Verso Berlino

Prologo.

Piotr Ivànovic Bagratiòn era un principe russo. Nelle sue vene scorreva il sangue dei Bagrationi, antichi sovrani della Georgia, la terra natale di Stalin. Era stato al fianco di  Suvorov e di  Kutusov ed era caduto da eroe nella battaglia di Borodinò, alle porte di Mosca, combattendo contro gli invasori francesi. Altri tempi, altre battaglie. Tolstoj aveva visto in lui – e in Sua Altezza Serenissima il principe Kutusov- l’espressione più alta e più autentica dell’anima della Santa Madre Russia e  ne aveva fatto uno dei protagonisti  di Guerra e pace.
Stalin fece di  più: gli consegnò le chiavi di Berlino.

Timori e complotti.

Il feldmaresciallo Ernst von Busch  sente su di sé un’enorme responsabilità. Il saliente intorno a Minsk, in Bielorussia, da lui occupato con il suo Gruppo d’Armate Centro, è praticamente l’unica fetta di Lebensraum, di Spazio Vitale,  ancora in mano tedesca a oriente, l’ultimo ricordo di Barbarossa. Ma , soprattutto, è una specie di garanzia per Berlino. Se i suoi fossero  sloggiati da lì, le porte della Germania si spalancherebbero davanti alle “orde asiatiche”.
Al pensiero, il feldmaresciallo rabbrividisce. Inutile fare finta di niente, dice ai propri ufficiali riuniti per l’occasione: i russi, prima o poi,  ci attaccheranno. Hitler e la Germania confidano in noi: possiamo, dobbiamo tornare alla vittoria. Ci crede il feldmaresciallo? ci credono i suoi?  ci credono davvero? Lecito dubitarne.
Mettiamola così, pensano molti dei suoi: vincere? Sarà dura. Ci accontenteremmo per il momento di tenere i russi lontani dai nostri confini, questo sì. Le  nostre famiglie, le nostre donne, i nostri affetti sono dietro di noi , alle nostre spalle. Se i russi passano, non ce ne sarà per nessuno. Si vendicheranno. Proprio per questo dobbiamo inchiodarli qui. Magari, come va dicendo Hitler, presto avremo armi segrete in grado di suonarle ai russi e anche questo momentaccio passerà,  ma, per ora, l’unica arma – e neppure tanto segreta , per giunta-  siamo noi.
Anche Zukov, a modo suo, è preoccupato. La questione è complicata e lui lo sa: all’interno del saliente, i tedeschi  sono ben trincerati, protetti da casematte, campi minati, trappole anticarro. E, in più,  sono motivati, bene armati, tosti e addestrati. Per sbatterli fuori di lì  ci sarà da faticare. Sa come la pensa il Capo : una bella offensiva generale, un unico colpo di ramazza ed eccoci a Berlino in un lampo.
La fa facile, lui, ironizza fra sé e sé  Zukov  E’ vero i tedeschi non sono più quelli del ’41, ma guai a sottovalutarli. Le offensive generali, poi, dati alla mano, fin qui  hanno sempre fallito o quasi, causando perdite inutili e danni spropositati. Il saliente di Minsk è una specie di fortezza:  diamogli di cozzo nell’ambito di un’unica offensiva e ci romperemo le corna. Di sicuro. Con buona pace del Capo, meglio lasciar  perdere l’offensiva generale e sgonfiare questo maledetto bubbone con offensive limitate e locali, collegate le une alle altre. Un’offensiva, un obiettivo. Finita questa e raggiunto quello, facciamo partire una nuova offensiva con un  nuovo obiettivo. E così via.  Qui c’è da fare un passo alla volta, se non si vuole compromettere tutto .
Lo capirà il Capo?
Al Cremlino Stalin è su di giri. Sono lontani i tempi bui  dello sconforto e della depressione, quando non sapeva bene che cosa fare e   Zukov e  Shaposnikov gli toglievano dal fuoco una castagna dietro l’altra. Sono bastate un paio di vittorie clamorose per ribaltare la situazione. Adesso in Europa , gli altri lo ascoltano, lo consultano, lo blandiscono in mille modi, gli assicurano l’apertura di un secondo fronte in Francia.  Sì, è su di giri Stalin. E guarda avanti. Si vede già  come l’unico artefice della vittoria. Zukov? “ Quello” confida ridacchiando al proprio fedelissimo segretario personale,  “annusa la terra prima di attaccare battaglia. Si è mai vista una cosa del genere?”.
Il ragno ha cominciato a tessere la tela del discredito.

Un’estate tranquilla.

Un ricognitore tedesco si abbassa, le batterie  contraeree aprono il fuoco. Non un colpo va a segno. I serventi  ai pezzi hanno alzato il gomito? Hanno una pessima mira? Niente di tutto questo: lo fanno apposta. Il pilota deve poter tornare alla base incolume per riferire quello che ha visto: carri armati, automezzi, artiglieria. Tutti di cartone o di legno. Meno la contraerea. Ma se la contraerea è vera, allora  è vero  anche tutto il resto. Chi difenderebbe  con vere armi T-34 posticci?
Il trucco è vecchio come il cucco, ma , se preparato bene, funziona. Costruisco un’armata fantasma e ti metto sotto il naso carri di compensato. Magari faccio viaggiare via etere messaggi e ordini di servizio, rigorosamente criptati così tu credi alla loro attendibilità, faccio circolare il nome di qualche comandante famoso per essere più convincente e intanto preparo l’attacco principale da tutt’altra parte. Nel 1944, per esempio, i tedeschi si aspettavano uno sbarco in Normandia, ma, quando fu lanciato, lo ritennero- per molti giorni-  un attacco secondario, una diversione. La controinformazione alleata aveva funzionato bene, creando armate fasulle davanti al Passo di Calais e simulando interventi nei Balcani e in Norvegia.
Intorno al  balcone bielorusso, Zukov  ripropone un giochetto analogo. Concentra truppe fantasma e nord e a sud del saliente di Minsk come se fossero truppe in carne e ossa destinate, come a Kursk, a reciderlo alla base. Ma il suo scopo è quello di portare il colpo principale al centro, dove i tedeschi si sentono più forti e dove non si aspettano attacchi consistenti, anche perché, secondo i manuali, un saliente non si aggredisce mai al centro.
Per garantire la segretezza dell’intera operazione, gli ordini sono trasmessi a voce, mai su carta  o via radio;  ai ricognitori nemici è data via libera  sulle zone “civetta”, non su quelle “calde”; solo quattro o cinque persone conoscono i dettagli dell’operazione; un po’ dappertutto i sovietici si schierano come se volessero soltanto difendersi. Abboccheranno i tedeschi?
Abboccano. Il feldmaresciallo von Busch riceve la seguente comunicazione dai servizi segreti: “Aspettatevi un’estate tranquilla”.
Un’estate tranquilla?

Scambio di cortesie.

In anticipo sui tempi di Breznev, a Mosca circolano barzellette. Sentite questa. Due amici si incontrano e uno chiede all’altro: “Puoi darmi la definizione di “Vero Credente?”. “ Certo che posso” è la risposta “ Un Vero Credente è chi crede ancora nell’apertura del secondo fronte”. Il nostro attuale  Presidente del Consiglio ne racconta di migliori, ma i sovietici, ogniqualvolta sentono quella barzelletta, si sbellicano dalle risa.
Il 7 giugno la Pravda, l’organo del PCUS, pubblica un articolo di quattro pagine e la fotografia di  un generale americano dal sorriso rassicurante e dallo sguardo leale. Quel generale è Dwight  Eisenhower, “Ike”, come lo chiamano tutti. Sotto il suo comando, un’imponente forza di invasione alleata ha raggiunto le coste normanne e costituito una testa di ponte sul suolo francese. Il “Vero Credente”, dunque, ha fatto bene a perseverare nella propria opinione: il secondo fronte è finalmente aperto.
Entusiasmo? Sì e no. La gente comune la prende bene, gli alti comandi un po’ meno. Si mettono a fare i conti: su quel fronte ci sono una sessantina di divisioni tedesche, su quello orientale quasi duecentotrenta. Seguono domande e considerazioni. Perché gli angloamericani non ne approfittano? Perché sono ancora sulle spiagge? Perché non hanno fatto un unico boccone dei nemici? Vogliono lasciare ancora a noi il lavoro sporco? E c’è anche chi, come lo scrittore Erenburg,  scrivendo sulla Pravda, cerca di far passare le vittorie in Normandia come vittorie del.. popolo francese. Beccandosi l’immediata sconfessione da parte di Stalin.
La luna di miele dura poco, però. Dopo qualche tempo, infatti, dalla Pravda spariscono sia la foto di “Ike”, sia qualsiasi notizia particolareggiata  di “Overlord”: i sovietici hanno attaccato  in Bielorussia. E , cortesia per cortesia, qualcuno, fra gli alleati, ne parla come di “ una passeggiata”, resa possibile dal trasferimento in Francia di un gran numero di soldati tedeschi…

I preparativi

Ai confini con la Finlandia, c’è un  andirivieni ininterrotto di truppe e di aerei con la stella rossa. E voglia di menare le mani. Per quanto possa sembrare paradossale, su quel fronte i sovietici si apprestano a riscattare non una sconfitta, ma  una vittoria: quella dell’inverno del ‘39-‘40, ottenuta senza gloria , dopo pessime figure e a costi altissimi contro un avversario  motivato e determinato, cui aveva fatto difetto solo il numero.
Mentre le divisioni corazzate sovietiche si muovono ai confini finlandesi, altrove, in tutta segretezza, migliaia e migliaia di  soldati vengono inviati verso Minsk. Le misure di sicurezza sono rigidissime. I macchinisti dei treni ignorano le destinazioni delle truppe che trasportano; durante le soste i soldati possono scendere dai vagoni soltanto a piccoli gruppi e guardati a vista; il 2°  e il 3° fronte bielorusso, destinati a condurre le offensive  contro il centro del saliente vengono rinforzati; la Quinta Armata Corazzata della Guardia del generale Pavel Rotmistrov, l’eroe di Kursk, raggiunge il fronte pronta ad entrare in azione. Vengono allestiti campi d’aviazione, predisposti ospedali da campo, immagazzinati viveri e carburante.
Nei luoghi di raccolta, nell’attesa di scattare in avanti, ci si addestra  e si svolgono  manovre. C’è un pessimo andazzo, però: i soldati la prendono sottogamba, il ritmo è fiacco. Insomma, c’è scarso impegno. Quando dovranno dare addosso ai tedeschi, ci sarà bisogno di ben altra convinzione, pensa Zukov. É necessario  rimediare. E che cosa c’è di meglio che far piovere sul campo proiettili veri? Allo scoppio delle prime granate non a salve, tutta un’altra storia e tutto un altro ritmo.
Zukov non è cambiato né ha cambiato idea. A Stalin aveva detto: “ Niente offensiva generale, ma cinque offensive circoscritte a obiettivi specifici e  lanciate in successione: finita una, via l’altra. La prima in Finlandia, la seconda e la terza contro il centro del saliente, la quarta in Polonia in direzione di Leopoli e  di Lublino , la quinta in Romania, diretta  ai pozzi petroliferi di Ploesti”.
Sono tutti obiettivi importanti. L’offensiva in Finlandia avrebbe dovuto ridare all’Unione Sovietica i territori conquistati nel ’40 e persi nel ’41; quella al centro del saliente, spalancare le porte verso la Prussia orientale e i Paesi Baltici; quella in Polonia, tagliare la strada ai tedeschi in ritirata; quella in Romania, privarli dell’ultima fonte di greggio ancora in loro possesso. Annuserà anche la terra prima di ogni battaglia, Zukov, ma in quanto a saperci fare, niente da dire.
E i tedeschi? Come abbiamo visto, si aspettano un’estate tranquilla. Ad ogni modo, tanto per stare sul sicuro, von Busch  rinforza il settore meridionale del saliente. In caso di tempesta, le prime turbolenze si formeranno lì, pensa. Niente di più sbagliato Lo schema di  Zukov è esattamente l’opposto: i temporali  si scateneranno, uno dopo l’altro e in rapida successione, da nord verso sud, non viceversa.
“Ora serve un nome”, conclude Zukov. E a questo punto, per decisione di Stalin, il principe Piotr Ivànovic Bagratiòn, georgiano come lui, esce dalle pagine di Guerra e pace per scendere in battaglia a fianco  delle divisioni sovietiche.

Il balcone bielorusso.

In Finlandia, l’Armata Rossa ci mette poco a chiudere la partita. In quattro anni ne ha viste e passate di cotte e di crude e non è più la stessa di prima. I finlandesi lo sanno e non si battono a fondo. In poco tempo e con  perdite relativamente ridotte la prima delle cinque offensive di  Bagratiòn viene conclusa.
Mentre a nord  si spara ancora, all’interno del saliente,  von Busch, alla faccia dell’estate tranquilla, è in fibrillazione. Alle sue spalle, i partigiani ci danno dentro e i sabotaggi si succedono ai sabotaggi. Saltano in aria traversine, rotaie, locomotive, preludio alla tempesta in arrivo.  Dal cielo, i cacciabombardieri sovietici non danno tregua. Arrivano, sganciano le bombe e rientrano. Von Busch resterebbe di sasso se sapesse che ai comandi di alcuni di quegli aeroplani ci sono delle  donne, alcune delle quali destinate a diventare Eroine dell’Unione Sovietica. Donne determinate e toste se sono state capaci di tenere testa ai propri colleghi uomini e di spuntarla. Per loro, le missioni, anche le più pericolose, sono niente in confronto.
Il giorno stabilito per la seconda e per la terza  offensiva ( il 22 giugno, anniversario di Barbarossa), al centro del saliente il fronte si muove. Cominciano per primi gli esploratori. Eliminano le sentinelle, individuano la posizione delle batterie nemiche e ne trasmettono le coordinate ai propri artiglieri. I cannoni sovietici aprono il fuoco e le  riducono al silenzio. Poi tacciono. I tedeschi stentano  a raccapezzarsi: da sempre gli attacchi delle fanteria o dei carri sono preceduti da un fuoco  di artiglieria più o meno prolungato. E, invece, questa volta, silenzio assoluto. Che cosa bolle in pentola? Poi la luce di potenti riflettori inonda il campo di battaglia e acceca i tedeschi. I sovietici, marciando di notte  alla luce dei bengala  si sono fatti sotto. Carri armati dotati di vomeri “arano” i campi minati e spianano la strada alla fanteria.
I tedeschi sono colti completamente di sorpresa e vengono travolti. Attraverso un varco aperto a nord del saliente , le colonne corazzate sovietiche, tenute fino a quel momento alle spalle della prima linea, si lanciano in avanti, ignorando le sacche di resistenza e non dando al nemico il tempo di riorganizzarsi. Blitzkrieg  allo stato puro. A parti invertite, questa volta.
In Normandia, le cose non vanno benissimo. La testa di ponte è stata consolidata,  ma i carri non avanzano spediti. Le alte  e folte siepi attorno ai campi ( il cosiddetto bocage) ne ostacolano la marcia e offrono ai difensori un aiuto insperato. Anche all’interno del saliente di Minsk, dove colline si alternano ad ampie zone paludose, il terreno non è dei migliori. Ma, a differenza degli angloamericani, i sovietici non sono impreparati. I loro genieri hanno allestito strade di legno rialzate. All’occorrenza, le gettano attraverso le paludi, in modo da permettere ai T-34 di procedere senza intoppi. E il 24 giugno, i carri del maresciallo Rokossovskij, comandante del primo fronte bielorusso, sbucano improvvisi da molte di queste strade artificiali e si lanciano sui reparti della Wehrmacht, minacciandoli di accerchiamento.
Von Busch richiama  altre truppe da sud per cercare di tamponare la falla, ma inutilmente.  I tedeschi si ritirano in disordine, bersagliati dagli attacchi dell’aviazione sovietica e incalzati dai carri. L’Armata Rossa ignora Minsk, se la lascia alle spalle e tira dritto, impedendo al fronte tedesco di riorganizzarsi. In pochissimo tempo, il varco aperto dai sovietici nello schieramento nemico diventa una voragine: quattrocento chilometri di  larghezza e centosessanta di lunghezza. Da Berlino,  Hitler strepita e si agita, ordina contrattacchi impossibili, impone ai suoi di non arretrare di un passo da posizioni, nei fatti, già ampiamente perdute e da tempo in mano nemica, destituisce von Busch e invia il feldmaresciallo Model a cercare di mettere in sesto la baracca. Tutto inutile. Quasi cinquecentomila  soldati  tedeschi vengono catturati e il 3 agosto anche Minsk cade.
Il 17 agosto, un plotone di fanteria attraversa il fiume Sesupe ai confini con la Prussia orientale e il soldato semplice Aleksandr Afanesevic Tretjak pianta la bandiera rossa da combattimento accanto al segnale di frontiera numero 56: i sovietici sono in Germania. Alla fine del mese, nonostante i contrattacchi tedeschi, Cernjakovskij entra   in Lituania, Eremenko  in Lettonia. Trenta divisioni tedesche appartenenti al gruppo d’Armate Nord vengono circondate.
Il 17 luglio, a  Mosca, cinquantasettemila prigionieri tedeschi con in testa diciannove generali vengono fatti sfilare per le vie cittadine. A parte i più giovani, aggressivi a parole e nei fatti, gli uomini assiepati lungo le vie si mantengono silenziosi. Nelle donne, soprattutto nelle più anziane, il sentimento dominante sembra essere la compassione. Qualcuna ha le lacrime agli occhi. Una vecchia viene sentita mormorare: “ Proprio come i nostri poveri ragazzi, toze pognali na vojnu, anche loro mandati in guerra.”
La quarta offensiva scatta il 13 luglio. Il  maresciallo Ivàn Konev muove le proprie armate sul fronte meridionale polacco, in direzione di Leopoli( verso la  quale si sta dirigendo anche Rokossovskij) e di Lublino. Il tempo è improvvisamente cambiato: piove a dirotto e si avanza a fatica. Konev lascia perdere per il momento Leopoli  e punta su Lublino. La città cade il 23 e Brest-Litovsk, storica città vicinissima al confine polacco la segue a ruota, il 26. Ora è il turno di Leopoli. In quella parte del fronte,  i sovietici hanno aperto uno stretto corridoio. Attraverso quel corridoio, il generale Rybalko fa passare la propria armata ( la Terza della Guardia) in fila indiana e sotto un violento fuoco nemico. Uscita dal corridoio, la Terza armata ripristina  lo schieramento e punta su Lodz, alle spalle dei tedeschi. Konev approfitta del momento favorevole e fa avanzare i suoi. Prese fra due fuochi, in  brevissimo tempo tre armate tedesche vengono accerchiate nei pressi di Brody e, il 27 luglio,  Leopoli capitola.
Al di qua della Vistola non c’è più un solo tedesco in armi; al di là del fiume cominciano a formarsi piccole teste di ponte sovietiche. All’interno di una di esse, il leggendario generale Vasilj Ciujkov, l’eroe di Stalingrado, sottoposto a un violento fuoco nemico, si adopera per  consolidare e allargare le posizioni, ma senza successo. Il nemico ha contrattaccato, le truppe sovietiche, stanche e provate, devono poter rifiatare. Konev  e Rokossovskij allora si fermano.
Varsavia è a un passo.
Stalin  è raggiante, Zukov è soddisfatto – e sorpreso-  per la facilità  con la quale il saliente è stato sgonfiato, gli angloamericani sono usciti finalmente dal bocage normanno ( 25 luglio) e Hitler è sfuggito per puro caso a un attentato. La Germania, insomma, sottoposta a violentissimi bombardamenti aerei, dissanguata dalle offensive dell’Armata Rossa, presa fra due fuochi è a un passo dal tracollo. L’8 agosto Stalin convoca lo stato maggiore al Cremlino e divide la colazione con i propri generali.
Intanto a Varsavia si spara. Perché i polacchi hanno impugnato le armi? Per vendicarsi degli oppressori o per anticipare l’ingresso dell’Armata Rossa in città, mettendo i sovietici di fronte al fatto compiuto? Di certo c’è questo: da una parte gli insorti guidati dal generale polacco Tadeus  “Bor”-Komorowski , armati alla bell’e meglio, senza mitragliatrici e cannoni, combattono  per più di due mesi e, dall’altra, l’Armata Rossa, nonostante i ripetuti interventi di Churchill e di Roosevelt presso Stalin, resta fino all’ultimo a guardare.
Non restano a guardare i tedeschi, guidati dal tristemente noto generale Erich von dem Bach-Zalewski, comandante nel 1941  degli Einsatzgruppen (gli squadroni della morte di sinistra memoria )e artefice di spaventose repressioni antipartigiane. A Varsavia gli atti di orrore e di crudeltà si moltiplicano. Gli ospedali vengono  dati alle fiamme con all’interno pazienti e medici; le fognature vengono irrorate di gas per evitarne l’uso come vie di fuga; donne e bambini non vengono risparmiati. Quando, il 2 ottobre, dopo sessantatré giorni di lotta, Bor-Komorowski si arrende, la città, per ordine di Hitler, viene rasa al suolo e la popolazione superstite ( i caduti saranno più di 250.000) deportata.
Il fatto suscita orrore e indignazione. Per le dimensioni del massacro e per l’inattività dell’Armata Rossa, acquartierata a un passo dalla Vistola.  Roosevelt e Churchill sembrano fuori dalla grazia di dio. Stalin è chiamato direttamente in causa e accusato di essere venuto meno al  “ senso dell’onore, di umanità, della normale decente buona fede”: si è rifiutato di aiutare gli insorti e ha negato il permesso agli aerei anglo-americani destinati a rifornire dal cielo la città di atterrare sul suolo sovietico. Qualche tempo dopo, tornando su quegli avvenimenti, il maresciallo Rokossovskij  dichiarerà ad Alexander Werth, corrispondente di guerra britannico: “ L’insurrezione fu del tutto intempestiva: non poteva riuscire senza un coordinamento con l’Armata Rossa. Noi eravamo stati fermati dai tedeschi  e, perciò, non eravamo pronti a entrare a Varsavia per aiutare gli insorti”[1]. La Storia ufficiale sovietica  annota come,  a causa della presenza di grandi forze tedesche, il sobborgo di Varsavia denominato “Praga”, attaccato il 1° agosto, non poté essere preso; Guderian parla di attacchi sovietici portati il 2 e l’8 agosto e respinti con successo. Zukov, da canto suo, informa Stalin circa la temporanea impossibilità di attraversare in forze la Vistola.  A chi credere? Indubbiamente le truppe sovietiche erano stanche e provate, ma avrebbero potuto sfruttare meglio i vantaggi di cui godevano. Non vollero farlo. O, almeno, il sospetto è questo.
In quei giorni, infatti, Varsavia non è una questione militare, è una questione politica. Stalin non riconosce l’autorità del governo polacco in esilio a Londra. Per lui, quel governo puzza troppo di nazionalismo. Lo ha  sconfessato ai tempi della scoperta delle fosse di  Katyn e, col passar del tempo, lo ha  tenuto sempre più a distanza. Quando l’Armata Rossa mette  piede in Polonia, viene nominato un governo filosovietico( il cosiddetto “ Governo di Lublino”, in carica il 22 luglio) subito riconosciuto da Stalin. La ribellione di Varsavia è una risposta disperata alla mossa sovietica? Una sconfessione indiretta del governo di Lublino? Il desiderio di acquisire credito politico internazionale in caso di vittoria? Il tentativo di impedire la russificazione della Polonia? E, di contro, l’inattività di Stalin è cinicamente calcolata? L’Armata Rossa non interviene per lasciare ai tedeschi il compito di eliminare, in sua vece, il nazionalismo polacco? Entrambe le ipotesi sono vere. Quella delle responsabilità  di Stalin un po’ di più. Quando i polacchi gli chiedono aiuto, pretende in cambio il riconoscimento del governo di Lublino, la  restituzione  dei territori conquistati nel ’39 e perduti nel 1941 e l’attribuzione ai tedeschi del massacro di Katyn. I polacchi non possono accettare e non accettano.
Il fatto è questo: secondo Stalin, dove arriva l’Armata Rossa, arriva anche il socialismo sovietico. Al comunista jugoslavo Milojan Gilas confida: “Questa guerra non è come le altre: chiunque occupi in territorio vi impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno impone il suo sistema fin dove può arrivare il suo esercito. Non può essere altrimenti”. Via i tedeschi e dentro i sovietici in ampie zone d’Europa, ma soprattutto in Polonia, ecco il suo scopo.
E, mentre a Mosca fa colazione con i propri  generali è a questo che pensa.
Ci pensano anche Roosevelt e Churchill. Nella conferenza di Teheran, insieme a Stalin, hanno accennato al principio delle “ zone di influenza”. Non le hanno individuate  praticamente, questo a me, questo a te: hanno solo affermato un principio. Come si comporterà l’Unione Sovietica? Che pretese avanzerà? Come si comporterà nei confronti della Germania? e della  Polonia? Il presidente americano crede alla buona fede di Stalin, il premier britannico un po’ meno. Il primo è  fin troppo idealista, il secondo fin troppo realista. Roosevelt  vola alto  e vede Stalin collaborare con gli alleati  per creare un mondo più giusto e più umano; Churchill  vola basso e vede solo un mondo regolato dal dare e dall’avere. Il paradosso è questo: Churchill – di cui Stalin diffida- è disposto a mercanteggiare; Roosevelt – di cui Stalin si fida- no.
A un certo punto Churchill,  all’insaputa di Roosevelt, vola a Mosca e  si incontra con Stalin. Durante l’incontro, il premier britannico prende un foglietto e viene subito al sodo. L’assetto dell’Europa futura? Eccolo:  il 90 per cento della Romania a voi sovietici , il 10  a noi; il 75 per cento della Bulgaria  a voi, il 25 a noi; in Jugoslavia e in Ungheria, metà e metà. In Grecia il cento per cento a noi perché “ La Gran Bretagna deve restare la maggior potenza del Mediterraneo”. Stando alla  leggenda, Stalin prende il foglietto, lo guarda, lo sigla e annuisce con il capo. É  il 9 ottobre del 1944.  In realtà le cose andarono diversamente. Le trattative durarono a lungo, ma alla fine il risultato fu il medesimo. Stalin, sornione, siglò il foglietto, certo della sua completa inutilità( dove sono arrivato con le armi, resto) e Churchill perse la faccia davanti a Roosevelt.

Ultimo atto.

L’ultimo colpo di falce viene portato a sud. Lì, come abbiamo visto, i tedeschi si aspettavano l’attacco principale e lì erano state concentrate truppe e mezzi. Attaccati al centro e in Polonia, avevano dovuto richiamare sempre più rinforzi dal settore sud, indebolendolo irrimediabilmente, come si aspettava e come aveva previsto Zukov. Benché investiti il 20 agosto da divisioni in gran parte formate da nuovi coscritti senza esperienza di combattimento, i tedeschi e i romeni  non reggono  e, in capo a una decina di giorni,  l’intero fronte sud crolla come un castello di carte. I prigionieri non si contano e , fra questi, molti appartengono alla ricostruita- e decisamente sfortunata-  Sesta armata, quella distrutta una prima volta a Stalingrado.
Mentre ancora si combatte, la filo-tedesca Romania cambia la croce uncinata per la falce e il martello; i pozzi di Ploesti vengono conquistati e Hitler ridotto a secco; la Bulgaria strappata ai tedeschi  e l’Ungheria invasa.
Il principe Bagratiòn  è arrivato alle porte della Prussia orientale.  Berlino non è lontana.

Epilogo

A prima vista, il campo appare deserto. File di baracche dipinte di verde si succedono a file di baracche dello stesso colore. Gli esploratori dell’Armata Rossa con i fucili automatici imbracciati avanzano guardinghi, proteggendosi a vicenda. Non un movimento, non un rumore esce da quelle costruzioni. Arrivati davanti alle prime due, l’una di fronte all’altra,  le pattuglie  prendono posizione. I soldati si scambiano un segnale, due di loro colpiscono con i calci dei fucili le porte e restano  per qualche istante  al riparo. Le porte- chiuse, ma non sbarrate- si aprono e dall’interno esce un odore nauseabondo. Guardinghi, il fucile spianato,  gli esploratori si sporgono per guardare. E non credono  ai propri occhi. Decine di sguardi li fissano inespressivi, decine di corpi ridotti a scheletri umani sono stesi su tavolacci di legno, in mezzo agli escrementi. Qualcuno di quei fantasmi stringe una gamella di metallo come se fosse l’oggetto più prezioso del mondo. Sono uomini russi. Russi come loro. Prigionieri di guerra. Gli esploratori abbassano i fucili. Hanno sentito parlare della ferocia con la quale i nazisti trattano i prigionieri, ma quello che vedono supera ogni immaginazione. Sembra l’anticamera dell’inferno. Molti di loro scoppiano a piangere.
Li comanda il generale  Vasilj Ciujkov, l’eroe di Stalingrado. Ne ha passate di cotte e di crude, è vaccinato contro gli orrori della guerra. Non contro quelli. Quando vede le baracche, i forni crematori e le camere a gas( ai tedeschi è mancato il tempo di far saltare con l’esplosivo gli uni e le altre), gli ultimi prigionieri ridotti a larve umane, le montagne di giocattoli, di vestiti, i sacchi di capelli, prova un moto di orrore. E di indignazione, quando gli viene mostrata una lettera con la quale, da Berlino, qualche solerte funzionario chiede l’invio urgente di abiti caldi per bambini. Ciujkov ordina ai propri soldati di sfilare attraverso il campo: tutti devono vedere, tutti devono sapere.
Quel campo è un luogo adibito dai nazisti allo sterminio di ebrei e di altri sotto-uomini. Uno dei più terribili. É  il campo di Majdanek.
Le fotografie scattate dagli uomini di Ciujkov fanno il giro del mondo, suscitando sdegno e orrore, mentre a Berlino Hitler inveisce contro la “ vigliacca gentaglia dei Servizi di Sicurezza”, incapace di fare sparire completamente le tracce di quanto accaduto.

 La cartina è tratta da Russia in guerra di Richard Overy. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Operazione Bagratiòn: giugno-agosto 1944.

Bagratiòn all’attacco: la successione degli avvenimenti.

 

6 giugno 1944: all’alba, truppe angloamericane sbarcano in Normandia, aprendo a Occidente il secondo fronte tanto atteso da Stalin.

10 giugno: le divisioni corazzate del generale Alexandr  Govorov entrano in Finlandia. E’ scattata l’operazione Bagratiòn, articolata in cinque offensive coordinate  di cui quella di Govorov è la prima.

15  giugno: i finlandesi capitolano . I sovietici si fermano e non oltrepassano i confini del 1940.

22 giugno: la seconda e la terza offensiva vengono lanciate contro il centro del saliente. I sovietici( 1°, 2° e 3° fronte bielorusso, generali Cernjakovskji e Zakarov, maresciallo Rokossovskij) sfruttano appieno il fattore sorpresa, attaccano senza il solito appoggio dell’artiglieria , superano efficacemente gli ostacoli naturali ( paludi, alture), aprono una voragine nello schieramento tedesco e continuano ad  avanzare, ignorando le sacche di resistenza e iniziando una vasta manovra di accerchiamento del Gruppo d’Armate Centro  agli ordini  del  feldmaresciallo Ernst  von Busch.

13 luglio: il primo fronte ucraino ( maresciallo Ivàn Konev) inizia la quarta offensiva muovendosi in direzione di Lublino e di Leopoli, nella Polonia sudorientale.

18 luglio: i soldati del generale Vasilij Ciujkov entrano nel campo di sterminio di Majdanek, in Polonia.

23 luglio: Lublino cade. Viene insediato un governo polacco filosovietico.

25 luglio: sul fronte normanno, gli alleati hanno ragione delle resistenza tedesca, escono dalla testa di ponte( operazione Cobra) e cominciano a incalzare i tedeschi ormai in ritirata.

26 luglio: i sovietici conquistano la città storica di Brest-Litovsk, dove  nel 1918, Lenin aveva firmato un’umiliante pace con i tedeschi.

27 luglio: anche Leopoli cade. Teste di ponte sovietiche vengono stabilite al di là della Vistola, il grande fiume che divide in due la città di Varsavia.

30 luglio: in vista di Varsavia, i sovietici subiscono un contrattacco tedesco e, per effetto del contrattacco o per ordine di Stalin, sono costretti a fermarsi.

1° agosto: promossa dall’esercito nazionale polacco ( Armja Kraiowa), a Varsavia scoppia un’insurrezione contro i tedeschi. L’Armata Rossa non interviene.

3 agosto: in Bielorussia cade la città di Minsk, lasciata indietro, in un primo momento, dai sovietici in avanzata al centro del saliente.

8 agosto. Stalin convoca al Cremlino lo stato maggiore e divide la colazione con i propri generali.

17 agosto: un soldato sovietico, Aleksandr A. Tretjak, attraversa il confine con la Prussia orientale  e pianta una bandiera rossa sul suolo tedesco.

20 agosto: nel settore meridionale del saliente, ormai indebolito, scatta la quinta offensiva sovietica. Il quarto fronte ucraino ( generale Petrov) muove in avanti incontrando scarsa resistenza.

23 agosto: il governo filotedesco romeno si dimette e la Romania , abbandonata la Germania, si allea con l’Unione Sovietica.

29 agosto: sul fronte sud, i tedeschi sono in rotta disordinata.

2 settembre: i pozzi petroliferi di Ploesti cadono in mano sovietica. Hitler è privato della sua ultima fonte di greggio.

2 ottobre: la rivolta di Varsavia è stroncata nel sangue. Muoiono più di 250.000 abitanti, la città viene rasa al suolo e i superstiti deportati.

Da leggere:
Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
George Bruce, L’insurrezione di Varsavia, Mursia, 2008
Norman Davies, La rivolta, Rizzoli, 2004
Martin Gilbert: La grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Zaloga, Steven, Operazione Bagration, Milano 2009
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966

Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),
La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Uno contro uno ( La battaglia di Kursk, 1943),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.


[1] Rokossovskij aveva subito perdite elevatissime; sapeva dell’invio a Varsavia di due divisioni scelte tedesche, la Viking e la Totenkopf, oltre alla Hermann Goering e alla 19.ma corazzata; era consapevole dei rischi di combattere una battaglia casa per casa; avvertiva la precarietà delle linee di rifornimento, ormai ai limiti di rottura a causa della travolgente avanzata  dei mesi precedenti. La scelta migliore, per lui, era quella di fermarsi per riorganizzare le forze. Di analogo parere era Zukov, ma non Stalin. Sulle prime, almeno. Convocò i due marescialli a Mosca e ascoltò, fumando nervosamente la pipa, le loro ragioni. A un certo punto, li spedì in anticamera “ per riflettere meglio”. Quando li richiamò, comunicò loro: “ Abbiamo considerato ogni cosa e abbiamo deciso che le nostre forze si attestino sulla difensiva”.  Evidentemente, in quell’ “ ogni cosa”  entravano anche considerazioni di carattere politico. Terribili per Varsavia.

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