Le due bandiere

Inglesi avanzano verso la linea di fuoco

Prologo.

Nell’entroterra di  El Alamein – oggi porto turistico egiziano- passano, oggi come ieri,  una ferrovia  e una strada, entrambe strategiche.  Quasi settant’anni fa, incalzate da Rommel, le truppe britanniche arrivarono da queste parti con mezzo metro di lingua di fuori. Da allora molto tempo è passato. Nel corso degli anni El Alamein ha cambiato volto, ma non ha cambiato nome: oggi come allora “El Alamein” significa sempre ” La collina dalle vette gemelle”. O, anche, “ Le due bandiere”.

L’avanzata.

Nel deserto africano qualcosa si muove. Il Maresciallo Rodolfo Graziani, infatti, “sollecitato” dal Duce in persona, ha   rotto gli indugi e portato  i suoi duecentomila  uomini in armi oltre il confine egiziano. L’ha  fatto controvoglia, ma l’ha  fatto. E’  il settembre del 1940. Appresa la notizia, Roma tira un sospiro di sollievo: “Finalmente Graziani si è svegliato: era ora”, è il commento.  L’Italia  fascista  si infiamma; Londra, inutile dirlo, è  preoccupata.
Dopo aver percorso un centinaio di chilometri in terra  egiziana , Graziani  si ferma. Per consolidare le posizioni, dice. O per vedere che aria tiri prima di avanzare di nuovo . Evidentemente non  tira una brutta aria  nel  bunker ricavato nell’interno di un’antica tomba romana se Graziani ci soggiorna   per tre mesi circa senza intraprendere alcuna iniziativa.  Se  ne sta al  fresco, a una quindicina di metri di profondità, mentre i suoi ufficiali e i suoi soldati, in superficie, erigono  sotto un caldo bestiale inutili fortificazioni.
A Roma  il suo datore di lavoro, il Cavalier  Benito Mussolini,  ha accessi di bile sempre più frequenti  e, in privato,  non manca di indirizzare battute al vetriolo all’indirizzo del proprio dipendente, incapace, a suo avviso, di approfittare della situazione. E’ superiore in tutto, Graziani; ha più uomini, più mezzi  più aeroplani: che diavolo fa lì, sottoterra, al fresco,  invece di avanzare e dare una solenne legnata ai perfidi inglesi?

La legnata.

La legnata – parola amatissima dal Duce-  invece, la danno i britannici. L’11 novembre  mentre nel deserto Graziani continua a “ consolidare le posizioni”, aerosiluranti della Royal Navy  arrivano  a sorpresa nel porto di Taranto e  mettono fuori uso quattro navi da battaglia. Addio superiorità o, comunque, parità,  con la perfida Albione  sul mare nostrum , addio comunicazioni facili con l’Oltremare. Raggiungere Tripoli, bel suol d’amore, persino  raggiungere la Grecia, invasa da poco, ora costa una fatica dannata[1].
E rifornire Graziani – sempre lì a fortificare-   pure. Dal canto loro i  britannici hanno sì e no sessantamila  uomini in tutto e la metà degli aerei degli italiani; eppure  quando, il 9 dicembre, il generale  Sir Archibald Wavell, comandante britannico in Africa  e nel Medio Oriente,  lancia le divisioni del  generale O’ Connor   contro quelle di Graziani, non c’è  partita. I nostri  sono  il triplo o giù di lì degli inglesi, ma vengono travolti insieme alle fortificazioni erette in quei tre mesi e si ritirano in fretta e furia verso la Cirenaica e la Tripolitania, lungo l’unica rotabile disponibile e percorribile: quella costiera.
E O’ Connor dietro. Anzi, davanti. Con una decisione audace e spregiudicata , un vero colpo da maestro ,  fa avanzare i propri carri  fra le dune  e taglia la strada ai nemici in fuga. Risultato: 130.000 prigionieri( i due terzi, più o meno, delle forze di Graziani) , Tobruk conquistata  e Mussolini infuriato e  in braghe di tela.
E’ tempo di processi. Di chi è la colpa? La colpa è delle linee di rifornimento troppo sfilacciate e allungate,  della marina britannica che- guarda un po’-  proprio  non vuole saperne di lasciare viaggiare in tranquillità i convogli italiani,  dell’equipaggiamento decisamente scarso se non proprio sorpassato in dotazione alle nostre divisioni e, per Mussolini, dell’attendismo ingiustificato di Graziani.  Il Duce, sempre più inferocito,  ovviamente  è esente da qualsiasi colpa.
Stando così le cose, Graziani è costretto a fare le valigie  e viene sostituito dal   generale Italo Gariboldi.   Hitler , restio fino a quel momento a lasciarsi invischiare in un settore- quello nordafricano-   prima di allora neppure preso in considerazione, fiuta l’affare: sarebbe  una bella batosta per gli inglesi se perdessero Suez e il controllo del Medio Oriente e dei pozzi di petrolio della Mesopotamia. Convince – o obbliga – Mussolini,  non proprio entusiasta di ricevere   aiuto dai tedeschi , a cambiare parere  e spedisce   in Africa due  divisioni  al comando del generale   Erwin Rommel.

La corsa della volpe.

La musica cambia immediatamente. Rommel , reso operativo il suo Afrikakorps  a tempo di record, lancia insieme agli italiani un paio di controffensive e ricaccia i  britannici oltre confine . Lo stesso   generale O’ Connor, finito fra le linee nemiche  per aver seguito un’indicazione stradale manomessa ad arte dai tedeschi, viene fatto prigioniero.
Rommel non dorme sugli allori  e punta dritto  su Tobruk. I britannici pagano, nell’occasione, lo scotto pagato da Graziani durante la sua prima avanzata:  le loro linee di rifornimento si sono allungate troppo; riempire i serbatoi  dei carri è  un’impresa, fare arrivare con regolarità il rancio  alle truppe  altrettanto.  Ma anche  il premier britannico Winston Churchill ci mette del suo. Dovendo scegliere fra l’Africa e la Grecia , attaccata in ottobre  da Mussolini, sceglie la Grecia. Il generale  Wawell si vede privato di alcune divisioni  ed è costretto a  fare i  salti mortali per opporsi  a Rommel.
Il primo – e unico-  dei salti mortali di Wavell si chiama “Battleaxe”, una roba come “Ascia di guerra” o qualcosa del genere. E’ un’offensiva in piena regola e si propone di sloggiare Rommel dalle sua posizioni. Tuttavia, nel corso dell’attacco, i carri britannici  vanno a  sbattere contro una barriera di cannoni controcarro: i  micidiali pezzi da 88 millimetri li bloccano e Rommel contrattacca con successo.
Ballano i comandanti e ballano le situazioni. Via Graziani, dentro Gariboldi( poi il generale Ettore Bastico); via Wawel, dentro Auchinleck; un paio di offensive britanniche( compresa l’operazione Crusader lanciata da Auchinleck alla fine del ’41) vengono stoppate; Rommel picchia duro a El Gazala; Tobruk cade e l’Union Jack arretra fino a El Alamein. Qui Auchinleck  allestisce una linea difensiva di tutto rispetto: blocca la strada e la ferrovia per Alessandria e, con il fianco destro protetto dall’infernale e impercorribile  depressione di Al Quattara, contrattacca alternando successi a sanguinose sconfitte . Costretto sulla difensiva, alla fine rinuncia all’attacco e rafforza il proprio dispositivo in attesa di rendere pan per focaccia alla “volpe del deserto”. Siamo alla fine di luglio.

Prova generale.

Non fa in tempo. Salta anche lui e a capo del settore mediorientale  arriva Harold Alexander; salta  Neil Ritchie e a comandare l’Ottava armata arriva Bernard Montgomery. Con un paio di idee in testa. Primo: attaccare soltanto in condizioni di evidente superiorità, diciamo due o tre a uno ; secondo: sparigliare le carte sul piano tattico, andando controcorrente e sposando una strategia d’altri tempi: cannoni a spianare le difese e fanterie a fare da apripista ai carri. Ha un bel dire Rommel : datemi cinque carri e datene cinque  a lui e poi vediamo chi è più bravo. Dall’idea di  una sorta di guerra di Troia meccanizzata- carri contro carri e vinca il migliore- Montgomery è lontano come la terra dalla luna. Preferisce lavorare l’avversario ai fianchi e logorarlo- contando sulla superiorità aerea e sulle soffiate di Ultra–  prima di dare la botta finale.
E, in effetti,  Rommel è “logorabile”:  ha il fiato corto per via di linee di rifornimento  precarie  e  allungate. Lo sa e così, alla fine di agosto, rinforzato da una divisione italiana e da una brigata tedesca di paracadutisti, prova a forzare la situazione e a dare la spallata nei dintorni di Alam el Halfa. Battendosi come leoni i britannici resistono. I tedeschi e gli italiani sono costretti a lasciar perdere e devono fermarsi per riorganizzarsi. E mentre si riorganizzano, gli Sherman e i Matilda nuovi di zecca arrivano al campo di Monty.
Alam el Halfa -la prima battaglia di El Alamein-  è, forse, il punto di svolta. Dopo El Gazala, Rommel vuole dare addosso ai britannici approfittando della loro debolezza e per questo chiede e ottiene  la priorità assoluta per l’operazione, a scapito della conquista di Malta. Non ce la fa e così, dopo Alam el Halfa, le cose si mettono al peggio: Montgomery non ha ceduto terreno , Malta non è stata conquistata. E , decollando dall’isola, gli aerei alleati volano che è un piacere, affondando un convoglio italiano dietro l’altro.
Dura reggere a lungo.

Il punto debole.

Per di più Rommel non sta bene di salute. Forse somatizza eccessivamente, forse si strapazza troppo, forse sente troppo la tensione, forse ha davvero il fegato sottosopra. Un dato è certo: alla vigilia della battaglia decisiva, Rommel non c’è, è in Austria a curarsi . Al suo posto c’è Georg Stumme, mago dei carri armati, buon soldato, ma con le coronarie malandate.
Chi sta bene è Montgomery. Non beve, non fuma, è “ in forma al cento per cento”[2],  è capitato sul treno giusto[3], è concentrato sulla battaglia imminente al punto da snobbare la gran parte dei  propri ufficiali e, almeno in un’occasione, persino Winston Churchill; è meticoloso, pignolo, scostante, prudente, così come Rommel è impulsivo, trascinatore, affabile ( coi suoi), temerario. E gli italiani? Per Rommel i nostri ufficiali sono “ salami” o “ letame”, per Monty, le nostre divisioni sono il punto debole dell’intero schieramento.
Sbaglia il primo, non ha ragione il secondo. Magari qualche ufficiale superiore non è un fulmine di guerra, ma gli ufficiali sul campo sanno il fatto loro; magari qualche divisione è scarsamente equipaggiata o dislocata in un posto infame, ma la maggioranza dei nostri sa come si combatte. La nostra bandiera, però – per il momento, almeno- stando a quanto ( non) combinato da Graziani nel ’40 e stando ai giudizi di Rommel e di Montgomery pende floscia dal pennone.

Il diavolo e Mr. Bertram.

In ospedale, Rommel è relativamente tranquillo perché sa di aver seminato bene. Laggiù, a El Alamein, i Teufelsgarten– i giardini del diavolo- si frappongono fra le due linee difensive italo-tedesche( la Oxalic e la Pierson, così le hanno chiamate i britannici)  e il nemico, nascondendo migliaia e migliaia di mine di tutti i tipi: antiuomo, anticarro, a pressione, a contatto, a esplosione ritardata. Alcune di esse schizzano dal terreno ed esplodono ad altezza d’uomo, sparando tutt’intorno centinaia di palline di piombo. Il diavolo, diciamocelo, non avrebbe saputo disporre meglio i propri fiori.
Ma il diavolo, si sa, non ha mai una faccia sola. Nel campo inglese  assume quella, apparentemente innocua, di mr. Bertram [4] e si dà da fare per rendere veri carri di compensato; per far apparire attendibili messaggi falsi come giuda; per mettere in relazione la posa di un finto oleodotto con un attacco differito alle calende greche, vista la lentezza con la quale procedono i lavori; per mascherare da autocarri da trasporto gli Sherman e i Matilda. In quella partita, dunque i bari la fanno da padroni.
E il baro per eccellenza- mr Bertram– riesce a ingannare la volpe. Rommel si aspetta un attacco in forze a sud ( dove sono stati ammassati i carri di compensato), Montgomery l’ha progettato a nord( dove i tank sono stati mascherati da autocarri); Rommel non crede a un attacco immediato, Montgomery  non vede l’ora di cominciare; Rommel si immagina una battaglia di carri; Montgomery conta di usare le fanterie come apriscatole; Rommel pensa in termini di blitzkrieg, Montgomery sembra regredito ai tempi della prima guerra mondiale.

Una avanti, nove indietro.

Quando poco prima delle 21 del 23 ottobre i cannoni britannici aprono il fuoco lungo l’intero fronte, Rommel, a migliaia di chilometri di distanza, non può sentirli e Montgomery, distante qualche centinaio di metri, legge il passo dell’Enrico V in cui il re prega il Dio delle battaglie di rivestire di ferro il cuore dei propri uomini  e si addormenta tranquillo. Può farlo. Tutto, infatti, è stato preparato con meticolosa precisione: attacco principale a nord, direzione linea Oxalic per cominciare e attacco diversivo a sud. A nord, le fanterie avrebbero dovuto aprire due corridoi nei Giardini del diavolo, per permettere ai carri di irrompere oltre le linee tedesche. In estrema sintesi, l’idea è questa: sfondiamo,  aspettiamo il contrattacco, facciamo fuori i loro carri e poi li finiamo.
Si sa come vanno queste cose: mai come dovrebbero. E, infatti, l’apertura del primo corridoio è lenta, ostacolata com’è dalle mine; quella del secondo corridoio lo è altrettanto,  a causa della risoluta resistenza – ma non erano “letame”?- degli italiani della divisione Trento. E in quei frangenti,  i nostri carri – fragili, lenti e male armati- dotati secondo i tedeschi di dieci marce, una avanti e nove indietro, sembrano conoscerne soltanto una: quella avanti.
I britannici avanzano a passo di lumaca. A sud, addirittura,  là dove si sviluppa la manovra diversiva, sono bloccati dai nostri e, in particolare, dai parà della Folgore  decisi a non cedere nemmeno un palmo di terreno. E tuttavia, se  i britannici perdono un carro armato, eccone subito altri due prenderne il posto. A Rommel, tornato in fretta e furia in Africa dal suo letto di Procuste dopo la morte per infarto di Stumme, simili lussi non sono concessi: un carro perso  è perso per sempre e non può essere rimpiazzato. Più trascorrono i giorni, più il “tesoretto” di Rommel si assottiglia: senza fretta, Montgomery aspetta il momento giusto per passare all’incasso. Ma intanto, in quella guerra di attacchi e contrattacchi il tempo passa e  si continua  a morire o a ricevere ferite al ritmo di mille uomini al giorno. Da una parte e dall’altra.

La fine dell’inizio.

Il 26 ottobre quattro brigate corazzate britanniche sono oltre i giardini. Dietro di esse, cominciano a raggrupparsi forze consistenti. Nel tentativo di chiudere la falla, Rommel  sposta da sud a nord la divisione Ariete e un paio di divisioni tedesche. Dal canto suo Montgomery cambia schema e dirige gli attacchi da sud verso nord in direzione della costa. I britannici occupano un’altura strategica- il Kidney Ridge- e completano l’apertura  del secondo corridoio. Il 27 Rommel lancia il contrattacco, appoggiato dall’aviazione, ma fallisce per l’intervento decisivo della RAF: è una specie di tiro a segno dal quale i resti dell’Afrikakorps(  ribattezzata Afrikapanzerarmee)  escono a pezzi.
Rommel pensa allora di ritirarsi su posizioni più sicure, ma Hitler non ne vuole sapere: combattere e resistere fino al’ultimo uomo, intima da Berlino. Che fare? Dargli retta? Ignorarlo? Kesselring dall’Italia suggerisce di prendere l’ordine del Fuehrer come un suggerimento, non come una disposizione perentoria. Ma Rommel, con la morte nel cuore e contro il parere di molti suoi ufficiali, ubbidisce a Hitler. Rimettendoci altri carri e altri soldati.
A questo punto non c’è più storia. Dopo essersi riorganizzati per un paio di giorni, i britannici menano un terribile colpo d’ariete: sfondano e i tedeschi sono costretti a ritirarsi. Gli italiani sono gli ultimi a farlo: resistono e si battono come leoni. A corto di munizioni, riempiono di esplosivo le scatolette di pomodoro e attaccano i carri nemici. Dopo lo sfondamento, comincia un’altra battaglia di El Alamein: la volpe scappa e i britannici le vanno dietro come una muta di terrier. Invano. Manovrando da maestro e approfittando della cautela di Montgomery, Rommel si sgancia e riesce a sfangarla. Ma il suo tempo, ormai, è scaduto. Non c’è solo l’Ottava armata di cui occuparsi: in Marocco e in Algeria, dall’8 novembre,  si è acceso un altro fuoco: l’operazione Torch ( Torcia) ha sbarcato uomini e materiali alle spalle dei tedeschi.

El Alamein fu celebrata e enfatizzata a destra e a manca. Montgomery diventò un genio e quasi nessuno, a caldo, sottolineò il fatto che, dopo la vittoria,  si era lasciato scappare Rommel. Churchill “ improvvisò” una delle sue celebri frasi e consegnò alla storia la “fine dell’inizio”.[5] Una vittoria- e soprattutto, una vittoria arrivata dopo tante sconfitte- rende tutti più generosi e prodighi di lodi. Anche verso il nemico. El Alamein non fece eccezione. Persino i soldati italiani furono celebrati e incensati dai britannici. Ma attenzione: se lo meritavano. Diretti male, con un equipaggiamento ridicolo, armati alla bell’e meglio, a corto d’acqua e di viveri,  si batterono fino all’ultimo. Non mancò dunque il valore, come si legge su una stele celebrativa della Brigata Folgore: semmai mancò la fortuna. Ma, oltre alla fortuna, mancarono tante, troppe cose che avrebbero potuto darle un aiuto: armi  e viveri- come abbiamo detto- equipaggiamento, munizioni, medicine. Di chi la colpa?

Epilogo.

Mentre l‘Union Jack sventola oltre i Giardini del diavolo, ormai innocui, il comandante della divisione Ariete invia ai propri superiori il seguente messaggio: ci restano tre carri armati: contrattacchiamo.  In quel momento Graziani è dimenticato e   il tricolore, prima floscio sul pennone, prende vita al vento del deserto. In quel momento, in quel preciso momento,  El Alamein si merita appieno l’appellativo di  “due bandiere”.

Da leggere:

Davide Beretta ,Batterie semoventi, alzo zero : Quelli di El Alamein,  Mursia, 1968.
Silvio Bertoldi, Il sangue e gli eroi, Rizzoli, 1997
Paolo Caccia Dominioni, El  Alamein : 1933-1962 , Longanesi ,  1962.
Alfio Caruso, L’onore d’ Italia, Longanesi, 2011
Ken Ford ,Rommel sconfitto : il cambio della marea : El Alamein, luglio 1942 , Milano, 2009
David Irving, La pista della volpe, Mondadori, 1978
John Keegan, La seconda guerra mondiale: una storia militare, Rizzoli, 2003
Renato Migliavacca, La  Folgore nella battaglia di El Alamein , Milano 1994
Alan Moorehead, La guerra del deserto : la campagna nell’Africa settentrionale 1940-1943, Garzanti, 1968
Arrigo Petacco, L’armata nel deserto : il segreto di El Alamein ,  Mondadori, 2002
C. E. Lucas Phillips , El Alamein , Garzanti, 2002.

Su questo sito, chi vuole può leggere anche:

L’occhio del ciclope.
Montecassino, Monte Calvario.
Clicca qui per leggere l’articolo.

I tanti e i  pochi.
Sir Winston Churchill interpreta, a modo suo, la Battaglia d’Inghilterra( 1940). Ma la sua non è l’unica interpretazione…
Clicca qui  per leggere l’articolo.

Un gioco da ragazzi.
I canadesi sbarcano a Dieppe e un sergente inglese ha un appuntamento…
Clicca qui per leggere l’articolo

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

Sulla  cartina seguente , tratta dal libro di John Keegan, La Seconda Guerra Mondiale, una storia militare, citato, sono rappresentati i movimenti della seconda  battaglia di El Alamein( 23 ottobre- 4 novembre 1942)

Fonte: John Keegan, La seconda guerra mondiale: una storia militare, Bur, 2003

Il seguente  indirizzo del sito della BBC ( in inglese) descrive con opportune animazioni, le varie fasi della battaglia: http://www.google.it/url?sa=t&source=web&cd=1&sqi=2&ved=0CDAQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.bbc.co.uk%2Fhistory%2Fworldwars%2Fwwtwo%2Flaunch_ani_el_alamein.shtml&ei=3Pp9TowJ0MWzBuLN7T4&usg=AFQjCNFwNQr4bGDuTVZDgtQDau4HNJA7ug

La foto iniziale è tratta da :arsbellica.it

La successione  degli avvenimenti.

13 settembre 1940: truppe italiane al comando del Maresciallo Rodolfo Graziani attraversano il confine fra Libia ed Egitto, conquistano Sollum e penetrano per un centinaio di chilometri in territorio egiziano. Giunte a Sidi el Barrani, si fermano e cominciano a fortificare le posizioni.
28 ottobre: Mussolini dichiara la guerra alla Grecia. Le truppe italiane entrano in Epiro dall’Albania.
11 novembre: aerosiluranti britannici levatisi in volo dalla portaerei Inlustrious  danneggiano gravemente la flotta da guerra italiana all’ancora nel porto di Taranto. Il Mediterraneo non è più un “ lago italiano”.
9 dicembre: ha inizio l’offensiva britannica per cacciare Graziani dall’Egitto. Nove divisioni italiane( 75.000 uomini) si sfaldano davanti alle divisioni( 36.000 uomini) britanniche-  formate, per la metà,  da soldati indiani- e si ritirano vero la Libia.
17 dicembre: le truppe britanniche del generale O’Connor raggiungono il confine libico.
1° gennaio 1941: gli inglesi conquistano la fortezza di Bardia, in Cirenaica, facendo più di 35.000 prigionieri. Gli italiani si ritirano a Tobruk.
11 gennaio 1941: Hitler emana la direttiva n. 22: manderà truppe tedesche in Africa in aiuto agli italiani,  perché “ la Tripolitania deve essere conservata”. Come comandante viene scelto il generale Erwin Rommel.
22 gennaio: truppe  britanniche  entrano a Tobruk.
6 febbraio: truppe australiane conquistano Bengasi, facendo prigionieri anche sette generali, fra i quali il generale Bergonzoli.
7 febbraio: cade Beda Fomm.
11 febbraio: la Gran Bretagna decide di dare la priorità alla  Grecia a scapito della spallata decisiva in Nordafrica. Le operazioni in quest’ultimo settore ristagnano.
25 marzo: Rommel assume l’iniziativa, conquista il forte di El Agheila e prepara un’offensiva in grande stile.
27 marzo: al largo di Capo Matapan, nell’Egeo meridionale, durante un violento scontro a fuoco, la flotta inglese infligge un durissimo colpo alla marina italiana.
4 aprile: Rommel  riconquista Bengasi e , nei giorni successivi, l’intera  Cirenaica.
10 aprile: le forze australiane  a Tobruk vengono tagliate fuori e assediate.
15 maggio: Rommel viene  contrattaccato con successo dai britannici e deve abbandonare il passo di  Halfaya. Il 27 maggio, lo riconquisterà.
15 giugno: i britannici lanciano l’operazione “ Battleaxe” per ricacciare Rommel dall’Egitto. Dopo quattro giorni di aspri combattimenti, i tedeschi e gli italiani restano padroni del campo.
5 luglio: il generale britannico Claude Auchinleck  sostituisce il generale Wavell, silurato dopo l’insuccesso di Battleaxe.
18 novembre: prende il via l’operazione Crusader: sotto l’incalzare dei britannici, le forze italo-tedesche si ritirano fino a El Agheila. Entrambi gli schieramenti si fermano per rifiatare.
27 maggio 1942: anticipando un’offensiva di Auchinleck, Rommel attacca a El Gazala. I britannici sono costretti a ritirarsi e si attestano a Alam- el- Halfa, nei pressi di El Alamein.
21 giugno: Tobruk si arrende a Rommel.
5 luglio: Auchinleck viene sostituito dal generale Harold Alexander ; Bernard Law Montgomery assume il comando dell’Ottava armata.
31 agosto: Rommel attacca ad Alam-el-Halfa. Montgomery respinge l’offensiva italo-tedesca.
2 settembre: Rommel si ritira sulle posizioni di partenza.
23 ottobre: comincia la seconda battaglia di El Alamein: terminerà il 4 novembre.


[1] Il 27 marzo del 1941, la flotta italiana subirà un altro grave colpo durante la battaglia nei pressi di Capo Matapan, nell’Egeo meridionale.

[2] Il futuro maresciallo pronunciò questa frase ( “Non bevo, non fumo, sono in forma al 100%”) per lanciare una frecciatina polemica a Winston Churchill.  Il Premier inglese non fece una piega e rispose: “ Io bevo, fumo e sono in forma al duecento per cento”.

[3] In origine, a comandare l’Ottava armata era stato designato l’esperto e affidabile generale William Gott. Poco prima di assumere il comando, tuttavia, il generale Gott morì in un incidente aereo, lasciando campo libero a Montgomery.

[4] Con questo nome, i britannici designarono una campagna di controinformazione destinata a confondere i tedeschi circa le direttrici dell’attacco.

[5] Il 10 novembre, subito dopo la conclusione della battaglia di El Alamein, dichiarò: “ Questa non è  la fine. Non è neanche l’inizio della fine. Ma forse è la fine dell’inizio.”( Now this is not the end. It is not even the beginning of the end. But it is, perhaps, the end of the beginning.)

Advertisements

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: