Addio, Isabelle

 

Prologo.

Il generale Henri  Eugéne Navarre, nuovo comandante in capo del corpo di spedizione francese , sale a bordo dell’aereo militare  diretto in Indocina. Lì la guerra ha preso una brutta piega per la Francia  e per l’esercito francese. Navarre- che ha combattuto due guerre mondiali e ricoperto alti incarichi-  ha il difficile compito di salvare l’onore- e la faccia- di entrambi. In altre parole, ha il compito di creare sul campo le condizioni perché si arrivi a un’onorevole soluzione politica del conflitto.
Anche l’aereo in volo sopra Dien Bien Phu immersa nella nebbia porta a bordo osservatori d’eccezione: i generali Bodet, Dechaux e Gilles. Hanno il compito di valutare  se ci siano o no le condizioni  meteorologiche per dare inizio a un’importante operazione militare. Se le condizioni ci sono, si va; se non ci sono, l’operazione è rinviata sine die. In pratica è annullata.
Qualche tempo dopo quegli avvenimenti, il colonnello Marcel “ Bruno” Bigeard si chiederà, sconsolato : “ Perché non piovve quel giorno a Dien Bien Phu”?

Un Paese chiamato Vietnam.

I francesi si erano stabiliti definitivamente in Indocina negli ultimi anni di fine Ottocento. Allora il Vietnam non esisteva: c’erano l’Annam, la Cocincina, il Tonchino. E qualche regno ( quello del Laos, ad esempio o quello della Cambogia) dotato di un’autonomia pro-forma, ma di fatto controllato da Parigi. Facevano gola il caucciù, l’oppio, il sale, i minerali di quelle zone. I francesi , senza farsi tanto pregare, se ne impadronirono e si arricchirono. Contrariamente all’Africa mediterranea francese- l’Algeria, ad esempio o la Tunisia- nell’Unione Indocinese la presenza di coloni europei fu sempre scarsa. La madrepatria era troppo lontana, il clima impossibile, i disagi numerosi. Lo sfruttamento, però, era feroce.
Nel 1945 la Cocincina, l’Annam e il Tonchino si proclamarono indipendenti e si diedero il nome di Repubblica Popolare del Vietnam. Ho Chi Min- lo “zio Ho”, come sarebbe stato chiamato dalla sua gente- un intellettuale comunista formatosi in Europa e anima della resistenza antigiapponese durante la seconda guerra mondiale, divenne il leader del nuovo stato formalmente autonomo all’interno della Federazione Indocinese e dell’Unione Francese. Le cose precipitarono quando, nel novembre del 1946, la città di Haiphong fu bombardata dai francesi: zio Ho stracciò il trattato che lo legava alla Francia e la guerra cominciò.
Sarebbe durata sette anni, sette mesi e dodici giorni. Considerando il successivo intervento americano, quasi trent’anni.

La sede della prefettura di frontiera.

Quando arriva a Saigon nel maggio del ’53, il generale Navarre deve cominciare tutto daccapo. Le cose vanno male, mancano piani, si vive alla giornata. Forse preoccupato di salvare la faccia e la propria immagine, chi l’ha preceduto si è tenuto cautamente sulla difensiva. Navarre cambia copione e dalla difesa passa all’attacco, sia a sud del Paese, dove l’attività vietmin è ancora ridotta ma destinata a intensificarsi, sia  a  nord, dove il Laos è minacciato di invasione. A sud e nell’Annam, Navarre vara l’operazione Atlante per impedire ai vietmin di radicarsi in quelle zone ; a nord pensa di istituire un campo fortificato  a Dien Bien Phu per stanare il nemico e indurlo a un attacco frontale. Se sul terreno le cose andranno bene, la Francia potrà trattare la pace da una posizione più forte.

Dien Bien Phu si trova a circa 400 chilometri a ovest di Hanoi, in un’ampia valle monsonica attraversata dal fiume Nam Yum , punteggiata da colline non molto elevate e circondata da alture dalla vegetazione fitta e impenetrabile. Il suo nome non ha alcunché di nobile o di misterioso, non  evoca tigri o elefanti: significa semplicemente “sede della prefettura di frontiera”.  Situata in un punto strategico, dotata di un piccola pista d’atterraggio e di un paio di strade ( la strada 41 e la cosiddetta “Pista Pavie”),  Dien Bien Phu è, teoricamente, in grado di controllare  le vie di comunicazione fra il Vietnam e il Laos.
I francesi la scelgono per questo. Le forze armate vietnamite- il Viet Minh- tengono Dien Bien Phu dal 1952 e si sono  infiltrate in Laos, usandolo come punto di appoggio e come base logistica. Una volta tornata in mano francese, Dien Bien Phu  dovrebbe diventare una specie di spina nel fianco vietmin in grado di rendere precarie le comunicazioni, irregolari i rifornimenti, meno facili le infiltrazioni di truppe. Ma , soprattutto,  dovrebbe diventare una piazzaforte in grado di  mettere in sicurezza il Laos, con il quale era stato firmato da poco( 22 ottobre 1953)  un trattato d’alleanza e verso il quale, quando viene presa la decisione, si sta dirigendo, con intenzioni facilmente immaginabili, la 316.ma divisione vietmin.
Scelta logica? Sì e no. Chi l’ha proposta per la prima volta – il generale Renè Cogny, tre lauree, scuole militari prestigiose, una lunga detenzione fra Buchenwald e  Mauthausen, spirito critico e non di rado polemico- vede  Dien Bien Phu come un  punto di partenza, come una sorta di “ ormeggio” per incursioni nell’interno e  nei dintorni allo scopo di costringere le forze viet[1] a disperdersi; Navarre, invece, la vede diversamente. Il suo ragionamento è questo: allestiamo una base  fortificata in grado di tagliar fuori i vietmin dai loro ” santuari” laotiani e di indurli ad attaccarci. Il nemico, lontano dalla proprie basi, tagliato fuori da quelle del Laos, avrà problemi con i rifornimenti. A un certo punto dovrà scegliere: o si ritira o esce allo scoperto. Se si ritira,  lo incalziamo;  se esce allo scoperto, vista la nostra superiore potenza di fuoco, è spacciato. Non è successo forse qualcosa del genere a Na San[2]? Era successo qualcosa del genere, certo. Ma con una fondamentale differenza: a Na San i francesi controllavano le alture; a Dien Bien Phu le lasceranno ai vietmin. Con conseguenze nefaste.

Il compromesso.

Quando Navarre espone la sua idea, Cogny non sa trattenersi: se non facciamo di Dien Bien Phu una base di “ ancoraggio” rischiamo una nuova Na San in condizioni peggiori, sbotta. Con Atlante in corso, come potremmo rifornirla adeguatamente o inviarle i rinforzi necessari?
Gli vanno dietro in molti. Il colonnello Jean-Louis Nicot, comandante dell’aviazione da trasporto, lamenta l’eccessiva distanza della base dagli aeroporti di partenza. Corriamo il rischio, dice, di trovarci con gli aerei in volo a corto di carburante. E poi, argomenta qualcun altro, abbiamo già abbastanza guai per occuparci anche del Laos: non sarebbe meglio lasciar perdere Dien Bien Phu  e concentrarci su Atlante? E ancora: si va a Dien Bien Phu per bloccare la strada per Luang Prabang e privare il nemico del riso di quella regione? Non ha senso: i vietmin possono infiltrarsi ovunque, da mille strade. E infine: la base , lontana dalle nostre linee, in pieno territorio nemico, può essere rifornita soltanto per via aerea. E se il nemico ne mette fuori uso l’aeroporto?
Navarre  incassa le obiezioni senza battere ciglio, ma non cambia una virgola del proprio piano. Che cosa dovrei fare? si chiede. Difendere il Laos organizzando una difesa statica? E chi me le dà le truppe? Portare la guerra in Laos? Idem come sopra. Fortificare le  principali città laotiane e rifornirle per via aerea? Avete visto la distanza fra Vientane, Luang Prabang e Hanoi? Come sperare che i nostri aerei possano farcela. No, niente da fare. L’unica soluzione è Dien Bien Phu. Lo so anch’io: è una soluzione di ripiego ( médiocre) , non una gran cosa. Basata su congetture più che su dati di fatto. Ma altro, al momento, il convento non passa.

Difendere il Laos, dunque. E difenderlo sposando la tattica adottata dal colonnello Gilles a Na San: allestire una base fortificata, appoggiata dall’aviazione e dall’artiglieria, circondata da  diversi “ punti d’appoggio” armati fino ai denti, allo scopo di provocare un attacco frontale del nemico e di respingerlo. Un istrice dai cento aculei, insomma. Le Claudine, le Beatrice, le Anne-Marie e le loro sorelle– gli aculei di Dien Bien Phu- nasceranno da questa idea. Nel frattempo, per tenere il nemico sotto pressione , per impedirgli di muoversi a proprio piacimento in Laos e per privarlo dell’accesso alle piantagioni di oppio vendendo il quale si arma,  si condurranno incursioni in profondità. In altre parole, dal punto di vista tattico la base è per metà “ punto d’ancoraggio”per operazioni di disturbo e per metà  ” centro di gravità” per azioni più impegnative. Né carne né pesce, per dirla con una frase fatta. La sconfitta di Dien Bien Phu nasce anche da questa situazione di compromesso.
Ma chi ha “suggerito” a Navarre di difendere il Laos? L’allora primo ministro René Mayer, secondo lui. Certamente non il Comitato Nazionale di Difesa[3]. Che il 13 novembre – il governo, nel frattempo, è cambiato- invia a Navarre una comunicazione riservata: la difesa del Laos non rientra nei vostri compiti: il vostro compito principale è quello di preservare intatto il corpo di spedizione. Il comandante in capo la riceve il 4 dicembre.
Il 4 dicembre i francesi sono a Dien Bien Phu da due settimane.

I fiori del cielo.

Alle 5,30 del 20 novembre, quando l’aereo dei tre generali la sorvola per la prima volta, Dien Bien Phu è immersa nella nebbia. Un paio d’ore più tardi la nebbia si è dissolta e l’operazione può essere effettuata. Alle 10,30 del mattino i parà dei maggiori Marcel Bigeard e Jean Bréchignac – le truppe migliori di cui i francesi dispongano-  si lanciano dai C47 e dai Dakota e prendono terra sulle zone assegnate: Natasha a nordovest della futura base e Simone  a sudest. Il materiale, i viveri e le munizioni vengono lanciati su Octavie, a sudovest. E’ l’inizio dell’operazione Càstore ( Castor), uno dei due gemelli argonauti- l’altro è Pollùce- della mitologia greca, conosciuti anche come i  Diòscuri.
Il 148.mo reggimento vietmin è in zona e reagisce immediatamente. Ma è al momento sotto organico e non può controllare tutti i punti di lancio. La popolazione civile dal canto suo accoglie l’arrivo dei parà francesi con un misto di rassegnazione e di fatalismo, così come aveva fatto all’arrivo dei vietmin. Qualcuno alza i tacchi e si rifugia sulle vicine montagne.  Si registrano i primi caduti da una parte e dall’altra, i combattimenti sono violenti, ma alle 14 la zona intorno al villaggio è saldamente nelle mani dei parà di Bigeard.

Nei giorni e nei mesi successivi, comincia una lenta partita a scacchi, fatta di mosse e di contromosse, di imboscate e di ritirate, di finte e di controfinte. Dopo i parà della prima ondata, a Dien Bien Phu, arrivano i genieri. Si lavora di vanga e di bulldozer, si allestiscono due piste d’atterraggio( una  a nord e una a sud del campo); si fortificano i punti strategici, si scavano bunker e si erigono casematte, si costruiscono hangar e postazioni di artiglieria.  Il materiale da costruzione, però, scarseggia e si devono fare i salti mortali per trovare legname e pietre. I genieri devono collocare sotto il fuoco nemico le preziose lastre d’acciaio sulle  piste di atterraggio e di decollo; il campo si trasforma in una radura brulla dove i cannoni, privi di mimetizzazione, si stagliano inconfondibili sotto gli occhi degli osservatori nemici.
Le incursioni effettuate nei dintorni per stabilire un collegamento con i guerriglieri anti-viemin non portano risultati; anzi, il più delle volte sono i francesi ad avere la peggio. Lai Chau- il capoluogo di provincia- viene evacuata con gravi perdite. A questo punto, i comandanti francesi- Navarre in testa- dovrebbero chiedersi se valga ancora la pena tenere in vita Dien Bien Phu. E forse se lo chiedono anche; sicuramente preparano piani di evacuazione ( l’operazione Senofonte), ma non vi danno seguito. Orgoglio? Eccessiva fiducia in se stessi? Certezza di vincere? Paura di perdere la faccia, tornando sulle decisioni prese?
Uno solo parla chiaro. Richiesto di un parere dal ministro della Difesa René Pleven in visita a Dien Bien Phu, il generale Fay, capo di stato maggiore dell’aeronautica, senza tanti giri di parole dice: ” Che cosa ne penso? Se fossi in Navarre ritirerei tutti quanti e me ne andrei quanto prima, finché è possibile. Se restiamo qui, siamo perduti.” Lo ascolta qualcuno?
E, intanto, le divisioni vietmin  prendono posizione intorno a  Dien Bien Phu.

La tigre e l’elefante.

Il generale Giap( a sinistra), qui ritratto in compagnia di Ho Chi Min nel 1945. Fonte: Wikipedia.

Le comanda un ex professore di storia passato dai libri alle armi: Vo Nguien Giap. Non ha frequentato accademie, viene dalla gavetta , ha imparato- spesso a proprie spese- sul campo. E’ scrupoloso, meticoloso, pignolo. Sa prendersi cura dei propri soldati, cerca per quanto può di evitare le perdite, sa trarre vantaggi dal terreno. Anche per lui Dien Bien Phu è un’opportunità. E un pericoloso gioco d’azzardo: se gli va bene, però, può far saltare il banco.
La sua filosofia è questa: attacca soltanto quando sei sicuro di vincere, altrimenti lascia perdere. Ama far ricorso a una metafora: quella della tigre e dell’elefante. Se la tigre attacca l’elefante alla luce del giorno ne viene schiacciata, dice. Ma se una prima notte lo ferisce, una seconda lo aggredisce e poi se la fila, una terza lo sorprende nel sonno e lo artiglia, a lungo andare l’elefante morirà dissanguato.
I cinesi( o i russi) gli hanno mandato cannoni in abbondanza: come li impiegherà? Secondo il colonnello Charles Piroth, comandante francese dell’artiglieria,  li piazzerà  sul fianco opposto delle alture e darà vita a un fuoco indiretto. Almeno così recitano i manuali. Ma  potrà sviluppare un fuoco efficace, continua Piroth, se dispone soltanto di pochi pezzi da 75 mm? Così, in presenza di Navarre, Piroth si spinge a dire che “ nessun cannone nemico potrà sparare tre volte di seguito senza essere distrutto dalle mie batterie.”
Piroth è un ottimo ufficiale, ha perso un braccio in combattimento durante la campagna d’Italia, si intende di artiglieria, ma come molti altri, da Navarre in giù, ignora che Giap dispone di obici, di cannoni da 105, di mortai da 81 e da 120. E, soprattutto, di molta artiglieria contraerea. Per quanto riguarda i manuali, poi, meglio lasciar perdere: da sempre Giap se ne infischia delle regole e gioca a modo proprio.

“A “come “ Anne-Marie”.

Nel campo francese, le posizioni fortificate- gli aculei dell’ hèrisson, dell’istrice- prendono forma e assumono il nome di donne. Così, dopo Natasha e Simone ( le zone di lancio di Càstore), entrano in scena Anne-Marie, a nordovest del perimetro, Gabrielle a nord, Beatrice a nordest: montano la guardia al nucleo centrale ( Huguette, Dominique, Claudine, Eliane, Françoise) . Isabelle è l’ultima: situata nella parte meridionale del campo ospita le riserve tattiche e difende una piccola pista d’atterraggio. A Dien Bien Phu ci sono anche donne in carne e ossa:  nordafricane e vietnamite animano il bordello del campo; la giornalista Brigitte  Friang, penna d’assalto e fegato da parà, vuole essere in prima fila quando sbocceranno di nuovo les fleurs du ciel. E dal cielo è arrivata anche  Geneviéve de Galard, infermiera, destinata a  diventare l”angelo di Dien Bien Phu”.

Il colonnello ( poi generale)Christian de Castries(1902-1991). Fonte: Google files.

Il campo ha da poco un nuovo comandante. Il generale Gilles è stato avvicendato per motivi di salute e al suo posto è arrivato il colonnello Christian Ferdinand Marie de la Croix de Castries. E’ un ufficiale di cavalleria, rampollo di un’antica famiglia carica di gloria e di storia. E’ lì perché Navarre è convinto che a Dien Bien Phu si combatterà una battaglia di movimento. E chi meglio di un ufficiale di cavalleria per dirigerla? De Castries ci sa fare tanto con i cavalli ( ha stabilito un paio di record mondiali), quanto con i carri armati; con le donne, poi, è un’ autentica iradiddio. Che i nomi dati agli avamposti celebrino alcune sue amanti? I maligni lo danno per certo; molto più probabilmente il motivo è un altro. Bisogna adottare un criterio per indicare i posti fortificati. Il più semplice, il più immediato è quello di ricorrere all’ordine alfabetico. Ma sarebbe francese indicare quelle posizioni con le semplici lettere dell’alfabeto? No di certo. Ed ecco allora la A diventare Anne- Marie, la B Beatrice, la C Claudine e così via, fino alla I di Isabelle.[4] Adesso sì che si respira aria di Francia a Dien Bien Phu.
Arrivano in visita anche politici e ministri. Qualcuno di loro , indicando le alture, chiede se siano state messe in sicurezza. Ricevuta risposta negativa, chiede di nuovo: ” E se il nemico le occupa e vi piazza la propria artiglieria?”. “Impossibile” è la perentoria risposta dei militari. De Castries, onnipresente,  esibisce il proprio basco rosso come una bandiera, ostenta sicurezza, rassicura tutti, quasi desidera l’attacco vietmin per farla finita una volta per tutte. Dien Bien Phu come la Fortezza Bastiani? I vietmin come i Tartari? De Castries come il tenente Drogo?

Cinque a uno.

Mentre i francesi si fortificano e ammassano truppe, Giap non sta con le mani in mano. Muove tre divisioni(308.va, 312.ma,316.ma) e un paio di reggimenti(148.mo, 57.mo) di fanteria e li avvicina al campo fortificato. E muove, soprattutto, l’artiglieria della 351.ma. Prima con gli autocarri, poi, quando le strade diventano sentieri, con le bestie da soma e infine, a forza di braccia. Migliaia di coolies portano i pezzi smontati sulle proprie biciclette, poi se li caricano in spalla e dopo aver percorso trincee e percorsi accuratamente mimetizzati li rimontano nei bunker coperti dalla vegetazione.
A poco a poco, decine di buchi di formiche ( la definizione è di Navarre) punteggiano invisibili le alture colpevolmente trascurate dai francesi. Non sul lato nascosto, come recitano i manuali e  prevede Piroth, ma sul lato che guarda direttamente il campo.
Sul campo, la sproporzione è evidente: dove i francesi hanno un cannone, i vietmin ne hanno quattro; dove i francesi hanno un soldato, i vietmin ne hanno cinque( 12.000 contro 50.000). I vietmin non hanno aerei, i francesi sì. E questo potrebbe fare la differenza. Bombe dirompenti e napalm potrebbero neutralizzare le batterie nemiche. A patto di individuarle, s’intende. E a patto di poter usare l’aeroporto e di non essere disturbati seriamente dalla contraerea. Anche i carri armati M24 Chaffee ( una decina) potrebbero dire la loro e dare filo da torcere alle fanterie. Ma il terreno e le condizioni atmosferiche potranno consentirne l’impiego?

Le idi di marzo.

Già dalla fine di gennaio, l’artiglieria vietmin aveva colpito qua e là, apparentemente a casaccio e a intensità limitata e solo con i 75, forse per regolare il tiro, forse per trarre in inganno – riuscendovi- un sempre più teso Piroth. Ma il 13 marzo, all’alba, su Beatrice si scatena l’inferno.  I cannoni vietmin, mimetizzatati alla perfezione, riversano un fuoco preciso e devastante sulle postazioni d’artiglieria, sulle casematte, sui posti di comando francesi. Sotto quel fuoco micidiale, cade il maggiore Paul Pegot, comandante di Beatrice e, pochi minuti più tardi, anche il colonnello Jules Daucher, comandante dell’intero settore nord. Poi la fanteria della 312.ma, preceduta dai genieri, esce dalle trincee scavate fin quasi a ridosso delle posizioni francesi. Gli ostacoli vengono spianati, i centri di fuoco ridotti al silenzio dopo aspri combattimenti. A mezzanotte tutto è finito: sul campo restano cinquecento legionari francesi e seicento vietmin.
E il colonnello Piroth, il cui corpo senza vita viene trovato all’interno del proprio bunker. Disperato per non essere riuscito a individuare i pezzi nemici e a controbatterli, si è tolto la vita con una bomba  a mano? E’ caduto sotto il fuoco nemico? Difficile saperlo con esattezza, anche se i più propendono per il suicidio.  Di certo c’è questo: il corpo del colonnello viene sepolto alla chetichella e di nascosto per non deprimere il  morale delle truppe.
La mattina del 14 marzo, l’aeroporto settentrionale viene sottoposto a un  fuoco intenso e preciso. Saltano in aria gli hangar, si aprono voragini sulla pista, vanno a fuoco numerosi aerei, quasi tutti i velivoli vengono colpiti. Con la pista fuori uso, il campo trincerato può essere assistito soltanto con i paracadute. Va a vuoto un tentativo francese di riprendere Beatrice: altri caduti, altri feriti.
Giap, adesso, punta su Gabrielle. Si tratta, forse, dell’avamposto francese meglio difeso, articolato com’è su due linee. Ma è troppo distante dal resto del campo per ricevere rinforzi a un ritmo accettabile: i vietmin lo espugnano, resistono a un contrattacco e benché subiscano  perdite elevate ( duemila combattenti), consolidano le posizioni.
La caduta di Gabrielle trascina con sé anche quella di Anne- Marie, dove la gran parte delle truppe thai [5]diserta. I pochi rimasti sono costretti a ripiegare su Huguette. Per i francesi è notte fonda: i bo-doi di Giap  tengono le alture, dispongono, contro ogni previsione, di molta artiglieria, hanno conquistato l’intero settore nord del campo. Come previsto dal generale Fay , Dien Bien Phu si è trasformata in  una trappola mortale.
Un brutto colpo per Navarre. La battaglia in grado di restituire l’onore all’esercito francese; la battaglia  da mostrare con orgoglio a un’opinione pubblica sempre più ostile alla guerra; la battaglia da vincere a tutti i costi per consentire alla Francia di trattare la pace da una posizione di forza, è finita in un cul de sac, ha imboccato una via senza uscita.

Prima della tempesta.

La situazione precipita. Mentre Giap si riorganizza in vista dell’attacco finale, de Castries, scosso dagli avvenimenti, si isola nel proprio bunker; Cogny medita di raggiungere la base e di prenderne il comando; i parà di Bigeard calano dal cielo per la seconda volta su Dien Bien Phu; il tenente colonnello Pierre Langlais, spalleggiato da altri ufficiali, effettua, armi in pugno, un “golpe bianco” e di fatto esautora de Castries ( anche se , fra gli storici, c’è chi lo nega); i lanci di materiale, di munizioni e di rifornimenti, prima effettuati da ottocento metri di altezza, vengono ora effettuati da duemila e più metri, ma i velivoli continuano a essere colpiti dalla contraerea; più di una batteria viene eliminata con successo dai parà di Bigeard, ma molti carichi continuano a finire sulle zone occupate dai vietmin;  la diplomazia si mette in movimento e bussa alla porta della Casa Bianca. Niente da fare, rispondono da Washington: materiale e assistenza sì, truppe no. Armi nucleari, poi,  nemmeno a parlarne[6]. Un intervento diretto? Soltanto se c’è anche l’assenso della Gran Bretagna. Churchill, interpellato in merito, se la cava al solito modo: lasciamo perdere per il momento e stiamo a vedere che piega prenderanno  i negoziati di Ginevra. Navarre pensa allora a un intervento di soccorso e allerta i battaglioni del colonnello Crèvecoeur, di stanza in Laos.

Le cinque colline.

Il 30 marzo le ostilità riprendono. Con maggiore intensità di prima. Adesso è il centro del perimetro a essere sotto tiro. Dominique e Eliane vengono prima bombardate e poi attaccate dalla fanteria; Isabelle viene isolata. La lotta diventa accanita. Cadono le postazioni 1 e 2 di Dominique, ma i vietmin non

Le postazioni francesi epicentro di violenti combattimenti in aprile. In viola la pista d’atterraggio e di decollo.Fonte: Wikipedia. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

riescono a raggiungere Dominique 3 e a completare l’accerchiamento del lato orientale del campo: i francesi mettono in linea batterie di 105, sparano ad alzo zero  e li ricacciano.
Qualche volta contrattaccano con successo. Il 1° aprile riprendono Eliane 2 caduta in mano vietmin il giorno precedente e, in serata, riconquistano Eliane 1, gettando nella mischia “chiunque ..(sia).. in grado di combattere” ( Langlais). Altrove i carri armati M24- i cosiddetti ” bisonti”- spezzano l’impeto delle fanterie nemiche.
Ma si tratta di episodi. Gloriosi in sé e per sé, ma senza alcuna prospettiva. I francesi, infatti, sono stanchi e a corto di riserve. Come l’elefante attaccato dalla tigre si stanno lentamente dissanguando. Gli ospedali da campo non riescono quasi a contenere i feriti; l’eroico dottor Paul-Henri Grauwin, la straordinaria infermiera Geneviéve de Galard e gli altri medici sono costretti a scegliere chi curare e chi abbandonare al proprio destino. I caduti restano insepolti, i rimpiazzi arrivano col contagocce, di notte e con lanci irregolari. A volte ci si mette di mezzo anche la burocrazia: Langlais tramite de Castries chiede truppe di rinforzo e da Hanoi gli rispondono che le manderanno soltanto quando avranno completato l’addestramento.

29 luglio 1954: il presidente degli Stati Uniti d’America, generale Eisenhower , conferisce la Medaglia della Libertà al tenente Geneviève de Galard, l'” angelo di Dien Bien Phu”.

Da Parigi arrivano le promozioni: de Castries è promosso generale, Bigeard tenente colonnello, Langlais colonnello. Da Manila, però, non arriva neanche un B29 americano e dal Laos neppure un soldato dei  battaglioni del colonnello Crèvecoeur. Anche Geneviève de Galard viene decorata: de Castries appunta sul petto dell’eroica infermiera la croce della Legion d’Onore prestatagli da un giovane tenente. Qualche giorno dopo , insieme al colonnello Bigeard, de Galard viene nominata legionario di prima classe ad honorem. “Se un giorno vi rivedrò”, dice in quell’occasione Genevieve a chi le fa da padrino durante la cerimonia, “vi offrirò una bottiglia di champagne”. Succederà a Parigi, dieci anni dopo.
In quell’ “inferno bagnato” e in quelle condizioni,  i legionari e i parà si battono disperatamente, fra frasi memorabili( “Ritirarmi da Eliane 4? Se lo faccio, siamo tutti fottuti”, Bigeard), attacchi e  contrattacchi, fango e sangue, piccole vittorie e grandi sconfitte, riconquiste temporanee e abbandoni definitivi. Quando ne hanno la possibilità, i francesi picchiano duro: truppe scelte vietmin andate all’attacco sconsideratamente allo scoperto vengono fatte  a pezzi dall’aviazione e dall’artiglieria.
A questo punto Giap da elefante diventa tigre. O, meglio, talpa. I suoi hanno il morale sotto i tacchi, qualche unità si è rifiutata di eseguire gli ordini, qualcun’altra è stata mandata avanti sotto la minaccia delle armi dei commissari politici: urge cambiare tattica. E, allora, per prima cosa Giap chiede truppe fresche per avvicendare i suoi da troppo tempo sotto pressione, poi rinuncia agli attacchi frontali ” a ondate” e fa scavare trincee per portare la fanteria  fin sotto le postazioni nemiche. Ogni postazione francese viene circondata da trincee e isolata. Giorno dopo giorno, centinaia e centinaia di zappatori scavano cunicoli e budelli all’interno dei quali , spostandosi al riparo,  i bo-doi guadagnano metri e morale.
La prima a essere isolata è Huguette. Gli attacchi francesi lanciati per anticipare le mosse di Giap non hanno esito. Le postazioni 1 e 6 vengono conquistate , ulteriori contrattacchi  respinti e l’aeroporto controllato al 90%.
Dura, da questo momento in poi, paracadutare rifornimenti. Anche perché le condizioni meteo sono peggiorate e il monsone ha portato scarsa visibilità in cielo e torrenti di fango rossastro in terra. A fare compagnia alle ragazze di Dien Bien Phu scende in campo anche la “Piccola Caterina”. Ma dall’altra parte. Già dai primi di aprile, infatti, i vietmin hanno cominciato a usare i lanciarazzi katusha. Con effetti devastanti.
Ormai la base è condannata. Uno dopo l’altro, gli aculei dell’hèrisson vengono strappati. Nessuno ha avvertito il pericolo, nessuno ha pensato a un’evacuazione quando evacuare il perimetro era ancora possibile. O, se qualcuno ci ha pensato, non ha insistito più di tanto. Né Navarre  ha pensato di interrompere Atlante per giocarsi tutto a Dien Bien Phu. Adesso è troppo tardi. Le incomprensioni fra il comandante in capo e Cogny hanno generato confusione, tolto lucidità alle scelte, impedito adeguate contromisure, contribuito a sottovalutare il nemico.  Un campo trincerato, poi,  ha senso soltanto se la guarnigione lo usa per contrattaccare. De Castries non l’ha fatto: ha solo tappato dei buchi. Ma, forse, in quelle condizioni, altro non poteva fare.
Le ultime parole di de Castries a Cogny sono : “Situazione confusa e gravissima, ma non ci arrenderemo”. E Cogny di rimando: “ Alzare bandiera bianca dopo una resistenza così eroica? E’ fuori discussione”. Resistenza “ eroica” certo, ma  pagata con quasi tremila fra morti e dispersi ( i caduti vietmin furono ottomila) e più di diecimila prigionieri, di cui quasi due terzi moriranno lungo le marce di trasferimento o  nei campi di detenzione. E che dire delle conseguenze politiche? la Francia fuori dall’Indocina, la creazione di due Vietnam, l’intervento americano, una guerra infinita.

Epilogo.

Il 30 aprile, Isabelle, isolata da un pezzo,  è a corto di viveri e di acqua. Il cappio vietmin si sta stringendo sempre di più. Quando alle 17,30 del 7 maggio de Castries ordina il cessate fuoco, il cuore di Isabelle continuerà a battere. Batterà fino alle prime ore del mattino seguente, poi si fermerà. Agli ordini del colonnello Lalande, c’erano 1700 uomini a Isabelle: solo settanta riusciranno a riparare in Laos.
Perché non piovve quel giorno a Dien Bien Phu?

Da leggere.

Bernard B. Fall, I terribili 56 giorni, Rizzoli, 1969
Stanley Karnow , Storia della guerra del Vietnam,  Rizzoli, 2000
Ettore Mo, Dien Bien Phu, tomba della grandeur, Corriere della Sera, 12 febbraio 1998
Jules Roy , La tigre e l’elefante,  traduzione di Roberto Cantini,  Mondadori, 1968.
Bernardo Valli, Dien Bien Phu, articolo comparso su Storia Illustrata, maggio 1994

Da vedere
Pierre Schoendoerffer, Dien Bien Phu  (La 317.eme Section), 1992

Schoendoerffer partecipò alla battaglia come corrispondente di guerra, fu fatto prigioniero dai vietmin, avviato in un campo di “rieducazione” e liberato nel 1955.


[1] “Proposi la rioccupazione di Dien Bien Phu per trasformarla in una semplice base ( mole d’amarrage) per le nostre attività militari e politiche nel Tonchino”. Intervista resa da Cogny a L’Express il 21 dic. 1963 e riportata in  B. Fall “I terribili 56 giorni”, Rizzoli. In caso di necessità, una base di “ ancoraggio” si sarebbe potuta evacuare  rapidamente; una base “ fissa” avrebbe presentato molti più problemi. Era questa la preoccupazione di Cogny. Dal canto suo Navarre , basandosi su rapporti dei servizi segreti, sottostimava le forze di Giap. Era convinto che il suo avversario – fino a quel momento mai definito ” generale”- disponesse soltanto di pochi cannoni e che, lontano dalle proprie linee di rifornimento, non potesse mantenere in linea a lungo più di due divisioni.

[2] Dal 23 novembre al 2 dicembre del 1952, a  Na San, una base fortificata rifornita dall’aria, i francesi avevano respinto a più riprese gli attacchi “ a ondate” dei vietmin, costringendoli a rinunciare dopo aver inflitto loro ingenti perdite. Il 12 agosto del 1953, la base fu evacuata per via aerea. L’evacuazione fu resa possibile anche a causa di un curioso inconveniente: la radio del posto di osservazione vietmin si guastò e quando tornò a funzionare qualche ora più tardi, l’operatore trasmise i messaggi così come si erano accumulati, cioè a ritroso, dall’ultimo al primo, aumentando la confusione, impedendo di fatto ai vietmin di intervenire in tempo e lasciandoli con un palmo di naso. La guarnigione francese di Na San era comandata dal colonnello( poi generale) Jean Gilles. La sua esperienza avrebbe potuto far comodo a Dien Bien Phu, ma Gilles, dopo aver partecipato, come abbiamo visto, alla prima fase dell’operazione Castor, chiese e ottenne, per motivi di salute, di essere sollevato dal comando. Le truppe vietmin erano agli ordini del generale Vo Nguien Giap. A Na San, Giap imparò la lezione: gli attacchi frontali sono inutili ( oltre che sanguinosi) se portati contro centri fortificati debitamente riforniti. A Dien Bien Phu se ne ricorderà.

[3] Il Comitato Nazionale di Difesa era un organismo di alto livello  presieduto dal Presidente della Repubblica e formato da diversi ministri ( Esteri, Finanza, Interni, Difesa, Colonie, Affari Indocinesi ecc.). Nei confronti della proposta di Navarre tenne a lungo un comportamento ambiguo: disse e non disse, affermò e negò. Non si decise, insomma, a prendere una posizione chiara se non il 13 novembre, quando ormai la frittata era fatta.

[4] Durante la battaglia, sotto l’incalzare degli avvenimenti,  alcuni punti fortificati furono abbandonati ( Françoise, ad esempio) e ne furono allestiti altri ( Junon, Giunone,  Eparvier ecc ).

[5] A Dien Bien Phu i francesi impiegarono in prima linea unità della Legione Straniera, militari di professione, volontari, truppe di Paesi “ amici” ( vietnamiti, thai, ecc), ma non soldati di leva. Consapevole dell’impatto negativo che l’impiego in prima linea di soldati di leva francesi avrebbe avuto sull’opinione pubblica già agitata e ostile alla guerra, il governo lo aveva espressamente proibito. Inquadrato nei fanti di marina paracadutisti, in Indocina combatté anche  Alain Delon, non ancora attore affermato. Si era arruolato volontario all’età di diciassette anni.
A Dien Bien Phu, il tenente colonnello( in seguito generale) Marcel ” Bruno” Bigeard divenne una figura quasi leggendaria, nel bene e nel male: i vietmin lo temevano, i soldati lo ammiravano, i superiori lo ascoltavano.  Ha ispirato al regista Gillo Pontecorvo  la figura del colonnello Mathieu nel film La Battaglia di Algeri. E’ scomparso di recente ( 2010) all’età di 94 anni. Non è sepolto in Francia: riposa con i propri soldati nel campo di battaglia di Dien Bien Phu, dove le sue ceneri sono state disperse per sua esplicita volontà.
A Dien Bien Phu non ci furono soltanto atti di valore: le diserzioni, ad esempio,  furono numerose.  Alcuni disertori ( thai, vietnamiti, nordafricani), rifugiatisi in zone poco ospitali intorno al fiume Nam Yum, vivevano nascosti di giorno e, di notte, si avvicinavano al campo in cerca di viveri. Ebbero il soprannome di Ratti dello Nam Yum.

[6] L’impiego di armi nucleari fu preso in seria considerazione a Washinghton, dove il generale Paul Ely, capo di stato maggiore francese, ebbe colloqui riservati con l’ammiraglio Arthur W. Radford, favorevole all’intervento con bombe A. Fu preparato addirittura un piano specifico, denominato ” Operazione Avvoltoio” ( Vulture). Non se ne fece niente, prima per il rifiuto di Navarre, preoccupato per la reazione cinese; poi, quando Navarre cambiò idea, per l’opposizione del Congresso degli Stati Uniti e per le forti perplessità del presidente Eisenhower.

La fotografia del presidente Eisenhower e di Geneviève de Galard è tratta dal seguente sito web: www.badassoftheweek.com/galard.html

Il quadro riportato in apertura dell’articolo è del pittore Aligi Sassu ( 1912-2000) e si intitola La battaglia di Dien Bien Phu. Compare sul seguente  sito web: www.aligisassu.it/schhiit/hiit086.htm

La cartina del campo francese è tratta dal seguente sito web: www.cheminsdememoire.gouv.fr/…/affichecito

dium

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