Il prezzo della gloria

solferino

Prologo

E’ il 24 giugno 1859, venerdì, giorno dedicato alla Natività di San Giovanni Battista. La giornata si preannuncia bella. Bella e terribile.  Le basse colline moreniche ai margini della pianura si stagliano, scure, in lontananza. Vincenzo( nome di fantasia) è veneto. Ha vent’anni, si sente “ italiano”, ma è costretto a indossare l’uniforme dell’esercito austriaco. Non è l’unico. Altri come lui- veneti, lombardi, friulani- indossano la medesima uniforme e, forse, coltivano i medesimi sentimenti.
Al proprio posto nei ranghi, Vincenzo è in marcia verso un villaggio di cui non ha mai sentito parlare prima di allora: San Martino.

Anche l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe è giovane: compirà fra poco ventinove anni. Ha moglie e figli come dirà  alle proprie truppe per animarle in un momento critico, l’eredità militare dell’inarrivabile Radetzky da gestire, la responsabilità di un impero carico di gloria e di storia – ma anche terribilmente irrequieto- sulle proprie spalle, la benevolenza e il favore di gran parte del proprio popolo. Rappresenta un mito, è “il” mito.
Il 24 giugno, anch’ egli è della partita. In prima linea. Insieme a lui ci sono due ufficiali di stato maggiore; poco più indietro si muove un drappello di soldati comandati da un ufficiale sloveno: il luogotenente di fanteria Joseph Trotta. Francesco Giuseppe si fa portare un cannocchiale. E mentre lo punta verso il campo di battaglia di Solferino, un tiratore scelto francese( ironia della sorte, un “ cecchino”[1]) lo inquadra nel mirino del proprio moschetto.

Henry Dunant, trentuno anni, svizzero, si definisce “ turista”. In realtà è in viaggio d’affari. Cerca soldi. Soldi per costruire una rete di canali in Algeria e per trasformare il deserto in un campo coltivato. Napoleone III  potrebbe darglieli. Ma Napoleone III ha lasciato Parigi e si trova adesso in Italia, a Solferino. Ed è lì che  il “ turista” Henry Dunant si sta dirigendo: vuole convincere l’imperatore dei francesi a finanziargli il progetto. Per ingraziarsi il futuro sponsor ha scritto un  libro celebrativo delle glorie d’oltralpe, Napoleone III come Carlo Magno o qualcosa del genere.
Ma non sarà quel libro a farlo conoscere al mondo.

La trappola.

Quella vecchia volpe di Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, ce l’ha fatta: gli austriaci, spocchiosi e supponenti, hanno ingoiato l’esca con l’amo e tutto. Stufi di provocazioni architettate ad arte, hanno fatto la voce grossa e preteso l’impretendibile( smobilitazione dell’esercito sardo, mobilitato apposta da Cavour) . Hanno varcato il Ticino, dandosi la zappa sui piedi. Varcando il fiume, infatti, hanno obbligato Napoleone III, imperatore dei francesi, a rispettare la parola data a Plombières[2]: se gli austriaci vi aggrediranno, interverremo. E, così,come promesso, migliaia di soldati in giubba blu e pantaloni rossi scendono dalla Francia  in Italia agli ordini dell’imperatore in persona.
Per gli austriaci si fa subito grigia: sconfitti a Magenta[3] e persa Milano, si ritirano verso Mantova con i franco-piemontesi alle calcagna. Napoleone III ha fretta. Ha ricevuto un messaggio da sua moglie, l’imperatrice Eugenia: sbrigati, gli ha scritto l’augusta consorte, i prussiani si stanno muovendo ai confini.  L’esercito alleato, allora, forza i tempi, attraversa  il fiume Chiese e si dirige verso le fortezze del  Quadrilatero.

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E a questo punto va in scena la sagra degli errori. Gli esploratori di entrambe le parti, infatti, non ne azzeccano una neanche a pagarla. Secondo quelli franco-piemontesi, una consistente retroguardia austriaca si trova al di qua del Mincio; secondo gli esploratori austriaci, una grossa avanguardia nemica ha varcato il Chiese. E così gli alleati accelerano verso il Mincio sicuri di fare un solo boccone della retroguardia nemica, mentre gli austriaci, guidati da Francesco Giuseppe in persona stufo della tattica attendista di Gyulai e preoccupato per un presunto sbarco francese in Ancona, si dirigono verso il Chiese, convinti di spazzare via l’avanguardia franco-piemontese e di bloccare il grosso sull’altra riva.  Risultato: i due eserciti praticamente al completo vengono in contatto a metà strada, nella zona dell’Alto Mantovano compresa fra Solferino, San Martino( oggi in provincia di Brescia), Cavriana , Médole, Pozzolengo e Castiglion delle Stiviere. I franco-piemontesi non si aspettano di incontrare gli austriaci in forze e viceversa. Entrambi si trovano, per dirla tutta, impreparati: non ci sono piani specifici, le truppe non marciano in ordine di battaglia e , quando, intorno alle 6 del mattino del 24 giugno, il combattimento inizia, è fatto  di scontri individuali, non di manovre pianificate. Lungo un fronte di una ventina di chilometri si accendono tre battaglie distinte: a nord si combatte a San Martino, al centro a Solferino  e a sud a Médole.

 Lo scontro.

Sul campo ci sono, uomo più uomo meno, circa duecentocinquantamila soldati. Fanteria, cavalleria, artiglieria, genio. Solo a Lipsia, nel 1813, se n’erano visti di più. E solo durante la prima guerra mondiale in Italia  se ne vedranno altrettanti. Fa caldo, gli austriaci occupano alcune posizioni forti ( le alture di San Martino e di Solferino), sono messi meglio in quanto a numero di cannoni, ma peggio in fatto di qualità: i cannoni francesi  hanno l’anima rigata, tirano più lontano e sono più precisi.
A San Martino quattro brigate piemontesi, in blu Savoia, muovono all’attacco delle posizioni austriache del generale Benedek. E tanto è il loro impeto da sembrare all’esterrefatto comandante austriaco non quattro, ma dieci. Vittorio Emanuele, il re, è con loro; Vincenzo, il giovane veneto arruolato contro la propria volontà e i propri sentimenti nelle file austriache, imbraccia il fucile, ma non lo carica. Vincenzo ha deciso: non posso sparare su chi considero mio fratello, per chi si batte per l’Italia: se non posso cadere al suo fianco, cadrò almeno per mano sua. Lo ha scritto su un biglietto, custodito con cura in una tasca della sua candida uniforme.
Al centro,  intorno al villaggio di Solferino, quattro attacchi francesi condotti uno dopo l’altro alla baionetta si infrangono contro la resistenza asburgica. L’anziano feldmaresciallo conte Nugent percepisce il pericolo. Se si va avanti di questo passo, non potremo durare  a lungo, avverte: bisogna urgentemente convogliare truppe  a Solferino per creare una forza di riserva. L’entourage di Francesco Giuseppe, probabilmente, è un covo di  “ rottamatori” ante litteram: conta l’età, non contano le idee. Nugent è vecchio, Gyulai  è vecchio. Ascoltarli? E perché. Esperienza? Intelligenza? Buon senso? Preistoria: oggi contano la foga, l’ardore, il cuore oltre l’ostacolo e fesserie consimili. A Solferino ci aiuterà Bededek, dopo che si sarà sbarazzato dei piemontesi, è la risposta data a Nugent.  Risultato: le riserve non vengono formate, Benedek ha le sue belle gatte da pelare e non può muoversi e  a Solferino il bagno di sangue non si arresta.
A sud, nei dintorni di  Médole, presa dai francesi all’alba del 24 giugno, le truppe del generale Adolphe Niel sono sottoposte, nell’arco dell’intera mattinata, a violenti contrattacchi austriaci sostenuti dal fuoco di artiglieria. I francesi tengono duro, ma patiscono perdite elevate. Come gli austriaci del resto.

L’eroe di Solferino.

Il luogotenente di fanteria Joseph Trotta vede il suo amato imperatore puntare il cannocchiale. Capire e agire sono tutt’uno. Puntare un cannocchiale verso il campo di battaglia è come dire ai cecchini nemici: sono un ufficiale importante, forse un generale. E’ come diventare un bersaglio obbligato, in altre parole. E così, senza neppure rendersene conto, Francesco Giuseppe , afferrato dalle robuste mani del luogotenente Trotta, si trova  sbattuto  a terra, mentre la pallottola destinata al suo augusto cuore fracassa la spalla dell’ufficiale sloveno. Dopo la guerra, guarito dalla ferita, il luogotenente Trotta sarà promosso capitano, nominato barone ( di Sipolije, suo luogo natale), insignito dell’Ordine di Maria Teresa e celebrato in tutto l’Impero come l’ “eroe di Solferino”.
Lui avrà qualcosa da ridire[4].

O la va o la spacca.

Napoleone III sul campo di battaglia di Solferino.

A Solferino la situazione non si sblocca: i francesi attaccano, gli austriaci resistono. Forse con il pensiero ai prussiani minacciosi ai confini dell’Alsazia e della Lorena, Napoleone III, determinato a chiudere la partita alla svelta, decide di giocarsi l’asso. Più previdente del collega avversario, ha tenuto di riserva le brigate della Guardia, le “teste di cuoio” di quei tempi. Il generale d’Hilliers storce il naso: ci giochiamo tutto in un’unica mossa: e se va male? Certo, può andare male, risponde l’imperatore. Ma è  lì, su quella collina, attorno al cimitero, nei pressi della torre, è lì  che si trova la chiave di tutto. Napoleone III ha ragione. Sopraffatti dalla  Guardia, impossibilitati a ricevere rinforzi perché non esistono riserve, i difensori di Solferino abbandonano le posizioni e iniziano il ripiegamento verso il Mincio. Sono le due del pomeriggio.

A San Martino si combatte duramente, a Médole la battaglia non è finita. Niel, però, ha ricevuto rinforzi e può cominciare a premere sul nemico in direzione di Guidizzolo. Intorno alle cinque del pomeriggio si scatena un violento temporale, le ostilità si interrompono per un’ora circa e i soldati possono rifiatare. Quando i combattimenti riprendono, Vittorio Emanuele autorizza i propri soldati a liberarsi dello zaino prima dell’attacco finale e, a scanso di equivoci,  tuona in dialetto piemontese:“ O prendiamo San Martino o facciamo san martino[5]”. I piemontesi prendono San Martino, ma solo perché Benedek ha ricevuto l’ordine di abbandonare la posizione per proteggere la ritirata del grosso verso Mantova.  Quando i granatieri di Sardegna raggiungono le posizioni prima occupate dal nemico, trovano  il corpo esanime di Vincenzo. Sul suo volto un leggero sorriso. Quando gli frugano nelle tasche, trovano il biglietto: Vincenzo viene spogliato dell’odiata uniforme austriaca e sepolto insieme agli altri caduti “italiani”[6].
Qualche giorno più tardi, Napoleone III, scosso alla vista di tanta carneficina, ma più verosimilmente preoccupato per i movimenti prussiani ai confini di casa propria, firmerà in tutta fretta un armistizio con gli austriaci, riceverà la Lombardia( meno Mantova) e la girerà a Vittorio Emanuele. Cavour presenterà le dimissioni.

Epilogo.

Il “ turista” Henry Dunant arriva sui luoghi dello scontro il 24 giugno, sul far della sera. Una battaglia è finita, un’altra sta per cominciare. Migliaia di feriti giacciono sui campi di Solferino, di Médole, di San Martino, di Madonna della Scoperta; numerosi altri in grado di camminare vagano senza una meta nei dintorni. I servizi sanitari militari – quando esistono- sono organizzati malissimo e vanno subito in tilt.  La popolazione del luogo si mobilita. Le donne sono le prime  a farlo. Non guardano al colore delle uniformi, guardano al dolore e alla sofferenza di chi le indossa. Assistono tanto i francesi, quanto gli austriaci. La loro parola d’ordine è : “ Siamo tutti fratelli”.
A Castiglion delle Stiviere si istituisce un primo punto di raccolta, si preparano bende, filacce, ricoveri. Dunant si prodiga, organizza, consiglia. Nei giorni successivi, altri punti di raccolta vengono istituiti a Cavriana, a Médole, a San Martino. A poco a poco la rete si allarga. Brescia ne diventa il centro principale. I feriti vengono curati, rifocillati, assistiti. Non tutti, però, ce la fanno. Tropo tempo è passato, troppe ferite sono andate prima  in suppurazione e poi in cancrena, troppi arti devono essere amputati.
Perché, si chiede Dunant, perché? E in nome di che cosa? In nome della gloria?  “ La gloria? Visitate qualche ospedale lombardo  e vedrete che prezzo si paga per ottenerla “, scrive nel suo libro più famoso, Un ricordo di Solferino, pubblicato nel 1862.
Due  anni dopo, a Ginevra,  anche per merito e per iniziativa del ” turista” Henry  Dunant , nasce la Croce Rossa Internazionale.

Da leggere:

Elizabeth Barret Browning, The forced recruit *
Costantino Cipolla, Il crinale dei crinali. La battaglia di Solferino e San Martino, F.Angeli, 2009
Massimo Marocchi Il racconto della seconda guerra di indipendenza attraverso le memorie e le lettere, 2007
Stelio Martelli, La battaglia di Solferino e San Martino,  Varesina 1971
Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962
Joseph Roth, La Marcia di Radetzky, Longanesi, 1975

Su questo sito, chi vuole può leggere anche:

Draghi e salamandre ( Lissa, 1866).
Dove gli austriaci parlano il dialetto veneto e gli italiani non si capiscono fra di loro.
Leggi l’articolo

L’ombrello rosso, l’ombrello nero.
Adua 1896: “sciupìo di eroismo senza successo”?
Clicca qui per leggere l’articolo

Una descrizione particolareggiata della battaglia si trova sul sito curato da Nicola Zotti al seguente indirizzo: http://www.warfare.itcampi di battaglia d’Italia

Per chi mastica l’inglese meglio di quanto non lo mastichi io, ecco il testo della poesia di Elizabeth Barrett Browning. Di questa poesia non sono riuscito a trovare alcuna traduzione e non sarò certo io ad azzardarne una. Ma se qualcuno lo facesse, il suo contributo sarebbe bene accetto.

* The Forced Recruit

In the ranks of the Austrian you found him,
He died with his face to you all;
Yet bury him here where around him
You honour your bravest that fall.

Venetian, fair-featured and slender,
He lies shot to death in his youth,
With a smile on his lips, over-tender
For any mere soldier’s dead mouth.

No stranger, and yet not a traitor,
Though alien the cloth on his breast;
Underneath it how seldom a greater
Young heart has a shot sent to rest!

By your enemy tortured and goaded
To march with them, stand in their file,
His musket, see, never was loaded,
He facing your guns with that smile!

As orphans yearn on to their mothers,
He yearned to your patriot bands;—
“Let me die for our Italy, brothers,
If not in your ranks, by your hands!”

“Aim straightly, fire steady, spare me
A ball in the body which may
Deliver my heart here, and tear me
This badge of the Austrian away!”

So thought he, so died he this morning.
What then? many others have died.
Ay, but easy for men to die scorning
The death-stroke, who fought side by side—

One tricolor floating above them;
Struck down ‘mid triumphant acclaims
Of an Italy rescued to love them
And blazon the brass with their names.

But he, without witness or honour,
There, shamed in his country’s regard,
With the tyrants who march in upon her,
Died faithful and passive—’twas hard.

‘Twas sublime. In a cruel restriction
Cut off from the guerdon of sons,
With most filial obedience, conviction,
His soul kissed the lips of her guns.

That moves you? Nay, grudge not to show it,
While digging a grave for him here:
The others who died, says your poet,
Have glory,—let him have a tear.


[1] Da “ Cecco Beppe”, nomignolo con il quale in Italia era chiamato l’imperatore Francesco Giuseppe.

[2] Località termale nei Vosgi francesi dove nel 1858 furono stipulati gli accordi  fra Napoleone III e Cavour. In base al tali accordi, Napoleone III si impegnava a intervenire a fianco del regno sabaudo nel caso in cui quest’ultimo fosse attaccato dagli austriaci.

[3] Il colore omonimo, creato nel 1859, si chiama così proprio per ricordare la vittoria riportata dal maresciallo Mac Mahon a Magenta il 4 giugno di quell’anno.

[4] Naturalmente non ci fu alcun “eroe di Solferino”, quel giorno. O , per meglio dire, ce ne furono  migliaia. Francesco Giuseppe seguì la battaglia dalle retrovie,  a Volta Mantovana all’inizio e, più tardi, a Cavriana. Nessun luogotenente sloveno gli salvò, dunque, la vita. L’episodio è frutto di fantasia. Ma di una fantasia “ d’autore”. Lo scrittore Joseph Roth(1894-1939) apre  infatti il suo romanzo più noto,  La Marcia di Radetzky( 1932), con la battaglia di Solferino e con l’atto di coraggio e di abnegazione del luogotenente Trotta, futuro testimone, insieme ai propri discendenti, della fine di un mondo, di un impero e, soprattutto, di  una concezione di vita.

[5] Fioeui, o i piuma San Martin o i auti an fa fé San Martin a nui!Fare san martino significava allora – e in alcuni luoghi significa anche oggi- fare trasloco, fare fagotto. Fino a qualche tempo fa, infatti ( e, forse, ancora oggi)l’11 novembre di ogni anno, giorno di San Martino, venivano a scadenza i contratti agricoli. Coloro ai quali il contratto non veniva rinnovato dovevano abbandonare casa e campi e cercarsi un’altra sistemazione. Di qui l’espressione “ fare san martino”.

[6] Vincenzo è vero a metà. Dopo la battaglia di Magenta( 4 giugno 1959) un giornale dell’epoca riportò la notizia di soldati  arruolati nei domini “italiani” dell’Impero asburgico caduti sul campo senza aver sparato un solo colpo. In tasca ad alcuni di essi furono trovati , sempre secondo il giornale, bigliettini o lettere in cui venivano spiegati i motivi  di un tale gesto. Questa notizia ispirò probabilmente la poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning(1806-1861) quando compose(1860), spostando la scena da Magenta a Solferino, la  poesia “ The forced recruit “ ( La recluta arruolata a  forza, la recluta arruolata contro la propria volontà). Il Vincenzo della nostra storia non è , dunque, un personaggio reale, ma scende in battaglia direttamente dai versi  della poetessa inglese.

uafirenze.wordpress.com
Le immagini di Francesco Giuseppe, di Henry Dunant e di Napoleone III sono tratte da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

In apertura: primi soccorsi ai feriti di Solferino, autore ignoto. Sito web:http://www.swissinfo.chswissinfo.chmultimediaalbum

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