Zona Cesarini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo.


Napoleone si rigira fra le mani la lettera  del generale Desaix: ho  lasciato l’Egitto in barba agli inglesi e conto di raggiungerti presto, gli scrive.  Il Primo Console accoglie con gioia quella notizia:  Desaix è un buon soldato, svelto, deciso, determinato. Forse anche fortunato, il che non guasta.   Chiama uno dei suoi  segretari  e detta la risposta: ti aspetto, affrèttati a raggiungermi. Gli dà appuntamento a Ivrea, in Italia.
E’ il  13 maggio . Mancano un mese e un giorno alla battaglia di  Marengo.

 

L’entrata in scena.

Nella chiesa di  Sant’Andrea della Valle, a  Roma, il pittore Mario  Cavaradossi è all’opera. Lavora a un quadro di argomento sacro. La donna del ritratto – Maria Maddalena- non ha gli occhi neri della sua innamorata, la  cantante Floria Tosca –  la Tosca di Puccini-  ma quelli, chiari e intensi, di una bella signora, assidua frequentatrice  della chiesa. L’intensità di quello sguardo lo ha colpito ed egli, da artista consumato, non se lo è lasciato sfuggire. Ma lo hanno colpito anche gli orari insoliti  e  il fare  circospetto della donna . Dovuti a che cosa?
E’ un giorno qualunque, Sant’Andrea della Valle  è deserta. A un certo punto, un’ombra si  avvicina  alla statua della Madonna, fruga  alla base del piedestallo, ne estrae una chiave, apre la porta della cappella e scompare. Più tardi, dopo un colloquio con Tosca e uno con il sagrestano, Cavaradossi, rimasto solo in chiesa, si trova a tu per tu con quell’ombra. Sulle prime non lo riconosce, poi capisce di avere davanti Cesare Angelotti, il console della  Repubblica Romana, annichilita, anzi spenta,  dalle forze reazionarie impersonate dal perfido capo della polizia, il  barone Scarpia. Angelotti è evaso di prigione, la sorella gli ha procurato dei vestiti- vestiti da donna- e glieli ha nascosti nella cappella di quella chiesa,  perché, indossandoli, riesca a uscire indisturbato  da Roma e a far perdere le proprie tracce. Ecco spiegati il fare  circospetto e gli orari insoliti della misteriosa signora  dagli occhi azzurri.
Tuona  un colpo di cannone: la fuga di Angelotti è stata scoperta. Cavaradossi si offre di aiutare l’evaso e gli indica  come raggiungere la propria  villa fuori Roma, dove, semmai ce ne fosse bisogno, un pozzo profondo può fungere da ottimo nascondiglio. La villa è fuori mano: per raggiungerla non serve indossare abiti femminili. 

Il cannone tuona anche più  a nord,  nei dintorni di Marengo. E Napoleone Bonaparte, Primo Console dei francesi, è nei guai. Anche lui ha bisogno di aiuto. Chi sarà il suo Cavaradossi?

Un passo indietro.

Appena nominato Primo Console, Napoleone  si adopera per  ottenere  una pace  duratura con Austria e Gran Bretagna. Ne ha bisogno. C’è un esercito da ricostruire, la Vandea da pacificare, l’opinione pubblica, stanca di guerra, da tenere a bada.  Non è un’impresa  facile, però. L’Austria si è ripresa quasi tutta  l’Italia del Nord  e non ha alcuna intenzione di ritornare alle condizioni di Campoformio; la Gran Bretagna non si fida delle promesse francesi, soprattutto  se la Repubblica  si ostina a restare  armi e bagagli in Belgio e in Olanda. Si discute, si discute e non si conclude niente.
Napoleone  non ci mette molto a capire: si perde tempo.  Una volta fallite le trattative, dichiara in pubblico e fa scrivere sui giornali francesi, più o meno questo: è colpa mia?  è colpa nostra? Noi ci abbiamo provato, abbiamo fatto il possibile, ma non siamo stati ascoltati.  No, non è colpa mia, non è colpa nostra se, ancora una volta, dovremo combattere. Perché combatteremo, non c’è altra  scelta. Combatteremo e vinceremo. Bombardata da dichiarazioni e proclami, l’opinione pubblica francese, anche se  stanca di guerre, si convince: ancora uno sforzo, ancora  un ultimo sforzo e, finalmente, avremo la  tanto  desiderata pace.
Mentre tratta, Napoleone  non se ne sta  con le mani in mano. Manda  uno dei suoi generali più fidati, Brune, a metter fine al movimento realista in  Vandea; riunisce  le Armate del Reno e del Danubio, originariamente  separate, in un’unica forza di quasi centoventimila uomini; porta  a quarantamila gli effettivi  dell’Armata d’Italia  di stanza in Liguria al comando del generale Massena; dà  vita a un’Armata di Riserva, acquartierata nelle vicinanze di Digione e in grado di dirigersi alla svelta, in caso di necessità,  sia verso Nord , sia verso Sud.  Riorganizza le forze a sua disposizione sulla base del Corpo d’Armata, un’unità in grado di muoversi e di agire autonomamente, dotata di artiglieria, fanteria, cavalleria, genio  sussistenza e di uno stato maggiore propri . Una  sorta di armata in miniatura, insomma. Terribilmente efficace.
Per gli austriaci l’Armata di Riserva è un’accozzaglia di reclute inesperte, avanzi di galera, vandeani amnistiati; per il generale Berthier, chiamato a comandarla, una  specie di seccatura. Per i primi quell’armata è poca roba; per il secondo , abituato alle comodità dello Stato Maggiore, una rogna  di cui farebbe volentieri a meno. E Napoleone? Napoleone, sotto sotto,  se la ride:  sottovalutatemi, sottovalutatemi pure, presto ne vedrete delle belle.

Italia o Germania?

Mentre si dedica a riorganizzare l’esercito, Napoleone  non trascura di preparare piani di guerra. Il problema è: attaccare in Germania o scendere in Italia?  Un’opzione  vale l’altra. Con questa differenza: se si sceglie la Germania, la via verso Vienna è più breve e, tutto sommato, più agevole. I francesi controllano la Svizzera: sarà quello il perno attorno al quale ruotare, sia che si voglia  dare addosso al generale Kray nella zona della Foresta Nera e dell’Alto Danubio, sia che si voglia  dare addosso al generale barone Michael  von Melas nell’Italia settentrionale.
La prima scelta di Napoleone  è naturalmente  la Germania, ma il generale Moreau , comandante del fronte del  Reno, non ci sta. La manovra ideata dal Primo Console  gli sembra troppo ambiziosa  e troppo rischiosa: meglio, molto meglio,  volare basso. Napoleone prova a convincerlo, ma non c’è verso di fargli cambiare idea. Moreau è una specie di mostro sacro, troppo potente per sperare di averne ragione. Per il momento, almeno.  E, così, non resta che cedere. Con lui,  Napoleone usa il turibolo, esagerando con l’incenso: “ Scambierei volentieri la mia porpora consolare con una spallina  da brigadiere sotto il vostro comando”, gli scrive. Nello stesso tempo, però, senza dirglielo, prepara  la rivincita. Non ti vuoi muovere sul  Reno? Mi muoverò io in Italia.

Il  piano è semplice:  Massena, a Genova, avrebbe fatto da esca; l’Armata di Riserva , valicate le Alpi, si sarebbe portata alle spalle degli austriaci. Il vecchio von Melas , una volta  tagliato fuori dalla proprie vie di comunicazione,  sarebbe stato costretto ad accettare il combattimento.  E Moreau? Moreau avrebbe dovuto tenere Kray alla larga dall’Italia e, raggiunto lo scopo,  rilasciare una divisione- gli esperti soldati del generale Lecourbe-  a sostegno di Berthier  in Pianura Padana. Ma Moreau è fatto a modo suo: rispetterà i  piani o non cercherà di trattenere presso di sé Lecourbe e i suoi? Meglio stare sul sicuro, non si sa mai. E così, Napoleone porta le forze a disposizione di un sempre più teso e nervoso Berthier a sessantamila uomini. E fa bene, perché , una volta iniziate le ostilità, Moreau respinto Kray verso Ulm, dapprima tergiverserà , poi si terrà  Lecourbe e manderà a Napoleone una forza raccogliticcia, al comando del generale Moncey.

Lo si diceva vecchio e lento, il generale von Melas. Vecchio forse sì, lento proprio no. Infatti, mentre Napoleone prepara l’invasione, l’anziano  barone gioca d’anticipo e punta dritto su  Genova.  Una volta presa la città ligure, conta  di raggiungere e di assediare Tolone con l’appoggio della flotta inglese. Il tempo gioca a sfavore di Napoleone, ancora alle prese con la mobilitazione: Genova deve resistere ad ogni costo. E Genova, assediata  con forze ingenti dal generale Ott , resiste. Napoleone scrive a Massena, i cui capelli si stanno precocemente ingrigendo per la tensione  e i cui uomini  hanno poco da mangiare,  di tenere duro almeno fino al 4  giugno.

Sulle Alpi

Il tempo incalza. Bisogna sbrigarsi, dunque. Per scendere in Italia, per prima cosa, ci sono da valicare le Alpi. Come aveva fatto Annibale, parecchi secoli  prima. Usando l’aceto per frantumare le rocce messe di traverso sui sentieri, ricordate? E di aceto c’è ancora bisogno, secondo il generale Marescot : non per  frantumare le rocce, questa volta ( per quelle bastano le cariche esplosive, ignote ad Annibale), ma per  rimettere in sesto gli stomaci dei soldati sconquassati dall’ingestione di neve fresca. L’aceto come medicina, insomma.
E le valanghe? Marciate di notte, alla luce della luna o nelle prime ore del mattino, è il consiglio.  Se proprio non vi potete fermare, sparate qualche colpo di fucile in prossimità dei punti pericolosi, in modo da procurare la caduta di neve fresca prima di finirci sotto. E come far passare i cannoni?  Semplice, secondo l’ingegnoso  e abile  generale Marmont  responsabile dell’artiglieria. Prendete tronchi  d’albero, scavateli , metteteci dentro un cannone e trascinate quella slitta improvvisata su per i sentieri alpini: ogni cannone, cento uomini. Oppure, smontate i pezzi e fateli rotolare   su  delle specie di rulli. 

Ottimi consigli, ottimi accorgimenti. Ma dove passare? Dappertutto, decide Napoleone. Il grosso dell’Armata di Riserva valicherà il   Gran San Bernardo;  contingenti ridotti si inerpicheranno lungo il   Sempione, il  Monceniso, il   Piccolo San Bernardo . Il concetto è questo:  disperdi le tue forze e il nemico non saprà dove vuoi portare il colpo principale.  Napoleone? No, Gengis Khan.
Se disperdi le tue forze, però, corri  un grosso rischio: se il nemico mangia la foglia e ti aspetta all’uscita  del passo  scelto dal gruppo principale, puoi perdere la partita prima ancora di cominciare a giocare. Ma Melas non mangia la foglia o non vuole farlo  e continua  a premere  su Genova. Napoleone, invece, una volta varcate le Alpi,  ha in mente di puntare su Stradella  – situata a metà strada fra Piacenza e Alessandria –  occuparla  e interrompere così le comunicazione di  Melas con Mantova  e l’Austria. Poi si vedrà. 

A dire il vero, lui un’idea per il dopo ce l’ha già.  Tempo prima, consultando le carte insieme al cartografo  dell’Armata, aveva preso uno spillo e , piantatolo sul nome del villaggio di San Giuliano, aveva esclamato: “ Ecco dove  sconfiggerò il nemico”.
San Giuliano si trova a un tiro di schioppo da Marengo.

Il 15 maggio il grosso  dell’Armata di Riserva  comincia  a inerpicarsi lungo i sentieri del Gran San Bernardo, preceduto dall’avanguardia del  giovane e brillante generale Lannes, partito il giorno prima.  Si fa fatica,  ma si sale senza grossi intoppi. Lannes prende Aosta , prosegue, si congiunge con il collega  Chabran sceso dal Piccolo san Bernardo e sconfigge gli austriaci a Chatillon. Ma quando raggiunge la fortezza di Bard cominciano i guai.  Il forte resiste e Lannes, per non perdere tempo, deve lasciarselo alle spalle. Gli uomini possono farlo, sfilando, col favore del  buio,  lungo le  mulattiere ai lati del forte, i cannoni no. Berthier si ferma a dieci chilometri dalla fortezza per decidere il da farsi. E’ un momento critico: l ’ Amata di Riserva  è imballata e vulnerabile, ma Melas non sa o non vuole approfittarne.

Bisogna  tentare di far passare i cannoni con il favore delle tenebre. Dopo due tentativi andati a vuoto, quattro cannoni e due mortai passano oltre Bard. Sei bocche da fuoco  non sono molte, ma sono sempre meglio di niente. Mentre le divisioni dell’Armata di Riserva aggirano il forte e proseguono, il generale Chabran si ferma per assediare Bard. Lannes , nel frattempo, ha occupato Ivrea.

Il 25 maggio l’Armata di Riserva è in Italia, alle soglie della Pianura Padana . A nord,  Moreau  ci ha messo un po’ a cominciare, ma poi ha ricacciato Kray  oltre Ulm; Moncey è in arrivo dalla Svizzera;  Genova resiste ancora. Bisogna battere il ferro fin che è caldo. Napoleone decide dunque  di mantenere l’iniziativa . Ha ancora pochi cannoni  e teme di dover pagare dazio a Melas: così non si dirige né verso  Torino né  verso   Genova assediata  , ma  punta dritto  su Milano per portarsi alle spalle del vecchio barone. Per confondere le acque, tuttavia, manda Lannes a occupare Chivasso, come se la sua vera intenzione fosse quella di dirigersi verso Torino. Scrive alla moglie Giuseppina: “ Il nemico è in confusione totale  e non ci capisce niente.” Il 2 giugno Napoleone entra in Milano, accolto come un  trionfatore, ma anche da strani volantini, diffusi dagli austriaci,  dove i suoi  soldati vengono ridicolizzati e ridotti ad Armata Brancaleone.  La fanteria? Vecchietti stampellati e giovani imberbi. La cavalleria? Uomini in sella a focosi asinelli. L’artiglieria? Due spingarde. Napoleone, di solito permalosissimo, questa volta  ci ride su .

Due giorni dopo, però, Genova cade. Massena ha tenuto duro fino al 4  giugno, come gli era stato ordinato, ma, alla fine, ha dovuto cedere e negoziare la propria ritirata oltre il fiume Varo.  Napoleone lo viene a sapere l’8, quando i suoi intercettano un messaggio di  Melas a Vienna  e ci resta di stucco. “ Non capite il tedesco”, sibila al suo segretario  Bourrienne , poi si convince. La notizia ha il potere di fargli andare di traverso i successi dei giorni precedenti: la resa della fortezza di Bard ( il 5)  e la presa di Piacenza( il 7)  da parte di Murat. La resa di  Bard  gli ha messo a disposizione l’intera artiglieria; la presa di Piacenza lo ha portato  a un passo da Stradella,  la chiave delle comunicazioni di Melas.  Ingrato nei confronti del  valoroso  Massena,  Napoleone  scriverà nelle proprie memorie: “ La perdita di Genova fu prematura.”  

La trappola

La caduta di Genova scombussola  i piani di Napoleone. Le carte buone adesso le ha Melas:  può   congiungersi con le forze assedianti del generale  Ott ,  puntare su Tolone , occupare la riva sinistra del Po,   fare di Genova il perno per riprendersi  Stradella. O arroccarsi in città aspettando le mosse del nemico.
Napoleone , allora, decide di anticiparlo, puntando su Alessandria dove si trova Melas. Ma è un pasticcio cambiare treno in corsa. Si fa confusione. I rifornimenti giungono in ritardo o non giungono affatto; si individuano luoghi inadatti alla costruzione di ponti; gli ordini vengono inutilmente ripetuti o  annullati subito dopo essere stati impartiti.  Nel giro di ventiquattrore  Lannes riceve almeno quattro ordini, tutti diversi: dirigiti verso Piacenza; no, resta dove sei; spostati un po’ più a ovest di Stradella, no raggiungi Casteggio. L’impetuoso generale non ne può più di girare a vuoto e, così, quando, il 9 giugno,  nei pressi di Montebello  si imbatte negli austriaci di Ott, non ci pensa due volte e attacca  a testa bassa. Potrebbe andargli male, molto male ( Ott ha il doppio delle sue forze) e, invece, gli va bene. Due volte. La prima perché, con la sua azione vittoriosa,  si guadagnerà, anni dopo,  il titolo di Duca di Montebello; la seconda perché induce Melas a fermarsi per raggruppare  le forze, concedendo così cinque giorni di respiro a Napoleone.
Giorni preziosi. Da Pavia, dove Berthier ha sistemato il proprio Quartier Generale,  arrivano finalmente i tanto sospirati cannoni e, con  i cannoni, anche il generale Desaix. Baci e abbracci e subito, per il neo arrivato, il comando di un Corpo d’Armata e l’ordine di dirigersi verso Rivalta e Novi, sulla strada di Alessandria. Perché, secondo Napoleone,  il nemico si sta ritirando .

Si sbaglia. Il vecchio   Melas , infatti,  non ha alcune intenzione di ritirarsi; anzi, è più che mai deciso ad attaccare. E così, quando il 14 mattina se lo trova davanti, Napoleone  è colto di sorpresa. Melas è stato furbo e accorto: ha smantellato  un ponte sulla Bormida, dando l’impressione di voler fare fagotto, ma , non visto,   ne ha fatto gettare uno galleggiante  più lontano. E su quel nuovo  ponte tirato su in fretta e furia  ha fatto  passare i suoi in direzione della testa di ponte austriaca- quella del generale O’Realy- posizionata  sulla riva destra del fiume. Ci ha messo  un po’ per raggiungerla e, solo dopo le nove, il suo attacco, articolato su tre colonne,  ha cominciato  a prendere consistenza.
Le divisioni  francesi dei generali  Gardanne e Chambarlac , investite in pieno ,  tengono duro . La divisione di Watrin, invece, non regge e comincia a ritirarsi; Ott punta deciso verso la località di Castelceriolo, a destra dello schieramento francese, dove Watrin è in difficoltà : se la prende, i francesi corrono il rischio di essere circondati.  Proprio un bel guaio, niente da dire.
A questo punto- ma sono già le undici del mattino-  Napoleone capisce o  , almeno, intuisce il pericolo in cui si trova  e l’errore da lui commesso:  bisogna subito richiamare Desaix. La domanda  è : arriverà in tempo? Napoleone sembra non farsi illusioni:  Desaix è partito da troppo tempo e   prima di sera  non potrà essere di ritorno. E, intanto, verso le due del pomeriggio , gli austriaci hanno respinto i francesi per qualche chilometro e , intorno alle tre, preso Marengo. Sembra ormai che niente possa fermarli. Il  barone Melas, ferito leggermente, lascia il comando delle operazioni al suo capo di stato maggiore, il generale Zach. Il più è stato fatto;  ora  si tratta di incalzare  i francesi in fuga:  può farlo benissimo chiunque.

La notizia si sparge.

Torniamo adesso  nella chiesa di  Sant’Andrea, a Roma.  Il sagrestano, trafelato e quasi fuori dalla grazia di dio, si precipita in chiesa dove poco prima ha lasciato Cavaradossi. Il pittore, dopo l’incontro con Angelotti,  se n’è  andato , ma il sagrestano si procura un altro auditorio per comunicare la notizia appresa.

Tutta qui la cantoria!
Presto !…

Che cosa è accaduto? chiede qualcuno, sorpreso da tanta fretta.   

Nol sapete?

…………

Bonaparte… scellerato…

Bonaparte? Chiedono gli allievi cantori.

Fu spennato, sfracellato,
è piombato a Belzebù!

E’ una balla! Un sogno! rispondono in coro gli allievi. Neanche per idea: è tutto vero. E’ veridica parola. Si faccia festa, dunque;  si ringrazi Dio con solenni Te Deum ; si organizzi una fiaccolata: Tosca canterà  per l’occasione.
Viva Melas!Viva il Re!  

Festìna lente.

Quando parte alla volta di Novi, Desaix non  sembra molto convinto.  Non lo dice a Napoleone, lo tiene per sé, ma sente puzza di bruciato e teme  un tiro mancino  da parte di Melas . Così, sulla via di Novi,  deliberatamente e di propria iniziativa, va piano. Una volta  si ferma per  aspettare un cannone attardato, un’altra per concedere un po’ di riposo agli uomini e ai cavalli, un’altra ancora per cercare di guadare un torrentello: insomma , ogni pretesto è buono per non allontanarsi troppo. Quando, dalle parti di Marengo, sente tuonare il cannone, la sua preoccupazione e i suoi sospetti aumentano. Rallenta ancora di più  la marcia, indeciso sul da farsi. Certo, quei cannoni ne fanno di fracasso! Troppo  per una semplice manovra diversiva. No, qualcosa non va. Si gira sulla sella in direzione dei colpi, sempre più spesso, sempre più  teso. Ha senso continuare ad  andare avanti? Melas è ad Alessandria o si trova nei dintorni di  Marengo? Bisogna scegliere.  Convoca  i suoi ufficiali e impartisce l’ordine: si torna indietro alla maggiore velocità possibile, non importa se l’artiglieria  non terrà il passo.
Detto, fatto: i  suoi uomini  invertono l’ordine di marcia e si precipitano- questa volta è il caso di dirlo- verso Marengo. A un certo punto li raggiunge  un cavaliere coperto di polvere : chiede di Desaix. E’ un aiutante di campo di Napoleone e reca il messaggio del Primo Console: Melas mi  ha attaccato in forze, non c’è tempo da perdere, torna indietro.
Quando Desaix arriva sul campo di battaglia sono le tre del pomeriggio. Se non avesse deliberatamente tirato per le lunghe, non sarebbe mai ritornato così presto. Una riprova? La divisione del generale Lapoype , partita alla stessa ora di  Desaix e   anch’essa avvisata di tornare, si farà viva solo verso sera, a cose fatte.

Gli eventi precipitano.

Torniamo a Roma. Scarpia ha arrestato Cavaradossi. Nell’ufficio di polizia  irrompe il suo tirapiedi   Scarrone,  esclamando, tutto sottosopra:

Eccellenza! Quali nuove!
E Scarpia, accorgendosi che qualcosa non va , chiede :

Che vuol dire quell’aria afflitta?
Replica Scarrone:

Un messaggio di sconfitta…
E  il perfido Scarpia  impaziente:

Che sconfitta? Come ? Dove?

 A Marengo...
è la risposta di  Scarrone.
E Scarpia, sollecitandolo a non perdere tempo:
Tartaruga!
Ed eccola , la ferale notizia:

Bonaparte è vincitor!  

Scarpia lo corregge.

Melàs , vorrai dire

 
E  Scarrone :

No! Melàs è in fuga!

Il povero Cavaradossi non sa trattenersi ed esulta,

Vittoria! Vittoria!
L’alba vindice appar
 Che fa gli empi tremar!
ecc ecc.


Non è finita finché non è finita.

Napoleone non si nasconde dietro un dito. Dice a Desaix : va male, molto male,  Melas mi ha incastrato. Ha preso Marengo e si è incuneato all’interno del mio schieramento. E’ colpa mia:  l’ho sottovalutato o, forse,  sono stato affrettato.  Desaix, al suo fianco, non si scompone: questa battaglia -la prima-  è perduta, dice,  ma  non è tardi per vincerne un’altra. E, voltato il cavallo, si dirige verso i propri soldati.

Marmont, frattanto , ha messo in batteria una ventina di cannoni e ha aperto il fuoco contro la fanteria austriaca.  Desaix , in prima fila, guida i suoi all’attacco e per Zach, certo della vittoria, si fa grigia. Colti di sorpresa, i granatieri in giubba bianca non reggono l’urto: si scompaginano e subiscono il contrattacco francese. Con perfetto tempismo, il giovane Kellerman, figlio del vincitore di Valmy, irrompe alla testa di  quattrocento cavalleggeri sul fianco di Zach e completa l’opera. Un minuto prima o un minuto dopo non sarebbe stato lo stesso. Zach perde la tramontana, è in confusione  e i suoi uomini con lui. Ma come? Non erano vinti i francesi? Risultato: gli austriaci  abbandonano il campo di battaglia e si dirigono in tutta fretta verso Alessandria. Nel giro di un’ora , tutto è cambiato: la seconda battaglia di Marengo è vinta.

E Desaix? E’ stato fra i primi a cadere, colpito in  pieno petto da un colpo di fucile. Napoleone scriverà ai suoi colleghi consoli: “ Sono piombato nel più profondo dolore per l’uomo che più amavo e stimavo”. E  lo storico Thiers, da parte sua: “ La sua morte privò l’esercito di un eccellente generale  e la Francia del suo cittadino più fedele”.

 Epilogo

Dopo la battaglia nacque il mito. L’aver combattuto a Marengo divenne un  motivo d’onore ; Napoleone  si prese un mucchio di meriti, non tutti suoi ; coniò il celebre marengo d’oro;  alimentò persino la leggenda di aver consumato, alla vigilia dello scontro, un improbabile “ pollo alla marengo”; nelle scuderie scalpitava Marengo, il suo cavallo preferito, veloce come il vento, saldo come una roccia. La fama, il potere, la gloria  di Napoleone scaturirono da  una vittoria colta all’ultimo minuto fra San Giuliano e Castelceriolo, in Italia, in una domenica di giugno del 1800. Per merito di altri.  

La successione  degli avvenimenti.

6  aprile 1800, Melas prende Savona. I generali  Massena-  bloccato a Genova con 18.000 uomini- e Soult vengono isolati  dal generale  Suchet, spinto dalla pressione austriaca  verso il fiume Varo.

9 aprile: Napoleone , ignaro della piega presa dagli avvenimenti, scrive a Massena illustrandogli il piano  generale e impartendogli alcune disposizioni al momento in cui l’Armata di  Riserva sarebbe entrata in Italia: coordinare le forze con Berthier, attirare su di sé il nemico per dividerlo, fingere di avere più uomini, annunciare l’arrivo di grandi quantità di rifornimenti ecc.

Terza settimana di aprile: il generale austriaco Ott assedia Genova: ha  24.000 uomini e l’appoggio della flotta inglese; il generale austriaco Elsnitz si prepara a un attacco oltre il Varo. La chiave è Genova: fin che resta in mano francese , la manovra austriaca non può prendere vigore. Genova resiste, anche se i soldati francesi  sono da un pezzo a  mezza razione . Melas concentrato su Genova, non può pensare contemporaneamente alle Alpi.

25 aprile: Moreau comincia  con successo le operazioni sul fronte nord. Tre giorni dopo, il generale austriaco  Kray si ritira verso Ulm, lontano dalla Svizzera, ma Moreau non intende privarsi di Lecourbe e dei suoi uomini, richiesti da Napoleone.

26 aprile: Napoleone porta a  60.000 uomini le forze di Berthier: si aspetta uno sgambetto da parte di Moreau.

Primi di maggio: Napoleone scrive a Massena di resistere a Genova dove, secondo lui, un solo uomo ne vale 20.000-  almeno fino al 4 giugno, comunicandogli nello stesso tempo di essere in marcia con l’Armata di Riserva.

Notte fra il 4  e il 5  maggio: Napoleone parte da Parigi;

8  maggio: Napoleone arriva a Ginevra, si ferma tre giorni e impartisce  disposizioni per il passaggio della Alpi. Moreau non vuole privarsi degli esperti soldati di Lecourbe  e progetta di mandare a Napoleone gli scarti della sua armata sotto il comando di Moncey.

13 maggio:  Napoleone  Riceve una lettera del generale  Desaix: sono tornato dall’Egitto. Risposta: raggiungimi  alla svelta, mi dirigo verso Ivrea.

14 maggio: Lannes, con l’avanguardia, si dirige verso Aosta.

15 maggio: l’Armata di Riserva inizia a valicare le Alpi, lungo il Gran San  Bernardo.  Ci sono da portare oltre i monti 50.000 uomini.

16 maggio: Lannes occupa Aosta; aggira la fortezza di Bard e prosegue.

17 maggio: Berthier si ferma a dieci chilometri da Bard

20 maggio: Napoleone  parte a dorso di mulo per il Gran San Bernardo. Sosta dai monaci; in serata raggiunge Berthier.

22 maggio: Lannes occupa Ivrea

24 maggio:   col favore del buio, due cannoni  vengono fatti passare   davanti alla fortezza di Bard  e raggiungono  le fanterie francesi . Il grosso delle fanterie  di Berthier raggiunge Ivrea.

25 maggio: altri due cannoni  e due mortai eludono  Bard. Napoleone scriverà: se la fortezza fosse riuscita a fermare i cannoni, l’intera campagna sarebbe  stata compromessa.

24-25 maggio: l’Armata è in Italia, Moncey si sta avvicinando dalla Svizzera. Napoleone si dirige su Milano, città  non  lontana da Stradella, località  di primaria importanza lungo le linee di rifornimento di Melas verso Mantova.

28 maggio: Lannes occupa Chivasso, dando l’impressione al nemico che l’esercito francese si stia dirigendo verso Torino.

27 –29 maggio: Napoleone forza l’andatura verso Milano. Scrive alla moglie ( Giuseppina Beauharnais) : “Il nemico è in confusione e non  capisce quello che facciamo”. Le linee di comunicazione francesi  vengono spostate dal Gran San Bernardo al Sempione e al San Gottardo, più sicuri.

29 maggio: Moncey attraversa il San Gottardo.

2 giugno: Napoleone entra in Milano, accolto trionfalmente. Gli austriaci se ne sono  andati prima del suo arrivo, lasciando una piccola guarnigione nel castello, subito assediato da Murat. Ha ancora pochi cannoni.  Si fermerà  una settimana.

2 giugno: Massena inizia le trattative con gli austriaci per l’abbandono della città di Genova: manca il pane e sono scoppiati disordini.

4 giugno: Murat e Boudet partono per Piacenza, al fine di stabilirvi una testa di ponte in vista della marcia su Stradella.

5 giugno: l’avanguardia di Moncey arriva a Milano.

5 giugno: cessa la resistenza della fortezza di Bard: tutti  i cannoni sono ora disponibili.

5 giugno: Massena lascia Genova e si ritira oltre il Varo.

6 giugno: Lannes attraversa il Po a Belgioioso.

7 giugno:  Berthier sposta il QG da Milano ( dove lascia solo una divisione) a Pavia.

7 giugno: Murat attraversa il Po e prende Piacenza. Viene gettato un ponte di barche per consentire alle truppe un secondo passaggio verso Stradella.

8 giugno: Murat intercetta una lettera di Melas al Consiglio Aulico di Vienna : Genova è caduta.

9 giugno: Lannes sconfigge Ott a Montebello

10 giugno: Desaix raggiunge Napoleone.

14 giugno, domenica: Melas passala Bormidae attacca Napoleone. Quest’ultimo è  convinto che il nemico si stia ritirando  verso Alessandria. E’ iniziata la battaglia di Marengo.

14 giugno,  tre del pomeriggio, il ritorno del generale Desaix, cambia le sorti della battaglia, fino  a quel momento decisamente sfavorevoli a Napoleone.

15 giugno: Melas chiede un armistizio.

Da leggere:

David G. Chandler, Le campagne di Napoleone, Rizzoli, Bur, 1994

Giacomo Puccini, Tosca, melodramma eroicomico  in tre atti su libretto di V. Sardou, L. Illica , G. Giacosa.
In questo sito:

Il piano degli Sciti ( Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima
I russi evitano il combattimento e si ritirano: lo fanno apposta?

Parte Seconda
Napoleone abbandona Mosca e Kutusov lo lascia fare.

La spianata della zarina.
Austerlitz 1805: Napoleone fra “lezioni di geografia”, inganni, tranelli  e gioco sporco.
Clicca qui per leggere l’articolo

La legna bagnata
Fabrizio del Dongo, in confusione totale, gioca a  fare il soldato a Waterloo.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

Napoleone valica le Alpi è del pittore Jacques-Louis David. Da pbstoria.it

La cartina della battaglia. Da: http://www.warfare.it

 

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