Andata e ritorno

Il Caucaso. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Il Caucaso è una regione in gran parte montagnosa. É un crogiuolo di popoli e di lingue, di culture e  di usanze, di città dallo splendido passato e di villaggi sperduti in un eterno presente. A dispetto della geografia, non è Europa, è Asia. Le montagne si alternano alle pianure, la steppa ai deserti. É la terra di Samarcanda e di Tashkent, di  Buchara e di Baku, la terra dei tappeti e del petrolio, del cavallo e del cammello, del pastore e del mercante.  Qui vivono  i cosacchi e i calmucchi, i ceceni e gli ingusci, gli osseti e i georgiani, gli armeni e i circassi, i kazaki e gli abkazi, gli àvari  e gli azeri, i ciabardini  e i caraciani. Tutti popoli bellicosi, quasi tutti musulmani. E, da un quarto di secolo- più per forza che per amore-  anche socialisti. Socialisti ricchi, a dire il vero. Il Caucaso ha terre fertili, pozzi di petrolio, miniere, bestiame.  In  tempo di guerra può far gola.
Hitler vuole il Caucaso a tutti i costi e lo vuole  per tre motivi: uno, evitare di restare a secco; due, chiudere i rubinetti del petrolio agli Untermenschen sovietici e, tre, interrompere la “strada persiana”, vale a dire la via asiatica dei rifornimenti alleati verso l’Unione Sovietica. Ma coltiva anche un sogno ambizioso: tirare dalla propria parte la Turchia, mettere un piede in  Asia e andare incontro a Rommel in arrivo dal Medio Oriente.
Ecco il suo piano. Primo: occupare la Crimea, per proteggersi le spalle e perché i rossi non vadano  a bombardare i pozzi di Ploesti in Romania; secondo: ripulire la zona fra il Donetz e il Don; terzo: prendere Stalingrado, interrompere la via fluviale del Volga e tagliare la Russia in due; quarto: scendere verso il Caucaso dalla parte del mar Caspio e conquistare i pozzi di Groznij e di Baku. Il  maresciallo sovietico Ciujkov, l’eroe di Stalingrado, a guerra finita  scriverà: tanto di cappello, un piano coi fiocchi. Ma quando, nell’estate del ’42, parte l’attacco tedesco verso sud, Ciujkov e Zukov,  Stalin e lo Stavka non sono in vena di discussioni accademiche e sudano freddo: se questi attraversano il Volga e conquistano il Caucaso, la Russia è perduta.
Hitler gongola. Al fronte sembrano tornati i trionfali  giorni del giugno ’41: i suoi avanzano e i russi si ritirano. In luglio  cade Rostòv, la porta del Caucaso e  Sebastopoli, in Crimea, viene conquistata nonostante l’eroica resistenza dei difensori. Dappertutto i russi sono in fuga. L’Armata Rossa è davvero“Rotta”[1], come si va dicendo da un pezzo a Berlino? O quel fuggi fuggi è tutto un bluff? I russi se la danno a gambe perché non ne hanno più o perché lo fanno apposta? Attuano, sull’esempio di Kutusov, un astuto inganno o sono alla frutta? Sia come sia, scappano e  bisogna approfittarne.
A Berlino, visto l’andazzo, l’euforia monta e le idee cambiano. Prima Stalingrado e poi il Caucaso? E perché non tutti e due in una volta? Il  comandante del fronte Sud, il feldmaresciallo Fedor von Bock – un caratteraccio-  si impunta: attenzione, dividere le forze e cambiare il piano è un errore. Peggio: è un regalo fatto al nemico. Hitler esce dai gangheri: eccoli di nuovo, i generali ignoranti di economia e di politica, sempre pronti a “manovrare”, cioè a ritirarsi.  Ma che cosa possono sapere? Via l’ “ignorante” von Bock, dunque e avanti verso Stalingrado e il Caucaso. Contemporaneamente.
Da questo momento, il piano di Hitler non è più un piano coi fiocchi, anche se, per il momento, a parte il dimissionato von Bock, nessuno sembra accorgersene.

Le unità corazzate  di Paulus ( Sesta armata) forzano a sud il Don e occupano la località di Kotel’nikovo: la strada verso il Volga e Stalingrado è aperta. E lo è anche quella per il Caucaso.  Le disposizioni sono precise: attenzione, questa  è terra di cosacchi:  non abbandonatevi a eccessi, non  molestate le donne, pagate quello che prendete. Rinsavimento improvviso? Guerra leale e non più “ totale”? Calcolo politico?
Calcolo politico e neppure tanto sottile. Il Berlino-pensiero è questo: i cosacchi  sotto sotto sono anticomunisti, vanno tenuti buoni, possono tornarci utili. Come possono tornarci utili le popolazioni musulmane del Caucaso. Andiamoci piano, dunque, sia con gli uni, sia con le altre. La posta in palio è alta e non possiamo sbagliare. Rosenberg, il “filosofo” del nazismo che – si dice-  nessuno legge, cambia addirittura le  carte in tavola: Untermenschen i cosacchi? E chi l’ha mai detto. Un paio di ataman  filo-zaristi, veri  e propri reperti da museo,  vengono spediti fra i cosacchi a fare proselitismo.
Ma il lupo- si sa -perde il pelo, non il vizio. I soldati e i funzionari tedeschi ci vanno piano, è vero, almeno con i non-ebrei, ma disprezzano tutta quella “marmaglia”. Per loro quelli non sono esseri umani. E così negli alloggi loro assegnati si spogliano davanti alle donne come se le donne non esistessero, qualche volta usano la frusta, sempre vanno e vengono con fare da padroni. Anche quando regalano le caramelle ai bambini.
Al centro, il gruppo corazzato  del generale Ewald von Kleist  sembra inarrestabile. In un batter d’occhio si impadronisce dell’intero Kuban- una ricca regione agricola, anticamera del Caucaso – ne occupa la capitale, Krasnodar, poi piega verso il Mar Nero e i contrafforti delle montagne. Nel Kuban il blitzkrieg resuscita: blindati a fare da martello e fanterie a chiudere le sacche. Come ai bei tempi. I russi- intenzionalmente o perché costretti e dimentichi dell’intimazione di Stalin,  “ Non  un passo indietro” –  si levano di torno e i carri tedeschi  alzano  solo polvere. Ma a forza di alzare polvere arrivano a Majcop, importante centro petrolifero i cui pozzi, però, sono in fiamme.  I russi, prima di andarsene verso le montagne, li hanno incendiati.
Nel frattempo  altre colonne tedesche avanzano in direzione di Groznij e di Baku: se le raggiungono, tanti saluti. Per impedirglielo, migliaia di civili russi di ogni età , uomini e donne, ragazzi e ragazze,  vengono mobilitati per scavare trincee e fossati anticarro intorno alle due città e ai punti chiave. Le strade vengono disseminate di ostacoli. E non solo a Groznij e a Baku si lavora di pala. A ovest, infatti,  i tedeschi puntano dritti su Novorossijsk, importante base navale sul Mar Nero e, a sud, su Tuapse  con l’evidente intenzione di mettere nei guai i russi, interrompendo le loro linee di rifornimento. E, come se non bastasse, sul Volga Stalingrado è precipitata all’inferno.
C’è proprio da stare allegri.

A Mosca si cerca di correre ai ripari. Il 31 ottobre, la Pravda esce con l’intera prima pagina scritta in lingua uzbeka e relativa traduzione a fronte. Uzbeki aprite gli occhi, è il senso. I tedeschi arrivano per portarvi via tutto, per violentare le vostre donne, per incendiare le vostre case, per rubarvi le terre e le mandrie. Prendete le armi e impediteglielo. Avete dimenticato i vostri indomiti antenati? i vostri illustri poeti? il vostro eroico passato? Il primo novembre tocca ai “ popoli montanari del Caucaso”, ai  “ cosacchi del placido Don”, ai calmucchi, agli abitanti del Terek( dove si trova Groznij)  e del Kuban: sollevatevi, non date tregua ai tedeschi, tuona la Pravda. Nei giorni seguenti la musica non cambia: i tedeschi sono invasori della peggior specie, vogliono separare il Caucaso dall’Urss, distruggere quanto di buono(?!) è stato fatto in questi anni, ridurvi in schiavitù eccetera, eccetera. A Mosca l’inquietudine circa la “tenuta” delle popolazioni caucasiche è palpabile e il serrato fuoco di fila della Pravda è un tentativo di esorcizzarla.
I tedeschi, invece, a parole,  la vedono e la  vendono in un altro modo. Credeteci, dicono, aboliremo le fattorie collettive, riapriremo le moschee, vi restituiremo la libertà. Nonostante le promesse restino per lo più promesse, qualcuno abbocca. Qua e là, gli ufficiali tedeschi ricevono in dono splendidi cavalli, ricambiano con edizioni preziose del Corano e, soprattutto, con armi e munizioni. Un signorotto locale invia in regalo un superbo stallone  personalmente a Hitler.
Von Kleist, di propria iniziativa, adotta soluzioni nuove, quasi rivoluzionarie. Nel Kuban sottoposto alla sua giurisdizione, istituisce un distretto “ cosacco” relativamente autonomo, dà spazio a una polizia locale, avvia- a parole, come al solito- una embrionale riforma agraria. A Berlino storcono il naso, a Mosca sono inquieti e preoccupati. Se il modello Kleist  si afferma, addio Caucaso.  Per questo la Pravda  continua a darci dentro con i richiami al patriottismo. ( E, a guerra ancora in corso, ci darà dentro anche Stalin ordinando la deportazione di  popoli interi , innocenti e ” colpevoli”..).
Ma la Pravda e chi la ispira  possono stare tranquilli: il modello non si afferma. Mancano il tempo e le condizioni: troppo breve la permanenza tedesca da quelle parti, troppo forte la diffidenza della gente.  Quello di Kleist resta, dunque, un tentativo isolato e difficile da spiegare. Comportandosi in quel modo, il generale vuole solo carne da cannone a buon mercato o vuole davvero cambiare la politica nei confronti della popolazione locale fino a quel momento trattata peggio delle bestie? Un fatto è certo: alla fine della guerra, i sovietici gli rinfacceranno quell’iniziativa. In tribunale, quasi fosse un crimine di guerra. Basil Liddle Hart, ufficiale e storico inglese,  considererà quell’accusa una carognata e propenderà per l’onestà e per la buona fede di Kleist. Questione di punti di vista.

Nel frattempo l’altra guerra, quella sul campo, va avanti fra mille difficoltà. A Stalingrado la situazione è confusa, nel Caucaso  è fin troppo chiara: i  tedeschi sono a un centinaio di chilometri da Groznij, premono al centro, in direzione dei valichi di Kluchor, Maruch e Sanciaro; hanno preso la metà di  Novorossijsk, puntano su Tuapse, controllano l’intera penisola di Taman, ponte naturale verso la Crimea. Vittorie decisive o vittorie di Pirro? Col senno di poi, vittorie di Pirro. Arrivati a  Novorossijsk, ad esempio, i tedeschi devono fare i conti con i cannoni sovietici piazzati sulla sponda occidentale e non possono utilizzare il porto. Sulla strada di Tuapse, vera e propria chiave di volta dell’intera  faccenda, incontrano ostacoli e  diavolerie di  ogni genere, approntati ed escogitate da un intraprendente ufficiale del Genio, il  generale Babin e avanzano a passo di lumaca.
E i russi? All’inizio se la passano male, molto male. I rifornimenti viaggiano a dorso di mulo o di asino, la Luftwaffe non dà tregua e il nemico sembra avere più uomini, più carri armati, più aerei. Poi,  a poco a poco, le cose cambiano. Piccole fabbriche “ locali” producono munizioni, mortai, armi leggere. Ma non sono loro a fare la differenza. La differenza la fanno i cannoni  e i “34”, i viveri e gli uomini, i mortai e le munizioni in arrivo da Baku, via Mar Caspio o da Tuapse, via Mar Nero. I  “fronti” ( cioè i gruppi d’armate) vengono riorganizzati;  il blasonato, ma incapace Budionnij viene richiamato a Mosca e le sue divisioni vengono assegnate parte all’astro nascente   Malinovskij, chiamato  a comandare il fronte sud e parte all’eroe di Odessa, Petrov, messo alla testa del fronte del Mar Nero. Il terzo fronte, quello transcaucasico, è  agli ordini del generale Tjulenev.
La partita si gioca  alla pari, adesso. O quasi. A est i tedeschi in marcia verso Groznij, dopo aver superato a fatica numerosi ostacoli naturali e artificiali, vengono fermati da Tjulenev  a Mozdok, a un centinaio di chilometri dalla meta. La sorpresa è grande, il disappunto pure. Ma non erano già cotti i russi? non dovevano essere a corto di riserve? E, allora,  tutte queste truppe fresche, da dove vengono? Hitler aveva intimato: voglio Baku il 25 agosto, al più tardi. E proprio il  25 agosto la Pravda esce con un articolo a tutta pagina: a  Mozdok si sta combattendo un’altra battaglia di  Stalingrado. Il 25 agosto Baku, pur così vicina è, per Hitler e per i soldati inchiodati a Mozdok, più lontana della luna.
Al centro, i Gebirgsjaeger – gli alpini- di Kleist cercano di aprirsi la strada attraverso i monti. Alcuni di loro raggiungono la cima dell’Elbrus( 5663 metri) e vi piantano la bandiera con la svastica. Ma più in basso, a tremila metri o giù di lì,  lungo strade infami, il grosso delle forze tedesche incontra una feroce resistenza e venti assassini. Kleist capisce l’antifona: oltrepassare i valichi è  impossibile. Per il momento, almeno.
Ma la chiave continua a essere Tuapse. Se cade, la partita può cambiare. Con il Mar Nero controllato dai tedeschi, i russi sarebbero in guai seri: niente più rifornimenti e, probabilmente  un nemico in più.  La Turchia, infatti, è alla finestra, pronta scendere in campo a fianco dei  tedeschi vincitori. Ventisei divisioni turche sono schierate ai confini con l’Urss. Ma Tuapse è come sigillata. Montagne e foreste, sulla terraferma,  la circondano da ogni parte e da ogni parte, lungo le strade e sulle alture spuntano gli ostacoli di Babin: fortini, sbarramenti minati, mucchi di tronchi, fossati anticarro. E, in mezzo a quei boschi, dentro a quei fortini, su quelle alture, i fucilieri e i marinai sovietici si battono con tenacia e accanimento.
Il feldmaresciallo List, comandante in capo nel Caucaso, non cerca di indorare la pillola. Al generale Jodl arrivato in aereo  a dare un’occhiata, dice chiaro e tondo: va male. Il tempo è pessimo, ricevo pochi rifornimenti, la resistenza è accanita e, per soprammercato, sempre più frequentemente mi viene tolta una divisione per puntellare Stalingrado. Farò qualche altro tentativo, ma dubito di riuscire.
Quando Jodl lo riferisce a un nervosissimo Hitler, succede il finimondo. Il povero List viene subissato, in absentia,  di improperi. Sta solo eseguendo i vostri ordini, mein Fuehrer, replica Jodl. Apriti cielo! I miei ordini? Io non ho impartito quegli ordini.  D’ora in avanti parlerò soltanto in presenza di testimoni. Ed esigo la verbalizzazione degli interventi.
Se von Bock fosse presente, sotto sotto, se la riderebbe. Hai voluto dividere le forze? Non hai voluto darmi retta? Adesso arrangiati.
Cerca di arrangiarsi anche List, presagendo il peggio. Il tempo incalza, la brutta stagione è alla porte, urge sbloccare la situazione. Come? Entrando dalla porta di servizio. In altre parole, cercando un’altra strada per raggiungere Groznij e per accerchiare da sud la “ piccola  Stalingrado” di Mozdok. I suoi mettono piede in regioni da nomi esotici, la Kabarda ( di cui prendono la capitale, Nalcik il 2 novembre) e l’Ossezia del Nord,  muovendo, contemporaneamente,  da sud-ovest questa volta, in direzione di Groznij. Pensano di sparigliare le carte e di cogliere di sorpresa i russi.
Gli va male. I russi, finora rigorosamente sulla difensiva, escono dal guscio. Riorganizzano le forze e appoggiandosi alle  tre linee fortificate di Vladikavkaz, la capitale dell’Ossezia,  infliggono una solenne batosta ai tedeschi, ricacciandoli fino a Nalcik. Anche la porta di servizio è sbarrata. Che fare? Un’unica cosa: mettersi sulla difensiva sia a Mozdok, sia a Nalcik e aspettare la primavera per rifarsi sotto.
Stalingrado permettendo.
Ma a Stalingrado va male. Stretto il cerchio attorno alla città, stoppato il tentativo di Manstein di infrangerlo, in gennaio i sovietici  passano all’offensiva. Malinovskij si lascia alle spalle la località di Kotel’nikovo e fila verso Rostov; Petrov, da sud, si muove verso Krasnodar, capitale del Kuban, per stringere la tenaglia. L’idea è quella di prendere due piccioni con una fava: chiudere l’ampio corridoio intorno a Rostov,  attraverso il quale  i tedeschi potrebbero svignarsela e isolare la penisola di Taman, bloccando  la via della  Crimea.
La manovra fallisce. La linea ferroviaria principale attraverso la quale transitano( o dovrebbero transitare) i rifornimenti per Malinovskij è ancora dentro il Kessel di Stalingrado e il nodo ferroviario più vicino  si trova a oltre trecento chilometri di distanza. Non sta meglio Petrov, la cui linea principale di rifornimento è compromessa dalle improvvise  e insistenti tempeste sul Mar Nero.   I soldati russi sono stanchi, i tedeschi hanno fatto affluire truppe corazzate in direzione di Rostov,  piove che dio la manda. Per arrivare a Krasnodar, Petrov ci mette più di un mese.
Per abbandonare il Caucaso, i tedeschi impiegano meno tempo. I russi diranno: fu una ritirata caotica; i tedeschi ribatteranno: ce ne siamo andati in ordine e” secondo i piani”. Quali fossero quei “ piani” non è dato sapere. Sicuramente ingenti forze tedesche, dopo l’inizio della controffensiva sovietica di gennaio, si ritirano dal Caucaso attraverso la “ breccia di Rostov”e la penisola di Taman. Circa ventimila sedicenti cosacchi abbandonano  il “ distretto”del Kuban e seguono von Kleist. I russi cercano, altrettanto sicuramente, di chiudere tutti i varchi, ma, alla fine, nonostante la loro Storia affermi il contrario, restano con un pugno di mosche.
Dal canto suo Hitler, ossessionato dall’idea di perdere la Crimea, commette un altro grave errore: ordina di tenere a tutti i costi la penisola di Taman, per impedire ai russi di passare lo stretto di Kerc e di portare i pozzi di Ploesti a tiro dei loro bombardieri. E, così, nella penisola di Taman restano più di 400.000 uomini. Inutilizzati e del tutto inutili. Se von Manstein li avesse avuti a disposizione durante le offensive della primavera successiva in Ucraina occidentale, i russi se la sarebbero vista brutta. O almeno questo è quanto affermano alcuni storici tedeschi  e anche  molti generali, tutti fedeli alla consegna: noi non c’entriamo, l’unico colpevole è Hitler. Ma anche molti storici sovietici lo riconoscono.
E il soldato tedesco? Come la prese il soldato tedesco? Con molta amarezza e con un pizzico di ironia. Il Caucaso? Hin und zurueck, commentò amaramente: andata e ritorno.
Come dire: toccata e fuga.

Di chi la colpa? Hitler in persona ci mette del suo. Prima cambia il piano, poi perde la bussola. Divide le forze fra Stalingrado e  il Caucaso, poi  non sa a quale dei due  dare la priorità con il risultato di perdere l’una e l’altro. Prima è Stalingrado ad essere secondaria rispetto al Caucaso, poi è il contrario. Ma quando Stalingrado si trasforma per lui in una sorta di ossessione, non esita a togliere uomini e mezzi a List, indebolendolo inutilmente. Nel Caucaso, poi, i tedeschi vogliono fare troppe cose in una volta sola: prendere Groznij da est, attaccare al centro e superare i valichi, conquistare Novorossijsk e Tuapse.
Dirà il generale Tjulenev, l’eroe di Mozdok: se avessero concentrato le forze su Groznij, invece di disperderle in lungo e in largo, probabilmente i tedeschi ce l’avrebbero fatta. La loro superiorità era evidente e manifesta.
Non seppero sfruttarla.

Da leggere:

Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966

<Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),
La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Uno contro uno ( La battaglia di Kursk, 1943),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

La cartina del Caucaso è tratta da: ceceniasos.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=67619

[1].Gioco di parole fra rot ( rosso) e rotten ( marcire).

Gli avvenimenti in breve.

23 luglio: la conquista della città di Rostòv spalanca ai tedeschi la strada verso il Caucaso. Con la direttiva n. 45, Hitler ordina ai suoi di impadronirsi della costa del Mar Nero fino a Batum e dei pozzi petroliferi di Majkop, Groznij e Baku sul Mar Caspio.
27 luglio:  Stalin proibisce ai propri soldati di ritirarsi: “ Non un passo indietro!”, tuona.
1° agosto: i tedeschi tagliano la linea ferroviaria fra Novorossijsk e Stalingrado e si spingono fino al fiume Kuban. .
3 agosto: truppe corazzate tedesche penetrano nel Caucaso e raggiungono la città di Stavropol. Due giorni dopo, forzato il fiume Kuban, puntano verso l’importante località di Armavir. Sembrano inarrestabili.
9 agosto: le avanguardie corazzate di von Kleist raggiungono  i centri petroliferi di Majkop e  di Krasnodar. In entrambe le località, i pozzi sono in fiamme. Prima di andarsene, i sovietici li hanno incendiati.
13 agosto: la città di Elista, situata a trecento chilometri da Stalingrado e a meno di duecentocinquanta dal Mar Caspio cade in mano tedesca.
17 agosto: i tedeschi raggiungono le alte valli del Caucaso. L’obiettivo è Groznij.
19 agosto: soldati tedeschi appartenenti a reparti di montagna piantano la bandiera con la svastica sulla vetta dell’Elbrus, la cima più elevata d’Europa. Hitler non la prende bene: siamo lì per sconfiggere i russi e non per conquistare montagne, commenta.
25 agosto: i tedeschi si muovono verso Groznij e Baku, ma vengono fermati dai sovietici a Mozdok.
7 settembre: non si registrano progressi di rilievo nelle operazioni verso le località petrolifere del Mar Caspio .
22 settembre: i  tedeschi irrompono nel centro di Stalingrado. I sovietici rifiutano di arrendersi . Hitler destituisce il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Franz Halder: paga per la mancata caduta di Stalingrado, ma soprattutto per la mancata conquista di Groznij, nel Caucaso.
23 settembre: i tedeschi lanciano l’Operazione Attica, puntando alle località caucasiche di Soci e di  Batum passando per il porto di Tuapse. I sovietici reagiscono e i tedeschi non riescono a conquistare Tuapse.
6 novembre: nel Caucaso fallisce un nuovo  tentativo tedesco di aprirsi la strada verso Groznij. I sovietici contrattaccano e respingono il nemico  a Ordzonikidse. Il feldmaresciallo Wilhlem List, comandante in capo delle truppe tedesche nel Caucaso, viene destituito da Hitler
8 novembre: contingenti angloamericani sbarcano nel Nordafrica francese: è cominciata l’operazione “Torch.
19 novembre: scatta l’operazione Uranus:  a Stalingrado, i sovietici iniziano l’accerchiamento della Sesta armata di Paulus.
11 dicembre: nel Caucaso i tedeschi si ritirano dalla linea Mozdok- Elista,  rinunciando a raggiungere il Mar Caspio.
27 dicembre: Hitler accoglie il suggerimento del generale  Kurt Zeitzler, nuovo capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e ordina alle proprie truppe di abbandonare il Caucaso.

Le direttrici dell’offensiva tedesca del 1942: Stalingrado e il Caucaso. Da Richard Overy, La Russia in guerra,

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