Il pantano greco

Prologo.

26 ottobre 1940, sabato. Nel  salone di rappresentanza  della Legazione  italiana ad Atene , gli ospiti- italiani  e greci-   commentano l’esecuzione della Madama Butterfly di Puccini terminata da poco.  Improvvisamente, negli uffici,  le telescriventi cominciano a ticchettare . I funzionari  vanno e vengono, cercano di  mantenersi calmi, ma più di uno si allarga il colletto della camicia, pallido in volto, imbarazzato e teso.  Il ministro plenipotenziario  italiano, Emanuele Grazzi, nota tutto quel movimento e  suda freddo. Sa di che  cosa si tratta o, almeno, lo intuisce: da Roma è in arrivo l’ultimatum alla Grecia. Fra sé e sé spera in  un qualche contrattempo, in una difficoltà di decifrazione: non vuole consegnare  al generale  Metaxas, primo ministro greco, una vera e propria dichiarazione  di guerra nel bel mezzo di  un ricevimento ufficiale. Sarebbe oltremodo imbarazzante.
Ha fortuna, almeno in questo. E’ tardi,  Il testo è lungo, ci vuole tempo per decifrarlo. Gli ospiti lasciano la Legazione   italiana , Metaxas è nella  propria residenza  a Kefissià. Non è ancora un nemico.

” Siete voi i più forti”

Lo diventa alle tre del mattino di lunedì,  28 ottobre. La comunicazione è stata decifrata e tradotta.    Grazzi accompagnato dall’addetto militare colonnello Luigi Mondini e dall’interprete De Salvo, sale in automobile  e si reca nella residenza di Metaxas. Il piantone  confonde i colori della bandiera sul parafango dell’auto diplomatica,   scambia il verde per il blu e annuncia al primo ministro la visita  dell’ambasciatore francese. Metaxas si butta addosso una vestaglia e va alla porta. Quando vede Grazzi, capisce . L’ambasciatore, imbarazzato e  a disagio, gli porge il testo dell’ultimatum: la Grecia , pena la guerra,  deve consentire all’Italia di occupare alcune zone  strategiche  sul proprio territorio. Quali zone? chiede Metaxas, con  gli occhi lucidi e  le mani  scosse da un tremito leggero.  Grazzi non sa che cosa rispondere, nessuno glielo ha comunicato  e nell’ultimatum nulla si dice in proposito. Allora è la guerra, aggiunge Metaxas. No, risponde Grazzi, non ancora: forse si può trovare un accordo. Ma lui è il primo a non crederci.  Un accordo? Metaxas , in tre ore e in piena notte, dovrebbe avvisare il re, convocare il ministro della Difesa, sentire il comandante dell’esercito,  il generale Alèxandros Papagos, prendere una decisione senza conoscere bene le richieste  dell’Italia.   Impossibile.
Grazzi lascia la villetta  piccolo borghese di Kefissià, profondamente amareggiato e  resta in Legazione fino alla sei del mattino, ora di scadenza dell’ultimatum, aspettando il miracolo.  Inutilmente.  La risposta della Grecia, per bocca di Metaxas,  è oki, no. Al momento di congedarsi  dal plenipotenziario italiano, che stima e dal quale è stimato,  le ultime, amare,  parole di  Metaxas  erano state  : “Siete voi i più forti”.
E alle 5,30,  con mezzora di anticipo sulla scadenza dell’ultimatum, “ i più forti” entrano  in Epiro. Hanno viveri per cinque giorni e munizioni per quattro.

“Fuehrer, siamo in marcia!”

Quello di Mussolini assomiglia , nei toni e nella forma, all’ultimatum  inviato da Hitler , qualche mese prima, alla Norvegia e alla Danimarca. Ma dietro l’ultimatum di Hitler  c’erano un piano preciso ancorché predisposto in fretta e furia  e   un esercito poderoso pronto  a scattare; dietro l’ultimatum di Mussolini, ci sono  piani velleitari, forze deboli e non poche contraddizioni. Mentre si pensa alla guerra nei Balcani, ad esempio,  in Italia si smobilita. Il vecchio piano per l’invasione della Grecia (il piano Guzzoni-Pariani: intervento con almeno diciotto-venti divisioni), viene accantonato: ora l’astro nascente  è il  generale  Sebastiano Visconti Prasca, comandante delle truppe italiane d’Albania , convinto di farcela con otto-nove divisioni. La manovra organica prevista dal vecchio piano è sostituita  da “ un colpo di mano in grande” in Epiro, seguito, se i tempi saranno rispettati, dalla marcia  su Atene. Come dire: cominciamo, stiamo a vedere e speriamo bene.

Mussolini è entusiasta del piano fatto proprio da  Visconti, Ciano pure, Badoglio meno, ma non si oppone con la dovuta fermezza. Secondo il  conte Francesco  Jacomoni di San  Savino,  luogotenente del re a Tirana,  gli albanesi non vedono l’ora di cominciare e i greci sono con il morale sotto i tacchi.  E  così il 15 ottobre, a Roma,  a Palazzo Venezia, durante una  breve riunione  di  un’ora  e mezza,  viene decisa l’invasione della  Grecia. E senza  consultare preventivamente  o invitare alla riunione i capi di stato maggiore dell’Aeronautica e della Marina.
Strana decisione, a ben vedere.  La Grecia è un paese fascista o quasi. Il generale Metaxas, primo ministro e detentore del potere dal ‘36, ammira Mussolini. La Grecia è un  “ osso spolpato”, secondo una precedente affermazione del duce e un paese povero a tal punto  da “ non essere da noi concupito” secondo il conte Ciano.  Metaxas, è vero, non si fida degli italiani e, pur dichiarandosi neutrale,   flirta con gli inglesi,  ma  lo fa ancora con estrema  cautela e  con grande   prudenza. Del resto con gli italiani in armi  ai confini, a chi dovrebbe rivolgersi?

Strana decisione, dunque. E  fondata su false informazioni per giunta. I greci non si aspettano un attacco, hanno poca voglia di battersi; molti generali sono o saranno dalla nostra parte; il governo, alla prima spallata , cadrà in frantumi : questo si crede  e questo si ripete  a Roma e a Tirana.  Si favoleggia-  è proprio il caso di dirlo-  di notabili e di militari  greci pronti a sposare, dietro congruo compenso, la nostra causa ; si sottovalutano gli onesti e  prudenti rapporti di Grazzi e si dà credito a informatori improvvisati o  squalificati; l’atteggiamento filo-tedesco di alcuni alti ufficiali greci viene scambiato, chissà perché , per un atteggiamento filo-italiano. I greci, invece, sono da un pezzo sul chi vive. Mobilitano. Metaxas  soffre per  le intemperanze della  figlia Lulù,  è stanco e malato, ma  è deciso, in caso di guerra,  a non cedere nemmeno un palmo  di terra agli italiani. Il Paese è con lui, l’esercito  pure, la Gran Bretagna ha assicurato il proprio appoggio.
Nebil Dino, notabile albanese con entrature ad Atene,  fascista , ottimista dichiarato, informatore molto ascoltato da Jacomoni, cambia improvvisamente  registro e  gela il luogotenente in partenza per Roma: attenzione, i greci sono pronti, il morale della popolazione è alto, si batteranno. Giunto nella capitale,  Jacomoni  non ha il coraggio di sostenere fino in fondo questo punto di vista davanti a Mussolini. Ci prova con allusioni e mezze frasi, ma alla fine rinuncia: “Il morale dei greci?” chiede per la seconda volta il capo del fascismo, nella famosa  riunione  del 15 ottobre, evidentemente insoddisfatto della prima risposta appena  ricevuta. “Assai depresso”, sentenzia, cedendo,  Jacomoni.  Proprio quello che il duce  vuole  sentirsi dire. Qualche tempo prima,  Curzio Malaparte, in Grecia per un servizio giornalistico, aveva confidato  a Grazzi : Ciano vi manda a dire questo:  potete scrivere quello che volete, tanto   lui la guerra alla Grecia la farà lo stesso. Questo era il clima.

I tedeschi, però, frenano. Stanno mettendo a punto   Barbarossa e non vogliono complicazioni nei Balcani. Preferirebbero  una soluzione politica.  Mussolini lo sa, Ciano lo sa , ma l’Italia è pur sempre una grande potenza, con mano libera nel Mediterraneo e intenzionata  a  condurre una propria “ guerra parallela”.  Dovrebbe stare senza far niente? E per di più  quando i tedeschi, zitti zitti, senza informare l’alleato  estendono  il proprio protettorato  sulla Romania, regione balcanica  e quindi, secondo i patti,  rientrante nella sfera d’influenza italiana?
Mussolini, quando  viene a sapere del colpo di mano  romeno,   non la prende bene. Sbraita  e si agita:  è questo il modo di fare? Chi si crede di essere questo Hitler, il padrone del mondo? Alle parole, il duce fa seguire i fatti. Pochi  giorni dopo l’ occupazione tedesca della Romania, decide  di invadere la  Grecia. Ora, pensare a una ripicca personale come  all’unico motivo scatenante dell’invasione  è forse riduttivo, ma di sicuro il desiderio di Mussolini di  non essere da meno di Hitler  ebbe una parte di primissimo  piano nella disgraziata impresa italiana  in terra di Grecia. Quando, il 28 ottobre,  Hitler  arriva  a Firenze per incontrarlo ,  Mussolini lo accoglie alla stazione  con un trionfante, non si sa quanto gradito : “ Fuehrer, siamo in marcia!”

 “ E’ matto!”

Nel corso del tempo, a Roma l’idea  di invadere la Grecia  era stata prima accarezzata   e poi accantonata, ripresa e di nuovo messa  da parte, lasciata cadere e di nuovo riportata in auge. Una volta occupata  l’Albania, le truppe italiane  si erano presentate  quasi subito,  con fare minaccioso, ai confini greci, ma, altrettanto alla svelta,  avevano fatto marcia indietro,  forse  a causa di un altolà tedesco. Dopo quell’episodio,  Mussolini aveva espresso a più riprese la propria stima a Metaxas, rassicurandolo circa le intenzioni italiane, ma , al momento opportuno,  aveva  cavalcato la tigre della  Ciamuria, facendo di questa  regione al confine greco-albanese sconosciuta ai più, una terra irredenta, desiderosa di  sottrarsi al dominio greco e di  unirsi all’Italia . E  per “ liberarla” faceva preparare piani di invasione. Limitati, rispetto a quello di Guzzoni, ma sempre piani d’invasione. E anche  un po’ velleitari, se vogliamo. Il generale  Carlo Geloso,  incaricato di preparane uno, aveva previsto l’impiego di undici divisioni; lo stato maggiore, chissà perché, le aveva ridotte a otto,  più una di riserva.  Ma, per Visconti Prasca erano più che sufficienti.  Quando il maresciallo Badoglio venne a sapere delle intenzioni del duce , sbottò: “ E’ matto!”
La campagna di stampa a favore dell’indipendenza della  Ciamuria mise sul chi vive i greci. Senza tanti proclami e volando basso  cominciarono  a mobilitare . E continuarono a farlo anche quando  la Ciamuria sparì dalla prime pagine dei giornali  albanesi e italiani ( i tedeschi avevano fatto capire di non gradire)  e le  priorità  del duce  sembravano ora la Jugoslavia, ora l’Egitto,  ora addirittura Nizza o la Corsica.  Come fidarsi di chi parlava in un modo e agiva in un altro? Come fidarsi di chi dichiarava di non avere intenzioni ostili e poi affondava  un vecchio incrociatore, l’Helli,   per giunta in un luogo sacro, l’isola di Tino e  nel giorno  dedicato  all’Assunta? Come fidarsi di chi ,  contro ogni evidenza,  trasformava un brigante di strada finito malamente, Daut Hoxa,   in una sorta di Cesare Battisti ciamuriota? Come fidarsi di chi  rifiutava ogni dialogo serio  e dipingeva la Grecia come  una  specie di portaerei britannica nell’Egeo?

Più Mussolini faceva la voce grossa , più   Berlino si preoccupava : l’unica strada per  evitare guai nei Balcani – e guai a Barbarossa – era la strada politico-diplomatica; l’unico modo per evitare di fare della Grecia un alleato della Gran Bretagna  era il dialogo. Possibile che a Roma non lo capissero?
Possibile. Per la verità  un abboccamento politico fu tentato : non con la Grecia, ma con la Bulgaria. Sofia aveva  vecchi conti da regolare con  Atene, rivendicava  uno sbocco al mare: quale miglior alleato? Il 18 ottobre   Mussolini scrive a re Boris, gli comunica la propria intenzione di invadere la Grecia  e gli promette mari e monti.  Un po’ tardi, in verità. I tedeschi rispondono  per bocca di re Boris: grazie, ma non se ne fa niente. Figurarsi Mussolini. Se la prende con “i regnanti senza fegato”, incapaci, secondo lui, di cogliere le occasioni della Storia e si  rifugia nelle  certezze  ottimistiche  di Visconti Prasca.  Con più di una punta di malignità , gli scrive: qualcuno dello stato maggiore, remando contro,  ha cercato di farvi fuori, ma io non l’ho ascoltato perché  ho fiducia in voi.  Come dire: attenzione, o vincete alla svelta  o fate le valigie.

La sorpresa

Una volta presa la decisione , a Mussolini preme una sola cosa: tenere i tedeschi  e i greci all’oscuro di tutto fino all’ultimo momento. Sorprenderli, insomma.  Con i tedeschi gli va bene. Intendiamoci,  i funzionari dell’ambasciata tedesca a Roma non sono né ciechi né sordi. Notano  un insolito via vai nelle stanze del potere, avvertono  una certa agitazione negli alti papaveri, conoscono le linee del piano italiano d’invasione , sono al corrente dell’orientamento, decisamente favorevole alla guerra, del conte Ciano e del luogotenente Jacomoni, ma , stranamente, non prendono sul serio tutto questo.  Siccome ragionano da tedeschi, non ci credono. Per loro,  l’idea di invadere  la Grecia con  un pugno di  divisioni appartiene alla fantascienza, non alla  realtà. E così, il segreto dell’invasione, per loro,  rimane tale.   Visto che siamo in Italia , è quasi un miracolo.
Un  conto  è tenere a bada i funzionari d’ambasciata, un conto è tenere a bada  Hitler. E qui, Mussolini firma una specie di capolavoro:  gli scrive una lettera  in cui dice e non dice, allude e smentisce , afferma  e nega . E, per di più, la fa inviare  in ritardo. Hitler non si trova  a  Berlino, ma  a Hendaye, al confine franco-spagnolo  impegnato in colloqui con Francisco Franco. La lettera passa da una mano all’altra e arriva in quelle giuste quando ormai è tardi. Hitler avverte il pericolo, ma conta di risolvere la questione di persona, quando, di lì   a poco, incontrerà il duce a Firenze.  Non ce la farà. Il  feldmaresciallo  Keitel al  processo di  Norimberga dirà: ci mancò il tempo: quando arrivammo, la frittata era già stata fatta.  Hitler , dal canto suo,  scriverà( molto dopo quegli avvenimenti): se non ci fosse stato il colpo di testa di Mussolini nei Balcani avremmo invaso l’Unione Sovietica un mese prima e avremmo vinto. Dal punto di vista tedesco, quella del duce è proprio una bellissima pensata.

Ingannare i greci è un po’ più complicato.  Gli ambasciatori di Metaxas hanno lavorato bene e raccolto informazioni attendibili; Papagos , il comandante in capo, sarà anche all’antica , ma non è uno sprovveduto; l’esercito greco è antiquato, ma quello italiano  non è da meno;  l’insistenza italiana  sulla questione della Ciamuria rivela ai greci la direzione di un eventuale attacco  e permette loro di preparare le adeguate contromosse.   Insomma, la tanto auspicata  sorpresa è tale soltanto nella fantasia del duce e, forse, in quella del generale Visconti Prasca.  Per non insospettire il nemico, all’aereonautica viene proibito di compiere voli di ricognizione sulle zone prescelte per l’attacco. Precauzione inutile. Ha scritto il  generale Pricolo, capo di stato maggiore dell’arma aerea: “ Credo che i greci fossero a conoscenza dei nostri piani  fin dal mese di settembre”. Era vero.

L’incidente.

Tornato in Albania alleggerito dai dubbi e appesantito da cinque milioni di lire con cui comprare  e corrompere notabili e militari greci, Jacomoni  si mette al lavoro. I milioni non si sa bene dove vadano a finire, forse nelle tasche sbagliate, forse   nelle tasche di chi, con l’uniforme greca indosso, ma parlando un’altra lingua,   il 25 ottobre attacca un posto di frontiera italiano, facendo, secondo i comunicati ufficiali, sei  vittime . I bollettini   italiani parlano di ignoti aggressori, sicuramente  inglesi o greci . Il generale Papagos convoca l’addetto militare italiano ad Atene, il colonnello Mondini, ribadisce l’assoluta estraneità dei greci a quel pasticcio  e chiosa : “ Se gli aggressori, come voi affermate,  sono ignoti, avete la sfera di cristallo per indovinarne la nazionalità?” Il giorno dopo, a Santi Quaranta- ribattezzata, in onore della moglie di Ciano, Porto Edda –   tre bombe esplodono vicino alla sede della legazione italiana. Mussolini ha il pretesto per muoversi. Aveva detto: occorre legittimare l’intervento con una messinscena: pochi ci  crederanno, ma “ per una ragione di carattere metafisico, si potrà dire che era necessario venire a una conclusione”. Testuali parole.
L’”incidente”, dettato da  ragioni “ metafisiche”,  prologo al “ fulmineo”attacco italiano alla Grecia  sarà l’unica cosa, in quella disgraziata campagna, a riuscire alla perfezione.

I  dubbi.

In Albania torna anche Visconti Prasca. A Palazzo Venezia , durante la riunione del 15,   aveva rifiutato l’idea di rafforzare in modo significativo lo schieramento.  Prima occupiamo  l’Epiro, poi se ne riparlerà, aveva detto. Perché  un simile atteggiamento? Temeva, una volta ricevuti i rinforzi,   di essere sostituito da qualche collega  di grado superiore?  O era davvero convinto di potercela fare?  Il comando delle forze d’Albania gli dava   la responsabilità di due corpi d’armata e, per questo motivo, il  diritto, secondo le regole di allora, al rango- ma non ancora  al grado- di  generale  d’armata . Era un’occasione unica: se avesse avuto successo, nessuno avrebbe potuto negargli quel grado. E perché non pensare anche  al bastone di Maresciallo?   Fu per questo motivo che Visconti Prasca  rifiutò i rinforzi? Forse sì, forse no. Ma,  a volte, anche le ambizioni personali incidono sulle scelte. E forse  incisero anche sulle sue.
Ma una  volta rimesso piede in Albania, Visconti Prasca  ci ripensa   e chiede rinforzi:   due divisioni di fanteria e  gruppi di  artiglieria, subito;  in un secondo tempo, altre tre divisioni alpine.  Lo stato maggiore acconsente. Annuncia l’invio di artiglieria entro la fine di ottobre, ma fissa per la metà di novembre quello delle divisioni di fanteria. E’ come se dicesse: hai promesso una rapida vittoria in Epiro e a quella ai subordinato l’invio di rinforzi? Adesso sbrigatela  un po’ tu: vinci e ne riparliamo. “ Le gelosie fra generali sono peggio di quelle fra donne”. Parola di Galeazzo Ciano, profondo conoscitore degli uni  e delle altre.

L’assoluta certezza.

Roma, 18 novembre.  Mussolini  ha in programma un incontro con i  delegati provinciali del partito. C’è attesa. Le  cose in Grecia non vanno bene, la gente sembra aver perso entusiasmo, la confusione è palpabile, l’atmosfera pesante. Che cosa dirà il duce?
Dopo  una premessa  politico-militare infarcita di luoghi comuni (la Grecia è serva della Gran Bretagna; si procede lentamente  perché le valli dell’Epiro sono strette; la Julia è  “ granitica”) e dopo aver sottolineato  come i greci odino gli italiani anche se il perché resta un mistero,  il duce si rivolge ai camerati presenti e chiede se qualcuno si ricordi del discorso da lui  pronunciato  a Eboli cinque anni prima. Silenzio.  “Dissi allora”, proclama  con voce solenne  Mussolini, “ che avremmo spezzato le reni al Negus”. E continua: “ Ora con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia. In due o dodici mesi poco importa. La guerra è appena cominciata. Noi abbiamo uomini e mezzi sufficienti per annientare la resistenza greca”.
Un discorso ad  effetto e una frase consegnata alla storia. Gli applausi scrosciano .
Come le bombe sui nostri soldati.

Babilonia completa!

Non sono ancora le sei del mattino del 28 ottobre, come abbiamo visto,  quando le truppe italiane entrano in Epiro. Piove, fa freddo e il cielo è corso da nuvole basse e nere.  Gli aerei  non possono volare. Per di più, il giorno dopo, non si sa se per via delle cattive condizioni del tempo o se per altre ragioni, l’occupazione di Corfù, prevista in origine dal  piano di invasione, viene annullata. Brutto affare: con l’isola in mani greche,  le truppe del   raggruppamento del litorale, vale a dire le forze italiane all’estrema destra dello schieramento e contigue al mare, hanno il fianco pericolosamente scoperto e sono sottoposte alla minaccia di sbarchi  nemici. Gli aerei , costretti a terra, non possono appoggiare l’avanzata delle fanterie o colpire obiettivi strategici. Insomma, si comincia male.
Le colonne di testa delle  divisioni italiane- la Siena, la Ferrara, la Centauro-  si allungano in territorio epirota come le dita di una mano, da destra verso sinistra, dalla costa verso l’interno. Dei greci, per il momento, nemmeno l’ombra.   La  splendida   divisione alpina Julia, al comando del generale Mario Girotti, operante nel settore del Pindo,  punta al passo di Metzovo di cui deve garantirsi il controllo   e funge da anello di congiunzione fra il fronte dell’Epiro  e la divisione  Parma , sgranata su un fronte molto ampio( quello difensivo  del Korciano)  nella Macedonia occidentale. Per arrivare al passo di Metzovo, la Julia deve aggirare  l’imponente massiccio dello Smolika. Ce la farà con quel tempo e in quelle condizioni?  Quando, due giorni prima,  il tempo si era  messo al peggio,  il generale Carlo  Rossi, comandante di Corpo d’armata,  aveva proposto di rinviare l’ invasione: non era stato ascoltato. Gli era stato risposto: se le condizioni meteo sono pessime per noi, lo sono anche per i greci. Con questa differenza, tuttavia: noi dovevamo avanzare, i greci potevano anche aspettare.

L’avanzata è lenta e difficoltosa. Si sprofonda nel fango. Le fasce gambiere dei nostri soldati si impregnano di terra e acqua  e si fanno pesantissime. I muli e i cavalli  faticano come dannati, schizzando melma  a ogni passo; i loro zoccoli si squamano. L’artiglieria  arranca; la pioggia rende  fradicie le uniformi; sulle alture cade la prima neve; il vento non dà requie. I fiumi greci della zona – la Voiussa, il Kalamàs, il Serandàporos-  di solito torrentelli senza acqua e importanza, si gonfiano e schiumano impetuosi verso valle; mancano ricoveri degni di questo nome e, in zona di operazioni,  le truppe devono sistemarsi all’aperto  o sotto ripari improvvisati.  Visconti Prasca telegrafa al duce annunciando i progressi dell’avanzata e la marcia “ in testa”- che solo lui vede-  dell’artiglieria. Mussolini gli risponde  lodandone  l’operato  e promettendogli rinforzi, a cominciare dalla  divisione Bari, non più necessaria a Corfù e autorizzandolo a richiamare dal settore jugoslavo la Venezia per utilizzarla in quello  macedone. E lo avverte : datevi da fare e sbrigatevi.
C’è poco da sbrigarsi.  Il 31 ottobre, mentre i bollettini ufficiali parlano di svolgimento “ regolare” delle operazioni, la Siena e il raggruppamento  del litorale raggiungono il Kalamàs , la Julia il Sarandàporos. E penano per attraversarli. La Siena manca di pontoni, la Julia pure ed  è troppo sgranata;  i rifornimenti tardano ad arrivare o non arrivano affatto. Per mancanza di autocarri le nostre  divisioni erano state addestrate  a percorrere  quaranta chilometri al giorno a piedi, ma il cibo, le munizioni, le medicine, non viaggiano  a piedi. I valorosi alpini del generale Girotti  presagiscono, a modo loro, la tempesta in arrivo. Imprecano contro il tempo, mangiano gallette e  cibi in scatola, sono bagnati fino alle ossa e intuiscono di avere un compito superiore alle  proprie forze. Ancorché valorosi, sono pochi per sfilare attorno allo Smolika, impadronirsi del passo di Metzovo e, contemporaneamente,  garantire il raccordo con le altre forze  schierate ai loro fianchi. E con un tempo da lupi, per giunta.

E puntualmente, nella prima  giornata serena e senza pioggia, la tempesta si scatena.   I greci, fino a quel momento  sfuggenti, si fanno sotto. E picchiano duro. Il primo novembre, alle otto del mattino,  nel settore del Korciano ( vale a dire in Macedonia occidentale), Papagos lancia i suoi contro il fianco sinistro italiano.  Vuole arrivare al fiume Devoli e, poi, al massiccio del Morova , i due baluardi naturali attorno ai quali si appoggia la difesa italiana.   Se ci arriva e li supera, niente può fermarlo fino a Coritza. E una volta nella piana di Coritza,  può portarsi alle spalle dello schieramento italiano in Epiro.
Le tre divisioni italiane  nel Korciano – la Parma, la Venezia e la Piemonte –  colte di sorpresa, si sbandano, come si sbandano e se la danno a gambe levate, nonostante l’intervento dei carabinieri,  i battaglioni ausiliari albanesi, di cui tanto bene aveva parlato Jacomoni.  I greci avanzano “ per l’alto”, battendo i costoni,  martellando il nemico con i mortai, lanciando i loro reggimenti di cavalleria, montati su robusti cavallini a proprio agio sui sentieri di montagna, contro le mal difese posizioni italiane. E  rinforzano, con l’invio di tre divisioni e di un reggimento di euzoni, lo schieramento in Epiro.

La Julia è nel mezzo del tritacarne. I suoi collegamenti con i due fronti- quello dell’Epiro e quello macedone- sono saltati. Il fronte assomiglia a una porta girevole: da un lato gli italiani avanzano in Epiro e sono sul Kalamàs; dall’altro, nella direzione opposta, i greci dilagano in Macedonia  e  si avvicinano al  Devoli. In mezzo, il perno della manovra, la Julia, non sostiene più alcunché e   gira a vuoto. Alle spalle della divisione, cominciano a infiltrarsi forze nemiche. Il generale Quirino Armellini annota nel  proprio diario: “ Babilonia completa!”  Nessuna espressione poteva essere più efficace.
Il generale Pricolo, mandato da Mussolini a dare un’occhiata, chiede a  Visconti Prasca se sappia qualcosa della Julia. Risposta:  La Julia? Non ho notizie, ma a quest’ora avrà senz’altro raggiunto il passo di Metzovo. Ma non è lui il comandante delle truppe italiane? Se, a cinque giorni dall’inizio dell’invasione,  non lo sa lui dove si trovi la Julia, chi altri deve saperlo? Ma c’è anche di più. Richiesto da Roma  di fare il punto della situazione,  Visconti Prasca risponde: “ Situazione Epiro non inquietante”.
Non inquietante? Arrivati a Coritza,  sfiniti, con le barbe lunghe, le uniformi a brandelli, ma stringendo saldamente  il fucile, gli alpini della Julia , abbandonate le posizioni e ritiratisi dopo essersi aperto un varco fra le forze greche alle loro spalle, chiedono- supplicano, quasi- qualcosa  da mangiare.  Mesi dopo, molti di quegli uomini, da vinti diventati vincitori,   divideranno la propria pagnotta con la popolazione  greca affamata.

 

“Greci, fermatevi qui!”

Cadono le prime teste. Il 9 novembre, Visconti Prasca viene privato del comando, promosso a metà e mandato a guidare l’ XI armata. Lo sostituisce il  generale Ubaldo Soddu, sottosegretario alla Guerra, sottocapo di stato maggiore  e, a tempo perso,  compositore di musiche da film.  “Vedrai” dice a Visconti subito dopo l’avvicendamento “  collaboreremo, vinceremo e  diventeremo entrambi  Marescialli d’Italia”. Ancora le ambizioni personali. Ma due giorni dopo, Visconti  Prasca è definitivamente allontanato dall’esercito e in Albania,  al comando dell’XI armata,  torna il generale Carlo Geloso.
Si corre ai ripari. I corpi d’armata vengono raddoppiati ( da due a quattro); si interrompe la smobilitazione in atto in Italia e si dà  priorità assoluta all’invio nel settore balcanico  di   uomini , armi, materiali, quadrupedi e automezzi.  Soddu si sforza  di mettere ordine nel caos albanese. Dà  disposizione di rafforzare la testa di ponte sul Kalamàs ( fronte dell’Epiro) e lo schieramento difensivo nel Korciano ( fronte macedone); manda, ora qui ora là , a tamponare falle e a puntellare cedimenti   i reparti sbarcati dalle navi o dagli aerei. In questo modo, divisioni  già ricostruite in maniera affrettata in Italia,  appena messo piede in Albania,  senza  armi pesanti, senza  mezzi di trasporto che sarebbero arrivati chissà quando, vengono smembrate e  quasi nessuna di loro  riuscirà a ricostituirsi, a ritrovare i propri ufficiali  e, insieme a essi, lo spirito di corpo.   Un’offensiva? C’è da ringraziare il Cielo se restiamo dove siamo.

E non ci restiamo, infatti. Il 14 novembre, i greci attaccano di nuovo.  Nel settore macedone, puntano a sloggiarci dal  Devoli e ad aggirare il   massiccio del Morova; in quello dell’Epiro, investono di nuovo  la Julia,  in linea sulla tragica testa di  ponte di Perati. Qui la chiave è il presidio di Erseke, dove  un reggimento italiano, il 1° bersaglieri,  al comando del colonnello Azzaro, funge da punto di sutura fra le armate dei due fronti. Il generale Nasci, comandante della IX armata,  parlando al telefono con il proprio subordinato,  accenna alla possibilità di un arretramento  su posizioni più sicure. E’ un ordine o soltanto una riflessione ad alta voce ? Sia come sia, il colonnello Azzaro arretra, non avvisa la divisione  Bari e spalanca  un corridoio di una trentina di chilometri  fra le due armate.  I greci non lo sfruttano subito, ma ormai la frittata è  fatta, anche se i rinforzi immediatamente gettati nella falla  ( un battaglione di guardie di finanza e due di camicie nere)  contribuiscono  a limitare i danni.

Piove, a tratti nevica. I mortai   da 81 martellano senza sosta le  nostre posizioni;  gli ospedali da campo mancano di tutto; l’aeroporto di Coritza è sotto tiro. Esposti  al fuoco nemico,  gli alpini scendono dagli Junker tedeschi:  molti di loro, lordi di sangue,  vengono subito reimbarcati sullo stesso aereo e rispediti indietro. Al fronte gli atti di eroismo non si contano; i soldati e  gli  ufficiali cercano di tenere duro;  si contrattacca alla baionetta, ufficiali  superiori in testa. In uno di questi assalti, cade il colonnello Luigi Zacco. Non sarà l’unico.
Il bastione del Morova sta per essere aggirato dai greci. Resistere? Ritirarsi? Soddu  chiede lumi a Roma  e da Roma gli giungono soltanto la risposta evasiva di Badoglio e l’invito del duce a procrastinare. Soddu, lasciato solo o quasi, decide di ritirarsi.  I greci  si lanciano in avanti  e   affondano  nel vuoto. Davanti a loro,  in lunghe colonne,   gli italiani abbandonata Coritza sotto gli occhi esterrefatti   e increduli degli albanesi,   ripiegano- abbastanza in ordine, per altro-  verso una linea più sicura , di cui uno dei bastioni principali  dovrebbe essere Pogradec. Ma Pogradec viene presa dai greci  con un abile colpo di mano preparato  da uno dei loro generali, Tsolakoglou , e portato a termine, con una manovra tanto spregiudicata quanto coraggiosa,  dalla loro fanteria d’élite, gli euzoni. Di male in peggio.

Anche il fronte dell’Epiro è in movimento.  La falla aperta dall’abbandono di Erseke  ha  messo  la Bari in guai seri e la Julia  di nuovo sotto il fuoco. A Perati, dove abbiamo costituito una testa di ponte e ,  dove, secondo la canzone famosa, la “ meglio gioventù va sotto terra”, gli alpini  resistono fin che possono, ma , a un certo punto,  attaccati in forze,  devono ritirarsi. E  si ritirano anche  la  Siena, la Ferrara e la Centauro. Quest’ultima, nel corso della ritirata,  abbandona nel fango molti dei suoi piccoli carri armati, tanto temuti- senza ragione, per altro-  da Papagos: i greci li rimetteranno in sesto e li useranno contro di noi.
Minacciate di accerchiamento,  le nostre truppe ripiegano dall’Epiro  in Albania  su una nuova  linea a difesa di  Argirocastro, Santi Quaranta e Permeti. Geloso vorrebbe restringere ulteriormente il fronte, abbandonando altro territorio albanese, ma, per il momento,  non gli viene concesso.  Un unico colpo di maglio è bastato per mandare in frantumi lo schieramento italiano, sia in Macedonia, sia in Epiro e per spalancare ai  greci  l’ Albania.
La presa di Coritza  è  una cocente umiliazione per noi, un motivo di orgoglio per i greci. L’intero Paese viene imbandierato. Metaxas parla alla radio rispondendo per le rime- e soprattutto  coi fatti- all’assoluta certezza di Mussolini. A Londra,  alla Camera di Pari, lord Halifax  ha  parole di  ispirata ammirazione per  il coraggio e la combattività  dei greci.
La notizia della ritirata italiana fa il giro del mondo. Papagos è sulla copertina di “Time”. E   proprio in quei giorni, a  Mentone, in Francia,  all’ingresso  della città, un irriverente  cartello ammonisce: “ Greci, attenzione,  questo è territorio francese: fermatevi qui e  non andate  oltre!”( Grecs, arretez-vous! Içi France!)

Regalo di Natale.

Si apre la caccia ai colpevoli del disastro. Badoglio, abbandonato da tutti, attaccato duramente sul giornale di Farinacci, il Regime Fascista , viene fatto fuori. Presagendo la tempesta, aveva cercato di coprirsi le spalle, annotando  sul diario ufficiale dello stato maggiore: io l’avevo detto che invadere la Grecia con meno di venti divisioni sarebbe stata una pazzia. L’aveva detto, sì( il 14 ottobre a Mussolini),  ma , il giorno seguente, aveva  avallato l’operazione di Visconti Prasca, non opponendosi in modo deciso. Anzi, in certi momenti era sembrato appoggiarla totalmente. Silurare Badoglio vuol dire attribuire  la responsabilità del disastro allo stato maggiore, non al duce né a Ciano.  Ma Mussolini si spinge oltre. Secondo  lui ,  non solo i generali, ma anche i soldati  sono delle pappemolli. Sotto Natale mentre a Roma nevica, commenta: questa neve provvederà a far fuori le mezze cartucce e a fortificare la razza. Più o meno negli stessi giorni, in un’Atene insolitamente  fredda , Metaxas  scrive sul proprio diario: chissà  come  patiscono  i miei soldati al fronte!

Al fronte patiscono anche gli italiani. Sulle montagne d’Albania nevica quasi ogni giorno, un vento gelido soffia in faccia ai nostri soldati ghiaccio e brina,  si registrano i primi congelamenti. La gamba, dal ginocchio in giù, si gonfia e  si fa  prima scura, poi violacea, poi nera ; i piedi diventano insensibili:  se non si interviene in tempo, il destino è  segnato. Negli ospedali da campo c’è poco o  niente per curare e allora si amputa. Migliaia di ragazzi, partiti dall’Italia pieni di fiducia e di entusiasmo, ci torneranno segnati nello spirito e nel corpo, invalidi e senza prospettive. Quei ragazzi, stoici, coraggiosi, tenaci meriterebbero  di più  del commento sprezzante del duce sulla razza; forse meriterebbero, se non un encomio pubblico, almeno il riconoscimento  delle  sofferenze e dei sacrifici che, in condizioni del tutto improvvisate, compiono quotidianamente per tenere in piedi la baracca.  Ma Roma  tace. Si sente soltanto la voce, bolsa e irreale   dei bollettini di guerra.
Al fronte i  nostri soldati ricorrono a ogni mezzo possibile per evitare le temuta e subdola “ morte bianca”. Si avvolgono i piedi e le gambe in pelli di gatto, di capra,  di coniglio, di mulo; si sbarazzano dei  guanti di lana autarchica arrivati dall’Italia: si inzuppano d’acqua, gelano e stringono le mani in una morsa letale. Estraggono il cervello ancora palpitante dei muli agonizzanti, se lo mettono sotto l’elmetto per tenersi calda la testa e poi se lo mangiano. Crudo.
Le uniformi sembrano  fatte di cartone: si ispessiscono e si irrigidiscono, non riparano dal freddo  e non conservano il calore corporeo. Il filo autarchico non tiene; le barbe si fanno ispide e incolte; a volte gli otturatori delle armi si bloccano  per il freddo e, quando accade, i greci, come se lo sapessero, attaccano;  la neve copre gli avvallamenti, i sentieri, le cime: trovare sulle carte  i luoghi assegnati  è difficilissimo. Più di un reparto perde l’orientamento e finisce dritto in bocca al nemico. Per essere meno visibili di giorno, orinano sugli elmetti  o vi spalmano terra e fango; hanno poco da mangiare: gli alpini della Julia, prima della ritirata su Coritza, non toccheranno  cibo per giorni.  Arrivano i regali di Natale:  tre  fichi secchi e due sigarette.
Le convinzioni si fanno meno granitiche. I più sono convinti della vittoria finale, ma non possono fare a meno di notare  la confusione, l’approssimazione, la leggerezza con cui è stata preparata e condotta l’invasione. I primi giorni sono convinti di arrivare ad Atene in due settimane, ma il tempo passa, Atene è lontana , le settimane  diventano mesi.  Qualcuno comincia a chiedersi: perché? per chi? Intanto, tutt’intorno, gli albanesi , con gli  atteggiamenti, con gli  sguardi, col  comportamento, sembrano esprimere tutto il proprio disprezzo e la propria incredulità  verso quell’esercito- l’esercito di una “Grande Potenza”-  messo in fuga  e quasi ridicolizzato dai soldati di una minuscola nazione. E questo fa star male i nostri , forse ancora di più del freddo, delle imboscate, delle bombe di mortaio piovute  da chissà dove, delle razioni da fame, dei pidocchi e della sporcizia. Ma si sforzano di tenere duro.

Anche i greci hanno i loro guai. Soffrono il  freddo e gli stessi  disagi degli italiani, sono infestati dai pidocchi,  ma lottano per uno scopo e  sono a casa propria. Le loro linee di rifornimento sono lunghe e difficoltose, ma , a differenza delle nostre, funzionano e i reparti di  prima linea, quando è possibile, vengono avvicendati . Il fronte dell’Epiro e quello della Macedonia  sono comunicanti   e, in caso di necessità,  permettono lo spostamento di truppe da uno all’altro. Arrivano i primi aiuti inglesi: truppe scelte, molto materiale, aerei da guerra. L’intero Paese è al fianco  dei  propri soldati;  Metaxas è un eroe degno di Pericle o di Alessandro Magno. Ma lui, l’uomo del no, sempre più stanco e tormentato, non si fa illusioni. Aveva detto al re  la mattina stessa della consegna dell’ultimatum da parte di Grazzi: prima o poi, i tedeschi arriveranno, ma  l’onore esige che si vada avanti.
Non subirà l’umiliazione di vedere  i tedeschi entrare in Grecia da vincitori. Morirà il 29 gennaio, di setticemia. Le ultime parole sul suo diario erano state per la moglie: Nanà sta meglio. In Italia si avanzò l’ipotesi di un avvelenamento. Responsabile la perfida Albione, naturalmente.

La legnata.

Del generale Ugo Cavallero, si diceva tutto e il contrario di tutto, non che fosse stupido però.  Quando prende il posto di Badoglio, eredita  una situazione al limite del collasso. Si dà, allora,  due obiettivi immediati. Il primo: mettere ordine nel  flusso dei rinforzi in Albania, cercando  di mantenere integre le divisioni; il secondo:  acquisire la superiorità numerica ed erigere un “ muro”  difensivo sulla linea del fiume  Skumbini  per bloccare l’impeto dei greci.
Ha bisogno di tempo. Che Roma, però,  non sembra disposta a dargli. I tedeschi sono sempre più insofferenti. Hitler non è contento di come vanno le cose,  offre sempre più insistentemente  soldati,  non risparmia critiche e prima o poi interverrà: bisogna sbrigarsi , attaccare e ancora attaccare,  riportare qualche vittoria per risollevare un prestigio assai compromesso, tuona Mussolini.
Ancora una volta, però, ad attaccare sono i greci.  Prima conquistano Himara, sulla costa albanese, travolgendo una stanchissima  Julia e una sfortunatissima  Siena, bombardata per errore dai nostri aerei;  poi, anticipando la controffensiva di Cavallero verso Porto Palermo e Himara ,  puntano su Klisura, prendono la città e si incuneano per una quindicina di chilometri nello schieramento italiano. Ad Atene e in tutta la Grecia le bandiere sventolano di nuovo al meltemi; a Roma , i bollettini parlano di “ attacchi locali” e i gerarchi del  fascismo, per  dare l’esempio, si apprestano a raggiungere il  fronte.

Si muovono anche gli inglesi.  Churchill vuole  dare respiro alla Gran Bretagna, bombardata dal cielo e sotto minaccia di invasione: la guerra di Grecia può servire allo scopo. Anche per tenere lontani da Creta italiani e tedeschi.  I greci, però, sono esigenti o, se si preferisce, realisti: chiedono  non meno di nove  divisioni, con adeguato appoggio aereo. I britannici , per il momento, offrono molto meno: un paio di reggimenti  e una sessantina di carri armati. Anche in questo caso,  la risposta greca è oki, no.  Quelle forze, scarse e insufficienti, non servirebbero  ad alcunché in caso  di attacco tedesco dalla Bulgaria e, se fossero  accettate, chiuderebbero  la porta, in maniera definitiva, a  eventuali, anche se  piuttosto improbabili,   riavvicinamenti  con la Germania.
Tutto come prima, allora. Da una parte Cavallero continua a erigere il suo “muro”, dall’altra Papagos  mantiene alta la pressione sulle nostre truppe. Stiamo male noi, stanno male i greci. Anche loro sono stanchi e provati, anche loro cominciano a sentire il peso di mesi di combattimenti in condizioni estreme.  Il generale Drakos, responsabile del fronte dell’Epiro, in preparazione di un’offensiva,  fa presente la necessità di un avvicendamento delle truppe:  per tutta risposta viene sostituito. Come era stato silurato Soddu, quando, a metà dicembre,  in preda allo sconforto, aveva avanzato l’ipotesi di una conclusione politica della faccenda.

A Roma Mussolini parla  di quando verrà il bello: con la primavera ci muoveremo e non ce ne sarà per nessuno, dichiara.  Si studiano, allora,  due ipotesi per  dare una “ legnata” ai greci: un’offensiva nel Korciano o un’ offensiva in direzione di Klisura. Si sceglie Klisura  e si commette un errore. Doppio per giunta. L’offensiva nel Korciano avrebbe permesso, se riuscita, di collegare la nostra offensiva con quella, imminente, dei tedeschi; attaccando Klisura, la nostra offensiva si sarebbe ridotta a  un’azione locale, con scarso valore strategico. E,  secondo errore,  si va a  dar di cozzo là dove i greci sono più forti.
Il peso dell’attacco, preceduto da un intenso fuoco di artiglieria e alla presenza del duce in persona accolto con manifestazioni di entusiasmo al suo arrivo in Albania ai comandi di un  aereo militare, tocca al generale Gambara. Ha il compito di  sfondare al centro, mentre , ai suoi fianchi, altri due corpi d’armata devono tenere immobilizzati i greci. Mussolini vuole assistere all’avanzata. Prende posto nell’osservatorio di Komarit . Accanto a lui, qualcuno gli  indica  una piccola collina: è la collina di Monastero, un importante punto strategico, gli viene spiegato. Il duce annuisce.
E intorno a Monastero la lotta si accende furibonda. Gli italiani attaccano, attaccano, ma non fanno progressi. Dal suo punto di osservazione,  il duce  scuote la testa: se un’offensiva non riesce nelle prime ore, non riesce più. Dopo  giorni   di attacchi e di contrattacchi, il 14 marzo  Cavallero mette le carte in tavola: se tra  oggi e  domani non ce la facciamo, dobbiamo rinunciare. E così avviene, puntualmente. In quell’offensiva di primavera, lasciamo sul campo migliaia di  uomini. Per niente. Klisura resta in mano greca e Mussolini  si ritrova a stringere il  classico pugno di mosche. Quando tutto sarà finito,  quella sconfitta diventerà una vittoria.  Secondo Cavallero, essa fu “ la vittoriosa offensiva del marzo… che, da voi ( duce)  propugnata e diretta , portò così rudi colpi alla compagine dell’esercito greco da disgregarne la resistenza  e renderne impossibile ogni ulteriore conato”. E Mussolini, dal canto suo : “ E’ tra la  Vojussa e l’Ossum, sui fronti tenuti dal IV,VIII,XXV Corpo d’Armata che furono spezzate le reni al nemico…”  Se lo dicono loro…

Dopo la batosta di marzo, in Grecia non avanziamo più, continuiamo a fare “ muro”. Dal canto suo,  Papagos , desideroso di finire il lavoro in fretta  e di  buttarci a mare, lancia attacchi su attacchi,  spesso in modo scriteriato.  Il “muro” di Cavallero tiene. Ma c’è un altro problema per i greci.  Serissimo questa volta: i tedeschi sono sul piede di guerra e dal  1° marzo ammassano truppe alla frontiera bulgara.  Il conflitto si allarga. L’aiuto inglese alla Grecia  non è più simbolico( sono arrivate tre divisioni) e  in Jugoslavia, un colpo di stato rovescia il regime filo-tedesco,  sparigliando  le carte e aumentando la confusione.
Sulle montagne di Albania la neve si scioglie. Torna ad essere visibile un’enorme scritta inneggiante al duce. In Italia tutti i giornali vicini al regime  interpretano questo fenomeno come un presagio certo di vittoria.  Hitler non vuole umiliare il Mussolini. Gli scrive: stiamo per intervenire e possiamo vincere, ma a una condizione: che le truppe italiane tengano duro in Albania.  Il duce garantisce. E non si accorge o finge di  non accorgersi  che il suo alleato lo sta prendendo in giro.
Il 6 aprile  le divisioni corazzate del feldmaresciallo Wilhelm List attraversano la frontiera bulgara e  entrano in Grecia.

Epilogo.

A Cefalonia gli italiani esigono la resa delle autorità locali, asserragliate nel municipio di Argostoli.  Alla prima richiesta   di arrendersi,  la risposta è, per usare un eufemismo : “ Andate a quel paese!” Secondo tentativo e seconda risposta: “ Ogni italiano che chiederà la resa , sarà immediatamente fucilato”. Terzo tentativo e terza risposta: “ Se non sapete che cosa significhi andare a quel paese , entrate e ve lo mostreremo”. Poi, le condizioni: “ Ci arrenderemo soltanto a un ufficiale tedesco di grado elevato”.
Così la racconta il capitano Antonio Corelli, nelle pagine  del romanzo di cui è protagonista insieme al proprio mandolino. A parte il linguaggio,  forse meno colorito e un po’ più “ diplomatico”,  andò così un po’ dappertutto. I greci non volevano arrendersi agli  italiani:  non erano stati sconfitti da loro, ma dai tedeschi. List sembrò accettare   questo punto di vista, Mussolini no. Quando il 20 aprile fu firmato l’armistizio, nel testo non c’era alcun accenno all’Italia e agli italiani.  Intervenne Hitler, la cerimonia fu replicata, il testo modificato e il duce ebbe la sua parte di gloria e di compensi territoriali. Mussolini non spese una parola per i greci . Hitler- possiamo dirlo?-  fu più magnanimo: difese il duce e la sua folle impresa,  ma dichiarò: il soldato greco si è battuto con valore  e coraggio. E aggiunse: “ La Grecia ha combattuto così valorosamente che anche la stima dei suoi nemici non può venirle negata. ” Da parte sua, Churchill disse, più o meno, questo: “  I greci non combattono da eroi: gli eroi combattono da greci.”(Hence we will not say that Greeks fight like heroes, but that heroes fight like Greeks.)

Per la Grecia vennero tempi duri. Ma anche tempi durante i quali greci e italiani, prima diffidenti  e pieni di rancore gli uni verso gli altri, impararono, a poco a poco,  a capirsi; tempi  durante i quali  i greci seppero distinguere fra chi opprimeva, distruggeva , deportava  e chi divideva con loro parte del proprio rancio. E vennero anche i tempi delle scelte:  tragici come  a Cefalonia; pieni di speranza , quando greci  e italiani  si unirono nella resistenza al  nemico comune.
Se  andate in Grecia e  vi capita di parlare   di questi  lontani avvenimenti con qualcuno,   ancora oggi  troverete  sempre  chi ,  con sincerità e senza malizia, magari alzando gli occhi al cielo,  commenterà: “ Che cosa vi hanno fatto fare!”  Proprio così: non “ Che cosa avete fatto!”, ma “ Che cosa siete stati costretti a fare” .
Non c’è giudizio storico migliore.

Da leggere

Mario Cervi, Storia della guerra di Grecia, Oscar Mondadori, 1969
Louis de Bessières, Il mandolino del capitano Corelli, Guanda, 2001
Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale. Oscar  Mondadori, 2003
Mario Rigoni Stern, Quota Albania, Einaudi, 1971

Da vedere:


Il mandolino del capitano Corelli, di John Madden, 2001

Gli avvenimenti in breve.

12 ottobre 1940: truppe tedesche si stabiliscono in Romania con lo scopo , neanche troppo segreto, di “proteggere” i pozzi petroliferi di Ploesti.
15 ottobre: a Roma  viene decisa l’invasione della Grecia. Alla riunione, presieduta da Benito Mussolini, partecipano il ministro degli Esteri conte Galeazzo Ciano, il capo di stato maggiore generale, Maresciallo Pietro Badoglio, il luogotenente del re in Albania, conte Francesco  Jacomoni di San Savino ,  il comandante delle truppe italiane in Albania, generale conte   Sebastiano Visconti Prasca, il sottocapo di stato maggiore dell’esercito, generale Mario  Roatta. Stranamente vengono esclusi il generale Francesco  Pricolo, capo di stato maggiore dell’Aeronautica e l’ammiraglio Cavagnari , capo di stato maggiore della Marina.
25 ottobre: “ignoti”  attaccano un posto di frontiera albanese. Secondo fonti italiane, si registrano  alcune vittime; tre bombe esplodono nella Legazione italiana di Santi Quaranta- Porto Edda : non ci sono vittime.
26 ottobre: ad Atene viene rappresentata la Madama Butterfly di Puccini, alla presenza del figlio del compositore. La rappresentazione è seguita da un ricevimento ufficiale presso la Legazione italiana. A notte fonda cominciano ad arrivare i telegrammi cifrati con il testo dell’ultimatum alla Grecia.
28 ottobre: alle tre del mattino il ministro plenipotenziario ad Atene, Emanuele Grazzi, fino a quel momento tenuto all’oscuro di tutto, o quasi,  consegna l’ultimatum a Metaxas. L’ultimatum viene respinto.
28 ottobre: in anticipo sulla scadenza dell’ultimatum, i primi reparti italiani entrano in Epiro. Dopo settimane  di  bel tempo , da due giorni piove e fa freddo.
29 ottobre: viene annullata l’occupazione dell’isola di Corfù. Nel settore dell’Epiro operano, dalla costa verso l’interno, il “Raggruppamento” del litorale, le divisioni Siena, Ferrara , Centauro e, nella zona della catena del Pindo, la divisione alpina Julia. Nel Korciano, vale a dire in Macedonia occidentale, opera la Parma con la Piemonte di riserva. Presto nel settore epirota arriverà  la Bari, originariamente destinata all’occupazione di Corfù e, nel  settore del Korciano, la Venezia,  spostata dal confine jugoslavo. La Piemonte sarà mandata in prima linea  quasi subito.
31 ottobre: la Siena  raggiunge il  Kalamàs, la Julia il  Sarandàporos,   fiumiciattoli  di solito senza importanza, ora  terribilmente gonfi e rovinosi. E difficili, terribilmente difficili da guadare.
1 novembre:  i greci, fino a quel momento sfuggenti in Epiro, attaccano violentemente in Macedonia occidentale, travolgendo le  difese italiane. Nei giorni seguenti le nostre divisioni si ritirano e si attestano sul  fiume Devoli.
3 novembre: arrivano in Grecia alcune squadriglie di aerei da guerra inglesi. Li comanda il commodoro d’Albiac.
4 novembre: il  generale Papagos, comandante in capo dell’esercito greco,  rafforza il settore dell’Epiro con due divisioni e un reggimento di euzoni. Anche in questo settore, i greci cominciano a premere.
7 novembre: la divisione  Julia, minacciata di accerchiamento, deve ripiegare su Coritza.
9 novembre: Visconti Prasca è sostituito dal generale Ubaldo  Soddu, sottosegretario alla Guerra . Gli viene  assegnato il comando dell’XI armata.
11 novembre: Visconti Prasca è privato del comando dell’XI armata e collocato in “congedo illimitato”. Il generale Carlo Geloso, al posto del quale era stato nominato mesi prima Visconti Prasca , si prende la rivincita e  torna in Albania alla guida dell’XI.ma.
10-12 novembre: affluiscono in Albania sei battaglioni alpini.
12 novembre: aerosiluranti inglesi attaccano a Taranto la flotta italiana danneggiando due navi da battaglia.
14 novembre: nuova offensiva greca in Macedonia occidentale. Le truppe di Papagos puntano al Devoli e al massiccio del Morova.
17 novembre: il presidio italiano di Erseke abbandona le posizioni spalancando ai greci l’intera valle dell’Ossum e scoprendo il fianco dell’intera XI armata.
18 novembre: Mussolini dichiara : “Spezzeremo le reni alla Grecia.”
18 novembre: la Julia deve rilevare in prima linea  la divisione Bari, sopraffatta dai greci. Alla Bari sarà affibbiato il poco lusinghiero epiteto di “ divisione scappa-scappa”.
20 novembre: il ponte di Perati, tenuto dalla Julia è investito da  massicce forze nemiche.
21 novembre: viene consegnata al duce una lettera di Hitler: l‘iniziativa italiana ha  avuto “ conseguenze psicologiche spiacevoli”( leggi: brutta figura) e conseguenze militari molto gravi ( leggi: la sconfitta subita ad opera dei greci).
22 novembre: gli italiani abbandonano  Coritza. La radio italiana  annuncia: il generale Soddu continua a preparare la conquista della Grecia. In una vignetta greca dell’epoca, Mussolini a cavallo e tutti i suoi soldati vengono  messi i fuga da un unico euzone in costume tradizionale.
26 novembre: il maresciallo Badoglio presenta le proprie dimissioni da Capo di stato maggiore generale. Il 4 dicembre, Mussolini dopo aver informato , nei giorni precedenti, il re congeda Badoglio con queste parole : “ Va bene, da questo momento siete in libertà”. Al suo posto viene chiamato il chiacchieratissimo generale Ugo Cavallero.
28 novembre: gli euzoni del generale Tsolakoglou prendono Pogradec  e tolgono a Soddu uno dei bastioni sui quali appoggiare la nuova  difesa.
4 dicembre: con il fronte sotto pressione Soddu telefona al generale Alfredo Guzzoni, a Roma,  avanzando l’ipotesi di una soluzione politica.
7 dicembre:  Argirocastro, in Albania, viene evacuata.
11 dicembre: von Ribbentrop , ministro degli Esteri tedesco, invia una circolare ai propri ambasciatori, spiegando loro l’atteggiamento da tenere e le risposte da fornire alla stampa circa la  situazione in Albania.
29 dicembre: il generale Ubaldo Soddu è richiamato a Roma e il comando delle truppe d’Albania passa al  generale Cavallero.
5 gennaio: i greci , anticipando una controffensiva italiana , attaccano in direzione di  Klisura.
16 gennaio: i greci entrano a  Klisura.
13 gennaio:  ad Atene colloqui anglo-greci ai massimi livelli militari.
18 gennaio: alla vigilia della partenza per Salisburgo dove incontrerà  Hitler, Mussolini afferma: “Se qualcuno, il 15 ottobre, avesse  previsto quanto dopo in realtà è accaduto, l’avrei fatto fucilare”
19-20 gennaio: incontro Mussolini-Hitler a Salisburgo, in Austria.
29 gennaio:  muore, per un’infezione del sangue causata da un ascesso paraghiandolare, il generale e primo ministro greco Ioannis Metaxas. Al suo posto il re nomina Alèxandros  Korizis.
22 febbraio: visita del ministro degli Esteri britannico Anthony Eden ad Atene. Argomento dei colloqui: l’atteggiamento della Gran Bretagna. Essendo ormai scontato un intervento tedesco, i britannici propongono  una linea di difesa sul fiume Aliakmon  e sui massicci della Grecia centrale. Il piano contempla la rinuncia a Salonicco, seconda città della Grecia. Papagos è  per una resistenza sulla linea Metaxas, a ridosso della Bulgaria. Le divergenze di opinioni renderanno pressoché nullo il contributo britannico.
23 febbraio: Mussolini, a Roma, al teatro Adriano, promette: “ Fra poco sarà primavera e, come vuole la stagione, la nostra stagione, verrà il bello. Vi dico che  verrà il bello e verrà in ognuno dei quattro punti cardinali”
1° marzo: truppe tedesche al comando del feldmaresciallo Wilhelm List  si stabiliscono in Bulgaria, con il consenso di re Boris. I bulgari mobilitano in funzione anti-greca.
2 marzo: pilotando personalmente un trimotore S79, Mussolini parte da Bari alla volta dell’Albania. Vuole assistere all’imminente offensiva italiana verso Klisura. Atterrato  in Albania è accolto con entusiasmo dai soldati e dagli ufficiali.
2 marzo: Eden è di nuovo in Grecia. Le divisioni di Papagos  schierate alla frontiera bulgara non hanno ancora cominciato il ripiegamento verso l’Aliakmon.
9 marzo: preceduti da un intenso fuoco di artiglieria, gli italiani attaccano in Val  Desnizza in direzione di Klisura, ma senza risultati di rilievo. Combattimenti violenti si accendono attorno a quota 731.
16 marzo 1941: l’offensiva verso Klisura viene   sospesa. La “ legnata” non è stata inferta.
21 marzo: Mussolini lascia l’Albania.
21 marzo-6 aprile: le divisioni inglesi ( la  I corazzata, la II neozelandese e la VI australiana), completano lo schieramento sulla linea dell’Aliakmon
25 marzo: la Jugoslavia aderisce al Patto Tripartito  Italia-Germania-Giappone.
27 marzo:  in Jugoslavia un colpo di stato dall’evidente carattere anti-tedesco ribalta la situazione:  depone il reggente, pone sul trono il giovanissimo re Pietro II e conferisce il potere al generale Simovic, filo-britannico.
6 aprile: inizia l’operazione “ Marita”,  l’invasione tedesca della Grecia e  della Jugoslavia.
9 aprile: le truppe del feldmaresciallo List entrano a Salonicco.
10 aprile: gli italiani si muovono , da nord, in direzione della Jugoslavia.
12 aprile: Papagos ordina alle divisione della Macedonia occidentale e dell’Epiro di ritirarsi per sfuggire all’accerchiamento tedesco.
13 aprile: approfittando della ritirata greca, il fronte italiano d’Albania si butta in avanti. I greci  resistono con tenacia, ma soltanto per ritardare l’avanzata delle truppe di Cavallero.
14 aprile: i soldati della divisione Venezia entrano a Coritza. Sul fronte dell’Epiro vengono riconquistate Klisura e quota 731.
18 aprile: l’XI armata italiana entra in  Argirocastro; i tedeschi manovrano in direzione di Gianina e si accingono a chiudere il cerchio. L’esercito greco è in rotta.
18 aprile: il primo ministro greco Korizis si toglie la vita con due colpi di pistola.
19 aprile: al passo delle Termopili, reparti inglesi, neozelandesi e australiani bloccano temporaneamente i tedeschi, permettendo al grosso delle truppe di raggiungere i porti meridionali della Grecia per imbarcarsi alla volta di Creta.
20 aprile: a Larissa,  contro il parere e gli ordini di Papagos,  il generale Tsolakoglou  si arrende ai tedeschi. Nel documento di resa  non sono menzionati gli italiani, ai quali i greci rifiutano di arrendersi.
23 aprile: viene replicata la firma della resa, questa volta anche alla presenza degli italiani.
27 aprile:  gli uomini di List entrano in Atene
28 aprile: i   britannici del generale “ Jumbo” Wilson  si imbarcano dai porti del Peloponneso e dell’Attica e lasciano la Grecia. I greci  tributano loro applausi e manifestazioni di solidarietà.

I protagonisti.

 

I greci

Ioannis Metaxas  ( 1871- 1941)

Dopo aver combattuto per il proprio Paese  contro i turchi, essersi perfezionato nelle accademie militari tedesche  e aver  partecipato alle guerre balcaniche  del 1912-13, viene promosso generale e nominato  ai vertici dell’esercito greco. Allo scoppio della prima guerra mondiale  si pronuncia per il non intervento della Grecia e si oppone alla campagna inglese nei Dardanelli, voluta da Churchill,  realizzata   e  conclusasi  con  un fallimento  clamoroso. All’indomani della vittoria elettorale( 1916) del primo ministro  Eleftherios Venizelos,  decisamente favorevole alla guerra,  Metaxas mette in stato di allerta l’esercito:  è intenzionato ad effettuare un colpo di stato, ma  non può mettere in pratica il proprio proposito, perché il re Costantino I lo  destituisce.
La Grecia entra in guerra e il re viene deposto. Metaxas, monarchico convinto, segue Costantino in esilio. Ritorna in patria nel 1920 insieme al re  e partecipa alla vita politica  continuando a farlo anche quando, nel 1922, viene istituita la repubblica. Il partito da lui fondato prende il nome di  “ Partito dei Liberi Pensatori”.
Nel ’36- la  monarchia è stata restaurata un anno prima-  Metaxas ha la sua occasione. Ministro della Difesa e primo ministro ad interim, approfitta dei disordini  scoppiati nel Paese per proclamare lo stato d’emergenza e per esautorare il Parlamento. Nell’agosto dello stesso anno concentra nelle proprie mani  molti poteri. Coadiuvato dal  potente capo della polizia Mavroudis, abolisce  i partiti, impone  una censura severa , vieta scioperi e agitazioni e imbavaglia qualsiasi tipo di opposizione. Nello steso tempo  porta la giornata lavorativa a otto ore, vara alcuni provvedimenti  per migliorare le condizioni dei lavoratori , istituisce il Fondo per la Sicurezza  Sociale , pone a carico dello stato i debiti delle aziende agricole. In questo modo guadagna consenso. Un consenso  ancora lontano,  tuttavia, da quello di cui, in Italia,  gode il suo idolo, Benito Mussolini.
In politica estera, soprattutto dopo la conquista italiana dell’Albania, Metaxas  si avvicina, anche se con cautela,  alla Gran Bretagna. Il 28 ottobre respinge l’ultimatum  italiano . Il 29 gennaio del 1942,  mentre i suoi soldati agli ordini del generale Papagos colgono un successo dietro l’altro, colpito da un flemmone alla faringe , poi degenerato in ascesso paraghiandolare, muore per un’infezione del sangue.
Fu il colpo di testa di Mussolini a segnare  il destino di Metaxas.  Quest’uomo  dalla mentalità piccolo-borghese,  nato a Itaca come Odisseo, ma  senza lo spirito e il carattere di Odisseo; quest’uomo  onesto e  patriottico,  astuto e  sospettosissimo,  monarchico e anticomunista,  emotivo  e  spietato,  provato   da una salute malferma  e  da problemi familiari  , seppe trovare, nel momento decisivo, la forza e il coraggio per opporsi a un’azione ingiustificata e ingiusta. Da dittatore di provincia, destinato probabilmente  a una fine politica  prematura, ingloriosa  e anonima, si trasformò nel simbolo stesso della fierezza , dell’orgoglio  e dell’onore  del popolo greco. Per molti è diventato un mito.  Non pronunciò mai, in modo secco,  oki, no,  davanti a Grazzi, eppure  è  passato alla storia come  “l’uomo che disse no”. E la festa nazionale  greca, l’equivalente del nostro 2 giugno, si  celebra proprio il 28 ottobre . E  ancora oggi quel giorno,  per tutti i greci, non è il giorno celebrativo  dell’entrata della Grecia nella seconda guerra mondiale:  ancora oggi quel giorno   è  “ il giorno del no”.

Alèxandros Papagos, ( 1883-1955)

Ufficiale di cavalleria con studi all’estero ( Bruxelles, Ypres),  combatte nelle guerre balcaniche del 1912-13, partecipando all’assedio di Gianina ( Ioànina) e alle campagne in Macedonia. Nel 1917, quando il re viene esiliato da Venizelos, Papagos  è rimosso dall’esercito, ma è richiamato al ritorno della monarchia nel ’20 e assegnato in Asia Minore. Di nuovo rimosso nel 1922, anno in cui in Grecia viene proclamata la repubblica, viene riammesso nei ranghi nel 1927 con il grado di maggior generale. Nel 1934 è comandante di corpo d’armata ; l’anno seguente è capo di stato maggiore e ministro nei governi Kondynis e Demertzis. Nel 1936 si schiera con Metaxas di cui diventa ministro della Guerra. L’anno dopo, in qualità di capo di stato maggiore, tenta di ristrutturare e di riorganizzare le forze armate.  Comandante in capo dell’esercito greco durante la guerra con l’Italia, non solo arresta l’avanzata italiana in Epiro, ma sconfigge a più riprese il nemico e  avanza in Albania.  Sono successi clamorosi e “Time” , la prestigiosa rivista americana, gli dedica la  copertina.  Nulla può, comunque, contro le divisioni del feldmaresciallo tedesco  List, entrate in Grecia il 6 aprile  del 1941. Resta in Grecia, anche quando il governo ripara a Creta. Nel luglio del 1943 è trattenuto, insieme al suo intero stato maggiore, in qualità di ostaggio a disposizione delle SS. Insieme ad altre personalità  provenienti da diversi campi di detenzione in Europa, Papagos nel 1945 è in Sudtirolo, prima  a Villabassa (Niederdorf), poi sul lago di Braies, dove la Wehrmacht , alla vigilia dell’arrivo degli americani, porta  tutti gli illustri ostaggi sottraendoli, con un colpo di mano, al controllo delle SS.
Tornato  in patria,  assume la guida dei monarchici contro i comunisti durante la guerra civile. A capo del Partito del Raggruppamento Ellenico, da lui fondato, vince le elezioni  e occupa la carica  di primo ministro dal 1952 al  1955, quando muore.  Un quartiere di   Atene – Papagou –  prende il  nome da lui.
E’stato scritto: Papagos fu un generale di vecchio stampo e assai tradizionalista;  non rischiava alcunché, amava   procedere sempre con  le spalle e i fianchi coperti e detestava le mosse azzardate o i colpi di mano. Non era un Rommel, insomma. E se, durante la guerra con l’Italia,  avesse avuto di fronte un esercito altrimenti organizzato e guidato, sarebbe stato sconfitto in breve tempo.
Forse è vero. Ma non era per niente uno sprovveduto e lo dimostrò ampiamente ,  prima  mobilitando senza dare troppo nell’occhio, poi prendendoci in contropiede  e facendo massa là dove eravamo  più deboli, infine cogliendo una vittoria dietro l’altra. Non era Rommel, ma,  durante  quegli avvenimenti,  brillò come Rommel.

Georgios Tsolakoglou  ( 1886-1948)

Della sua decisione di arrendersi ai tedeschi contro  gli ordini  di Papagos, scrisse: dovevo scegliere:o continuare a combattere  rischiando una strage o cedere. Feci la mia scelta: non mi sono mai pentito, anzi, ne sono orgoglioso.
Tsolakoglou  recitò un ruolo importante durante la guerra con l’Italia,  progettando , ad esempio, la spedizione su Pogradec e conducendo altre azioni di rilievo, ma è noto soprattutto, per aver guidato dall’aprile del 1941 al dicembre del 1942 un governo collaborazionista. Dopo la guerra fu arrestato, processato e condannato a morte. La condanna  capitale fu poi commutata in ergastolo. Morì in carcere, di malattia, nel 1948.

Gli italiani

Ugo Cavallero (1880- 1943)

Dopo la laurea  in matematica,  intraprende la carriera militare, distinguendosi per l’intelligenza, l’applicazione,  la competenza e la conoscenza delle lingue straniere( tedesco e inglese).   Durante la prima guerra mondiale,  nel periodo successivo a  Caporetto, lo troviamo a capo dell’ufficio operazioni del Comando Supremo; nel 1918 lavora al  piano che porterà alla disfatta austriaca a Vittorio Veneto. Per “meriti eccezionali”  è nominato generale  a soli trentotto anni e, nel 1919,  rappresenta l’Italia nel Comitato Interalleato  a Versailles.  Nel 1920 lascia l’esercito per assumere  la direzione generale della Pirelli; nel 1924 è eletto deputato,  un anno dopo è nominato senatore  e dal 1925 al 1928 occupa la carica di sottosegretario alla Guerra. Ottiene anche il titolo di conte.  Come aveva fatto con l’esercito,   abbandona  anche la politica per diventare  presidente dell’Ansaldo, la grande industria metalmeccanica e navale italiana.
Richiamato in servizio, comanda le truppe italiane in Africa Orientale dal 1937 al 1938. E’ molto chiacchierato, come lo era stato durante il suo periodo trascorso fuori dall’esercito. C’è chi lo accusa di inventarsi successi fasulli  in battaglia  per avanzare di  carriera.  Sia come sia, nel 1940 viene nominato generale di Corpo d’Armata  con retrodatazione della nomina al ’34 e  designato,  per meriti di guerra, comandante d’Armata. Nel 1940  sostituisce il maresciallo Badoglio  come capo di stato maggiore generale , comanda le truppe in Albania e riesce prima  a rallentare, poi a fermare  l’avanzata greca. Non riuscirà a portare a compimento alcuna offensiva, però, prima dell’intervento tedesco.  Nominato Maresciallo d’Italia nel 1942, alla caduta del fascismo viene arrestato  e accusato di preparare un complotto fascista.  Al suo arresto non è estraneo  lo zampino di Badoglio.
Muore suicida  il 14 settembre del 1943,   pochi giorni dopo la  stipula dell’armistizio con gli anglo-americani.

Ubaldo Soddu, ( 1883-1949)

Partecipa alla guerra di Libia ( 1911) e , durante la prima guerra mondiale, si guadagna due medaglie d’argento al valore.  Nel 1936 viene promosso generale di divisione e assegnato al comando dei granatieri di Sardegna.  Fa una rapida carriera, anche politica. Nel 1939 è nominato sottosegretario alla Guerra  e, un anno dopo, sottocapo di stato maggiore generale( praticamente è il vice di Badoglio). Mantiene entrambe le cariche anche nei primi tempi in cui è mandato a comandare le truppe italiane in Albania in sostituzione di  Visconti Prasca : più tardi  queste cariche gli saranno tolte e assegnate al generale Alfredo Guzzoni. Riceve la nomina a comandante di Corpo d’Armata il 29 novembre e il benservito un mese dopo.
Persona facile ad esaltarsi come ad abbattersi, cercò di dare ordine al caos albanese, tamponando dove poteva tamponare e cercando di impedire ai greci di avanzare. Non ci riuscì. I suoi insuccessi gli costarono il posto e la tanto agognata nomina a Maresciallo d’Italia.

Sebastiano Visconti Prasca  ( 1883-1961)

Autore   del  fallito “colpo di mano in grande” in Epiro che avrebbe dovuto spalancare all’Italia le porte della Grecia,  il generale Sebastiano Visconti Prasca appartiene  a un ramo della nobile e prestigiosa   famiglia milanese  dei Visconti . Sostenitore della guerra lampo – sicuramente   adatta allo strapotente esercito tedesco, meno allo  scalcinato esercito italiano di quei tempi- è autore di  un libro di memorie, Io ho aggredito la Grecia, nel quale  difende il proprio operato e insiste, con qualche ragione,  in modo particolare, sullo scarso  contributo dell’aeronautica, soprattutto nella prima fase dell’avanzata. Prima di assumere il comando della forze italiane in Albania in sostituzione del generale Carlo Geloso, considerato un “ esperto” del settore, Visconti Prasca era stato addetto militare  a Belgrado , dal 1924 al 1929, poi a Parigi e , nel 1938,  a Berlino. Aveva comandato anche il corpo italiano di occupazione della Saar. Probabilmente l’esperienza di addetto militare e la permanenza in territorio tedesco gli ispirano  il libro Guerra decisiva, nel quale appunto, come abbiamo visto, teorizza la  guerra lampo.
Viene sostituito dopo pochi giorni dall’invasione. Non la prende  bene e  tempesta lo stato maggiore di ricorsi.  Il suo, come tanti altri,  sarebbe dovuto essere esaminato, per precisa disposizione del duce,  dopo la guerra vittoriosa. Non lo fu mai, a causa della caduta del fascismo e degli avvenimenti successivi. Dopo l’armistizio, Visconti Prasca partecipa alla Resistenza ,  viene catturato  e  internato in un campo  di prigionia in Germania. Dopo la guerra chiede , senza esito,  il riesame di quel ricorso pendente al presidente Luigi  Einaudi.

Le forze in campo

Le  otto  divisioni italiane  schierate all’inizio dell’invasione ( Siena, Ferrara, Centauro, Julia, Parma,  Venezia , Bari, Piemonte) più il “ Raggruppamento” del litorale furono, via via, affiancate , nel corso del tempo, dalle divisioni Taro, Arezzo, Tridentina, Cuneense, Pusteria, Pinerolo, Lupi di Toscana, Brennero , Modena, Legnano, Acqui, Cuneo,  Alpini Speciale , Puglie, Casale, Cacciatori delle Alpi. La Messina e la  divisione Marche arrivarono a cose fatte.   Insomma, partimmo con centomila uomini scarsi, servizi compresi, finimmo con quasi mezzo milione di uomini . Quasi tutti alpini.  Contrapposte alle  nostre forze erano, in prima linea,  secondo lo stato maggiore greco,  quattro divisioni ( contro sei) il 28 ottobre,  sette ( contro dieci) il 14 novembre, undici ( contro quindici) il 30 dello stesso mese  , tredici ( contro venticinque) il  15 gennaio.

Sia Visconti Prasca, sia Papagos hanno insistito  , nelle loro memorie, sulla superiorità numerica dell’esercito italiano rispetto a quello greco: il primo  per  giustificare la bontà del  proprio piano, il secondo  per dare risalto ai meriti propri e dell’esercito da lui comandato. Ma ci fu davvero questa superiorità?  Una divisione greca valeva, sul piano numerico,  una divisione italiana? Per aumentare il  numero delle divisioni, per distribuire promozioni o per millantare un esercito da “ grande potenza”, le divisioni italiane erano “ binarie”, erano cioè formate da due reggimenti  di truppe combattenti. Quelle greche erano , invece, strutturate su base “ ternaria”, cioè su tre reggimenti. Una divisione italiana, dunque, in via generale, ancorché rinforzata da reparti di camicie nere,  contava meno combattenti  di una divisione greca ( sei-otto battaglioni contro nove).  In Albania, per ottenere la superiorità complessiva  impiegammo  un po’ di tempo, quella relativa – vale a dire quella dei singoli fronti o dei singoli settori del fronte in determinati momenti o in determinate fasi del conflitto-  non l’ottenemmo quasi mai. E questo non solo per il reggimento in più presente nelle divisioni greche, ma perché Papagos seppe impiegare meglio  le proprie forze, individuando, di volta in volta, il settore dove eravamo più deboli o il settore dove occorreva “ fare massa”. E lo dicevano un generale all’antica…

L’artiglieria era, grosso modo, pari in quanto  a cannoni e a mortai. I greci, tuttavia, usarono la loro in modo magistrale ( se si può dire così, parlando di strumenti di morte..) , mimetizzandola, occultandola, spostandola con rapidità e mandando  gli  osservatori  a ridosso delle  linee nemiche per avere più precisione di tiro. I nostri  difficilmente  potevano individuare da dove provenissero i colpi. Quando ci riuscivano,  non potevano reagire   perché  i greci si erano già spostati  da un’altra parte. La guerra in Grecia e in Albania  si combatteva per lo più  in  montagna , non dimentichiamolo e  non di rado  le operazioni avevano come teatro  zone impervie. In questo  ambiente difficile l’impiego tattico dell’artiglieria greca  era ancora più redditizio in quanto disorientava  il nemico, impossibilitato a distinguere chiaramente la provenienza dei colpi. In altri termini,  le bombe potevano arrivare    non da un’unica  direzione,  ma da  tutte le direzioni.   Non si poteva sapere,  in sostanza , dove avrebbero colpito i greci e da dove e  quando. Una brutta situazione, dunque, tanto dal punto di vista militare, quanto da quello psicologico.

La nostra aviazione da guerra,  benché  annoverasse  ancora modelli  antiquati,  era decisamente superiore a quella greca, anche quando quest’ultima fu rafforzata dalle squadriglie di d’Albiac. Non poté, però,  essere impiegata nel modo dovuto -almeno nelle prime, decisive fasi dell’invasione –  in quanto le pessime condizioni meteorologiche  impedirono agli aerei di decollare dagli aeroporti italiani e albanesi. La situazione assunse ,  in alcuni momenti, toni tragicomici. Il IV gruppo aereo, di stanza in Puglia, non era collegato via radio con l’Albania. Gli ordini  viaggiavano in una direzione  e nell’altra  tramite messaggeri imbarcati su aerei in perenne movimento nell’uno  e nell’altro senso:  le disposizioni arrivavano e partivano, com’è ovvio, in  colpevole ritardo. Altre volte, fu solo tragedia. Come quando aerei italiani bombardarono per errore  i fanti della Siena o come quando il conte Ciano, al comando del proprio stormo, effettuò una puntata su   Salonicco:  il piroscafo  adibito  al rimpatrio dei nostri connazionali per poco non fu colpito.

Anche l’Ala Littoria –la linea aerea  civile-  sembrava funzionare  a intermittenza.  Poco prima  dell’ invasione,  Grazzi fu convocato a Roma per comunicazioni urgentissime : l’aereo dell’Ala Littoria destinato a portarlo nella capitale  non si fece vedere né all’ora stabilita né nei giorni seguenti.  Fu allora annunciato l’arrivo di  un funzionario da Roma. Nessuno lo vide. Grazzi non  seppe mai di quali comunicazioni si trattasse fino a quando non ricevette i telegrammi cifrati con l’ultimatum alla Grecia.   Ma sulle  circostanze di questo ritardo  giocarono  fattori politici di cui parleremo più avanti.

Non ci mancavano i  carri armati.  Li aveva in dotazione  la divisione Centauro, definita pomposamente, “ corazzata”. Erano carri di piccole dimensioni- vere e proprie “ scatole di sardine”- dotati  soltanto di due mitragliatrici, ma sempre in grado di dare fastidio o di giocare un ruolo importante se il terreno lo avesse consentito.  Non lo consentì.  Non potevano inerpicarsi sui sentieri di montagna né muoversi agevolmente   nel fango. E il fango e la  guerra in montagna caratterizzarono quasi tutte le  fasi del conflitto.  Quando, in novembre, Papagos  attaccò  con successo in Macedonia occidentale  e in Epiro, molti  carri furono abbandonati , recuperati dai greci, rimessi in funzione e usati contro di noi. Paradossalmente la cavalleria tradizionale  era più efficace dei carri. I greci montavano cavallini robusti e resistenti, abituati  a muoversi sui sentieri di montagna. Le incursioni della cavalleria greca erano improvvise e terribilmente efficaci.

Le linee di comunicazione – di vitale importanza quando si è in guerra, in ogni epoca  e  su ogni terreno-   erano difficoltose. Lo erano per i greci, costretti a  fare affluire al fronte uomini, materiali, armi, medicinali, viveri attraverso un  Paese privo o quasi di strade degne di questo nome; lo  erano – molto di più-  per  noi.  Avevamo , infatti, a disposizione un’unica strada: il mare . Via mare doveva affluire in Albania  quello che i greci facevano affluire, anche se con difficoltà, via terra. Quando la nostra flotta da guerra fu danneggiata nel porto di Taranto,  il mare non fu più nostrum. O, almeno,  non lo fu più come prima. E le difficoltà aumentarono.

Viveri e medicinali arrivavano col contagocce.  Gli alpini della Julia, ancorati alle montagne del Pindo,  furono  dapprima  ridotti a galletta e scatoletta, poi patirono la  fame.  Poiché gli autocarri scarseggiavano,  lo stato maggiore aveva avuto  la brillante pensata  di addestrare le divisioni a percorrere a piedi distanze considerevoli.  Il generale Mario Roatta  aveva vantato i buoni risultati  raggiunti : quaranta chilometri al giorno. Un record.  Ma i viveri, i medicinali, le armi, la posta non erano stati addestrati a muoversi a piedi e , per ignoranza e con buona pace del generale Roatta, si ostinavano a restare  nei luoghi di partenza. Fino a quando una nave o un aeroplano non  si incaricava di portarli nei  luoghi di destinazione. La Grecia non era lontana. Grottaglie, in Puglia, luogo da dove il duce seguiva l’andamento del conflitto,  era più vicino all’Albania che a Roma: eppure,  per certi versi,   era come se  stessimo combattendo  una guerra dall’altra parte del globo.

Gli ospedali da campo italiani  erano improvvisati  e mancavano di tutto. La moglie del luogotenente Jacomoni , infermiera volontaria,  fu impressionata dall’elevato numero di morti per cancrena dovuta alla mancanza di disinfettanti.  A volte ci si metteva anche la burocrazia. Visconti Prasca chiedeva autocarri “  indispensabili difesa et offesa”.  Più di seicento  di questi mezzi ,  già destinati all’Albania  e già in viaggi verso il porto di Bari,  furono rimandati  indietro a Torino non si sa per quale misterioso motivo.

Politica e diplomazia.

La preparazione politica fu, a dir poco,  disastrosa. Abbiamo già accennato alla convinzione, del tutto arbitraria e campata in aria,  di un cedimento dei greci , per denaro o per altri motivi. I soldi consegnati a  Jacomoni , oltre a comprare generali e funzionari, sarebbero dovuti servire a finanziare anche  azioni dietro le linee, atti di sabotaggio, manifestazioni di propaganda e  così via.  Andarono, invece, a  individui che non sabotarono, non attaccarono, non propagandarono, semplicemente intascarono e sparirono. Corrompere alti funzionari o alti gradi dell’esercito, poi,  nel giro di un paio di settimane scarse era praticamente impossibile. Infatti nulla fu  tentato , nei mesi precedenti l’invasione, per appurare se un’azione del genere fosse fattibile. Nulla fu tentato , perché le cose non erano chiare. Un giorno Mussolini voleva la Grecia, il giorno dopo la Jugoslavia, il giorno dopo ancora, la Corsica. Pochi giorni prima della fatidica riunione del 15 ottobre, Badoglio  aveva annotato: “ La Grecia tramonta”. Insomma, si accelerava e si frenava, si minacciava e si blandiva ,  la confusione aumentava e non si sapeva che cosa fare. E si finiva con il prestare ascolto alle voci più strampalate( “I  greci cederanno di colpo”),  benché prive di qualsiasi riscontro.

Grazzi era tenuto all’oscuro di tutto.  Forse non ci si fidava di lui o, forse, i suoi rapporti – onesti, precisi, prudenti, documentati, per niente trionfalistici-  non erano graditi né  al duce né  a  Ciano. “Mi sono chiesto”  scriverà Grazzi nel suo libro di memorie L’inizio della fine,  “Il  perché di un simile atteggiamento: forse ci consideravano  degli idioti o, forse, ci ritenevano in mala fede.  Allora perché pagare e mantenere al proprio posto dei cretini o dei traditori?” Già, perché?

Naturalmente a  Grazzi  arrivavano  voci  di guerra, ma  siccome  Roma  taceva , pensava a un definitivo accantonamento del proposito di invadere la Grecia.  Quando consegnò l’ultimatum a Metaxas  di cui aveva stima,  il nostro ministro avrebbe voluto  confessare di non averne saputo niente  a lungo. Non  poté farlo, ovviamente   e tutta quell’assurda situazione lo indignò profondamente. Tornato a Roma, cercò di farsi sentire in alto loco: gli fu consigliato di “ prendersi una vacanza”. Stranamente, l’unico a  solidarizzare con lui  fu Metaxas.

L’atteggiamento nei confronti della  Bulgaria , poi, fu  un capolavoro.  Invece di cercare di  conoscere per tempo le intenzioni di re Boris , si aspettò l’ultimo minuto, quando la macchina  dell’invasione non poteva più essere arrestata. I casi sono  due: o la Bulgaria era indispensabile per la buona riuscita dell’impresa o non lo era. Nel primo caso, bisognava pensarci per tempo e decidere sulla base della risposta ricevuta;  nel secondo caso  tanto valeva neppure provarci.  Forse  Mussolini dava per scontato l’assenso  di re Boris , forse riteneva  naturale e automatico   un intervento bulgaro  dopo l’inizio del conflitto, indipendentemente dalle risposte ufficiali: Le cose andarono diversamente e Papagos poté  richiamare le divisioni dalla  frontiera bulgara e utilizzarle contro di noi. E, a differenza di noi,  poté usare un settore   a lungo tranquillo, quello bulgaro,  per fare rifiatare i suoi.

Ai tedeschi un intervento italiano nei Balcani non piaceva.  Fecero , è vero,  pressioni sul re di Bulgaria perché  si rifiutasse di entrare in guerra , ma non intervennero con altrettanta fermezza sugli italiani. Sottovalutarono l’intenzione del duce, ritenendo impossibile un conflitto mentre nel Paese si smobilitava: se davvero commisero un errore , lo pagarono caro. Hitler, negli ultimi giorni della propria vita, attribuirà all’intervento nei Balcani il fallimento dell’operazione  Barbarossa. Certo Hitler, in quei momenti,  parlava pro domo sua,   ma di sicuro,  il colpo di testa di Mussolini lo innervosì non poco. Quando vide gli italiani invischiati nel pantano greco, quando si rese conto delle ripercussioni di quegli avvenimenti  sull’opinione  pubblica internazionale ,  Hitler offrì truppe( una divisione)   e,  a questo scopo, fece preparare  l’Operazione Ciclamino .  Mussolini rifiutò,  forse convinto  di farcela con le sole proprie forze, forse per  non dare soddisfazione all’alleato. Ciclamino fu allora messa da parte  e lo stato maggiore tedesco, presagendo il peggio, abbozzò le linee generali dell’Operazione Marita, un’invasione in piena regola dell’intera Grecia. Il piano fu  poi ampliato e modificato a  seguito degli avvenimenti jugoslavi.

Insomma, furono l’improvvisazione e la superficialità , insieme, naturalmente, al valore del nemico, a immobilizzarci  nel pantano greco.

I caduti.

Secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa italiano, riportate da Mario Cervi nell’opera citata,  l’impresa di Grecia costò al nostro esercito 13.755 morti, 50.874 feriti. 12.368 congelati, 25.067 dispersi ( in massima parte, secondo il Ministero,  caduti sul campo).

I greci, sempre secondo fonti ufficiali, ebbero 13.408 morti e 42.485 feriti: i  tedeschi 1323 morti e 3411 feriti; i britannici,  fra morti, feriti  e prigionieri, persero  più di 15.000 uomini.

Diverse le cifre riportate da Martin Gilbert: 15.000 caduti greci, 13.755 italiani, 3712 britannici e 2232 tedeschi.

Dal 10 al 17 maggio 1941, l’allora re d’Italia Vittorio Emanuele III visitò l’Albania e  uno dei luoghi simbolo di quella guerra: quota Monastero. Quel cocuzzolo sul quale tanto sangue era stato versato non lo colpì molto: il suo  aiutante di campo , il generale Puntoni, non riportò alcuna annotazione sul proprio diario.

In questo modo  il re d’Italia  rendeva omaggio ai caduti della guerra d’Albania.

La cartina riassuntiva.

ITALY INVADES GREECE, 1940: Although Italy

La linea tratteggiata in verde indica lo spostamento del confine greco-albanese dopo i contrattacchi dell’esercito di Papagos( da: www.historynet.com/military-history-quarterly-battle-maps -)

Le cartine con i dettagli delle operazioni sono tratte da :http://www.lasecondaguerramondiale.it/images/imgfoto/greciait9.jpg

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Le due bandiere.
Nel deserto africano si gioca una sanguinosa  partita a scacchi nella quale gli italiani prima perdono e poi riacquistano l’onore.
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