La legna bagnata

Wellington a Waterloo

La partenza.

Napoleone Bonaparte fugge dall’Isola d’Elba e mette piede  in Francia il 1° marzo del 1815. Circa una settimana dopo, Fabrizio, figlio del marchese del Dongo, lascia il castello di Grianta per raggiungerlo a  Parigi. Non ha ancora diciassette anni, un nome e un passaporto falsi, un po’ di soldi in tasca  e, nel cuore,  una smisurata venerazione per l’imperatore .
Qualche giorno prima, aveva  confessato alla zia, la bellissima e affascinante contessa Gina Pietranera, la propria intenzione di partire. Le aveva rivelato  di aver visto un’aquila volare verso nord – poteva esserci segno più chiaro? E, benché  la primavera fosse ancora lontana,  il  castagno piantato il giorno della sua nascita aveva messo le foglie. Qualcosa o qualcuno gli stava dicendo di andarsene da Grianta, non c’erano dubbi. Qualcosa o qualcuno gli stava ordinando di raggiungere il grand’uomo tornato prepotentemente sulla scena  e di combattere per lui. Per lui  e per l’Italia.
La contessa è disorientata, turbata e, al tempo stesso,  affascinata dalla confessione di Fabrizio.  Stravede per il nipote, è colpita dalla sua bellezza, dai suoi modi, dal suo entusiasmo . Anche  lei è giovane, ma  conosce già  la vita e sa che sui campi di battaglia,  tutte quelle belle parole, tutto quell’entusiasmo  servono  a poco. Cerca, allora, di   dissuaderlo. Resta a casa, non andare, lo supplica. Pensa a tua madre, alle tue sorelle. Pensa a me. E, poi, dammi retta:  Napoleone non ce la farà, non può farcela. Ha tutti contro. Vedrai: troveranno il modo di presentargli il conto  anche questa volta.
Fiato sprecato: Fabrizio ha deciso  “ Prendi questi soldi , allora: ti serviranno. Informa  tua madre e le tue sorelle  e,  quando sarai  in Francia,  vedi di stare molto attento”, gli raccomanda  con il cuore in tumulto e consegnandogli i denari.

L’equivoco.   

Una volta in Francia, la prima   preoccupazione di Napoleone  è quella di riorganizzare l’esercito; una volta a Parigi, la  prima  preoccupazione  di Fabrizio   è  quella di incontrare  il suo idolo. Ha successo  il primo, non ce la fa il secondo. Luigi XVIII, il re “restaurato”, ha alzato i tacchi ed è riparato a Gand, in Belgio. Prima di andarsene, tuttavia, ha fatto un grazioso regalo ai propri sudditi: ha abolito la coscrizione obbligatoria. Ripristinarla sarebbe un provvedimento impopolare. Napoleone ricorre, allora,  ai  volontari o  agli arruolamenti forzati e, in breve tempo,  mette insieme  un esercito di  tutto rispetto .
Fabrizio prova ad avvicinare l’imperatore, ma l’impresa è quasi proibitiva. E così, deve accontentarsi di  osservarlo da lontano,  durante le parate militari. Deluso,  si chiede  se mai riuscirà a  manifestare  di persona  a quel grand’ uomo la propria ammirazione sconfinata,  la propria venerazione sincera,  la propria  dedizione incrollabile; amareggiato, parla troppo, spende troppo in bevute  e in bagordi con cattive compagnie.  E presto si trova a corto di soldi

L’esercito di Napoleone conta quasi duecentomila uomini. E’una forza di tutto rispetto, ma  ancora   inferiore a quanto messo in campo, contro di lui, dalle altre potenze europee. Eserciti di Austria, Russia, Prussia , Inghilterra e Olanda, si  stanno radunando  per invadere la Francia. L’esercito inglese  e quello prussiano sono dislocati alle frontiere settentrionali, in Belgio. Sono i più vicini.
Dunque  le  potenze europee  non hanno alcuna  intenzione di lasciarmi   libertà di movimento- ragiona Napoleone-   né di riconoscermi. E del resto era prevedibile. Che fare adesso?  Potrei punzecchiare  ora gli uni, ora gli altri,  prendere tempo, sperare in una cattiva tenuta  della coalizione. Oppure, al contrario,  potrei andare giù duro, bastonarne un paio  per costringere gli altri a trattare.  Non sono  tornato in Francia per perdere tempo o per logorare l’Armèe  in scontri  non decisivi, meglio rischiare:  attaccherò  gli inglesi e i prussiani.
Fabrizio,  se non può avvicinare Napoleone, può sempre raggiungere l’esercito. In fondo è venuto in Francia  per combattere.  Assume  un ex soldato in qualità di stalliere, con il denaro rimastogli compra due cavalli  e , lasciata Parigi,  si dirige  verso il punto di raccolta di   Maubeuge. Quando vi arriva, non passa inosservato. Non indossa l’uniforme , parla male il francese, si comporta in modo strano. Qualcuno si insospettisce ed ecco il nostro bel Fabrizio, privato dei suoi cavalli e rinchiuso in  prigione. Vi resterà trentatré giorni a rodersi per l’ affronto subìto. Ma come? Arrivo fin  qui per mettere tutto me stesso  al servizio dell’imperatore e vengo arrestato ? Non c’è logica in tutto questo! E giù a scrivere lettere su lettere di rimostranze  al comandante della piazza. Per sua fortuna, la  moglie del guardiano alla quale, dietro compenso, affida quelle lettere,  si guarda bene dal recapitarle, evitandogli guai peggiori.  Fabrizio, infatti,  non lo sa ancora,  ma è stato scambiato per una spia.

La vigilia. 

Motivi per andarci cauti i francesi li hanno. Sono, quelli, i giorni in cui Napoleone prepara le sue mosse per attaccare  separatamente- la sua specialità- inglesi e  prussiani. E’ bravo, abile  e fortunato: sposta una parte  del suo esercito senza farsi scoprire e senza destare sospetti e, il 16 giugno, nei dintorni di Ligny dà addosso ai prussiani di Bluecher , sconfiggendoli .
Quello stesso giorno, Fabrizio  riacquista la libertà. Indossa l’uniforme di un ussaro  morto in una delle celle  accanto alla sua. La moglie del  guardiano gli ha procurato quell’uniforme, gliel’ha adattata e, poi, gli ha aperto, dietro compenso, la porta della prigione. Compra un cavallo malandato da un contadino e si mette in cammino. Piove a dirotto, fa freddo; l’animale, già bolso di suo, arranca nel fango;  in lontananza,  si sente tuonare  il cannone .
A Ligny, infatti, non è finita.  Napoleone manda ( non immediatamente e  questo gli sarà rimproverato) il maresciallo Grouchy alle  calcagna dei prussiani in ritirata , mentre Ney preme sugli  inglesi, dalle parti dell’importante incrocio stradale  di  Quatre Bras. La battaglia è accanita. Intorno alle cinque del pomeriggio, gli inglesi cominciano a ripiegare in direzione di  Bruxelles . Non è una rotta. Gli uomini di Wellington si ritirano verso posizioni più sicure, più che mai decisi  a sbarrare la strada all’imperatore. Napoleone non sa di questa ferma intenzione dell’avversario o non se ne cura: le cose sono andate come voleva lui, ha battuto i prussiani, gli inglesi si ritirano, basta stargli alle calcagna  e  il resto verrà da sé.
Si sbaglia.  La cavalleria inglese riesce a tenere a distanza i francesi e consente così, al grosso dell’esercito di ripiegare in ordine sotto una pioggia battente  e di attestarsi intorno a una piccola cresta, Mont Saint Jean, situata sulla via di Bruxelles nei pressi di un folto bosco, quello di Soignes.  E’ una marcia sfibrante quella degli alleati in marcia, nel buio,  verso le nuove posizioni,  inzuppati dalla pioggia, senza possibilità di prendere un pasto caldo e di dormire come si deve. E altrettanto lo è  quella dei francesi. Ma almeno, loro, sono su di morale:  una battaglia l’hanno già vinta.
Fabrizio è più fortunato:  trascorre  le notti del 16 e del 17 , al riparo,  nella casupola di un contadino e, all’alba del  mattino seguente, si dirige verso Waterloo. Alle cinque del mattino, scrive  Stendhal,   sente in lontananza il rombo del cannone.

La legna bagnata.

E’ il  18 giugno, domenica. I  due eserciti- più o meno pari  di  numero, 70.000 uomini per parte- sono l’uno di fronte all’altro e i soldati, con le giubbe  e i calzini ancora bagnati, intirizziti, prendono il primo, magro,  rancio  e aspettano. Si combatterà? Nessuno lo sa  per sicuro.  Intanto l’alcol comincia a girare, da  una parte   e dall’altra.
Wellington ha  schierato  i suoi sulla difensiva, appoggiandosi a una serie di luoghi di notevole importanza tattica. Al centro le due fattorie di Hougoumont ( dotata di spesse mura , quasi  un piccolo castello) e della  Haye Sainte; a destra, il villaggio di Braine l’Alleid e, a sinistra, le fattorie di Papelotte, di Frichermont e della Haye( da non confondersi con la Haye Sainte). Ha posizionato  i  suoi reggimenti, alternando quelli esperti a quelli meno sperimentati; ha mescolato reparti  di veterani  a reparti di novellini, in modo da garantire tenuta alle proprie linee; ha dato ordine agli  artiglieri di evitare, a qualsiasi costo, in caso di combattimento, il fuoco di controbatteria,  il duello con i cannoni nemici. Ha ricevuto anche un messaggio da Bluecher: “ Non vi lasceremo soli, arriveremo”. Ma quando?  Forse Napoleone non attaccherà, i suoi soldati sono stanchi, hanno combattuto di recente. Ma se attacca?
Napoleone  è  deciso a dare battaglia. Valuta la situazione, quindi, conforme alla propria filosofia:” Cominciamo, poi si vedrà”,  muove per primo.

Waterloo: gli schieramenti iniziali e i movimenti successivi. Clicca sulla cartina per ingrandirla. Cortesia di Wikipedia.

Le battaglie ai tempi di Napoleone, assomigliavano ” a un fuoco di legna bagnata”, secondo la celebre definizione di von Clausewitz. Cominciavano con attacchi di assaggio, dapprima in un qualche settore del campo e, poi , via via, aumentavano di intensità, fino a estendersi in tutti i settori del fronte.  La  pressione, prima debole,  si faceva  poco alla volta più forte. Col passare del tempo, qualche settore  dell’uno o dell’altro schieramento cedeva o andava in difficoltà e allora la pressione maggiore veniva esercitata  laddove si erano manifestati i primi cedimenti, preludio allo sfondamento  generale. La legna, insomma,  a  un certo punto, riscaldata a dovere, cessava  di emettere fumo e prendeva fuoco.
Quando si combatte, il terreno sul quale si combatte ha la sua importanza.  Com’era il  campo di battaglia, quel giorno? Come abbiamo visto seguendo Fabrizio e gli inglesi in ritirata,  era piovuto molto nei giorni precedenti e il terreno era intriso d’acqua e fangoso. In quelle  condizioni, le palle di cannone, quelle piene,  se il tiro risultava corto, non rimbalzavano, ma si conficcavano nel fango. E questo annullava gli effetti provocati da una palla di cannone rimbalzante  su un terreno asciutto, in  grado di procurare  non pochi danni  in mezzo a  file serrate di soldati. Ma il fango limitava  anche movimenti e manovre: in quelle condizioni,  anche marciare o modificare l’ordine di battaglia  era complicato.
Nei campi circostanti, inoltre, il grano e soprattutto l’orzo erano nel pieno della maturazione. Gruppi di soldati, armati di fucili, avrebbero potuto sfruttare quei campi  per avvicinarsi, non visti, ai nemici. Andò così a Ligny, andrà così anche a Waterloo. Il centro dello schieramento di Wellington, però, si trovava in una posizione leggermente  più alta rispetto ai francesi, il che metteva questi ultimi nella scomoda   condizione di  dover  condurre un attacco in leggera salita, contro posizioni, teoricamente  più forti.

I due volti della guerra.

Sono le 11 del mattino  quando Napoleone, come prima mossa,  ordina al proprio fratello Girolamo di attaccare  Hougoumont. Nelle intenzioni dell’imperatore, quella di Girolamo si configura come una diversione: dovrebbe servire  a togliere truppe al centro dello schieramento di Wellington. Insomma, l’azione di Girolamo è il fiammifero con il quale si dà fuoco alla legna bagnata.   Tuttavia, i difensori di Hougoumont- un reggimento inglese  di guardie a piedi ( Foot Guards)-  tengono benissimo la posizione e Wellington, sparigliando le carte, non distacca alcun uomo in loro aiuto. Anzi, succede  il contrario: è Girolamo a farsi prendere dalla  fretta, a mandare  sempre più truppe verso il castello e a tenere immobilizzata un’intera divisione.  Non è più una diversione, adesso: quella di Hougoumont, è una battaglia vera e propria. A un certo punto, la situazione sembra pendere a favore degli attaccanti. Reparti francesi entrano nella fattoria, ma la reazione inglese è rapida  e terribile  al tempo stesso: tutti gli  attaccanti entrati nel castello vengono uccisi . Unico superstite,  un tamburino.
Fabrizio, in sella al suo brocco, vaga da un po’, senza punti di riferimento, sul   campo di battaglia. Ode i cannoni, individua il fumo delle batterie,  ma non vede movimenti di truppe. Incontra  una vivandiera francese di nome Margot  e a lei chiede dove si trovi il proprio reggimento, il Quarto Ussari. La donna guarda il giovane- poco più di un ragazzo- gli rivolge  qualche domanda, dà  un’occhiata al cavallo  e capisce subito di trovarsi di fronte a un soldato per modo di dire.
Quello che non capisce è che cosa ci faccia, lì, quel soldatino. Ma poi trova subito una spiegazione , immediatamente confermata da Fabrizio: quel ragazzo così bello, così affascinante  è innamorato della moglie di un capitano del Quarto e sta cercando di raggiungerla ( solo una donna di Stendhal  avrebbe potuto avere, a Waterloo,  un’idea del genere..).  Ma con quel cavallo!  Gli dà un consiglio, allora: sbarazzati alla svelta di questo animale, perché se arriverai sotto il fuoco, il tuo cavallo,  bolso com’è, ti porterà poco lontano  e finirai con l’essere ucciso. E intanto,  sempre più frequenti,  le scariche di fucileria si mescolano al rombo del cannone.

Mentre si combatte a Hougoumont, infatti, i “volteggiatori” degli opposti schieramenti iniziano a scambiarsi i primi colpi. Con il termine  “volteggiatori” ( in francese voleurs) si indicavano quei reparti di tiratori, il cui compito era quello di bersagliare le linee nemiche per tenerle continuamente sotto pressione. Erano stati i francesi a istituire per primi questi reparti di tiratori scelti, subito imitati anche dagli eserciti delle altre nazioni, vista la loro efficacia sui campi di battaglia.
Il fuoco di fucileria, dunque, coinvolge  adesso non solo  Hougoumont, ma  si estende anche  agli altri  settori del fronte. Ed è micidiale. Numerosi soldati, a piedi o a cavallo, da una parte e dall’altra  cadono sotto i colpi dei tiratori. I volteggiatori, stando ai testimoni  di quella battaglia, prendono accuratamente la mira e fanno fuoco a colpo sicuro; si  nascondono fra il grano e l’orzo dei campi, nei boschetti, fra i cespugli e ci danno dentro.
Fabrizio è eccitato, non vede ancora  truppe né cannoni, ma proprio per questo ha fretta di arrivare dove si sta combattendo. Per lui, in quel frangente, la guerra è  come l’hanno descritta i poeti:  un momento eroico e sublime, il palcoscenico dell’onore e dell’eroismo.
Poi, in mezzo al sentiero,  un soldato. Riverso per terra, senza stivali né camicia, i piedi sporchi,  un occhio sbarrato, l’altro trapassato da una pallottola entratagli dal naso. Davanti a quella visione, Fabrizio  resta impietrito dall’orrore. Lo scuote la vivandiera. “ Che cosa ti aspettavi” gli dice “ I tarallucci?”. Gli ordina di scendere da cavallo e di andare a prendere, fra le sue, una  mano di quel caduto, per vedere se  ci siano reazioni, se sia ancora vivo.  Fabrizio  esegue: scuote la mano del morto e  si  sente  forse più morto di lui. Sta per svenire. Margot  lo soccorre facendogli bere un bicchiere di acquavite. Fabrizio si rianima e monta in sella. Ma fa fatica a riprendersi. D’improvviso ha visto l’altro  volto della guerra. Un volto orribile.
Cavalca in silenzio, non ha voglia di parlare.

E’ il momento di aumentare la pressione per  vedere se  e dove la legna comincerà ad ardere. Napoleone allestisce una “grande batteria ”  di ottanta cannoni ( ne aveva duecentocinquanta, quel giorno sul campo) e fa aprire il fuoco contro le posizioni del centro inglese. Il bombardamento dura circa mezz’ora; subito dopo, poco prima delle due del pomeriggio, le fanterie del generale d’Erlon muovono all’attacco.
Fabrizio e  Margot avvertono, fragoroso  e terribile , il rombo del cannone aumentare di intensità. Non c’è più intervallo fra i colpi, adesso: nell’aria soltanto un unico,  continuo  rumore, come quello di un torrente impetuoso in lontananza. E mescolati a quel frastuono, gli schiocchi ininterrotti dei moschetti. Arrivano alcuni cavalleggeri francesi. Margot  li ferma, tratta e, in breve, per un prezzo ragionevole, Fabrizio si trova padrone di un discreto cavallo. Abituato, a differenza dell’altro, al fumo e al rumore della  battaglia.
Sotto l’urto della fanterie di d’Erlon, Papelotte cade quasi subito. I francesi avanzano e si impadroniscono di una cava  di sabbia dalla quale erano stati bersagliati,  per tutta la mattinata, dai colpi dei volteggiatori  inglesi;  superano, sullo slancio,  la Haye Sainte, ma non la prendono. Se registrano i primi sbandamenti nelle file inglesi: un reggimento di fanti  tedeschi abbandona le posizioni, costringendo Wellington a correre ai ripari. Che sia la volta buona per Napoleone? Che sia questo il luogo dove la legna prenderà fuoco? Sembrerebbe di sì. Ma , dopo i successi iniziali, le fanterie  di d’Erlon subiscono una  violenta carica  da parte  della cavalleria pesante  inglese e sono costrette a ripiegare.
Riassumendo:  il “ castello” di Hougoumont  è sempre in mano inglese e intorno ad esso si continua a combattere; la Haye Sainte non è stata conquistata; d’Erlon ha fallito nell’intento di forzare il centro nemico e …Grouchy continua a star dietro ai prussiani, cercando di impegnarli,  invece di precipitarsi  verso il  campo di battaglia, in direzione del quale  il vecchio, inossidabile,  Bluecher ha mandato i reparti di  Bulow e Pirsch.  La legna brucia ancora lentamente, troppo lentamente: Wellington è più che mai ancorato alle proprie posizioni  e, in più, i prussiani si stanno avvicinando. Un gran brutto affare, per Napoleone.
E per il maresciallo Ney,  il principe  della Moscova, il prode fra i prodi,  comandante sul  campo delle truppe dell’imperatore. Fabrizio, ora,  è insieme a  lui. Ha spronato  il cavallo quando ha visto   passare quattro alti ufficiali scortati da un drappello di ussari.  Ha lasciato  Margot e si è unito a loro. Non ha mai visto Ney prima di allora,  quindi non può riconoscerlo. Vede però uno di quegli  ufficiali, un uomo  biondo e dalla faccia larga, strapazzare un  generale, lo sente bestemmiare, dopo aver guardato verso le linee nemiche   con il  cannocchiale. Capisce, allora,  di essere in compagnia di un personaggio importante. E, presto, ne ha la conferma: un ussaro della scorta, quasi meravigliato della domanda rivoltagli da Fabrizio, desideroso di sapere chi sia quell’ ufficiale dai modi  così decisi e sbrigativi, pronuncia il nome di Ney. A Fabrizio non sembra vero di trovarsi in compagnia di un simile personaggio, ma non può godersi quel momento: il rumore è assordante, il fumo è acre e spesso;  sul terreno, alcuni soldati feriti, tutti in giubba rossa,  chiedono aiuto. Sono nemici, ma, mentre i suoi compagni – generali e maresciallo compresi- tirano dritto e  non usano cautele,  Fabrizio  trattiene  il  cavallo e cerca di non calpestare quegli uomini.
Il cannone continua a fare il proprio, terribile,  lavoro. Intorno a Fabrizio, al maresciallo Ney e alla sua scorta, volano in aria,  sempre più frequentemente, zolle di terra fangosa e umida. E a questo punto, Fabrizio capisce di trovarsi sotto il fuoco nemico, si  volta  per scorgere da dove provengano le cannonate, ma, a causa del fumo, non riesce a distinguere niente. Si rivolge a un sergente della scorta, ammette di essere un novellino, di non essere mai stato in battaglia e, come per avere una conferma gli chiede se davvero quella sia una battaglia.
Certo che lo è. E non glielo confermano solo  il rumore e il fumo, le grida e gli ordini, i colpi e le parole del sergente: davanti agli occhi di Fabrizio  c’è un cavallo con l’addome squarciato, gli intestini penzoloni. E’ ancora vivo: nitrisce di  terrore e di dolore, cerca di rialzarsi, vuole raggiungere gli altri. Più in là, ecco un gruppo di chirurghi: stanno amputando una gamba  a un giovanissimo corazziere. Ancora l’altro volto della guerra, le sofferenze inenarrabili di uomini e di animali. Può resistere Fabrizio? Può, ma solo con l’aiuto di quattro robusti bicchieri di acquavite.
Ney si allontana, in direzione degli squadroni di cavalleria; Fabrizio si sente stanco morto e intontito. Poi, all’improvviso,  di bocca in bocca, si  alza un grido: Viva l’imperatore! Napoleone è lì, a due passi da lui, il pastrano grigio  senza gradi,  attorniato dai corazzieri della scorta. Neanche a Parigi era riuscito ad arrivargli così vicino. L’acquavite gli ha dato alla testa, la sua vista è annebbiata, le lunghe criniere pendenti dagli elmi dei corazzieri   fanno il resto e così il nostro eroe, a un passo dal proprio idolo, non riesce a vederlo né a seguirlo.  Quando torna in sé Napoleone è lontano.

Al centro dello schieramento inglese, un po’ più a destra del settore attaccato poco prima da d’Erlon  si notano movimenti di soldati. E’ un riposizionamento seguente all’attacco francese, ma al maresciallo Ney  non sembra tale. A lui sembra un evidente e inequivocabile segno di cedimento. Ordina, allora, alla cavalleria di attaccare. Dragoni, lancieri, ussari, corazzieri, inquadrati nei rispettivi reggimenti, risalgono  di slancio la breve china dietro la quale sono attestati gli inglesi, per trovarsi davanti , improvvisamente, la fanteria nemica disposta a quadrato.
Era questo il modo con il quale, all’epoca,  venivano affrontate  le cariche di cavalleria. I soldati dei quadrati, disposti su varie file, accoglievano con scariche di fucileria i cavalieri nemici, presentando le baionette a chi eventualmente fosse riuscito a passare indenne attraverso le pallottole e si fosse avvicinato troppo approfittando, magari,  del momento in cui le armi  venivano ricaricate . Il fucile a canna liscia in dotazione ai soldati di allora non era molto preciso, ma  più la distanza diminuiva ,  più la  probabilità che il  colpo andasse a segno aumentava.
I testimoni ricordano il suono delle pallottole sulle corazze dei dragoni francesi,  simile a  quello prodotto da una grandinata su lastre di vetro; ricordano le  cariche  portate contro i  più di venti  quadrati inglesi  sistemati a scacchiera sul campo, gli atti di coraggio da una parte e dall’altra, ma anche l’impossibilità da parte dei  francesi  di sfondare. Nonostante Napoleone, a un certo punto, rinforzi  l’attacco del suo maresciallo con due divisioni di corazzieri.
La mossa  da parte dell’imperatore di rinforzare l’attacco di Ney ha una spiegazione e questa spiegazione si chiama  Bulow e Pirsch. I prussiani, infatti, si stanno avvicinando al campo di battaglia, sono terribilmente vicini e minacciano di prendere i francesi  sul fianco destro. Grouchy ha fatto finalmente retromarcia, ma è ancora lontano, troppo lontano. Bisogna assolutamente sfondare lo schieramento di Wellington prima che sia troppo tardi.

Padri e figli.

Sono le  sei  del pomeriggio, minuto più minuto meno. I francesi hanno subìto un altro scacco, sono sotto pressione,  ma non si danno per vinti.  Ney ci riprova ancora, questa volta con la fanteria. E, inizialmente, ha successo. Una delle posizioni chiave di Wellington, La Haye Sainte, cade. I reggimenti in essa attestati, trovandosi a corto di munizioni, devono abbandonarla. Wellington è in grave pericolo: quello portato dai francesi potrebbe davvero essere il colpo del KO. Qualcuno lo  sente esclamare: “ Dio onnipotente, dammi la notte o mandami Bluecher!”. Il “duca  di ferro”, però, dispone ancora di riserve: le impiega  con tempestività e  Ney deve fermarsi. Se Napoleone avesse fatto altrettanto, probabilmente  l’attacco francese avrebbe avuto successo. Ma non può farlo. Non ha più riserve perché ormai tutto il fronte ha preso fuoco. A est, infatti,  improvvisi e minacciosi, sono comparsi i prussiani.
E’ quasi sera. Il cannone tace da un pezzo e  c’è meno rumore sul campo di battaglia . Gli  ussari e Fabrizio  hanno cambiato padrone. Non scortano più Ney, ma un altro generale. Alto, magro, lo sguardo deciso, quell’ufficiale vanta  un titolo nobiliare: è conte, ma  anni prima, nel 1796, quando l’esercito di Napoleone aveva passato il ponte di Lodi ed era entrato in Milano, era un semplice tenente e  si chiamava Robert.  Durante l’occupazione  aveva frequentato i del Dongo e, nonostante  le sue scarpe scalcagnate,  rattoppate alla meglio, con i rattoppi nascosti  sotto una montagna di lucido, aveva  avuto successo. La madre di Fabrizio, la contessa del Dongo aveva avuto una relazione con lui e da quella relazione era nato Fabrizio. Da allora e ben prima  della nascita di Fabrizio, la contessa e il bel tenente non si erano più visti.  Robert,  dunque, non può riconoscere Fabrizio e Fabrizio – all’oscuro di tutto, ovviamente- non può riconoscere  in Robert il proprio padre.
A un certo punto, il generale, alcuni uomini della scorta e i loro cavalli vengono fatti segno del fuoco nemico. Cadono uomini e animali. L’ alto ufficiale, insanguinato e furibondo, si rialza. Ha bisogno di un cavallo. Uno  degli ussari, allora,  toglie di peso Fabrizio – rimasto incolume-  di sella,  lo getta  a terra e fa salire il generale.
La reazione del nostro eroe  è  furiosa  e comica insieme: si mette a gridare “ Al ladro!”, mentre  chi gli ha  tolto il cavallo si allontana e tutt’intorno infuriano i combattimenti.

Sul campo di battaglia, il  momento  è difficile, delicato e decisivo.  Napoleone, allora, cala l’asso: la Guardia Imperiale, fino ad allora tenuta fuori dalla mischia, avanza al rullo dei tamburi verso le posizioni inglesi. E’ l’ultima carta in mano all’imperatore. Il fuoco dei reparti di Wellington, però,   è micidiale e i veterani della Guardia, alti da far paura, resi ancora più alti dai  loro colbacchi di pelo d’orso,  non reggono e, dopo un breve scontro,  fra la sorpresa  generale, ripiegano. “ La Guarde rincule!”, è il grido  dei soldati francesi
A questo punto, Wellington abbandona ogni atteggiamento difensivo, fa uscire i propri  uomini dalle posizioni  fino ad allora occupate  e li lancia all’inseguimento del nemico. Nel settore orientale del fronte, quello dove si trovano i prussiani,  si combatte ancora, ma ormai la battaglia di Waterloo è finita. Napoleone è stato sconfitto.
Fabrizio, raccolto dall’amorevole Margot sul suo carro da vivandiera, crolla di colpo e si addormenta.

Questa sommaria descrizione, riassume le cinque fasi nelle quali si è soliti suddividere la battaglia di Waterloo: l’attacco a Hougoumont, l’avanzata di d’Erlon, la carica della cavalleria francese contro i quadrati inglesi, il tentativo,  parzialmente riuscito, di Ney di sfondare al centro, l’intervento e la ritirata  della Guardia Imperiale. Ma pochi, quel giorno, ebbero, sul campo,  l’esatta percezione dello svolgersi, in quest’ordine, degli avvenimenti. Fabrizio del Dongo, addirittura,  si chiede: “ Ma ho davvero partecipato a una battaglia?” Il duca di Wellington non fu da meno. Quando gli  fu chiesto che cosa ricordasse  della battaglia, rispose  di ricordarsi soltanto di essersi tolto e rimesso almeno una cinquantina di volte il proprio mantello. Nient’altro.
Eppure ,  il duca  fu lì, valutò, impartì ordini. Immobile sotto un albero o spostandosi  a cavallo fra una linea  e l’altra, si espose al fuoco per accorrere dove la situazione lo richiedeva. Fu  insieme alle proprie fanterie nei momenti critici degli attacchi di d’Erlon e di  Ney; fu visto al centro di un quadrato, quando i corazzieri francesi si lanciarono all’attacco mulinando le loro sciabole; fu scorto in decine di altri posti. E tuttavia, quando dice di ricordarsi soltanto di un gesto futile, quale fu quello di togliersi e rimettersi il mantello, dice anche una parte di verità.  Non vide l’intera battaglia, la battaglia nel suo insieme, vide solo parti di essa . Come quasi tutti, del resto.
Fabrizio, ad esempio, non incontra quasi mai  battaglioni  o reggimenti. Un’unica volta  scorge  soltanto, in lontananza, file di uomini in movimento. Ma, se gli fosse stato chiesto, non avrebbe saputo rispondere, data la distanza,  se fossero stati amici o nemici. Sente i cannone tuonare, ma non sa individuare da dove provengano i colpi: distingue soltanto gli effetti ( la terra scagliata in aria  , i cespugli  in frantumi) non l’origine.  Scrive Stendhal : “ Fabrizio ..insomma, non ci capiva niente” . Ma non perché fosse inesperto, semplicemente perché quel giorno, capirci qualcosa, per un soldato,  era impossibile.
A Waterloo , infatti,   “ vedere”  fu molto difficile . Quando gli scambi a fuoco si infittirono, scese sul campo un fumo spesso e denso, acre e nerastro, attraverso il quale le figure assumevano contorni dilatati, quasi irreali. A molti, i granatieri della Guardia di Napoleone sembrarono, nel fumo, giganti smisurati; il  più delle volte  non si riusciva a capire  se chi avevi al fianco fosse amico o nemico; i reparti andavano all’attacco senza  rendersi conto di  ciò che accadeva nelle loro immediate vicinanze. Insomma, la battaglia fu vissuta da chi vi partecipò, come una sorta di avvenimento  circoscritto al proprio settore o limitato  alle azioni intraprese dal proprio reggimento o dalla propria brigata. Che idea si sarà fatto della battaglia  quel  reggimento inglese non impiegato  subito in combattimento, ma tenuto immobile per ore in una posizione esposta al fuoco dell’artiglieria e dei voleurs  francesi ? Che cosa avranno  mai potuto vedere  quei soldati se non le zolle  scagliate in alto dalle palle di cannone, i commilitoni cadere  o i rami degli alberi fracassati dai proiettili?  Che cosa avranno mai potuto vedere, al di là del proprio quadrato, i soldati inglesi alle prese con i cavalleggeri  di Kellermann ? E che  cosa avrà mai  potuto sapere di Hougumont chi combatteva intorno a Papelotte o alla cava di sabbia?
Poi c’era il rumore. Un rumore assordante, pur nella sua varietà di toni. Ora, a prevalere,  erano le scariche di fucileria, ora era il rombo del cannone, ora  i nitriti dei cavalli feriti o moribondi, ora le urla degli uomini colpiti, ora  l’infrangersi delle pallottole sulle corazze, ora gli ordini impartiti in  diverse lingue, ora i passi di carica ritmati dai tamburi.  Un rumore costante- a volte  un ronzio insopportabile, composto da  tutti i suoni , terribili, della  battaglia, altre  volte  un tuono continuo-  avvolse  per l’intera giornata il campo di  Waterloo, alterando, nei combattenti,  la percezione  degli avvenimenti. Molti dei soldati di Wellington, a differenza di quelli di Napoleone, non erano mai stati sotto il fuoco, non avevano mai visto una battaglia. Ed ora erano lì, nella battaglia per antonomasia, provati dalle lunghe marce precedenti, indeboliti dalla fame, assordati dal rumore, sbigottiti di fronte ai cavalli  con il ventre squarciato e le viscere pendenti eppure ancora vivi, pietrificati quando un  loro compagno  cadeva o, peggio, veniva ferito  gravemente. Che cosa avranno mai potuto ricordare se non i singoli avvenimenti, i singoli episodi, le sfortune frequenti e le più infrequenti fortune? La linea davanti a loro, il commilitone di fianco, il combattimento o il ripiegamento: solo questo potevano vedere e solo questo videro.

Da leggere:

Barbero, Alessandro, La battaglia: storia di Waterloo, Laterza, 2003
Cau, Paolo, I cento giorni: dall’Elba a Waterloo, Giunti, 2001
Chandler, David , I cento giorni, BUR, 1999
Chandler, David, Le campagne di Napoleone, BUR, 2006
Howarth, David, Waterloo: per il rotto della cuffia, Club Editori, 1976
Keegan, John, Il volto della battaglia, Il Saggiatore, 2001
Roberts, Andrew, 18 giugno 1815: Waterloo, Corbaccio, 2009
Smith, Frederick E:, Il romanzo di una battaglia, Mursia, 1970
Stendhal, La certosa di Parma, Garzanti, 2007
Zorloni, Paolo, La battaglia di Waterloo, 1990

Da vedere:

Waterloo, di Sergej Bondarciuk, 1970
La Certosa di Parma, di Mauro Bolognini, 1982
Il film La Certosa di Parma di Christian-Jacque(1947) non si trova quasi più

In questo sito:

Il piano degli Sciti ( Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima
I russi evitano il combattimento e si ritirano: lo fanno apposta?

Parte Seconda
Napoleone abbandona Mosca e Kutusov lo lascia fare.

La spianata della zarina.
Austerlitz 1805: Napoleone fra “lezioni di geografia”, inganni, tranelli  e gioco sporco.
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Zona Cesarini.
Marengo: una battaglia già persa vinta all’ultimo minuto.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Sotto il titolo: Wellington a Waterloo, dipinto di  Robert Alexander Hillingford(1828-1904)

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