Uno contro uno

Uno dei protagonisti della battaglia di Kursk: il generale sovietico Pavel Rotmistrov, qui ritratto accanto a un carro armato T-34. Cortesia di Waralbum.ru

Prologo.

Su ciò che resta di Stalingrado, dopo l’apocalisse, scende un silenzio  innaturale. Chi per mesi ha vissuto sottoterra in mezzo alle esplosioni continue quasi non riesce a sopportarlo. E, dopo la resa della Sesta armata, in silenzio, dalla sponda orientale del Volga, centinaia di persone  si spostano su quella occidentale,  portando cibo, vestiti e calore umano a chi finalmente è uscito dalla caverne ed è riemerso dall’inferno. Qualcuno non ha dimenticato i giocattoli per i bambini, nessuno ha dimenticato i morti, le distruzioni, i feriti  e i patimenti. Quasi tutti piangono. Giovani  soldati dell’Armata Rossa sorvegliano i prigionieri o  li accompagnano verso i campi di raccolta. Anche i tedeschi della Sesta armata hanno conosciuto la fame, il freddo, la malattia, le ferite, la paura delle bombe e della morte, la sofferenza . Una  vecchia donna russa si avvicina  a uno di loro: fa per afferrare un mattone per colpirlo, poi ci ripensa. Replicando il gesto dei soldati di Kutuzov verso i francesi invasori, estrae da una tasca  un pezzo di pane e glielo offre. Senza sapere perché. O, forse, sapendolo benissimo.
Ma se nel cuore di una povera vecchia c’è ancora posto per un gesto di umanità, in molti altri cuori quel posto è negato.

La lezione di Stalingrado.

Stalin non intende mollare, Hitler neppure. Per il primo è una questione di sopravvivenza, per il secondo di supremazia. Ora più di prima. Non a caso, in Germania, il ’42 è l’anno della “ soluzione finale”. In Unione Sovietica, se Stalingrado può essere, forse, “la fine dell’inizio”, di sicuro non è ancora l’inizio della fine.
Il cuneo tedesco è conficcato in profondità in territorio sovietico, la Wehrmacht ha centinaia di divisioni, milioni di soldati, migliaia di carri e di aerei pronti a scattare nell’ennesima offensiva estiva. Il secondo fronte, invocato e preteso da Stalin, non è stato aperto e chissà quando lo sarà. Hitler può ancora colpire  a morte e cambiare la partita.  E potrebbe farlo se i sovietici fossero ancora quelli del ’41.
Ma non lo sono. Pagandola col sangue di milioni di soldati e di civili, hanno imparato la lezione. Già agli inizi del ‘42, il generale Heinz Guderian aveva osservato: “ Ci attaccano frontalmente con la fanteria e ci lanciano i carri sui fianchi. Stanno imparando”. Le industrie non hanno mai smesso di produrre cannoni, aerei e carri armati( anche se a ritmi soddisfacenti solo a partire dall’autunno del ’42) né i civili di costruire, per amore o per forza, linee difensive. Il  principale difetto dell’Armata Rossa- il cattivo funzionamento delle comunicazioni in combattimento- è stato in gran parte eliminato, quando, grazie alla legge “ Affitti e Prestiti”, i sovietici hanno ricevuto centinaia di migliaia di apparecchi radio e milioni di chilometri di fili. Adesso sui loro imprendibili T-34, “ cattivi, veloci, muscolosi”[1](e soprattutto, perfezionati tecnicamente e migliorati), gli equipaggi possono comunicare, ricevere e impartire ordini, spostarsi a ragion veduta e non semplicemente  a caso, raggrupparsi o sparpagliarsi secondo le circostanze.
I robusti e irsuti cavallini della steppa, resistenti al freddo, alla fatica, alle intemperie  continuano a tirare carretti pieni di carburante, viveri, munizioni. Ma accanto a loro rombano i motori di migliaia di autocarri Dodge e Studebaker, con la scritta USA stampigliata sulle fiancate. Per i fucilieri russi quella scritta significa solo una cosa: Ubit Sukina syna Adolfa, “per fare fuori quel figlio di buonadonna di Hitler”. Per i generali sovietici quegli autocarri significano linee di rifornimento più corte, spostamenti più rapidi di uomini e di materiali: in altre parole, nuove possibilità tattiche e strategiche.
Anche l’Armata Rossa è cambiata. A cominciare dai vertici. Una nuova generazione di  ufficiali relativamente giovani, formatisi sui campi di battaglia,  ha sostituito la vecchia casta militare espressa dalla guerra civile e in gran parte falcidiata dalla purghe. Gli Zukov, i Konev, i Rokossosvskij, i Vatutin, i Tolbuchin, i Ciujkov, gli Eremenko, i Malinovskij badano al sodo, spesso se ne  infischiano dei commissari politici e, a volte, non la mandano a dire neppure a Stalin. Alexandr Vasilievskij, capo di Stato Maggiore, sa il fatto suo; il collega Aleksej Antonov, capo dell’Ufficio Operazioni, non è da meno.
Quasi tutti hanno al proprio attivo brillanti vittorie e brutte sconfitte, momenti di esaltazione e momenti di sconforto. Nel 1941 Konev è stato a un passo dall’essere insaccato, con tre armate, alle porte di Mosca; Eremenko è sfuggito all’accerchiamento in Ucraina per un pelo, perdendo sotto le bombe la moglie e il figlio piccolo; è stato ferito gravemente nella battaglia per Mosca, ma si è preso la rivincita a Stalingrado. Ciujkov è stato braccato per mesi sulla riva occidentale del Volga, ha dovuto spostarsi da un rifugio all’altro,  è stato decine di volte a un passo dall’essere buttato nel fiume, ma ha tenuto duro e l’ha spuntata.
Di Zukov è stato detto tutto e il contrario di tutto: genio e macellaio,  stratega inarrivabile e ladro di idee altrui, salvatore della patria e millantatore, rozzo e vanitoso, bestemmiatore e superstizioso, violento e crudele. Sia come sia, un fatto è certo: in quei momenti concitati e confusi, drammatici e decisivi, Zukov  riesce a imporre il punto di vista dell’esercito a Stalin. E non è merito da poco. Viene ripristinato il comando unico[2] e gli ufficiali dei reparti operativi prima conformisti e terrorizzati dal potere politico, imparano, a poco a poco, a  prendere iniziative e ad assumersi responsabilità. Le offensive su larga scala, tanto care a Stalin, vengono sostituite da attacchi mirati e circoscritti, meno dispendiosi e più efficaci; la disciplina  viene rafforzata( a volte- ma solo a volte- anche con l’ausilio dell’NKVD) e l’organizzazione migliorata. Il soldato russo acquista morale e competenza, riceve armi moderne ed equipaggiamento adeguato, si sente più sicuro. I battaglioni di “contenimento” lavorano ancora nelle retrovie per stoppare disertori e ritirate non autorizzate, ma non sono più i tempi di Mosca o  di Stalingrado e, col passar del tempo, c’è  sempre meno bisogno di loro.
Vanno in soffitta idee antiquate e ne vengono adottate di nuove. Agli inizi degli anni  Trenta , il  generale Michail Tuchacevskij, giovane  capo di stato maggiore, precorrendo i tempi, aveva prefigurato un’Armata Rossa basata sulla mobilità, sull’azione coordinata e concentrata di  tutte le armi e sull’impiego  di aerei e di carri armati da usare come martello. L’idea non si era concretizzata per due motivi: la diffidenza delle alte sfere verso un esercito di professionisti e l’arretratezza industriale dell’Urss[3].
Adesso, in quella guerra “totale”, non i fanti, ma i carri, come aveva scritto Tuchacevskij, la fanno da padroni; non le baionette, ma gli aerei sostengono gli attacchi. Dopo i disastri iniziali, i carri vengono concentrati e non più dispersi inutilmente a sostegno delle fanterie. Vengono allestite armate corazzate e motorizzate dotate dei micidiali T-34, ma anche di mezzi più potenti e pesanti ( i possenti KV e, poi, i mastodontici IF, iniziale di Iosif Stalin). Compaiono i primi lanciarazzi dal dolce nome di donna( le Katiusce, come dire:le “ baby” Caterine ), ma dagli effetti devastanti; entrano in azione “i cacciatori di animali”, i micidiali cannoni controcarro SU, terribilmente efficaci contro Panther e Tiger tedeschi( gli “animali”, appunto). L’aeronautica viene riorganizzata dal generale Novikov  secondo gli stessi principi delle forze di terra: gruppi operativi sempre più concentrati, sempre più numerosi e diversificati, dotati di bombardieri, cacciabombardieri e aerei da attacco al suolo, prodotti ora in grande quantità. Le comunicazioni vengono migliorate.
La teoria dell’attacco in due fasi cade da sola, quando, nel 1941, le divisioni corazzate tedesche fracassano le difese sovietiche al primo colpo. L’illusione di fermare o di rallentare gli invasori nelle immediate vicinanze del confine ( prima fase) e poi di contrattaccare entro quindici giorni con le riserve e il grosso delle truppe per ricacciarli( seconda fase)  svanisce in un lampo: dopo quindici giorni dall’inizio di Barbarossa, i tedeschi sono già ben oltre Minsk. La teoria della difesa-attacco in due fasi richiama una concezione più da prima guerra mondiale che da blitzkrieg, un impiego dell’Armata Rossa più come rullo compressore che come esercito moderno. E questo equivoco, nei primi tempi, viene pagato carissimo.
La guerra diventa “ patriottica” e non più – o non solo – “socialista”; gli uomini e le donne dell’Unione Sovietica si sentono chiamare  da Stalin “ fratelli” e “ sorelle”; giovani e meno giovani vanno  a ingrossare le file dell’Armata Rossa o le brigate dei volontari del popolo, pagando, in combattimento, un altissimo tributo di sangue; le donne sagomano lamiere, avvitano bulloni, cuciono uniformi; i vecchi  e gli adolescenti scavano trincee e sbarramenti anticarro. E’ una mobilitazione colossale, voluta o subita, spontanea o imposta, ma decisiva. Più delle condizioni del tempo, più degli immensi e sterminati spazi russi , più delle divisioni siberiane, più degli errori di Hitler. Più di Stalingrado.

La cittadella.

Piove. La terra è fradicia, le strade sono torrenti di neve sporca e di fango. Nelle loro stanze riscaldate, gli ufficiali dello stato maggiore del feldmaresciallo von Manstein sono al lavoro. Chini sulle mappe, stanno lavorando all’operazione Zittadelle ( Cittadella o Rocca), la madre di tutte le battaglie, l’attacco al saliente di Kursk, in grado, secondo loro, di vendicare Stalingrado. Hitler in persona lo ha preteso e loro non possono fallire.
Il saliente di Kursk è una protuberanza- brulicante di soldati, di carri armati, di cannoni-   incuneata nello schieramento  tedesco. Per la verità,non assomiglia a un cuneo o una punta di freccia, ma ha linee tondeggianti e abbastanza ampie. Dà l’idea di un grosso bitorzolo. E’ lungo un centinaio di chilometri e largo il doppio.
A sud del saliente i tedeschi tengono la città di Charkov e , a nord, quella di Oriol. Il saliente sporge come un balcone fra queste due città. Di fronte al “balcone”, sono schierati il Gruppo d’Armate Centro( lato nord), al comando del feldmaresciallo Hans von Kluge e il Gruppo d’Armate Sud ( lato meridionale), agli ordini del feldmaresciallo Erich von Manstein.( Consulta la cartina riportata alla fine dell’articolo).
Dunque, se forze tedesche provenienti da Oriol e da Charkov riuscissero a congiungersi sul retro del saliente, tagliandolo alla base, i sovietici si troverebbero accerchiati . Avrebbero  alle spalle i nuovi arrivati e davanti e sui fianchi i due Gruppi di Armate. Se l’accerchiamento avesse successo e le forze sovietiche all’interno della sacca venissero distrutte, niente e nessuno potrebbe impedire ai tedeschi di puntare di nuovo verso l’Ucraina e la Crimea o verso Mosca. I sovietici, infatti, si troverebbero a corto di carri e di cannoni e non potrebbero- nell’immediato almeno- resistere a lungo. Senza contare, sul medio periodo,  il tempo occorrente per rimpiazzare le perdite. Insomma, se i tedeschi riuscissero nel proprio intento, l’Armata Rossa riceverebbe un colpo durissimo e le sorti della guerra potrebbero cambiare.
Il piano tedesco, però, poggia, a ben vedere, su fondamenta traballanti. L’idea di tagliare il saliente alla base, chiudere la sacca e liquidarla è  la soluzione più semplice, ma è  anche quella più prevedibile. E se è prevedibile, i sovietici, una volta venuti a conoscenza dell’operazione, possono, per tempo, correre ai ripari.

La contromossa.

A Mosca la tensione è palpabile. Gli ufficiali fumano una sigaretta dietro l’altra e l’andirivieni nei locali dello stato maggiore è frenetico. Davanti a una grande mappa sulla quale sono appuntate bandierine multicolori, Zukov e Vasilievskij cercano di fare il punto della situazione. Di certo il nemico attaccherà. Ma dove? Quando?
Lontano da Mosca, a Berlino, Von Manstein propone di farlo alla svelta: in aprile o in maggio. Hitler è di diverso parere: teme la rasputitza( il fango provocato dal disgelo primaverile), vuole più carri armati. E così sposta l’attacco a metà giugno.
La partita, però, non si gioca soltanto a Mosca o a Berlino. Nella neutrale Svizzera, ad esempio, c’è chi lavora per Stalin. Senza dare troppo nell’occhio, Lucy raccoglie informazioni, capta indiscrezioni, effettua verifiche e riscontri. Lucy è una spia o, meglio, un’organizzazione di spie. E lei la prima a confermare a Mosca l’informazione tanto attesa da Zukov e da Vasilievskij, già messi sull’avviso da massicci spostamenti di truppe e dai servizi segreti britannici: i tedeschi attaccheranno il saliente di Kursk, probabilmente in  maggio.
Stalin è nel proprio ufficio, al Cremlino. E’ visibilmente dimagrito e sul suo volto grigiastro le cicatrici del vaiolo sembrano ancora più evidenti. Chi non  lo vede da molto tempo stenta quasi a riconoscerlo. Lo sguardo è sempre il medesimo, però. Un misto di decisione e di crudeltà, di determinazione e di ferocia, appena velato da una sorta di stanchezza dovuta all’altissima tensione di quei giorni.
Alla presenza di Stalin ha luogo una riunione militare ai massimi livelli. Il primo a prendere la parola è Vasilievskij. Il nemico, dice, attaccherà il saliente di Kursk e, probabilmente, cercherà di prendere Mosca da sud. Abbiamo verificato le informazioni e individuato forti concentramenti di truppe intorno al saliente . Stalin ascolta in silenzio, chiede di nuovo conferma e, avutala, propone di  fare la prima mossa, lanciando un attacco preventivo.
Si può fare, certo, interviene Zukov, ma secondo me non è la soluzione migliore. Il problema non è respingere o  impedire l’attacco, il problema è ferire a morte il nemico. Perché combattere per trattenerlo sulle proprie posizioni? Lasciamogli l’iniziativa, conteniamolo con opportune azioni difensive, attiriamolo in una trappola,  logoriamolo, distruggiamogli carri e artiglieria, riduciamolo a corto di materiale e di uomini. Poi contrattacchiamolo, picchiando duro. Il 12 aprile, la proposta di Zukov passa. Per i sovietici il difficile viene adesso.
Anche gli ufficiali di Manstein si propongono di logorare il nemico e di picchiare duro. Hanno fretta di farlo e scrutano con apprensione il cielo e le strade. Quella maledetta pioggia dovrà pur finire, prima  o poi. Devono aspettare e mordere il freno, però. Hitler ci ha ripensato. Vuole andare sul sicuro, aumentando  il numero dei carri armati a disposizione di Manstein. Così, per aspettare quei benedetti carri, l’inizio delle operazioni slitta ancora:  Zittadelle  scatterà  a luglio.
Tutto tempo regalato ai sovietici.

Gli strumenti dell’apocalisse.

Quasi al centro del saliente si trova Kursk. A nord della città, nella direzione di Oriol, si incontrano un paio di villaggi, Ponyri e Olchovatka, vere e proprie posizioni-chiave per chi attacca e per chi difende. A sud di Kursk, i centri-chiave per chi attacca sono le cittadine di Obojan- per raggiungere la quale occorre superare il fiume Psiol- e  di Prochorovka con la sua stazione ferroviaria, entrambe appoggiate a imponenti linee difensive.
All’interno del saliente, infatti, la popolazione non è stata evacuata. Armati di vanghe, picconi e badili, i civili hanno collaborato, volenti o nolenti,  alla costruzione di  linee difensive fortificate e disegnate in modo da consentire la più ampia mobilità possibile ai fanti e ai T-34 sovietici. Seguendo l’andamento del saliente, sono state costruite piazzole, casematte e postazioni fisse di tiro, scavati fossati anticarro e  trincee, tracciate vie di collegamento, posate mine, allestiti campi di volo, alcuni dei quali finti per trarre in inganno il nemico.
A nord e a sud sono state schierate complessivamente sette armate, al comando, rispettivamente, dei generali Konstantin Rokossovskij e Nicolaj Vatutin;  a distanza dal fronte, protette da linee difensive, altre quattro armate di riserva, di cui una corazzata e una aerea agli ordini del generale Ivàn Konev. Contando anche le forze tedesche, comandate a nord dal feldmaresciallo Walther Model e, a sud, dal generale Hermann Hoth, si fronteggiano più di due milioni di soldati, quasi settemila carri, cinquemila aerei e trentamila cannoni.

L’attesa.

Il tempo  sembra non passare mai. Da una parte e dall’altra. Lo stress si accumula e i soldati diventano sempre più nervosi. Soprattutto i soldati sovietici. All’interno del saliente, per due mesi, le voci si succedono alle voci, gli allerta agli allerta, ma niente si muove. A maggio, convinti dell’imminenza dell’attacco, i sovietici lanciano a scopo preventivo  le loro squadriglie aeree contro gli aeroporti della Luftwaffe, ma i tedeschi non si muovono. A metà  giugno l’ennesimo allerta e l’ennesimo nulla di fatto.
Per i soldati quell’attesa è una tortura e la tensione aumenta. Hanno i nervi a fior di pelle e il grilletto facile. Sparano ai rumori e, per il momento, ad andarci di mezzo sono gli animali selvatici, lepri e volpi. Sempre più spesso,  pattuglie di esploratori sovietici escono a caccia di prigionieri. Uno di essi rivela: le truppe tedesche sono schierate in ordine di combattimento. È il 2 luglio.
Due giorni dopo il fronte sembra morto o addormentato: non un colpo, non un messaggio radiotrasmesso, niente. Non fidatevi, dice un  prigioniero, attaccheranno domani. Anche Lucy, dalla neutrale Svizzera, è della stessa opinione. Un altro prigioniero tedesco è ancora più preciso: lo faranno  alle tre del mattino.  Alle due e mezza del 5 luglio, cogliendo il nemico di sorpresa, l’artiglieria sovietica apre il fuoco.
E’ cominciata la battaglia di Kursk.

La spallata.

Il fuoco sovietico di apertura  è violentissimo, ma non prelude a  un attacco in forze. Si tratta di un’azione per saggiare il terreno, niente di più. Quando i comandanti tedeschi se ne rendono conto, ordinano alle proprie truppe di avanzare. Sono passate da poco le quattro del mattino. Da nord, il feldmaresciallo Model muove la Nona armata corazzata contro le posizioni sovietiche del generale  Rokossovskij; da sud, Hoth investe di slancio Vatutin. Rokossovskij, però, dispone di un volume di fuoco micidiale e i granatieri e i carri  di Model hanno vita dura. Soltanto quando, per sostenerli, entra in azione la Luftwaffe , riescono a fare qualche progresso. Ma sono progressi inferiori alle attese e pagati carissimi in termini di uomini e di materiali.
Il fronte sud è più debole e Hoth ne approfitta immediatamente. Supera la prima linea difensiva e avanza nonostante la tenace resistenza opposta da Vatutin. Quando cala la sera, Hoth si è incuneato in profondità nello schieramento sovietico, Model è avanzato appena di sei km. Manstein è sulle spine. I progressi sul fronte sud, tuttavia, gli infondono un cauto ottimismo: se, da quella parte, i sovietici non tengono, è fatta.
Il 6 luglio, Model ci riprova. Su un fronte di una decina di chilometri schiera una forza impressionante: tremila cannoni  e più di mille carri armati. O la va o la spacca. Non va. Rokossovskij prima para il colpo, poi fa affluire le riserve e Model viene bloccato. Il feldmaresciallo tedesco ci riprova  il giorno dopo, in direzione dell’importante posizione di  Ponyri, ma  anche questo tentativo si risolve in un buco nell’acqua.
A Hoth va meglio: i suoi carri si incuneano per trenta chilometri all’interno delle difese sovietiche, in direzione della strada Obojan-Kursk. Vatutin, però, non sta a guardare e reagisce violentemente. Gli Iliuscin Il- 2, veri e propri cannoni anticarro volanti, passano e ripassano sulle formazioni tedesche, aprendo larghi vuoti. Hoth è costretto a rallentare e la sua marcia, prima travolgente,  si fa ora  lenta  e faticosa. Manstein, tuttavia, è sempre ottimista: si avanza lentamente, ma si avanza, almeno a sud. Se Hoth tiene duro, niente è perduto e il ricongiungimento fra le due armate possibile.
Model,  allora, ci riprova di nuovo: nel tentativo di passare oltre le linee difensive, adesso si è diretto verso Olchovatka. Non è una buona idea. Le strade sono strette e i carri procedono a fatica. Soprattutto  diventano facili bersagli per l’artiglieria e per gli Il-2 Sturmovik. Non avanzerà più. Quando, qualche giorno più tardi ( il 12), Rokossovskij passerà al contrattacco, il fronte tedesco crollerà di schianto e gli uomini di Model saranno i primi a tornare, con la coda fra le gambe, sulle posizioni di partenza.

Festa di compleanno.

Il generale Pavel Rotmistrov, carrista, si appresta a festeggiare il proprio compleanno. Quando gli invitati arrivano al posto di comando, sui tavoli non trovano vodka e pasticcini, ma mappe e carte militari. Rotmistrov dovrà festeggiare il compleanno alla testa della propria armata ( la Quinta corazzata) diretta verso il campo di battaglia. C’è da dare una mano a Vatutin e lo stato maggiore ( Vasilievskij è presente in zona di operazioni) ha designato  lui.
Rotmistrov è lontano dal fronte, con le riserve. I carristi caricano i  loro T-34 sui mezzi di trasporto e puntano verso ovest. Viaggiano giorno e notte, concedendosi e concedendo ai propri mezzi solo brevissime pause. C’è da fermare Hoth, ormai al di là del fiume Psiol con una  testa di ponte, per ora piccola, ma col passare del tempo destinata a rafforzarsi. La sera dell’11 luglio, gli uomini e i cinquecento carri di Rotmistrov sono in posizione.
Il giorno seguente nell’aria c’è  sentore di burrasca. Nuvole basse  e nere nascondono il cielo. I lampi si succedono ai lampi e, in lontananza, si sente il rumore sordo del tuono. Un ricognitore tedesco sorvola le posizioni sovietiche. Alle sette del mattino nel cielo rannuvolato compaiono le prime formazioni di bombardieri tedeschi. Scaricano i loro ordigni su Prochorovka, nel tentativo di fiaccare la resistenza di Vatutin e di spianare la strada ai carri di Hoth. I sovietici rispondono con l’artiglieria e facendo alzare in volo gli Sturmovik. E non cedono.
Il tuono ora è molto più vicino e cadono le prime gocce di pioggia. Alle otto  e trenta lungo tutto il fronte dell’armata di Rotmistrov , schierata a est di Prochorovka, corre la parola d’ordine: “ Acciaio! Acciaio!” ( in russo Stal! Stal!). I T-34  si muovono a tutta velocità  in avanti verso le posizioni tedesche. Hoth non aspetta l’urto e, a sua volta, lancia  i propri carri contro i blindati sovietici. In meno di otto chilometri quadrati più di mille carri armati si affrontano uno contro uno.
Non era mai successo. Le forze corazzate erano sempre state impiegate come maglio per sfondare le difese,  per tagliare fuori reparti ,  per rinchiudere armate intere in grandi sacche che la fanteria avrebbe poi ripulito. Non si erano mai affrontati in uno scontro individuale di quelle proporzioni.
Si accende una battaglia moderna nei mezzi, antica nello svolgimento. Come un tempo sotto le mura di Troia, gli eroi omerici si cercavano l’un l’altro, così ora, in quello spazio ristretto i T-34 si muovono scivolando sul fianco dei più potenti ma più lenti Tiger e Panther o cercando di posizionarsi alle loro spalle. Quando falliscono il colpo, li speronano.
Da una parte  e dall’altra le torrette saltano in aria, i cingoli finiscono in pezzi, i cannoni rispondono ai cannoni, le lamiere vengono squarciate, il fuoco e il fumo la fanno da padroni. Equipaggi appiedati, usciti a fatica dai loro mezzi colpiti o in fiamme, continuano a combattere armati di bombe molotov e di granate. Anche il cielo sembra entrato in guerra. Scoppiano improvvisi quanto violenti temporali : il fragore delle armi si mescola al rombo del tuono, le fiammate delle armi si confondono con la luce dei lampi.  La confusione è indescrivibile e ogni piano è saltato. Impossibile imporre un ordine o impostare una manovra: le sorti dello scontro sono, come  nelle battaglie di Omero, nelle mani dei singoli combattenti.
Cala la sera, non piove più. Il generale Rotmistrov osserva il campo di battaglia. Tutto brucia. Bruciano le case, bruciano i villaggi, bruciano le carcasse dei carri sventrati e riversi su un fianco come giganteschi animali preistorici. Persino l’aria sembra bruciare. Più di settecento carri armati, sovietici e tedeschi, sono fuori uso, senza più torretta, senza più cingoli, senza più vita. E senza vita giacciono migliaia di uomini in nero, in  feldgrau o in divisa marrone. In silenzio, piccole pattuglie vanno e vengono trasportando feriti, ustionati, moribondi. Ma il flusso dei rifornimenti sovietici non si interrompe. La battaglia non è finita.
A Rotmistrov sono rimasti sì  e no una cinquantina di carri armati.

L’affondo  di Kutusov.

Mentre, a sud,  i T-34  sovietici e i Tiger e i Panther tedeschi stanno ancora combattendo uno contro uno, nel settore nord del saliente scatta la prima controffensiva sovietica. I tedeschi non se l’aspettano e vengono colti completamente di sorpresa. Incalzate dai russi, le retroguardie di Model non hanno ancora raggiunto le posizioni di partenza quando il fronte nord ( o di Brjansk) muove in avanti, dando inizio alla cosiddetta “Operazione Kutusov”.  Attorno alla città di Oriol, i tedeschi sono  attestati su posizioni difensive solidissime. Le parti si sono invertite: ora sono i sovietici a dover attaccare e ad assumersi i rischi di un attacco contro un sistema fortificato. Non sono più i tempi del ’41, però: adesso sanno come fare. Concentrano le loro forze d’assalto lungo un tratto limitato del fronte, sfondano e aprono una breccia attraverso la quale fanno passare un’intera armata corazzata. Una volta alle spalle dei tedeschi, l’armata sovietica si apre a ventaglio e comincia a chiudere le sacche.  Guderian aveva visto giusto: hanno imparato.
A sud del saliente, Hoth compie un ultimo tentativo di sfondamento: raggruppa i carri superstiti e li concentra su un tratto considerato debole del fronte avversario. E’ il 13 luglio. Vatutin non si fa cogliere di sorpresa, muove bene i suoi ed erige un muro contro il quale si infrange l’impeto dei corazzati tedeschi. Von Manstein cede all’evidenza  e ordina a Hoth di ritornare sui propri passi.

Dopo l’apocalisse.

Il generale Rotmistrov è in compagnia di un ospite d’eccezione, il maresciallo Zukov. I due alti ufficiali avanzano lentamente sul campo di battaglia di Kursk, fra i morti ancora insepolti, fra le carcasse dei carri armati e dei cannoni. L’aria brucia ancora; qua e là le fiamme non sono state ancora domate, il fumo non si è del tutto diradato. Zukov vuole forse rendersi conto di persona dei danni subiti dal nemico, ma è profondamente turbato da ciò che vede. Lì, sul quel campo insanguinato e devastato, Zukov vede per la prima volta da vicino il vero volto della guerra “totale” proclamata dai nazisti. Un conto è muovere armate sulla carta e un altro vedere gli effetti di quelle decisioni: uomini senza più braccia o gambe, senza faccia, maciullati dai cingoli dei carri armati, ridotti in brandelli dalla granate, carbonizzati all’interno dei loro mezzi corazzati. Sono loro a vincere o a perdere le battaglie, non gli ufficiali dello stato maggiore, pensa Zukov. Per questi ultimi, le perdite sono semplici statistiche: tanti uomini uccisi, tanti feriti. Numeri, non persone in carne e ossa,  con affetti, sogni, speranze. Zukov, il duro per antonomasia, vorrebbe quasi distogliere la sguardo da quella carneficina, di sicuro non ha voglia di parlare.
E’ tempo di riflessioni, ma è anche tempo di contare i vivi e i morti. I tedeschi sono stati respinti con gravi perdite. La divisione SS Testa di morto è stata ritirata dal fronte, perché decimata; numerose altre unità sono ridotte alla metà degli effettivi.
Anche i sovietici hanno pagato un tributo altissimo, sia in uomini, sia , soprattutto, in materiali. Rotmistrov, ad esempio, ha perso quasi il novanta per cento dei propri carri; in meno di dieci giorni, settantamila uomini sono stati messi fuori combattimento. Sprecare  soldati sembra essere una peculiarità russa. Lo aveva fatto Pietro il Grande a Poltava, lo aveva fatto il generale Brusilov durante la prima guerra mondiale. Perché non avrebbe dovuto  farlo Stalin?
Le cose non stanno esattamente così. Nessuno ebbe allora l’intenzione di sprecare vite umane in battaglia. L’alto numero di perdite fu dovuto non alla cinica  volontà dei comandanti o dei politici, ma  alle circostanze. Disorganizzata, confusa, sfilacciata, l’Armata Rossa fu travolta dai panzer tedeschi all’inizio di Barbarossa. In quell’occasione, il prezzo pagato da un esercito ancora arretrato fu sconvolgente. Milioni di soldati caddero o furono fatti prigionieri. La responsabilità di chi li comandava non fu diretta, ma indiretta, non dipese dalle decisioni del momento, ma dagli errori del passato. Non avendo altro da opporre allo strapotere tedesco, l’Unione Sovietica oppose i propri soldati. Ma quando l’Armata Rossa fu riorganizzata le perdite diminuirono sensibilmente. Tornarono ad aumentare soltanto in occasione della battaglia per Berlino, quando la fretta di arrivare al Reichstag fece saltare ogni cautela. A Stalingrado, quando la riorganizzazione era ancora agli inizi, i sovietici ebbero quasi mezzo milione di caduti; a Kursk, dove le armate corazzate avevano preso il posto del “ rullo compressore” di zarista memoria, otto volte di meno.

Il 3 agosto, Zukov in persona dà il via, sul fronte sud, all’ “Operazione Rumiantzev”, muovendo le riserve verso la città di Charkov. E’ la seconda fase del suo piano: l’attacco dopo la difesa. A nord l’operazione Kutusov- iniziata il 12 luglio- dopo un avvio travolgente, procede con  difficoltà. Benché avanzino a fatica e siano tenacemente contrastate, le truppe sovietiche guadagnano però  terreno verso Oriol, stringendo sempre di più la morsa attorno alla città. Sul fronte sud, a est di Charkov, reparti corazzati  attraversano  il Donetz, mentre, contemporaneamente, altre truppe a nordovest della città iniziano la manovra avvolgente.
Su entrambi i fronti i tedeschi sono colti alla sprovvista. Forse hanno sottovalutato  le capacità strategiche e tattiche di Zukov e compagnia, forse ritengono i sovietici paghi di aver salvato le proprie posizioni all’interno del saliente, forse peccano di eccessiva fiducia in se stessi,  fatto sta che non si aspettano un contrattacco sovietico di quelle proporzioni e non sono preparati ad affrontarlo.
Il 5 agosto i sovietici liberano a nord Oriol e a sud Belgorod. A Mosca, 120 cannoni sparano dodici salve ciascuno per festeggiare l’avvenimento. Uno Stalin euforico proclama“ gloria eterna agli eroi caduti nella lotta per la libertà del Paese”.
Ormai i tedeschi hanno ceduto. A due settimane dalla caduta di Oriol, i sovietici entrano nella città di Brjansk , a nord, e in quella di Charkov, a sud. Il fronte tedesco è arretrato, ma è pur sempre minaccioso e agguerrito. Ci vorrà molto altro tempo per averne ragione. La guerra non è finita, questo è certo, ma i tedeschi hanno finito di avanzare. Kursk , più di Stalingrado, è , per loro, la fine dell’inizio e, nello stesso tempo,  l’inizio della fine.

Epilogo.

Un uomo, un uomo potente è in viaggio verso il fronte. Non si sa perché abbia preso questa decisione. Forse è geloso della popolarità dei propri generali, forse ha paura di essere accusato di vigliaccheria. Proclama alla radio e sulla Pravda  gloria eterna ai caduti per la libertà, ma niente sembra essergli più indifferente di quei caduti. Solo una volta si lascerà  andare: il popolo russo sta pagando un costo altissimo per questa guerra, confiderà a Zukov. Non c’è famiglia che non pianga un caduto. Lo dirà  con partecipazione, quasi  commosso. Poi tornerà  quello di sempre.
Iosif Stalin, il comandante supremo,  non arriverà mai a Kursk né vedrà ciò che Zukov ha visto. Dopo una breve visita al fronte di Kalinin senza incontrare né un ufficiale né un soldato e dopo la sosta in una casa di contadini, ripartirà alla volta di Mosca. Il suo unico viaggio al fronte durerà, in tutto, due giorni.

Da leggere.
Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
Mark Healy, Scontro tra titani, Milano, 2009
Geoffrey Jukes, La battaglia di Kursk, Albertelli, 1971
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000

Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),
La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

La battaglia di Kursk. Da Richard Overy, Russia in guerra. CLICCA SULLA CARTINA PER INGRANDIRLA.


[1] Vasilji Grosmann , Vita e destino, Adelphi, 2007
[2] Nelle forze armate sovietiche era in uso il cosiddetto “doppio comando”: quello dell’ufficiale e quello del commissario politico. Quest’ultimo aveva il potere- se non proprio  il dovere- di intervenire  anche nelle questioni  di carattere militare. Il “doppio comando”, farraginoso e spesso fonte di contrasti,  fu abolito nella primavera del ’42 e tutto il potere in materia di decisioni tattiche e strategiche passò agli ufficiali. I commissari rimasero, ma con compiti “ pedagogici”, non già militari. Furono rimessi in auge i gradi e recuperata, addirittura, parte della  terminologia dei tempi dello zar. Per esempio, le unità più combattive assunsero il nome “ della Guardia”. Dopo l’adozione del provvedimento sul “doppio comando”, numerosi  commissari politici, soprattutto chi aveva esperienza di combattimento, passarono nelle file degli ufficiali.
[3] Hitler aveva le idee più chiare in proposito.  Disse : in quattro anni mi propongo di rendere operativo l’esercito e di sostenerlo con una produzione industriale adeguata. E ce la fece.

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