo una lotta casa per casa, anche  Kaluga a sud. Il  Guppo d’Armate Centro tedesco è minacciato di accerchiamento.
5 gennaio 1942: Zukov critica il piano di Stalin di offensiva generale. E’ l’unico a farlo. L’offensiva generale- verso Leningrado, verso Kiev, davanti a Mosca- fallisce in pieno causando perdite spaventose.

Alla fine di marzo, la battaglia di Mosca è praticamente conclusa, anche se, qua e là,  si registreranno sporadici scontri per quasi tutto il mese di aprile. Il 20 aprile, “ ufficialmente”, la battaglia di Mosca termina: i sovietici hanno lasciato sul campo quasi un  milione di uomini. I britannici e gli americani, insieme, durante l’intera guerra, non arriveranno  a un numero di perdite così elevato.

Da leggere

Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Rodric Braithwaite, Mosca 1941, Mondadori , Le Scie, 2008
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Luckas, L’attacco alla Russia, Corbaccio, 2008
Geoffrey Jukes, La difesa di Mosca, Ermanno Albertelli  Editore, senza data
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Konstantin Simonov, I vivi e i morti, Editori Riuniti, 1961
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966

Su questo sito puoi leggere anche :

La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Uno contro uno ( La battaglia di Kursk, 1943),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

Per le immagini si rimanda a:

it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Mosca

 

La cartina è tratta da: www.emersonkent.com/map_archive/moscow_1941.htm

La cartina della battaglia.

La situazione alla vigilia della controffensiva sovietica. Clicca sulla cartina per ingrandirla.


[1] L’arruolamento dei volontari fu, agli inizi, confuso e improvvisato. I moscoviti – uomini e donne- venivano arruolati, per amore o per forza, nel quartiere al quale appartenevano ( Mosca era stata divisa in venticinque quartieri o Rajon), nelle scuole alle quali erano iscritti, negli uffici, nei teatri  e persino nelle fabbriche. A volte non si teneva conto delle specializzazioni. Molti studenti di medicina furono arruolati come soldati semplici e solo in un secondo tempo furono  richiamati dal fronte per ultimare gli studi e trasformarsi in medici militari. Non c’era chiarezza neppure nelle comunicazioni. Molti si arruolarono convinti di  dover costruire difese intorno a Mosca o manovrare batterie antiaeree e si trovarono, di punto in bianco, al fronte.  Mancavano le armi, mancava l’addestramento. Per queste ragioni i volontari subirono perdite elevatissime. Alcuni di loro, tuttavia, col tempo divennero soldati duri e temprati e parteciparono a tutte le fasi della guerra, compresa la conquista di Berlino.

[2] Comandante del fronte occidentale al momento di “Barbarossa”,  destituito e giustiziato per negligenza. In effetti Pavlov commise numerosi errori. Non volle considerare vera la notizia dell’attacco, emanò gli ordini in ritardo, fu tagliato fuori da tutte le comunicazioni e perse il controllo delle proprie armate. Ma in quei momenti, pochi , pochissimi seppero fronteggiare nel modo dovuto la situazione.

[3] Entrambi generali zaristi. Il primo servì  soprattutto  sotto la Grande Caterina; il secondo sconfisse Napoleone nel 1812.

[4] Il generale di divisione Ivàn Panfilov e il suo collega Lev Dovator furono due fra i più abili e coraggiosi  ufficiali sovietici. Erano adorati dai propri uomini con i quali dividevano  rischi e i disagi. Il generale di cavalleria Dovator era ebreo. Eppure i suoi soldati- tutti cosacchi, tradizionalmente antisemiti- stravedevano per lui. Entrambi caddero in combattimento: Panfilov nel novembre del 1941, Dovator nel dicembre dello stesso anno, durante la vittoriosa controffensiva sovietica davanti a Mosca. La divisione di Panfilov – una delle migliori e delle meglio addestrate- subì perdite tremende davanti alla capitale.

[5] Ventitré dei “28 di Panfilov” come sono passati alla storia i difensori di Dubosekovo, caddero al proprio posto di combattimento dopo aver distrutto, complessivamente, diciotto carri armati nemici e dopo aver trattenuto a lungo i tedeschi. Furono tutti nominati “Eroi dell’Unione Sovietica” alla memoria. L’episodio fu trasformato in una sorta di leggenda .Con molte luci, ma anche con molte ombre.  Dopo la guerra, ad esempio, vennero rintracciati cinque sopravvissuti. Uno di essi era un collaborazionista. Come avevano fatto a cavarsela? Che cosa era effettivamente successo al bivio di  Dubosekovo?

[6]. In tedesco Armata Rossa si traduce Die Rote Armee. L’aggettivo rot( rosso)  rimanda quasi immediatamente al verbo rotten che in tedesco significa “marcire”. L’Armata Rossa diventava, quindi, in certi ambienti dell’epoca o nei commenti di molti giornali, “L’Armata Marcia”. Mantenendo il gioco di parole in italiano, per rendere quello stesso concetto, i traduttori di opere storiche straniere usano l’espressione ” Armata Rotta” ( rosso/rotto).

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