La corsa

Prologo.

Sono gli ultimi giorni di gennaio del 1945. Il freddo è intenso. Arrancando nella neve alta, quattro giovanissimi  esploratori del primo fronte ucraino del Maresciallo Ivàn Konev si avvicinano ai reticolati con circospezione, poi avanzano in sella ai loro cavalli fin dentro il campo. Per i 2.189 sopravvissuti di Auschwitz – quasi tutti malati gravi – e per l’ebreo torinese Primo Levi  la libertà assume le sembianze di quattro giovani soldati russi i cui  irsuti e tozzi  cavallini  Baskir sembrano avere le fattezze di slanciati purosangue. All’interno del campo, i sovietici trovano 348.820 abiti da uomo, 836.525 abiti femminili, sette tonnellate di capelli di donna, montagne di occhiali, di scarpe, di dentiere. E un orrore indescrivibile.  Konev ha fretta di avvicinarsi a Berlino e non può fermarsi. Ad Auschwitz restano alcuni medici,  qualche infermiere, una piccola guarnigione.
E gli agenti dello SMERS.

I timori di Stalin.

Sul piano politico, Stalin teme  tiri mancini e ripensamenti da parte degli alleati; sul piano militare, teme gli effetti di una resistenza a oltranza da parte tedesca. Mentre l’Armata Rossa è a più di settecento chilometri dalla capitale, sui GI finalmente usciti dai bocage della Normandia e diretti verso il Reno piovono migliaia di volantini- volantini tedeschi- sul pericolo del comunismo “ asiatico” e  sulla necessità di farvi fronte comune. Contano per quel che contano e cioè niente,  ma tengono Stalin sulle spine. Sembra avere fretta il Capo. Fretta di anticipare gli angloamericani e di raggiungere il Reichstag prima di un loro ripensamento( gli accordi interalleati riservavano ai sovietici la presa di Berlino), fretta di stabilire l’autorità sovietica sui territori “ liberati”. Ma ha anche paura di sbagliare. Quando i russi erano usciti in armi dai propri confini, quasi sempre le avevano buscate. Era successo a Tannenberg nel 1914, era successo davanti a Varsavia nel 1920.
Questa volta non deve succedere. Stalin, allora, assume personalmente la direzione delle operazioni. Il capo di  stato maggiore, il generale  Vasilievskij, quando si accorge di essere stato messo da parte, si dimette. Esce di scena uno dei maggiori artefici della vittoria sovietica sui tedeschi. E’  il primo,  non sarà  l’ultimo. Stalin incarica il  generale Antonov di preparare un piano per superare alla svelta i chilometri che separano l’Armata Rossa da Berlino e sfrutta – o alimenta- la rivalità esistente fra i propri comandanti di maggior prestigio – Zukov, Konev, Rokossovskij- per ottenere una rapida vittoria.

Le due guerre.

Per i tedeschi, la guerra sul campo è ormai perduta. Da un pezzo e irrimediabilmente. Ma un’altra guerra continua senza interruzioni: quella contro gli ebrei. Mentre i sovietici avanzano pressoché incontrastati  e mentre i bombardieri alleati riducono in cenere le città della Germania, i treni della morte viaggiano in perfetto orario-  non di rado  con precedenza rispetto ai convogli militari-  verso le loro destinazioni a Est. Tanto accanimento, in un momento critico della guerra, appare inspiegabile. Le donne  e i bambini ebrei, non le divisioni sovietiche o l’aviazione alleata sembrano il nemico più pericoloso. Perché?
Ancora prima di prendere il potere, Hitler era stato chiaro: gli ebrei sono i nemici non solo della Germania, ma dell’intero genere umano. Da sempre, usando il potere del denaro o quello dell’ideologia o di entrambi, tramano per sovvertire l’ordine mondiale, aveva detto e scritto. Sono parassiti sociali, sangue infetto, germi mortali, aveva continuato. Devono essere cancellati dalla faccia della terra, non si stancava di ripetere.  Per Hitler, le loro colpe non si contano: gli ebrei sono i responsabili della “ pugnalata alle spalle” inferta al valoroso esercito tedesco durante al prima guerra mondiale e dell’ignominiosa e umiliante pace di Versailles; sempre secondo lui, gli ebrei hanno scatenato la guerra in corso(!!) e a essi si deve ora se  i soldati della Wehrmacht cadono al fronte come mosche e se le divisioni sovietiche si avvicinano minacciosamente a Berlino.
In Germania, l’antisemitismo cova da sempre sotto la cenere: conquistato il potere, Hitler sa riattizzarlo spingendolo verso soluzioni estreme. E inimmaginabili. Nel 1939 consegna alla storia una  sua profezia: “ Se gli ebrei dovessero scatenare un’altra guerra mondiale, non sarà il comunismo  a trionfare, ma gli ebrei a sparire dalla faccia della terra”. Dopo il ‘39, torna spesso su questa “profezia”. A volte con allusioni macabre. Mentre la “ soluzione finale” è in atto  e le camere a gas funzionano  a pieno ritmo, dichiara nella “storica” birreria di Berlino da cui era partito, nel ’23,  il suo primo  tentativo di colpo di stato: “ Chi prima rideva della mia profezia, adesso non ride più. E se c’è chi ancora  ride, presto dovrà ricredersi”. Alla giovane Henrietta von Schirach,(figlia del proprio fotografo personale  e moglie di un pezzo grosso nazista, Baldur von Schirach), testimone inorridita di una retata di ebrei in Olanda, risponde più o meno in questo modo: “ Perché inorridire? Mezzo  milione dei nostri migliori soldati hanno versato il proprio sangue per la patria e dovrei impietosirmi  per qualche migliaio di ebrei?” E conclude: “ Lei dovrebbe imparare a odiare”. La madre di Conradin, l’amico ritrovato  dell’omonimo romanzo di Uhlmann, forse non odia- non ancora, almeno-  ma sicuramente  prova una profonda e sincera repulsione fisica e morale nei confronti degli ebrei .
Dalla repulsione all’odio, il passo è breve. Complice una propaganda serrata, l’ebreo viene presto percepito come una minaccia per  la purezza della razza e, associato al comunismo ( il “ giudaismo bolscevico”),  anche per l’ordine sociale e per la “ civiltà”. Nella Germania prima e nei territori annessi alla Grande Germania, poi, gli ebrei derubati della propria identità, della propria storia, della propria biografia vengono emarginati o si auto- emarginano. Privati della professione e dell’impiego, costretti a consegnare automobili, biciclette, abiti di lana, macchine da scrivere e macchine fotografiche,  esclusi dall’istruzione e dal mondo accademico, marchiati con la stella gialla, fatti oggetto di violenza, disprezzati e scherniti, non escono più di casa o lo fanno raramente e con mille cautele. Chi può se ne va, rinunciando a  tutti i propri beni pur di togliersi da quell’inferno. Chi non può o non vuole, vive  cercando di sbarcare il lunario, illudendosi in un miglioramento della situazione e senza immaginare neppure lontanamente quanto si stia preparando.
All’Est, durante e dopo Barbarossa, si passa brutalmente dalle parole ai fatti. I reparti speciali ( gli Einsatzgruppen , i  Gruppi Operativi) fucilano “ sabotatori”e “partigiani”  ebrei, radono al suolo abitazioni e villaggi , incendiano sinagoghe,  a volte con la connivenza dei soldati della Wehrmacht, a volte scontrandosi con loro. Il tenente Hans-Guenther Stark, giovane ufficiale di fanteria, interrompe  la fucilazione di civili inermi minacciando di arrestarne gli autori; altri ufficiali, ligi al dovere, consegnano ai Sonderkommando ( Squadre Speciali) degli Einsatzgruppen  i sospetti commissari, gli esponenti politici “giudaico-bolscevichi”  catturati, i “ sabotatori”. Gli ordini sono ordini e quasi sempre vengono eseguiti.
Lo “spazio vitale” deve essere ripulito e sterilizzato per accogliere la razza padrona. I feldmarescialli e i generali forse ne sono al corrente, gli ufficiali inferiori e i soldati quasi certamente  no. Loro pensano  a combattere, a cacciare sempre più lontano l’Armata Rossa, a raggiungere gli obiettivi assegnati, a salvare la pelle. Consegnano i prigionieri perché così è stato loro ordinato: qualcuno ci mette forse troppo zelo; altri quando si imbatte nelle fucilazioni, non si ferma compiaciuto a guardare, ma prosegue, voltandosi  dall’altra parte; altri ancora, venuto a conoscenza di massacri, inorridisce. Il barone Philipp von Boeselager, allora tenente degli esploratori della Wehrmacht e futuro partecipante alla congiura del 20 luglio 1944( il fallito attentato a Hitler), ha lasciato scritto: “ Non pensavamo agli ebrei, ignoravamo se ce ne fossero in zona di operazioni. Pensavamo ad avanzare”. É  sicuramente vero. Ma è anche vero che quasi nessuno, quando capitò l’occasione, pensò di imitare il tenente Stark.
Nel 1941, all’Est,  le fucilazioni e i pogrom- questi ultimi  accolti con entusiasmo, se non proprio favoriti, dalle squadre speciali alle quali veniva, in questo modo, risparmiato il lavoro- erano continuati  in un crescendo apocalittico: prima solo gli uomini, poi anche i ragazzi superiori ai quattordici anni, poi le donne e, infine, anche i bambini. A Babi Yar, in Ucraina, il 29 e il 30 settembre, trentatremila persone di ogni sesso ed età  furono “ liquidate” in una volta sola  con le mitragliatrici e con le bombe  a mano. Poi erano arrivate le camere a gas mobili e i ghetti. Le prime uccidevano con il monossido di carbonio, i secondi con la fame, le malattie, il sovraffollamento.

Il ritmo delle fucilazioni era talmente intenso da non poter essere psicologicamente sostenuto a lungo dagli assassini. E, allora, per rendere il loro lavoro meno “stressante”, si erano cercate, per ordine di  Himmler,  altre soluzioni.  Alcuni autocarri erano stati adattati in modo da ricevere al proprio interno i gas di scarico. I cassoni stagni venivano caricati fino all’inverosimile e gli autocarri messi in moto. Dal luogo di prelevamento fino alle fosse scavate in anticipo, il monossido di carbonio compiva la propria opera e, alla fine del viaggio, i cadaveri venivano scaricati e sotterrati. Poi  gli autocarri effettuavano  il percorso inverso, tornavano al punto di partenza, caricavano altre vittime, mettevano in moto e ripartivano. A Chelmno, le camere al monossido lavoravano a pieno ritmo. Le vittime venivano stipate in  enormi cassoni e gassate. Ci voleva tempo, però e allora si cercarono altri sistemi. Lo Zyklon B, un potente antiparassitario a base di acido cianidrico,  prodotto dalle ditte Dagesh  e Stabenow( IG Farben) e l’allestimento di appositi campi per lo sterminio risolsero il problema. L’uno e gli altri cambiarono l’approccio  alla “ questione ebraica”.
In quei momenti, l’Armata Rossa non sapeva come opporsi agli invasori e al loro Blitzkrieg. A Berlino, la vittoria sembrava a portata di mano e immaginare i territori orientali e l’intera Europa judenrein, purificati dalla presenza ebraica, non solo era possibile, ma quasi scontato. Una volta eliminata l’Unione Sovietica, gli ebrei, tutti gli ebrei, sarebbero stati deportati all’est, in terre inospitali, lontani per sempre dall’Europa “ civile”. E, intanto, ci si metteva avanti con il lavoro: chi muore oggi per mano dei Sonderkommando, non potrà essere deportato domani. Tutto tempo guadagnato e fatica risparmiata, dunque. La resistenza dell’Armata Rossa penetrò  come un granello di sabbia in questo ingranaggio  e lo inceppò. Nelle stanze del potere, pensare al Madagascar come alternativa era un esercizio retorico, non una possibilità concreta. Gli ebrei non erano emigrati liberamente né si potevano deportare con la forza, in Madagascar o nell’Est asiatico. Che fare?

“Meriti di guerra”.

L’avvicinamento a Berlino da parte dei sovietici- la cosiddetta “Operazione Vistola-Oder”- scatta a metà gennaio. Ma, benché, per i tedeschi, la guerra sul campo sia ormai perduta, benché l’Armata Rossa sia ormai in procinto di portarsi a un passo dalla capitale, il genocidio non si ferma. Nei mesi precedenti, i nazisti avevano deportato, quasi a ritmi forsennati, più di mezzo milione di ebrei ungheresi, fra i pochi, in Europa, a non essere stati toccati fino a quel momento. Il reggente d’Ungheria, l’ammiraglio Miklos Horthy, si era dapprima opposto alla deportazione, poi aveva ceduto, quindi, premuto dai propri  famigliari e dalla Santa Sede, si era di nuovo opposto. Sostituito Horthy con esponenti delle Croci Frecciate( i nazisti magiari), la deportazione degli ebrei era ricominciata. Adolf Eichmann si era ripresentato al Consiglio ebraico di Budapest con queste sinistre parole: “ Sono di nuovo qui”. L’essere ancora lì è, per lui, un merito di guerra.
I campi di sterminio sono strapieni , ma in zona di operazioni, i tedeschi hanno pochi carri, pochi velivoli, pochi uomini: dove ne hanno uno, i sovietici ne hanno tre. Il primo fronte ucraino ( Konev) e il primo fronte bielorusso ( Zukov) entrano in azione, rispettivamente il 12 e il 14 gennaio; il secondo e il terzo fronte bielorusso ( Rokossovskij, Cerniakovskij), il 13. L’avanzata è rapida e quasi incontrastata. In meno di quindici giorni Konev penetra profondamente in Slesia, Zukov , il 29 gennaio, raggiunge l’Oder   e Rokossovskij dilaga in Prussia orientale arrivando, il 2 febbraio, in vista di Koenisberg, la città di Kant. Berlino è a un passo,  i tedeschi sono in fuga. Zukov freme per cogliere al volo l’occasione, ma da Yalta, dove si trova a parlare dei destini del mondo con Churchill e con Roosevelt, Stalin ordina di fermare tutto.
Per la popolazione civile tedesca e per i profughi in fuga dalla zone occupate sta per cominciare l’inferno. Il premio Nobel Alexandr Solgenitzin, allora giovane ufficiale di artiglieria, ha scritto: “ Tutti noi sapevano bene che se le ragazze erano tedesche potevamo violentarle e ucciderle. Era quasi un merito di guerra”.

La morte in cammino.

Gli ultimi prigionieri dei nazisti- le prove viventi dello sterminio-  marciano accompagnati dal rombo, sempre più vicino, dell’artiglieria sovietica. L’evacuazione dei campi è cominciata da qualche tempo. Gli ebrei e i prigionieri di guerra ancora detenuti nei lager dell’est vengono costretti a camminare  verso ovest, all’interno del Reich, per essere uccisi di fatica  e per sparire per sempre. Chi potrà identificare un ebreo fra le migliaia di vittime abbandonate lungo i cigli delle strade, straziate dalle bombe, annichilite dalla fame?  Dietro di loro, le camere  a gas  sono state fatte  saltare in aria e nei crematori sono stati bruciati quasi tutti i documenti compromettenti: gli elenchi, i registri, gli archivi. I malati sono stati eliminati o, in alcuni casi, abbandonati al proprio destino. Per i prigionieri, si tratta di  una marcia a ritroso rispetto a quella iniziale, ma come quella iniziale, per molti di loro è  anch’essa  una marcia verso la morte. Chi cade o resta indietro viene immediatamente abbattuto a colpi di arma da fuoco o di baionetta. A diversi gradi sotto zero, coperti- si fa per dire- solo da una camicia e da un paio di pantaloni di tela, marciano come automi in un tempo senza tempo. C’è chi dorme in piedi, sostenuto, durante la marcia, dai propri compagni di sventura e c’è chi desidera la morte. Il premio Nobel per la Pace  Eli Wiesel, sopravvissuto a una di queste marce ha scritto: “ Il pensiero di morire, di non essere più, cominciò ad affascinarmi. Non sentire più nulla, non la stanchezza, non il freddo, niente..”.

I dubbi di Stalin.

A un passo dal cuore della Germania, i sovietici sono indecisi. I tedeschi non hanno alcuna intenzione di cedere, si batteranno con la forza della disperazione, si prevedono perdite elevate. Berlino potrebbe diventare per l’Armata Rossa l’equivalente di quello che  Stalingrado era stato per la Sesta  armata di Paulus. Stalin sembra giù di corda e in preda allo sconforto per quella guerra crudele e terribile e per le sofferenze patite dal popolo russo, come confida a Zukov. Ci marcia o ci fa?
Al fronte, si bada al sodo. Ciujkov-  cui toccano le rogne peggiori- presa l’isola-fortezza di Kuestrin, ha attraversato l’Oder con la sua Ottava Armata e vede la possibilità di sfruttare quel vantaggio. Battiamo il ferro finché è caldo, andiamo avanti e non fermiamoci fino a Berlino, propone. Le sacche di resistenza? Ignoriamole: ce ne occuperemo in un secondo tempo. A Zukov l’idea  piace,  a Stalin no. E se poi troviamo ostacoli imprevisti? Se  qualcosa va storto, come impediremo  agli angloamericani di arrivare per primi nella capitale? Meglio un’altra soluzione, fa sapere.  Ciujkov ci rimane male. Ma forse Stalin non ha tutti i torti: troppi rischi, troppe incognite, nella  proposta dell’eroe di Stalingrado. E poche certezze.

La soluzione finale.

Incognite ci sono anche nella “ soluzione finale del problema ebraico” delineata nel gennaio del ’42 durante una riunione ad alto livello presieduta da Reinhardt Heydrich nella villa am Grossen Wannsee, a Berlino. Stando alla logica dei proponenti,  incognite non di poco conto. A cominciare dall’individuazione dei  luoghi dello sterminio, dall’organizzazione delle  modalità di esecuzione e di “ smaltimento” delle vittime, dal funzionamento della logistica ( luoghi di raccolta, mezzi di trasporto, ecc). Ma non ci sono tentennamenti, neppure davanti al numero esageratamente grande dei “ destinatari”: milioni, non decine. Hitler- assente fisicamente come Himmler e come altre figure di primo piano al Wannsee – non  ha ordinato la “ soluzione finale”, ma l’ha ispirata e indirettamente provocata. Con i suoi scritti, con le sue affermazioni, con i suoi discorsi, con le sue prese di posizione pubbliche  e private. Altri hanno zelantemente dato forma alle idee del proprio Fuehrer, leggendogli nel pensiero e interpretandone la volontà o i desideri.
Himmler e Heydrich – il primo capo delle SS e responsabile della questione ebraica, il secondo capo dei servizi di sicurezza-  con l’appoggio di Goering hanno assunto l’iniziativa, passando dalle parole ai fatti. Hitler ha indicato il che cosa, gli altri hanno pensato al come. Gli ideatori dello sterminio si sentono investiti di una missione “ storica”: estirpare dall’Europa, una volta per tutte, il bubbone dell’ebraismo, radice, secondo loro, di ogni male  e riuscire dove altri, durante i secoli,  hanno fallito. Ne sono convinti e si ritengono nel giusto. Nel loro modo di pensare distorto, sono certi  di compiere un’azione a favore dell’umanità. La morale ? La pietà?  Non c’è posto per l’una né per l’altra: anche i bambini devono essere eliminati, perché, se lasciati in vita, potrebbero un domani vendicarsi. A un oscuro colonnello delle SS, Adolf Eichmann, viene affidato il compito di occuparsi delle questioni organizzative.
Tutto comincia con  un gigantesco ed efferato  inganno. Agli ebrei- compresi in appositi elenchi forniti dai consigli ebraici locali e già questo è un inganno-  si dice che saranno “ trasferiti”. Poiché nessuno di essi può immaginare l’inimmaginabile, si  vedono, nella peggiore delle ipotesi, a lavorare nelle campagne o nelle miniere, a scavare fossati anticarro o a erigere bunker. Sarà un lavoro duro, pensano, ma sempre meglio del ghetto dove si muore di fame, di malattia , di freddo.
A volte, nell’imminenza di un “ trasferimento”,  molti si offrono di partire volontari. Li aspettano i carri bestiame stipati fino all’inverosimile,  le camere a gas, le selezioni, il lavoro forzato, i forni crematori, il disprezzo e l’annientamento fisico e morale. Piombano in  un mondo capovolto, dove l’assassino abituale  ha più potere dello scienziato famoso e dove la vita non ha valore alcuno e  la morte dipende  da un capriccio. La scritta all’ingresso di Auschwitz, le aiuole  fiorite di Sobibor, lo sportello della stazione di Treblinka dove si vendono biglietti ferroviari per il “ ritorno”, le raccomandazioni  dei guardiani di non dimenticare il numero dell’attaccapanni dove sono stati appesi i vestiti per facilitarne il recupero dopo la “doccia”, i continui inviti a sbrigarsi altrimenti il caffè si raffredda sono gli aspetti più crudeli del  macabro rituale dell’inganno.
Niente è lasciato al caso. Ai cadaveri vengono estratti i denti d’oro, alle donne vengono tagliati i capelli; la resistenza e la resa di un lavoratore forzato sono calcolate fino all’ultimo secondo e fino all’ultimo centesimo; i vestiti e gli oggetti personali delle vittime vengono inviati in Germania. L’industria del crimine e del lavoro forzato, per qualcuno, è anche un affare. Anche per  Oskar Schindler? Anche per Oskar Schindler.  Con questa differenza: Schindler, quando sarà il momento, non si volterà dall’altra parte  e  salverà la vita a gran parte dei propri “uomini” ebrei. Lo faranno anche altri, per altro. Industriali e persone comuni.

Verso Berlino.

Il 4 aprile del 1945 due velivoli decollano, a breve distanza l’uno dall’altro, dall’aeroporto di Mosca con a bordo i  massimi responsabili militari del fronte di Berlino: Zukov  e Konev. Con loro Stalin ha discusso il piano operativo e a loro ha finalmente affidato il compito di prendere la capitale. “ Il primo che arriva, la conquista” sembra abbia detto( ma non è provato)  al momento di congedarli. Chi dei due arriverà per primo?
Il piano non è  particolarmente sofisticato. Prevede un attacco diretto attraverso le colline di Seeloew e dalle teste di ponte oltre l’Oder da parte degli uomini di Zukov, mentre a quelli di Konev  è affidato il compito di salire da sudest e di orientare il fianco nord verso Berlino per  completarne l’accerchiamento.
Nel giro di dieci giorni , centinaia di migliaia di uomini, migliaia di carri armati e di cannoni vengono portati in posizione e schierati in un ampio semicerchio intorno alla capitale tedesca. E’ un’operazione militare complessa, non esente da rischi e ostacolata da un potente sistema difensivo articolato in otto linee fortificate disseminate di bunker e di campi minati, appoggiato ai numerosi fiumi e canali della zona e difeso, oltre che da giovani e anziani, anche  da una parte  di truppe ancora motivate e bene armate.
Al centro del dispositivo, a diciassette metri di profondità sotto la Cancelleria,  il Fuehrer del Reich millenario non riesce più controllare il tremito alle braccia e al capo né le proprie reazioni. Complici l’atmosfera claustrofobica del bunker e le iniezioni del dottor Morrell, Hitler ormai sragiona  e infila una sciocchezza dietro l’altra. Si rifiuta di assegnare a Heinrici le divisioni schierate inutilmente a difesa della “ fortezza” Francoforte; manda  a passare le acque Guderian, reo di aver chiesto la rimozione di Himmler e di avere detto senza mezzi termini che la guerra è perduta; è convinto che i russi attaccheranno Praga e non Berlino; esamina oroscopi e sogna miracoli; vede armate agguerrite  dove non ci sono che gruppi di  ragazzi e di  anziani male armati, peggio equipaggiati e senza alcuna esperienza di combattimento; elegge il generale Steiner- un comandante senza uomini e senza armamenti-  a giustiziere dei russi; farnetica di una lotta comune fianco a fianco con gli americani contro il comunismo sovietico; gioisce alla notizia della morte di Roosevelt come se avesse conquistato Mosca; invia proclami bolsi e retorici ai berlinesi, suscitando battute ironiche. Sentendo quei proclami, i più spiritosi commentano: “Hitler, adesso, ha dichiarato guerra a noi.” Quando l’effetto di farmaci cala, confida al fedele Jodl: resisterò finché resisteremo, poi mi toglierò la vita.
C’è aria di tempesta e i topi si preparano ad abbandonare la nave. Himmler, uomo ritenuto fedelissimo da Hitler e per questo motivo nominato comandante del Gruppo Armate della Vistola- e, a un certo punto, anche di quelle del Reno – di guerra capisce poco o niente. Schiera le proprie armate in maniera insensata: non servono a difendere Berlino, non possono opporsi all’avanzata sovietica in Pomerania. Zukov le ignora e se le lascia alle spalle.  Con gli intrighi Himmler se la cava meglio. All’insaputa del Capo, traffica per arrivare a una pace separata con gli angloamericani. Per rifarsi un’impossibile verginità, libera alcune migliaia di ebrei e di prigionieri di guerra, comprese settemila donne dal lager di  Ravensbruck. Alla fine, pensa, sarà ricompensato: gli alleati metteranno  lui, il “ ragionevole interlocutore”, il liberatore degli ebrei, a capo della nuova Germania anticomunista.  Ma in che mondo vive?
In un mondo rovesciato e schizofrenico, pare di capire. Crede veramente a un disimpegno degli angloamericani in nome di un fronte comune contro il comunismo? Crede veramente nella possibilità di una pace separata?  Oppure, più semplicemente, cerca  di guadagnare tempo:  tempo per organizzare la difesa della capitale o tempo per completare la “ soluzione finale” e farne sparire le tracce?
C’è poco tempo, comunque.  Il 16 aprile si muove ( male, come vedremo) Zukov. Lo stesso giorno, a bordo di barche e di chiatte,  le avanguardie di Konev, protette da fumogeni e dopo aver eliminato i centri di fuoco nemici, attraversano in poco più  di un quarto d’ora,  il fiume Neisse , attestandosi sulla riva tedesca. I genieri sovietici lavorano a pieno ritmo e in meno di quattro ore rendono operativi più di cento passaggi, alcuni dei quali adatti a sostenere i colossali carri da sessanta tonnellate.
Nel frattempo, all’interno della Germania, le “ marce della morte” continuano, lungo itinerari apparentemente senza una meta, ma con uno scopo ben preciso: eliminare il maggior numero possibile di testimoni, non più con lo Zyklon B, ma con la fatica, la fame e lo sforzo prolungato.   Il meccanismo dello sterminio  sembra vivere di una vita autonoma e non si  arresta. Nonostante la Germania stia per crollare -o, nei fatti, sia già crollata- nonostante il Fuehrer stia per togliersi la vita, nonostante Himmler trami nell’ombra o vaneggi, riducendo le prove dello sterminio a  “ propaganda”, lamentandosi davanti a un inviato del Congresso mondiale ebraico di essere stato mal ripagato per il proprio “impegno a favore degli ebrei” e invitando le due parti a “ deporre l’ascia di guerra”.

La corsa.

Zukov, complice l’impazienza di arrivare per primo al  Reichstag, modifica il piano originario:  rinuncia ad aggirare i fianchi dello schieramento tedesco dove, sulle colline, sono posizionate  batterie di cannoni e decide di puntare  tutto su un unico colpo di maglio al centro. Ciujkov è perplesso, ma anche lui ha fretta. La via più breve , però, per entrambi si rivelerà  quella più lunga.
Anche lo sterminio nazista ha fretta. Fretta di concludere la guerra agli ebrei. Chi non è crollato  durante le “ marce della morte”, è ora detenuto in condizioni disumane e apocalittiche a Bergen- Belsen, a Buchenwald, a Sachsenhausen.  A migliaia continuano  a morire di fame, di inedia, di sfinimento, di malattia, mentre l’Armata Rossa e gli angloamericani sono sempre più vicini e stringono il cerchio. A Bergen – Belsen dove l’orrore è inesprimibile e dove si contano centinaia di casi di cannibalismo,  muore di tifo  un’adolescente olandese deportata  pochi mesi prima. Aveva scritto: “ Verrà il giorno in cui questa terribile guerra finirà, il giorno in cui saremo di nuovo esseri umani e non solo ebrei”.
Per tutti quegli esseri umani , non solo per Anne Frank,  il tempo sembra essersi fermato.

Aprile è il più crudele dei mesi.

Per il generale Ciujkov, la notte del 15 aprile è la notte più lunga. Tocca infatti a lui e alla sua Ottava Armata ( la ex 62.ma di Stalingrado) aprire le danze, l’indomani. Ciujkov, tesissimo, fuma una sigaretta dietro l’altra, non chiude occhio. Le ore, scriverà nelle proprie memorie, non “ passavano mai”. Alle cinque del mattino del 16 aprile, i cannoni sovietici riversano una violenta tempesta di fuoco sulla prima delle tre linee difensive esterne tedesche: la partita sembra cominciare bene.
E, invece, le bombe sovietiche spianano casematte e trincee deserte: il generale Gotthard Heinrici  si è ritirato sulla seconda linea difensiva e le sue forze sono intatte. Quando gli uomini di Ciujkov muovono in avanti accendendo potentissimi riflettori per abbagliare il nemico, il fuoco tedesco è devastante e la confusione indescrivibile. A causa della polvere e del fumo, la visibilità è ridotta; i fasci dei riflettori non ce la fanno a superare quella cortina impenetrabile e la luce, per uno strano gioco di rifrazioni, abbaglia gli attaccanti. E basta un piccolo corso d’acqua  o una buca sul terreno per fermare tutto.
Sulla fanteria sovietica bloccata alla base delle colline colpevolmente trascurate da Zukov piovono i proiettili dei cannoni tedeschi posizionati sulle alture, mentre i carri non ce la fanno a risalirne i pendii. Il terreno acquitrinoso rallenta la marcia e l’affollamento( di mezzi e di uomini) peggiora la situazione. A sera, Zukov telefona a Stalin: non abbiamo sfondato. Il Capo, sulle spine anche per la situazione politica ingarbugliata, lo prende a male parole e promuove Konev a primo conquistatore di Berlino. Passeranno altri tre giorni prima che si faccia di nuovo vivo con lui.
Il 17 aprile è ancora un giorno nero per Zukov inchiodato sulle proprie posizioni, ma non per Konev, le cui avanguardie sono ormai a meno di cinquanta chilometri dalla capitale. Heinrici ha abbandonato anche la seconda linea di difesa e si  è attestato sulla terza dove, il 18 subisce un violento attacco da parte degli uomini di Ciujkov i cui progressi sono  lenti, pagati a carissimo prezzo, ma inesorabili. Il 20 aprile, i primi reparti d’assalto sovietici raggiungono i sobborghi orientali della città. Rokossovskji “ scala” verso Zukov per proteggergli il fianco.  Il 21 aprile, dalla parte opposta del fronte, le due armate corazzate di Konev  accelerano la manovra avvolgente verso Berlino; il 25 aprile,  truppe sovietiche e truppe americane si incontrano a Torgau, sull’Elba.
E verso l’Elba si stanno dirigendo  migliaia di profughi tedeschi, in fuga dalla bombe e dall’Armata Rossa. Lo storico fiume funge da  linea di demarcazione fra sovietici e angloamericani  e, per i generali tedeschi , non è un segreto. La resistenza intorno a  Berlino serve anche per tenere aperta il più a lungo possibile questa via di fuga. Anche la popolazione lo è venuta a sapere o lo ha immaginato o, comunque, ha intuìto  che la via della salvezza è verso ovest, lontano dai sovietici.  Chi non può o non vuole fuggire si seppellisce, letteralmente, nelle cantine, a corto di cibo, di acqua, di medicinali, mentre in superficie  sta per scatenarsi l’apocalisse.
Mentre avviene lo storico incontro sull’Elba, i veterani di Ciujkov , ormai dentro la città, si scontrano con la tenace resistenza tedesca. I T-34  si muovono protetti da lamiere inclinate, da sacchetti di sabbia o da reti metalliche: è il sistema – rudimentale, ma efficace- escogitato dai russi per attenuare o per neutralizzare il colpi dei panzerfaust tedeschi. I lanciafiamme riducono in cenere i centri di resistenza, i cannoni di grosso calibro spazzano le strade e abbattono edifici, l’urlo delle katiusce non si placa un momento, fuoco e fiamme divorano interi isolati. Ogni ponte, ogni crocevia  della capitale è difeso strenuamente e ogni metro di avanzata costa agli attaccanti morti e feriti.
La popolazione  rintanata sottoterra in rifugi maleodoranti tende l’orecchio, trasale ad ogni scalpiccio vicino, trema di paura quando le pattuglie  sovietiche perlustrano le cantine alla ricerca di soldati e di armi. Numerose SS bruciano le uniformi e si  dileguano in abiti civili, mentre ragazzini di tredici o di quattordici anni, infagottati in uniformi di due taglie più grandi, imbracciano i panzerfaust e si battono fino alla fine. Sparare a quei ragazzi non è facile neppure per i duri veterani sovietici. Mentre i “fagiani dorati” pensano a mettersi in salvo, nelle strade viaggiano improvvisate corti marziali “volanti”: impiccano ai lampioni chi solo vagamente sembra un disertore, un collaborazionista, un imboscato, un antinazista. La polvere  e il fumo soffocano ogni cosa, annebbiano la vista, uccidono il sole, fanno lacrimare gli occhi. L’inferno è niente in confronto.
Nessuno viene risparmiato. Davanti all’ennesimo ponte, un reparto d’assalto sovietico sta per lanciarsi all’attacco. Improvvisamente, dall’altra parte del ponte, ripetuto e disperato si sente un grido infantile invocare, in tedesco: “ Mutter! Mutter!” Un  sergente portabandiera sovietico  tende l’orecchio, localizza da dove proviene la voce e chiede al proprio comandante il permesso di andare a prendere il bambino. Non è un’impresa facile. Le mitragliatrici tedesche spazzano il ponte, il cammino per arrivarci è minato. Strisciando e  tastando il terreno davanti a sé per individuare le mine, il sergente raggiunge incolume l’imboccatura del ponte, si alza di scatto e lo attraversa di corsa. Poi scompare dall’altra parte. Dopo alcuni minuti di silenzio, lenti e interminabili, grida ai commilitoni di avere trovato il bambino e chiede copertura. Gliela fornisce l’intera artiglieria sovietica. Il sergente non ha ancora finito di parlare, quando, da lontano, come se avessero assistito alla scena o udito la richiesta di aiuto, decine e decine di cannoni rovesciano i loro proiettili sulle case e sulle strade vicine. Il sottufficiale riattraversa di corsa il ponte, raggiunge sano e salvo i propri compagni, affida ai medici una bambina di tre anni, piangente e sconvolta, ma viva, si fa riconsegnare le bandiere e raggiunge il proprio posto di combattimento. Quando lo viene a sapere, il duro Ciukov non può controllare un fremito di commozione.
Dal suo appartamento dove giace ferito, un ufficiale tedesco sente un insolito movimento nella via sottostante. Si alza  e, a fatica, raggiunge la finestra. Sulla strada avanzano, allineati e ordinati, reparti di cavalleria sovietica. L’ufficiale non può fare  a meno di esclamare: “ E noi abbiamo perso la guerra contro questi?” Ma non ci sono soltanto i cavalli. In una strada lì vicino, si muove  un’intera colonna di T-34. Qualcuno non resiste alla tentazione di curiosare ed esce dalle cantine. Un carro si ferma, un giovane soldato scende , offre una sigaretta  a uno degli astanti poi torna da dove è venuto. Altrove, nella sua cantina male illuminata, una donna avverte uno scalpiccìo. La porta si apre e nella semioscurità l’unica cosa che distingue è la canna di un fucile mitragliatore. Poi vede gli occhi a mandorla di un ufficiale sovietico. “Amici”, dice in russo una voce. La canna del mitra non si abbassa, gli occhi diventano due fessure. “Amici!” risponde l’ufficiale e senza aggiungere altro se ne va insieme ai propri uomini.
Sui ponti gettati dai genieri sulla Sprea, sul Dahme e sui numerosi canali della città, transita un flusso ininterrotto di uomini, di carri, di cannoni. L’ala sinistra di Konev raggiunge Potsdam, a ovest della capitale,  mentre, al centro, i suoi reparti d’assalto, dopo aver preso Zossen sede del quartier generale dell’OKH,  si incuneano nei sobborghi meridionali- i quartieri “bene”-  di Berlino. Anche Zukov ha ripreso slancio e, protetto sul fianco nord da Rokossosvskij,  adesso avanza spedito, ma quando i suoi raggiungono  l’aeroporto di Tempelhof, si imbattono  nei soldati del generale Rybalko, uno degli ufficiali di Konev. Il cerchio intorno a Berlino è chiuso. Invece di rallegrarsi, Zukov monta su tutte le furie: non dovevate trovarvi lì ! urla per telefono  a uno sbigottito Rybalko. Poi  ordina ai suoi di avanzare verso il Tiergarten.
Alcuni  reparti  di Konev sono  lì a poca distanza dal Reichstag  e, a un certo punto, vedendo muoversi soldati e carri davanti a loro, aprono il fuoco. Sparano sui propri commilitoni, non sui soldati tedeschi: a causa del fumo e della confusione non hanno riconosciuto gli uomini di Zukov e li hanno scambiati per nemici. Con molto fair play, Konev, ordinato il cessate il fuoco,  cede al più celebre collega l’onore e il privilegio di conquistare la città, lasciando Rybalko e i suoi  a rodersi il fegato[1].

Bandiera rossa.

Hitler è nel proprio bunker dove ha festeggiato, il 20, il  cinquantaseiesimo compleanno. E’ un uomo distrutto, tormentato da un tremito continuo alle mani e al capo, ma ancora in grado di imporre la propria volontà. Il suo sguardo non è cambiato: penetrante, tenebroso, sinistro. Ed è quello sguardo a impressionare la scrittrice Helga Schneider , allora bambina, ammessa in quei giorni, insieme ad altri coetanei, alla presenza del Fuehrer.
Ma nel bunker di Hitler balugina il crepuscolo di un mondo ormai alla fine. Finiscono carriere e crollano nazistissime reputazioni. Goering e Himmler (il primo  per aver messo troppo presto le mani avanti circa la successione, il secondo per aver cercato contatti con gli angloamericani) vengono messi al bando;  presunti “ traditori” ( il cognato di Eva Braun, ad esempio) fucilati. Altri ( il generale Weidling, futuro comandante della piazza di Berlino) ci va molto vicino. L’ammiraglio Doenitz viene designato successore di Hitler: per precisa disposizione testamentaria, il suo compito e quello dei futuri governi della Germania sarà quello di continuare, senza soste e senza pietà, la lotta al “giudaismo internazionale”.
Poi, i colpevoli e gli innocenti escono di scena.  Blondie e i suoi cuccioli, i sei figli di Goebbels, Frau Eva Hitler, nata Braun  muoiono di veleno, i primi uccisi dal padrone e dai genitori, la seconda dal suo amore per l’uomo appena sposato. Anche Hitler assume il veleno e, contemporaneamente, si spara un colpo alla tempia con il proprio revolver. Goebbels e la moglie Magda si suicideranno due giorni dopo.
Alle undici meno dieci  del mattino del 30 aprile,  una bandiera rossa sventola  al secondo piano del  Reichstag. Ma i piani sono otto  e solo a tarda sera un’altra bandiera rossa, dopo altri morti,  potrà sventolare sulla cima del simbolo stesso del nazismo. Evgenji Chaldej, reporter ufficiale dell’Armata Rossa,  fotografa la scena immortalando, nell’atto di issarla,  i sergenti Michail Jegorov e Meliton Kantarjia del primo battaglione della 150.ma divisione d’assalto del generale Pereveretnik.
La guerra è finita?

Crimini di guerra.

Il campo di Dachau – il primo ad essere allestito, l’ultimo a essere smantellato-  sembra, a prima vista, un campo di prigionia come tanti altri. Ma, fino all’ultimo, in quel campo, la morte non si è fermata. Né si fermerà nei giorni seguenti la liberazione. Impettito sull’attenti, il giovane  comandante del campo- un tenente delle SS-  prima di arrendersi con tutti i suoi, recita la litania prevista dal regolamento: tanti detenuti presenti, tanti ammalati, tanti uomini di servizio, ecc. Il tenente colonnello Felix Sparks , americano, arrivato con i suoi Sherman all’interno del campo, quasi non crede ai propri occhi e alle proprie orecchie. Quell’ufficiale delle SS si sta comportando come se , a Dachau, tutto fosse normale. Ma è normale vedere scheletri umani coperti di escrementi  trascinarsi nel fango implorando un pezzo di pane o un goccio d’acqua? E’ normale vedere cadaveri in decomposizione ammonticchiati alla rinfusa?  Nelle ore successive,  a Dachau, gli spari si succedono  agli spari. Sono i mitra e i Garand  americani  a fare fuoco. Le guardie tedesche vengono  allineate contro un muro e fucilate o consegnate alla vendetta dei detenuti. Il generale Patton in persona metterà a tacere quell’episodio ed eviterà ai suoi la corte marziale per crimini di guerra.
Anche Berlino è ormai un gigantesco campo di concentramento. I berlinesi rimasti in città si affollano sempre di più negli angoli bui delle loro cantine sporche e maleodoranti, quasi si illudessero di diventare invisibili. In silenzio, i pensieri rivolti a  quanto si sta svolgendo sopra le loro teste, vigilano tesi, sentendosi mancare a ogni esplosione e sprofondando nel terrore ad ogni scalpiccio.  I soldati sovietici della prima ondata sono tutti veterani, duri e disciplinati. Entrano nelle cantine per ripulirle dalla presenza di nemici armati. Quando incontrano resistenza, non esitano a usare i lanciafiamme o le granate. Ma il più delle volte le attraversano senza sparare un colpo. Di solito lasciano in pace le donne, ma si fanno consegnare gli orologi e altri oggetti di valore. I soldati della seconda ondata sono diversi. In gran parte ex prigionieri di guerra liberati, hanno un conto da saldare con i tedeschi. Quando arrivano, per le donne tedesche comincia l’inferno. Migliaia di loro vengono violentate.
Non finirà mai la guerra?

La guerra è finita?

Nel quartier generale di Zukov squilla il telefono: all’altro capo del filo, c’è Ciujkov. “ Ho qui davanti a me un ufficiale tedesco: sostiene che Hitler è morto. Chiede di parlare con i nostri responsabili militari più alti in grado, ma non ha alcuna intenzione di arrendersi.”. L’ “ufficiale tedesco” è il generale Hans Krebs, uscito dal bunker sotto il Reichstag per comunicare ai sovietici il suicidio di Hitler e per sondarli circa la possibilità di una tregua. Al Cremlino, Stalin dorme. Svegliato dalla telefonata di Zukov, accoglie  con disappunto la notizia della morte di Hitler e taglia corto: “ Prima di ogni trattativa, resa incondizionata”. E ritorna a dormire. Comincia, allora,  un tira e molla interminabile tra Krebs e gli ufficiali sovietici . Quando, dopo dieci ore di discussione, il generale tedesco se ne va, l’accordo non è stato trovato. Ciujkov perde la pazienza e ordina alla propria artiglieria di spianare la città.
A Berlino, la  guerra non è finita.
La guerra sembra finita, invece, per Heinrich Hitzinger,  sottufficiale dell’esercito tedesco. Intercettato da una pattuglia americana, ha fornito le proprie generalità e il proprio grado( maresciallo, con la “m” minuscola..) ed è stato messo insieme ad altri prigionieri anonimi come lui. Nessuno lo ha interrogato a fondo, nessuno si è occupato di lui più di tanto: perché sprecare tempo con un semplice graduato, dall’aspetto insignificante, dalle spesse lenti da miope e dallo sguardo costantemente basso? Si contano  a migliaia i prigionieri come lui, tutti desiderosi di togliersi l’uniforme e di voltare pagina. E a migliaia continuano ad arrivare.
Il volto di quel sottufficiale, però, è un volto troppo conosciuto e qualcuno, prima o poi, se ne accorgerà. Non ha senso continuare la finzione, meglio giocare d’anticipo. E allora, Heinrich Hitzinger, sottufficiale della Wehrmacht chiede di essere ascoltato da un alto ufficiale alleato. Quando l’ufficiale capisce con chi a che fare, a momenti ci resta secco: davanti a lui, in carne e ossa, c’è  il Reichsfuehrer e sedicente interlocutore ragionevole Heinrich Himmler. Che, quando capisce di essere, per gli Alleati,  poco interlocutore , poco  ragionevole e per niente  credibile decide di farla finita, dandosi la morte con il cianuro prima che qualche medico, guardandogli in bocca, scopra, incastrata fra i denti,  la fiala del veleno.

Firmare  o non firmare?

A Reims, in Francia, nella località dove si produce il migliore champagne del mondo, il generale Suslopàrov, sovietico, non sa che pesci pigliare. Si è messo in contatto con Mosca, ha sottolineato l’importanza della questione, ma Mosca non risponde. Non ancora, almeno. Intorno a lui, l’atmosfera è euforica e il momento è solenne: il generale Alfred Jodl  è pronto a firmare la resa. Inglesi e americani insistono perché si firmi alla svelta. E  Mosca tace. Che fare? Firmare o non firmare? Ma l’obiettivo non era quello di porre termine alla guerra? Di farla finita con la sofferenza, i bombardamenti, la fame e tutto il resto? Di sconfiggere, una volta per tutte, la Germania? E tutto questo non è stato, forse, ottenuto? Bisogna firmare.
Susloparov domanda di nuovo: no, da Mosca ancora niente, gli rispondono. E se non firmo? Può l’Unione Sovietica non comparire fra le potenze vincitrici? Proprio colei che la guerra l’ha sopportata a lungo e l’ha sofferta come nessun altro, pagando un prezzo esorbitante, può ignorarne l’epilogo? Qualcuno mi deve dire che cosa devo fare, pensa il sempre più agitato Suslopàrov. Ma se nessuno lo fa, io come devo comportarmi? Non posso prendere tempo all’infinito. Ad ogni modo,  se firmassi, che cosa accadrebbe? Senza autorizzazione da Mosca, Stalin potrebbe considerare la mia firma come non valida. Ma, in questo caso, ci andrei di mezzo io. No, meglio non firmare.
Il generale Susloparov è sfortunato: qualche minuto dopo essersi deciso e  aver apposto la propria firma accanto a quella di inglesi, americani, francesi in calce a quella di Jodl, da Mosca arriva il perentorio ordine: non firmare alcunché. É il 7 maggio. Due giorni dopo, il 9, a Berlino, nella città da dove, per usare la terminologia sovietica, era partita l’”aggressione fascista”, il feldmaresciallo tedesco Keitel replicherà, quattro minuti dopo la mezzanotte, l’atto di resa davanti a Zukov, e ai generali Spaatz, americano,  Tedder britannico e de Lattre de Tassigny, francese. Conclusa la cerimonia, i  generali sovietici balleranno fino all’alba, abbandonandosi a colossali bevute.

Viti e bulloni..

Il Maresciallo Zukov sulla Piazza Rossa durante la parata per la vittoria. Fonte: mirumir.blogspot.com

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Georgji Konstantìnovic Zukov era rimasto sorpreso quando il Capo gli aveva chiesto se sapesse ancora cavalcare. E lo era rimasto ancora di più quando era stato designato  a passare in rivista le truppe, il 24 maggio, durante la  parata della vittoria sulla Piazza Rossa. Ora, sotto una pioggia insistente, in alta uniforme, in sella al proprio cavallo bianco, Zukov si sente colmo di orgoglio e di fierezza mentre i reparti, con in testa il maresciallo Rokossosvskij,in sella a uno stallone nero,  sfilano a passo marziale  gettando ai piedi del mausoleo di Lenin le bandiere e le insegne strappate al nemico. Ritorna con il pensiero ai primi momenti di Barbarossa, vede succedersi, una dopo l’altra, le terribili sconfitte del 1941, ripensa alla disperata resistenza di quei giorni, ai miracoli di Leningrado e di Mosca, alla riscossa di Stalingrado, alla carneficina di Kursk. Rivive i momenti confusi seguiti alla caduta di Berlino quando il generale Weidling aveva ordinato di cessare il fuoco e di deporre le armi,  rivede il feldmaresciallo Keitel firmare la resa davanti a lui  e la baldoria successiva, fra fiumi di vodka  e danze popolari russe.
Ma è anche nervoso. Qualcosa non va, lo sente. Perché il Capo non è lì , come dovrebbe, a prendersi la gloria e gli onori? Perché ha preferito la tribuna? Che abbia in serbo qualche tiro mancino? Già tutti, in Russia,  venerano  Stalin come una specie di divinità, inneggiano  a lui e solo a lui come all’artefice principale della vittoria. Soltanto la sua luce sembra splendere, unica e imperitura. Ecco perché Zukov è nervoso: lui, Rokossovskji, Konev , Ciujkov e tanti altri potrebbero togliergli, tutta o in parte, la luce. Zukov sente un brivido corrergli lungo la schiena. E non è solo colpa della pioggia.
La sera, durante il  ricevimento al Cremlino, il Capo elogia gli uomini e le donne russe, “viti e bulloni “della vittoria. Per i suoi generali, nemmeno una parola. Di lì a qualche giorno, a Mosca cominciano a circolare strane storielle sugli alti gradi dell’Armata Rossa e sulle loro mogli. Una le batte tutte. A un concerto, la moglie di un ufficiale continua a chiacchierare ad alta voce anche quando l’orchestra ha già cominciato a suonare. La vicina di poltrona le si rivolge stizzita: “ Sst! Ouverture!” per sentirsi rispondere: “ Badi a come parla! Io sono la moglie di un generale sovietico e  Ouvertura sarà lei!”.
Per molti generali- e non solo-  è l’inizio della fine.

Epilogo

SMERSH  è un acronimo: significa, in russo, “ Morte alle spie”. E ad Auschwitz,  nel campo della morte per antonomasia, solerti  funzionari  sovietici  conducono stringenti interrogatori. Uomini sopravvissuti all’inferno, riprecipitano in un altro inferno. Stalin aveva bollato come traditori tutti i soldati sovietici caduti in mano nemica. E allora dimmi compagno perché hai gettato le armi? Perché hai tradito la Patria, la tua famiglia, il tuo Capo? E tu, tu da dove vieni? Sei ebreo, mi dici e sei qui solo perché ebreo? Vedremo, verificheremo.
Per gli ebrei la guerra, in Unione Sovietica , non è finita.

Da leggere.

Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi, 2010
Silvio Bertoldi, Il sangue e gli eroi, Rizzoli, 1997
Joachim Fest, Hitler, Rizzoli, 1975
Anne Frank, Diario, Einaudi, 1990
Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Oscar Storia Mondadori, 2003
John Keegan, La seconda guerra mondiale, una storia militare, BUR, 2000
Guido Knopp, Olocausto, Tea, 2006
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 1987
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Anthony Read, David Fisher, La caduta di Berlino, l’ultimo atto  del Terzo Reich, A. Mondadori, Le Scie, 1995
Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, 2004
Fred  Uhlman, L’amico ritrovato, Feltrinelli, 2009
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori 1966
Eli Wiesel, La notte, Giuntina, Fi, 2007

In questo sito:

Sei barra uno.
1942: la città di Stalingrado, sul Volga, attaccata in forze, resiste.
Clicca qui per leggere l’articolo.              

Gli abeti rossi .
Nel febbraio del 1943, nella foresta di Katyn, in Bielorussia, i tedeschi trovano  i cadaveri di più di quattromila ufficiali e soldati polacchi assassinati con un colpo di pistola alla nuca. Chi è stato? E perché?
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I traditori e gli eroi
.
L’operazione Barbarossa( l’invasione dell’Unione Sovietica) sembra procedere bene. Poi, improvvisamente, alle porte di Mosca….
Clicca qui per leggere l’articolo.

La città di Pietro .
Leningrado -l’antica San Pietroburgo- viene isolata dal resto dell’Unione Sovietica e precipita in  un inferno lungo 900 giorni…
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Andata e ritorno.
Nel Caucaso, i tedeschi vogliono conquistare i pozzi petroliferi di Groznij e di Baku: pianteranno la loro bandiera sulla  vetta dell’Elbrus…..
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Uno contro uno.
A Kursk , nel 1943, si gioca, a colpi di carri armati, una delle partite più importanti dell’intero conflitto. E una delle più sanguinose….
Clicca qui per leggere l’articolo.

Verso Berlino.
Le offensive sovietiche del ’44 e la liberazione dei primi campi di sterminio.
Clicca qui per leggere l’articolo.

QUIpuoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su  questo sito.

La battaglia per Berlino. Da: Richard Overy, Russia in guerra, citato. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Appendice.

Bandiera rossa sul Reichstag.

Il  Reichstag, la sede del Parlamento tedesco, era stato incendiato nel 1933 e i danni non erano mai stati riparati. Dopo quell’incendio- fatto appiccare ad arte dai nazisti per accusare i comunisti e per imporre un regime dittatoriale in Germania – l’attività politica si era svolta in altre sedi. Tuttavia il Reichstag  rappresentava per i russi il simbolo stesso del nazismo e, per questo, andava conquistato. Quando gli uomini del generale Pereveretkin arrivarono nella zona, videro due edifici: in lontananza un edificio imponente e, più vicino, una costruzione grigia e poco appariscente. Scambiarono il primo edificio per il Reichstag e solo dopo diverse consultazioni con Zukov e diversi interrogatori di prigionieri si resero conto dell’errore.  Seguì una battaglia violentissima e sanguinosa. Alla fine, i soldati sovietici ebbero ragione dei difensori e conquistarono lo storico edificio.

Chi fece sventolare la bandiera rossa sul Reichstag? E a che ora? Chi riprese la scena? Su un nome- quello di Meliton Kantarija, sergente dell’Armata Rossa, tutti gli storici sono d’accordo. Tuttavia, le loro versioni non sempre collimano. Stando a Martin Gilbert ( La grande storia della seconda guerra mondiale, Mondadori), il sergente Kantarija  issò la bandiera sovietica sul Reichstag intorno alle 22 del 30 aprile, dunque quando era già buio o quasi. Secondo Gilbert, tuttavia, già alle 14,30 circa, una prima bandiera rossa era stata fatta sventolare al secondo piano del Parlamento tedesco. I nomi di chi la fece sventolare non vengono forniti.  Secondo John Keegan( La seconda guerra mondiale: una storia militare, BUR), invece, furono due sergenti sovietici-  il già citato Kantarija e il commilitone Michail Jegorov-  a raggiungere il tetto del Reichstag  il  30 aprile: il primo regge la bandiera, l’altro, si trova leggermente più in basso.  Secondo Richard Overy ( Russia in guerra), i sergenti Kantarija e Jegorov fecero sventolare la bandiera rossa dal secondo piano del Reichstag alle undici meno dieci del mattino del 30 aprile e furono ripresi da un aereo.

Quel giorno, dunque, quasi certamente, sul Reichstag sventolarono due bandiere rosse: la prima, al secondo piano, nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio;  la seconda, in cima all’edificio, a sera. Anche sull’autore della foto, non c’è unanimità. Overy la attribuisce al pilota di un aereo sovietico( probabilmente un ricognitore), altri al fotografo ufficiale dell’Armata Rossa, Evgenij Chaldeij. Nella celeberrima fotografia si vedono tre uomini: il primo è ripreso nel gesto di issare la bandiera sulla cima del Reichstag , il secondo un  po’ più in basso sembra quasi sostenere il commilitone, il terzo, mitra in pugno, assiste alla scena. Sullo sfondo compaiono alte colonne di fumo. Stando a una recente interpretazione( Ernst Volland, Das Banner des Sieges, Il vessillo della vittoria, recensito dal quotidiano la Repubblica il quattro gennaio 2010), la foto sarebbe stata ritoccata in più punti. Secondo l’interpretazione dello storico tedesco, lo sfondo sarebbe stato aggiunto ad arte, la floscia bandiera originaria sarebbe stata sostituita da un’altra gonfiata dal vento e gli orologi al polso del secondo soldato( il sergente Jegorov) cancellati  per eliminare le prove dei poco eroici saccheggi operati dai soldati dell’Armata Rossa nella capitale( gli orologi- gli Uri, storpiatura del termine  tedesco Uhren– erano particolarmente ricercati dai militari sovietici, come ci ha lasciato scritto Helga Schneider in Il rogo di Berlino). Ad ogni modo, ritoccata o no, quella fotografia, non ritrae un falso, vale a dire un fatto non verificatosi ( la bandiera rossa sventolò effettivamente quel giorno sul Reichstag);  si tratta, tuttavia, di una foto studiata, in altri termini  di una foto scattata  dopo l’avvenimento e non contemporaneamente  a esso. O, almeno, questa è l’opinione oggi più accreditata.

 Einsatzgruppen.

All’inizio di Barbarossa, gli Einsatzgruppen ( Gruppi operativi) erano quattro. Avevano il compito di operare dietro le linee per eliminare l’ “intellettualità giudaico-bolscevica”( in special modo, gli “ ebrei con incarichi nel partito e nello Stato”), nonché altri “ elementi radicali”, sommariamente indicati. Tuttavia, ai comandanti dei singoli reparti era lasciata libertà circa l’individuazione degli “ obiettivi” da colpire. Fin dall’inizio, molti comandanti interpretarono l’ordine in maniera “ estensiva” colpendo anche chi, sulla  base delle disposizioni originarie  impartite  da Reinhardt Heydrich in persona, sembrava non rientrare nelle categorie indicate.

Formati da  funzionari o aspiranti funzionari della GESTAPO, della Polizia Criminale (KRIPO) e dei Servizi di Sicurezza(SD), gli Einsatzgruppen erano stati costituiti e addestrati durante la primavera del 1941. Integrati da tre compagnie di Waffen-SS- i reparti combattenti della milizia del partito nazista-  e da un battaglione della pubblica sicurezza, contavano- agli inizi, almeno-circa tremila uomini. Ogni Einsatzgruppe era articolato in due Sonderkommandos (unità speciali), incaricati delle fucilazioni e in due o tre Einsatzkommandos ( unità operative) incaricati, per lo più, dei rastrellamenti.  Gli Einsatzgruppen dipendevano dal generale delle SS Erich von dem Bach-Zalewski.

Gli Einsatzgruppen A,B e C furono aggregati, rispettivamente, al Gruppo di Armate Nord (feldmaresciallo Wilhelm Leeb von Ritter, obiettivo: Leningrado), al Gruppo d’Armate Centro( feldmaresciallo Fedor von Bock, obiettivo: Mosca) e al gruppo d’Armate Sud ( feldmaresciallo Gerd von Runstedt, obiettivo: Kiev). Il quarto gruppo, l’Einsatzgruppe D, fu aggregato all’Undicesima Armata, incaricata di penetrare in Unione Sovietica partendo dalla Romania.  I Gruppi d’Armate ai quali i reparti speciali erano stati aggregati dovevano fornire loro assistenza logistica e  nient’altro. In altri termini, gli Einsatzgruppen  erano legati alla Wehrmacht per quanto riguardava i trasporti, il carburante, le munizioni, i viveri, ma, per il resto, agivano in completa autonomia.

In una prima fase, essi si “ limitarono” a rastrellare, a prendere in consegna dalla Wehrmacht e a fucilare uomini- quasi sempre ebrei-  in età di portare le armi o sorpresi con le armi in pugno. Successivamente, cogliendo lo spunto dall’intensificarsi della guerra partigiana, gli Einsatzgruppen  assassinarono con frequenza sempre maggiore anche ragazzi, vecchi, donne  e persino bambini. Più le divisioni corazzate tedesche si inoltravano in territorio sovietico, più gli Einsatzgruppen si rafforzavano grazie al contributo di gruppi fascisti locali o di gruppi nazionalisti- lituani, lettoni, ucraini-  ostili all’URSS.  A un certo punto, a essi furono aggregati anche undici battaglioni di polizia originariamente destinati a funzioni di ordine pubblico

Il rapporto fra  gli Einsatzgruppen  e la Wehrmacht è controverso. Che cosa sapevano i feldmarescialli e i generali? E che cosa sapevano gli ufficiali subalterni o i soldati? I primi, senz’altro, erano al corrente dei compiti degli Einsatzgruppen; i secondi quasi certamente no. Tuttavia, sia i primi, sia i secondi eseguivano diligentemente  gli ordini. A volte, anche reparti regolari prendevano parte alla fucilazione di “ partigiani”. I soldati, una volta tornati in licenza  in patria , ne parlavano con i famigliari e con gli amici. Qualcuno per vantarsi, qualcun altro   per dare un’idea di come si stesse svolgendo quella guerra. Qualche notizia diversa da quelle ufficiali cominciò così  a circolare in Germania.

Anche ai più alti livelli, ci furono comportamenti contrastanti. Il feldmaresciallo Von Runstedt, l’artefice sul campo del “ colpo di falce” in Francia nel 1940, pur non opponendosi alla consegna  dei prigionieri, obbligò i gruppi speciali a non avere alcun rapporto con i propri uomini; altri suoi colleghi fecero esattamente il contrario( almeno così sembra, la questione, in proposito, è  controversa). Alcuni comandanti di divisione o d’armata non diffusero ai propri sottoposti né “ l’ordine dei commissari” né l’ordine “giurisdizionale”;  altri ne pretesero la rigida attuazione. Ad ogni modo, il coinvolgimento della Wehrmacht  nello sterminio fu, per così dire, indiretto. L’esercito aveva un compito esclusivamente militare e a questo si attenne, anche se, a causa  dell’elevato livello di antisemitismo anche nei ranghi inferiori, qualche volta andò oltre.  Ci furono, infatti, casi in cui soldati  regolari parteciparono ai pogrom o alle fucilazioni, a volte spinti dal desiderio di vendetta dopo essere stati testimoni, come in Lituania o in Polonia, degli orrori staliniani. Nelle carceri di Libau, di Leopoli e di altre località, avevano trovato, infatti, i cadaveri di migliaia di prigionieri  giustiziati sommariamente da agenti dell’NKVD all’avvicinarsi dei tedeschi.

Ghetto

La parola ghetto, in senso figurato, indica un luogo, anche mentale  e psicologico, di esclusione e di discriminazione. In senso letterale, essa designa,fin dai tempi antichi, il luogo fisico riservato( quartiere, rione), all’interno di una comunità cristiana, ai cittadini di  religione ebraica di quella comunità. Gli ebrei svolgevano un importante ruolo economico all’interno delle comunità  di allora. Erano soprattutto commercianti, ottimi artigiani, operai, medici e farmacisti. L’immagine generalizzata dell’ebreo banchiere e usuraio è, quindi, un’immagine in gran parte sbagliata. I banchieri ebrei ci furono, naturalmente, ma furono una minoranza, ristretta ancorché potente. L’eccezione, semmai, non la regola. Altri fattori, invece, giocarono un ruolo essenziale nella “ caratterizzazione “ degli ebrei agli occhi dei non ebrei. L’accusa di deicidio li aveva avvolti per secoli  e li avvolgeva ancora in una luce sinistra, resa ancora più sinistra dalle accuse di profanare, durante le loro ricorrenze religiose, l’ostia consacrata e di sacrificare, a scopi rituali, bambini cristiani. Per secoli, nelle principali città europee,  ci furono ghetti ebraici, i cui abitanti, a seconda dei periodi, venivano sottoposti a pesanti restrizioni ( se non proprio a vere e proprie aggressioni, i cosiddetti pogrom)o , al contrario, lasciati relativamente in pace.

I ghetti delle città situate nelle zone orientali ( in Polonia soprattutto, ma anche in Lituania, in Lettonia, in Cecoslovacchia) furono utilizzati dai nazisti, all’inizio della “ soluzione finale” come luoghi di raccolta e di smistamento. Gli ebrei residenti in Occidente e, in particolare, gli ebrei tedeschi, furono “trasferiti” in condizioni quasi disumane nei ghetti  dell’est dove rimasero – morendo a migliaia per la fame, le malattie, l’affollamento, la sporcizia-  fino  a quando non furono approntati i campi di sterminio. A partire dalla seconda metà del ’42, i “trasferimenti”dai ghetti  verso i campi aumentarono progressivamente di intensità finché, a partire da un certo momento, gli ebrei venivano portati nei lager direttamente dai Paesi di origine.

I sovietici ad  Auschwitz.

La liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa è descritta da Primo Levi nelle prime pagine del suo romanzo La tregua. Ad essa mi sono attenuto. Ma non è l’unica versione. Secondo altri, intorno alla 9,30 del mattino del 27 gennaio 1945, un isolato esploratore sovietico appartenente alla 100.ma divisione del primo fronte ucraino ( quello comandato da  Konev), perse l’orientamento in mezzo  a una violenta tempesta di neve e si trovò quasi per caso nel recinto dell’infermeria di Auschwitz – Monowitz, dove i tedeschi avevano impiantato una fabbrica di gomma sintetica(Buna) e impiegato mano d’opera forzata.  Il grosso della divisione lo raggiunse una mezzora più tardi e verso mezzogiorno il campo fu interamente liberato. Il maresciallo Konev non lo visitò. La visita lo avrebbe oltremodo turbato, disse, impedendogli di mantenere la mente fredda in vista della realizzazione degli importanti  compiti militari affidatigli.


[1] Durante una conferenza stampa famosa tenuta nella sede del suo comando qualche giorno la caduta di Berlino, Zukov  ridusse la conquista della capitale a una semplice azione di “ripulitura”. In realtà, per i russi, conquistare Berlino non fu affatto semplice e le perdite furono elevate.

La foto del sergente Meliton Kantarija che issa  la bandiera sovietica sul Reichstag è tratta da :adnkronos.com

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