L’ombrello rosso, l’ombrello nero

 

Prologo

Il 1° marzo 1896 cade di domenica. Menelik II, negus neghesti, re dei re, sta assistendo alla messa assieme  ai suoi dignitari, all’imperatrice e alle personalità più importanti. Fuori dalla chiesa, disperso in mille attendamenti, il suo esercito soffre la fame. Parte della cavalleria galla – imprendibile, veloce, micidiale- è stata mandata in giro a razziare viveri e foraggio.
Gli italiani si sono messi sulla sua strada e lui, il re dei re, è incerto.Che cosa deve fare? Attaccare? Ritirarsi in attesa di tempi migliori? Lasciare al nemico la prima mossa? Non è una scelta facile. Guarda l’imperatrice, sa come la pensa: lei vorrebbe attaccare, non dare respiro agli invasori italiani.
Menelik avverte in pieno la gravità del momento: i suoi re, i suoi principi, i suoi feudatari, sua moglie stessa  aspettano un segnale, una decisione e lui sa che da quel segnale, da quella decisione, può dipendere  il proprio destino. E quello dell’Etiopia.
Il re dei re si chiude in raccoglimento, forse prega la Vergine di ispirarlo. China il capo. E in quel momento due colpi di fucile esplodono all’esterno. Baratieri gli ha tolto il peso della decisione. Menelik, impassibile, continua a seguire la messa; i suoi ras, frementi,  si precipitano fuori, impartiscono ordini, urlano disposizioni.
La battaglia di Adua è cominciata.

Equivoci e malintesi.

Equivoci e scelte politiche incerte o approssimative hanno messo Italia e Etiopia l’una di fronte all’altra. Gli equivoci, anzitutto. Ne basta uno, il più clamoroso: il trattato di Uccialli. Firmato nel 1889 grazie ai buoni uffici del conte Pietro Antonelli – mezzo avventuriero, mezzo diplomatico- dovrebbe regolare i rapporti fra i due Paesi. Di fatto  riduce l’Etiopia a una sorta di protettorato italiano. L’articolo 17, infatti, recita più o meno così: nelle questioni internazionali, l’Etiopia deve affidarsi all’Italia( il termine esatto è acconsente che..). Ma nella traduzione in amarico  quel deve diventa   può.
Il premier di allora- l’ex garibaldino Francesco Crispi-  non bada a simili sottigliezze e rende noto quell’articolo a tutte le potenze firmatarie del trattato di Berlino. Il negus sente puzza di bruciato, comincia a pensare di essere stato preso in giro , di aver firmato una porcheria; la regina Taitù sbraita contro i frengi italiani; ras Makonnen, in Italia in missione ufficiale, quando se ne va si lascia dietro un’altra mina vagante: una Convenzione aggiuntiva sulla questione dei confini della colonia.
I confini, secondo equivoco. Noi li vogliamo più avanti  di quanto non stabilisca il trattato: per noi devono arrivare fino al Mareb, in pieno territorio etiopico, nella bellicosa regione del Tigré ( o Tigrai). I tempi del congresso di Berlino( 1878) in cui avevamo orgogliosamente esibito la nostra politica delle “ mani nette” sono solo un ricordo.
E, in effetti, quella politica non era durata  a lungo. Le mani ce le eravamo sporcate alla svelta, prima acquistando la baia di Assab di proprietà della società Rubattino, poi conquistando Massaua e istituendo, infine, la “colonia Eritrea”, chiamata così dal nome latino del Mar Rosso(Mare Erytraeum). Era un territorio infame, ma situato in una buona posizione  per i traffici da e per  Suez, nonché  una finestra aperta sull’immensa Etiopia.
L’Etiopia e gli etiopi, terzo equivoco. Noi la vediamo così: il primo è un Paese irrequieto, feudale, lacerato da lotte intestine; i secondi – gli abissini, come li chiamiamo noi-  nella migliore delle ipotesi, sono selvaggi  e incivili; nella peggiore, cannibali. Dunque, per dirla con  Deng Xiao Ping, la situazione è eccellente: da un lato, possiamo approfittare dei disordini e delle lotte fratricide per imporci; dall’altro, non dobbiamo aver paura di una banda di straccioni.
Ci sfugge una cosa importante:  gli “straccioni” hanno a cuore la propria indipendenza e la propria libertà. E, in più, quegli antipatici dei francesi e quei rompiscatole dei russi sono lì a seminare zizzania, a “consigliare”, a fornire dritte politiche e militari. E casse di Remington nuovi di zecca. E cannoni a tiro rapido Hotchkiss. Senza che il negus si senta zavorrato da alcun trattato.

La politica, adesso. Passato il periodo “storico” dell’approccio all’Africa orientale ( spedizioni scientifiche, geografiche, etnografiche), aiutato  Menelik a salire al potere , istituita la colonia Eritrea,  firmato il famigerato trattato di Uccialli, il problema è : come comportarsi? come consolidare la nostra presenza in quella zona d’Africa? Le soluzioni sono due: dialogare o far parlare i cannoni.
Dialogare significa puntare tutto su Menelik e cercare di ottenere il più possibile con le buone; far parlare i cannoni significa aizzare contro Menelik i ras dissidenti o ribelli o scontenti, gettare un bel po’ di benzina sul fuoco e intervenire al momento giusto con la scusa di spegnere l’incendio. Dialogare significa puntare tutto sui trattati, magari rivedendo quello di Uccialli; dare la parola ai cannoni significa armare i ras tigrini, in particolare ras Mangascià – che si ritiene defraudato del trono-  in funzione anti-Menelik.
Nei palazzi romani si scontrano così una politica scioana, a favore di Menelik, sovrano dello Scioà prima di diventare imperatore e una politica tigrina, pro Mangascià e a favore del tanto peggio, tanto meglio, versione moderna del divide et impera latino. Favorevole alla prima è il conte Pietro Antonelli, favorevole alla seconda è il generale Antonio Baldissera e, sotto sotto, lo stesso Crispi, sebbene non lo dia a vedere. Anche chi verrà dopo di lui, volendo ottenere il massimo  con il minimo sforzo ( e con la minima spesa…),  concederà il proprio favore ora  all’una, ora all’altra fazione a seconda delle circostanze. Terrà un piede in due scarpe, insomma.
Ma a tenere un piede in due scarpe  di solito si fa poca strada. Quella politica non porta infatti da alcuna parte. Anzi, si ritorce contro di noi. Menelik rigetta ( 1893) il trattato di Uccialli( non prima di aver ricevuto due milioni di cartucce dall’Italia) e Mangascià, deluso dalle promesse non mantenute passa armi  e bagagli dall’altra parte.

Domanda in carta semplice.

La colonia Eritrea dunque vive vita grama, circondata da potenziali nemici esterni e minacciata da scandali interni. Nel ’91 cominciano a circolare voci di assassinii commessi da squadroni della morte, di ruberie, di malversazioni, di nobili eritree tenute prigioniere e stuprate dietro presentazione di “ domanda in carta semplice”. Un civile, l’avvocato Eteocle Cagnassi e un ufficiale dei carabinieri, il tenente Dario Livraghi, vengono arrestati; viene sollevato il coperchio di una pentola in cui bolle e ribolle ogni genere di schifezza; i due reprobi vengono processati e naturalmente assolti dalle accuse più infamanti. Perché? Per salvare gli alti papaveri ( il generale Antonio Baldissera, soprattutto, comandante a Massaua in quel periodo) sicuramente al corrente dei fatti? O per altri motivi?
Tuttavia, nonostante gli scandali, i tentennamenti, i giri di walzer ora con Menelik, ora con Mangascià, in Italia e in Parlamento la questione coloniale sembra restare al palo. Sì, se ne parla, qualcuno sogna una sorta di comune agricola aperta agli immigrati, qualcun altro si improvvisa ragioniere e inorridisce di fronte alle spese, c’è chi cambia opinione e da critico si fa paladino della conquista, circolano idee razziste,  ma non c’è quasi nessuno  che  impugni la questione pro o contro il governo, nessuno che, nelle piazze, manifesti a favore o contro. Nessuno che si scaldi davvero, insomma.
Si succedono i governi (Di Rudinì,  Giolitti), i problemi interni si acuiscono, falliscono le banche, le plebi rumoreggiano. L’Eritrea rimane sullo sfondo.
Poi torna Crispi.

A colpi di   Fucile.

Il tenente generale Oreste Baratieri(1841-1901). Da: http://www.zam.it/biografia

Anche in Eritrea, i governatori si succedono ai governatori. Prima  il generale  Antonio Gandolfi( governatore civile e militare), soldato tutto d’un pezzo, forse anche troppo; poi il  generale Oreste Baratieri ( governatore civile). In Africa,  Baratieri  è stato agli ordini di Gandolfi e – stando ai si dice- gli ha fatto bellamente le scarpe.
E’ un uomo colto, più volte deputato, trentino di nascita, bersagliere, ottimo giornalista- con lo pseudonimo di Fucile– e scrittore di cose militari. Vanta amicizie influenti, conta- in apparenza- pochi nemici. E’ anche un buon soldato? Probabilmente sì, ma di sicuro è un politico con le stellette, avvezzo ai maneggi e agli intrighi romani.
Ricevuto l’incarico, rivolta la colonia da cima a fondo, trasformandola in una sorta di vicereame. Si fa dare dell’Eccellenza, fa piazza pulita dell’operato di Gandolfi e concentra nelle proprie mani – lui governatore civile- anche i poteri militari, togliendoli al tenente colonnello Giuseppe Arimondi, un piemontese dai folti baffoni e dai modi spicci.
E che cosa combina Arimondi, durante un’ assenza temporanea di Baratieri? Affronta i dervisci ad Agordat ( dicembre 1894) e li sbaraglia. Apriti cielo. Perché è toccato  a lui e non a me? Tornato in colonia, il governatore non vuole quindi essere da meno e, sfruttando la vittoria di Arimondi – promosso nel frattempo generale per meriti di guerra e in Italia celebrato come un eroe omerico- occupa la località di Cassala, nell’attuale Sudan. Non c’è molta logica in quell’occupazione: Cassala è più un peso che un vantaggio, è lontana dalle linee di comunicazione, deve essere presidiata, ma il conto con Arimondi è saldato.
E’ solo l’inizio. Dopo Cassala tocca al Tigré. E, a questo punto, dopo un paio di vittorie  molto celebrate ( Coatit e Senafé) contro ras Mangascià,  cominciano i guai.

L’ombrello rosso.

Menelik II (1844-1913). Da Wikipedia

Quando  il tamburo di guerra rulla, migliaia di guerrieri prendono le armi, lasciano i villaggi e si presentano alla chiamata. Ci sono i tigrini , gli amahra, gli scioani  con i loro fucili, le loro zagaglie, i loro scudi di pelle, i loro cannoni. E ci sono soprattutto i galla, cavalieri imprendibili e implacabili montati su cavallini resistenti e veloci. I soldati di quell’esercito senza uniformi sono combattenti indomiti e instancabili, determinati e duri, astuti e feroci. Si muovono in massa dietro le insegne dei loro ras vestiti di rosso( il colore del comando), camminano scalzi, sollevano nuvole di polvere quando marciano, pregano la Vergine come noi, razziano bestiame e  farina, conoscono ogni sentiero, ogni anfratto, ogni cespuglio, fanno del numero e del coraggio la propria forza.
Le donne li seguono e li curano se feriti, offrono loro acqua se assetati, preparano loro il cibo  se affamati, li spronano in battaglia quando li vedono lenti o indecisi. Quando il chetit rulla, dietro ai ras e all’ombrello rosso dell’imperatore circondato dagli abuna ( i vescovi) non si raccolgono singole tribù o singole etnie: si raccoglie un popolo intero.
O quasi. Qualche ras magari fa il furbo e sta a guardare , qualcun altro vuole vedere come si mettono gli avvenimenti  e prende tempo; le popolazioni cui vengono razziate farina  e bestiame non fanno certo salti di gioia; le frizioni fra una tribù e l’altra  a volte riaffiorano. Tutto il mondo è paese, insomma, soprattutto in Etiopia. Ma al momento di difendere la propria terra, la propria libertà, la propria indipendenza, la propria religione e i propri campi, nessuno si tira indietro. Ne siamo consapevoli? Sì  e no; anzi:  più no che sì, come abbiamo visto.

Multiplo.

E noi? Noi le uniformi le indossiamo , sappiamo marciare , sparare di fila, ma è dura adattarsi a quella geografia e a quei climi. Assab è un inferno, le rocce squarciano le scarpe, le uniformi si sfilacciano, i rifornimenti tardano ad arrivare, siamo perennemente a corto di soldi, di cammelli, di muli. Di giorno moriamo di caldo, di notte battiamo i denti dal freddo.
Abbiamo un ottimo fucile a retrocarica( il modello ’91) , sei colpi a ripetizione, calibro 6,5, sicuro e affidabile [1], ma lo lasciamo a casa , preferendogli il vecchio Vetterli (o Wetterli)- Valenti , quattro colpi, calibro 10,5, a colpo singolo per le truppe indigene. E lo facciamo perché quello- si argomenta- è il modello usato in colonia e le truppe non saprebbero adattarsi velocemente al nuovo. Può sembrare una sciocchezza, ma trasportare le cassette di cartucce per il Vetterli costa il doppio di fatica. E, naturalmente, richiede più muli  e più cammelli. E , quindi, più soldi.

Il fucile modello 91. Da: http://www.vodice.it/armi.html

I soldi: il nerbo della guerra. Da questo punto di vista, l’esercito italiano, quell’esercito italiano, è un esercito povero. Ma non è un povero esercito, attenzione. E’ lo specchio della nuova Italia eretta a Regno e ancora alla ricerca di una propria identità e di una propria dimensione. C’è- ancorché agli inizi-  una scuola di guerra per i futuri ufficiali di Stato Maggiore; ci si sforza di curare – anche se in modo burocratico e astratto- ordine e disciplina; si migliorano l’armamento e l’equipaggiamento si impartiscono i comandi in italiano e non già in dialetto piemontese. In colonia prestano servizio ottimi ufficiali.
Ma ci sono anche approssimazione e cattiva preparazione, servizi da perfezionare, modalità di arruolamento discutibili ( il sorteggio) e spirito di corpo tutto da inventare. Per chi parla il dialetto della propria terra, l’italiano è un ostacolo insormontabile, la parola “ multiplo” sanscrito puro. Meglio molto meglio pronunciare mul-mi e quando l’ufficiale, spazientito, ti ordina di sillabare mul-ti, rispondere, in dialetto: “Signore, non mi permetterei mai di dare del mulo a lei”.
Quei difetti e i cordoni della borsa rigorosamente tirati dai feroci amministratori del tempo dovrebbero farci riflettere e tenerci lontano dalle ambe etiopiche. E, allora, perché ci andiamo? Sottovalutiamo i “selvaggi” abissini ai quali ci sentiamo superiori? Contiamo di averne ragione in quattro e quattr’otto, un paio di granate e via? Di sicuro, la facciamo facile. Come si sono comportati fino ad allora i popoli “arretrati” di Africa e d’Asia? In un solo modo: al primo comparire di tre o quattro navi e di qualche compagnia di soldati bene armati, hanno abbassato la cresta senza opporre alcuna resistenza. Perché l’Etiopia dovrebbe comportarsi diversamente?

I bimbi d’Italia si chiaman Toselli…

Con il ritorno di Crispi sulla scena politica, anche l’Eritrea ha il suo ritorno di fiamma. Si tratta, si negozia, si minaccia e alla fine, visti vani tutti i tentativi, si dà la parola alle armi.
Sulle prime, Baratieri non sembra incontrare ostacoli: occupa Adigrat, Adua , Axum, Macallé e quasi tutta la regione dell’Agamé. E, a questo punto, Menelik fa rullare il chetit. Perché il Tigré- sostiene- è etiopico: lo dice il trattato di Uccialli. E passa all’offensiva.
L’esercito abissino, tuttavia, si muove lentamente, sembra non avere fretta. Diviso in due tronconi, si dirige verso il Tigré. Che il negus, sotto sotto, non abbia perso del tutto la speranza di risolvere in modo pacifico quella questione? Spera in una sorte di rinsavimento di Crispi e soci? Spera nella cancellazione del trattato?
Tutto quel movimento sembra non preoccupare Baratieri. Perché? E’ stanco?  Beve troppo? Dedica troppe attenzioni alla sua amante indigena e troppo poche alla guerra? Si fida delle sue spie, maestre del doppiogioco? Forse non beve vino né teg ( l’idromele etiopico) ma certamente  tracanna  le panzane dei propri informatori.
E’ cambiato. La sua intelligenza si è intorpidita, il suo carisma indebolito, la sua incertezza è aumentata. Non sta bene di salute. Un febbricola insistente non gli dà requie, sembra soffrire clima e situazioni. La sua azione ne risente, sembra un altro. Non va d’accordo con Arimondi. E questo è il guaio peggiore.
Quell’ incomprensione, infatti, non tarda a costarci cara.  Baratieri  ha saputo che ras Makonnen è in movimento. Ordina allora a Arimondi di mandare un drappello a dare un’occhiata. Una missione come tante altre, di routine. Ma dietro agli esploratori, Arimondi manda un intero battaglione al comando del maggiore Pietro Toselli. In questo modo, quella missione non diventa più una missione di routine. Arimondi agisce di propria iniziativa o ha ricevuto ordini in tale senso?
Toselli è un ottimo ufficiale, intelligente, deciso,  coraggioso, esperto. Quando stabilisce il contatto con il nemico, informa Arimondi. E Arimondi risponde: attestarsi, se del caso, sull’Amba Alagi in attesa dei rinforzi.  Toselli lo fa, dispone i suoi come da manuale e aspetta. Baratieri, però, intima a Arimondi di non muoversi e di comunicare a Toselli  di ritirarsi dall’Amba Alagi combattendo. Ma è tardi e l’ordine non arriverà mai. Aspettando invano i rinforzi promessigli, Toselli  e i suoi restano sull’Amba Alagi, sono attaccati, compiono prodigi di valore, ma, alla fine, vengono spazzati via dalle preponderanti forze di Makonnen. La catena di comando ha funzionato male: colpa di Arimondi o colpa di Baratieri? O colpa della sorda rivalità fra i due?
In Italia la notizia del massacro dell’Amba Alagi scuote l’opinione pubblica. Madri commosse impongono il nome di Tosello al proprio figlio appena nato, per ricordare il maggiore caduto da eroe in Africa.  In Parlamento, i socialisti picchiano duro ( a parole), Crispi vacilla, ma tiene botta. I guai, però, non sono finiti. Quindici giorni dopo l’Amba Alagi, Makonnen arriva in vista del forte di Macallé.
Qui il generale Arimondi ha lasciato un piccolo presidio a protezione del ripiegamento del grosso dell’esercito italiano verso  Adigrat. Lo comanda un altro ufficiale di provata esperienza, valoroso, determinato: il maggiore Giuseppe Galliano.
Macallè è un posto infame, l’acqua scarseggia. Ma non scarseggia il coraggio: tutti gli attacchi nemici vengono respinti. Insistere? Trovare una soluzione di compromesso? Menelik non ha rinunciato all’idea di cancellare l’odioso ( per lui) trattato di Uccialli con le buone ; Baratieri sa che Galliano non può resistere ancora per molto. E allora si tratta. Tolgo l’assedio se sarà abolito il trattato di Uccialli, prova  a dire Menelik;  neanche per idea, rispondono da Roma. Alla fine il buon senso, le difficoltà di approvvigionamento, l’intenzione di Menelik di non chiudere le porte a una soluzione pacifica della questione,  prevalgono: Galliano può lasciare il forte con l’onore delle armi e raggiungere incolume le linee italiane.
In Italia, Macallé diventa una vittoria; Galliano un eroe. Crispi si accoda, ma non ci sta. E’ ora di dare una scossa alla situazione, serve una vittoria vera. E mentre Baratieri  manovra per parare le mosse di Menelik e pensa addirittura di ritirarsi su posizioni più sicure, Crispi invia il commendator Palamidessi in Eritrea, in compagnia di qualche migliaio di soldati armati del nuovo fucile ’91. Palamidessi altri non è che il “duro” Baldissera, tigrino convinto, già comandante militare di Massaua al tempo delle livraghizzazioni e delle domande “ in carta semplice”. Il tasca ha la nomina  a governatore generale in sostituzione di Baratieri.
Poi parte il fuoco di fila contro il Fucile di un tempo. “Codesta”, gli scrive Crispi , “ E’ una tisi militare, non una guerra”. E , dopo essersi rammaricato per “ lo sciupìo di eroismo senza successo”, conclude: “Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l’onore dell’esercito e il prestigio della monarchia”. In Italia, si sa, i segreti hanno vita breve: per questo  mandare Baldissera in Eritrea all’insaputa di Baratieri è quanto meno inopportuno; parlare di tisi militare lo è ancora di più. Baratieri legge fra le righe, suda freddo, vede già profilarsi all’orizzonte il proprio sostituto. E pensa: c’è una sola cosa da fare: lasciare l’Africa con onore.
La battaglia di Adua comincia qui.

Mappa bisestile.

Per guarire la tisi, la cura è pronta: andare incontro al nemico. Un’avanzata risolutiva sarebbe l’ideale: avanti tutta, quattro granate e via. Ma, in alternativa, andrebbe bene anche un’avanzata dimostrativa: ti vengo incontro, esibisco tutta la mia potenza, mi copro, manovro per parare le tue mosse e sto a vedere. Accetti lo scontro? Sono pronto a riceverti. Non lo accetti? E’ come se ti dichiarassi sconfitto.
Baratieri, abbandonata purtroppo la saggia idea di ritirarsi su posizioni più sicure, acconsentirebbe forse  a un’azione dimostrativa: se Menelik si ritirasse, il prestigio della monarchia,  l’onore dell’esercito e il suo personale sarebbero salvi; i suoi generali vogliono invece chiudere tutto e subito. Interpellati in merito,  glielo fanno capire a chiare lettere. Arimondi: ” E’ ora di prenderli a pedate nel sedere”;  Dabormida:” Quattro bombe e tutto è finito”; Albertone: ” Ritirarsi nuocerebbe al morale”; Ellena: ” Sono l’ultimo arrivato: mi adeguo alla maggioranza”. Baratieri li ascolta e si riserva di decidere l’indomani, dopo aver sentito le spie ( doppiogiochiste, come sappiamo).
Quando, finalmente, rompe gli indugi, ci va coi piedi di piombo. Il suo piano è semplice: tre colonne sarebbero dovute avanzare verso il nemico senza distanziarsi troppo, in modo da potersi portare reciproco aiuto in caso di pericolo. A sinistra, la colonna del generale Matteo Albertone-  ottimo soldato anche se, a volte, impulsivo  e irruento- avrebbe dovuto raggiungere il Chidane Meret  e ivi attestarsi; al centro quella del generale Giuseppe Arimondi- l’eroe di Adigrat- avrebbe dovuto prendere posizione fra il Monte Raio e parte del Rebbi Arienni; a destra la colonna del generale Vittorio Emanuele Dabormida  avrebbe dovuto completare l’occupazione del Rebbi Arienni. In coda,  a un’ora di distanza, sarebbe avanzato il generale Giuseppe  Ellena con le riserve.
L’idea , insomma, è quella di formare un fronte compatto in grado di reggere un eventuale urto e, all’occasione, di  contrattaccare da posizione solide. Se tutto fila liscio,  la cosa può funzionare ragiona Baratieri: gli abissini sono si è no trentamila ( erano il quadruplo), sono a corto di viveri ( vero), hanno poche armi da fuoco ( falso). Ma se anche fossero di più, noi siamo meglio armati e più disciplinati, abbiamo cannoni e buoni fucili: sì, forse possiamo farcela.
Ma non per niente il 1896 è un anno bisestile e qualcosa va subito storto. La sera del 29 febbraio, le brigate cominciano a muoversi verso gli obiettivi assegnati. Per orientarsi hanno una mappa  approssimativa e zeppa di errori. E in più devono marciare di notte. Localizzare sentieri e curve di livello su quello schizzo tracciato  a mano sarebbe difficilissimo anche alla luce del sole; al chiaro di luna è come vincere la lotteria.
Ci si mettono anche gli errori di ortografia. Il maggiore Giovanni Ameglio viene spedito  con i suoi 1.500 uomini a presidiare l’inesistente valle dello Hieò-  che cercherà a lungo- anziché, come sarebbe stato corretto scrivere, quella dello Iehà.
Di bene in meglio.

La corsa di Albertone.

I soldati indigeni di Albertone, antenati degli straordinari mezzofondisti e maratoneti etiopi di ieri ( Bikila) e di  oggi( Gebrasilasie), si mettono in cammino, filano come schegge e scompaiono nell’oscurità. Al centro e sulla destra Arimondi e Dabormida avanzano più lentamente. A un certo punto, per via di quella disgraziata mappa, Albertone piega a destra e va a pestare i piedi ai colleghi.  Arimondi e Ellena  devono  fermarsi per far passare gli indigeni di Albertone. Che, continuando ad avanzare veloci, distanziano  presto le altre brigate costrette a segnare il passo.
Verso le tre del mattino del 1° marzo, Albertone raggiunge l’obiettivo assegnatogli: il Chidane Meret.  E subito i suoi esploratori lo gelano: questo non è il Chidane Meret, questo è l’Erarà. E, in effetti, è proprio così: il Chidane Meret si trova qualche chilometro più avanti, direzione sud-ovest. Si tratta però, del vero Chidane Meret, non di quello indicato sulla mappa. Il Chidane Meret indicato sulla mappa è in realtà l’Erarà. Dunque, Albertone ha raggiunto la sua posizione: dovrebbe fermarsi lì e aspettare il dispiegamento delle altre brigate.
E invece non lo fa. Lascia l’Erarà e si dirige a rotta di collo verso il vero Chidane Meret, senza preoccuparsi di portare con sé gli strumenti per la segnalazione ottica. Perché lo fa? Vuole forzare la mano a Baratieri ingaggiando battaglia e impedendogli così di condurre un’azione dimostrativa? E’ convinto davvero di aver sbagliato obiettivo? Eppure dovrebbe vedere chiaramente, sulla sua destra, l’inconfondibile sagoma del Monte Raio, punto di riferimento dell’intera operazione.
Sia come sia, Albertone manda in avanguardia il battaglione del maggiore Domenico Turitto e prosegue. E, a questo punto, la distanza fra la sua e le altre brigate diventa abissale. Brutto, bruttissimo affare: la brigata Albertone, troppo avanzata, è isolata; la brigata Arimondi, più arretrata,  è priva di copertura sul fianco sinistro.
La sconfitta di Adua comincia qui.

L’ombrello nero.

Eppure c’è  un momento in cui arriviamo a un passo dalla vittoria. Il battaglione del maggiore Turitto – il primo ad aprire il fuoco intorno alle sei del mattino- viene subito investito da preponderanti forze nemiche e deve ritirarsi. Si ritira anche Albertone. Abbandona il Chidane Meret e si attesta intorno al monte Semaiata. Gli abissini attaccano frontalmente le nostre posizioni e vengono falciati dal micidiale fuoco di fila dei difensori. Albertone mette quindi in campo l’artiglieria. I proiettili esplodono prima di toccare terra, scagliando tutt’intorno, con effetti devastanti, migliaia di shrapnel.
E’ una strage. Cadono soldati e capi , le certezze del negus cominciano a vacillare. A questo punto, se ci fosse  a portata di mano una brigata o anche un solo battaglione di rinforzo, le cose potrebbero cambiare[2]. Ma Arimondi è lontano e Dabormida, inviato in soccorso ad Albertone, ha smarrito la strada.  E allora, l’imperatrice in persona , con il volto velato e protetta da un ombrello nero in segno di lutto, incita i suoi a riprendere la lotta, a vendicare i caduti, a credere nella vittoria. La musica cambia. Albertone sta finendo le munizioni, i rinforzi richiesti non arrivano, le perdite aumentano. Gli abissini abbandonano la tattica dell’attacco frontale e cominciano l’aggiramento. Aggredite da più parti, le nostre file ondeggiano, il fuoco si fa meno serrato, cominciano i cedimenti.
Alle 11, tutto è finito.

La rotta.

Baratieri, intanto, raggiunto intorno alle 9 da un messaggio di Albertone ( “rinforzi bene accetti”) , ordina a Dabormida di scendere dal Rebbi Arienni e di portarsi verso le posizioni del collega. Nello stesso tempo, nel tentativo di ripristinare il fronte sulle posizioni precedenti, manda Arimondi a occupare la montagna sguarnita da Dabormida e fa avanzare Ellena. E a questo punto, accade l’irreparabile. Per aiutare Albertone, Dabormida dovrebbe dirigersi a sinistra e invece, inspiegabilmente, piega verso destra, ficcandosi in un maledetto vallone, quello di Mariam Sciaiutù, infestato di nemici.
Perché lo fa? Perché tiene fra le mani una mappa senza capo né coda? Perché si è perso in mezzo a tutte quelle ambe? Perché Baratieri gli ha ordinato davvero di infilarsi in quel vallone? Difficile saperlo: il generale non  rende noto ai propri ufficiali l’ordine di Baratieri, cade in combattimento  e si porta nella tomba la verità.
Riassumendo: la brigata di Albertone è stata distrutta; Arimondi non ha più Dabormida sulla propria destra né Albertone sulla propria sinistra e si trova entrambi i fianchi scoperti; Dabormida è isolato nel  vallone di Mariam Sciaiutù. Gli abissini, a questo punto, molto superiori di numero, hanno gioco facile: prima accerchiano e distruggono la brigata di Arimondi, uccidendo lo stesso generale e, dopo averlo catturato,  il tenente colonnello Galliano, l’eroe di Macallé; poi spazzano via la brigata di Dabormida.
La ritirata  ordinata da Baratieri diventa una fuga scomposta, una vera e propria rotta. Niente è stato predisposto, niente funziona. Senza alcuna protezione i superstiti si precipitano verso le posizioni di partenza, cercando la salvezza. La cavalleria galla piomba su di loro, facendoli a pezzi. E’ in questa fase che cade la maggior parte dei soldati e degli ufficiali.
“La battaglia dei leoni”, a Adua,  finisce qui. Sul campo restano circa seimila morti italiani, e ottomila abissini.
Dirà Menelik al maggiore Tommaso Salsa, mandato a trattare la pace : “ Se parte della mia cavalleria non fosse stata in giro a cercare viveri, nessuno di voi, nemmeno lei,  si sarebbe salvato”.

Epilogo.

Menelik trattò relativamente bene i prigionieri italiani, non quelli indigeni. A essi fece amputare la mano destra e il piede sinistro condannandoli alla cancrena, all’accattonaggio o alla morte per fame. Dopo Adua, non spinse sull’acceleratore. Forse non poteva farlo. Il suo esercito era ancora affamato, aveva subito perdite rilevanti. Fu pago dell’abrogazione del trattato di Uccialli e della ritirata italiana oltre il Mareb.
La battaglia di Adua non rimase isolata alle ambe etiopiche: diede speranza ai popoli colonizzati, aumentò le preoccupazioni dei  Paesi colonizzatori. Un paio di navi e qualche compagnia di soldati bene armati non sarebbero più bastate per ottenere , con un semplice atto di presenza, materie prime, manodopera e mercati. Dopo Adua, per ottenerli o per conservarli, ci sarebbe stato da combattere.
E in Italia? Come andò in Italia? All’ italiana, inutile dirlo. Anche chi solo un anno prima aveva chiamato il proprio bambino Tosello, anziché Pietro o Marco, andò su tutte le furie e pretese il ritiro dei nostri soldati dall’Africa. Il Parlamento fece fuoco e fiamme ( soprattutto a sinistra della Sinistra), i giornali spararono ad alzo zero, Baratieri fu processato e assolto dalle accuse di negligenza e di imperizia, il trattato di Uccialli fu abrogato… e alla fine tutto restò come prima. Anzi: non solo non lasciammo l’Eritrea, ma aumentammo addirittura le spese per restarci.
Crispi presentò le dimissioni: furono immediatamente accolte.
E queste ultime, a ben vedere, furono le uniche decisioni poco “ italiane” prese nel dopo Adua.


[1] Nel novembre del 1963, a Dallas ( Texas), Jerry Lee Oswald sparò al presidente John Fitzgerald Kennedy usando un fucile 91 italiano, per la precisione il modello 91/38.

[2] Se anche tutto fosse filato liscio, avremmo potuto vincere a Adua? Uno  studio dello stato maggiore dell’esercito parla chiaro: neanche per idea. Al di là degli errori commessi dai nostri comandanti, al di là delle colpevoli leggerezze e delle macroscopiche improvvisazioni, eravamo troppo pochi noi- ancorché bene armati- mentre erano troppo numerosi – e  altrettanto bene armati- gli uomini del negus.

La cartina della battaglia.

In questa cartina  sono indicati i luoghi della battaglia. Sulla  mappa fatta distribuire da Baratieri ai propri generali, il colle Erarà era indicato come Chidane Meret. Il vero Chidane Meret, come si può vedere, si trovava , invece, più lontano, in direzione sud-ovest.
Questa e altre cartine relative alla battaglia sono consultabili  al seguente indirizzo :http://www.google.it/url?sa=t&source=web&cd=1&sqi=2&ved=0CBkQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.warfare.it%2Fstorie%2Fadua.html&ei=3kRaTs3bIYeCOrri3aoM&usg=AFQjCNF4DIDnywqCohYMTgtuF9fevLNk5Q

Da leggere:

Alessandro Aruffo, Storia del colonialismo italiano: da Crispi a Mussolini, Na, 2003
Angelo Del Boca, Gli  italiani in Africa Orientale, Laterza, 1985
Nicola Labanca, In marcia verso Adua, Einaudi, 1993
Domenico Quirico, Adua, Mondadori, 2004
Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Gaspari, 2009
Carlo Zaghi, Menelik e la battaglia di Adua, Datanews, 1972

Al seguente indirizzo, infine, si può  leggere un articolo relativo  al cosidetto “Affare Cagnassi – Livraghi”

http://archiviostorico.corriere.it/1997/giugno/13/Domanda_carta_semplice_per_avere_co_0_97061315635.shtml

L’Etiopia e l’Eritrea oggi. Si possono individuare i luoghi contesi nel 1896 ( Il Mareb, Adua, il Tigrè, ecc). Clicca sulla cartina per ingrandirla.

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