L’occhio del ciclope

Abbazia di Montecassino, anno domini  1503.

Gonzalo Fernandez de Còrdoba, il Gran Capitan, aveva deciso : l’Abbazia doveva essere distrutta. I francesi , contro i quali combatteva per il possesso del Regno di Napoli,  non l’avrebbero mai più utilizzata  per dargli fastidio, come era accaduto qualche giorno prima. Li aveva sloggiati, certo,  ma aveva perduto tempo e uomini  preziosi  . In futuro non sarebbe mai più dovuto succedere.
Diede ordine  ai suoi genieri di preparare le cariche esplosive e di  collocarle nei punti più adatti, poi andò a dormire. Il suo non fu un sonno tranquillo. Sognò. E in sogno , ebbe una visione: davanti alla porta  del monastero  c’era  qualcuno. In silenzio, una figura dai contorni indefiniti, un’ombra,    lo fissava , continuava a fissarlo ,  con uno sguardo implacabile e ammonitore. Gonzalo capì: San Benedetto in persona era tornato  per  impedire la distruzione della sua creatura.
Bastò. Il giorno successivo, all’alba, le cariche furono rimosse  e i tercios spagnoli si spostarono  più a valle, lungo il fiume Garigliano.
Altri tempi.

Abbazia di Montecassino,  ottobre 1943.

Gregorio  Diamare, ottantenne abate del monastero di Montecassino , fu informato  dell’arrivo di due ufficiali tedeschi. Uno era un colonnello del Genio, l’altro un capitano medico. Non recavano buone notizie.  Dapprima con cautela, poi, un paio di giorni dopo,  senza giri di parole , i due esposero la situazione: Montecassino si trovava sulla linea del fronte e sarebbe stato coinvolto nella battaglia ormai prossima. L’Abbazia avrebbe corso il rischio di subire danni , forse sarebbe stata  distrutta, bisognava sloggiare finché si era in tempo. E bisognava anche mettere in salvo le opere d’arte custodite nell’Abbazia : gli incunaboli, i manoscritti, i codici miniati, le pergamene, i libri antichi. All’idea di separarsi da quei tesori, da sempre  appartenuti all’Ordine, il buon abate si sentì morire. Cercò di resistere sollevando ogni sorta di obiezioni, ma alla fine dovette cedere. Imballati  e caricati su autocarri  tedeschi, i tesori artistici di Montecassino finirono dapprima  in un deposito di munizioni  a Spoleto  e, poi, qualche giorno più tardi,  a Roma, dove la consegna del carico alla Santa Sede  fu filmata, pubblicizzata e sbandierata ai quattro venti.
Gregorio Diamare restò a Montecassino.

Dintorni di Montecassino, autunno 1943.

In guerra, nella guerra moderna, chi ti osserva dall’alto è  il padrone della tua vita. Un osservatore con un buon binocolo e una radio  è un’arma micidiale. Cominci, dapprima,  a sentire il suono sordo dei mortai, poi  il sibilo acuto delle bombe in arrivo: ognuna di quelle bombe sta cercando  te. Per i  soldati alleati, arrivati  con grande fatica a un passo  da  Roma, quelle montagne intorno a Cassino,  ancora rivestite di verde, punteggiate di rocce scure e solcate, qua e là, da calanchi simili a scheletri di gigantesche creature avevano centinaia di occhi . Centinaia di occhi che guardavano ognuno di loro. E, enorme, in alto, l’occhio del ciclope: l’Abbazia di Montecassino.
Di Montecassino, quei soldati  sapevano  poco o niente. Della storia del  monastero , meno ancora. Ma   Montecassino non era un posto come un altro. Avrebbero dovuto saperlo. Un solerte ufficiale, il generale Francis Tuker, comandante della Quarta divisione indiana,  spedì un proprio subordinato a Napoli a caccia di informazioni. L’ufficiale consultò qualche guida turistica,  visitò le librerie , si documentò , tornò e riferì. Tuker redasse un promemoria. Scrisse che l’occhio del ciclope, quella costruzione  poderosa e imponente, là oltre la” testa della balena”( il  monte  Trocchio, in mano alleata)  aveva mura spesse anche quattro metri : bastava quello a fare di essa una fortezza, un  posto di osservazione fin  troppo  sicuro, una spina nel fianco dei Liberatori , un ostacolo da togliere di mezzo alla svelta, nonostante le raccomandazioni dell’Alto Comando di risparmiare, per quanto possibile, i luoghi di culto e i tesori artistici della  Penisola.
Nel suo rapporto scritto , Tuker   se la prese con chi non ci aveva pensato prima, ma non spese una parola  sull’enorme e profondo significato culturale e religioso dell’Abbazia, vale a dire su quello che faceva di Montecassino un luogo  unico al mondo.

Il generale Fridolin von Sengern und Etterlin

Da questo punto di vista, il comandante tedesco  del settore, Fridolin von Sengern und Etterlin, era  anni luce avanti agli anglo-americani. Insofferente verso il nazismo, presago dell’imminente caduta della Germania, aveva evacuato la Corsica e la Sardegna senza perdere un uomo e rifiutandosi di fucilare, come gli era stato ordinato, gli ufficiali italiani prigionieri. Membro laico della confraternita benedettina, questo generale nutriva un profondo rispetto per la Regola e per quei luoghi. Durante la messa di Natale, alla quale assisterà su invito dell’abate,  non guarderà mai  fuori dalle finestre dell’Abbazia per non violarne la neutralità.  E da quei luoghi  aveva tenuto lontano i suoi: non c’erano  soldati tedeschi  nel raggio di trecento metri dal  monastero.
Oltre quei trecento metri, tutta un’altra storia. Sfruttando la  natura dei luoghi, von Senger  aveva allestito un sistema difensivo in grado di controllare e di respingere qualsiasi attacco da terra. Da terra, non dall’aria. Quando gli aerei alleati arrivarono, alle 9,30 di martedì 15 febbraio,  nell’Abbazia si trovavano l’abate,  cinque  frati- quattro vivi   e uno morto – un prete, un servo sordomuto e numerosi civili alle prese con un’epidemia misteriosa,  in seguito diagnosticata come paratifo. E nessun soldato  tedesco.
Quando  uscirono di lì, un paio di giorni  dopo, erano  sì e no un centinaio. Dietro di loro,  dentro l’Abbazia,  restavano i cadaveri di due frati  e di numerosi civili . E  restavano anche due bambini ancora vivi, ma feriti così gravemente da non poter essere trasportati. Morirono soli e abbandonati( i loro genitori  se n’erano andati  subito dopo il bombardamento). E, sola, morì anche una povera vecchia con entrambi i  piedi amputati da un’esplosione  e trasportata su una barella: percorsi pochi metri,  i due barellieri se ne sbarazzarono per muoversi più veloci. Portando  la croce, in senso letterale e metaforico, Gregorio Diamare  raggiunse le linee tedesche; dovette confermare la dichiarazione  già sottoscritta in precedenza ( “Non c’erano tedeschi all’interno dell’Abbazia”), ma si rifiutò di rilasciarne altre. Arrivò a Roma, nel convento di Sant’Anselmo, provato nel fisico e nello spirito. In quei giorni di sangue e di morte, l’ottantenne Gregorio Diamare, degno successore di San Benedetto,  portò cristianamente,  nel suo nobile animo, la croce di tutti i mali della guerra.

La porta di servizio.

Non c’era stato un momento di tregua . Sbarcati in Calabria ( VIII armata , generale Bernard Law Montgomery) e, con maggiore difficoltà,  a Salerno( V armata, generale Mark W. Clark), gli Alleati avevano,  lungo il versante adriatico e lungo quello tirrenico,  risalito, piano piano,  la Penisola. Ma avevano dovuto farlo combattendo. C’erano voluti  sangue, tempo  e fatica  per  superare  un ostacolo naturale dopo l’altro, un fiume dopo un altro fiume , un monte dopo un altro monte . I soldati  e gli ufficiali  cominciavano a conoscere – e a maledire- quella geografia  tormentata,  verticale, dove i carri erano impotenti e dove il clima , già in autunno, era terribile . E  i tedeschi ? I  tedeschi contendevano loro ogni metro di terreno, poi si ritiravano.
Si ritiravano per modo di dire.  Se ne andavano qualche chilometro più indietro a occupare una nuova linea difensiva.  E, dopo di quella, un’altra e poi  un’altra ancora. Era successo così a San Pietro Infine, a Ortona e in molti altri luoghi teatri di aspri scontri.  Il clima e la geografia, la pioggia e la configurazione del terreno, il fango e le rocce avvantaggiavano i difensori, penalizzavano gli attaccanti.
Ma perché tanto interesse per l’Italia? Perché tanto interesse per Roma? Se fosse stato per gli americani- Marshall e Eisenhover in testa – si sarebbe potuto benissimo lasciar perdere. Mussolini era caduto, Badoglio aveva voluto  l’armistizio ( firmato  il 3 settembre  e reso noto l’8 ), la Sicilia era stata  liberata, si lavorava all’apertura del secondo fronte,  l’invasione della Francia. Perché perdere tempo in Italia?
Il perché aveva un nome e un cognome: Winston Churchill. Il premier britannico cantava, da un pezzo,  fuori dal coro: è l’Italia l’ obiettivo ideale , è l’Italia  il “ ventre molle” dell’Asse, sosteneva. Diamoci dentro, sbarazziamoci dei tedeschi e apriamoci un varco verso  la Slovenia e l’Austria. E’ vero:  entreremmo in Germania dalla porta  di servizio. Ma che importa? Quello che importa è entrare in Germania( e -perché no? – tenere Stalin  alla larga dai  Balcani). Si impuntò e l’ebbe vinta. Ma soltanto a  metà.
Certo, gli americani avrebbero appoggiato l’avanzata alleata in Italia,  ma con l’unico scopo di tenere impegnate forze nemiche in un settore distante da quello prescelto per l’apertura del secondo fronte: la Normandia. Dunque, le cose stavano pressappoco così: per Churchill , l’Italia era un settore fondamentale, per gli americani, un fronte del tutto secondario.
I tedeschi, dal canto loro, quando videro tutti quei soldati  risalire la Penisola, sulle prime si preoccuparono, ma non  più di tanto. Anch’essi ritenevano- o sembravano ritenere- l’Italia una via di transito. Secondo loro, gli Alleati non  puntavano a Roma: puntavano  ai  Balcani. E così, dunque, tennero ferme le proprie divisioni in Jugoslavia e in Grecia, aspettando gli eventi.
Non dormivano, però. Il feldmaresciallo  Albert Kesserling, comandante, in Italia,  del settore Sud ( quello Nord era affidato a Rommel), corse subito ai ripari[1]. Allestì alcune linee difensive, modellate  sulla  natura dei luoghi e le infestò di mine , raggruppò le proprie divisioni in modo intelligente, le dotò di  una forza mobile di intervento, in grado di portarsi, entro breve tempo,  in caso di sbarco alleato,  in qualsiasi punto  ci fosse stato  bisogno. E, soprattutto,  fece fortificare Cassino, la porta  di  Roma, il perno della linea Gustav. Scriverà il generale Harold Alexander, britannico, al pari grado Clark , americano: “ Il nemico è più celere di noi. Più celere nell’organizzazione delle truppe, più celere nell’assottigliare un fronte  difensivo per inviare le truppe a chiudere varchi nei punti decisivi; più celere nel prendere decisioni sul campo di battaglia.” Era vero.
A Cassino, poi,  la conformazione dei luoghi dava ai difensori un vantaggio enorme.  I tedeschi riempirono quelle colline  di nidi di mitragliatrici, allestirono postazioni  in grado di prendere d’infilata le alture, i passi e i sentieri, ampliarono grotte e caverne naturali, ne scavarono di  artificiali, crearono depositi di viveri e di munizioni, misero sotto controllo tutta la zona, rinforzarono le posizioni, impiegando a profusione cemento, acciaio e manodopera forzata, allestirono  ricoveri a prova di bomba  per uomini e armi.
Ci vollero tre mesi , però  e quei tre mesi  furono   pagati col sangue. Combattendo e ritirandosi da una linea difensiva all’altra, i tedeschi frenarono l’avanzata alleata- già  non particolarmente veloce di suo, a causa, come abbiamo visto,  della stagione inclemente, delle piogge , del fango e degli ostacoli naturali- permettendo a von Senger di ultimare le difese intorno a Cassino. Adesso, tutto era pronto. Che avanzassero, pure, gli Alleati. Avrebbero trovato pane per i loro denti.

Un fiume chiamato Rapido.

Il generale Mark W. Clark, comandante della V armata.

Era un pane duro da masticare, quello. Il generale Clark se ne rese conto immediatamente. Quando, il 20 gennaio,  mandò i suoi, già provati e affaticati da mesi di combattimenti, ad attraversare, nella nebbia,  il fiume  Rapido per forzare lo sbarramento tedesco( c’era da appoggiare l’imminente operazione Shingle , lo sbarco a Anzio) , si trovò, alla fine,  con un pugno di mosche e con  un soldato su tre di una delle sue migliori divisioni, la 36.ma,  caduto sul campo  o ferito. Né andò molto meglio agli inglesi, impegnati , fin dal 15 gennaio, ad attraversare il Garigliano.
In occasione di quella  prima battaglia per Cassino, gli errori furono tanti, troppi. I reggimenti americani si mossero da chilometri di distanza dall’obiettivo e, qualche volta, in pieno giorno, offrendo il migliore dei bersagli ai mortai nemici;  non fu predisposta alcuna manovra diversiva; non furono sminate le sponde del fiume, non ci fu appoggio efficace di artiglieria. Insomma, un’operazione improvvisata. La fretta: quello era il problema. Sembrava che tutti avessero fretta, una fretta dannata. Fretta di arrivare a Roma( Clark), fretta di raggiungere i Balcani ( Churchill),  fretta di chiudere quella maledetta porta di servizio, per passare da quella principale ( gli americani).
Ragioni ce n’erano.  Fin dall’inizio, fin dai tempi di Salerno,  si avanzava a passo di lumaca. I costi erano altissimi. Se avessi detto a un semplice soldato che quello era “ il ventre molle dell’Asse”, ti avrebbe preso a male parole. Churchill era sotto pressione, ma non  aveva alcuna intenzione di mollare l’osso. Facciamo così, disse : sbarchiamo da qualche parte, apriamo un secondo fronte, liberiamo la Capitale  e, poi, via,  verso la   Slovenia ( questo non lo disse, ma ci sperava). Il massacro del Rapido nacque da quest’idea , fu un massacro- si può dire così?- politico. Pagato con sangue vero, però.
Approdare in armi   da qualche parte : facile a dirsi, a farsi un po’ meno. Intanto, ci volevano mezzi da sbarco, mica si potevano guadagnare  le spiagge del Lazio con delle barchette. C’era un problema, però: i mezzi da sbarco, i preziosissimi mezzi da sbarco, stavano raggiungendo, dalle quattro parti del Globo, le coste inglesi in vista di Overlord. A fatica  se ne radunò un numero sufficiente a trasportare tra le onde del Tirreno  tre o quattro  divisioni della V armata e, per giunta, con il tempo contato. Quei mezzi glieli prestiamo, signor  primo ministro,  dissero gli americani, ma li rivogliamo indietro  entro una settimana. Risultato: ad Anzio( era quello il posto prescelto) si poteva sbarcare soltanto il 22 gennaio . Proprio quando Clark, dopo la prima batosta,  cercava di riorganizzare , per appoggiare lo sbarco già in atto,  una nuova offensiva  dalle parti del  Rapido.

Il gatto e la balena.

Quando sbarcò con parte della V armata  ad Anzio, il generale americano  John  P. Lucas non incontrò alcuna resistenza. Gli unici tedeschi con i quali, sulle prime,  ebbe a che fare   furono duecento soldati, o giù di lì, sorpresi in mutande  nei loro alloggiamenti. Lucas , benché avesse, per il momento, il vuoto davanti a sé, non avanzò di un metro: si fermò  e si diede a rafforzare le posizioni. Soffriva, come è stato scritto, della “sindrome di Salerno”? Si aspettava, cioè, come a Salerno, una controffensiva tedesca immediata? Ad ogni modo, anche dirigersi, sullo slancio,  verso i Colli Albani- come riconosceranno, a guerra finita, sia il generale Alexander, sia il generale Truscott-  senza l’appoggio dei carri e dell’artiglieria pesante sarebbe stata una mossa arrischiata. Nel giro di poco meno di una settimana, erano stati sbarcati, oltre ai carri e alle truppe,  più di dodicimila veicoli. Con amara ironia,  Churchill commentò:  abbiamo un mucchio di autisti su quella spiaggia;  peccato che i tedeschi, a fanteria, stiano meglio di noi.
Tutti avevano fretta , come abbiamo visto, e la fretta, si sa,  è una pessima consigliera . Lucas – l’unico, forse, a non avere fretta- cadde in disgrazia e  di lì  a poco avrebbe perso  il posto . Già, perché, dopo la sorpresa iniziale , scattò il piano  di pronto intervento predisposto da Kesselring. I tedeschi fecero affluire forze fresche sul posto , bloccarono Lucas( già fermo di suo..) e poi fecero muovere  le loro divisioni alla volta della testa di ponte anglo-americana  per  darle il colpo di grazia. Non una sola compagnia  era stata ritirata da Cassino.  Il gatto selvaggio lanciato su Anzio, si trasformò, secondo la definizione di Churchill, in una balena spiaggiata. Gran brutto affare. Non un tedesco si era mosso da Cassino  e lo sbarco ad Anzio era stato bloccato. Poteva andare peggio, Sir Winston?

 Tre a uno.

Eppure  il peggio, in quel freddo mese di gennaio,  doveva ancora arrivare. Due giorni dopo Anzio, Clark ci riprovò. In condizioni ancora una volta sfavorevoli. I tedeschi , infatti, avevano allagato una vasta zona in prossimità del Rapido, facendo saltare un argine. E , così, senza l’appoggio dei carri, gli uomini di Clark avrebbero dovuto guadare il fiume, superare i campi minati e le barriere di filo spinato, inerpicarsi, sotto il fuoco nemico, lungo una parete quasi verticale della montagna, occupare alcune alture considerate strategiche, piegare a sud  e prendere il monastero e la città di Cassino.
Andò malissimo, inutile dirlo. Mancava il numero, mancavano i mezzi. Da sempre, una teoria militare ( Liddel Hart) ritenuta vangelo stabiliva questo: se vuoi vincere ,  devi avere una superiorità di tre a uno e, nel punto di sfondamento, di sei a uno. Secondo questa teoria lì, nei dintorni del Rapido,  la partita era persa in partenza. Vuoi superare il fiume e sloggiare i tedeschi? Devi avere una superiorità almeno di tre a uno.  Non ce l’hai , non puoi o non vuoi  metterla in campo ?  Non provarci neanche .
E così, anche quando alcuni  carri della V armata  entrarono in azione ( ma fu per breve tempo ), superando su spesse stuoie di gomma le zone allagate, ci fu niente da fare. Alcune alture furono raggiunte, qualche drappello arrivò a meno di quattrocento metri dal monastero, ma  lì fu bloccato. Fu un’impresa eroica  il mantenimento di quelle posizioni ed eroiche  furono  l’abnegazione e la resistenza   dei soldati abbarbicati, per giorni,  su ridotte  prive di riparo  ed esposti in continuazione al fuoco nemico. Trincerarsi era impossibile, la vanga non scalfiva neppure la  dura, durissima roccia di quella montagna. I soldati  raccoglievano   sassi  e, con quelli, erigevano  muretti precari dietro i quali  si  rannicchiavano.
Ai francesi andò meglio. A nordest   dello schieramento tedesco,  aprirono una breccia , passarono oltre e occuparono il Colle Belvedere. Si trasformarono in una potenziale minaccia, alla quale, però,  nessuno volle  o poté dar  credito. Il comandante francese, il generale Juin- tipo strano, ma ottimo  soldato-  sempre in movimento, in sella a un arruffato cavallino,   fra le linee e lo stato maggiore ,   andava da tempo sostenendo questo: datemi il via e io  porto i miei reggimenti marocchini  alle spalle dei tedeschi. Come? Passando dagli Aurunci. Da quella parte- non ve ne siete accorti?-  non ci sono difese in profondità.  Perché? Semplice, perché i tedeschi ritengono quei monti invalicabili. E forse lo sono, ma  non per i miei goumiers. Datemi il via , aggiriamoli sui fianchi e questa storia  finirà, una volta per tutte.  Lo diceva in gennaio. Gli fu data retta in  maggio.

Quota 593.

Il generale Bernard Freyberg.

Fallito l’attacco  americano,  il generale Alexander  spostò  due divisioni   dal fronte adriatico a quello di  Cassino. Quelle due divisioni,  la Seconda  neozelandese al comando del generale  Bernard Freyberg e la Quarta indiana  al comando del generale  Francis Tuker ,  erano forse le migliori  divisioni dell’VIII armata. Benché le offensive per forzare il Rapido fossero fallite,  gli americani mantenevano ancora, qua e là, sulle alture intorno a Cassino  alcune teste di ponte. La divisione indiana avrebbe dovuto raggiungerle da est, dare il cambio agli esausti difensori e , passando da quota 593, ritenuta  in mano agli americani,  procedere  verso Montecassino e l’Abbazia. Nello stesso tempo, la divisione neozelandese avrebbe attaccato  in direzione della stazione del paese. Per sbloccare la situazione, certo; ma anche per dare respiro a Anzio. Il  piano  era di Freyberg . Che non si faceva illusioni, però. Era consapevole di rischiare grosso e di non avere più del 50 per cento di probabilità di riuscita.
Fu facile profeta. Quota 593- Monte Calvario di nome e di fatto- non era in mano americana come si pensava e questo complicò terribilmente le cose ; non c’erano informazioni sicure neppure sulle altre zone del fronte e  una brigata fu bloccata appena  mezz’ora prima dell’attacco verso monte Belvedere, tenuto dai francesi. Lungo quei sentieri da capre, poi,   i rifornimenti e gli spostamenti dovevano essere effettuati, sotto il micidiale fuoco nemico, a dorso di mulo e    a  spalla.  E, in alto , minaccioso e terribile, l’occhio del ciclope.
Il nervosismo e la fretta, inutile dirlo,   aumentarono.
Nei comandi alleati, da un po’ di tempo, sempre più insistenti, erano cominciate a circolare domande. Ci sono o non  ci sono tedeschi dentro il monastero ? Sì, no, forse , erano le risposte. Sentendo in  giro, c’era  chi assicurava di sì, chi smentiva categoricamente , chi restava sul vago. E, altrettanto insistentemente l’Abbazia di Montecassino  entrava nei pensieri di molti ufficiali  e non solo nel rapporto   del generale Tuker redatto sulla base delle osservazioni  dell’ufficiale tornato dalle  librerie di Napoli.
Ci siano  o meno nemici dentro l’Abbazia, l’occhio del ciclope  va tolto di mezzo, si cominciò a dire. I nostri soldati non possono avanzare sentendosi addosso lo sguardo di centinaia di  occhi nemici; gli artiglieri tedeschi non devono più giocare   al tiro al bersaglio con le nostre truppe d’assalto, con i nostri muli, con i nostri carri,  impunemente , guidati come sono dall’alto. Non c’è nessun tedesco nell’Abbazia? In questo momento, forse. Ma se avanziamo , il nemico , messo alle strette la occuperà e la userà contro di noi. No, il monastero va  raso al suolo.  Il nemico potrebbe usare le rovine come trincee e come postazioni per renderci dura la vita e per fare scorrere altro sangue? Cassino non è Stalingrado. Dopo la prima botta,  faremo volare a bassa quota i nostri aerei sull’Abbazia semidistrutta, faremo fuoco a volontà con i nostri cannoni,  la riempiremo di bombe dall’alto,  dal basso e  dalle  alture. La spianeremo.  Voglio vedere quanto potranno resistere il nemico e le macerie a quella tempesta di fuoco.

Questi erano i ragionamenti degli alti papaveri. Non erano sbagliati, intendiamoci. Bisognava esserci, a Cassino,  in quei giorni; bisognava  essere lì,  sentire l’enorme senso di disagio provocato dalla sensazione di essere osservati, avvertire la presenza incombente  dell’Abbazia, comprenderne  tutto il pericolo come potenziale fortezza-rifugio. A ben vedere,  la decisione, quella decisione, non era, in teoria,  del tutto  insensata. Lo diventò, in pratica,  non  appena, il 15 febbraio,  la prima bomba cadde sul monastero, sull’abate sui  suoi quattro frati ancora in vita , sulla salma in attesa di sepoltura  di frate Eusebio e  sui  civili, sani e malati. Quella bomba dava il via  a un bombardamento senza seguito, un bombardamento   fine a se stesso. E, per questo, inutile.
Doppiamente inutile. Non recò alcun vantaggio alle truppe di terra, non diede respiro ad Anzio. E fu sfruttato immediatamente dalla propaganda tedesca. Hitler in persona si disse pronto a discutere  una tregua per evacuare monaci e civili da Montecassino.  E, intanto, la grancassa aveva preso a suonare:   noi abbiamo messo in salvo i libri, i codici, gli incunaboli  dell’Abbazia, ricordate? Che cosa fanno, invece, gli Alleati? Riducono in cenere tutto quanto. Da che parte stanno i barbari?
Il giorno prima del bombardamento, gli Alleati  fecero cadere  sul monastero una pioggia di   volantini:  invitavano religiosi e civili ad andarsene. Preoccupato, l’abate cercò di mettersi in contatto con i  tedeschi. Ci riuscì, ma il tenente che lo ascoltò rimase sul vago. Parlerò con il mio superiore e poi vi farò sapere, rispose. Prima di andarsene, quel tenente sostò alcuni minuti, in preghiera,  nella cattedrale. Ma non ci fu tempo per alcuna decisione.  Il giorno successivo, alle 9,30 del mattino, si scatenò  l’inferno. Tutto crollò o fu spazzato via: il chiostro del Bramante, la cattedrale, i porticati, le logge. Le mura resistettero in più punti , anche alla seconda ondata-  più precisa e micidiale della prima- ma molti civili persero la vita sotto le macerie, altri tornarono all’aria aperta   aprendosi a fatica  un varco  fra calcinacci e rovine. L’acqua mancava. Solo la cella e la tomba di San Benedetto rimasero intatte. Una bomba cadde a pochissimi metri dalla cella del santo e non esplose. Un miracolo?
Il bombardamento dell’Abbazia, si poteva evitare? Lo stesso generale Clark   parlò , nelle sue memorie,  di “ atto criminale”. Eppure fu lui, in quei giorni così drammatici, sollecitato da Freyberg e da Alexander, a dare il via al bombardamento. C’erano tedeschi armati nel monastero? Neanche l’ombra. Eppure, un ufficiale , non un ufficiale qualsiasi, ma un militare con le greche sul berretto e le stelle sulle spalline, passato in volo sull’Abbazia, giurò e spergiurò di avere visto un’antenna radio e  nemici al suo interno. Si poteva dubitare della vista di un generale? Di uno che si  chiamava Ira “ Bomber” Eaker? E per di più spalleggiato dal generale Jacob L. Devers vice del generale Maitland Wilson, comandante delle forze del Mediterraneo? Le fortezze volanti, i  Lancaster e i Liberator e, dopo di essi, i bombardieri medi   decollarono dagli aeroporti italiani e africani , spezzando,  insieme ai muri dei quella che un tempo era stata la dimora terrena di San Benedetto, molte vite e  il cuore del povero abate Diamare .
Intendiamoci: quel generale-  per qualche ora ,  semplice osservatore- non aveva avuto le traveggole o una diminuzione improvvisa  di diottrie. Da sempre, nelle zone occupate, gli occupanti trattengono relazioni con gli occupati. Sigarette e cioccolata  da una parte ,  in cambio di un pollo o di qualche uovo  dall’altra. E’ sempre stato così e, se dovesse scoppiare un’altra guerra convenzionale, sarebbe ancora così. Dunque, l’alto ufficiale, in volo sul suo fragile Piper , probabilmente vide soldati tedeschi  intenti a  un piccolo commercio con i contadini del luogo ospitati dall’abate. Di lì a dire che l’Abbazia era un covo di nemici  ne corre! Ma lo disse  e, complice anche la diagnosi di Tuker, basata  sulle informazioni raccolte nelle guide turistiche,  le bombe piovvero a grappoli sul monastero.
Intanto, mentre l’antica  casa di San Benedetto, ma non la sua tomba,  crollava sotto le bombe,  i soldati indiani e nepalesi- i famosi gurka- faticavano come dannati   per aprirsi la strada verso il monastero. Costò molto sangue  la seconda battaglia per Montecassino, inaugurata dal bombardamento e combattuta sulle alture e alla periferia del paese. Sulle alture, caddero uomini e muli , falciati dalle raffiche maledettamente precise delle mitragliatrici tedesche. Per dare l’assalto alle posizioni nemiche, occorrevano bombe a mano.  I britannici ne  avevano poche  e non riuscivano ad avanzare di un metro.  Un piccione viaggiatore, catturato dai tedeschi, fu liberato perché tornasse da dove era venuto. Legato a una  zampa un irridente  messaggio: non abbiamo fame, tenetevelo!
E, in effetti, i difensori- benché anch’essi non fossero immuni da fame,  pidocchi e disagi- avevano tutti i vantaggi, gli attaccanti nessuno. Di notte i tedeschi   rafforzavano i muri, riparavano i danni, aggiungevano un po’ più di cemento da una parte,  raddrizzavano  qualche lamiera da un’altra,  proteggevano i depositi di viveri e di munizioni . Occupavano posizioni forti, le mantenevano forti. Di fronte a loro, gli attaccanti, esposti al fuoco,  rabbrividivano dal freddo. “Venite pure avanti” continuava il  messaggio affidato dai tedeschi  al piccione viaggiatore” Saremo lietissimi di ricevervi!”.
Gli indiani ci provarono.  Si mossero, secondo gli ordini,   dalla “testa del serpente”, il punto più a est della zona prescelta ( la zona  ricordava, nella conformazione,  un boomerang, con alle estremità la testa del serpente da un lato e il monastero, dall’altro) ,  ma con quota 593 in mani nemiche, proseguire  fu impossibile. Impossibile per  i fucilieri del Royal Sussex, mandati avanti per primi, impossibile per  tre battaglioni  di gurka. Le perdite per cercare di prendere il 593  furono elevatissime. Gli obiettivi erano troppo circoscritti e von Senger sapeva muovere i suoi con intelligenza, facendo affluire forze fresche nei punti minacciati.  Per avere ragione dei difensori, ci sarebbero volute alcune divisioni,  non qualche  battaglione.
Dall’altra parte del fronte, i  neozelandesi  di Freyberg  colsero qualche successo  iniziale . Avanzando a fatica su un terreno minato e sotto il fuoco nemico, truppe maori si impadronirono della stazione ferroviaria di Cassino. Alle loro spalle,  i carri della divisione, con i motori accesi, aspettavano il via.   La strada di accesso era disseminata di buche. Nella notte i genieri di Freyberg  lavorarono come forsennati per colmarle e per permettere così ai carri di avanzare. Riuscirono a colmarle tutte. Tutte meno una. E  quell’unica, maledetta buca impedì ai carri di muoversi in aiuto dei maori. Che non poterono resistere all’attacco tedesco , giunto, puntuale, intorno alle tre del pomeriggio del giorno dopo.
E Anzio? Di male in peggio. Il 16 febbraio, Kesselring aveva  lanciato la prevista controffensiva  e le divisioni tedesche erano penetrate per tre chilometri all’interno della testa di ponte. Non ci sarebbero stati più bombardamenti su Montecassino:  gli aerei, tutti gli aerei,ora,  servivano  altrove. E le macerie dell’Abbazia, ancora fumanti, alte contro il cielo , erano lì a  testimoniare la colpevole inutilità  di quell’ operazione.

Le idi di marzo.

La terza battaglia di Montecassino, cominciò il 15 marzo. Data infausta, fin dal 44 avanti Cristo, ma nessuno, in apparenza,  ci fece caso. Nel frattempo, ad Anzio era tornato un po’ di sereno. L’offensiva tedesca era stata fermata e il generale Lucian  Truscott,  sostituto di Lucas,  si riorganizzava in vista  di un contrattacco.  Il sereno, però,  scomparve  dai cieli sopra Cassino. Piovve in continuazione per  giorni   e l’Operazione  Dickens – questo era il nome in codice prescelto per la spallata, perché di una spallata si sarebbe dovuto trattare- conobbe  un rinvio dopo l’altro.
Il 15 marzo a Cassino, come previsto dai meteorologi ,  splendeva  il sole, un sole ancora freddo, ma sempre sole. E gli aerei alleati  si alzarono in volo. Dovevano annichilire i difensori  della città e dei dintorni  con un bombardamento risolutivo   e permettere ai  britannici di irrompere lungo la  statale 6 e di occupare, alla loro destra, il monastero e , alla loro  sinistra, la stazione ferroviaria. Sotto gli  occhi  degli alti papaveri, oltretutto.

Cassino: l’Hotel Continental prima della guerra.

Ci andarono vicino. Ma ancora una volta  le troppe buche sulle strade- vere e proprie voragini- e le macerie bloccarono i carri; il tempo , improvvisamente, si guastò e gli aerei furono immobilizzati  a terra;  erano ancora troppo pochi i soldati alleati   sul Monte Castello e  sulla Collina dell’Impiccato, conquistati  con grande fatica; i rifornimenti via terra non potevano essere garantiti; l’unica, strettissima via di accesso al paese era sotto il fuoco incrociato; intorno all’Hotel Continental e all’Hotel  Delle Rose,  i tedeschi, soprattutto i loro parà,  non mollavano.
Non poteva durare e non durò. Ci si dovette ritirare, ma sulle alture fu mantenuta  qualche testa di ponte , da cui si sarebbe potuto  ripartire,  in un secondo tempo. Insomma, tanto sangue  aveva dato qualche risultato . Sempre poco, intendiamoci, ma ,  qua e là ,  si erano aperte crepe nello schieramento tedesco.

La terza, violentissima,  battaglia per Cassino  fu combattuta  casa per casa, edificio per edificio in città, metro per metro sui  primi tornanti per l’Abbazia. Una battaglia d’altri tempi. Quando si dovette decidere se continuare o meno nell’azione, il generale Freyberg pronunciò una sola parola “ Paschendaele”, il nome della località belga  in cui , durante la prima guerra mondiale, fu combattuta una battaglia tanto  sanguinosa quanto inutile. Alexander, presente, annuì in silenzio   e l’operazione fu fermata. Quando si trattò di riportare a valle i gurka sotto pressione sul Monte Castello , per non mettere sul chi vive   i tedeschi, si decise di inviare  gli ordini  a voce. Tre ufficiali, ciascuno con un piccione viaggiatore, salirono verso la posizione gurka da tre direzioni diverse. Due di loro ce la fecero, ma solo uno dei piccioni poteva volare.
Poteva, ma non voleva. Quando fu liberato, si posò  su uno spuntone di  roccia e lì rimase, per molto tempo, sotto lo sguardo esterrefatto dei soldati.  Alla fine si decise e aprì le ali verso casa, portando la comando il messaggio tanto atteso. Insomma, un’offensiva cominciata con l’impiego di cinquecento aerei dipendeva, per la sua conclusione, dalla voglia di volare di  un piccione!
Fu anche  una battaglia dai mille volti, la terza battaglia per Cassino. Un gurka colpì  un soldato tedesco sorpreso dentro un carro armato e, invece di filarsela subito, si fermò a tamponargli la ferita; protetti dalla bandiera della Croce Rossa,  gli infermieri di  entrambe le parti, poterono procedere  quasi indisturbati  a recuperare i feriti; i tedeschi consentirono- per l’ultima volta dissero-  che soldati britannici malconci raggiungessero le proprie linee. E non negarono, successivamente,  per l’ultimissima volta,  il passaggio di altri soldati  in condizioni simili.
Molti uomini( fra i quali il generale Howard Kippenberger, uno dei migliori ufficiali di Freyberg) furono mutilati dalle terribili mine tedesche  di legno, non  localizzabili con i rilevatori magnetici; altri persero la vita facendo da “esca” ai cecchini; altri giacquero insepolti per giorni; moltissimi, sulle alture, subirono ferite alla testa e agli occhi, a causa degli  affilatissimi frammenti di roccia scagliati in ogni direzione dalle esplosioni ; la fame , il freddo, la sete la fecero da padroni. E, soprattutto, regnò sovrana la notte.  Un’unica notte: gialla, quando i fumogeni spegnevano la luce del sole, nera quando il sole tramontava.
Churchill scrisse ad Alexander: certo io non sono lì, io non conosco il terreno, ignoro la conformazione dei luoghi, ma qualcuno può spiegarmi perché non si è fatto alcun tentativo di aggirare i tedeschi sui fianchi? Alexander rispose facendo un riassunto, ineccepibile da un punto di vista militare, delle difficoltà di quei giorni e di quei mesi. Non scrisse che il generale  Juin, da un pezzo, andava sostenendo la stessa cosa.

Roma.

Dopo tre tentativi falliti, era tempo di fare sul serio. L’VIII armata  quasi al completo  fu spostata dal fronte adriatico- un fronte spento e del tutto secondario- a Cassino. Di nascosto e viaggiando di notte perché i tedeschi non se ne accorgessero. Nel frattempo a Salerno, truppe canadesi, con le insegne bene in vista,  si esercitavano come se dovessero prepararsi a uno sbarco. Anche queste truppe,   dopo un po’- e  sempre viaggiando di notte-  furono inviate verso nord. I soldati canadesi in marcia  tolsero le mostrine dalle uniformi per non essere identificati , mentre a Salerno le esercitazioni sembravano continuare come prima. Ricognitori alleati passarono e ripassarono su Civitavecchia, come se quello fosse il punto del nuovo  sbarco per il quale si addestravano i canadesi . Kesselring la bevve (  fu uno dei pochi errori militari che commise), spostò  subito  un paio di divisioni nei dintorni di Civitavecchia e fece male,  perché,  l’11 maggio, scattò la quarta offensiva alleata su Cassino.
Questa volta la superiorità numerica, il tre  a uno richiesto dai  manuali e da Alexander, c’era. L’offensiva alleata, inoltre, avrebbe interessato l’intero fronte( una trentina di chilometri) per impedire ai tedeschi di concentrare le proprie forze su obiettivi circoscritti come era accaduto in precedenza. Preceduti da un terrificante fuoco d’artiglieria, reggimenti dell’VIII armata  varcarono  il Rapido   e costituirono teste di ponte dove, ben presto, furono raggiunti dai carri, grazie a ponti Bailey gettati sul fiume- non senza difficoltà- a tempo di record. Sul fianco sinistro di Cassino,  i francesi di Juin tagliarono per gli  Aurunci,  conquistarono  alcune importanti alture e poi dodicimila goumier marocchini, esperti della guerra in montagna , si inerpicarono  sui fianchi di quei  monti  senza sentieri e si posizionarono, in alto, alle spalle dei tedeschi. Ai polacchi del generale Anders   toccarono le alture insanguinate: la testa del serpente, quota 593, il Monte Castello, la Collina dell’Impiccato. Fu dura, durissima. A prezzo di perdite spaventose, i polacchi si fecero strada verso l’Abbazia. Ma i tedeschi, ormai, con i francesi sulle alture , con l’VIII armata al di qua del Rapido  e con la V , sulla sinistra, diretta verso la statale 6, erano in trappola. Il 18 maggio, i polacchi issarono la loro bandiera improvvisata [2]sulle rovine del monastero.
Le truppe alleate irruppero nella  strada per Roma, incalzando i tedeschi diretti verso la linea Adolf  Hitler allestita dietro Cassino e poi ribattezzata, per non coinvolgere nemmeno il nome del Capo in un’eventuale  sconfitta,  linea Senger. La linea fu sfondata.  Truscott uscì da Anzio e si mosse  a tutta velocità per  chiudere la tenaglia. Fu Clark a cambiare il  copione. Anziché lasciar perdere  per il momento Roma, come sarebbe stato logico e come era nelle intenzioni di Alexander, ordinò a Truscott di cambiare direzione e di puntare sulla Capitale. Risultato: Roma fu conquistata, ma i tedeschi sfuggirono alla morsa e si ritirarono, indenni o quasi, dietro la linea Gotica.
Disse una nobildonna al generale Clark entrato da trionfatore nella Capitale: “Lei è il secondo barbaro che prende Roma da sud”. Per trovare il primo, bisognava andare indietro di secoli, ai tempi della guerra greco-gotica, quando, nel 536 d.c.,  il generale bizantino Belisario aveva preso Roma passando per Cassino.

Epilogo.

Uno storico inglese  ha definito la battaglia di Cassino la “ vittoria vuota”. E, in effetti, la presa di Roma fu un successo effimero e non ebbe le conseguenze sperate . I tedeschi sottrattisi all’accerchiamento ripiegarono dietro la linea Gotica; le migliori divisioni di Alexander- quanto mai preziose in Italia – furono impiegate nella Francia meridionale nell’inutile operazione Anvil; Churchill dovette dire addio al passaggio attraverso la sella di Lubiana per raggiungere Vienna prima dei sovietici e, di lì, la Germania. In Italia, nonostante la caduta di Roma, la guerra continuò. In montagna i partigiani italiani conobbero il terribile inverno del ’44-’45; interi paesi furono rasi al suolo e i loro abitanti trucidati; le bombe continuarono a cadere sulle città della Penisola e, fino alla primavera dell’anno successivo, altro sangue fu versato. Da una parte e dall’altra.
Lo sfondamento della Linea Gustav a Cassino  ebbe conseguenze drammatiche per la popolazione civile. Usciti dagli Aurunci, i goumiers di Juin si resero protagonisti, in molti casi, di episodi raccapriccianti: violentarono le donne non risparmiando neppure bambine  e anziane, saccheggiarono, rubarono, costrinsero i mariti e i padri ad assistere agli stupri e in molti casi violentarono anche loro. Numerose donne morirono a causa delle ripetute violenze, altre si suicidarono non reggendo la vergogna, altre ancora sparirono. La gente del posto le chiamava  “ le marocchinate”.
Delle “ marocchinate”  si parlò poco anche dopo la fine della guerra. Un po’ perché abbondarono amnesie e reticenze fra i testimoni; un po’ perché nessuno voleva tornare su quegli avvenimenti; un po’ perché le donne sopravvissute alle violenze erano in gran parte emigrate o venivano tenute nascoste per vergogna. Quando Vittorio De Sica portò sullo schermo la Ciociara di Alberto Moravia, anche  il grande pubblico conobbe l’orrore di quei giorni.
Durante la guerra per Cassino, i soldati di entrambe le parti patirono duramente la fame e il freddo. Soprattutto il freddo.  Piovve spesso e altrettanto spesso nevicò. Sulle alture, dentro ripari improvvisati ( i cosiddetti sangar) “protetti” da un muretto di pietre alto una quarantina di centimetri, i fucilieri gurka, inglesi, neozelandesi e indiani , quando non andavano all’assalto, dovevano stare rannicchiati a terra per ore, mentre piovevano i  colpi di mortaio. Alzarsi era impossibile per la presenza di cecchini. Più in basso, dove furono scavate  trincee, si viveva e si combatteva con l’acqua a volte fino alle ginocchia. Restare a lungo a mollo causava il cosiddetto “ piede da trincea” e, dopo un po’, si doveva essere evacuati. Numerosi soldati cedettero di colpo, andarono letteralmente fuori di testa e dovettero essere tolti dalla prima linea. In certi casi, la “sindrome di Cassino”non li abbandonò neppure dopo il conflitto: molti caddero in depressione o si misero a bere, altri condussero una vita “ normale”, ma mai completamente libera dagli  incubi di quei giorni.
I tedeschi erano meglio riparati e  attestati, ma non se la passavano meglio. Molti di loro  morirono assiderati, quasi tutti soffrirono la fame e, se feriti, la precarietà degli ospedali da campo.  Le perdite furono elevatissime, sia da una parte, sia dall’altra; i combattimenti- soprattutto quelli della terza battaglia per Cassino- furono durissimi, non di rado condotti all’arma bianca in un fragore continuo e in un’oscurità fatta di notte e di fumo. I cadaveri dei caduti, spesso, non potevano essere tolti dai luoghi degli scontri e si combatteva, si consumava il rancio, si riposava in mezzo a un lezzo terribile fra corpi orrendamente mutilati, nugoli di mosche e topi affamati. “Sono stato a Stalingrado”, scrisse un soldato tedesco nel proprio diario, “ Ma niente è peggio di Cassino.”
Cassino si poteva evitare? Forse sì, forse no. Ma sicuramente si sarebbe potuto evitare lo spaventoso spargimento di sangue che si verificò. In genere, i giudizi degli storici non sono teneri con gli Alleati. Improvvisazione, pressapochismo, errori tattici, scarsa considerazione della vita umana sono le accuse rivolte più di frequente agli alti ufficiali che diressero la battaglia. Si intestardirono a condurre attacchi circoscritti, dando così modo ai tedeschi di concentrare le proprie forze sui punti minacciati e di respingere gli assalti;  durante le  prime fasi della battaglia, fermarono i francesi ormai a un passo dal portarsi alle spalle del dispositivo tedesco ( se avessero proseguito vero la località di Atina, come chiedeva Juin, ce l’avrebbero potuta fare) ; rasero al suolo, inutilmente, l’Abbazia; non seppero sfruttare appieno, fin da subito, la propria superiorità in fatto di uomini e  di mezzi; tentennarono ad Anzio. Alla fine,  Alexander trovò la chiave: in maggio  attaccò lungo l’intero fronte, impedendo ai difensori di concentrarsi- come avevano fatto fino ad allora- sui punti maggiormente  minacciati. Questa volta i carri appoggiarono le fanterie e la linea Gustav fu prima sfondata e, poi, aggirata.  La superiorità in mezzi e armamenti sancì il successo alleato. Disse un soldato tedesco fatto prigioniero. “ Tenevamo la posizione  e colpivamo i carri americani con i nostri panzerfaust. Quando abbiamo finito le munizioni, gli americani non avevano finito i propri carri armati”.

 Per consultare la cartina, clicca qui.

Da leggere:

Rick Atkinson, Il giorno della battaglia, Mondadori, Le  Scie, 2008
Silvio Bertoldi, Il sangue e gli eroi, Rizzoli, 1997
Rudolf Bohmler, Monte Cassino, 1979
Harold Bond, Inferno a Cassino, Mursia, 1967
David Hapgood, Montecassino, 2003
Helena Janeczech, Le rondini di Montecassino, Guanda, 2010
Fred Majdalany, Cassino, ritratto di una battaglia, Mondadori, Oscar Storia, 2003.
Alberto Moravia, La ciociara, Bompiani 2006
Walter Nardini, Cassino: fino all’ultimo uomo, 1976
Matthew Parker, Montecassino, Il Saggiatore, 2004

Da vedere:

La ciociara (1960), regia  di Vittorio De Sica.

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

Gli avvenimenti in breve.

15 dicembre 1943 : gli Alleati attaccano le linee tedesche situate  a est di Cassino. L’attacco, noto come battaglia di San Pietro Infine ( dal nome del villaggio difeso da unità corazzate tedesche ) costa agli americani perdite elevatissime. Il film sulla battaglia girato da John Huston  fu tagliato in più punti, perché giudicato troppo crudo.

28 dicembre 1943: truppe britanniche e canadesi conquistano, sulla costa adriatica, la città di Ortona. La battaglia è durissima e i tedeschi devono essere stanati casa per casa.

17 gennaio 1944: truppe britanniche e francesi lanciano l’operazione “ Pantera”, attraversano il Garigliano, ma non riescono ad avvicinarsi a Cassino.

20 gennaio: gli americani della V Armata entrano in azione sul fiume  Rapido, a nord di Cassino. L’azione fallisce.

22 gennaio: inizia l’operazione Shingle ( ghiaia, ciottolo): truppe americane sbarcano indisturbate ad Anzio, sulla costa laziale. L’obiettivo è quello di aggirare il fianco dello schieramento tedesco e di aprirsi la strada verso Roma. Un militare  inglese trova una bambina  di sei anni, sola e spaventata. Angelita – così dice di chiamarsi- viene accolta dai soldati

23 –24 gennaio: aerei tedeschi attaccano la testa di ponte di Anzio, affondando il cacciatorpediniere Janus e la nave ospedale Saint David. Il generale Lucas è indeciso: aspetta i carri armati e l’artiglieria pesante e non avanza subito verso l’interno. Kesselring ne approfitta e fa affluire rinforzi nella zona. Hitler ordina: tenere il fronte italiano a tutti i costi.

26 gennaio: nuovo attacco americano verso Cassino, nel tentativo di appoggiare Shingle. L’attacco fallisce, ma alcuni reparti riescono a stabilire una piccola testa di ponte al di là  del fiume.

1° febbraio: Angelita muore durante un bombardamento. La testa di ponte americana ad Anzio è ora bloccata dai tedeschi e immobilizzata sulla spiaggia.

15 febbraio: aerei alleati  bombardano l’abbazia di Montecassino, riducendola in rovina e causando la morte di numerosi civili. Le truppe  andate all’assalto delle alture vengono respinte.

16 febbraio: i tedeschi lanciano una pesante offensiva contro la testa di ponte di Anzio. Dopo un iniziale successo, però, vengono bloccati.

15 marzo: inizia la terza battaglia di Montecassino. Dopo un bombardamento aereo violentissimo e un altrettanto violento fuoco di artiglieria, le truppe indiane e neozelandesi attaccano il paese di Cassino e le alture circostanti,  incontrando un’accanita  resistenza soprattutto da parte delle truppe scelte tedesche e devono ritirarsi con gravi perdite.

11 maggio: preceduti da un intenso fuoco d’artiglieria,  i soldati alleati attaccano per la quarta volta le difese di Cassino. I  tedeschi si difendono con accanimento.

18 maggio: dopo una settimana di scontri durissimi, i polacchi  del generale Anders issano la loro bandiera sulle rovine del monastero. Diecimila soldati alleati risultano caduti o dispersi.

23 maggio: gli anglo-americani escono da Anzio, rompendo il cerchio in cui erano stati chiusi per quattro mesi.

25 maggio: le truppe di Anzio ( generale Truscott) e quelle provenienti da Cassino si ricongiungono. Reparti avanzati entrano a Velletri, a meno di quaranta chilometri  da Roma.

4 giugno. Le truppe americane raggiungono il centro di Roma. La conquista della capitale, di grande valore simbolico e psicologico, permette però  ai tedeschi di sfuggire all’accerchiamento e di ritirarsi dietro la Linea Gotica.


[1] Nel 1947, Il feldmaresciallo Kesserling fu processato come criminale di guerra  da un tribunale britannico sulla base di due imputazioni: la strage delle Fosse Ardeatine e il cosiddetto Bandenbefehl, l’ordine contro le bande, che estendeva la rappresaglia anche alla popolazione civile. Riconosciuto colpevole, fu condannato a morte. La condanna fu in seguito commutata in ergastolo e, successivamente( 1948) ridotta a  21 anni di detenzione.
Uscito dal carcere nel 1952 a causa di “gravissimi ” motivi di salute, Kesselring non negò mai il proprio passato né sconfessò le proprie azioni. Disse, addirittura, che gli italiani avrebbero dovuto erigergli un monumento. Le sue parole suscitarono, in tutt’Italia,  una vastissima indignazione.
E’ scomparso nel 1960.

[2] La bandiera polacca è divisa in due parti, l’una di colore rosso, l’altra di colore bianco. Nel mezzo, un’aquila stilizzata. Quando raggiunsero le rovine del monastero di Montecassino, gli uomini del generale  Anders non avevano una bandiera polacca, con l’aquila e tutto il resto. Ne ricavarono una adattando una bandiera della Croce Rossa( bianca e rossa), affinché almeno i colori polacchi garrissero sull’altura conquistata. Nei giorni successivi, sull’Abbazia  di Montecassino fu piantata una “ vera” bandiera polacca , affiancata da una bandiera inglese.

Le foto e le immagini sono tratte da : digilander.libero.it/historiamilitaria2/continental.htm

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