La spianata della zarina

François Gerard (1770-1837): Napoleone ad Austerlitz . Da Wikipedia

Per terra e per mare.

La leggenda di Austerlitz  comincia in Francia, a Boulogne, dove la Grande Armata  si sta raccogliendo per  invadere l’Inghilterra. Tutto è stato predisposto nei minimi particolari, ma qualcosa va storto. L’ammiraglio Pierre Villeneuve, incaricato di tenere alla larga la flotta inglese, si impappina e pasticcia nelle Antille dove, stando ai piani,  avrebbe dovuto richiamare le navi nemiche per allontanarle dal Vecchio Continente. Vista fallita la sua missione, l’ammiraglio  fa ritorno in Europa con i vascelli  di Nelson alle calcagna.   Nel frattempo, alle spalle dell’Armata un esercito austriaco si  muove  verso l’Italia  e un esercito austro-russo  verso le regioni tedesche.
Per Napoleone piove sul bagnato.

L’imperatore  sente più di un brivido corrergli lungo la schiena: non può invadere l’Inghilterra , le cui navi non sono affatto nelle Antille, ma maledettamente vicine alla Manica e, in più, è sotto minaccia in Europa. C’è una sola cosa da fare: accettare il rischio, giocare il tutto per tutto,  cambiare temporaneamente  programma, sbarazzarsi  alla svelta dei coalizzati  e poi , semmai, riprendere il progetto di invasione dell’Inghilterra.
Ordina allora a Villeneuve di raggiungere il porto di El Ferrol in Galizia allo scopo di tenere sotto controllo  il Mediterraneo, mentre lui, con l’Armata, si muove verso gli austro-russi  per mettere in scena il  solito copione:  battere i nemici separatamente.

Il bel Danubio blu.

Gli austriaci gli danno una mano. Preoccupati del fronte sud o convinti dell’intenzione di Napoleone di attaccare da quella parte, essi hanno mandato  verso l’Italia più di ottantamila uomini, al comando di uno dei loro migliori generali, l’arciduca Carlo; sull’altro fronte, quello tedesco, molti di meno. Perché? Perché  da quella parte sono in arrivo i russi di Kutùsov e di Buxhoevden. Non sanno una cosa, però: Kutùsov ha meno di quarantamila uomini invece degli annunciati cinquantamila e Buxhoevden è  molto lontano e attardato ( arriverà in zona di operazioni solo a novembre). Né sanno dell’intenzione di Napoleone di portare il colpo principale in  Austria o in  Germania, non in Italia , dove il maresciallo Massena, con  forze ridotte, ha l’ordine di mantenersi  sulla difensiva. Dunque, scarsità  di informazioni,   malintesi , conti senza l’oste , persino equivoci sul calendario,  caratterizzano, da parte alleata,  le prime fasi di questa campagna.
Il generale austriaco Karl  Mack, agli ordini dell’arciduca Ferdinando, convinto di poter contare sulle forze  di Kutùsov in arrivo dalla Russia,  occupa la Baviera e si attesta intorno alla cittadina di Ulm.  Kutùsov, invece,  per via del calendario russo sfasato di tredici  giorni rispetto a quello gregoriano, sbaglia data  facendo così  mancare il proprio aiuto all’alleato.
Il povero  Mack, raggiunto dai francesi  e non dai russi, prima si sgancia, poi, credendoli in ritirata, si dirige di nuovo verso Ulm per sbarrare loro  la strada. Un  terribile errore. Convinto di avere davanti l’intero esercito nemico e non il solo Murat con la cavalleria,  Mack non si cura del proprio fianco destro. E proprio lì si infilano le divisioni di Ney  dopo aver attraversato  il Danubio. Mack viene accerchiato, la sua armata battuta  ed egli stesso- “ lo sfortunato Mack”, come si presenterà a Napoleone- fatto prigioniero.
Per un’intera giornata, i vinti sfilano davanti al vincitore, consegnando le armi e le bandiere.

Alexanderplatz.

Ora tocca ai russi. L’imperatore ha fretta. Ha imbottigliato gli austriaci  a Ulm , ma ora teme, se non si sbriga,  di restare a sua  volta imbottigliato. Gli arciduchi Carlo e Ferdinando potrebbero unire i rispettivi  eserciti; la  Prussia, complice la regina Luisa decisamente antifrancese,  potrebbe smetterla di tenere un piede in due scarpe e scegliere i russi. Se tutto  questo accadesse, l’Armata  si troverebbe  ad affrontare troppi nemici in una volta sola.
Lo zar Alessandro fiuta l’aria e  si precipita  a Berlino. Viene accolto con tutti gli onori, stipula un accordo con il re, gli viene  persino dedicata una piazza,  la celebre Alexanderplatz. L’accordo non impegna la Prussia se non sul piano diplomatico, ma, se il tentativo di far ragionare Napoleone dovesse fallire, ecco pronti ventimila soldati prussiani. Fatica sprecata da parte di Alessandro e speranze deluse per i russi. Quell’accordo-  l’accordo di Potsdam- resterà infatti  lettera morta: la Prussia , tanto per cambiare,  sbollita  la rabbia e superata  la paura,  riprenderà a   muoversi  con i piedi di piombo.
Napoleone non sa ancora  dell’accordo, ma, presagendo  il pericolo,  vuole  chiudere la partita alla svelta. Occupa Vienna e parte alla caccia dei russi. Dopo il disastro di Ulm, per Kutùsov è vitale congiungersi con Buxhoevden in arrivo dalla Russia e così, in buon ordine , l’esercito dello zar  si ritira oltre il Danubio, verso la Moravia. Dove , a Bruenn, l’attuale Brno, si è recata anche la corte imperiale austriaca. Il ponte sul Danubio a Vienna è presidiato da un forte contingente austriaco, pronto a distruggerlo in caso di necessità. Kutùsov è convinto, insomma,   di avere le spalle coperte.

Brutte notizie.

Non sa che  cosa l’aspetta.  Per scoprirlo, seguiamo uno dei protagonisti di Guerra e pace di Tolstoj, il principe  Andreij ( Andrea)  Bolkonskij,  in viaggio verso Bruenn con  la notizia della vittoria ottenuta a Duerstein . Non una grande vittoria, sia chiaro, ma pur sempre vittoria. L’11 novembre, il maresciallo  Mortier, autorizzato da  Murat, aveva attraversato il Danubio e aveva cercato di sorprendere  i russi in ritirata. Gli era andata male. Una sua intera divisione, quella del generale Gazan, era stata isolata e ridotta  a malpartito. I francesi si erano dovuti aprire la strada con attacchi alla baionetta, prima di riuscire a tornare  al di là del Danubio, cioè da dove erano venuti
Giunto a Bruenn, il  principe Andrea, prima di recarsi a corte, si imbatte in  un diplomatico russo, lo spiritoso e arguto  Bilìbin, uomo  di mondo , distaccato e cinico,  innamorato delle frasi ad effetto. Bilìbin, come al solito, fa dello spirito. “ Una vittoria? E, ditemi, è merito di   qualche arciduca austriaco? Nessun arciduca? Una vittoria russa? Ahimè,  a Sua Maestà , l’imperatore Francesco, questo  non piacerà”.
Al principe Andrea, l’imperatore del Sacro Romano Impero appare  come  un personaggio   scialbo e  impacciato. Sembra interessato a cose prive di importanza. Che ore erano quando fu data la battaglia? Non chiede, però, quali fossero le condizioni del tempo: se lo avesse fatto, al principe Andrea sarebbero cadute  le braccia. Ad ogni modo, contrariamente a quanto previsto da Bilìbin, nonostante sia stata ottenuta né da Ferdinando né da Carlo, ma da un generale russo,  la vittoria di Duerstein  viene apprezzata  e  celebrata con solenni Te Deum. E, fin qui, niente di nuovo o di diverso dal solito.
Ma la sorpresa è in agguato. E non è una sorpresa da poco. Lasciato l’imperatore e tornato da Bilìbin, il principe Andrea apprende, infatti,  che i francesi sono ora, in forze,  al di qua del Danubio. Possibile? Possibilissimo, gli risponde Bilìbin. Ma il ponte non è stato distrutto? No, il ponte non è stato distrutto. Ma come è potuto accadere? chiede il principe Andrea.
Spostiamoci   a Vienna, allora,  sul ponte  Tabor e seguiamo il racconto di Bilìbin.  Tre marescialli francesi, Murat, Lannes e Mortier,  piume al vento e facce di bronzo, avanzano verso la posizione austriaca. A  gesti e a parole  fanno capire che tutto è finito: è stato stipulato un armistizio, la pace è prossima. Recitano bene, i tre. Il principe  Auersperg , comandante della testa di ponte, ci casca. E mentre gli occhi di tutti sono puntati sui tre marescialli,  soldati francesi si avvicinano di soppiatto alle cariche esplosive . Un sergente austriaco li vede,  intuisce l’inganno e richiama l’attenzione del proprio comandante.
Murat sente la terra mancargli sotto i piedi: se il principe Auersperg  presta fede a quel sergente, tutta la messinscena va  a farsi benedire. E , allora, voilà, il colpo di genio :” Dove è andata a finire la tanto celebrata disciplina  austriaca se si permette a un subordinato di rivolgersi in questo modo a un superiore?”, esclama Murat.  Ci credereste? Punto sul vivo,  il principe  Auersperg fa mettere agli arresti quel sergente  indisciplinato e i francesi, gettate in acqua le cariche, si impadroniscono del ponte. [1]
Nel raccontare l’episodio, Bilìbin trova la forza per  riderci sopra e conia , per questo  e per gli  avvenimenti precedenti,  un  participio- “ macké”,  beffati alla maniera di Mack”-   di cui va molto fiero, ma il principe Andrea  non apprezza e suda freddo: se i francesi hanno oltrepassato il Danubio, Kutùsov  è nei guai. E in guai grossi: rischia  di essere accerchiato e di  fare  la fine di Mack.
Il generalissimo russo è in Austria, a Krems e, saputo quanto successo al ponte di Vienna,  vàluta il da farsi. Restare lì? Sarebbe come  dire ai francesi prego accomodatevi, accerchiateci pure. Filarsela attraverso le colline  della Boemia? Rischiosissimo:  nessuno – o quasi nessuno- dei suoi, infatti,   conosce quelle zone, le strade, i sentieri, sempre ammesso che esistano strade  e sentieri. Andare a Olmuetz( l’attuale Olomouc, in Repubblica Ceca), incontro alle truppe di Buxhoevden? Sarebbe l’ideale,  ma come riuscire a seminare i francesi, in evidente vantaggio ? C’è poco da scegliere, però : l’unica cosa da fare è di cercare di  raggiungere Olmuetz.  Kutùsov fa chiamare  uno dei suoi generali più coraggiosi, il principe Bagratiòn,  e gli  affida il  compito di   compiere una sorta di miracolo. O di portare  a termine  una missione  suicida, se si preferisce.

La corsa di Bagratiòn.

Il principe Bagratiòn , congedatosi da  Kutùsov,  raggiunge  le proprie truppe. Sa di avere per le mani un brutta gatta da pelare.  I suoi  quattromila uomini,  non tutti bene in arnese, dovranno  compiere una marcia notturna di parecchie  miglia,  anticipare i francesi sulla strada diretta a Znaim e trattenerli il tempo sufficiente per permettere al grosso dell’esercito russo di sfuggire all’accerchiamento.
Bagratiòn si butta a capofitto  attraverso  le colline della Moravia verso la strada per  Znaim( l’attuale Znojmo), perde, durante la marcia,  un uomo su tre per stanchezza o affaticamento  e arriva all’appuntamento con qualche ora di anticipo su Murat e soci. Adesso viene il difficile:  ce la farà a resistere  a un esercito ben più numeroso del suo?
Bagratiòn non manca certo di coraggio, i suoi uomini  sanno battersi , ma lì, la proporzione è , più o meno, di  quattro a uno  a favore dei francesi. Secondo Tolstoj, addirittura  di otto  a uno. E’ un’impresa del tutto impossibile e anche Bagratiòn lo sa. E , quando vede schierarsi i francesi, si prepara al peggio.

Lavata di capo.

Quello che non sa è che Murat ha preso un abbaglio. Il cognato di Napoleone è convinto di avere  davanti qualcosa di più del piccolo contingente di Bagratiòn, forse l’intero esercito russo e vuole andare  sul sicuro.  Decide , così, di non attaccare subito, ma   di  aspettare  quelle truppe ancora in marcia da Vienna e attardate.
Per prendere tempo,  ripropone  il giochetto così ben riuscito al ponte  Tabor.  Anziché far parlare il cannone, fa parlare un suo aiutante di campo. “ Perché  morire per niente ? C’è già  chi parla di pace,  stipuliamo un armistizio di tre giorni , restiamo dove siamo e   stiamo a vedere.”  Bagratiòn  fa sapere che  informerà il generalissimo e ne aspetterà la risposta.
Kutùsov  quasi non crede alle proprie orecchie: quella proposta  è un colpo di fortuna insperato. Si spinge oltre. Intanto che ci siamo, dice, fingiamo  anche  di trattare la capitolazione, chissà che i francesi non la bevano. Manda un suo uomo di fiducia, Winzingerode,  al campo francese e, intanto, ordina ai suoi di accelerare il passo e ai carriaggi di andare più svelti.
I francesi la bevono. Murat, imbaldanzito dal colpo così ben riuscito qualche giorno prima, crede di poter imbrogliare  anche i russi  e intavola subito le trattative. Quando lo viene a sapere, Napoleone gliene scrive di cotte e di crude. Come vi permettete di prendervi queste libertà? Non vi rendete conto di essere stato ingannato?  Io accetterò l’armistizio solo se lo zar lo accetterà , ma non ad altre condizioni. Attaccate, attaccate subito o i russi ci sfuggiranno! Murat , mortificato  dalla terribile  lavata di testa , mette da parte i giochetti   e si prepara a fare sul serio, ma intanto Kutùsov ha guadagnato tempo. Gliene serve ancora, però. Saprà darglielo Bagratiòn?[2]

Il miracolo di Bagratiòn.

I francesi  sono schierati nei dintorni di  Hollabruen, nei pressi del villaggio di  Schoengraben. I  meno di quattromila russi davanti a loro occupano alcune piccole alture e su una di esse hanno sistemato una  batteria di  quattro cannoni. Ai primi colpi di fucile,  il principe Bagratiòn , a cavallo, compare sulla linea del fuoco. Stando a Tolstoj, non dà ordini secchi e imperiosi, non ha carte da consultare né frasi da consegnare alla storia. Il suo sguardo apparentemente inespressivo, si posa ora sui propri soldati, ora sul nemico schierato, ora sulla batteria sistemata sulla  sommità della collinetta. Parla  a monosillabi, si limita a rispondere “Va bene!” quando gli viene suggerita questa o quella mossa, questo o quello spostamento, questa o quella iniziativa.  Secondo Tolstoj, sembra dire: “Ecco, vedete, tutto accade come io ho previsto, tutto si accorda  con le mie intenzioni”.   Questa sua imperturbabilità e  questo suo atteggiamento distaccato hanno il potere di infondere calma e fiducia tanto nei soldati, quanto negli ufficiali.
E, tuttavia, sul campo, nonostante i tanti “ va bene” di Bagratiòn, poco va per il verso giusto.  I soldati  russi si sbandano, si raccolgono di nuovo, caricano e sono caricati , sono cacciati dalle posizioni occupate , le rioccupano e, subito dopo,  ne vengono  ricacciati non perché eseguano un piano, ma perché subiscono l’avversario e i capricci del  caso. Attaccato da uno squadrone di cavalleria, un colonnello si spaventa e, non sapendo  che fare,  si ritira di propria iniziativa; due ufficiali , mentre tutt’intorno fischiano  le pallottole, litigano  per stupide questioni di puntiglio; l’artiglieria sulla collinetta, senza aver ricevuto ordini in tal senso, tira  sul  villaggio di Schoengraben, mandandolo, senza volerlo,  a fuoco e  causando non poche difficoltà ai francesi. Questi ultimi, infatti, preoccupati dall’incendio e occupati a spegnerlo, non inseguono subito i nemici, permettendo loro di arroccarsi meglio. Insomma, una gran confusione.
A un certo punto,  Bagratiòn vede i nemici tentare una manovra aggirante.  Fa subito  avanzare  due battaglioni di rinforzo.  E’ un altro uomo, il principe georgiano. Non ha  più lo sguardo appannato e quasi assonnato di prima , ma uno sguardo penetrante e acceso; non  parla  più  con la voce lenta e strascicata dei primi momenti, ma, modulati   col medesimo accento orientale di sempre, impartisce ordini, questa volta sì  secchi e precisi.  Smonta  da cavallo, fa allargare i varchi  perché i due battaglioni possano passare. Poi, con l’andatura ondeggiante tipica  dell’ufficiale di cavalleria appiedato,  muove,   alla testa dei propri soldati, alla volta del nemico. L’attacco di Bagratiòn  ha successo e i francesi vengono respinti. Adolphe Thiers, storico di Napoleone e l’imperatore stesso riconosceranno  il coraggio dei russi in quel frangente.
La batteria sulla collina, quasi dimenticata da tutti, continua a fare il proprio lavoro. E, prima di essere ritirata, contribuisce a rallentare  l’attacco di Murat diretto al centro dello schieramento di Bagratiòn . Contro ogni aspettativa, la missione ha  successo : i russi, è vero, non hanno retto fino in fondo, ma neppure  i francesi hanno avuto un  sopravvento netto.  Anzi, per qualche tempo sono stati trattenuti. Non attaccheranno più. Bagratiòn può completare il ripiegamento e ricongiungersi con l’esercito di Kutùsov, sfuggito, nel frattempo,  alla morsa.

L’imbroglio.

La partita è soltanto rinviata, però. Lo sanno i russi,  lo sa, soprattutto,  Napoleone. Al quale, ormai, resta soltanto quella carta da giocare. Villeneuve, infatti, l’ha combinata grossa. Sentendo la propria poltrona traballare, l’ammiraglio ha forzato i tempi e gli avvenimenti:  è uscito da Cadice- dove si era rifugiato a causa di un ennesimo errore- finendo dritto dritto in bocca a Horatio Nelson nei pressi di Capo Trafalgar, rimettendoci la flotta, la libertà e, più tardi, la vita( strapazzato da Napoleone, si suiciderà). Addio invasione dell’Inghilterra, dunque. La battaglia con gli austro-russi diventa, ora, questione di vita o di morte: Napoleone, il cui successo politico si regge in gran parte, se non del tutto, sulle vittorie militari,  non può permettersi di  sbagliare  mossa.
I  russi sono convinti di essere in vantaggio. Ne è convinto lo zar, ne è convinto il principe Dolgorùkov, molto ascoltato da Alessandro e fresco vincitore dei francesi   a Wischau ,  ne sono convinti molti ufficiali  dello stato maggiore. Secondo loro, Napoleone ha paura. Accade qualcosa di strano  o almeno, di  poco usuale, osservano : i  soldati  francesi,  se attaccati,  non reagiscono e  si ritirano quasi senza sparare; quando cercano di resistere, come a Wischau, le buscano.  C’è un’unica spiegazione: Napoleone non vuole la battaglia perché sa di essere nei guai. E’ il momento di dargli addosso. Attaccare per primi, non aspettare di essere attaccati, non amava dire così una delle leggende  dell’esercito russo, il generale Suvòrov?
Kutùsov, invece, sente puzza di bruciato e non condivide tutto quell’ottimismo. Teme un inganno da parte di Napoleone e, se fosse per lui, tenterebbe altre strade. Confessa  al conte Tolstoj, maresciallo di palazzo dello zar:  “Se diamo battaglia, saremo sconfitti: ditelo ad Alessandro.” E il conte Tolstoj di rimando: “ Mio caro generale, io mi occupo dei rifornimenti , voi occupatevi della guerra..”. Come dire: pensateci voi, se proprio ve la sentite,  a informare lo zar.
Kutùsov, però non si sbaglia. Napoleone alimenta ad arte  voci sulla  presunta debolezza del proprio esercito, finge di ritirarsi e, per essere più credibile, invia un proprio rappresentante, Savary, al  quartier generale  russo a parlare di pace. Alessandro rifiuta le proposte di Savary e manda a sua volta  il principe Dolgorùkov da Napoleone a saggiare il terreno. In presenza dell’imperatore,  il principe è  volutamente  provocatorio: non gli si rivolge mai  con l’appellativo di  “ Maestà” o  di “ Sire” e durante l’intera conversazione,  mantiene un atteggiamento quasi sprezzante. Napoleone, facile agli accessi di collera,  si controlla e, vista la posta in gioco,  ingoia il rospo. Ma non riesce a trattenersi   quando gli viene chiesto di rinunciare, fra le altre cose, anche al Belgio. “ Mi chiedete Bruxelles” sbotta” Mentre sono padrone di Vienna!”
La  messinscena , comunque,  ha successo. Il principe Dolgorùkov è  un pessimo osservatore: non sa  o non vuole capire quando un uomo finge o quando fa sul serio e non si chiede neppure perché Napoleone lo incontri  a due passi dalla prima linea: perché è così spaventato da avere una fretta dannata di parlamentare, come crede il principe   o perché vuole nascondergli lo schieramento delle sue truppe, come è intenzione dell’imperatore? Dolgorùkov presta attenzione soltanto a ciò che lo interessa; vuole convincersi e si convince: Napoleone è in difficoltà e sta cercando, disperatamente, una via d’uscita. Ed è pure nervoso. Torna da Alessandro e glielo riferisce.

Un piano perfetto.

Un fiumiciattolo, il Goldbach, divide i due eserciti. Sulla riva orientale sono schierati i russi, su quella occidentale i francesi.  Il piano di battaglia  alleato, messo a punto dal conte austriaco  Weirother, ha un  obiettivo  ambizioso: distruggere l’esercito di Napoleone  tagliandogli  le vie di comunicazione e di rifornimento e  avvolgendolo in una grande sacca.

Gli schieramenti iniziali. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Quattro colonne austro- russe più  l’avanguardia del generale  austriaco Kienmayer  dovranno  forzare  il fianco destro francese a sud del Goldbach, nei pressi dei villaggi di Telnitz , di Sokolnitz e di Kobelnitz,  operare una conversione verso nord  e  congiungersi con   l’ala destra  di  Bagratiòn .
Come aprire una grande porta, insomma : impugni la maniglia, fai forza    e la porta , girando sui cardini, si muove verso destra, travolgendo  e spingendo contro il muro tutto quello che le sta dietro. Il piano , dettagliatissimo e molto complicato, si basa sulla convinzione  che i francesi siano in confusione, siano inferiori di numero e abbiano poca voglia di battersi; per riuscire  richiede, inoltre,  movimenti  perfettamente sincronizzati da parte delle colonne avanzanti: il minimo contrattempo , il minimo intoppo, un ritardo anche breve,  rischia di far andare tutto a carte quarantotto.
Il piano  di Weirother, molto criticato a cose fatte,  non è  del tutto privo di logica. Esso si basa sul seguente presupposto: gli scontri frontali sono sempre  dispendiosi  e mai veramente decisivi  perché, anche se vittoriosi, non impediscono allo sconfitto di ritirarsi  per la strada da dove è venuto, sfruttando  i  depositi e le  fortificazioni disseminati lungo il percorso.  Perché sia decisivo, uno scontro  deve, invece,  provocare la  distruzione dell’esercito  nemico, non limitarsi a sloggiarlo dal campo di battaglia e costringerlo alla ritirata.
Quello di Weirother è, dunque, un progetto ineccepibile  in teoria, ma, in pratica,  è molto rischioso, in quanto si basa  su presupposti non verificati e su informazioni incomplete. Troppe cose, ad esempio, in quel piano, sono date per scontate: i francesi non vogliono battersi, Napoleone ha forze inferiori a quelle russe , la  posizione  occupata dal suo esercito  è nota, il suo fianco destro è debole e via di questo passo.
Anche Napoleone  persegue l’ obiettivo  di distruggere l’esercito nemico e  non lascia niente al caso. Ha  studiato attentamente il terreno, ha un’idea precisa di dove si stiano concentrando i russi   e perché , può contare su truppe motivate ed esperte, sa rischiare. Si sente  un po’ più tranquillo: durante la notte precedente lo scontro, dopo una marcia di cinquanta miglia, è arrivato il maresciallo Davout, partito da Vienna   alla testa di due divisioni. Una, la divisione Friant, ha retto i ritmi folli della marcia ed è lì, anche se non a pieno organico,  pronta  a battersi; l’altra, la divisione Guvin, più lenta,  è in avvicinamento. Ma, per il momento,  basta anche una sola divisione per rinforzare il suo  fianco destro, quel fianco destro ritenuto debolissimo dai russi.

 Una lezione di geografia.

La sera precedente la battaglia, nel campo russo ha luogo un Consiglio di guerra. Weirother illustra, per l’ultima volta,  i dettagli del suo  piano: qualcuno segue distrattamente , altri bisbigliano, il solo generale Doctùrov si china sulle carte  e prende appunti. Il generale Langeron, un francese al servizio dei russi e  comandante della seconda colonna, spazientito e irritato perché Weyrother non gli permette di esprimere obiezioni, liquida il piano come “ una lezione di geografia”.
E Kutùsov? Kutùsov dorme per tutta la durata dell’incontro. Bisogno naturale di sonno come scrive  Tolstoj , disinteresse per quel piano secondo lui condannato all’insuccesso, indigestione di vodka  o inguaribile  fatalismo?
Mentre  i russi ascoltano la lezione di Weyrother  e Kutùsov dorme,  si  avverte  del movimento nel campo francese. Il principe Dolgorùkov  lo trova inspiegabile: il nemico non dovrebbe trovarsi  lì, ma più indietro. Eppure, i fuochi brillano sempre più numerosi e le grida si fanno più intense. Migliaia  di soldati salutano, alla voce,  Napoleone. Hanno da poco ascoltato il suo proclama e sono certi della vittoria. “ E mentre essi saliranno per avvolgere la nostra destra, mi presenteranno il fianco”, aveva scritto Napoleone, passando, forse inconsciamente o forse volutamente ,  dal plurale al singolare. Langeron aveva messo il dito nella piaga  quando aveva affermato : “ Noi ci muoviamo come se le posizioni dei francesi fossero note. E se invece non lo fossero? E se i francesi non  si stessero ritirando? E se non fossero dietro la porta? Se invece di scappare ci stessero aspettando da qualche parte pronti ad attaccarci?”
Gli alleati , in effetti , hanno sbagliato i calcoli o le previsioni : Napoleone è un po’ più a est di dove essi lo credono e lì,  dietro l’altura dello Zurlan  e invisibile ai  nemici, ha ammassato il grosso del suo esercito e  aspetta il momento buono  per attaccare.  Non ha un piano dettagliato, solo un’idea : mentre la porta russa ruota in un senso, la sua si muove in senso contrario. Un po’ come le porte girevoli di certi alberghi, attraverso le quali un ospite  entra e l’altro esce o come una doppia elica che gira attorno a un perno.  Saranno gli avvenimenti a dare un senso a quest’idea.  E, intanto, facendo un po’ andare in bestia i propri marescialli, è avaro di particolari con tutti.

La doppia porta.

All’alba del 2 dicembre, le colonne di fanteria  austro-russe,  con poca cavalleria al seguito e senza essere precedute dagli esploratori-tiratori, si mettono in marcia verso gli obiettivi assegnati. In basso, la nebbia la fa da padrona, nascondendo ogni movimento e attutendo ogni rumore. In alto, sulle colline,  si stende una leggera foschia, attraverso la quale brilla  un sole velato, non ancora il celebre  sole di Austerlitz, pieno e splendente, di qualche ora dopo.
Ancora una volta è Tolstoj a darci, meglio di altri, il quadro della situazione e a descriverci quello strano momento, fatto di euforia , di esaltazione e di confusione  che sempre  precede uno scontro a fuoco. Sentiamolo. I soldati russi, riscaldati dalla vodka, marciano scherzando fra di loro, scambiandosi battute in allegria. Poi, all’improvviso, viene impartito l’ordine di fermarsi e l’allegria cede il posto ai mugugni e all’insofferenza. I soldati si fermano, senza capire le ragioni di quell’ordine. Per loro  la colpa è solo dei “tedeschi”, dei “ mangiasalsicce” dello stato maggiore, ignoranti , spocchiosi e pasticcioni.
Che cosa è successo? Semplice: fra il centro   e l’ala destra di Bagratiòn c’è un  varco  troppo esteso  e , proprio per colmarlo in qualche modo,  la cavalleria del principe  Lichtenstein e di Uvàrov  viene inviata in direzione del fianco destro russo. E così, migliaia di cavalleggeri  si spostano da destra verso sinistra  dello schieramento o da est verso ovest se si preferisce,  tagliando perpendicolarmente il campo e  scompaginando le file delle colonne in marcia o costringendole ad arrestarsi. E pensarci prima, no? Davvero un bell’inizio per il piano perfetto di Weirother.
Passati i cavalleggeri di Lichtenstein , la fanteria riprende la marcia . Ma, intanto, si è perso tempo prezioso.  Il generale Kienmayer con l’avanguardia  raggiunge il villaggio di Telnitz, mentre le altre colonne, quella di Doctùrov , all’estrema sinistra, quella  di Langeron  sul  fianco destro di Doktùrov  e , oltre Langeron,  quella di Prezebysky , tutte al comando di Buxhoevden ,  lo seguono da vicino. Si odono i primi colpi di fucile: è cominciato , per usare le parole di Tolstoj,   “ lo scontro sul fiumicello Goldbach ”.
Telnitz si trova  sulla riva orientale del Goldbach, quindi nella zona controllata dai russi e lì, secondo  le previsioni,  non dovrebbero esserci francesi. Invece, i francesi ci sono, eccome. Pronti a resistere il più  a lungo possibile, come ha ordinato Napoleone. Davout ha schierato i suoi , compresa la divisione Friant,  a difesa del villaggio e Kienmayer si trova davanti un ostacolo imprevisto e un osso maledettamente  duro. Non passa e patisce perdite elevate. Poi, vedendo  avvicinarsi la colonna di Doktùrov, i francesi cominciano a ritirarsi,  combattendo, però, casa per casa. Insomma, è passato già un bel po’ di  tempo  e le colonne russe  non hanno ancora attraversato il Goldbach. La porta  di Weirother gira su cardini poco oliati.  Butta male.
Al centro dello schieramento  si eleva una piccola altura. Riveste un’importanza strategica notevole e si trova in mano russa. Per la verità,  quell’altura, l’altura del Pratzen ,  era stata occupata dai francesi nei giorni precedenti la battaglia  e poi ceduta quasi subito  ai russi nell’ambito della  messinscena architettata da Napoleone per ingannare i  nemici. Se abbandono  una posizione forte come il Pratzen , potranno dubitare i russi della mia volontà di ritirarmi e di non combattere? questo,  più  o meno,  era stato il ragionamento di Napoleone. Nessuno aveva capito quella mossa  e molti, il maresciallo Soult in particolare, avevano mugugnato. Invano, come al solito.
Ma adesso, lì, lungo i fianchi del Pratzen, invisibili ai russi, stanno salendo due delle migliori divisioni dell’Armata, quella del generale Vandamme  e quella del generale Saint Hilaire. E, mentre  i francesi salgono, i russi… scendono. Proprio così: per eseguire il piano di Weirother, la quarta colonna, agli ordini dei generali Miloràdovic, russo  e Kollowrath, austriaco ,  lascia il Pratzen dal fianco opposto a quello dei francesi ,   per raccogliersi nella bassura e , poi,  dirigersi  a ovest, verso il villaggio di Kobelnitz.
Siccome lì, con la colonna , c’è anche Kutùsov,  le cose procedono a rilento. Il generalissimo vede trappole dappertutto e, prudentemente, preferisce prendere tempo, rinunciando a muoversi. Non è dello stesso avviso lo zar, arrivato a cavallo  sul campo di battaglia . Alessandro, nell’ uniforme nera  dell’esercito russo, si rivolge a  Kutùsov con tono deciso: “ Ebbene, Michaìl Ilariònovic, perché non cominciate?”. Il generalissimo risponde che non comincia perché  mancano ancora alcuni reparti. “ Credete forse, di essere sulla spianata della zarina a Pietroburgo, quando, per cominciare la sfilata,  tutti i reparti devono essere presenti?”  si spazientisce  Alessandro. “ Proprio perché qui non siamo sulla spianata della zarina  e proprio perché questa non è una sfilata preferisco aspettare” replica Kutùsov” Tuttavia se questa è la Vostra volontà, eseguirò”, conclude  accompagnando le parole con un leggero inchino.  Fa chiamare il generale  Miloràdovic e impartisce l’ordine di avanzare.
E mentre la colonna  russa si muove, sulle alture del Pratzen compaiono, perfettamente allineati , i reparti di testa delle divisioni Vandamme e Saint Hilaire.

La disfatta.

Torniamo a Guerra e pace  e seguiamo un  giovane ufficiale degli ussari al galoppo  lungo il campo di battaglia. Nicola ( Nicolaj) Rostòv ha ricevuto l’incarico  dal suo comandante, il principe Bagratiòn,  di recarsi dal generalissimo per ricevere conferma dell’ordine di entrare in azione. Sono, più o meno, le nove del mattino. Il fianco destro dello schieramento russo, quello affidato a Bagratiòn e opposto al maresciallo  Lannes,  non è stato ancora impegnato e il principe ,  forse presagendo  il peggio, non ha alcuna intenzione di dare retta a Dolgorùkov  che, a più riprese, gli “ consiglia” di avanzare . Mandando Rostòv da Kutùsov, Bagratiòn  ragiona, più o meno, così: se andrà male, cioè se il messaggero sarà ferito, ucciso o fatto prigioniero, l’ordine  del generalissimo non tornerà mai ; se andrà bene, cioè se il messaggero riuscirà a incontrare  Kutùsov, l’ordine  , nella migliore delle ipotesi, arriverà  dopo parecchie ore. In altre parole, troppo tardi per  essere eseguito. Nel frattempo  si vedrà.
Il campo di battaglia è avvolto  dal fumo degli spari  e dalla nebbia e Rostòv, in sella al suo Beduino,  non ha facili punti di riferimento. Vaga di qua e di là, senza sapere bene dove; vede soldati correre da tutte le parti; sente i cannoni tuonare; vede i reparti di elite della Guardia russa  a cavallo lanciarsi contro i corazzieri nemici;  gli sembra di vedere, classico esempio di “ fuoco amico”,  soldati austriaci sparare contro i russi e viceversa: vive, in altre parole, episodi slegati , senza riuscire a cogliere  il senso complessivo degli avvenimenti .  Poi, dopo qualche ora trascorsa nella vana ricerca del generalissimo, quando il sole di Austerlitz si è alzato nel cielo, distingue chiaramente i francesi :  non sono davanti ai russi , sono  alle spalle dei russi . Non è vero , dice a se stesso, non può essere vero.
E invece è  vero, drammaticamente vero. Nelle pagine di Guerra e pace , Tolstoj   ci fa vedere con gli occhi di Rostòv il  momento in cui i soldati austro- russi della quarta colonna,  quella di Kollowrath e di Miloràdovic, sono definitivamente  in fuga davanti al nemico. Che cosa è accaduto?  Mentre Rostòv, partito dall’ala destra dello schieramento,  galoppa alla ricerca di Kutùsov, al centro   la quarta  colonna alleata inizia  il movimento verso Kobelnitz. Si è mossa da poco,  quando, come abbiamo visto,  sul crinale del Pratzen  compaiono , del tutto inaspettati, i francesi. Il panico si diffonde  in un baleno, e  i soldati russi, benché molto più numerosi dei nemici, abbandonano i ranghi  e fuggono. Invano Kutùsov in persona , benché ferito , cerca di trattenerli. ” La ferita è là”   esclamerà indicando  a chi gli presta soccorso i suoi  soldati in fuga e i nemici padroni delle alture. L’”altra” porta, quella  spinta  da Napoleone ha cominciato a girare.
Tuttavia, passato il primo momento di panico, si tenta una reazione. Improvvisata, per altro, e quindi destinata a fallire. Langeron manda rinforzi verso la coda della colonna, attaccata con decisione dai francesi   e  Vandamme, premuto contemporaneamente  da due parti è in difficoltà. Ma è questione di poco. I  russi ,  sorpresi di brutto,  non ce la fanno a cambiare  ordine di battaglia,  cedono,  si sbandano e fuggono.
Al centro dello schieramento, un po’ più arretrato rispetto alla colonna di Miloradovic e di Kollowrath,  il fratello dello zar, l’arciduca Costantino, è di riserva con le proprie truppe.  Del tutto ignaro della piega presa dalla battaglia sia sul Goldbach, sia  nei dintorni del Pratzen,  si trova davanti  inaspettatamente  i francesi e viene coinvolto in uno scontro durissimo, nel quale, dopo brevi  e, ad onor del vero, brillanti successi iniziali, ha la peggio. Dopo la sconfitta di Costantino, i russi non hanno più riserve.  Anche la Guardia Nobile, l’elite dell’elite,  battutasi con grande valore,  è stata decimata. “Questa sera , molte signorine di Pietroburgo verseranno le loro lacrime” è il commento  di Napoleone. Perfidia  o compassione?
Sul fianco destro russo va  anche peggio. La cavalleria austro-russa  di Lichtenstein e di Uvàrov,  chiamata a chiudere il “ buco” fra il centro e Bagratiòn, viene  praticamente distrutta. I fanti del maresciallo Lannes, quasi tutti veterani,  la affrontano  non chiusi in quadrato, come era prassi comune,  ma schierati in linea , bersagliandola con scariche di fucileria e di mitraglia,  impedendole di trovare l’usuale  via di fuga lungo i fianchi di un  quadrato e,  privandola, quindi, della possibilità di raccogliersi e di  ritornare alla carica. Bagratiòn, vista la brutta piega presa dagli avvenimenti, non ci pensa due volte, agisce di testa propria e ordina la ritirata.
E’ premuto dalla fanteria di Lannes e  minacciato da Murat. Lo salvano gli zaini dei propri uomini, abbandonati  sul campo e l’eccessiva prudenza del re di Napoli. I  russi, per potersi muovere meglio durante  il  combattimento, si sono liberati di tutto il peso superfluo, zaini compresi. Ce ne sono circa diecimila, a pochi passi dai francesi.   I fanti di Lannes , quando vedono tutti quegli zaini senza proprietario ,  vogliono impadronirsene,  si fermano e regalano tempo prezioso al principe russo. Cercano oggetti di valore.  Resteranno delusi  : in  ognuno di  quegli zaini  ci sono  solo un’immagine di San  Cristoforo e una pagnotta di pane nero.
Murat, dal canto suo,  potrebbe intervenire, ma non lo fa: vuole risparmiare la propria cavalleria per l’inseguimento del nemico. Fra poco Napoleone gli chiederà di incalzare i fuggitivi e, allora, meglio andarci piano e conservare freschi cavalli e uomini per quel momento. Bagratiòn , graziato dalla cupidigia dei soldati di Lannes  e dal desiderio di Murat di non sfiancare i cavalli, si muove con ordine , spregiudicatezza e coraggio,  raccoglie i superstiti della Guardia e riesce a togliersi dai guai.
Anche il  resto dell’esercito alleato , dopo la prima  spallata  ricevuta dalle divisioni Vandamme e Saint Hilaire, potrebbe ancora   salvare il salvabile, riorganizzarsi e ritirarsi senza sbandare, ma  la fuga disordinata e scomposta  ha mandato in tilt l’intera catena di comando. Non solo Kutùsov viene isolato da tutti, impossibilitato a farsi un’idea della situazione e tentare di porvi rimedio; non solo Buxhoevden è partito di testa o è ubriaco e non prende decisioni, ma anche lo zar viene separato dal  generalissimo e da gran parte del  proprio seguito. Risultato: nessuno dà ordini e nessuno ne riceve. E’ il caos.
Rostòv , il cui unico desiderio è quello di  incontrare  Alessandro e di parlargli , se lo trova a un certo punto davanti, solo, nelle retrovie.  Viene  preso da scrupoli, si sente  in soggezione di fronte al proprio sovrano, considera inopportuno avvicinarlo e rinuncia a rivolgergli la parola. “ Chissà quali pensieri, quali preoccupazioni  avrà, in questo momento” , si dice. E fa cambiare direzione al  suo  Beduino, spingendolo  altrove. Solo letteratura? Certamente , ma, di sicuro, in quel giorno di sangue e di confusione, lo zar se la vide davvero brutta. Al punto da restare, alla fine,  non solo quasi senza guardia del corpo  ma anche senza  bagaglio, caduto in mano nemica. E così, Alessandro, se vorrà cambiarsi la camicia, se ne dovrà fare prestare una dal fratello…
A questo punto, a  Napoleone non resta che aprire del tutto la porta: fa  girare il suo centro intorno ai cardini del Pratzen e travolge le colonne  dell’ala sinistra austro- russa in ritirata da Telnitz e da  Sokolnitz . Il generale Kienmayer è il solo a cavarsela bene:  si difende con ordine e riesce a sfilare oltre gli stagni ghiacciati  del Satchan , posti a sud del campo di battaglia.  Buxoevden , invece, punta  dritto verso  gli stagni  e riesce nell’impresa di  mettere fuori uso l’unico passaggio percorribile: una passerella troppo debole per reggere il peso dei cannoni. E’ famosa la frase pronunciata dal generale russo  una volta arrivato, solo o quasi, sulla sponda opposta : “ Sono stato abbandonato da tutti!”.
Per   gli altri  è dura. I  francesi hanno bloccato il passaggio utilizzato da Kienmayer.  L’unica via percorribile sono, ora,  le paludi ghiacciate. Reggeranno?
I soldati si avventurano sulla superficie gelata e i francesi aprono il fuoco con i cannoni. Il ghiaccio si spezza e molti fuggitivi  muoiono affogati. Il bollettino ufficiale della Grande Armata  parlò di ventimila morti. Decisamente molti, decisamente troppi. Gli stagni del Satchan non  sono propriamente  la Fossa delle Marianne: c’è si e no un metro e mezzo d’acqua fra la superficie e il fondo. Se il ghiaccio si spezza, un uomo anche se cade in maniera scomposta, fa in tempo a rialzarsi e proseguire, a meno che non sia ferito o gravato  dal bagaglio. Lo zaino pesante, infatti,  può tirarlo a fondo e  trattenervelo. Nel giugno del  1944, durante lo sbarco in Normandia, alcuni soldati alleati morirono affogati in pochi centimetri d’acqua perché trascinati e immobilizzati   sul fondo troppo  a lungo dal pesante equipaggiamento. Ma  sulle rive degli stagni del Satchan ,  quasi tutti i soldati  non hanno più equipaggiamento: va bene se riescono a stringere ancora un fucile.
E c’è di più. Qualche tempo dopo la battaglia, gli austriaci fecero dragare gli stagni  per recuperare i corpi dei caduti: ne trovarono pochissimi, qualcuno dice soltanto due. Gli abitanti del luogo videro benissimo i cannoni francesi prendere di mira le file di soldati  sulle rive, ma non parlarono di migliaia di morti per annegamento. Tolstoj stesso  tratta questo episodio quasi di sfuggita.
Ma, allora, perché quelle cifre?  La spiegazione potrebbe  essere questa: Austerlitz  doveva essere consegnata al mito. E il mito si costruisce anche  sparandole grosse  e presentando all’opinione pubblica, alla Storia , a chi volete, cifre da capogiro ed eventi quasi soprannaturali.  Già  Erodoto, lo storico greco vissuto duemila e cinquecento anni fa,  lo aveva capito alla perfezione. Non si contano le frasi celebri pronunciate da Napoleone e dai suoi ufficiali prima , durante e immediatamente dopo Austerlitz; una volta smesso di combattere,  il testo del proclama alle truppe  fu ritoccato in alcuni punti per renderlo più solenne ; non ci si stancò di insistere sulla coincidenza della data della battaglia con quella dell’incoronazione di Napoleone  a imperatore;   persino il sole fu  tirato in ballo. Insomma, allo scopo di creare la leggenda di Austerlitz, la “sua” leggenda,  Napoleone non si accontentò di far fondere i cannoni strappati  ai nemici e di offrirli alla pubblica ammirazione, sotto forma di colonna in Place Vendome  a Parigi:  fece di più. Quella austro-russa doveva sembrare una disfatta totale e terribile. Ed  esemplare. E quale immagine migliore di migliaia di uomini morti affogati? I bollettini ufficiali , i memorialisti e i marescialli si adeguarono e il mito prese corpo
Ma la disfatta alleata fu davvero una disfatta di enormi proporzioni? Fu una brutta batosta certamente ,  ma qualcosa si salvò.  Kutùsov,  superati i primi  momenti di sbandamento,  recupera  la calma e studia la situazione. Invia aiutanti di campo a Bagratiòn, a Doctùrov, a Kienmayer e agli altri comandanti , ordina di raggrupparsi, di abbandonare  i carriaggi e il bagaglio  e di dirigersi verso sud-est,  verso l’Ungheria, dove  sta arrivando anche l’arciduca Carlo alla testa del suo esercito tenuto troppo a lungo e inutilmente in Pianura Padana.  La manovra riesce. Murat con la cavalleria, risparmiata  per questo momento, parte in direzione opposta, verso Olmuetz, convinto che lì si dirigeranno gli sconfitti.   Gli scampati alla carneficina ( mezzo esercito? Qualcosa in meno?) riparano in Ungheria, evitando Murat tornato precipitosamente sui propri passi, ma non sono più un esercito. Ci sarebbero voluti mesi, forse anni, per ricostruirlo, armarlo, addestrarlo.

Da leggere:

Chandler, David, Le campagne di Napoleone, Bur, 2006
Gallo, Max, Il sole di Austerlitz, Milano, 2003
Sebald, Winifried, Austerlitz, Adelphi, 2002
Valzania, Sergio, Austerlitz, la più bella vittoria di Napoleone, Mondadori, 2005

In questo sito:

Il piano degli Sciti ( Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima
I russi evitano il combattimento e si ritirano: lo fanno apposta?

Parte Seconda
Napoleone abbandona Mosca e Kutusov lo lascia fare.

La legna bagnata
Fabrizio del Dongo, in confusione totale, gioca a  fare il soldato a Waterloo.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Zona Cesarini.
Marengo: una battaglia già persa vinta all’ultimo minuto.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Cartina della battaglia: la “lezione di geografia”

Geography                         and         History.
http://www.roebuckclasses.com/101/…/maps/mapausterlitz.htm


[1] Questa è la versione di Tolstoj. Quella di molti storici è  diversa. Insieme a Murat e a Lannes non c’è Mortier, ma il generale Bertrand; non è il principe Auesperg a comandare la testa di ponte sul Tabor, ma un colonnello, e chi individua la manovra francese non è un sergente, ma un capitano dell’esercito austriaco. Anche  il “ colpo di genio” di Murat non è accertato. Ad ogni modo, al di là della presenza di questo o di quel generale, di questo o di quel maresciallo, i francesi,  senza sparare un colpo,  si impossessano del ponte.

[2] C’è anche un’altra versione, secondo la quale  non è Murat a proporre l’armistizio, ma Kutùsov, nell’intento di guadagnare tempo per il proprio esercito; a parlamentare non viene inviato Winzingerode, ma il principe Dolgorùkov. Del tutto vera e non frutto di fantasia,  la lavata di testa di Napoleone a Murat.

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