Il muro di legno

Quando sarà preso tutto ciò che racchiudono il monte di Cecrope
E i recessi del Citerone divino,
Zeus dall’ampio sguardo concede alla Tritogenia  che rimanga inviolato
Il muro di legno soltanto, che te salverà e i tuoi figli.
………………………………………………………………………..
Oh divina Salamina, farai perire figli di donne
o quando si semina o quando si raccoglie il frutto di Demetra.

(Erodoto, Storie, Utet, 1996, trad. di Fiorenza Bevilacqua).

«O figli degli Elleni, avanti,
liberate la patria, liberate le figlie e le spose,
gli altari dei patri dei, i sepolcri degli avi:
è istante di lotta suprema!»

Eschilo, Persiani, 400-405, traduzione di Carlo  Carena


Prologo

Passo delle Termopili, 480  a.c., agosto.

I marinai continuavano ad arrivare  e si aggiravano curiosi sul campo di battaglia. Curiosi e, all’inizio, intimiditi e impacciati.  Sulla terraferma si muovevano a disagio. Loro vivevano  sul mare, sapevano affrontare le tempeste, governare  le vele, reggere un timone, scagliare proiettili  da dietro le  fiancate delle  navi. Lì, fra rocce e sentieri da capre,  non si sentivano a casa.  Ma Serse, il Re dei Re in persona,  aveva ordinato  che andassero a visitare i luoghi del suo trionfo. Perché vedessero e capissero  quanto forte e potente fosse la sua armata. E quanto determinato fosse lui a ottenere la sottomissione di tutta le Grecia. Un’ottima iniziativa per tenere alto, come si direbbe oggi, il morale delle truppe.
La  stretta fascia pianeggiante dove si era combattuto per giorni, l’altura del Kolonos, lo spazio retrostante  il muro focese erano disseminati di cadaveri. Erano cadaveri  di soldati greci , tutti senza armatura, molti con  accanto  le armi spezzate  , qualcuno ancora avvinghiato al nemico in un abbraccio mortale.  La  testa del re sconfitto era stata conficcata su una picca e lì, davanti al muro focese,  fissava quei marinai di tutte le razze  di tutti i paesi . E loro indicavano  quel macabro trofeo, osservavano  i caduti, spingevano lo sguardo sulle alture circostanti , sempre più numerosi e sempre più eccitati.  Nessuno dei nemici  era fuggito e lo si vedeva. Ma  quei nemici, i migliori guerrieri  della Grecia, erano  stati battuti. Nessuno poteva resistere  agli Immortali.
Sul campo anche cadaveri di soldati  persiani. Un migliaio a occhio e croce. Neanche tanti, a pensarci bene .  Perdite ridotte o “accettabili”, si direbbe  oggi. Sì, le cose procedevano per il meglio  e presto, molto presto- pensavano quei marinai-  sarebbe venuto di nuovo  il loro turno. Quanto  accaduto  all’Artemisio era stato solo un episodio sfortunato: presto, molto presto, loro, i marinai e gli ufficiali della flotta, sotto gli occhi del Gran Re , avrebbero liberato il mare, con un colpo solo, dalle  navi nemiche.
Tornarono verso il litorale in piccoli gruppi,   chiacchierando  , facendo commenti, lasciandosi sfuggire, di tanto in tanto,  esclamazioni  di meraviglia , rinfrancati e animati  da quello che avevano appena  visto, parlando dell’imminente vittoria.

Non  avevano visto  bene, non avevano visto tutto. Il campo di battaglia, per ordine di Serse, era stato sgomberato alla chetichella  qualche giorno prima e liberato dai caduti. Mille di loro non  erano stati sepolti  per rendere credibile la messinscena.
In quel luogo , sotto un leggero strato  di terra e foglie, invisibili ai vivi,  giacevano ventimila soldati persiani.

Verso Salamina.

Delfi, oracolo di Apollo, 480 a.c., giugno.

Gli Ateniesi avevano mandato una delegazione a consultare l’oracolo di Delfi. Tirava una brutta aria con tutti quei Persiani in movimento  e volevano sapere come sarebbe andata a finire. Cominciò  male. La sacerdotessa di Apollo, ispirata e neanche tanto sibillina, predisse  loro catastrofi in serie. I delegati ateniesi, benché afflitti e demoralizzati, ritentarono il giorno successivo. Si presentarono recando in mano i rami dei supplici e pregarono la Pizia di essere   un po’ più accondiscendente. E la Pizia, forse presa a compassione, li accontentò. Rispose loro:” Un muro di legno salverà  Atene “. E aggiunse .” O divina Salamina, farai perire figli di donne..”.
Un muro di legno? Divina Salamina?

Acropoli di Atene,  480 a.c.,  fine  agosto

Il serpente sacro alla dea Atena anche  quel giorno  non aveva mangiato  la sua  focaccia al miele, segno eloquente che se n’era andato. E se anche le divinità abbandonavano i templi ad esse dedicati, sarebbero dovuti restare  i comuni mortali? E così, gli Ateniesi , seguendo, su invito di Temistocle,  l’esempio del serpente sacro partito per chissà dove, lasciarono la città e si  rifugiarono  chi a  Salamina, chi a Trezene.
Qualcuno  rimase: i  custodi del tesoro del tempio e alcuni cittadini, troppo poveri, scrive  Erodoto, per seguire gli altri sull’isola . O convinti che il “muro di legno” di cui aveva parlato la Pizia  fosse  quella staccionata  da sempre esistita davanti all’acropoli. La rinforzarono e si apprestarono  a resistere.
I Persiani arrivarono, li videro , presero posizione sulla collina dell’Aeropago, ridussero in cenere  la staccionata usando frecce incendiarie e  intimarono  ai difensori  di arrendersi. Per tutta risposta, chi tentò di salire verso la rocca  ricevette una scarica di massi e dovette ripiegare.
La resistenza  andava per le lunghe e si sarebbe prolungata ulteriormente se alcuni Persiani non si fossero arrampicati lungo  un fianco della collina giudicato inaccessibile. I difensori, allora, cedettero. Alcuni si lanciarono nel vuoto, altri si rifugiarono nel tempio. I Persiani raggiunsero la sommità, passarono i superstiti a fil di spada e poi  diedero fuoco a ogni cosa.

Il giorno dopo, Serse, il Re dei Re,  emanò un ordine insolito: fece chiamare i fuorusciti ateniesi al suo  seguito e li spedì sull’acropoli a offrire sacrifici agli dei. Forse, durante la notte, in sogno,  aveva avuto una visione o, forse, assalito  da scrupoli,  voleva rimediare al sacrilegio commesso dai suoi soldati. Ligi al dovere, gli Ateniesi si misero in cammino  per fare quanto era stato loro ordinato. In alto tutto era cenere, qua e là crepitavano ancora le fiamme. Anche l’ulivo di Atena, quello piantato dalla dea a perenne memoria della  sua vittoria su Poseidone quando i due si erano contesi   il possesso dell’Attica, non era stato risparmiato  e ora  si stagliava annerito contro il cielo.
“Guardate!” disse uno dei fuorusciti  indicando  l’ulivo.
Sull’albero c’era qualcosa. Qualcosa che non poteva trovarsi lì. Guardarono meglio, guardarono tutti:  dal  tronco carbonizzato  spuntava un ramoscello, germogliato nella notte.

Pianura Triasia , Attica, Grecia,   480 a.c.  fine agosto.

La pianura era deserta. La gente era fuggita e l’esercito di Serse l’aveva lasciata da poco. Del resto in tutta l’Attica, o quasi, non c’erano  più abitanti.  Improvvisamente, dalla parte della città di  Eleusi, si alzò un enorme polverone. E subito dopo, si udì un grido potente e terrificante: il grido di un dio.
Due uomini, due fuorusciti  greci al servizio del Re dei re- uno di loro era stato re di Sparta-  videro e udirono. E non dubitarono nemmeno per un momento della natura divina del fenomeno.  Chi mai avrebbe potuto mandare quel grido, se tutta la regione era deserta? Chi mai avrebbe potuto sollevare quella polvere, se tutti i soldati erano ormai passati? Sì, dal luogo dove venivano celebrati  i Misteri,  gli dei si stavano muovendo  in aiuto dei Greci. Non c’era altra spiegazione.
La nuvola di polvere si  levò in aria e, lentamente, prese la direzione di Salamina.

Isola di Salamina,  480 a.c., settembre . Quartier generale della flotta greca.

Euribiade, il comandante spartano della flotta, chiese che si facesse silenzio. Guardò il mare e le navi alla fonda. Poi, rivoltosi agli ufficiali  presenti, illustrò la situazione. Roba da far venire i brividi. I Persiani avevano invaso l’Attica e minacciavano Atene. L’ultima speranza  era riposta nella flotta. Dunque, bisognava usarla bene. Quando e dove combattere?
Nei pressi dell’Istmo di Corinto, fu l’opinione dei più. A Salamina, la flotta , se sconfitta- dissero- avrebbe fatto crollare ogni speranza; combattendo vicino all’Istmo, se le cose fossero andate male, una volta abbandonate le navi ci si sarebbe sempre  potuti rifugiare sulla terraferma e imbastire una qualche resistenza.
Piaceva questa proposta. Piaceva a tutti,  ma non a Temistocle. Stava per intervenire, quando entrò un messaggero annunciando, fra la costernazione generale,  che Atene era in fiamme. Questa notizia ebbe  l’effetto di una bomba: molti se ne andarono su due piedi, raggiunsero le proprie navi e si apprestarono a salpare. Chi restò approvò in fretta e furia la proposta di raggiungere  l’Istmo.
Brutto affare. Una volta all’Istmo, a due passi dal Peloponneso, dalle case e dalle famiglie, molti avrebbero abbandonato la partita, sarebbero fuggiti e, allora, addio flotta! Era una decisione  sconsiderata, bisogna rimediare. Questi pensieri agitavano la mente di Temistocle, l’unico a non condividere la scelta appena compiuta. Rimediare, ma come?

Ripensò a qualche giorno prima. Anche all’Artemisio, quando avevano visto le navi nemiche alla fonda  nel porto di Afete ,  i Greci , sulle prime,   si erano spaventati. Quelle navi erano tante, troppe e troppo  affollate  di soldati. E anche allora molti avevano pensato di andarsene, riparando  verso la Grecia centrale. Gli abitanti dell’Eubea, appresa l’intenzione degli ammiragli, avevano scongiurato  Euribiade di rimanere, almeno fino a quando non fossero riusciti a mettere in salvo le famiglie  e i beni. Euribiade non ne aveva voluto sapere e allora essi si erano rivolti  a lui, a Temistocle . Pagandogli il disturbo con trenta talenti. Era un’occasione unica e  Temistocle  l’aveva colta al volo. Aveva distribuito un po’ di quei talenti a destra e a manca, cominciando da Euribiade. E  la minaccia di defezione era rientrata.
Già, ma adesso? Il giochetto non si poteva più tentare: i soldi sarebbero potuti saltare fuori, in un modo o nell’altro, ma era una questione di soldi?   Decise , allora, di giocare un’altra carta

Isola di Salamina, 480 a.c., settembre.Nave ammiraglia della flotta della lega.

Temistocle raggiunse la nave ammiraglia. Euribiade lo accolse amichevolmente e lo fece salire a bordo.
“Se sei venuto da me” disse “Avrai i tuoi  buoni motivi. E posso anche immaginarmi quali.  Ti avverto, però,  che , questa volta, anche mille talenti non basterebbero.”
Temistocle fece finta di non capire  e spiegò come secondo lui stavano le cose. No, non c’erano  soldi in ballo, questa volta: questa volta c’era in ballo il destino della Grecia. Tutto andava male: Leonida era morto combattendo, Atene bruciava e la flotta, l’ultima speranza della Grecia (“ Parole tue,  Euribiade”), si stava andando a cacciare in una maledetta trappola. Proprio così, in  una maledetta trappola. In mare aperto i Persiani avrebbero avuto partita vinta: troppo agili le loro navi,  troppo ben manovrate, troppo numerose  perché i Greci potessero sperare di averne ragione. E, per di più spostandosi verso l’Istmo, la flotta greca avrebbe avuto alle calcagna le navi di Serse e, dietro di loro, lo  sterminato esercito di terra.  Significava consegnare al Re dei Re,  su un piatto d’argento, l’intero Peloponneso. Una doppia trappola, a pensarci bene: nessuna speranza sul mare, nessuna speranza sulla terraferma.
A Salamina era diverso. Spazi stretti, poche possibilità di manovra per chi aveva  numero e velocità dalla sua. Ma ampie possibilità per navi più grosse e robuste, come quelle  greche. “Il  numero, ecco il loro punto debole…”, disse Temistocle.
Euribiade  capì al volo. Esitava, però: era stata presa una decisione, come cambiarla? “ Inventati una scusa” gli suggerì Temistocle “ Che al momento della decisione  mancava il numero legale, che hai ricevuto la visita di un dio, qualsiasi cosa. Ma fa’ presto”. E poi calò l’asso. Se non si fosse combattuto lì, a Salamina, gli Ateniesi avrebbero imbarcato le donne e i bambini e sarebbero andati in Italia, nella loro colonia di Siri. “Guarda che parlo sul serio”, concluse.
La minaccia ebbe effetto  : Euribiade  avrebbe riconvocato l’assemblea.

Baia del Fàlero, Attica, 480 a.c., settembre : flotta persiana alla fonda.

Il Re dei Re si sedette al posto d’onore. Volle vicino a sé i comandanti fenici della sua flotta, i più abili, i più valorosi. Gli altri si sistemarono più in basso. Li aveva convocati perché voleva conoscere la loro opinione . Qualche giorno prima, parlando con Mardonio, il suo generale più fidato, non aveva nascosto la propria soddisfazione. Gli Spartani erano stati sconfitti alle Termopili, Atene era stata data alle fiamme,  le città greche  si sottomettevano a lui sempre più numerose,  insomma la vittoria finale era a portata di mano. Restavano quelle navi, quelle poche navi alla fonda a Salamina. Che fare? Accontentarsi e ignorarle oppure andare fino in fondo e  spazzarle via?
Mardonio riferì. Tutti  gli ammiragli, disse,  erano del parere di dare battaglia. L’unica a non pensarla così era Artemisia, regina di Alicarnasso.  La regina aveva coraggio, si era battuta bene all’Eubea:  era adesso  la paura a farla tentennare? domandò Serse  No, non era la paura, rispose Mardonio: la regina considerava chiusa la partita, tutto qui.  Il Re dei Re aveva vendicato l’onore di  Dario e quello della Persia, incendiando Atene. Bastava saper aspettare, ora,  e i Greci sarebbero caduti come pere mature. Si sarebbero dispersi – a Temistocle saranno  fischiate le orecchie..- sarebbero tornati a casa e loro, i Persiani, avrebbero preso la Grecia con un semplice atto di presenza.
Aspettare: una parola. Come aspettare quando tutti i re e gli ammiragli della sua immensa flotta spingevano perché si combattesse? E  si combattesse subito? Come aspettare quando le prime avvisaglie della cattiva stagione si stavano già facendo sentire sul mare?  No, niente da fare. Artemisia era saggia, era valorosa, meritava grande considerazione, ma non si poteva aspettare. La battaglia e non l’attesa avrebbero tolto di mezzo i Greci. Ci sarebbe stato un secondo Artemisio? Neanche  per idea. All’Artemisio i suoi erano stati fiacchi e poco determinati, è vero. Ma c’era una ragione: avevano combattuto lontano dagli occhi del re. Questa volta, lui, Serse in persona, il Re dei Re avrebbe assistito al combattimento. Sapendolo, ogni marinaio, ogni ufficiale, ogni rematore si sarebbe comportato da valoroso.
La flotta , dunque, salpò, raggiunse Salamina senza incontrare ostacoli e prese posizione davanti all’isola. I Greci si guardarono bene dall’andarle incontro. Serse ordinò allora ai suoi di ritornare ad Afete. Ma quella dimostrazione di forza aveva lasciato il segno.

Isola di Salamina, 480 a.c.,  settembre . Quartier generale della flotta greca.

L’assemblea si sciolse e ciascun comandante raggiunse le proprie navi. Dunque, i Greci sarebbero rimasti lì, a Salamina e lì, a Salamina,  avrebbero affrontato il  barbaro, arrivato nel frattempo.  Temistocle aveva preso subito la parola, senza neppure aspettare l’invito di Euribiade. Uno dei comandanti alleati l’aveva apostrofato in questo modo “ Attento Temistocle  a non essere precipitoso: in gara, chi lascia i blocchi prima del tempo, viene frustato”. La risposta di Temistocle lo aveva gelato “ Sì, ma chi aspetta troppo a partire non vince la gara!”.
E lui, la gara, quella gara l’aveva vinta. Alla grande. Aveva parlato con ardore ed eloquenza, aveva argomentato con dovizia di particolari le sue affermazioni, aveva decritto pericoli e vantaggi, aveva, insomma, ripetuto, con maggiore slancio e convinzione, il discorso tenuto a Euribiade, la sera prima. Euribiade, temendo una defezione degli Ateniesi, lo aveva appoggiato. Chi aveva casa e famiglia nel Peloponneso, però, aveva digerito  male l’idea che si dovesse combattere per Atene e per l’Attica: aveva mugugnato in assemblea, mugugnava ancora.
La mattina seguente  arrivarono  notizie dall’Istmo:  l’esercito di Serse si era mosso e puntava verso il Peloponneso. E lì, ad aspettarlo, si erano attestati opliti  greci al comando del fratello minore  di Leonida( o, forse, il suo gemello), Cleombròto. Avevano alzato fortificazioni, disseminato la zona dell’Istmo di ostacoli di ogni genere, iniziato a erigere un muro, scavato trincee. Erano decisi a resistere, convinti di essere ormai gli ultimi difensori della Grecia: dal mare  non sarebbe venuto niente di buono, pensavano. Come nutrire speranze se la flotta di Serse era sterminata e se neppure tutti gli abitanti  del Peloponneso, ma solo alcuni , Spartani, Corinzi, cittadini  di Epidauro,  Arcadi,  Elei, e pochi altri,  avevano sentito il dovere di impugnare le armi per difendere la terra, le famiglie, gli averi? E  non c’erano giustificazioni, questa volta: le feste Carnee e le Olimpiadi erano finite.

L’arrivo  della flotta nemica e le notizie dal Peloponneso provocarono a   Salamina  un vero e proprio  ribaltone. I mugugni  dei peloponnesiaci  diventarono aperte contestazioni; ciò che prima veniva solo sussurrato, ora era gridato ad alta voce: Euribiade era stato insensato a restare lì, bisognava gettarsi sui remi  e andarsene prima che fosse troppo tardi. Fu convocata una terza  assemblea e il verdetto  precedente fu messo in discussione. Temistocle non si perse d’animo. Chiamò un suo uomo fidato, Sicinno,  e lo mandò dritto da  Serse. “ Digli questo” lo istruì “ Gli Ateniesi sperano in una vittoria dei Persiani. I Greci hanno paura, sono divisi, vogliono fuggire . Impedisci loro di farlo  e li avrai in pugno!”
Ci credereste? Serse la bevve  tutta d’un fiato e, venuta la notte  , fece muovere per la seconda volta la sua flotta.

Isola di Salamina, 480 a.c. , 24 settembre .Sala del consiglio delle forze navali greche.

Fu Aristide a portare la notizia che la flotta era circondata. Chiese di  Temistocle. I due non si potevano vedere; la gravità del momento, però, li mise d’accordo. Temistocle gli rivelò lo stratagemma adottato per indurre Serse a muoversi. “Annuncia tu all’assemblea dove si trova ora la flotta nemica.  Se lo faccio io , disse, nessuno mi crederà.”
Aristide lo fece. Sulle prime i Greci non gli prestarono fede: pensarono  a un depistaggio, l’ennesimo, per costringerli a restare lì e combattere. Ma ogni dubbio fu fugato dall’arrivo di una trireme greca: era al soldo del Gran Re, ma aveva disertato. E l’equipaggio confermò la manovra della flotta nemica.
Dunque, non si poteva scappare: bisognava combattere. Per amore o per forza. Temistocle pronunciò un discorso ispirato,   ricordò a tutti la gravità dell’ora   e si imbarcò. Aveva appena finito di parlare quando una civetta – l’uccello sacro a Atena- si posò sull’albero della sua trireme.
Gli dei avevano scelto con chi stare.

Mare di Salamina, 480 a.c. ,   25 settembre.

Serse, dopo aver fatto occupare  due isole a nord e a sud di Salamina , mosse  l’ala sinistra  e l’ala destra della flotta –  schierate rispettivamente  a ovest e a est del golfo – in un’ampia manovra  a tenaglia e mandò gli Egiziani  dalla parte opposta  a chiudere ogni  eventuale via di fuga.  Impartiti gli ordini,  si diresse verso le  prime alture del monte Egaleo, sovrastante Salamina, si fece portare il trono costruito per l’occasione, si sedette e si  apprestò ad assistere al combattimento.
E lì, seduto sul suo trono,  non ebbe dubbi: vide la sua imponente  flotta avanzare  schierata in ordine di battaglia e si chiese che cosa mai avrebbero potuto opporle i Greci. Già, che cosa avrebbero mai potuto fare i Greci se non ritirarsi?

E, in effetti, i Greci si ritiravano. Combattendo con le prue rivolte  verso  il nemico, ma remando all’indietro, navigavano  verso l’interno del golfo. Serse esultò: stavano fuggendo! Poi, all’improvviso e inaspettatamente  vide una  nave ateniese interrompere la manovra ,  dirigersi in avanti  a tutta velocità  verso una trireme  fenicia e affondarle   lo sperone nel fianco . Si udì il rumore del fasciame distrutto, si alzarono le urla dei marinai  precipitati in mare al momento dell’impatto, si levarono, alte,  esclamazioni  di vittoria. E qualcuno  udì – o credette  di udire – un grido di donna, il grido di una dea, esortare i greci a fermarsi e a combattere.
Quella nave ateniese non fu la sola.  Venti, trenta navi greche effettuarono la medesima manovra: smisero di ritirarsi e  si lanciarono contro le navi nemiche. I Persiani se le  videro arrivare addosso  senza nemmeno rendersene conto. Cercarono , allora, di manovrare per  assumere una posizione favorevole e parare il colpo.
E , intanto, dall’alto, Serse osservava e  i suoi scrivani prendevano nota della nazionalità  delle navi, di chi si distingueva per atti di valore, di chi combatteva bene. E ognuno, pensando di avere addosso gli occhi del Re dei Re, non si risparmiava. I Persiani si battevano con ardore e  non poche imbarcazioni greche vennero affondate.

Manovrare. Una parola. Davanti c’erano le prue nemiche, di fianco c’era la riva scoscesa del golfo, stretta e ripida e dietro c’erano le navi amiche,  un muro di legno impenetrabile. Adesso Serse capiva. I Greci non erano scappati,  ritirandosi verso l’interno del golfo: l’avevano fatto apposta. E ora  il mare era tutto un ribollire di schiuma, un risuonare di urla, uno schianto di legni. La navi persiane erano state attirate   in una trappola mortale  ed  erano finite  nel collo di una bottiglia  dalla quale , essendo troppo numerose  e accalcate,  non potevano più uscire né sfruttare la propria velocità.
Successe di tutto. La flotta persiana  si era lanciata in avanti  senza criterio perché marinai e ufficiali volevano farsi belli agli  occhi del re; ora, altrettanto scriteriatamente, si ritirava. Ognuno, fra le file persiane, pensava per sé; i Greci, invece, manovravano con ordine e mantenevano lo schieramento.  E  inoltre, dice Erodoto, a differenza dei Persiani,  sapevano nuotare. Chi di loro  ebbe la nave affondata, si salvò raggiungendo Salamina a nuoto. Non altrettanto fecero i nemici.
La battaglia infuriava. La regina Artemisia speronò con la sua nave un’imbarcazione degli amici e alleati Calidni. Aveva alle calcagna una nave greca e adottò quello stratagemma  per togliersela di torno e per guadagnare il mare aperto.  Le andò bene: il comandante greco interpretò quel gesto come un atto di diserzione, cambiò rotta  e si diresse altrove.
Anche gli osservatori di Serse videro e segnalarono al re la prodezza di Artemisia. Caddero nell’equivoco opposto: pensavano che avesse affondato una nave nemica, non una delle loro. Il re, già in fibrillazione  per la brutta piega presa dagli avvenimenti, esclamò: “ Oggi gli uomini sono diventati donne e le donne uomini!”.
Le navi persiane imbottigliate nel golfo  cercarono  di uscire dalla trappola   prendendo il largo  e, nel farlo, si scontrarono con le navi  amiche dietro di loro, aggravando il  disastro. Gli Egineti, dal canto loro, a forza di remi, piombarono sulle navi in fuga verso il Fàlero , affondandone moltissime. Aristide, con un colpo di mano, sbarcò sull’isola di Psittalia  occupata dai Persiani, sterminandone la guarnigione.
La vittoria era completa.  Avrebbero reagito i Persiani  ?

Baia del Fàlero, 25 settembre, sera . Flotta persiana alla fonda.

Serse, sceso senza gloria  dal  trono e tornato con la flotta al Falero  impartiva ordini, dettava disposizioni, come se avesse dovuto – o voluto- attaccare di nuovo l’indomani. Ma dentro di sé era sfiduciato ( oggi si direbbe depresso) e non sapeva che pesci pigliare. Tutto quell’attivismo mascherava una profonda  insicurezza.
Mardonio lo conosceva bene e, giocando d’anticipo,  fece la prima mossa. Temeva, infatti,  di incorrere nelle ire del re: era stato lui  a caldeggiare l’invasione della Grecia a un  allora titubante Serse. E , adesso, dopo il disastro, non era più sicuro di salvare  la testa.
Tanto per cominciare, lo tranquillizzò.  La battaglia “ di legni” non era stata un evento decisivo: i cavalli e i soldati avrebbero vinto la guerra. Poi, quasi a bruciapelo, gli disse: “ O Re dei Re, sono segnalate ribellioni a Babilonia:  il tuo posto, ora, è  in Persia. Lascia a me il compito di portare a termine quanto cominciato. Concedimi di scegliere trecentomila soldati e in breve tempo  finirò il lavoro”.
Serse non gli disse subito di sì. Lo congedò e, prima di decidere, volle sentire anche  la regina Artemisia. “Dagli retta” gli rispose Artemisia” Che cosa ci perdi? Se non riuscirà, la colpa sarà sua; se dovesse farcela, tua sarà la vittoria”. Acuta, la regina.  Un vero uomo.
Serse fece come gli era stato suggerito: concesse a Mardonio di scegliersi i soldati, affidò i propri figli ad Artemisia perché li conducesse a Efeso, sulla via di Sardi, e fece muovere la flotta in direzione dell’Ellesponto.

Isola di Salamina, 26 settembre, flotta greca.

Nel  campo greco tutti erano sul chi vive. Si aspettavano di veder tornare i persiani da un momento all’altro e stavano all’erta.  Ma i Persiani non arrivavano. Poi, all’improvviso,  furono impartiti gli ordini  di partenza. Dove si andava? A combattere di nuovo? Probabile , ma non a Salamina, questo era certo. I  barbari avevano lasciato il Fàlero e si stavano dirigendo verso l’Ellesponto.
Cominciava la caccia.

Capo Zostère, a metà strada fra il Pireo e Capo Sunio, 480 a.c.; flotta persiana in navigazione verso l’Ellesponto.

“ Navi nemiche! Navi nemiche!

Il grido si alzò improvviso, suscitando ovunque agitazione e trambusto. Chi poteva, si sporse dalle murate  per guardare. Dal lato destro , ombre lunghe e sottili si protendevano  sull’acqua, minacciose.
L’ordine  corse veloce  di nave in nave: “ Prendere il largo! Prendere il largo!”. I rematori spinsero sui remi e le navi scivolarono veloci  sulla superficie  del mare , allontanandosi . I marinai si voltarono indietro: non erano inseguiti. Trassero un sospiro di sollievo.
Vicino a Capo Zostère, sottili  promontori si protendevano  nel mare. Nell’oscurità, i  Persiani in fuga,  terrorizzati,  avevano scambiato  quelle rocce per navi nemiche!

Isola di Andro, 480 a.c. , settembre. Quartier generale della flotta greca.

I Greci inseguirono la  flotta di Serse, ma non la raggiunsero. Fermatisi all’isola di Andro , valutarono il da farsi.
Il più deciso era Temistocle: bisognava continuare a inseguire i nemici, disse, arrivare all’Ellesponto  e distruggere  i ponti. Euribiade , però, non era della stessa idea. Se i Greci  avessero distrutto  i ponti, il nemico sarebbe stato bloccato in Europa e avrebbe mantenuto  un piede in Grecia. Sarebbe rimasto senza far niente? Neanche a pensarlo. Se fosse rimasto in Grecia, infatti- argomentò Euribiade-   privo di vie di fuga,  avrebbe sofferto la  fame. Di sicuro  avrebbe devastato le campagne; forse avrebbe cercato di sollevare città e popoli contro la lega.  Troppo rischioso: meglio lasciarlo andare. La flotta era stata decimata, aveva subito una brutta sconfitta. Conveniva  ai barbari  restare sul suolo greco?
Euribiade la spuntò. Temistocle, vistosi in minoranza, pensò bene, allora,  di  giocare su due tavoli: fece buon viso a cattivo gioco e accettò il verdetto dell’assemblea, ma mandò di nuovo il fidato Sicinno da Serse. Aveva l’incarico di comunicargli questo: grazie all’intervento dell’ateniese Temistocle,  i ponti sull’Ellesponto non saranno distrutti.  (Serse doveva essere proprio preoccupato di brutto  o in confusione totale  per fidarsi ancora dei Greci che l’avevano già giocato una volta. E proprio per bocca dello stesso capodelegazione !).
Perché Temistocle  fece questo – se mai  lo fece? Per crearsi un credito di riconoscenza presso i Persiani , da riscuotere, pronta cassa,  al momento opportuno, come dice Erodoto? Il fatto è che  a  Erodoto  non piace  Temistocle. Non gli piace al punto  da attribuirgli tutta una  serie di nefandezze, dal taglieggiamento degli abitanti di Andro, alla minaccia di inviare contro le isole la flotta  greca , se queste ultime non avessero pagato la somma  da lui richiesta; dall’avidità smodata e senza requie, al sospetto di tradimento. Una bella ricompensa per il salvatore della  Grecia!

Epilogo

Rifacendo a ritroso il cammino iniziale, le navi si diressero  all’Ellesponto, l’esercito in Tessaglia. Qui Mardonio scelse i suoi  soldati. Gli Immortali, prima di tutto, ma senza Idarne, il loro comandante, deciso a non abbandonare  il proprio re; poi Medi, Saci, Battriani , Indiani. Tutta gente tosta, svelta con la spada e con l’arco, imbattibile  a cavallo. Avrebbero svernato in Tessaglia, poi, con l’inizio della primavera, avrebbero  ripreso la guerra  ai Greci.
Chi non fu scelto proseguì  verso l’Ellesponto. Fu dura.  C’era niente da mettere sotto i denti  e , per saziarsi, quei soldati prima così altezzosi, mangiavano erba, rosicchiavano cortecce al pari dei  loro cavalli( almeno così la raccontano Erodoto ed Eschilo, ma pare che in realtà le cose  siano andate diversamente). Poi arrivò la dissenteria  e se ne portò via tanti  , nonostante Serse avesse obbligato le città ad accogliere gli ammalati e a curarli. Quel che restava di quell’armata poderosa fu traghettato oltre l’Ellesponto e sparì per non tornare più in Grecia.
In Grecia restavano  Mardonio e un esercito imponente. Ma quello  che capitò  loro appartiene a un’altra storia.

Appendice                               

I Persiani schierarono la flotta- 700 navi circa, secondo Erodoto-  ad arco “ piatto” , da Salamina al Pireo, e sigillarono  il golfo mandando gli Egiziani a chiudere il varco fra Salamina e Megara.  Le triremi alleate lasciarono Capo Barbara e la penisola di Cinosura( ” Coda di cane”) protesa verso Atene e, in fila, si diressero verso est, Euribiade in testa, Temistocle  in coda.
I Fenici si fecero subito sotto, ma i Greci ,  anziché affrontarli in mare aperto  a sud di Cinosura,  finsero di ritirarsi e  li attirarono all’interno ,  in uno spazio di mare ristretto. Era un tranello. In quel braccio di mare, il numero delle navi nemiche sarebbe risultato  ininfluente  e  poche navi avrebbero potuto tenere agevolmente  il mare , bloccare l’attacco nemico e contrattaccare.
Le 370 navi greche, più robuste e pesanti  delle imbarcazioni nemiche, occuparono i settori loro assegnati e mantennero sempre lo schieramento, anche nei momenti più critici. Nella parte occidentale  gli Ateniesi e, al centro, gli alleati,  se la videro con i Fenici; a est dello schieramento, gli Spartani ebbero di fronte gli Ioni.
Serse aveva impostato una manovra  a tenaglia. L’ala sinistra – a ovest dell’isola di Psittalia-  e  l’ala destra, a est, avrebbero dovuto bloccare il golfo e chiudere la flotta greca in un abbraccio mortale. Ma  Euribiade e Temistocle   ritirandosi sempre più all’interno del golfo, resero vana questa manovra. La presenza del re sul luogo dello scontro  fece il resto. Desiderosi di ben figurare, i comandanti persiani abbandonarono ogni cautela e  si lanciarono in avanti, affollando il golfo. Le navi persiane furono spinte contro la costa, aggredite di fronte e impossibilitate a tornare indietro  per la presenza, alle loro spalle, delle altre navi che sopraggiungevano.  Secondo gli storici antichi, gli Alleati persero solo quaranta navi, i Persiani più di duecento.
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 Erodoto dà i numeri.

Erodoto le spara sempre grosse. Ventimila morti persiani alle Termopili  sembrano davvero tanti. Come i cinque milioni e passa di uomini e donne   al seguito di Serse in Grecia. Tuttavia, non bisogna prendere alla lettera le affermazioni dello storico-giornalista. Quello che vuole dire, mentre ce lo immaginiamo attento ad avvincere e  a stupire il  suo uditorio snocciolando  numeri da capogiro, è questo: in quella guerra , i Persiani erano molto più numerosi dei Greci e,  in quella guerra,  i Persiani subirono perdite infinitamente superiori a quelle elleniche. Un riprova? Quando, fra poco,  ci occuperemo della  battaglia di Platea, ci imbatteremo  in  numeri altrettanto esagerati. Secondo Erodoto,  dell’immenso esercito messo in campo da Mardonio ( 300.000 combattenti ) sopravvissero soltanto 43.000 uomini.

Il futuro in fumo.

Delfi si trovava – e si trova –   nella Fòcide ed era , forse, il più importante oracolo del mondo greco ( l’altro si trovava  nell’isola di  Delo). Secondo il mito , a Delfi  non ci fu  un unico  santuario: ce ne furono sei. Ogni epoca storica , si può dire, ebbe il suo.  Il primo  santuario  era fatto di cera d’api e di piume; il secondo di steli di felce; il  terzo di rami d’alloro; il quarto di  bronzo, opera di Efesto, il divino fabbro; il quinto di pietra. Quest’ultimo fu distrutto da un incendio  nel 489 a.c., un anno dopo Maratona . Il sesto  è quello le cui rovine sono  arrivate fino a noi.
Le sacerdotesse di Apollo a Delfi,  in origine  dovevano essere  vergini, in quanto spose del dio.  Ma  quando una di loro cedette alle lusinghe   di   un supplice, le regole furono cambiate. Non più la verginità, ma l’età divenne il requisito richiesto. Restavano lo spose di Apollo,  vestivano ancora come giovinette , ma non dovevano indurre in tentazione.  Ecco perché dovevano avere almeno cinquant’anni. Curioso: le sacerdotesse erano venali. Qualcuno provò a comprarle- la potente famiglia ateniese degli Alcmeonidi, per esempio o il re di Sparta Cleomene I-  perché vaticinassero a comando ed ebbe successo.
L’antro della sacerdotessa  era un ambiente pieno di fumo. Di un fumo particolare , prodotto da  erbe aromatiche, se non proprio allucinogene. In preda ai fumi, la Pizia straparlava, quasi sempre  balbettava frasi incoerenti e incomprensibili . Un sacerdote fungeva da intermediario fra la Pizia e il dio, traducendo in esametri il balbettio divino.
Perché Delfi e non , poniamo, Atene o Sparta? Perché , secondo il mito, Delfi era considerato il centro del mondo,  il punto dove  due aquile, liberate da Zeus alle estremità  opposte  della terra, si erano incontrate.

Le parole di Apollo.

Erodoto riporta, in versi,  per bocca  della sacerdotessa di Delfi, le parole di Apollo.  Eccole:

Quando sarà preso tutto ciò che racchiudono il monte di Cecrope
E i recessi del Citerone divino,
Zeus dall’ampio sguardo concede alla Tritogenia  che rimanga inviolato
Il muro di legno soltanto, che te salverà e i tuoi figli.
E tu non aspettare tranquillo la fanteria e la cavalleria che avanza
In massa dal continente, ma ritirati
Volgendo le spalle: giorno verrà in cui sarai con il nemico di fronte.

 Oh divina Salamina, farai perire figli di donne
o quando si semina o quando si raccoglie il frutto di Demetra.

(Erodoto, Storie, Utet, 1996, trad. di Fiorenza Bevilacqua).

Il significato è, più o meno, il seguente:  quando sarà perduta tutta l’Attica ( i cui confini erano appunto, l’acropoli di Atene- il  Cècrope-  e il monte Citerone) , Zeus che tutto vede, concederà alla figlia Atena ( chiamata qui Tritogenia ,  epiteto di incerta interpretazione ) l’inviolabilità del muro di legno destinato a salvare  la città e i suoi abitanti. Lascia avanzare intenzionalmente  il nemico, presto te lo troverai di fronte. O divina Salamina , un giorno  farai morire molti uomini..”

Gli Ateniesi provarono a interpretare le parole della sacerdotessa. Per alcuni, come abbiamo visto, il “ muro di legno”  era la palizzata intorno all’acropoli; per altri, fra cui Temistocle,  erano le navi della flotta da guerra, allestita  per l’occasione  (  Nessuno  immaginò anche  un muro di legno persiano, contro il quale, ritirandosi, si sarebbero scontrate  le navi nemiche… ). L’ultima parte della profezia faceva  inoltre  presagire, secondo alcuni,  immani  catastrofi a Salamina .    Apollo non aveva detto  “ Maledetta Salamina” , nel qual caso ci sarebbe stato da preoccuparsi, fu la replica del solito Temistocle: Apollo aveva definito  Salamina “ divina”. Non potevano esserci dubbi: Salamina avrebbe visto il trionfo dei Greci.
L’intera profezia  ha tutta l’aria di essere stata costruita dopo la battaglia( dallo stesso Temistocle?). Il muro di legno, la ritirata “strategica”,  l’accenno a Salamina,  tutto rimanda a una costruzione posteriore. Perché? Per fare sembrare  una manovra voluta quella che fu, in realtà, dopo l’Artemisio e le Termopili,  una ritirata angosciosa? Per fare sembrare studiato quello che fu deciso dal caso o dalle circostanze e soprattutto, per fare entrare in quegli avvenimenti gli dei in persona? Per glorificare una volta di più Temistocle?

L’ulivo e l’acqua.

I miti antichi raccontano  di una contesa sorta  fra  gli dei per il possesso dell’Attica. Poseidone ( o Posidone) la voleva per sé. Spiccio com’era, per fare capire a tutti che l’Attica , d’ora in avanti, sarebbe stata sua , scagliò il tridente contro l’acropoli di Atene, facendo sgorgare una pozza d’acqua salata.   In seguito, durante il regno di Cecrope, anche Atena  si innamorò   dell’Attica e se la prese. Salì sull’acropoli e , vicino al pozzo,  piantò un ulivo. Poseidone montò su tutte le furie  e la  sfidò a duello.  Zeus intervenne, ordinò  ai due di smetterla  e demandò la questione a una sorta di tribunale divino. Tutte le divinità maschili- Zeus , da buon presidente, si astenne-  si pronunciarono a favore di Poseidone; tutte le divinità femminili scelsero Atena. E la dea, per un solo voto, ebbe partita vinta. Lo sconfitto ci rimase molto male e si arrabbiò di brutto, allagando la pianura triasia dove allora sorgeva Atene. Atena non fece una piega: si spostò qualche chilometro più in là , dove si trova l’Atene di oggi, e ripiantò l’ulivo.

I due nemici.

Temistocle , nato fra il 530-520 a. c. e morto a Magnesia dopo il 471- non si sa bene quando- ebbe grandi meriti e una  sorte amara. Volle una flotta potente per Atene e spese tutti o quasi tutti  i soldi dell’erario,  per vederla in mare. Riscosse  con gli interessi quanto speso , quando, come abbiamo visto, inferse un colpo mortale ai Persiani nelle acque di Salamina. Ebbe onori e gloria, fu cantato dai poeti e ricevette l’applauso di Olimpia. Poi cominciarono i tempi duri. Fu ostracizzato, lasciò Atene, cercò di sollevare il Peloponneso contro gli Spartani, si beccò una denuncia di tradimento , seguita da una condanna  a morte  e dovette emigrare. Dove? In Persia, neanche a farlo apposta. Artaserse, successore di Serse fatto fuori da una congiura di palazzo, lo accolse a braccia aperte. Si stabilì a Magnesia, dove visse nel lusso fino a quando morì. Suicida, pare.  L’anno resta ignoto.

Tutto il contrario  Aristide. Onesto , retto , leale e specchiato, fu  il “ Giusto” per antonomasia. Combatté a Maratona , ebbe l’ostracismo per iniziativa del rivale, fu richiamato ai tempi della seconda guerra persiana, combatté a Salamina e amministrò, in seguito, il tesoro della Lega di Delo. Pose sempre l’interesse generale al di sopra del proprio. Quando morì era talmente povero da non permettersi neppure il funerale. Fu il governo della città  a provvedere. Narra la leggenda che, durante la rappresentazione in Atene della tragedia  “ Sette contro Tebe” di Eschilo, alla battuta: Egli non vuole sembrare giusto, vuole esserlo, tutto il pubblico si voltò verso Aristide, presente in teatro
A Erodoto, l’abbiamo già detto,   Temistocle non piace. Perché? Probabilmente perché quando il nostro scrive, l’orientamento politico, in  Atene, è ostile  a Temistocle. Erodoto si adegua, se vuole avere ascoltatori paganti, se vuole “ vendere”, come si direbbe oggi. Non può ignorare- e non lo fa-i meriti di Temistocle,  ma non perde occasione per evidenziarne  i difetti.   Ha vinto a Salamina, ma ha taglieggiato anche  gli abitanti di Andro; ha usato soldi per convincere Euribiade a restare all’Artemisio, ma molti se li è tenuti per sé; è valoroso, ma avido; inganna i Persiani e poi se li ingrazia : insomma  una personalità ambigua , un  maestro del doppio gioco.   E che dire della doppia ambasceria  di Sicinno? Come mai Serse prende per buone le sue parole?  I casi sono due: o il re è fortemente convinto che l’alleanza- formata com’è da poleis rissose e gelose della propria autonomia sia un’alleanza nata morta o erano in corso trattative segrete fra Persiani e Ateniesi.

 A oriente e a occidente

Lo stesso giorno della battaglia di Salamina, secondo Erodoto, fu combattuta un’altra importante battaglia navale. Questa volta a occidente. Gelone, tiranno di Siracusa, sconfisse, infatti,  i Cartaginesi a Imera, in Sicilia, garantendo ai Greci il  controllo dell’intero Mar Mediterraneo.

Le date della battaglia.

La battaglia di Salamina ebbe luogo il 23 o il 25 settembre? Strauss ( op. cit.) dice il 25; altri il 23. Nel dubbio, non essendo uno storico, ho optato per l’interpretazione di Strauss.

Da leggere:

Erodoto, Storie, Utet, 1996, trad. di Fiorenza Bevilacqua. Libri VII-VIII
Eschilo, Persiani, Mondadori, 2003, a cura di Monica Centanni
Frediani, Andrea, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005
Strauss, Barry, La forza e l’astuzia, Laterza, 2005

In questo sito:

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La cartina della battaglia è tratta da Arsbellica.
Il dipinto di Wilhelm von Kaulbach (1805-1874) riportato all’inizio dell’articolo è tratto da  www.scalaarchives

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