Salvate la regina

Armistizio Germania Francia

Prologo.

Gennaio 1940. Fa freddo e  c’è un tempo da lupi. Un piccolo aereo tedesco in difficoltà tenta un atterraggio di fortuna nei pressi di Mechelen sur Meuse, in territorio belga. Tre giovani soldati belgi di pattuglia se ne accorgono, inforcano le loro biciclette e raggiungono la spianata dove l’aereo ha preso terra. Uno dei passeggeri- un maggiore-  sta bruciando alcuni documenti. Lo bloccano appena in tempo. Dentro una borsa di pelle scoprono  carte e mappe, diagrammi e liste di nomi ,  numeri e tabelle. Il caso ha messo nelle loro mani, anche se un po’ bruciacchiato, Fall Gelb , il “ Caso Giallo”, l’intero piano tedesco di invasione della Francia.

Schlieffen, Schlieffen ueber alles.

L’esercito tedesco è nuovo di zecca. Nuovo negli armamenti, nuovo nella concezione tattica e strategica. “Hans” Von Seeckt ha lavorato bene e ha fatto dei centomila uomini concessi da Versailles i quadri del futuro esercito di massa. Ha dato a quegli uomini spirito di corpo, idee nuove, prospettive allettanti. Dopo l’ascesa al potere di Hitler( 1933), i militari in Germania contano sempre di più. Sono corteggiati e blanditi, ascoltati e incensati. Ma loro, i militari, ci vanno coi piedi di piombo. Sanno che nella pentola nazista bolle qualcosa di grosso ( riportare la Germania alla grandezza perduta), ma guai a strafare. Prudenza e tempo sembrano le loro parole d’ordine. Non tutti stravedono per il nazismo e per i nazisti, ma tutti sembrano stare al gioco. Con un distinguo: la politica  resti fuori dalle caserme.
Fra di loro ci sono entusiasti e scettici, carrieristi e “teste di ferro”, intrallazzatori e ufficiali tutti di un pezzo. Hitler lo sa. E sa mettere gli uni contro gli altri, minando la compattezza  della casta. Si sbarazza di Blomberg e di Fritsch; fa fuori Beck, reo di aver guidato la fronda contro l’intervento in Cecoslovacchia; nomina Keitel- niente di più di un fido sicofante- alla testa dell’OKW, L’Alto Comando delle Forze Armate; tiene in pugno von Brauchitsch, il comandante in capo dell’esercito, prestandogli i soldi per il divorzio; manda  a monte una congiura militare ai tempi della questione cecoslovacca, presentandosi  alla conferenza di Monaco( 1938), facendo saltare il banco senza sparare un colpo  e togliendo ai congiurati il pretesto per la sollevazione ( l’intervento armato in Cecoslovacchia, appunto)[1].
Monaco non è il primo azzardo politico di Hitler, non sarà l’ultimo. In un crescendo continuo  aveva occupato la Rhur, rigettato il Trattato di Versailles, ricostruito le Forze Armate, militarizzato la Renania, annesso l’Austria, scelto l’esercito e buttato a mare le SA alle quali pure tanto doveva, invaso la Polonia. Le truppe, ora, stravedono per lui, l’inflazione è un ricordo, per la gente è l’uomo della Provvidenza.  Ma ai vertici delle Forze Armate, molti generali sono critici. Temono che la corda si tenda troppo, che Hitler bluffi. E restano diffidenti.
Quando il Capo chiede loro di occuparsi dell’invasione della Francia, molti vanno in fibrillazione. Non c’è ragione di preoccuparsi, dice Hitler. Guardatevi attorno: la Russia è fuori gioco, l’industria pesante funziona a meraviglia, le nostre forze armate sono al top: quando avremo un altro momento come questo? Quando passerà un altro treno? Smettetela di temere più del lecito l’esercito francese e la Linea Maginot  e concentratevi sul modo per sfruttare al meglio le potenzialità dei nostri carri e dei nostri aerei.
Ligi al dovere, i militari si mettono al lavoro. Mugugnando per l’ennesimo azzardo della Guida Suprema, tolgono dal cilindro una riedizione – corretta al ribasso- del vecchio piano Schlieffen, con tanto di ala marciante e con tanto di invasione del Belgio e dell’Olanda. Obiettivo? Conquistare più territorio  possibile e occupare i porti francesi sulla Manica( non si sa mai che la prossima richiesta sia quella di  invadere  l’Inghilterra…).
Il capo di stato maggiore dell’esercito, quel “burocrate di genio” del generale Franz Halder, una volta predisposto il piano ci va coi piedi di piombo. Hitler ha fretta di cominciare e vuole addirittura attaccare in inverno. In inverno? Per carità, ribatte Halder. Aspettiamo la bella stagione, sarà meglio. E così, fra un rinvio e l’altro( 2) , si arriva all’atterraggio di fortuna  dell’ufficiale tedesco in Belgio coi piani dell’attacco. Fall Gelb è “bruciato”; Halder e soci cadono in depressione;  i francesi se la ridono e  rinforzano il loro dispositivo di fronte all’ala marciante. Adesso sappiamo tutto: venite pure avanti, vi aspettiamo. A meno che non vogliate scornarvi contro la nostra Maginot o perdervi nelle foreste delle Ardenne…

Salvate la regina.

E proprio alle Ardenne pensa un brillante ufficiale tedesco, il generale Erich von Manstein. E ci pensa da un po’. Riproporre il piano Schlieffen è una ciofeca colossale: è fallito una volta, può fallire una seconda. Tanto più che i francesi si aspettano una mossa del genere. E se invece sparigliassimo le carte in tavola? Se portassimo il colpo di falce da sud verso nord e non viceversa? Già, ma come uscire dalle Ardenne?  Si può fare, commenta il generale Heinz Guderian, il mago dei carri armati, interpellato in merito. E allora – è la replica-  se si può fare, facciamolo: mandiamo l’ala marciante  in Belgio e in Olanda a fare da esca, usciamo dalle Ardenne con il grosso delle nostre forze e dividiamoci in due colonne. La prima piega verso nord e va a insaccare l’ala sinistra nemica; la seconda si dirige a sud, alle spalle della Maginot e finisce il lavoro.

L’attacco attraverso le Ardenne messo a punto dal generale Erich Manstein. Da Sgm.Casposidad.com

Ma per i prudenti generali dello Stato Maggiore, quel piano è pura blasfemia. E, quando lo ricevono,  lo fanno “prudentemente” finire in fondo a un cassetto.

E lì chissà quanto tempo resterebbe se non succedesse un fatto imprevisto. Halder e Brauchitsch vogliono  togliersi dai piedi quel rompiscatole di Manstein , sempre lì a menarla con  il suo piano assurdo e impossibile. Lo fanno in modo elegante, promuovendo lo scocciatore a comandante di Corpo d’Armata.  Ricevuta la nomina, Manstein, come da prassi, si presenta a Hitler. E, complice il colonnello Schmundt, aiutante capo  del Fuehrer, i due finiscono col parlare delle Ardenne. Hitler drizza le antenne, si fa spiegare il tutto,  apporta qualche correzione (Non esageriamo. Due colpi di falce contemporanei mi sembrano troppi: meglio uno alla volta) ( 3) fa proprio il piano e lo impone a Halder. Il caso ha determinato il  nuovo Fall Gelb, il “Caso Giallo” riveduto e corretto, il de profundis della Francia in armi.
Gli Junkers tedeschi  imprecano e si preoccupano. Anche Hitler è preoccupato. Per la realizzazione del piano? Macché, per l’incolumità della regina d’Olanda. Scrive: attenzione: guai a torcere anche un solo capello a Guglielmina o a un membro qualsiasi della sua famiglia. Tenetelo bene a mente…

Il colpo di falce.

Il 10 maggio il ballo comincia. Halder incrocia le dita; Von Bock con l’ala marciante entra in Belgio e in Olanda; il tenente Witzig  con ottanta parà atterra con gli alianti sul forte belga di Eben-Emael  e in un paio d’ore lo  espugna;  gli anglo-francesi, all’oscuro dei mutamenti apportati al piano,  si buttano come da copione  in avanti e fanno il gioco dei tedeschi( 4) . I carri di Guderian e di von Kleist sbucano allora dalle Ardenne, travolgono le approssimative difese francesi, scatenano il panico, dilagano in pianura oltre la Mosa, piegano verso  nord-ovest e spingono  verso l’incudine di von Bock il meglio delle forze alleate, tagliando in due l’intero schieramento nemico.
La battaglia di Francia del maggio-giugno del ‘40 è tutta qui. Il resto – costringere alla resa le truppe intorno a Parigi, neutralizzare la  Maginot – viene di conseguenza. Privi della loro formidabile ala sinistra, tagliati in due dalle puntate corazzate tedesche, gli alleati non possono più opporre alcuna seria resistenza.
Nelle pianure oltre la Mosa, corrono i panzer e corrono le leggende. Una divisione corazzata tedesca ( la Settima) sembra avere il dono dell’ubiquità. Un giorno viene avvistata a Dinant, il giorno dopo ottanta chilometri più avanti. Quando inizierà la seconda fase di Fall Gelb, sarà la prima a raggiungere la Senna a Rouen. Per tutti, quella divisione diventa la “divisione fantasma”. La comanda un giovane generale insignito- ironia della sorte- di un’onorificenza dal nome francese- pour le mèrite– guadagnata durante la Grande Guerra sulle montagne intorno a Caporetto.
Si chiama Erwin Rommel.
E dire che all’inizio non era stato tutto rose e fiori. Oltre alle difficoltà del terreno, i comandanti tedeschi avevano dovuto affrontare anche la dietrologia dei malpancisti dello Stato Maggiore. Andate piano? E noi che cosa vi avevamo detto. Se arrivano gli aerei alleati vi riducono in polpette? Affari vostri, noi vi avevamo avvisato. Rischiate di offrire il fianco al nemico? Dovevate darci retta e lasciar perdere le Ardenne. Il virus contagia anche Rundstedt, a capo del Gruppo A. Conosce personalmente Gamelin ( il comandante in capo dell’esercito francese) e sa di che lana va vestito. Perché non contrattacca? si chiede. Non è da lui. Che sia tutta una stramaledetta trappola? Le trappole non c’entrano: Gamelin non contrattacca perché è in confusione totale. E con lui l’intero esercito alleato.
E Hitler? Se tutti sono agitati e tesi, lui  è a un passo dall’isteria. Non pensa più all’incolumità di Guglielmina( per altro già imbarcatasi alla volta dell’Inghilterra), ma a quella del fianco- secondo lui scoperto- delle armate di von Rundstedt. E se i francesi se ne accorgono e si infilano in quel buco? Rischiamo di fare la fine di von Kluk sulla Marna, strepita. Bisogna cambiare tutto, fermare Rundstedt  e ordinare a von Bock di muoversi in avanti e di trasformarsi da incudine in martello. Pericoloso- gli fanno notare- cambiare le regole a partita già iniziata. Hitler strepita ancora un per un  po’ poi si calma. Guderian e von Kleist  continuano ad avanzare e spingono gli alleati verso un  villaggio francese a un tiro di schioppo dal Belgio: Dunkerque.

Pit stop.

E a questo punto succede l’imprevisto. Il 24 maggio da Berlino arriva l’ordine perentorio: fermi tutti. Come, fermi tutti? sbraitano al fronte. Diamo forse i numeri? Abbiamo davanti a noi forze disorganizzate, demoralizzate, allo sbando e invece di incalzarle ci fermiamo? Ha senso? Von Brauchitsch, subissato di proteste, ribadisce: niente da fare, dovete fermarvi. Poi, in via informale, confida a Guderian di aver sperato fino all’ultimo in un’insubordinazione. Come aveva fatto von François a Tannenberg nel ’14 decidendo la battaglia.  Le coronarie di Guderian sono messe a dura prova mentre, immobile  e impotente, vede il corpo di spedizione britannico trincerarsi e sul mare comparire le prime imbarcazioni. “La Luftwaffe deve finire il lavoro?” Impreca “ Ma se non hanno bombe  neanche per fare il solletico alle fortificazioni del vecchio Vauban, mentre a noi basterebbe un colpo di acceleratore per spazzare via tutto!
Strana decisione, a dire il vero. Figlia di un successo troppo rapido, da un lato e – forse- di calcolo politico dall’altro. Von Rundstedt preme perché ci si fermi e si rifiati. Si avanza troppo in fretta, ad Arras c’è stato un contrattacco alleato, Gamelin può avere in serbo una sorpresa, il fianco destro sembra vulnerabile, si corre il rischio di sprecare tutto. Hitler la pensa come lui e così ferma tutto sul più bello.
Perché ho impartito quell’ordine? mi chiedete. Primo: per non mandare i carri a impantanarsi negli acquitrini delle Fiandre; secondo:  per raggruppare le forze in vista dell’attacco a Parigi e, terzo, per parare il colpo di eventuali contrattacchi alleati.  Qualcuno sussurra: l’ha fatto per fare un favore alla Gran Bretagna, le ha salvato il corpo di spedizione in Francia per ammorbidirla in vista di future trattative di pace. Non aveva forse bruciato incenso, qualche giorno prima, anche se in privato, sull’ altare dell’Inghilterra pilastro della civiltà occidentale e non aveva liquidato la questione delle colonie con un significativo “ il clima dei tropici non si addice ai tedeschi”? Altri azzarda ( ma a posteriori) : stava già pensando alla resa dei conti con l’Unione Sovietica e alla conquista dello “spazio vitale” a Est e voleva, prima di aprire le danze, neutralizzare con le buone la Gran Bretagna.
Sia come sia, quei  tre giorni scarsi di stop  se sono fiele per i tedeschi, sono manna per gli Alleati. Il tempo è cattivo; la Luftwaffe vola poco e male; la Raf è aggressiva; la Manica si popola di imbarcazioni di ogni tipo, da diporto e da guerra, piccole e grandi e trecentomila soldati – francesi compresi- lasciano la Francia e sbarcano in Inghilterra.
Non i fucilieri attestati a Calais. Quelli restano,  “roccia durissima” su cui si spezza  la” punta della falce tedesca”. Parole di Winston Churchill, primo ministro britannico e maestro delle frasi ad effetto. I fucilieri di Calais ci hanno impedito con la loro resistenza di chiudere la sacca? dirà un generale tedesco a guerra finita. Mah! Io so solo questo: se Hitler non ci avesse fermato non ci sarebbe stata nessuna Calais.
“Roccia durissima”  sir Winston? O inutile sacrificio?

Aggiungi un posto a tavola…

Le danze riprendono il 5 giugno, seconda fase del piano. Tolta di mezzo l’ala sinistra alleata, c’è da portare un altro colpo di falce in direzione sud per togliere di mezzo il resto dell’esercito francese. E mentre le divisioni corazzate tedesche raggiungono la Senna( von Bock), chiudono tutte le vie di fuga ( von Kleist, von Reichenau) e aggirano la Maginot( von Leeb), Mussolini dichiara guerra alla Francia( 10 giugno).
Come accolgono i tedeschi l’arrivo del nuovo commensale? A braccia aperte, naturalmente. Sentite qui.  “ Tutta la faccenda puzza di imbroglio. Ho detto chiaramente che non voglio che il mio nome sia immischiato in questa storia( Halder). “ Prima erano troppo codardi per impegnarsi, adesso hanno fretta di partecipare alla divisione delle spoglie”( Hitler).

Epilogo.

Diretti- si fa per dire-  dal nuovo comandante in capo, il generale Maxime Weigand, i francesi si battono (sull’Aisne, ma anche contro di noi) e si battono bene. A Lille, quando si arrendono , ricevono l’onore delle armi da parte dei tedeschi. Ma non possono fare miracoli. Le unità di resistenza volute da Weigand- le “ istrici”- hanno soltanto il valore dei singoli da opporre ai panzer ; manca un piano qualsiasi; dovunque regnano la confusione e il caos; il governo barcolla;  si teme un colpo di mano politico da parte delle sinistre.
L’anziano maresciallo Philippe Pétain, gloria della Grande Guerra,  nominato primo ministro, è fortemente preoccupato. Teme rivolgimenti politici e disordini sociali, cerca di correre ai ripari. Annuncia: “ Ho chiesto all’avversario, da soldato a soldato,  se sia disposto a cercare una soluzione per fare cessare le ostilità”. L’ “avversario” accetta, ma a modo suo. Hitler aveva accennato a un passo di danza quando aveva appreso del successo dell’intera operazione. Ora, ripreso il controllo di sé, si prende la propria vendetta:  esige che l’armistizio si firmi a Compiègne e sullo stesso vagone ferroviario dove fu firmato nel 1918. Quando tutto è pronto, entra in pompa magna, si siede sulla stessa sedia dove si era seduto il maresciallo francese Foch nel 1918, ascolta il preambolo  e poi, volutamente,  se ne va.
E vorrebbero andarsene anche i delegati francesi quando sentono le condizioni: occupazione di Parigi e della Francia settentrionale,  smilitarizzazione della flotta, riduzione dell’esercito a centomila uomini, nessuna restituzione di prigionieri, pagamento delle spese di occupazione. Ma Pétain è irremovibile  e ordina di firmare.
Commenterà un ufficiale tedesco: “ La battaglia di Francia è finita. É durata ventisei anni”.

Da leggere:

Azeau, Henry, La guerra dimenticata, Mondadori, 1969
Gilbert, Martin, La grande storia della seconda guerra mondiale, Mondadori, 2003
Horne, Alistair, Storia di una disfatta, Mondadori, 1970
Keegan, John, La seconda guerra mondiale: una storia militare, BUR 2003
Shepperd, Gilbert Allen, La guerra lampo in Francia, 2009
Shirer, William, Diario di Berlino, Einaudi, 1961
Shirer, William, Gli anni dell’incubo, Mondadori, 1986
Shirer, William, Storia del Terzo Reich, Einaudi

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“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.
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Gli avvenimenti in breve.

10 maggio 1940: prende il via il “ Caso Giallo”, l’invasione della Francia. All’alba 136 divisioni tedesche entrano in Belgio e in Olanda. Gruppi di paracadutisti prendono  terra dietro le linee alleate.
11 maggio: in Belgio, truppe tedesche aviotrasportate si impadroniscono con un colpo di mano del forte di Eben- Emael, la chiave dell’intero sistema difensivo belga appoggiato al canale Alberto.
13 maggio: la Settima divisione del generale Rommel attraversa la Mosa a Dinant; più a sud, le unità corazzate del generale Heinz Guderian, uscite dalle Ardenne, varcano il fiume a Sedan . La manovra di accerchiamento in direzione sud-nordovest comincia  a prendere forma.
13 maggio: la regina Guglielmina lascia l’Aja e raggiunge Rotterdam. Imbarcata su una nave da guerra inglese, vorrebbe unirsi, in Zelanda, alle forze olandesi impegnate contro i tedeschi, ma l’intensità dei bombardamenti tedeschi  la costringe a lasciare il Paese e a raggiungere Londra.
13 maggio:  il neo premier Winston Churchill, a capo di un governo di unità nazionale, dichiara in Parlamento: “ Non ho altro da offrire che sangue, dolore, sudore e lacrime”.
14 maggio: fallisce un attacco aereo britannico contro la testa di ponte tedesca di Sedan.
15 maggio: mentre il generale Student entra a Rotterdam, fallisce una controffensiva francese in direzione di Sedan. Bombardieri britannici effettuano la prima incursione notturna su obiettivi industriali nella Ruhr.
16 maggio: di fronte alla vertiginosa avanzata tedesca- ormai ben oltre la Mosa-  il comandante supremo francese, il generalissimo Gamelin, ordina alle proprie truppe di abbandonare il Belgio.
17 maggio: unità corazzate di Guderian si scontrano con carri armati francesi nei pressi di  Saint-Quentin. I francesi si battono con ardimento, tenacia e coraggio, ma, alla fine, devono ritirarsi. Per il coraggio e l’abilità dimostrate durante il combattimento a Saint-Quentin, il colonnello comandante le unità francesi viene promosso generale di brigata. Si chiama Charles De Gaulle.
18 maggio: i tedeschi si impadroniscono dell’importante porto di Anversa, in Belgio.
20-21 maggio: unità tedesche raggiungono le località di Abbeville e di Le Crotoy, tagliando fuori il Corpo di spedizione inglese dal grosso dell’esercito francese e intrappolandolo con le spalle al mare nei pressi di Dunkerque.
21 maggio: violento contrattacco inglese ad Arras: Rommel viene bloccato e subisce numerose perdite. Solo l’intervento della Luftwaffe evita guai peggiori alla futura “ Volpe del deserto”. Il generale Maxime Weigand, sostituto di Gamelin, prepara un contrattacco per rompere il cerchio tedesco attorno alle truppe intrappolate a Dunkerque: non sarà mai effettuato.
23 maggio: messo in allarme dall’episodio di Arras, intenzionato a far rifiatare i suoi, convinto dell’impossibilità di un’evacuazione via mare delle truppe alleate, forse preoccupato per un possibile contrattacco francese sul fianco meridionale del proprio schieramento, il generale von Rundstedt, comandante del Gruppo A, ordina di propria iniziativa alla Quarta armata tedesca di “ fermarsi l’indomani”. Nelle prime ore del giorno successivo, Hitler conferma l’ordine e aggiunge: sarà la Luftwaffe a saturare il perimetro.
24 maggio: ha inizio l’operazione Dynamo, l’evacuazione via mare delle truppe chiuse all’interno della sacca di Dunkerque. L’aviazione tedesca interviene in forze, ma è contenuta dalla reazione della Raf. Qualche volta i piloti di Goering sbagliano obiettivo tattico: anziché concentrarsi su Dunkerque, ad esempio, prendono di mira altri porti, in particolare quello di Ostenda.  A Calais, le truppe britanniche del generale Nicholson, già pronte per imbarcarsi, ricevono l’ordine di sospendere l’evacuazione e di resistere.
26 maggio: Hitler, resosi conto dell’errore commesso , ordina  la ripresa dell’avanzata in direzione di Dunkerque.
27 maggio: un centinaio di soldati britannici fatti prigionieri dai tedeschi vengono passati per la armi. Due di quei soldati riescono miracolosamente a salvarsi . A guerra finita la loro testimonianza sarà decisiva per la condanna  a morte per crimini di guerra del comandante dell’unità tedesca, il capitano delle SS Fritz Knochlein.
28 maggio: il re del Belgio, Leopoldo II, si arrende senza condizioni ai tedeschi. Dopo 18 giorni di eroica resistenza, i soldati belgi depongono le armi. A Londra, il governo belga in esilio, si dissocia dalla decisione del sovrano.
2 giugno: termina l’operazione Dynamo. In sette giorni, 222 mezzi della marina e 665 imbarcazioni private  hanno traghettato in Inghilterra quasi 340.000 uomini. Sulle spiagge di Dunkerque è rimasta, tuttavia, un’ingente quantità di materiale: carri armati, autocarri, fucili, cannoni e, soprattutto, munizioni.
3 giugno: inizia l’evacuazione di Narvik, in Norvegia: le truppe britanniche sono necessarie in Francia.
4 giugno: in Gran Bretagna  cresce il timore di uno sbarco tedesco. Churchill dichiara: “ Combatteremo ovunque e non ci arrenderemo mai”.
5 giugno: all’alba, precedute da intensi bombardamenti aerei e di artiglieria, le forze corazzate tedesche  attaccano lungo la linea della Somme e dell’Aisne. Sia gli inglesi rimasti in Francia( 136.000 uomini), sia i francesi si battono con valore, ma nulla possono contro lo strapotere delle unità corazzate tedesche.
6 giugno: i tedeschi sfondano le difese francesi in parecchi punti. In Norvegia re Haakon lascia il proprio Paese e si rifugia a Londra. Prima di partire annuncia la cessazione delle operazioni militari. Quando sentono l’annuncio, molti soldati e ufficiali norvegesi piangono.
8 giugno: viene ultimata l’evacuazione di Narvik.
8 giugno: il primo ministro francese Paul  Reynaud chiede a Churchill l’invio di alcune squadriglie da caccia. Churchill rifiuta: ogni aeroplano deve essere risparmiato per difendere l’Isola. Questo il ragionamento di Churchill: se la Gran Bretagna resiste, anche la Francia potrà recuperare un giorno la propria libertà, ma se la Gran Bretagna cade, sarà la fine per entrambe.
9 giugno: i tedeschi giungono in vista di Rouen. Nel porto di Le Havre vengono concentrati più di undicimila soldati britannici  e francesi per essere evacuati in Gran Bretagna. Altri vengono evacuati dal porto di Cherbourg.
10 giugno: Mussolini dichiara guerra alla Francia( e all’Inghilterra) .
11 giugno: i tedeschi occupano Reims. Il governo francese abbandona Parigi e raggiunge Tours.
12 giugno: nella località di Saint Valery-en-Caux, sulla costa della Manica, più di quarantamila soldati francesi e britannici si arrendono a Rommel. A sera il comandante in capo francese, il generale Maxime Weigand, sostituto di Gamelin, ordina al governatore militare di Parigi di dichiarare la capitale “ città aperta”, affinché le siano risparmiati i combattimenti nelle strade e fra le case.
13 giugno: su indicazione di Churchill, Reynaud chiede al presidente americano Roosevelt di impegnarsi pubblicamente a favore della Francia . Il messaggio di solidarietà del presidente americano sarà bloccato dal segretario di stato Cordell Hull e  non sarà mai reso pubblico.
14 giugno: i tedeschi del generale Hans von Kluge entrano a Parigi. Nello stesso giorno la nave trasporto britannica  Broompark parte da Bordeaux alla volta dell’Inghilterra  con a bordo due scienziati tedeschi impegnati nel programma nucleare, 26 bidoni di acqua pesante( necessaria per arricchire l’uranio) , diamanti industriali e macchine utensili.


 

[1] Appena salito al potere ( gennaio 1933) Hitler nominò il generale Werner von  Blomberg ministro della Guerra e, poco tempo dopo,  il generale Werner von Fritsch capo dell’esercito. Negli ambienti militari le nomine suscitarono reazioni opposte: Blomberg venne osteggiato fin dall’inizio, Fritsch venne  accolto con favore. Il primo era un soldato all’antica, ma troppo giovane( cinquantaquattro anni) per una carica così importante  e forse anche troppo inesperto per piacere a chi poteva vantare credenziali più solide e una maggiore anzianità di servizio; il secondo era un militare competente,  stimato e  devoto alla propria professione e all’esercito a tal punto da fare dell’una  e dell’altro lo scopo della propria vita.

Il generale Werner von Blomberg( 1878-1946). Da: Thenewsturmer

Blomberg avvertì l’ostilità di gran parte del proprio ambiente e fu  costretto ad assumere un atteggiamento ambiguo, guadagnandosi il soprannome di “ leone di gomma” e finendo per legarsi sempre più a Hitler; Fritsch continuò, invece, a porre l’esercito in cima ai propri pensieri, impegnandosi a fondo per tenerlo lontano dalla politica e per rafforzarlo.  Blomberg, nella sua qualità di ministro, controllava anche l’OKW, l’Alto Comando delle Forze Armate ( Oberkommando der Wehrmacht), vale a dire l’organismo incaricato di coordinare il lavoro politico e amministrativo dell’ Esercito, della  Marina e della neonata Luftwaffe, l’arma aerea posta sotto il comando di Goering (e, sia detto per inciso, abituata a fare casa per proprio conto);  Fritsch, in quanto comandante in capo dell’esercito, aveva voce in capitolo non solo all’interno dell’OKH, il Comando Supremo dell’Esercito (  Oberkommando des Heeres), ma anche  sullo Stato Maggiore Generale, ricostituito nel 1935 in barba al trattato di Versailles. Sia Blomberg, sia Fritsch  erano per natura e formazione uomini prudenti, desiderosi di restituire alla Germania il prestigio perduto, non del tutto ostili al nazismo, ma anche pronti ad avanzare dubbi o  a muovere critiche- il primo, raramente e  in modo velato o sfumato, il secondo, quasi sempre e  senza giri di parole-  alla politica spregiudicata di Hitler.

Quando Blomberg annunciò il matrimonio con  una dattilografa del proprio ufficio, Hitler, a differenza dei militari, accolse la notizia con favore e intervenne come  testimone di nozze dello sposo. Ai suoi occhi quel matrimonio appariva come il più bell’esempio di osmosi “ democratica” fra le classi sociali della nuova Germania. E non mancò di farlo rilevare.
Qualche tempo dopo, Hitler trovò sulla propria scrivania  un fascicolo riservato: lo aprì e rimase di sasso: Frau Blomberg in gioventù era stata una prostituta! Si sentì ridicolizzato, montò su tutte le furie, destituì Blomberg e fece cancellare il suo nome dagli annuari e dai ruoli militari. I generali rimasero indifferenti, tanto indifferenti da far sorgere il sospetto di un loro coinvolgimento nella vicenda. Ma questa volta le gelosie fra generali non c’entravano: era stato il solerte Heinrich Himmler a preparare il fascicolo, animato dalla segreta speranza di poter gradualmente sostituire i soldati della Wehrmacht con le fedeli Waffen SS. (Finita la  guerra, gli americani avanzeranno il sospetto di una manovra premeditata fin dall’inizio: secondo loro sarebbe stato lo stesso Himmler a introdurre la futura signora von Blomberg nell’ufficio di quest’ultimo per realizzare il proprio piano).

Il generale Werner von Fritsch( 1880-1939).

Dopo Blomberg toccò a Fritsch, accusato di essere  omosessuale. Si trattava, in realtà, di un caso di omonimia. Fritsch respinse le accuse, ma Himmler ( ancora lui) esibì un testimone e il capo supremo dell’esercito fu costretto a dimettersi. Questa volta i militari non stettero a guardare e tramite il loro rappresentante più prestigioso, il generale Gerd von Rundstedt,  protestarono  a muso duro. Venne nominata una commissione militare d’inchiesta; Himmler cercò, invano, di stopparla o di addomesticarla,  il testimone d’accusa ritrattò (più tardi  pagherà con la vita..) e  von Fritsch venne scagionato. Ma non poté essere reintegrato perché Hitler, al suo posto, aveva già nominato il generale Walter von Brauchitsch.  (Von Frisch tornò al proprio reggimento di cui era colonnello onorario e cadde in combattimento, nel ’39, freddato da un cecchino polacco). Per l’ambiente militare quella vicenda fu un brutto colpo, per Hitler e per Himmler un successo: il primo, tramite il fedele Keitel, controllò di fatto le Forze Armate, il secondo aumentò  il proprio potere e la propria influenza a “ corte”.
[2] La realizzazione del piano tedesco, prevista in origine per l’autunno-inverno del ’40, subirà ben tredici rinvii  a causa delle avverse condizioni atmosferiche, prima di essere sospesa sine die  a seguito della cattura dei documenti segreti trovati addosso al maggiore atterrato in Belgio.
[3] Il Piano Manstein, come abbiamo visto,  prevedeva due colpi di falce portati contemporaneamente : il primo dalle Ardenne verso nord-ovest in direzione del Belgio, dell’Olanda e della Manica; il secondo dalle Ardenne verso sud-est. In altri termini, una volta uscito dalle Ardenne, il Gruppo d’Armate A di von Rundstedt avrebbe dovuto allargarsi a ventaglio , dirigendosi, contemporaneamente, verso nord-ovest e verso sud-est.  Hitler corresse il piano di Manstein, togliendo la contemporaneità ai due colpi di falce. In altri termini, secondo Hitler, si sarebbe dovuto portare un colpo alla volta e non due nello stesso tempo: prima si sarebbe dovuta neutralizzare l’ala sinistra alleata, poi  ci si sarebbe dovuti occupare del resto. E fu, in pratica, quello che avvenne.
[4] Per la verità gli alleati  non erano del tutto disinformati. Il generale francese Georges era stato il primo a considerare l’attacco a nord una diversione e a prevedere un’irruzione  in forze al centro, attraverso le Ardenne. Il re dei belgi, Leopoldo II, aveva, da parte  sua, informato gli alleati dell’intenzione tedesca di sfruttare le Ardenne per portare il colpo principale. Dalla neutrale Svizzera, inoltre, erano giunte informazioni abbastanza precise circa la direzione e la data dell’attacco, mentre era sotto gli occhi di tutti la concentrazione di truppe e di unità corazzate intorno alla Ardenne. Le informazioni ricevute non furono prese in seria considerazione dall’alto comando alleato, perché , come aveva detto una volta il maresciallo Pétain, le Ardenne “ erano invalicabili”.

Sotto il titolo: Hitler e Pétain a Compiegne. Sullo sfondo il vagone ferroviario dove fu firmato l’armistizio.
Da anpi-lissone.over blog

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