La lepre e la giumenta

ὦ ξεῖν’, ἀγγέλλειν Λακεδαιμονίοις ὅτι τῇδε
κείμεθα τοῖς κείνων ῥήμασι πειθόμενοι

O xein’ anghéllein Lakedaimonìois oti tede
Kheìmetha tois keìnon rèmasi peithòmenoi

(“ O straniero riferisci ai Lacedemoni   che
obbedienti alle loro leggi, noi qui  giacciamo”)


Prologo

Dopo aver attraversato l’Ellesponto, il re persiano Serse , in marcia verso Atene, fu raggiunto da alcuni disertori greci. Condotti alla presenza del sovrano per l’interrogatorio, raccontarono che in quel periodo, in Grecia, si stavano celebrando i giochi olimpici. Serse chiese quali fossero i premi per i vincitori. Una corona d’ulivo, una ghirlanda di fiori,  gli fu risposto. Il Re dei Re, abituato a ben altra magnificenza, non poté  fare  a meno di ridere. Ma uno dei comandanti dell’esercito, il generale  Tritantecme, quando udì questa risposta , rivolgendosi a Mardonio,  consigliere di Serse nonché “ falco” conclamato, esclamò:  ” Ahimé, Mardonio, contro quali uomini ci hai portato a combattere! Uomini che si battono non per  denaro, ma  per dimostrare il proprio valore !”
Serse non la prese bene.

Marcia trionfale.

Oggi le Termopili non sono più quelle di una volta. Sono invecchiate. Il mare è distante, mentre un tempo era lì, a due passi. Ogni anno, viaggiatori di tutto il mondo vengono qui a onorare la memoria di Leonida e dei suoi Trecento. Anche nell’agosto del 480 a.c., quando le avanguardie del re spartano le raggiunsero, le Termopili erano affollate di “turisti”: centinaia di uomini e  di donne “passavano le acque” completamente ignari della tempesta che stava per scatenarsi sulla Grecia. Furono tutti allontanati senza rimborso alcuno. Le “porte calde” da amena stazione termale stavano per trasformarsi in porte di fuoco.
Dai ponti di barche dell’Ellesponto progettati dagli ingegneri militari, la primavera del 480 aveva riversato in Ellade- stando a Erodoto-  milioni di uomini in armi. Migliaia di navi da guerra e da trasporto avevano occupato il mare fino all’orizzonte e oltre. Per Serse – il Re dei Re-  non c’era partita, non poteva esserci partita. Davanti a tanta potenza, che cosa mai avrebbero potuto fare i Greci se non piegarsi ai voleri del più forte, offrire la terra e l’acqua e fare atto di sottomissione? Già molte poleis lo stavano facendo; Atene- alla quale, insieme a Sparta,  non erano state chieste volutamente  l’acqua e la terra- l’avrebbe pagata cara e  Dario, il grande Dario, umiliato qualche anno prima a Maratona,  avrebbe avuto  la giusta vendetta.
“Attento”, l’aveva avvisato un fuoruscito spartano cantando fuori dal coro, “I Greci si batteranno e, più di tutti, lo faranno i Lacedemoni”. Serse non lo aveva interrotto, ma non aveva potuto fare a meno di scuotere la testa: scherziamo? Ma li hai visti i miei soldati?hai visto quanti sono? E non aveva saputo trattenere una risata.
Milioni, dunque? Diciamo duecento, duecentocinquantamila uomini, un migliaio scarso di navi. Non sono le cifre sparate da  Erodoto, ma sono pur sempre numeri di tutto rispetto.  Come nutrire tutti quegli uomini? Come spostarli su strade pessime o inesistenti? Una vecchia massima vuole che la guerra nutra la guerra. L’esercito di Serse non fa eccezione:  si impadronisce dei raccolti, esige tributi in natura dalle città greche che fanno atto di sottomissione, si fa allestire magazzini lungo il percorso, costruisce strade dove mancano, taglia gli istmi scavandovi canali, prosciuga i fiumi quando si abbevera.
E, protetto dalla flotta, avanza.

Difesa a zona.

Dall’altra parte, chi non intende cedere al Persiano( in particolare Sparta e Atene, gli obiettivi dichiarati di Serse) ha  bisogno di tempo per allestire un esercito degno di questo nome. Finiamola con le nostre liti di bottega, mettiamo da parte le rivalità e facciamo fronte comune al nemico, è il ritornello di quei giorni.
Belle parole, sublimi intendimenti. Poi, al momento dei fatti,  ecco chi si defila per celebrare gli dei, chi i fondatori della città, chi i gloriosi antenati, chi i Giochi Olimpici, chi non riesce a vincere le antipatie e a dimenticare i rancori. C’è chi, come la città di Argo o il potente tiranno di Siracusa Gelone,  chiede la luna  per non essere della partita senza perdere la faccia e c’è pure chi gode di scarso credito morale. Come gli Spartani, ad esempio, assenti ingiustificati dieci anni prima a Maratona e ancora non completamente redenti agli occhi di chi a Maratona aveva combattuto.
Alla fine un accordo, anche se stiracchiato,  si trova. Che fare? Il tempo stringe  e allora si decide di guadagnarne un po’ trattenendo l’esercito invasore in un luogo strategico. La scelta non è facile. I diecimila opliti mandati , al comando di Temistocle e dello spartano Eveneto, a bloccare il passo di Tempe ai piedi dell’Olimpo,  già sul posto, vengono richiamati in fretta e furia perché la zona  non è sicura.
Un nuovo contingente di opliti viene, allora,  spedito al passo delle Termopili in Tessaglia –  ritenuto, a torto, a prova di aggiramento- e navi da guerra al comando dello spartano Euribiade( con Temistocle  a fargli da ombra) vengono mandate a incrociare intorno a Capo Artemisio, in Eubea, passaggio obbligato per chi voglia aggirare le difese dal mare. Nel frattempo, avanti a tutta forza per mettere insieme un esercito in grado di giocarsela alla pari con i “ barbari”.
Si tratta di un strategia puramente difensiva. I due fronti , quello marittimo e quello terrestre- l’Artemisio e le Termopili- sono collegati non soltanto dalla geografia, ma anche dalla strategia. Leonida deve parare il colpo e resistere qualche giorno in modo da permettere al grosso dell’esercito greco, finito il periodo sacro dei Giochi Olimpici e delle feste Carnee, di formarsi e di raggiungerlo ; Euribiade e Temistocle devono sbarrare il passaggio attorno all’Eubea per evitare sbarchi alle spalle sia di Leonida sia  del costituendo esercito. Un cedimento alle Termopili può rendere inutile l’azione all’Artemisio e viceversa. Insomma, la partita è la stessa, anche se i campi su cui si gioca sono diversi.
Strategia difensiva, dunque. Ma fino a un certo punto. Temistocle, ad esempio, non la pensa così. Ateniese, politico spregiudicato e furbo, stratega esperto,  batte da tempo  lo stesso chiodo: la flotta è la chiave di tutto. Lo è per noi, ma lo è ancora di più per Serse. Privati della flotta, i “barbari” non possono andare da alcuna parte: niente più rifornimenti, niente sbarchi, niente accerchiamenti o colpi di mano. La guerra non può nutrire la guerra all’infinito: senza l’appoggio della flotta, l’esercito persiano diventerà ogni giorno più debole, i soldati avranno poco da mangiare, si demoralizzeranno. Perché allora non approfittare della situazione? Se gli dei ci danno una mano, all’Artemisio possiamo anche farcela , magari non a togliere di mezzo l’intera flotta nemica, ma almeno a sfoltirla  un po’.
Anche Serse è consapevole dell’importanza rivestita dalle flotte in quella partita, soprattutto da quando Atene, sfruttando l’argento del Laurio, aveva messo in mare una trireme dietro l’altra,  ma è quasi accecato da un delirio di onnipotenza. E non vede o non vuole vedere il pericolo rappresentato dalle navi greche.
E sì che gli dei fanno di tutto per aprirgli gli occhi. Prima mandano su tutte le furie l’Ellesponto, costringendo il Re dei Re a domarlo- simbolicamente- a colpi di frusta; poi oscurano il sole, obbligando i magi ad arrampicarsi sugli specchi per dare al prodigio un responso favorevole. Ma quando nel campo persiano una giumenta partorisce  una lepre, Serse e i suoi magi non ci badano più di tanto. E fanno male, chiosa Erodoto. Quel prodigio ha un significato preciso: i Persiani entreranno in Grecia  con il vigore di una giumenta e dovranno andarsene con la velocità di una lepre.
C’è un detto: gli dei accecano coloro che vogliono perdere. Che sia vero?

Destino segnato.

Leonida, invece, ci vede benissimo. Quando lascia Sparta accompagnato dall’intera guardia personale ( l’Hippeys, i Trecento) diretto alle Termopili sa già come andrà a finire: non tornerà. Perché? Perché – intuisce- la sua è soprattutto una missione politica, non militare.  E’ la giustificazione presentata da Sparta per l’assenza di Maratona: là non c’eravamo per motivi religiosi, qui ci siamo benché anche questo sia per noi tempo  di feste sacre. Vedete? Nonostante il periodo sacro distacchiamo alle Termopili un contingente guidato addirittura da uno dei nostri re. Dubitate, dubiterete ancora di noi? Il Peloponneso era sotto tiro, l’alleanza “ panellenica” traballava e servivano fatti, non parole per impedirle di cadere. Leonida partiva anche per questo motivo.
E che dire del responso dell’oracolo di Delfi? Parlando una volta tanto a chiare lettere e non per enigmi, la sacerdotessa di Apollo aveva vaticinato: Sparta- e con essa la Grecia- sarà salva se uno dei suoi re perderà la vita in battaglia. E, al momento della partenza, il sessantunenne Leonida aveva detto agli Efori stupiti dell’esiguità del contingente: “Siamo pochi, dite? Per quello che ci aspetta, siamo anche troppi”.  Consapevole di tutto questo, il re spartano aveva scelto i suoi Trecento tra gli ammogliati con prole. Se fossero caduti in battaglia- cosa alquanto probabile- non sarebbero rimasti senza discendenza.

I pochi e i molti.

Il contingente di Leonida si forma di città in città, di regione in regione, cresce strada facendo. Alla fine, stando a Erodoto, a difesa del passo si contano settemila opliti. Ci sono Focesi, Arcadi, Tespiesi, abitanti della Locride Opunzia e di altre città.  E c’è anche un pugno di Tebani in rotta con la madrepatria, guardati con diffidenza, però,  visto che  Tebe ha offerto acqua e terra al Persiano.
Il passo è stretto e disagevole. Da un lato digrada a strapiombo verso il mare, dall’altro è circondato da alture difficili da superare. Le “porte” sono tre, tutte anguste e ben protette. Nella porta di mezzo c’è un muro eretto in tempi antichi dagli abitanti della Focide per difendersi dalle incursioni di vicini ostili.  Leonida  si piazza qui, fa rafforzare il muro malandato , ordina di  sgombrare la radura da alberi  e ostacoli vari, manda un migliaio di Focesi a presidiare un impervio sentiero alle proprie spalle- quello dell’Anopaia, il tallone d’Achille delle Termopili- sperando che i Persiani non lo scoprano troppo presto,  incarica uno dei suoi, Pantite, di andare a raccogliere rinforzi nei dintorni e aspetta.
Il nemico non tarda a comparire. Migliaia di uomini, migliaia di cavalli, centinaia di cammelli si riversano nella pianura. E’ un flusso continuo di carri e di carriaggi, un fiorire di tende, un risuonare di trombe e di tamburi, un sovrapporsi di grida concitate, uno sfilare di vesti variopinte. In mezzo a quei colori rutilanti, spiccano i cappucci scuri degli Immortali, l’élite dell’élite, la fanteria pesante di Serse, silenziosa e letale.
Lo spettacolo è impressionante. E’ quello che il Re dei Re vuole: esibire tutta la propria potenza per indurre il nemico a cedere. Non per niente, tempo prima, aveva fatto liberare alcune spie catturate dopo aver mostrato loro i suoi accampamenti. Raccontate pure quello che avete visto: Spartani e Ateniesi avranno una ragione in più per preoccuparsi. Guerra psicologica ante litteram, insomma. Di fronte a quello spettacolo, la tremarella aumenta, il desiderio di andarsene pure. Ma Leonida, spalleggiato dai Focesi, riesce a imporsi: si resta e si combatte.
E all’Artemisio? Per il momento, all’Artemisio si prega. Si pregano i venti, si invocano gli dei. Ma anche se la flotta del Re dei Re ancora non si vede- o forse, proprio per questo- i Greci sono tesi. Euribiade  nutre poca fiducia, Temistocle teme un aggiramento, c’è nervosismo. Quando alcune navi fenicie mandate in avanscoperta sorprendono a Sciato(Σκιάθος, Skiatos) tre navi greche e le catturano, la flotta lascia l’Artemisio e si sposta più a sud, a Calcide. Paura? Decisione strategica? Mossa calcolata per parare il colpo di un eventuale aggiramento? Vallo a sapere. Acquattata  a Calcide la flotta aspetta.  Aspetta segnali da Sciato sulle intenzioni e sulla direzione delle navi nemiche, ma aspetta soprattutto che gli dei si sbrighino a scatenare i venti.
Quando, poco tempo dopo, le triremi greche tornano  all’Artemisio richiamate dai fuochi di Sciato, i Persiani sono vicinissimi, ad Afete. Il porto non sembra  in grado di contenere tutte le navi e i loro equipaggi,  tanto sono numerose le une e armati fino ai denti gli altri. Al cospetto di tanta potenza, qualcuno a bordo delle navi greche all’ancora a breve distanza da quel porto maledetto  suda freddo. Ma  Euribiade( aiutato- sembra- anche da sostanziose “bustarelle”) e Temistocle mantengono i nervi saldi, non abbandonano le posizioni occupate e, come Leonida alle Termopili, si preparano a combattere.

Per terra e per mare.

Sulle prime, si fa un po’ di manfrina e si abbonda in pretattica.  Serse manda duecento navi a circumnavigare l’Eubea per piombare alle spalle di Euribiade; alle Termopili il tempo quasi si ferma per quattro giorni, fra esibizione di muscoli, trattative nate morte, frasi famose ( Volete le nostre armi? Molòn labé, venite a prenderle), temporali improvvisi portati da venti infidi,  assenza di combattimenti e, soprattutto, attesa di notizie dall’Artemisio.
Le aspettano i Greci, le aspetta Serse. Se all’Artemisio la manovra di aggiramento riesce e i Persiani prendono terra, per Leonida diventa inutile o quasi difendere le Termopili. Dovrà andarsene. Il Re dei Re ci conta e per questo prende tempo, alternando il bastone alla carota, promettendo satrapie a tutto spiano o facendo la voce grossa. E attendendo che il frutto cada spontaneamente dall’albero.
Ma il Fato –o un dio- ha deciso diversamente. Poseidone scuote il tridente, i venti a lungo implorati finalmente si svegliano e le duecento navi da guerra mandate a circumnavigare l’Eubea  vanno a fondo durante una violenta tempesta.( Altre quattrocento- per lo più navi da trasporto- erano affondate qualche giorno prima intorno al promontorio di Magnesia. Era stato in seguito a questo avvenimento che la flotta greca aveva fatto ritorno da Calcide all’Artemisio).
Per di più, quell’impudente di Temistocle aspetta il tardo pomeriggio e manda  le proprie triremi all’attacco dalla strozzatura dello stretto. Ha saputo delle duecento navi e vuole dare addosso ai Persiani adesso che sono meno numerosi ad Afete? Vuole giocare d’anticipo? Sia come sia, la sua è una mossa abilmente calcolata : se mi va male, ragiona l’ammiraglio, potrò sempre svignarmela con il favore del buio. Ma se mi va bene….
Non gli va male, non gli va bene. Il suo è un ottimo pareggio, per usare un linguaggio sportivo, ma alla fine vale un punto quando ne sarebbero serviti tre. Uscito allo scoperto, schiera le sue triremi in cerchio, le prue rivolte al nemico, le poppe convergenti verso un immaginario centro. Le sue navi sembrano i petali di un gigantesco fiore di legno. Petali? Spine , piuttosto. E quelle spine non tardano a conficcarsi nella mano di chi, superata la sorpresa iniziale, si precipita su quel fiore per sradicarlo.
Si combatte anche alla Porte, all’ombra dei dardi nemici, così fitti – come abbiamo imparato a scuola-  da oscurare il sole. Disposta su più file, infatti, la falange greca avanza serrata sotto un diluvio di frecce. Va incontro al nemico che si è mosso per primo. A ogni lancio,  gli opliti si fermano, si inginocchiano, si coprono con lo scudo, si rialzano e guadagnano metri. Presto sono a ridosso degli attaccanti. Gli arcieri smettono di tirare, le lance si abbassano, le file serrano, la pressione aumenta….
I Persiani sono tanti. Ma su quel terreno il numero conta poco. Lo spazio è ridottissimo; chi attacca è armato alla leggera  e non regge i movimenti coordinati e la pressione esercitata dalla migliore fanteria corazzata di quei tempi. Le file persiane sbandano, i cedimenti aumentano, il sangue rende sdrucciolevole il fondo roccioso. La falange, al contrario, si mantiene saldissima.
Gli uomini di Serse sembrano non finire mai. Le schiere si succedono alla schiere, i popoli ai popoli. Il fronte è sempre sotto pressione, non c’è quasi tempo per rifiatare, ma Leonida gioca bene le proprie carte: alterna i reparti in prima linea, dando ai suoi avvicendamento e( breve) riposo. E tiene duro.
Il tempo passa. Scendono in campo anche gli Immortali. Gli stanchi opliti greci,  lordi di sangue,coperti di polvere, intrisi di sudore, con  le membra indolenzite  e con più di una ferita sul corpo, sembrano cedere all’ennesimo attacco: voltano le spalle ai nemici e arretrano. Ne hanno abbastanza? Neanche per idea: lo fanno apposta. Percorso qualche metro, infatti, si fermano di colpo. Con movimenti mandati a memoria ed eseguiti alla perfezione, invertono la marcia, riformano la falange e, gridando come ossessi, attaccano di nuovo. Gli Immortali  subiscono, vacillano e  vengono ributtati al punto di partenza.
Scende la sera. Un temporale, violento quanto improvviso, ha aperto le cateratte del cielo. Sulla terra e sul mare piove che dio la manda.  Alle Termopili, gli Spartani raccolgono le piastrine di riconoscimento( un braccialetto di vimini o di pelle) dei propri caduti, curano i feriti e aspettano notizie dall’altro campo, dall’Artemisio: per ora Euribiade e Temistocle tengono, i Persiani non hanno passato l’Eubea, addirittura hanno subito danni consistenti; sono arrivate cinquantantré navi di rinforzo. Insomma, sembra buttare bene.
Serse si lecca le ferite- le perdite sono state ingenti- e prepara le mosse per l’indomani.  Anche lui ha saputo dell’Artemisio e delle navi finite sugli scogli. Ha fretta. Manda alcuni dei suoi in ricognizione: chiedete, osservate e, se del caso, comprate. Qualcuno-il traditore Efialte? uno dei suoi esploratori? un abitante del luogo?- gli ha parlato di un sentiero che aggira quel maledetto monte- il Kallidromos-  posto a nord del passo  e sbuca alle spalle di Leonida. Quel sentiero esiste davvero? E, soprattutto, è adatto per operazioni militari?

Partire o restare.

Nell’attesa di saperne di più , Serse replica le mosse del giorno precedente. Forse prova, nello stesso tempo, anche soluzioni alternative( se lo fa, ignoriamo quali) per impegnare il nemico su due fronti, ma lo scontro principale avviene ancora sulla stretta spianata della Porta di mezzo. Questa volta Serse manda subito avanti la fanteria pesante. Come loro costume, gli  Immortali avanzano silenziosi, spalla contro spalla, disciplinati e determinati. Fino a un istante prima dell’impatto, tengono rivolte verso terra le punte delle proprie lance, facendo brillare le mele d’argento incastonate all’estremità opposta dell’asta. Poi attaccano. Ma non sfondano e dopo durissimi combattimenti devono ritirarsi.
Quasi contemporaneamente, all’Artemisio, gli ammiragli persiani rompono gli indugi e , con una manovra a semicerchio, cercano di imbottigliare le triremi di Euribiade e di Temistocle. Al termine di uno scontro durissimo e a lungo incerto – un ennesimo pareggio- i Persiani non passano. Le perdite, da una parte e dall’altra, sono elevate. Quelle subite dalla flotta greca, però, pesano di più. Se ha perso uomini e navi, Temistocle ha però  guadagnato in certezze: nello stretto, negli spazi angusti, la flotta persiana è vulnerabile.
Di lì a poco, se ne ricorderà.

Il sentiero dell’Anopaia esiste davvero. Ma è un sentiero da capre, ci vorrà tempo per risalirlo e per di più, per sorprendere il nemico, si dovrà marciare col buio. E se Leonida se ne accorge? E se il sentiero è presidiato? Troppe incognite, troppi rischi. Ma qualcosa bisogna pur fare per superare uno stallo destinato, vista l’aria che tira, a prolungarsi per chissà quanto tempo. E così Serse taglia la testa al toro e, sul far della sera, manda gli Immortali in direzione del sentiero.
Leonida lo viene a sapere e intuisce subito il pericolo. Del resto, fin dal primo giorno di combattimenti, se lo aspettava. Troppi sapevano dell’esistenza di quel sentiero: gli esploratori del re persiano non avrebbero tardato a scoprirlo o a coprire d’oro qualcuno che glielo rivelasse. Che fare, allora? Convoca un consiglio di guerra e parla chiaro: chi vuole può andarsene, noi Spartani resteremo. Se ne vanno tutti,  meno i Trecento,  un migliaio di Tespiesi e qualche centinaio di Tebani.
Perché Leonida resta? Resta perché in combattimento gli Spartani non si ritiravano mai? Resta perché il durissimo codice di Licurgo  imponeva loro di vincere o morire? Forse. Ma è altrettanto vero che Sparta addestrava soldati, non aspiranti suicidi , insegnava a combattere, non a morire. E allora, perché Leonida non se ne va con gli altri? Qualcuno azzarda: non lo fa perché, consapevole della profezia, vuole dare la propria vita per quella della Grecia. Molto più probabilmente il re spartano resta per proteggere fino all’ultimo la ritirata del grosso del proprio esercito. Il mattino seguente , al momento del rancio, invita i suoi a mangiare- e a bere- più del solito: tanto- dice- questa sera ceneremo tutti nell’Ade.

Ultimo atto.

All’alba del terzo giorno, gli Spartani si preparano al combattimento finale. Secondo costume, preparano il proprio corpo alla morte, pettinando con cura i lunghi capelli e cospargendosi di unguenti. Poi va i scena il solito copione. Gli attacchi si succedono agli attacchi e  finché la falange regge i Persiani non passano. Ma  premuti da forze superiori, minacciati di accerchiamento, gli ultimi difensori delle Termopili a poco a poco sbandano, il combattimento in file serrate si sbriciola in tanti combattimenti individuali, eroici e disperati.
Leonida è fra i primi a cadere. Intorno al suo corpo si accende una mischia furibonda. Alla fine, i superstiti, trascinando la salma del re , si rifugiano nella parte più stretta del passo. Serse non rischia altri uomini: gli ultimi difensori delle Termopili vengono letteralmente sepolti da una valanga di frecce e di sassi. La testa di Leonida, staccata dal corpo, viene conficcata su un palo  davanti al muro focese.

Sopravvissero in due:  Aristodemo e Pantite. Il primo, affetto da una forte infiammazione agli occhi, fu dispensato, per ordine  del re,  dal combattimento finale; il secondo, prima ancora  della  battaglia, fu mandato , come abbiamo visto, a cercare rinforzi nei dintorni. Tornò a cose fatte.
Anche un altro spartiate aveva gli occhi infiammati  e anch’egli  fu dispensato dal combattimento. Si chiamava  Eurito ed era  “il compagno di destra” di Aristodemo nella falange  lacedemone. Eurito  era quasi cieco, ma non volle ritirarsi. Si fece accompagnare dal proprio ilota sul luogo del combattimento e cadde sotto i colpi del nemico.
La morte di Eurito  segnò  anche la sorte di Aristodemo. Se entrambi fossero tornati a Sparta, nessuno avrebbe avuto da ridire. Anzi, sarebbero stati considerati degli eroi.  Si erano battuti  bene,  avevano fatto il proprio dovere e, per di più, il re in persona li aveva dispensati dal combattimento. Ma siccome uno dei due aveva scelto, l’altro avrebbe dovuto condividerne la scelta. A Sparta Aristodemo, incorse nell’atimìa:  fu evitato da tutti, considerato un vigliacco, privato  di alcuni diritti  e guardato con disprezzo.
Pantite, tornato a Sparta, visse quel ritorno come un disonore e si tolse la vita.

Saputo della morte di Leonida, Euribiade e Temistocle levano le ancore, lasciano l’Artemisio e si dirigono verso l’isola di Salamina.

Epilogo.

Le Termopili sono e restano una sconfitta più fulgida di una vittoria, il simbolo stesso del coraggio e del valore.  Ma la battaglia delle Termopili è davvero finita? Se vogliamo dar retta al poeta greco Kavafis( 1863-1933), sembrerebbe di no. Per Kavafis quella battaglia dura tuttora, su altri fronti e con altri protagonisti. Fino a quando durerà? Fino all’arrivo dell’Efialte di turno, probabilmente.


Onore a quanti in vita
Si ergono a difesa di Termopili.
Mai che dal dovere essi recedano,
in ogni circostanza giusti e retti,
agendo con pietà, con tenerezza,
generosi se ricchi, generosi
ugualmente quanto possono se poveri,
conformi ai loro mezzi sempre sovvenendo
e sempre veritieri, ma senz’astio
verso coloro che mentiscono.

E un onore più grande gli è dovuto
Se prevedono ( e molti lo prevedono)
Che spunterà da ultimo un Efialte
E che i Medi finiranno per passare.

(Konstantinos Kavafis, Termopili, traduzione di Nelo Risi)

Continua…

Da leggere

Erodoto, Storie, Bur, 1997-2009
Frediani, Andrea, 300 guerrieri: la battaglia delle Termopili, Newton Compton, 2007
Frediani, Andrea, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005
Hanson, Victor Davis, L’arte occidentale della guerra: descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Mondadori, 1990
Holland, Tom, Fuoco persiano: il primo grande scontro fra Oriente e Occidente, Il Saggiatore, 2007
Manfredi, Massimo, Lo scudo di Talos, Mondadori, 2010
Murray, Oswyn, La Grecia delle origini, Il Mulino, 1983
Pressfield, Steven, Le porte di fuoco, Rizzoli 1999

In questo sito:

I giorni della terra e dell’acqua
Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
Leggi l’articolo.     

Il muro di legno.
La mattanza di Salamina, 480, a.c.
Leggi l’articolo.

La resa dei conti.
Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
Leggi l’articolo.

Per qualche dàrico in più.
401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
Leggi l’articolo

Il sole di Vergìna.  Filippo II di Macedonia unisce la Grecia e guarda alla Persia.
Leggi l’articolo

I luoghi dello scontro: le Termopili e l’Artemisio( clicca sulla cartina per ingrandirla)

Quello  riportato all’inizio del presente articolo è il celebre quadro di Jacques Louis David (1784-1825) raffigurante Leonida alle Termopili (Parigi, Museo del Louvre).

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: