Finestre chiuse, porte aperte

Otto dix stosstruppen

Prologo.

Nell’ansa di Tolmino, a poca distanza  dalla riva destra dell’Isonzo, sono posizionati più di quattrocento cannoni. Uno ogni trenta metri. Chi comanda quell’imponente spiegamento ha una consegna precisa: fare fuoco solo su ordine del generale comandante. Il generale comandante- da poco alla testa del XXVII Corpo d’armata- è l’astro nascente del Regio Esercito Italiano, l’eroe del Sabotino: si chiama Pietro Badoglio. Il suo subordinato in attesa di ordini- un colonnello- ha un cognome che è tutto un programma: Cannoniere. Alberto Cannoniere.
Nomen omen?

Eccezioni e regole.

Autunno 1917. Per noi è iniziato il terzo anno di guerra. Sul fronte dell’Isonzo( lo stesso dove sono posizionati i cannoni di Badoglio), il copione è sempre il medesimo: sparano le artiglierie, poi attaccano i fanti. Alla fine, più che i progressi, si contano i morti e i feriti. E’ successo così per undici volte nel corso di undici offensive una più sanguinosa dell’altra, una più inutile dell’altra. E’ vero: siamo arrivati a Gorizia e sulla Bainsizza, ma a prezzo di troppe vite umane. Versare sangue inutilmente o sprecare soldati in attacchi frontali non è una prerogativa soltanto italiana, intendiamoci. Altrove- in Belgio, nella Galizia austriaca-  si segue il medesimo schema. Da questo punto di vista, Cadorna- il nostro comandante in capo- non ha più colpe di Haig, di Nivelle o di Brusilov. La regola è quella e tutti la seguono.
Per un po’ la seguono anche i tedeschi, poi cambiano. Il loro problema, da un certo momento in poi, è quello di risparmiare soldati, non di sprecarli. Hanno già contro mezzo mondo, tra poco avranno contro il mondo intero. Se non si danno una mossa, rischiano di soccombere per mancanza di uomini, di materiali, di equipaggiamento. Rischiano, in altre parole, di finire dissanguati. Anche in senso letterale.
Urge, dunque, sbloccare la situazione con una vittoria decisiva o mandarla in stallo, in modo da costringere gli Alleati a intavolare trattative di pace. E’ necessario, allora, sfruttare al meglio quello che si ha. Perché, ad esempio, i soldati devono farsi massacrare all’interno delle trincee o in attacchi frontali? Non sarebbe meglio distribuirli in piccole unità, mobili e autonome, in grado di  infiltrarsi fra le linee nemiche per mandare in tilt le comunicazioni, disturbare i rifornimenti, colpire nei punti deboli, aggirare trincee e postazioni? E che dire dell’effetto psicologico di una simile tattica su truppe non abituate a sentirsi il nemico alle spalle? Nascono così le Stosstruppen, gruppi d’assalto di undici- dodici uomini comandati di solito da un sottufficiale, composti da fucilieri, mitraglieri e portamunizioni e dotati di ampia autonomia operativa.
Un fuoco di artiglieria breve e intenso prepara loro la strada; poi,  preceduti dal tiro di sbarramento, escono dai rifugi in ordine sparso e si infiltrano nelle linee nemiche, mirando a obiettivi specifici ( comunicazioni, centri di comando, ecc). Dopo di loro, le fanterie armate di mitragliatrici leggere, mortai  e lanciafiamme, investono, su un fronte ristretto, il nemico scompaginato e sotto shock  e proseguono, lasciando a una terza ondata il compito di eliminare gli ultimi centri di resistenza.
L’idea delle Stosstruppen  è di un brillante ufficiale, il colonnello Fritz von Lossberg[1] ed è collegata a un’altra idea, altrettanto innovativa: quella della difesa elastica. Poche truppe sulla prima linea di difesa, appoggiate a bunker, casematte o a ostacoli naturali; molte di più sulla seconda linea e, soprattutto, alle spalle di tutti, una divisione pronta a chiudere buchi o a portare un contrattacco deciso  quando il nemico non può più contare sull’appoggio della propria artiglieria. Per chi è abituato a fare il contrario ( prima linea forte e affollata di truppe, seconda  e terza più deboli) sembra quasi una rivoluzione.

Antichi mali.

Luigi Cadorna – il nostro comandante in capo- di rivoluzionario ha ben poco. Decisionista e autoritario, non risparmia nessuno.  Non i suoi subordinati ( i siluramenti non si contano..), non i  politici e la politica, non i soldati. In un trionfo della burocrazia applicata alle armi, inonda i comandi di circolari e di promemoria. Ha le proprie idee, le proprie convinzioni, le proprie certezze. Dubbi pochi. Per “logorare” il nemico, insiste sugli attacchi frontali – sanguinosi, dispendiosi, poco efficaci, in altre parole vere e proprie carneficine. E’ l’unico a farlo? Non è l’unico, l’abbiamo già visto. Haig e Nivelle si comportano forse diversamente? Se il credo tattico – e strategico- è quello della “spallata”, Cadorna non fa, non può fare eccezione. E questo è bene dirlo subito.
Non è cieco né sprovveduto, anche questo va detto. Ha riorganizzato l’esercito, ha potenziato l’artiglieria di cui ha capito l’importanza tattica non solo in fase di preparazione, si è sforzato di imitare le Stosstruppen tedesche, istituendo il gruppo degli Arditi. Ma  è tardi. Tardi per cambiare una mentalità consolidata e tardi per abituare le  truppe a combattere in modo diverso.
E, soprattutto, è tardi per agire sul morale dei soldati. I nostri sono costretti a turni massacranti, restano in prima linea quasi due settimane prima di essere avvicendati ( i tedeschi, due giorni); mangiano male, sono esposti alle intemperie, alle malattie, sono infestati di pidocchi, covano sordi rancori, sono demotivati. Non vedono casa da tempo, le licenze sono una specie di lusso, le punizioni frequenti. Nessuno- a parte qualche eccezione-  si occupa di loro, delle loro esigenze materiali e spirituali. Se le cose non vanno bene, sono loro ad andarci di mezzo; anziché incoraggiamenti, ricevono accuse di codardia; anziché premi, punizioni. Non ne possono più: sognano di tornare a casa, ai campi, agli affetti personali; detestano quell’ “inutile strage” di cui non capiscono il senso. I mugugni si moltiplicano, si registra qualche ammutinamento. Da noi, come altrove( in Francia, ad esempio), la risposta degli ufficiali è sempre la stessa: pugno di ferro. Ma la situazione non migliora.

 Il leone dell’Isonzo

Quando gli viene proposto di attaccare l’Italia per dare respiro all’Austria quasi in coma del giovane imperatore Carlo I, Erich Ludendorff – il capo di stato maggiore imperiale- non risponde subito di sì. Per farlo servono divisioni tedesche e privarsene può essere un lusso. O un regalo agli anglo-francesi, incapaci di uscire, per il momento, dall’impasse a ovest. Manda allora sul fronte italiano un suo generale fidato -Konrad Krafft von Delmensingen-  a dare un’occhiata. Krafft va, torna, espone la situazione e conclude: si può fare. Ok, allora: se si può fare, proviamoci. E chissà – continua Ludendorff- che non ce ne possa venire un vantaggio decisivo. Se riuscissimo a far fuori l’Italia, ad esempio, potremmo ridispiegare le nostre forze e irrobustire il fronte occidentale prima che si facciano sentire gli americani.
Sul fronte italiano comanda un generale il cui nome è una specie di scioglilingua: Vojskovoda Svetozar Boroevic von Bojna, austriaco. I suoi lo chiamano il “Leone dell’Isonzo”. Si batte bene, si difende meglio; ha stoppato Cadorna più volte, ma non è lui il predestinato. Questa volta si va all’attacco, non si resta in difesa. E, per di più, con truppe tedesche. Ludendorff sceglie, allora, per il colpo di maglio, l’esperto Otto von Below e gli affida un’armata “mista”- la XIV- composta da reparti austriaci e da eccellenti divisioni germaniche.  Forse Boroevic non la prende bene, forse è teso, fatto sta che  quando il neocomandante gli rivela l’obiettivo dell’offensiva ( arrivare al Tagliamento), invece di entusiasmarsi,  strilla: “Non ce la farete mai! mai!”
E, infatti, arriveranno al Piave.

Attacco e difesa.

Alla vigilia della dodicesima offensiva, al fronte corrono  voci poco tranquillizzanti: il nemico si sta muovendo, qualcuno giura di aver visto divisioni tedesche. C’è elettricità nell’aria. Ma anche un esagerato ottimismo da parte dell’Alto Comando. Cadorna ne è certo: se il nemico attaccherà, sapremo riceverlo come si deve. Il 18 settembre, il nostro comandante in capo ordina di assumere uno schieramento difensivo e di riposizionare l’artiglieria. E aggiunge: se il nemico attacca, fuoco di contropreparazione con i calibri grossi e medi[2].
C’è chi riposiziona l’artiglieria ( il duca d’Aosta, III armata) e chi no. Il generale Luigi Capello  ha messo parte della sua mastodontica II armata (  otto Corpi) sulla difensiva, ma ha lasciato l’artiglieria in posizione avanzata. Capello è un ufficiale brillante, di salute forse malferma, ma  di idee saldissime. E’ un offensivista e non lo nasconde. Il suo credo tattico è questo: la difesa può essere il trampolino di lancio per  un’immediata controffensiva. Ci attaccano? Bene. Noi li conteniamo e subito dopo diamo loro addosso. Ed è convinto che sia proprio questo il vero significato dell’ordine impartito da Cadorna il 18 settembre. E , così, lascia i propri cannoni di grosso calibro dove non dovrebbero stare. Quando se ne accorge( un po’ in ritardo, in verità), Cadorna tuona: toglierli di lì  e alla svelta. Alla svelta? E’ il 18 ottobre: manca meno di una settimana a Caporetto.
Dunque mentre le truppe austro-tedesche si muovono, senza dare troppo nell’occhio, verso il fronte, i nostri cannoni sono troppo avanzati, la nostra prima linea troppo folta. E le nostre riserve troppo arretrate. Non c’è niente a Plezzo, poco a Tolmino; il grosso delle riserve è nella zona di Cividale( alle spalle della II armata )e nella zona di Palmanova (dietro la III). C’è poco da stare allegri: visto come siamo messi, se il nemico sfonda, addio cannoni e addio possibilità di fermarlo in tempo.
Certo che i suoi, alla vigilia di Caporetto, Cadorna potrebbe disporli meglio.  Si aspetta un’offensiva, ma forse ne ignora la portata. E’ convinto di poterla respingere. Tanto più che dalle parti di Plezzo e di Tolmino, là dove dovrebbe svilupparsi l’attacco principale,  ci sono due  Corpi d’armata, secondo lui  saldi e affidabili.
I due  Corpi d’armata saldi e affidabili sono il IV del generale Alberto Cavaciocchi e il XXVII del generale Pietro Badoglio. Entrambi agli ordini di Capello. E, a volte, di Luca Montuori.  Capello non sta bene di salute, soffre di nefrite, spesso deve farsi ricoverare. Quando lo fa, gli subentra Montuori; quando torna dall’ospedale, Montuori si fa da parte. Quel tira e molla è più un danno che un vantaggio: espone l’armata all’incertezza, non le offre punti di riferimento stabili, aumenta la confusione.

Tutto in ordine.

Il nostro servizio informazioni insiste: il nemico si muove, si concentra, sono state avvistate truppe tedesche. Due disertori romeni – due ufficiali- sono più precisi: sì, i tedeschi ci sono, hanno truppe scelte, proiettili a gas; l’attacco è imminente e si svilupperà tra Plezzo e Tolmino. Un disertore boemo ci consegna addirittura la copia dell’intero piano d’attacco: gli obiettivi, gli schieramenti, gli effettivi, i nomi degli ufficiali.  Ne teniamo conto? Neanche per idea. Il nostro schieramento difensivo rimane sostanzialmente inalterato e le convinzioni di Cadorna non cambiano. Sposta nella zona di Tolmino, alle spalle del XXVII,  il raffazzonato VII Corpo del generale Luigi Bongiovanni e muove qualche unità da un settore all’altro.  Tutto qui.
Ma i punti deboli restano. Alcune unità sono ancora posizionate sulla riva sinistra dell’Isonzo e  il punto di sutura fra il IV e il XXVII Corpo è ancora malpresidiato. Preoccupato, Cavaciocchi chiede a Badoglio  se tutto sia  in ordine. Naturalmente, è la risposta.
Naturalmente?

Le forze in campo.

A questo punto è utile dare un’occhiata, per sommi capi, agli schieramenti[3]. Nella zona “calda”, procedendo da nord verso sud, sono schierate la Seconda  armata di Capello e la Terza del duca d’Aosta. Von Below con la  Quattordicesima è di fronte alla Seconda armata. Ha schierato i suoi secondo i piani: Alfred Krauss è nella zona di Plezzo, Albert von Berrer e Karl Scotti si trovano nella zona di Tolmino e Hermann Stein è a metà strada fra i due gruppi. Stando al piano, Krauss e Stein se la devono vedere con Cavaciocchi e il suo IV Corpo; Berrer e Scotti con Badoglio e il suo XXVII.  Dal fronte trentino, il barone Conrad von Hoetzendorff è in movimento: sta prendendo forma un gigantesco accerchiamento.

Wikipedia dixit. Clicca sulla cartina per ingrandirla.
Battle of Caporetto IT.svg

Il crollo.

Il 24 ottobre pioviggina. Una sottile nebbia ristagna sulla zona, la visibilità è scarsa. Alle due del mattino, con puntualità teutonica, le artiglierie austro-tedesche iniziano il fuoco di preparazione. Sparano granate e proiettili a gas. Nella conca di Plezzo, il gas uccide più di tremila uomini, forse a causa della maschere difettose o forse perché, essendo di nuova generazione( acido cianidrico?), non può essere neutralizzato dalla maschere. Il bombardamento si interrompe per circa un’ora, poi, intorno alle sei e trenta, inizia un devastante fuoco di distruzione. I cannoni tedeschi spianano le trincee, fanno saltare i camminamenti, i ricoveri, le postazioni avanzate, le linee telefoniche. E il fuoco di contropreparazione ordinato da Cadorna? Scarso, tardivo e velleitario. Qualcuno ha capito male? Qualcuno ha interpretato l’ordine nel senso di aspettare il fuoco di distruzione e non quello iniziale di preparazione prima di controbattere? Sia come sia, i nostri cannoni – la nostra forza- restano quasi muti. E soprattutto tacciono quelli del colonnello Cannoniere.
Alle otto del mattino, l’artiglieria austro-tedesca non ha ancora finito di sparare. Ma le fanterie non aspettano che il fuoco cessi. Approfittando della scarsa visibilità si fanno sotto e scattano all’attacco. Krauss avanza nella zona di Plezzo, verso la  stretta di Saga; Stein si dirige verso il punto di sutura fra i Corpi di Cavaciocchi e di Badoglio. Gli austro-tedeschi lasciano per il momento perdere le alture né si curano di coprirsi i fianchi. Alle 9,30 Krauss sfonda e dilaga nella conca di Za Kraju; Stein, dopo essersi sbarazzato della 19.ma divisione sulla sinistra dell’Isonzo, passa il fiume e si muove in direzione del Monte Matajur. Alle quattro del pomeriggio una sua unità- quella di von Lequis-  è a Caporetto.
E i cannoni di Badoglio? Muti come pesci. Il brillante generale non è in prima linea: si trova un po’ più indietro, nella località di Cosi, dove ha spostato il comando. Ligio all’ordine, Cannoniere aspetta il via dal proprio comandante. Che non può darglielo. Il fuoco tedesco di preparazione ha distrutto i cavi del telefono, Badoglio non può comunicare. Risultato: le batterie italiane, vanto del nostro esercito, vengono catturate  senza colpo ferire. Quasi una beffa per uno che si chiama.. Cannoniere;  una condanna senza appello per la struttura rigida, burocratica e per  niente flessibile della catena di comando italiana. E una botta terribile per chi aveva accolto la notizia della presenza di truppe tedesche con queste parole: “ Meglio così. Ci mancavano le mostrine tedesche nei nostri campi di prigionia!”
In seguito circolerà una strana versione: fu una manovra voluta. Badoglio mantenne in silenzio i propri cannoni per dare al nemico l’impressione che quella zona fosse deserta. Voleva- si disse- attirare gli austro-tedeschi in una conca, stretta e senza uscita, in modo da poterli annientare. La “trappola di Volzana” è probabilmente- anzi quasi certamente- una leggenda. E tuttavia, fu accreditata dagli stessi comandanti tedeschi. Kraus scrisse più o meno questo: stavamo per cadere in una maledetta trappola e solo l’ardimento, il coraggio, l’abnegazione ecc. ecc. dei nostri soldati lo scongiurò. Il riferimento al valore dei propri soldati getta qualche ombra sulla veridicità delle affermazioni di Krauss: forse il generale fa propria  una diceria senza alcun fondamento, al solo scopo di incensare  i suoi.
Sulle alture i combattimenti furono violenti. E’ stato scritto: gli italiani scapparono tutti a gambe levate. Non è vero. Nell’ infausto settore, ci fu chi combatté con coraggio e ardimento, chi contese al nemico il terreno palmo a palmo: gli alpini sul Monte Rombon, ad esempio. O sul Monte Nero. E numerosi altri reparti. Ma ci fu anche chi cedette di colpo, chi abbandonò senza motivo posizioni- chiave ( il generale  Giovanni Arrighi, sulla stretta di Saga), chi gettò il fucile  alle ortiche, chi cambiò l’uniforme con abiti civili, chi si abbandonò al saccheggio, alle violenze, agli stupri. Quasi novemila soldati , l’equivalente di una divisione, si arresero a un giovane tenente degli alpini tedeschi. Infiltrandosi fra le nostre linee con un pugno di uomini, il tenente Erwin Rommel non solo aveva fatto tutti quei prigionieri, ma   era riuscito anche a occupare la vetta strategica del Matajur.
Il tappo era saltato, questa era la verità. L’offensiva austro-tedesca faceva esplodere fra i nostri soldati le frustrazioni a lungo represse, i risentimenti a lungo covati, i rancori per i torti- veri o presunti- subiti, le umiliazioni patite. Durò a lungo quel momento. E fu terribile. Poi passò. E molti di quei soldati si ritroveranno, con ben  altro spirito questa volta, sulle sponde del Piave.
Sul terreno, dopo lo sfondamento la situazione sembra paradossale: noi difendiamo le alture e il nemico viaggia spedito lungo le conche. Ha scritto il generale Caviglia: chiudevamo le finestre e lasciavamo aperte le porte. E attraverso quelle porte –  a fatica-  si infilano anche Berrer e Scotti provenienti dalla zona di Tolmino e si avvicinano rispettivamente al Monte Jeza e al Globocack.
E Cadorna? Il generalissimo non perde la calma  e benché ancora ignori le reali proporzioni del disastro di quelle prime ore ( Cavaciocchi lo informerà soltanto alle 18), valuta la possibilità di ritirarsi sul Tagliamento. Manda rinforzi nei punti critici, individua tre linee di difesa imperniate su alcune alture, ma quando è il momento di dare l’ordine( mattino del 26) , ci ripensa. Consulta Montuori(Capello è ammalato) e chiede se sia possibile resistere senza ritirarsi sulla linea del fiume. Avuta risposta affermativa, decide di correre il rischio e non dirama l’ordine di ritirata.
Perché il generale Montuori dà quella risposta? Non vede quello che sta succedendo o è davvero convinto di poter resistere? E come, di grazia? Le riserve sono troppo lontane; le strade sono intasate da soldati in fuga e da civili terrorizzati; Krauss ha superato la posizione chiave del Monte Stol; Stein  ha oltrepassato il Monte Maggiore ( uno dei perni della difesa italiana) e si trova a meno di sei chilometri da Cividale; Berrer  e Scotti, preso il Globocak,  sono a Corada, ai margini della pianura friulana; la III armata del duca d’Aosta è minacciata di accerchiamento.
Resistere?

Epilogo.

Sappiamo tutti come andò a finire. Cadorna ordinò la ritirata prima sul Tagliamento, poi, impossibilitato a tenere anche questa linea, arretrò sul Piave. E qui la spinta austro-tedesca si attenuò fino a dissolversi. Ludendorff richiamò altrove le truppe di von Below; gli Alleati rinforzarono la nostra linea difensiva con alcune divisioni, Cadorna fu sostituito con il generale Armando Diaz e la situazione, lentamente, cambiò. Il Piave divenne, a un tempo stesso, la nostra estrema linea di difesa e il trampolino del nostro riscatto.
Dopo Caporetto e dopo la fine della guerra caddero molte teste. Quella di Cadorna – che aveva imputato la sconfitta alla “viltà e alla codardia” dei soldati “ignominiosamente arresisi al nemico”- quella di Capello, quella di Cavaciocchi ( l’unico, forse, a non incolpare i soldati), quella di Bongiovanni. Non quella di Badoglio. Perché?
L’ideatore della mancata “trappola di Volzana” la sfangò, si disse, per le sue entrature massoniche, per la sua faccia di bronzo, per l’attivismo dimostrato durante la ritirata nell’organizzare gruppi di sbandati  e per altre ragioni ancora. Sia come sia, Badoglio – che detto per inciso, si aspettava i carabinieri e la corte marziale, non certo onori  e prebende- verrà nominato vicecapo di stato maggiore (praticamente il secondo di Diaz); collaborerà a stilare i piani per Vittorio Veneto ( anche se, a posteriori, il generale Ugo Cavallero li rivendicherà come propri); dalla relazione della commissione d’inchiesta istituita per fare luce sugli avvenimenti di Caporetto spariranno- ma non è provato- tredici pagine poco lusinghiere sul suo operato in quei drammatici giorni; avrà titoli ( Marchese del Sabotino) , onori e cariche( Capo di stato maggiore). Ma non l’assoluzione di Cadorna.
Di chi fu la colpa? Dei soldati “vili e codardi”? Del “fronte interno”? Del papa e dell ‘”inutile strage”? Del disfattismo “rosso? Dello ” sciopero militare”? O delle difese male impostate,  delle riserve dislocate male, della sottovalutazione della forza del nemico, di una catena di comando burocratica e lenta, dell’arretratezza di un esercito in cui i soldati erano trattati come carne da cannone e nulla più, delle manie offensiviste di alcuni generali, dell’inettitudine di altri?
Le risposte si trovano qui:

 

Silvio Bertoldi, Guerra : italiani in trincea da Caporetto a Salò,  Rizzoli, 2003
Silvio Bertoldi, Come si vince o si perde una guerra mondiale, Rizzoli, 2006
Mario Cervi, Caporetto, Mondadori, 1974
Lorenzo Del Boca, Grande Guerra , piccoli generali, Utet, 2007
Francesco Fadini, Caporetto dalla parte del vincitore, Mursia, 1992
Emilio Faldella, Caporetto: le vere cause di una tragedia, Cappelli, 1967
Angelo Gatti, Caporetto: diario di guerra, Il Mulino, 2007
Ernest Hemingway, Addio alle armi, Oscar Mondadori, 2002
Nicola Labanca. Caporetto: storia di una disfatta, Giunti, 1997
Piero Melograni, Storia politica della Grande Guerra, Mondadori, 1998
Alberto Monticone, La battaglia di Caporetto, Udine, 1999
Philippe Rostan, L’Europa in pericolo: Caporetto 1917, Milano, 1974
Ronald Seth, Caporetto, Garzanti 1977
Mario Silvestri, Caporetto: una battaglia e  un enigma, BUR, 2003

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

PS.  Oggi Caporetto  si trova in Slovenia. Il suo nome sloveno è Kobarid.


 [1] Per la verità, l’idea non era del tutto nuova. Già nel 1915, un giovane ufficiale francese l’aveva sviluppata e codificata per iscritto. Gli alti comandi non la presero in considerazione. Nel 1916, sul fronte orientale, il generale russo Alexej Brusilov l’aveva applicata durante le offensive in Galizia. Ma furono i tedeschi a svilupparla compiutamente e a metterla in pratica con regolarità.
[2]L’ordine  verrà riportato sul bollettino n 4741 del 1° ottobre 1917: “Durante il tiro di bombardamento nemico, oltre ai tiri sulle località di affluenza e di raccolta delle truppe, sulle sedi dei comandi, sugli osservatori, ecc., si svolga una violentissima contropreparazione nostra… Si concentri il fuoco di grossi e medi calibri sulle zone di probabile irruzione delle fanterie… [che] dovranno essere schiacciate sulla linea di partenza.”
[3] Numerosi siti internet elencano, nei dettagli, la disposizione delle nostre truppe e di quelle austro-tedesche. Per chi voglia consultarli, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Naturalmente, se non si ha fretta, è meglio consultare prima i libri di Monticone e di Silvestri, citati in questo articolo.

Il quadro riportato in apertura è del pittore tedesco Otto Dix (1891-1969 ) e raffigura un’unità d’assalto in azione( si notino il caratteristico elmetto e la drammaticità dell’intera scena). Il quadro, dipinto nel 1924, è tratto dal seguente sito:http://www.minerva.unito.it/…/pace&guerra/arte/dix.htm

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