Nebbia d’autunno

Prologo.

Settembre 1944. Sulla scrivania del maggiore Percy E. Schramm , responsabile della redazione del bollettino di guerra dell’Alto Comando della Wehrmacht (OKW), si ammucchiano montagne di  documenti relativi alla campagna di Francia del 1940. Prima di vestire l’uniforme, il maggiore Schramm è stato insegnante di storia contemporanea all’università di Gottinga. É un uomo provato negli affetti: sua nuora, Elisabetta von Thadden, è stata giustiziata per aver espresso il proprio dissenso al nazismo. Ma anche se indossa l’uniforme, anche se porta un indicibile dolore nel cuore,  è rimasto uno storico. E da  storico si chiede: “ Perché tutti questi documenti?” La versione ufficiale dice: per preparare una pubblicazione celebrativa della vittoria del ‘40 e per rendere omaggio al genio militare di Adolf Hitler. “Solo” per questo? E perché proprio in questo momento, a più di quattro anni di distanza?

Una lezione dimenticata.

L’estate del 1944 è iniziata da poco  e per Hitler non promette alcunché di buono. A Ovest, gli anglo-americani, usciti finalmente dalla testa di ponte in Normandia e chiusa( ma non sigillata completamente) la sacca di Falaise, si avvicinano al Reno. A Est, i sovietici, riconquistata  la Bielorussia e entrati in Polonia, si stanno raggruppando per portare il colpo finale  a Berlino. La città di Anversa, in Belgio, è caduta nelle mani degli alleati, ma le zone intorno all’estuario della Schelda non sono state ripulite del tutto dalla presenza nemica e il porto non può funzionare. Così come non possono essere utilizzati molti  altri porti sulla costa della Manica, ancora in mano tedesca.
Se i porti  non funzionano o funzionano male, gli anglo-americani non possono ricevere rinforzi e rifornimenti a un ritmo accettabile. E, senza munizioni, viveri, carburante, non possono avanzare spediti. Perché non approfittarne per determinare una situazione di stallo a Occidente, in modo da guadagnare tempo e cercare di ribaltare la situazione a Oriente, si chiede Hitler? Come possono capitalisti, comunisti e imperialisti “in declino” andare d’accordo  a lungo ? E’ un’alleanza contro natura e il tempo e le V2  possono farla saltare. E se l’alleanza salta, la Germania resta in vita. Ai suoi generali dice pressappoco questo: “ Se, in un modo o nell’altro, blocco il fronte occidentale almeno durante i mesi invernali, niente e nessuno potrà impedirmi di dedicarmi, anima e corpo, a  quello orientale. E se fermo i russi, l’alleanza “ innaturale” può crollare. Ma per raggiungere questo scopo mi  serve tempo e devo trovarlo.” 1

In Occidente, gli alleati sembrano intenzionati a non concederglielo. Ma sulla strategia militare e sugli indirizzi politici sono divisi e i loro generali sono gelosi l’uno dell’altro. Su una cosa sembrano concordare: i tedeschi, ormai, non ne hanno più. Un errore clamoroso, col senno di poi. Da Londra, Ultra avvisa: attenzione, i tedeschi non  si ritireranno dai porti della Manica e li difenderanno a oltranza. Dal canto suo, un ufficiale dello stato maggiore, andando contro corrente, osserva: il nemico  non è affatto al collasso, si sta ritirando con ordine, adotta una difesa elastica, sembra voglia guadagnare tempo. Ha in serbo qualcosa?
Ma gli alti comandi non ci badano più di tanto. La Germania si ritirerà a difesa dei propri confini oltre la Linea Sigrifido( Westwand). Punto. Non ha altra scelta. Perché sprecare uomini e materiali nella difesa  a oltranza, in Belgio e in Francia, di luoghi destinati, prima o poi, a cadere in mano nemica? Evidentemente non conoscono Hitler. E così, anziché affondare  il colpo, anziché occuparsi del porto di Anversa – di vitale importanza per loro-  o  tentare  di forzare il Vallo a nord (qui, solo l’8 ottobre apriranno un varco nei pressi di Aquisgrana) e a sud in direzione di Treviri, il 17 settembre gli alleati  mandano tre divisioni aviotrasportate (la Prima britannica  l’Ottantaduesima e la Centounesima americane) a cercare di conquistare, rispettivamente,  i ponti di Arnhem, di Eindovhen e di Nimega in Olanda, per permettere ai carri armati di entrare direttamente in Germania nella zona strategica della Ruhr2 .
L’idea è di Montgomery. In teoria è buona, ma in pratica non funziona. Market-Garden ( questo il  nome in codice dell’operazione) si infrange sull’ “ultimo ponte”, quello di Arnhem. Gli americani riescono a conquistare i ponti nei settori loro assegnati, i britannici non ce la fanno a tenere il proprio, l’unico di Arnhem rimasto in piedi.
Lanciati relativamente lontano dall’obiettivo, raggruppatisi e messisi in marcia, i parà del generale “Roy” Urquhart  sono sfortunati. Incappano, infatti, negli effettivi di un paio di divisioni corazzate tedesche in ricostruzione dopo la campagna di Normandia e i pochi carri di quelle divisioni bastano per bloccare gli incursori dotati soltanto di armi leggere e di cannoni da 75 mm del tutto inefficaci. Il ponte di Arnhem  viene raggiunto, ma non tenuto. I carri britannici inviati  incontro ai parà per completare l’operazione si impantanano in zone allagate e restano bloccati; i rifornimenti arrivano dall’aria nel caos più completo, finendo il più delle volte sulle posizioni tedesche. Quando gli uomini di Urquhart si ritirano ( molti su canotti improvvisati, numerosi a nuoto attraverso il Reno) sul campo restano più di mille caduti e quasi tremila prigionieri. La prima divisione in pratica non esiste più.
É un grande successo per i tedeschi, il primo dopo le batoste normanne. E una lezione per gli alleati. Che, finalmente, si dedicano a ripulire, con l’impiego massiccio di artiglieria e di aerei, l’estuario della Schelda; liberano Strasburgo permettendo al generale francese  Philippe Leclérc di pagare il proprio debito d’onore(anni prima aveva giurato di liberare la città); puntano su Aquisgrana  e mandano la terza armata di Patton in direzione di Metz. Nel frattempo, è sopraggiunta la cattiva stagione, e, anche a causa della tenace resistenza tedesca intorno al Westwand, le operazioni rallentano.  É il momento tanto atteso da Hitler per la controffensiva.

Il suo è un piano ambizioso. E segretissimo. Tanto segreto da essere reso noto ai comandanti più alti in grado soltanto nell’imminenza della sua realizzazione. L’idea è questa: due armate corazzate, la Quinta e la Sesta, al comando rispettivamente dei generali Hasso von  Manteuffel e Sepp Dietrich sbucheranno dalle Ardenne, piegheranno verso nord, attraverseranno la Mosa e raggiungeranno Anversa, tagliando in due il fronte alleato. La Quindicesima armata del generale Guenther  Blumetritt  appoggerà  Dietrich sul suo fianco destro puntando a nord di Liegi,  mentre  la Settima armata, operando nel settore meridionale, coprirà il fianco sinistro di Manteuffel mantenendo  il contatto con il fronte della Mosella. Caduta Anversa, bloccata la via maestra dei rifornimenti, gli angloamericani si sarebbero dovuti fermare per un bel po’ e Hitler avrebbe avuto le truppe e il tempo necessari per cercare di stabilizzare il fronte orientale. Ecco spiegato il perché di tanti documenti relativi alla precedente campagna di Francia sul tavolo del maggiore Schramm.
Possibilità di successo? Poche. Almeno a sentire gli addetti ai lavori e non solo l’eterno scettico von Rundstedt  o lo scorbutico Model,  a capo del Gruppo d’Armate B. Troppe cose, secondo loro, non vanno in quel piano. Per i carri, ad esempio, è previsto carburante soltanto per arrivare alla Mosa. E dopo? Come percorreranno i quasi duecento chilometri fino ad Anversa? I tempi, inoltre, sono troppo stretti: raggiungere la Mosa in due soli giorni appare impossibile, anche senza tenere conto della prevedibile resistenza  americana. E l’appoggio aereo? Se, a causa del cattivo tempo, gli aerei alleati non possono volare, potranno farlo quelli tedeschi?
Persino il generale  Sepp Dietrich, nazista convinto e destinato al comando della Sesta armata SS, è perplesso. Scrive: “ Quello che Hitler vuole da me è semplicemente che attraversi un fiume, conquisti Bruxelles, poi vada a conquistare Anversa. Il tutto nella stagione peggiore dell’anno, attraverso le Ardenne dove la neve ti arriva al petto e non c’è spazio nemmeno per affiancare quattro carri armati, non parliamo poi di divisioni corazzate. In un periodo in cui non fa chiaro fino alle otto del mattino e alle quattro del pomeriggio torna a essere buio e con divisioni ricostruite con ragazzi e anziani malandati. E in prossimità del Natale”.
A lungo convinti –o meglio ingannati da Hitler al pari degli alleati- che l’offensiva si sarebbe sviluppata nel saliente di Aquisgrana, una volta conosciuto il vero obiettivo, i preoccupatissimi comandanti in capo  inviano  un promemoria a Hitler, correggendo  al ribasso il piano. Niente attacco in profondità verso un obiettivo ambizioso come Anversa, propongono,  ma un attacco  ridotto e circoscritto a obiettivi più facilmente raggiungibili, per esempio la conquista di Liegi e l’eliminazione del saliente intorno ad Aquisgrana. Semmai gli alleati dovessero cedere, allora si potrebbe pensare alla conquista di Anversa.
Rispetto alla “ grande soluzione” di Hitler, denominata Wacht am Rhein ( Guardia al Reno) quella proposta da von Rundstedt e da Model, Nebelherbst( Nebbia d’autunno), è una “ piccola soluzione”. Ma, benché “piccola”, ha il merito e il vantaggio di non ignorare un problema pratico fondamentale: quello dei rifornimenti. Se le linee si allungano troppo, rifornire le truppe diventa difficile e senza rifornimenti- soprattutto di carburante- l’offensiva è destinata a fallire. Cattureremo i depositi alleati, ci dite?  Facile sulla carta. Ma in pratica?
Hitler, però,  non cambia idea. Un po’ perché vive fuori della realtà, in un mondo dove tutto è possibile purché lo si voglia e molto perché diffida dei propri generali, sempre pronti, secondo lui, a “ manovrare”, vale a dire a ritirarsi.  Ribatte: gli alleati non si aspettano un attacco in direzione di Anversa e saranno colti completamente di sorpresa. L’aviazione alleata ha il dominio dei cieli? Il tempo cattivo le impedirà di esercitarlo (come se la stessa cosa non valesse per la Luftwaffe..). Le nostre forze? Ho raccolto quasi duecentocinquantamila uomini per questa operazione e abbiamo a disposizione carri e cannoni in quantità, grazie agli sforzi di Speer per aumentare la produzione e ce li giochiamo tutti qui.  Le Ardenne? Con le loro foreste e le loro gole, con i loro boschi e le loro forre offrono un ambiente ideale per schierare le truppe senza essere visti. Il nemico? É a corto di rifornimenti e si è spinto troppo in avanti. E’ vulnerabile e se picchiamo duro possiamo fermarlo per un bel po’. Il piano è questo e non si cambia.
Manteuffel , però, insiste e alla fine ottiene alcune piccole modifiche: per sfruttare l’effetto sorpresa, l’attacco comincerà alle 5,30 del mattino anziché alle 11; l’artiglieria aprirà il fuoco per quarantacinque minuti anziché per tre ore, mirando a obiettivi precisi ( centri di comunicazione, incroci stradali, ecc.) e reparti d’assalto si infiltreranno fra le forze americane allo scopo di preparare l’avanzata delle fanterie. Per decisione di Hitler, infine,  il nome dell’offensiva viene cambiato: non  più Guardia al Reno, ma Nebbia d’Autunno.

In una cosa Hitler  ha ragione: lì, nelle Ardenne, gli alleati sono vulnerabili. E lo sono perché le considerano un settore del tutto secondario. O perché ragionano secondo la logica dei manuali e non secondo la logica di Hitler, per altro assai difficile da seguire per chiunque.  E così, invece di rinforzare il settore delle Ardenne, schierano altrove il grosso delle proprie truppe e il 16 novembre iniziano un’offensiva in direzione della Ruhr.
La storia è una cattiva maestra, si direbbe. Il ricordo- freschissimo- delle divisioni corazzate tedesche  lanciate, nel maggio del ’40,  oltre la Mosa a chiudere in una gigantesca sacca gli anglo-francesi a Dunkerque dovrebbe pur dire qualcosa. E, invece, niente. Nel ‘44, gli angloamericani sembrano ritenere impossibile qualsiasi attacco- figurarsi una controffensiva- attraverso le Ardenne, così come i francesi, nel ‘40, non si aspettavano un attacco da quella direzione. Momenti diversi e medesimo errore.
Con una differenza, però. Nel 1940, le divisioni tedesche erano a pieno organico, bene equipaggiate, sostenute dagli Stukas e col pallino in mano; quattro anni più tardi sono per lo più incomplete, raffazzonate, ancora discretamente equipaggiate, ma costrette sulla difensiva e senza un appoggio aereo decente. Quello del ‘40 fu un colpo di falce magistrale, quello del ‘44 assomiglia a un colpo di coda disperato. Se portato bene, può avere successo inizialmente , ma alla lunga non può durare.

Notte e nebbia.

I giorni precedenti l’attacco tedesco, le radio tacciono: non un messaggio, non una comunicazione, niente. La nebbia la fa da padrona e i ricognitori alleati non possono alzarsi in volo. Così, del tutto indisturbate e lontane da sguardi indiscreti, le divisioni corazzate prendono posizione sullo Schnee Eiffel, il versante tedesco delle Ardenne. Alcune di esse sono di tutto rispetto, in particolare la Prima, la Dodicesima e la Panzer Lehr. Altre, tuttavia, sono sotto organico tanto a uomini, quanto a carri armati  e molte contano nei  propri ranghi numerosi tedeschi “ etnici”, provenienti cioè, dai Paesi conquistati e entrati a far parte del Reich in virtù dello spostamento  dei confini. Molti di essi- cechi e polacchi, soprattutto- parlano un pessimo tedesco o non lo parlano affatto. Il loro livello di motivazione è prossimo allo zero. Inoltre, la Quindicesima armata- quella destinata a coprire il fianco di Dietrich-  è stata inviata, in fretta e furia, a Est dove i russi stanno picchiando duro.
Gli alleati non ignorano tutto quel via vai. Prima di essere costretti a terra dalle cattive condizioni del tempo, i piloti della ricognizione hanno visto  tracce di carri sulla neve,  automezzi mimetizzati, treni in movimento. Abitanti delle zone di confine hanno  a loro volta riferito di truppe in marcia nella zona dell’Eiffel e alcuni disertori lo hanno confermato. Ma le informazioni ottenute non vengono collegate in modo corretto. Persino un ordine firmato da von Rundstedt in persona trovato in tasca a un ufficiale finisce nel fondo di un cassetto. Per gli alleati tutti quei movimenti hanno un solo scopo: sgonfiare il saliente di Aquisgrana. Chi, fra di loro, intuisce qualcosa di diverso( il generale Strong, ad esempio) non viene ascoltato.

Americani veri, finti americani.

E così, il 16 dicembre (J +0), le divisioni corazzate tedesche escono dalle Ardenne e, sulle prime, sembrano camminare sul velluto. Davanti a loro, a tenere un fronte lungo più di centocinquanta chilometri, ci sono soltanto quattro divisioni americane e un comandante- il generale Omar Bradley- poco incline a vedere in quell’attacco un’offensiva in grande stile. Sarà anche un attacco locale, quello, come sostiene Bradley, ma ai fanti degli avamposti della Ventottesima divisione non sembra proprio: investiti violentemente da un inferno di ferro e di fuoco, si ritirano in disordine. A nord, la Centoseiesima è sotto minaccia di accerchiamento e soltanto a sud, la Quarta e la Nona corazzata riescono a impegnare seriamente i tedeschi e a rallentarne, ma non a fermarne, l’avanzata.
La sorpresa è totale e la confusione massima. Anche perché, fra le linee americane si sono infiltrati commandos  tedeschi. Alcuni di essi parlano perfettamente l’inglese, tutti indossano uniformi dell’esercito statunitense e viaggiano a bordo di americanissime jeep. Li comanda il colonnello Otto Skorzeny, abituato alle missioni impossibili e trasformato in eroe mediatico da quando ha prelevato Mussolini dal Gran Sasso e l’ha portato in Germania. Hanno il compito di fornire false informazioni, di modificare la segnaletica stradale, di effettuare sabotaggi. Novelli Pollicino punteggiano di vernice bianca le case e gli alberi lungo il proprio percorso. É difficile individuarli. Eppure- e questa è una contraddizione inspiegabile- gli americani sanno  tutto o quasi tutto. Prima ancora che i commandos di Skorzeny entrino in azione, sanno della loro esistenza,  ne conoscono i segnali di riconoscimento ( il colore delle sciarpe, il modo di allacciare i bottoni dell’uniforme, le lettere stampigliate sul fianco sinistro delle loro jeep), non ne  ignorano gli obiettivi. Persino il luogo del loro addestramento “ segreto” è stato fotografato e pubblicato addirittura su un numero di Stars and Stripes. Ma nonostante l’evidenza, non viene dato peso alla cosa. E così, nei giorni successivi all’ attacco, questa leggerezza costringe migliaia di americani “ veri” a guardarsi le spalle, mentre la compagnia del capitano Stielau- l’unica unità della “brigata Skorzeny”a operare con efficacia- si trasforma, di bocca in bocca, in  una “divisione” e i suoi ottanta uomini in  migliaia di  soldati armati fino ai denti.
Con sempre maggiore frequenza, ai posti di guardia e di controllo americani non si chiede solo la parola d’ordine, ma si fanno domande suppletive di storia e di geografia o si chiedono le regole del football e del baseball. É un modo come un altro per smascherare  eventuali sabotatori tedeschi. Che possono conoscere l’inglese, ma non tutti i particolari della storia e della vita americane e magari ignorare la corretta pronuncia della parola wreath .
Ci va di mezzo anche lo stesso generale Bradley, al quale,  a un posto di blocco, viene chiesto quale sia la capitale dell’Illinois  e, al successivo,  chi sia il marito dell’attrice Betty Grable. Il generale risponde esattamente alla prima domanda ( Springfield, quando un non americano avrebbe istintivamente detto  Chicago), ma cade dalle nuvole al momento di  fornire il nome del marito della bionda attrice. La sentinella lo guarda con aria soddisfatta e, pago di averlo preso  in castagna , gli dà il via libera.
Altrove, una pattuglia americana si imbatte in un gruppo di soldati, in apparenza  americanissimi, dotati di alcuni cannoni semoventi. Prima ancora di essere interrogati sul reparto di appartenenza, i nuovi venuti  si proclamano soldati della E Company. A questa affermazione, la pattuglia apre il fuoco. Non il termine Company, ma la parola Troops designa le compagnie di artiglieria semovente della cavalleria leggera dell’esercito degli Stati Uniti: chi scambia  un termine per l’altro e ignora questa differenza non è un soldato americano.

Fra gli angloamericani la tensione aumenta. Un lancio raffazzonato  e improvvisato di paracadutisti tedeschi- pomposamente battezzato operazione Stoesser, Astore(gli uccelli rapaci si sprecano nella terminologia nazista)-   la alimenta oltre misura. Si parla di lanci massicci, quando, in realtà, nella notte fra il 16 e il 17, un giorno dopo l’inizio dell’attacco,  solo pochi parà hanno preso terra oltre l’Eiffel. Come nel caso della compagnia di Stielau, si vocifera di migliaia di paracadutisti in azione. In realtà in zona d’operazioni, vagano gruppi ridotti di sbandati privi di armi pesanti, a corto di viveri e di munizioni e ben presto impegnati a sfuggire alle pattuglie nemiche3.  Il loro comandante, il  tenente colonnello barone Friedrich- August von der Heydte, ha lasciato liberi alcuni soldati americani catturati in azione. Tornati ai propri reparti, questi soldati, magari vantandosi di imprese mai compiute, contribuiscono con i loro racconti a consolidare la falsa convinzione di attacchi massicci dall’aria.
E non finisce qui. A Skorzeny e al suo gruppo di sabotatori infiltrati  si attribuisce l’ennesima missione impossibile: l’operazione Grifone (Unternehmen Greif) il cui obiettivo è quello di assassinare Eisenhower. Il comandante in capo alleato è il primo a  non crederci, ma non può impedire l’adozione di imponenti misure di sicurezza attorno alla propria persona e al proprio staff, segretarie comprese. Qualche volta i corrispondenti di guerra, tenuti a corto di notizie per decisione di Eisenhower, reagiscono immaginandosele. Leggendo i resoconti dall’Europa, l’opinione pubblica americana ha  l’impressione di trovarsi alla vigilia di una nuova Pearl Harbor.  Insomma, il clima politico non è dei migliori e, al fronte, i nervi sono tesi.

Il cammino verso  la Mosa.

Il 17 dicembre, il giorno dopo l’attacco (J +1), il 66.mo corpo di Manteuffel arriva in vista del nodo stradale di Saint-Vith. Di qui, una strada conduce fino alla Mosa, ancora una volta la chiave di tutte le battaglie. Nel frattempo, a nord dell’incrocio,  la Prima divisione corazzata SS, punta di lancia della Sesta armata di Dietrich, ha forzato il passaggio dell’Ambléve.  Durante l’avanzata, nei pressi della località di Malmèdy, ha sorpreso una colonna di autocarri americani, l’ha attaccata e assassinato a freddo, a colpi di mitragliatrice, chi si è arreso.
La notizia si sparge con la velocità del fulmine e vendicare i caduti di Mamèdy diventa un obbligo morale per  i GI americani impegnati nella battaglia e un motivo in più per vendere cara la pelle.  Al termine del conflitto, il comandante della divisione, il colonnello Joachim  Peiper, sarà chiamato a  rispondere di crimini di guerra. E non solo per quelli commessi in Francia. Qualche mese prima, in settembre, la sua unità aveva incendiato il villaggio di Boves, in Italia, e assassinato ventitré civili inermi.
Le pessime condizioni atmosferiche di quei primi giorni costringono gli aerei alleati al suolo e la strada fino al fiume- un’ottantina di chilometri- sembra sgombra. Ma è solo apparenza. Gli americani continuano a resistere e la conformazione accidentata dei luoghi  impedisce ai tedeschi di avanzare spediti. Per queste ragioni, Peiper è costretto a cambiare spesso direzione, perdendo tempo e forza.
Dal canto suo, il comandante in capo alleato, il generale Eisenhower, ha adottato( il 16 o il 17, la data rimane controversa) alcune contromisure. D’accordo, quello tedesco ha tutta l’aria di essere un attacco locale. Ma se non lo fosse? Meglio stare sul sicuro. E così, due eccellenti divisioni corazzate, la Settima  e la Decima, vengono prelevate rispettivamente dalla Nona e dalla Terza armata e  spostate sui fianchi dell’attacco tedesco. Il generale George Patton, comandante della Terza armata, dislocata nel settore meridionale dello schieramento e  in procinto di entrare in azione nella Saar, protesta energicamente. Come sua abitudine, va giù duro.  Sono qui, a un passo dalla Germania, so di poter sfondare e voi dell’alto comando, sul più bello, mi indebolite, togliendomi una delle mie migliori divisioni.  Ha senso? Ma Eisenhower non cambia idea . Così quando arrivano a Saint-Vith, i tedeschi di Manteuffel si trovano davanti le avanguardie della Settima divisione  americana e faticano per aprirsi la strada. E non è tutto: a nord, i  tempi di marcia della Sesta armata  sono saltati.
E sono saltati soprattutto per l’abnegazione e il sacrificio dei reparti americani rimasti isolati la cui tenace-  e per certi versi imprevista- resistenza  ha sorpreso gli  stessi attaccanti. Un’unità improvvisata manda in aria  un ponte vitale per Peiper; altrove vengono messe in linea batterie  di cannoni. Imbattutosi in un’improvvisa schiarita,  un ricognitore avvista i carri tedeschi e trasmette l’informazione a una pattuglia di Mustangs  attiva nella zona. Si alzano in volo altri aerei e, finché la visibilità lo permette, le bombe piovono a grappoli.

Mentre Dietrich segna il passo, Manteuffel, impegnato nel settore centrale, avanza più speditamente con il grosso delle proprie forze e il 19  dicembre la sua ala sinistra è in vista della città di Bastogne, importantissimo nodo stradale  sulla via della Mosa. A Bastogne manca un vero  e proprio piano difensivo, ma ancora una volta l’avanzata tedesca viene rallentata dalla tenace resistenza di reparti isolati. Verso sera, tuttavia, le  avanguardie della Panzer Lehr del generale Fritz Bayerlein sono ad appena tre chilometri dall’abitato. Sembra fatta.
Benché dotati, sulle prime, solo di armi e di artiglieria leggere, i parà della Centounesima divisione americana, trasportati a rotta di collo da Reims a Bastogne, arrivano appena in tempo per bloccare gli attaccanti, dando così alla città, alla sua guarnigione e a suoi abitanti rannicchiati nelle cantine, tempo e speranza. Gli alleati sono al momento a corto di uomini e dovendo decidere dove impiegare le riserve ( l’Ottantaduesima e la Centounesima aviotrasportate) non hanno adottato soluzioni strategiche raffinate: semplicemente le hanno dirottate, secondo logica, là dove il pericolo è maggiore:  a nord per contrastare Peiper ( l’82.ma) e, a sud, per tenere sotto controllo l’importante nodo stradale di Bastogne( la 101.ma). Quando lo viene a sapere, il generale von Luetwitz, comandante del 42.mo corpo corazzato, punta di lancia di Manteuffel, commenta: se gli americani impiegano i parà a Bastogne, sono alla frutta. Magari lo sono anche, ma non c’è verso di farglielo capire. A Bastogne  non c’è panico né gente per le strade né assalto ai forni. I civili rimasti rispettano il coprifuoco e collaborano  con i militari. Il cibo, per il momento, non manca.  Manteuffel, allora, secondo il piano, vedendo Bastogne resistere, passa oltre con il grosso dei carri lasciando alle fanterie appoggiate da alcuni reparti corazzati il compito di circondare la città.

Contromisure e ripensamenti.

La breccia aperta dai tedeschi è ancora ampia, ma i fianchi del saliente tengono, dimostrando l’efficacia della prime contromisure adottate da Eisenhower. Il quale il 19 dicembre  ne adotta un’altra: divide il fronte in due ( Nord e Sud), conferendo il comando di quello settentrionale al maresciallo Montgomery. Bradley ci rimane male, Patton maligna a modo suo e a voce alta sull’eccessiva accondiscendenza del comandante supremo nei confronti dei britannici, ma la decisione non viene cambiata.
Il neocomandante del fronte nord deve interpretare le mosse dei tedeschi: si dirigeranno su Liegi o punteranno dritti alla Mosa? Montgomery- coadiuvato in questo da Ultra– sceglie la Mosa e prepara le adeguate contromisure: fa presidiare in forze i ponti sul fiume e prepara una difesa elastica, nella quale la prima a impigliarsi è  la divisione panzer di Peiper in azione lungo la valle dell’Ambléve.  Stiamogli addosso, dice Monty ai suoi, non diamo loro tregua e quando arriveranno alla Mosa, se mai ci arriveranno, i tedeschi avranno mezzo metro di lingua fuori e cadranno per puro sfinimento.
Von Rundstedt  è, più o meno, dello stesso avviso: il ritmo dell’avanzata è lento, la strada da fare è ancora tanta,  i soldati sono stanchi, molti sono inesperti, le difficoltà abbondano, il carburante arriva con il contagocce. Già il 18 implora Hitler: fermiamoci. Abbiamo conquistato terreno, gli americani hanno accusato il colpo, sono più lontani dai nostri confini: consolidiamo le posizioni e stiamo a vedere. Avanzare ulteriormente è un azzardo nel quale rischiamo di giocarci tutte le carte e le residue forze  di cui disponiamo, conclude. É il  ritorno in grande stile della “ piccola soluzione”. Ma  Hitler non vuole neppure sentirne parlare.
Dal canto suo Eisenhower è ottimista. Ai collaboratori più stretti confida: uscendo dalle proprie posizioni, i tedeschi ci hanno fatto un favore e più vengono avanti, meno fatica dovremo fare e meno sangue dovremo versare per stanarli dai  rifugi al di là del loro muro. Velenoso come un serpente, il generale Patton commenta: “ Ma certo! Lasciamoli  arrivare fino a Parigi, così potremo farli a fettine!”.

Le lenzuola di Hemroulle.

Nella notte fra il 21 e il 22 dicembre, mentre Saint-Vith resiste ancora impedendo il ricongiungimento fra le armate di Dietrich e il 66.mo corpo di Manteuffel, su Bastogne e dintorni nevica che Dio la manda. Nel villaggio di Hemroulle, tenuto dagli americani, le campane suonano a martello. Gli abitanti del villaggio, sorpresi  e molto, molto preoccupati, si raccolgono in  piazza. Li aspetta un ufficiale americano. Con una strana richiesta. La neve ha imbiancato ogni cosa, dice, e noi non abbiamo tute mimetiche con le quali coprire le nostre uniformi. Dobbiamo improvvisarle e, per farlo, ci servono le vostre lenzuola. A guerra finita ve le restituiremo. Le lenzuola vengono consegnate. Si ignora se di buon grado.

Le noci di Bastogne.

Il 22 dicembre, Saint-Vith cade. I difensori superstiti ripiegano per sfuggire all’accerchiamento. Non ce l’hanno fatta a tenere fino in fondo. Ma il loro valore è stato ripagato: le divisioni tedesche sono in ritardo di cinque giorni sulla tabella di marcia.  Dietrich, ad esempio,  contava sulla fanteria per aprire, fin dal primo giorno, una breccia ai carri:  è stato costretto a  fare il contrario. Accumulando   ritardo.
E permettendo agli americani di correre ai ripari. Ancora una volta è Patton a dover togliere le castagne dal fuoco. Niente Saar per lui, almeno per il momento. Parte della sua Terza armata deve convergere verso  nord, investire il fianco meridionale del nemico e liberare Bastogne. Eisenhower fissa al 25 la data dell’attacco, Patton si dice pronto a farlo il 22. E poco importa se, per quella data, le forze assegnate all’operazione ( tre corpi d’armata)  non saranno tutte in linea.

Il 22 dicembre, alle 11,30,  quattro ufficiali tedeschi protetti da una bandiera bianca avanzano nelle neve. Sono latori di un ultimatum. Siete circondati, dicono ai difensori di Bastogne: arrendetevi o vi spazzeremo via. Avete due ore di tempo per accettare le nostre condizioni. Pensateci bene, perché la vita di migliaia di civili dipende dalla vostra risposta. Il generale Anthony Mac Auliffe, comandante della piazza, non la tira tanto per le lunghe e sbotta in un’esclamazione destinata a diventare famosa quanto quella di Cambronne a Waterloo: “Aw Nuts!”
Le sue parole vengono messe nero su bianco e trasformate in risposta ufficiale. Gli interpreti tedeschi ci mettono un po’ a capirne il senso. Che cosa c’entrano le noci ( è questo il significato letterale di Nuts) con la resa di Bastogne? Poi capiscono: nel linguaggio figurato,  dire Aw Nuts è come dire “ I miei co….ni!” Gli americani, dunque,  non  hanno alcuna intenzione di arrendersi.
Ma non se la passano affatto bene. Sono isolati, c’è un tempo da lupi, hanno poche munizioni, non ci sono linee di rifornimento attive, sono assediati. Per quanto tempo ancora potranno resistere? Dal canto loro, però, i tedeschi non hanno forze sufficienti per portare il colpo definitivo. Il generale Heinz Kokott aveva fatto la faccia feroce, minacciando  di radere al suolo Bastogne utilizzando l’artiglieria se gli americani non si fossero arresi. Ma dopo il rifiuto di Mac Auliffe, non un cannone tedesco apre il fuoco. Di un attacco coordinato di fanti e di mezzi corazzati, poi, neppure l’ombra. Viene portato solo qualche sporadico attacco da parte di piccoli gruppi d’assalto. Pura routine. Come e da chi sarà risolto lo stallo?

Il sole d’inverno.

Il 23 dicembre, dopo tanta neve e altrettanta nebbia, il cielo è sereno. E gli aerei alleati possono alzarsi in volo. Alle dieci del mattino, piccoli reparti di esploratori e di segnalatori scendono con i paracadute e prendono terra in prossimità di Bastogne. Da mezzogiorno  alle quattro del pomeriggio, con precisione millimetrica, i giganteschi  C47 da trasporto lanciano sulla città assediata tonnellate e tonnellate di materiale, dalle munizioni alle razioni K. I lanci continuano anche il 24, si interrompono a Natale a causa del cattivo tempo e riprendono nei giorni successivi, questa volta contrastati dalla contraerea e dalla caccia tedesche.
L’intervento dell’aviazione spariglia le carte in tavola e si rivela decisivo. Non solo per la quantità di rifornimenti sganciati su Bastogne, ma anche per i carri fatti saltare in aria, per i convogli danneggiati, per le strade rese impraticabili. “La più grande battuta di caccia dai tempi di  Falaise”, commenteranno gli aviatori alleati. Dal canto suo, un ufficiale tedesco non può fare a meno di chiedersi, mentre tutto intorno a lui salta in aria sotto i colpi dei cacciabombardieri alleati, dove siano la Lutwaffe  e il promesso appoggio tattico nei punti cruciali.
Non tutto fila liscio, però. Complici il timore della presenza di una quinta colonna e le voci di falsi americani infiltrati fra le linee,  gli aerei alleati bombardano per tre giorni di fila il villaggio di Malmédy, dove si trovano americani veri e dove il fuoco amico provoca una strage. Un esempio, fra i tanti, della confusione di quei giorni.
George Patton, invece, sembra avere le idee chiarissime. Già il 22, con tre  corpi d’armata  ha compiuto una manovra da manuale  e ha mosso le proprie truppe in direzione del fianco sinistro tedesco e in direzione di Bastogne. Il compito di raggiungere per prima  la città è affidato alla Quarta divisione corazzata.

A differenza di Dietrich, Manteuffel ha ancora un po’ di campo aperto e forza i propri carri verso la Mosa. Una sua unità di testa sta per raggiungerla. E a questo punto, stando alla leggenda, la signora Marthe Monrique, proprietaria di una locanda, cambia il corso degli avvenimenti. Quando il comandante le chiede quanto disti Dinant, la coraggiosa signora risponde: “ Una decina di chilometri, ma gli americani hanno minato tutte le strade”.
Preoccupato dalla prospettiva di dover affrontare campi minati o, più verosimilmente, intenzionato a fare rifiatare i suoi, il comandante tedesco si ferma nei boschi circostanti in attesa dell’arrivo di tutti gli effettivi e del carburante. Sarà contrattaccato il giorno dopo da un reparto britannico e spinto inesorabilmente verso l’incudine della Seconda divisione corazzata americana. I tedeschi sono arrivati a un passo dalla Mosa: non la vedranno mai. E il giorno di Santo Stefano, alle quattro del pomeriggio, le avanguardie della Quarta divisione di Patton arrivano in vista di Bastogne.
Nel frattempo Montgomery   si è messo a fare i capricci. L’ottimismo dei primi giorni ha lasciato il posto, sul fronte nord, a un eccesso di prudenza  venato da timori e da pessimismo. Scarseggia il materiale, gli effettivi sono meno di quelli previsti, non ci sono riserve, brontola Monty. Sarebbe meglio, propone, accorciare l’intero fronte in modo da poter utilizzare in modo efficace le riserve in via di costituzione. Poi rincara la dose: serve un comandante unico . A chi pensa? Bradley e Patton non ci mettono molto a capirlo  e fanno fuoco e fiamme. Come si permette? Chi crede di essere? Un comandante unico? Certo, purché sia americano.
Anche  Eisenhower non la prende bene. É questo il modo di ricambiare la considerazione, la fiducia  e le armate ( due) ricevute? Da Washington, il capo di stato maggiore americano, George Marshall, va giù duro. Scrive a Ike: “ Continua per la tua strada e mandali tutti al diavolo..”  Anche senza averne intenzione, Churchill  getta altra benzina sul fuoco, quando tira in ballo il  generale Harold Alexander, quasi inutile, a suo dire, in un fronte secondario come quello italiano. Richiamiamolo qui e   affianchiamolo a Eisenhower, gli scappa detto in presenza di Montgomery. Ottima soluzione, ma i soldati e gli ufficiali non gradirebbero, è la risposta del vincitore di El Alamein. In realtà è lui a non gradire. Gelosie di generali, gelosie di  primedonne.
Mentre gli alleati si guardano in cagnesco per questioni di potere e di prestigio personale, a Berlino si cercano soluzioni. E non solo militari. Hitler ha lanciato una nuova offensiva- Vento del Nord–  in Alsazia , con lo scopo di rilanciare l’azione nelle Ardenne. Manteuffel ne approfitta – le gelosie fra generali sono bipartisan- e chiede mano libera per sfruttare quel tanto di  breccia ancora aperta, prendere Bastogne e convergere, a nord, sul fianco della Prima armata americana. A condizione di poter disporre delle divisioni di Dietrich.
Le SS agli ordini della Wehrmacht? Non sia mai. E, infatti,  Hitler sulle prime  risponde picche, tenendo Manteuffel a bagnomaria. Quando finalmente gli dà il via, è troppo tardi. L’aviazione alleata imperversa, Patton ha sfondato il fianco sinistro dello schieramento tedesco, l’intera  Quarta divisione corazzata è schierata a Bastogne. Vento del Nord non ha mai preoccupato seriamente i comandi alleati e i tedeschi , a corto di carburante, a corto di viveri, a corto di tutto, si stanno ritirando anche dalle Ardenne.
Mentre le divisioni tedesche ripiegano in direzione del Westwand, curiose voci e strane- persino “ innaturali”-  proposte corrono a Berlino. L’ex cancelliere von Papen si dice pronto a  intavolare trattative politiche con gli angloamericani; dal canto suo il ministro degli Esteri von Ribbentrop giunge a offrirsi, insieme alla famiglia, come ostaggio e come garanzia per l’avvio di trattative con …l’Unione Sovietica.
Hiler non risponde né all’uno né all’altro. Voleva- parole sue-  “approfittare delle lunghe notti e delle nebbie che gli avrebbe portato l’inverno” per cogliere la tanto attesa vittoria. L’inverno gli ha portato notti e nebbie nei cieli  e nelle pianure del Belgio, ma anche, come a Riccardo III,  un indicibile scontento.

Epilogo.

Nel ‘ 44 Hemroulle contava poche case, una chiesa e una Via Crucis di cui andava giustamente fiera. Oggi Hemroulle non ha più la sua Via Crucis. Non gliel’hanno portata via le bombe, ma una promessa. Un giorno a Hemroulle si presentò un distinto signore con un camion al seguito. Veniva da lontano a pagare un debito: restituiva alle donne della cittadina le lenzuola dalle quali gli uomini del suo reparto, nel dicembre del ’44, avevano ricavato rudimentali tute mimetiche per poter continuare  a battersi alla pari con i tedeschi. Gli abitanti di Hemroulle rimasero senza fiato. E ricambiarono il  gesto.
Così, per pura gratitudine, i pannelli della Via Crucis del loro paese presero la via degli Stati Uniti d’America.

In autunno, la neve e la nebbia, il freddo e il silenzio sono di casa a Bastogne. Non oggi. Oggi si balla e si canta, si stappano bottiglie di vino e si ringrazia il Signore. I bambini, finalmente restituiti ai loro sogni, giocano con la neve, spalancano gli occhi davanti alle luci multicolori accese nelle stanze, assistono alla preparazione dei dolci, si preparano ad andare in chiesa. Le ragazze da marito si passano un’ombra di rossetto sulle labbra e tirano fuori dall’armadio il loro vestito più bello. Gli uomini fumano e chiacchierano, a piccoli gruppi o in gruppi più numerosi, bevono  e si scambiano battute, guardano e , soprattutto i più giovani, si fanno guardare.
Il sindaco, Léon Jacquin, fa gli onori di casa. La guerra è finita da poco, Bastogne vuole tornare a vivere. E vuole farlo festeggiando un frutto tipico dell’autunno di queste parti. Un frutto legato, indirettamente, ai terribili giorni dell’autunno del ’44, quando sotto Natale, arrivarono i tedeschi. E quando tutti, in città, civili e militari, uomini e donne, vecchi e bambini, reclute e veterani, trovarono la forza di resistere.
Ancora oggi, a Bastogne, quella  festa è la festa delle noci.
Aw Nuts!

 

Da leggere.
Silvio Bertoldi, Il sangue e gli eroi, Rizzoli, 1997
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Basil Liddle Hart, Soria di una sconfitta, 1948
Jacques Nobécourt, L’ultimo colpo di coda di Hitler, Bompiani, 1965
Cornelius Ryan, Quell’ultimo ponte, Mondadori, 1979

Da vedere

Ardenne ‘44: un inferno! , 1969
Quell’ultimo ponte, di Richard Attenborough, 1977

Su questo sito puoi leggere anche:

Salvate la regina.
Clicca qui per leggere l’articolo.

“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Addio, Isabelle
Clicca qui per leggere l’articolo.

Un gioco da ragazzi.
I canadesi sbarcano a Dieppe e un sergente inglese ha un appuntamento…
Clicca qui per leggere l’articolo

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

La cartina è tratta da: ehistory.osu.edu/world/library/books/…/0042.CFM

Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Gli avvenimenti in breve.

3 settembre : Hitler ordina ai suoi di difendere a oltranza Boulogne, Dunkerque, Calais e le foci della Schelda, in Belgio, dove i tedeschi controllano due punti strategici: le isole Walcheren e Breskens, in grado di impedire agli alleati di utilizzare l’importantissimo porto di Anversa.
5 settembre: il Comitato congiunto dei servizi segreti alleati prevede la cessazione della resistenza tedesca per il 1° dicembre, al più tardi. Questa errata valutazione influenzerà la condotta della guerra. Lo stesso giorno, radio Bruxelles  trasmette la ( falsa) notizia della resa della Germania.
8 settembre: due bombe volanti V2 cadono alla periferia di Londra causando tre morti.
12 settembre: la guarnigione tedesca di Le Havre, importante porto sulla Manica, si arrende.
16 settembre: gli alleati raggiungono e assediano Dunkerque. Hitler comunica ai generali Jodl, capo di stato maggiore dell’OKW e Guderian  capo di stato maggiore dell’esercito(OKH) la propria intenzione di passare all’offensiva sul fronte occidentale passando per le Ardenne e avendo come obiettivo Anversa.
17 settembre:  nel tentativo di penetrare nella Ruhr attraverso l’Olanda, gli alleati lanciano l’operazione Market-Garden. Tre divisioni aviotrasportate devono raggiungere i ponti di Eindhoven, di Nimega e di Arnhem in Olanda, tenerli e permettere alle colonne corazzate in arrivo di  usarli per entrare in Germania. La mancata cattura del ponte di  Arnhem da parte dei britannici  pregiudica  il successo dell’operazione.
19 settembre: gli americani  si impadroniscono del porto francese di Brest, in Bretagna.
22 settembre: Boulogne si arrende ai canadesi.
26 settembre: i superstiti della Prima divisione aviotrasportata britannica si arrendono ai tedeschi ad Arnhem. In Germania Hitler istituisce l’esercito del popolo per la difesa del suolo tedesco e proclama il Volksturm, la leva di massa di tutti gli uomini abili dai sedici ai sessant’anni.
3 ottobre: le isole Walcheren, alla foce della Schelda, subiscono un massiccio bombardamento da parte degli aerei e dell’artiglieria alleati. Breskens viene conquistata.
9 ottobre: forze americane accerchiano la città tedesca di Aquisgrana, posta nelle immediate vicinanze del confine belga.
13 ottobre: su Anversa cade la prima V2. Muoiono trentadue civili.
19 ottobre: dopo un assedio di sette giorni e dopo durissimi combattimenti strada per strada, gli americani conquistano  Aquisgrana.
1° novembre: appoggiate da un impressionante spiegamento aereo, truppe britanniche attraversano la Schelda per impossessarsi delle isole Walcheren e per garantirsi il controllo di entrambe le rive del fiume.
4 novembre: mentre la battaglia per le Walcheren è in corso, un dragamine britannico risale l’intero estuario del fiume, dal mare fino ad Anversa.
7 novembre: Franklin Delano Roosevelt è eletto per la quarta volta presidente degli Stati Uniti d’America.
8 novembre: truppe canadesi completano la conquista delle isole Walcheren.
10 novembre: ad Anversa viene costituito un reparto speciale di artiglieria con il compito di intercettare le bombe volanti  il più lontano possibile dalla città. Il reparto ha successo con le V1, ma niente può contro le supersoniche V2.
16 novembre: in Anversa le V2 causano 263 vittime civili, fra cui trentadue suore il cui convento viene centrato in pieno.
20 novembre: Hitler abbandona la Prussia orientale e la “ tana del lupo” di Rastenburg- da cui l’Armata Rossa dista meno di ottanta chilometri-   e fa ritorno a Berlino.
22 novembre: la cittadina di Saint-Dié, nei Vosgi, viene raggiunta dagli americani.
23 novembre: la seconda divisione corazzata francese del generale Philippe Leclérc entra a Strasburgo. Anni prima, quando i tedeschi sembravano inarrestabili, il generale Leclérc aveva giurato di entrare a Parigi da vincitore e di liberare Strasburgo. Ha mantenuto la promessa.
25 novembre: la città di Metz viene conquistata dalla Terza armata americana agli ordini del generale George Patton.
25 novembre: strage di civili nei magazzini Woolworth a Londra a causa di una V2.
26 novembre: un convoglio di navi alleate risale la Schelda fino ad Anversa. Himmler viene nominato comandante di tutte le truppe tedesche dell’Alto Reno.
27 novembre: ancora le V2 e  ancora morti nella città olandese: 136 civili e 21 militari.
30 novembre: gli americani premono in direzione della Saar.
12 dicembre: Hitler rivela ai propri  generali il progetto di  mandare  a gambe all’aria l’innaturale alleanza  fra britannici, americani e sovietici. Mentre Hitler sta parlando, truppe americane raggiungono la città di Dueren, a meno di quaranta chilometri da Colonia.
16 dicembre: scatta l’offensiva tedesca nelle Ardenne( impropriamente definita dagli alleati “ offensiva von Rundstedt”). La Quinta e la Sesta armata si buttano in avanti e gli  americani sono colti completamente di sorpresa. In Anversa, una V2 causa la morte di più di cinquecento civili. Alla fine saranno più di 3.500  i civili e oltre settecento i militari  uccisi dalle bombe volanti  in quei terribili giorni di fine ’44.
17 dicembre: 72 soldati americani arresisi a Malmédy, vengono uccisi a sangue freddo dalle SS del colonnello Joachim Peiper. Nei giorni seguenti si registrano episodi analoghi. A Stavelot, l’unità di Peiper passa per le armi 130 civili, compresi 47  donne e 23 bambini. Per rappresaglia, soldati americani sparano su 21 soldati tedeschi arresisi a Chenogne.
20 dicembre: unità  di fanteria tedesca( Volksgrenadier, Granatieri del Popolo) appoggiate da alcuni reparti corazzati cingono d’assedio la città di Bastogne.
22 dicembre: il feldmaresciallo Gerdt von Rundstedt, responsabile tedesco del fronte occidentale ( OB West) chiede per la seconda volta a Hitler la sospensione dell’avanzata verso la Mosa: i soldati sono stanchi, la resistenza accanita, il carburante agli sgoccioli. Hitler rifiuta.
22 dicembre: il  generale Dwight D. Eisenhower, comandante in capo alleato del fronte occidentale, diffonde il seguente comunicato: “ Che ognuno abbia in mente un solo pensiero: distruggere il nemico sul suolo, nel cielo; distruggerlo ovunque!”  Con una manovra magistrale, il generale Patton muove le proprie divisioni verso il fianco meridionale tedesco e verso Bastogne.
23  dicembre: la nebbia si dissolve e l’aviazione alleata torna a volare. Vengono colpite le vie di comunicazione, i concentramenti di truppe, i centri di comando. Bastogne viene rifornita dal cielo.
24 dicembre: i carri tedeschi, ormai prossimi alla Mosa, vengono fermati dai caccia alleati, dalla penuria di carburante, dai contrattacchi delle fanterie e ..dalla signora Marthe Monrique.
26 dicembre: le avanguardie di Patton giungono in vista di Bastogne.
1° gennaio 1945: i tedeschi , violentemente investiti sul fianco sinistro, abbandonano i punti chiave di Moircy, Tenneville e Chenogne. Lo stesso giorno, in Alsazia, l’operazione Vento d’inverno voluta da Hitler per rilanciare la situazione nelle Ardenne, subisce un durissimo colpo: l’offensiva  della XIX armata tedesca viene fermata . Le perdite sono ingenti.
6 gennaio: ultimo colpo di coda nelle Ardenne:  Manteuffel muove  contro Bastogne e il fianco nord dello schieramento alleato. L’attacco viene respinto.
14 gennaio: Bastogne viene liberata. I tedeschi si ritirano oltre il Westwand.


1 Il feldmaresciallo Gerdt von Rundstedt, richiamato alla testa dell’OB West, il Fronte Occidentale,  avrebbe dovuto attuare una difesa elastica nei pressi del Westwand in modo da impedire agli angloamericani di entrare in Germania.  Rundstedt lo fece anche se fu tenuto all’oscuro circa  le vere ragioni di un simile ordine. Quando assunse il comando, ignorava  le intenzioni di Hitler di attaccare dalle Ardenne. Vedeva un insolito movimento di truppe e di mezzi  in quella direzione, ma, al pari  degli alleati,  lo interpretava come un  tentativo di risolvere la questione del saliente di Aquisgrana.

2 Secondo le testimonianze e le memorie- non tutte disinteressate-  di alcuni generali tedeschi ( Westphall, Blumentritt, Speidel), se gli alleati avessero affondato il colpo fra l’agosto e il settembre del ’44 ( era questa l’idea di Montgomery), sarebbero arrivati con facilità in Germania e la guerra sarebbe finita sei mesi prima. Perché, allora,  non lo fecero? In primo luogo perché erano a corto di uomini- subivano perdite elevate ( nell’ordine di 90.000 uomini al mese) e colmarle richiedeva tempo – e in secondo luogo perché temevano le fortificazioni del Vallo Occidentale ( Westwand), da essi ribattezzato Linea Sigrifido. Sulla strategia, inoltre, non c’era identità di vedute. Eisenhower prima di lanciare un’offensiva in grande stile, correndo il rischio di sprecare migliaia di uomini, voleva stare sul sicuro, eliminando, nei limiti del possibile, ogni causa di rischio lungo l’intero fronte.  Dal canto suo, Montgomery era per portare un colpo secco in un punto delimitato del fronte e chiudere in fretta la partita. Costasse quel che costasse.
Questo disaccordo era in parte dovuto anche alla mancanza di indirizzi politici.  Churchill e Roosevelt, in quei giorni,  restavano sul vago e  non fornivano alcuna direttiva precisa dalla quale gli stati maggiori potessero ricavare una dottrina d’azione. Evitavano di parlare dei provvedimenti da adottare dopo la resa incondizionata della Germania o di  indicare chi avrebbe preso Berlino, non aiutando i propri generali a scegliere quale strategia adottare né i generali tedeschi e il popolo tedesco a valutare l’opportunità di una resa di fronte a soluzioni accettabili. Fecero addirittura un clamoroso autogol. Il ministro americano del Tesoro, Henry Morghenthau Jr , propose di riportare la Germania postbellica a uno stato pastorale.  Goebbels non si lasciò sfuggire l’occasione. Scrisse: vedete? Non solo vogliono la nostra resa incondizionata, ma ci vogliono ridurre a uno stato di semi-schiavitù. Roosevelt intervenne a correggere il tiro, il Dipartimento di Stato respinse la proposta,  ma ormai il danno era fatto.

3 Lo storico britannico Basil Liddel Hart(Storia di una sconfitta), sostiene che se i parà tedeschi si fossero garantiti  il controllo dei punti dominanti le strettoie delle strade delle Ardenne, l’attacco avrebbe avuto, forse, un esito diverso. Gi americani, infatti, schierati sulle alture in corrispondenza dei passaggi obbligati, rallentarono l’avanzata delle divisioni SS.  In realtà, i paracadutisti tedeschi , quei paracadutisti tedeschi, non avrebbero potuto fare  molto. In primo luogo, perché privi dell’addestramento e della preparazione necessari a condurre in porto con successo l’operazione Stoesser già sul nascere  incasinata di suo; in secondo luogo perché  imbarcati su aerei affidati a equipaggi privi di esperienza; in terzo luogo perché a corto , fin dall’inizio, di materiale. I tempi di Creta erano lontani. Basti pensare che gran parte degli uomini delle unità  aviotrasportate d’ elite erano stati “ appiedati” e combattevano da tempo nelle divisioni di fanteria.  La brigata del colonnello von der Heidte fu costituita in fretta e furia, senza alcun riguardo ai complessi risvolti logistici e organizzativi richiesti da un lancio di truppe aviotrasportate. Molti dei suoi componenti furono lanciati addirittura nella zona di …Bonn. Chi atterrò sull’obiettivo, prese terra malconcio( le fratture non si contarono) e, per giunta, su un’aerea molto vasta. Faticarono non poco a radunarsi. All’inizio, un po’ di fastidio lo causarono. Ben presto, però, per  ordine dello stesso von Heydte, i parà atterrati in Belgio si divisero in piccoli gruppi,  si dispersero e vagarono  senza meta e senza altro obiettivo se non quello di salvare la pelle.

La foto riportata in apertura è tratta da: riveting-images.com

Advertisements

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: