“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”

Fonte: BBC

Fonte: BBC


Prologo.                                                        

Prussia orientale, una bella giornata di  primavera. Due cavalieri in uniforme attraversano la campagna, spingendo, di tanto in tanto, i cavalli al galoppo. I raggi del sole al tramonto descrivono giochi di luce sulle acque limpide  e chiare  di un ruscello; i colori sfavillano, gli usignoli cantano. Il più giovane dei due- un capitano- affascinato da quello spettacolo, indica il ruscello al proprio superiore.
“Lo vedo, capitano” è la risposta “ Un ostacolo trascurabile per le fanterie”.
Il conte Alfred von Schlieffen, capo di stato maggiore imperiale, non ha tempo per la poesia: da un pezzo i suoi pensieri, tutti i suoi pensieri, sono altrove.

In balìa di  una “ sciocchezza”.

Il Novecento si apre  con un inno al progresso- economico, scientifico, sociale- visto come antidoto potente contro la malattia della guerra. La guerra dunque, non ci sarà, si scrive e si ribadisce su giornali e riviste, si dice e si ripete in convegni e congressi. Di più: la guerra in Europa è impossibile. Troppo cara, troppo costosa- in termini umani e materiali, soldi compresi- per chiunque, vincitore o vinto. E allora perché il Kaiser si arma a rotta di collo e la Francia la mena con la révanche? Perché la Russia cavalca la tigre del panslavismo e i Balcani sono in fermento? Perché la Gran Bretagna, formalmente alla finestra, freme a ogni  esibizione di forza di Guglielmo II? Perché si stringono alleanze (  Triplice Intesa e Triplice Alleanza) le une contro le altre armate?
Impossibile la guerra? Inutile farsi illusioni: la guerra ci sarà. Di più: sarà tedesca e necessaria. E non solo per abbassare la cresta al galletto francese. É in gioco il futuro della Germania, ne va della sua stessa sopravvivenza. Il Reich ha bisogno di espandersi, di uscire da confini troppo angusti , di imporsi sulle altre nazioni in virtù della propria storia, della propria cultura, della propria forza. Adolf Hitler? No, Friedrich von Bernhardi, ufficiale e gentiluomo, buon soldato, studioso stimato, autore di un libro – Deutschland und der naechste Krieg , La Germania e la prossima guerra- piombato , nel 1912, come un sasso nello stagno tedesco già agitato di suo.
Progresso o non progresso, l’Europa è una polveriera, questa è la verità. E da qualche parte è già stato fabbricato il fiammifero che le darà  fuoco. In tempi non sospetti, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck aveva profetizzato: “ La prossima guerra scoppierà per una qualche maledetta sciocchezza nei Balcani.”

L’ala destra, non indebolite l’ala destra….

Possibile o necessaria, “ sciocchezza” nei Balcani o ineluttabile destino, semmai guerra sarà, meglio mettere le mani avanti. I tedeschi cominciano per primi. Von Clausewitz detta il dogma della vittoria decisiva, Annibale Barca quello dell’accerchiamento, il conte Alfred von Schlieffen- colui che vedeva nei ruscelli solo trascurabili ostacoli per le fanterie- se ne appropria  e li traduce in pratica.
Il suo ragionamento è questo: ne abbiamo contro due: la Francia e la Russia. Farle fuori entrambe contemporaneamente non è possibile. E allora una la facciamo fuori subito, l’altra in un secondo momento. Già, ma quale delle due far fuori per prima? La Russia? Certo, la Russia è più debole della Francia, ci mette un secolo a mobilitare le proprie forze armate, ma i suoi spazi sono sempre immensi, il suo esercito, una volta mobilitato, è un rullo compressore formato da milioni di uomini. Se i russi si ritirano senza impegnarsi come fecero con Napoleone nel 1812 e noi  andiamo loro dietro, sono guai grossi: la Francia ci attacca a occidente e noi finiamo nella tagliola della guerra su due fronti.
Resta la Francia. Bell’esercito, economia solida, equipaggiamento di tutto rispetto, morale alto, voglia di rivincita. Un osso duro. Più duro della Russia. Ma se le diamo addosso e  in un tempo ragionevole- diciamo sei settimane- la sconfiggiamo, carichiamo le truppe sui treni e le mandiamo a oriente a fronteggiare  quei bradipi dei russi ancora alle prese con la mobilitazione.
Come fare? Semplice. Allestiamo una formidabile ala marciante , la mandiamo attraverso il Belgio e l’Olanda in direzione  sud, entriamo in Francia, convergiamo a est e ci portiamo alle spalle di Parigi. A questo punto i francesi richiamano le proprie truppe a difesa della capitale, noi facciamo ruotare l’ala destra e li insacchiamo.


Il Belgio è neutrale e invadendolo potremmo suscitare le ire della Gran Bretagna? Lo so, ma il rischio va corso. Non credo in un intervento serio dei britannici, ma se anche si impegnassero, sapremmo coglierli sul tempo. Il Belgio resisterà? Penso di no. Magari opporrà una resistenza formale, così, tanto per salvare l’onore, ma niente di più. Il problema è politico, non militare. E allora, se il problema è politico, che  lo risolvano i politici.
E se i russi ci attaccano prima del previsto mi chiedete?Guardate: non accadrà, ma se accadesse, ci sto anche a perdere un po’ di territorio a oriente, tanto, una volta finita con la Francia, sarà una specie di formalità riprenderlo. Una cosa deve essere chiara: la Francia sarà nostra se il piano resta così com’è. Non si sognino le armate dislocate alle frontiere di buttarsi in avanti: restino dove sono, anzi, come il centro di Annibale a Canne, se retrocedono un po’ è meglio, così risucchiano i francesi e ne favoriscono l’accerchiamento.
Fin qui il conte. Messo a punto  il piano, si muovono i politici( il Kaiser cerca di ammorbidire Leopoldo del Belgio, con le minacce e con la corruzione senza, per altro, cavare un ragno dal buco) e si agitano i militari. Qualcuno è a favore, qualcun altro è contro. A molti non va giù l’impiego massiccio di riservisti, previsto dal conte. Sui riservisti, è l’opinione prevalente degli altezzosi Junkers, non si può contare. Altri liquida il lavoro di Schlieffen come pura esercitazione accademica, roba da studiosi, insomma, senza alcun collegamento con la realtà. Ma Guglielmo II ci crede e non vede l’ora di gustarsi “Parigi a pranzo e San Pietroburgo a cena”.( Paris for lunch, dinner in St Pitersburg).
Von Schlieffen lascia questo mondo nel ’13 raccomandando la propria anima a Dio e l’integrità dell’ala marciante al proprio successore. Che nonostante il cognome prestigioso( von Moltke), cavalca male, dipinge quadri e suona pure il violoncello. E magari  sa cogliere anche la poesia dei ruscelli inondati dalla luce del tramonto. Benché si chiami Johann- Giovanni-  per il Kaiser, chissà perché,  è “ Giulio il triste”;  per la storia sarà von Moltke il Giovane, per distinguerlo dal suo augusto zio, il Vecchio von Moltke, il vincitore di Sédan. Ma per molti è e sarà von Moltke il Piccolo, un nano di fronte al Grande zio.
Il Giovane von Moltke- nominato capo di stato maggiore nel 1906- o è una pasta d’uomo o è un militare prudente. Cede alle richieste di comandanti altolocati( non ultimo il principe ereditario ) o vuole sistemare meglio le pedine sullo scacchiere? Sia come sia, nel 1911 tanto il fronte orientale, quanto quello dell’Alsazia e della Lorena vengono rinforzati con contingenti tolti all’ala marciante. Che, ridotta di numero, non può più invadere l’Olanda. Proprio una bella pensata: prima ancora di essere messo alla prova, il piano Schlieffen comincia  a perdere  pezzi. E le ferrovie olandesi, soprattutto, essenziali per trasportare truppe, viveri e materiali.

Galletti, orsi e colombe.

Ai  francesi sta ancora sul gozzo l’umiliazione di Sédan; vivono – anche se non lo danno troppo a vedere( “Sédan? Pensarci sempre, parlarne mai“)- per la rivincita e si attrezzano di conseguenza. Anche loro hanno un piano, contrassegnato da un numero, il XVII,  da sempre sfigatissimo. Ma non ci badano. Niente difensivismi, tutti all’attacco è la loro filosofia. E non cambiano idea neppure quando- nel 1904- vengono in possesso di una delle prime versioni del piano Schlieffen. I tedeschi hanno una fortissima ala marciante? E chi se ne frega. Vedrete come la richiameranno alla svelta, quando attaccheremo in Alsazia e in Lorena! Il futuro capo di stato maggiore, il generale Noel de Castelneau, va oltre: “ Se arrivano fino a Lille, tanto di guadagnato per noi”, si lascia sfuggire neanche tanto a mezza voce. E magari si frega pure  le mani.
Negli ambienti militari e sui giornali francesi è tutto un celebrare l’offensiva  a oltranza, un parlare di “ un’idea armata di spada”, un dipingere l’avanzata verso il Reno – se e quando ci sarà-  come una semplice passeggiata.  I prudenti – o semplicemente i più saggi- ci lasciano le penne. Salta il generale Victor Michel,  difensivista  con più di una ragione dalla sua; salgono le quotazioni del colonnello Grandmaison, offensivista al quadrato e  del generale Ferdinand Foch, offensivista al cubo.[1]
Per la verità, uno buono e con la testa sulle spalle i francesi ce l’hanno. Si chiama Simon Gallieni. Ma è un uomo d’onore e non accetta il comando: ho votato contro Michel, dice, mi sembrerebbe indelicato prenderne il posto. Una mosca bianca, a ben vedere. E così, su indicazione dello stesso Gallieni, al vertice viene chiamato un generale del Genio dal nome altisonante: Joseph -Jacques -Césaire Joffre.  Il neocomandante è grande e grosso, ama la buona tavola e i buoni vini, alle dieci di sera va  a letto cascasse il mondo. Ma ha esperienza, non perde la calma, sa ragionare anche quando è sotto pressione. Basterà?

Gli orsi russi sono conciati male. Le hanno buscate dai giapponesi a Tsushima( 1905) e hanno ancora il morale sotto i tacchi. Per via di quella batosta, in Europa molti ridono di loro. A corte comandano la zarina e Rasputin; il granduca Nicola ci sa fare, ma è osteggiato dalla cognata; il principe Suchòmlinov, ministro della guerra, naviga bene fra gli intrighi e gli intrallazzi di corte, ma è fermo all’età della pietra (cioè della baionetta) in quanto a idee. Ed è pure un assenteista cronico. E allora giù a malignare: per forza: deve risparmiare le forze per la sua nuova moglie più giovane di lui di trent’anni. Insomma, il solito, raccomandabile, ambientino.
Resta l’esercito, il “rullo compressore”: milioni di uomini, male armati e male equipaggiati fin che si vuole, ma pur sempre milioni. E restano anche i problemi. La mobilitazione è lenta e farraginosa, l’addestramento approssimativo. Ma i russi non ci stanno a passare per fessi. Anche noi ci sappiamo fare, che cosa credete? E così, in un sussulto di orgoglio, si impegnano a entrare in linea contro la Germania dopo soli quindici giorni( M+15) dall’inizio di un eventuale conflitto con la Francia. Due armate ( la Prima e la Seconda), partendo rispettivamente da sud e da nord dei Laghi Masuri,  impegneranno i tedeschi, supereranno la Vistola e punteranno su Berlino.
Facile sulla carta, in pratica un po’ meno: i tedeschi sanno tutto da tempo e hanno predisposto le contromisure. Ci ha pensato  un brillante ufficiale di stato maggiore, il colonnello Max  Hofmann.

Il Belgio è neutrale e praticamente disarmato. Servono le armi quando tutti sono lì a giurare  e a spergiurare che mai  e poi mai metteranno piede in territorio belga? Il giovane re Alberto, succeduto a Leopoldo,  però, non si fida di tutte quelle smancerie. E avverte: chiunque metta piede in Belgio senza l’autorizzazione mia e del governo è un invasore. Chiunque, ripeto: anche i francesi e gli inglesi, non solo i tedeschi. E tanto per stare sul sicuro, affida al capitano ( poi generale)  Emile Galet , conosciuto in Accademia, la riorganizzazione delle  forze armate. Sei divisioni- tanto riesce a mettere insieme Galet- sono davvero poche. Eppure, quando verrà il momento, la colomba belga  sfodererà artigli da aquila. Guadagnandosi l’ammirazione del mondo intero.

“La grande Canne”

E il momento, purtroppo, non tarda ad arrivare.  Il  4 agosto, la poderosa ala marciante ideata da von Schlieffen e messa in campo dal Giovane Moltke, entra in Belgio. Ci sono settecentomila soldati a marciare: i sassoni di von Hausen(  Terza armata), gli svevi di von Bulow (  Seconda armata)  e più a destra di tutti, a un passo dal Canale della Manica, i fanti  di von Kluck(  Prima armata, la punta di lancia). Al centro dello schieramento, pronte  a parare un eventuale colpo dei francesi dalle parti dell’Alsazia e della Lorena, altre due armate (  la Quarta e la Quinta); la Sesta e la Settima infine, sono schierate nel settore meridionale del fronte.
Il Belgio ha poco da opporre se non il valore dei propri soldati e il coraggio del proprio re, deciso a battersi nonostante non ignori le conseguenze per il Paese. Liegi resiste fin che può prima di essere sbriciolata dai cannoni d’assedio di Ludendorff; Lovanio è data alle fiamme; Namur cade quasi di schianto; l’esercito si ritira in direzione di  Anversa. L’opinione pubblica internazionale è inorridita: non solo è stato invaso un Paese neutrale, ma sempre più spesso si parla di esecuzioni sommarie, di orrori e di crudeltà di ogni genere, di mani tagliate ai bambini.  Von Kluck ha fretta, una fretta dannata. Figurarsi se bada a tutte quelle voci. Ma non può ignorare la resistenza belga: lascia dietro di sé una divisione  e un paio di brigate per garantire l’ordine  e prosegue.
E i francesi? Come da copione, trascurano l’ala marciante ( “ manovra diversiva”, la definiscono) e vanno all’attacco in Lorena. Il generale Charles Lanrezac, a capo della Quinta armata schierata proprio in faccia a von Bulow , è il primo a capire: dite che i tedeschi non possono invadere il Belgio, perché temono la reazione internazionale?  E allora chi sono quelli che stanno arrivando da queste parti, ondata dopo ondata? Manovra diversiva? Mah!  Visto quanti sono, qualche dubbio l’avrei. Niente panico, gli rispondono dal quartier generale: la manovra dell’ala destra nemica è destinata ad esaurirsi non appena passeremo al contrattacco.
Per colpire i francesi colpiscono. O, meglio, cercano di farlo. Già perché andati all’attacco ( anzi all’offensiva, come propugnano i loro manuali) in Lorena, le buscano di santa ragione. La loro batosta passa alla storia come “battaglia delle frontiere”( 20-23 agosto), lascia sul campo le certezze del piano XVII e spegne il sacro fuoco dell’offensiva a oltranza. In quell’occasione, i pantaloni rossi dei soldati francesi in cui si identificava secondo un’affermazione famosa, l’intera Nazione( Le pantalon rouge c’èst la France), sono un invito al tiro a segno da parte dei mitraglieri nemici.
I tedeschi sono su di giri e vogliono battere il ferro finché è caldo. Per la verità, i fanti di von Kluck in  movimento da quindici e più giorni coi piedi piagati e gli zaini affardellati, si fermerebbero volentieri. Ma i comandanti vittoriosi alle frontiere, loro proprio non vogliono saperne di fermarsi. Diamogli addosso, strepitano; la vittoria è a un passo, approfittiamone. Se ci fosse stato von Schlieffen li avrebbe fulminati: non ci si muove finché l’ala destra non ha finito il lavoro. Ma il Giovane Moltke è di manica larga e li lascia fare. Piantando un altro chiodo sulla bara del “piano perfetto”.
A oriente c’è aria di tempesta. Contro ogni previsione, i russi hanno messo in linea le due armate promesse e si avvicinano minacciosi alla Prussia orientale. Il comandante tedesco, il generale Maximilian  von Prittwitz va in panico: se non ricevo rinforzi, telegrafa, dovrò ritirarmi oltre la Vistola. Moltke  vede già i cavalli dei cosacchi abbeverarsi a Berlino e rabbrividisce. Toglie allora due corpi d’armata all’ala marciante e li spedisce  a oriente. Insieme a un nuovo comandante, il barone Paul von Hindenburg, richiamato in fretta e furia dalla pensione e a un nuovo capo di stato maggiore, il terribile Erich Ludendorff, il conquistatore di Liegi. Quando i due si incontrano in una stazioncina a mezza strada dal fronte, Hindenburg indossa ancora l’uniforme blu dell’esercito prussiano. I due generali otterranno la vittoria e, più tardi, il potere; quei due corpi d’armata sottratti all’ala marciante, invece, affosseranno definitivamente il piano Schlieffen.

L’ala marciante, adesso, è a un passo dalla Francia.  Per Lanrezac e per i britannici di sir John French entrati in linea da poco è notte fonda. A  Charleroi i francesi, pur battendosi con valore, non reggono; a Mons i britannici stanno per essere spazzati via dalla cavalleria tedesca , ma i cavalli si imbizzarriscono, recalcitrano  e non ne vogliono sapere di muoversi. Qualcuno giurerà di aver visto un angelo armato di spada volteggiare nel cielo e spaventare i cavalli. Ad ogni modo, angeli o non angeli, i britannici- e Lanrezac-  riescono a sganciarsi e si ritirano.
Ci si ritira dappertutto, del resto. Non c’è altro da fare. Ci si ritira combattendo verso la Somme, scelta da Joffre come linea di raccolta delle armate e come trampolino di lancio per un contrattacco. Di buono c’è che i soldati e gli ufficiali non perdono la testa: adesso sanno di battersi per qualcosa di concreto ( la casa, la famiglia, gli affetti) e tengono duro. Nel frattempo Joffre, per stare sul sicuro, sposta dalla Somme alla Senna la linea di difesa.
Si combatte anche a Est. Un ufficiale tedesco, il generale von François, disobbedisce  agli ordini, non si ferma quando gli viene imposto di farlo e agisce di testa propria. Risultato: la Seconda armata di Samsonov viene accerchiata nei pressi di Tannenberg  e fatta  a pezzi. Qualche giorno dopo, nei dintorni dei Laghi Masuri, tocca alla Prima armata di Rennekampf seguirne la sorte.  La notizia fa il giro del mondo. L’ex pensionato Hindenburg assurge a salvatore della Patria e richiama a Tannenberg folle di visitatori adoranti. Il colonnello Hoffman – il vero artefice della vittoria- qualche volta  li accompagna, mostrando loro i luoghi di culto: ecco, qui il feldmaresciallo dormì prima della battaglia, qui riposò  dopo la battaglia e qui si appisolò ..durante la battaglia, spiega.
E i due corpi d’armata inviati da Moltke quando tutto  sembrava perduto? Ininfluenti. Quando i soldati scendono dai treni, la battaglia di Tannenberg  è già vinta da un pezzo.

Torniamo in Francia. Von Kluck  tallona la Quinta e la Bef in ritirata, accarezzando un’idea: perché girare intorno a Parigi? I soldati sono stanchi, i belgi hanno fatto saltare i ponti, i treni olandesi non si possono usare, le linee di rifornimento sono lunghissime, i viveri e le munizioni arrivano con il contagocce. Non sarebbe meglio, allora,  infilarsi fra i francesi e gli inglesi, separarli e batterli qui e ora?
Nell’esercito imperiale, un comandante sul campo gode di ampia autonomia. E von Kluck la esercita seduta stante: cambia direzione, lascia perdere Parigi, le sfila davanti non dietro come prevedeva il piano Schlieffen e si dirige a sud- est, verso la Marna. Naturalmente informa il Quartier generale. Ottima mossa, gli risponde von Moltke , quella che ci vuole per accorciare il buco venutosi a creare fra la Prima e la Seconda armata. In altre parole, Moltke approva una manovra correttiva, di riallineamento, non sostitutiva della manovra principale; von Kluck , invece, pensa- e fa- esattamente il contrario.
Bulow non la prende bene. Quando vede il collega tirare dritto anziché convergere verso di lui, informa Moltke. Von Kluck non intende ragioni: ho il nemico a due passi e non voglio sprecare questa occasione, risponde. E poi aggiunge con malcelato sarcasmo : il mio collega si vanta di ottenere vittorie in serie ed è sempre qui a chiedere aiuto. Com’è questa storia?  Von Kluck sa di avere il fianco destro scoperto, ma non se ne preoccupa più di tanto: lo protegge con un corpo d’armata e continua a inseguire la lepre franco-britannica, infischiandosene di Bulow e di Moltke . Il 4 è al di là della Marna.
A Parigi c’è tensione. La Sesta armata affidata al generale Maunoury e assegnata alla difesa della capitale non è messa benissimo. Il generale Gallieni, nominato comandante della piazza, ha promesso il massimo impegno in difesa della  città, ma è il primo a non farsi illusioni. Servirebbe un miracolo o l’intervento degli angeli di Mons. Poi gli viene recapitato un messaggio: la ricognizione aerea ha individuato – e chiaramente-  la nuova direzione di von Kluck. Gallieni  capisce al volo: i tedeschi hanno il fianco scoperto. Bisogna approfittarne. Chiama Joffre e non riesce a parlargli. Due ufficiali subalterni- due colonnelli- si scambiano allora quelle informazioni vitali, mentre Gallieni rompe gli indugi e  di propria iniziativa muove la Sesta armata.
Joffre viene informato. Riposizionare le armate dirette alla Senna è un rischio, ma se Gallieni avesse ragione? Alla fine si decide. Comunica agli ufficiali la propria decisione. Questa: “ Signori, combatteremo sulla Marna!” Dal canto suo, Moltke( sempre lontano dal fronte)  è preoccupato per il fianco scoperto di von Kluck, teme un tiro mancino  e manda un suo fidato aiutante, il colonnello Hentsch, a fermare l’irruento subalterno. Von Kluck cede, torna indietro e mentre lo sta facendo, scatta l’attacco  francese.

La battaglia della Marna, come si sa, si risolse con  la ritirata dei tedeschi. Von Kluck fu investito di fianco ( Sesta armata, generale  Maunoury) e di fronte (Quinta armata, generale  Franchet d’Esperey); gli inglesi della BEF si infilarono, forse con qualche  ritardo, nel varco creatosi fra le  armate di von Kluck e quelle di von Bulow ; Foch  mandò avanti i suoi uomini e uscì vittorioso da una situazione disperata ; i tassisti parigini si guadagnarono fama imperitura  trasportando  al fronte i rinforzi per Maunoury;  il colonnello  Hentsch fece una nuova  comparsa sul campo e decise che la battaglia era perduta;  Moltke ordinò la ritirata generale e i tedeschi si portarono oltre l’Aisne.
Molti fra gli ufficiali tedeschi, in quei momenti,  non capirono. E, in effetti, la battaglia della Marna fu incerta  fino all’ultimo. Quando giunse l’ordine di ritirarsi, alcuni di loro  piansero di sconforto e di rabbia; altri non riuscivano  a capacitarsi di una simile decisione: erano già  pronti a montare a cavallo per guidare l’inseguimento del  nemico in fuga  e,  adesso,   arrivava l’ordine  di fermarsi. “ Sono diventati tutti matti”, fu il commento di uno di loro.
La battaglia della Marna salvò Parigi, ma  ebbe un “ difetto”:  non fu decisiva. E, così,  dopo “la corsa al mare”,  dopo la caduta di Anversa, la guerra si trasformò in una lunga  guerra di posizione, trincea contro trincea, con  le conseguenze- militari, politiche e, soprattutto, umane-  a tutti note.
Il Piano Schlieffen  fallì. I generali tedeschi   ne attribuirono  il fallimento al coraggio e all’abnegazione dei soldati francesi, un fattore che nessuno , neppure von Schlieffen, aveva messo in conto. Francesi e inglesi si batterono con valore,   è vero. Ma è altrettanto vero che  il piano fallì perché fu indebolita l’ala marciante , perché il Belgio oppose una fiera resistenza, perché i russi si mossero prima del previsto, perché Von Kluck , nel momento decisivo,  operò una conversione del tutto arbitraria, perché il colonnello Hentsch  non seppe valutare bene  la situazione,  perché Bulow credeva che Von Kluck fosse stato battuto( e non era vero), perché von Kluck credeva che l’armata di Bulow fosse ridotta “ in poltiglia” ( e non era vero) , perché von Moltke  , sotto pressione,  non seppe mantenere, a differenza di Joffre,  la calma e la fiducia in se stesso  e per altre ragioni ancora.

Da leggere:


Bertoldi, Silvio, Come si vince o si perde una guerra mondiale, 2005 ,  Rizzoli
Follett, Ken, La caduta dei giganti, Mondadori, 2010
Gilbert, Martin,  La grande storia della prima guerra mondiale, 1998, Oscar  Storia Mondadori
Isselin, Henry, La battaglia della Marna, Sansoni, 1967
Japrisot, Sebastien,  Una lunga domenica di passioni, Rizzoli, 2005
Keegan, John, La prima guerra mondiale: una storia politico-militare, 2004, Carocci
Remarque, Erich Maria,  Niente di nuovo sul fronte occidentale, Oscar Mondadori
Tuchmann,  Barbara, I cannoni d’agosto, 1963, Garzanti.

Da vedere:


All’ Ovest niente di nuovo( 1930) di Lewis Milestone
Orizzonti di gloria (1957), di Stanley Kubrick
E Johnny prese il fucile( 1971), di Dalton Trumbo
Una lunga domenica di passioni(2004), di Jean-Pierre Jeunet

bandiera inglese Automatic English translation: Paris for lunch


Su questo sito puoi leggere anche:


Nebbia d’autunno.

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Salvate la regina.
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Addio, Isabelle
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La successione degli avvenimenti.

4 agosto: l’ala marciante tedesca entra in Belgio violandone la neutralità. Il dispositivo tedesco prevede tre armate per un totale di settecentomila uomini.
5 agosto: Liegi viene attaccata in forze: gli attaccanti vengono respinti.
6 agosto: forze tedesche riescono a forzare il passaggio fra due forti e a entrare in città.
7 agosto: viene espugnata la fortezza centrale di Liegi, ma gli altri forti continuano a resistere. I tedeschi dovranno espugnarli uno per uno. L’operazione richiederà parecchi giorni. Liegi cadrà definitivamente il 15 agosto.
12 agosto: i primi contigenti inglesi sbarcano in Francia.
17 agosto: due armate russe al comando dei generali Alexander Samsonov ( Seconda armata) e Pavel Rennenkampf ( Prima armata) si muovono verso la Prussia orientale.
19 agosto: viene posto l’assedio alla città belga di  Namur.
20 agosto: le truppe tedesche entrano a Bruxelles.
20 agosto: le truppe francesi, entrate  in Lorena, vengono massacrate a Morhange.
22 agosto: il comandante tedesco del fronte orientale, il generale von Prittwitz, viene sostituito. Al suo posto viene nominato il generale in pensione Paul von Hindenburg.
22 agosto: le armate di von Kluck e di von Bulow  sono schierate su un’ampia parte del Belgio centrale.
23 agosto: gli inglesi impegnano i tedeschi a Mons. Dopo accaniti combattimenti, devono ritirarsi in direzione della frontiera francese. La ritirata durerà due giorni.
24 agosto: cade la piazzaforte di Namur.
25 agosto: gli inglesi del generale Smith-Dorrien impegnano i tedeschi a Le Cateau. Grazie a questa azione, il grosso della Bef sfugge all’accerchiamento.
25 agosto: Lovanio, in Belgio,  è data alle fiamme
27 agosto: inizia la battaglia di Tannenberg, sul fronte orientale.
29 agosto: Lanrezac contrattacca a Guise, ma ben presto è costretto a ritirarsi, con i tedeschi alle calcagna.
30 agosto: la Seconda armata russa  viene accerchiata e distrutta a Tannenberg. Il generale Samsonov si toglie la vita.
31 agosto: il comandante delle truppe britanniche, sir John French, comunica la propria intenzione di abbandonare la zona di operazioni. Solo l’intervento del ministro inglese della guerra , lord Kitchener, impedisce che questa intenzione si traduca in pratica.
1° settembre: i francesi giungono in possesso di informazioni decisive circa la nuova direzione assunta dall’armata di von Kluck.
2 settembre: il governo francese lascia Parigi diretto a Bordeaux.
3 settembre: la Bef attraversa la Marna. L’esercito tedesco è a una quarantina di chilometri da Parigi.Il 4 settembre attraversa il fiume.
5 settembre: i francesi contrattaccano. E’ cominciato il “miracolo della Marna”.

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[1] Il piano XVII conteneva le linee fondamentali dell’offensiva francese. A differenza del Piano Schlieffen, dove tutto era previsto e programmato fin nei minimi particolari, esso non individuava obiettivi specifici né indicava i tempi d’attuazione. Era piuttosto un insieme di direttive animato da un’unica idea o da un’unica ossessione: raggiungere il Reno, attraversarlo e entrare in Germania. Prevedeva un’offensiva lungo due direttrici: in direzione di Metz lungo l’antico confine della Lorena e verso l’Alsazia. Perciò cinque armate francesi  avrebbero dovuto essere posizionate lungo la frontiera col Belgio e la Germania da Belfort  a Herson. Il tratto da Herson al mare era quasi del tutto sguarnito.
Imbevuti della mistica dell’offensiva a oltranza, convinti di poter fare un unico boccone degli odiati Boches in Alsazia e in Lorena,  gli autori del piano XVII sottovalutarono la minaccia rappresentata dall’ala marciante tedesca. La ritennero più debole di quanto in realtà non fosse e anche quando ebbero dati certi sull’impiego massiccio dei riservisti non cambiarono idea. Secondo loro, le riserve tedesche avrebbero svolto compiti “ di retrovia”.
Al contrario, consapevole del pericolo rappresentato dalla poderosa “ala marciante” tedesca, il generale Michel era dell’idea di dispiegare l’intera forza francese  nel settore settentrionale del confine franco-belga. Il suo era senza dubbio un piano sensato, ma era macchiato da una grave colpa per i parametri del tempo: era interamente difensivo. Una volta assunto il comando, Joffre lo definirà “ una stupidaggine”.

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