Per qualche dàrico in più

La marcia dei Diecimila. Fonte: thebadandugly.com

English automatic translation.

Prologo.

Prima in piccoli gruppi, poi, sempre più numerosi, uomini in armi si affollano sulla riva  occidentale dell’Eufrate. Ci sono fanti armati di lancia, di spada, di giavellotto, cavalieri imprendibili  e fieri, arcieri dalla mira infallibile. E poi carri e carriaggi, buoi e cammelli, asini  e muli. Le barche necessarie a traghettare tutti quegli uomini e quegli animali sono state incendiate dal nemico.  Come passare sull’altra riva?
Un gruppo di uomini si stacca dal grosso dell’esercito. Quegli uomini indossano  mantelli rossi, reggono  scudi rotondi, impugnano lunghe lance. Parlano greco. Sono  opliti, fanti corazzati al soldo del giovane principe che comanda l’armata. Entrano in acqua e si dirigono verso l’altra riva. A poco a poco, anche gli altri ne imitano l’esempio. Prima titubanti, poi sempre più rinfrancati, attraversano quegli ottocento metri  di acque calme, senza bagnarsi al di sopra del petto. Mai l’Eufrate era stato guadato in quel modo. Come il Mar Rosso davanti a  Mosè, il grande fiume ha ritirato le proprie acque davanti all’esercito di Ciro il Giovane.
Un segno del favore divino?

 Dario e Parasatide avevano due figli.

Generazioni di studenti diversamente giovani non hanno dimenticato l’inizio dell’Anabasi: Δαρείου καὶ Παρυσάτιδος γίγνονται παῖδες δύο: Dario e Parasatide avevano due figli maschi. Dei due, il più giovane si chiamava Ciro e, a sentire Senofonte, era un concentrato di nobiltà d’animo, di magnanimità, di coraggio, di lealtà, di giustizia fatta persona, di regalità e chi più ne ha più ne metta. L’altro si chiamava Artaserse( in realtà il suo vero nome era Arsace) e aveva dalla sua l’età: era il primogenito e, come tale, era destinato a succedere al padre. Il primo era il cocco di mamma sua ( Parasatide stravedeva per lui); il secondo studiava da re ( addirittura da Re dei Re) fra intrallazzi di corte e maldicenze varie, a volte non prive di fondamento. Come questa: attenzione, tuo fratello complotta contro di te. Parola di Tissaferne, amico di Ciro e, dunque, agli occhi di Arsace, consacrato re col nome di Artaserse II, doppiamente credibile. Per fortuna di Ciro, mamma Parasatide ci mette una pezza. Ciro torna incolume  a Sardi e la cosa finisce lì.
O, per meglio dire, comincia lì.

La marcia verso l’interno.

Ricorrendo ad astuti espedienti e guardandosi bene dal rivelare le sue vere intenzioni se non ai più fidati fra i suoi, Ciro  arruola un esercito. Cerca soprattutto opliti greci, la fanteria corazzata di quei tempi. Sul mercato ce ne sono in abbondanza( la guerra del Peloponneso è finita da poco), pronti a vendersi al miglior offerente. Ciro mette mano al portafoglio e in breve se ne procura più di diecimila con la tacita approvazione- pare- di Sparta, il cui generale più in vista, Lisandro, vincitore degli Ateniesi a Egospotami  grazie alle navi fornitegli da Ciro, si sentiva legato da un debito di riconoscenza verso  il giovane principe.
Poi si dà nemici fasulli, ora i Pisidi, ora Mileto, ora il satrapo Abrocoma, ora Tissaferne; manda regolarmente il tributo a suo fratello perché non si insospettisca troppo; lascia Sardi e marcia verso l’interno, entrando in regioni dai nomi esotici e dalle molte meraviglie; riceve una regina( Epiassa, regina della Cilicia) con la quale pare se la intenda all’insaputa( ?) del regale marito; guada fiumi , tocca città grandi e piccole, supera valichi, organizza parate militari, si rallegra quando vede i suoi fuggire a gambe levate davanti alla falange greca durante un’esercitazione perché in essi gli sembra di vedere i soldati di suo fratello; promette un aumento di paga per calmare i mugugni e le proteste dei suoi, magari chiedendosi dove sia finito il proverbiale disprezzo degli Spartani per il denaro,  subisce le prime perdite, seda risse, promette, assolve, punisce, condanna, perdona, premia e castiga.
E, parasanga dopo parasanga[1],  si avvicina sempre di più a  Babilonia.

“Tutto è perduto fuorché le armi e il valore”.

Il re suo fratello per un po’ non ci bada. Marcerebbe contro di lui chi gli paga regolarmente il tributo? Poi si insospettisce, alla fine, con l’aiuto di Tissaferne, capisce:  i Pisidi  sono un falso problema: è me che vuole. Anche i soldati mercenari di Ciro un vago sospetto ce l’hanno e più avanzano verso l’interno  e più il sospetto si fa certezza. Non  erano quelli i patti, si lamentano i Greci. I brontolii aumentano, volano parole grosse e in qualche caso anche pietre, qualcuno prende armi e bagagli e se ne va. Ci vogliono tutto il carisma e l’esperienza di Clearco- il comandante spartano al seguito di Ciro- e i dàrici dell’aspirante re  per sbrogliare quella situazione e per portare i Diecimila a Cunassa e all’appuntamento con il destino.
Destino amaro, come sappiamo. Artaserse ha un esercito sterminato ( Senofonte, sparandole grosse,  parla di più di un milione di uomini; gli storici moderni di quarantamila), carri falcati, arcieri, cavalleria. E’ vero: il suo esercito è stato allestito in fretta e furia, i suoi fanti non sono opliti  greci, non tutti indossano la corazza, non combattono in formazione chiusa, ma fanno massa e sono comunque tanti, troppi.

Opliti greci.

All’ala destra dello schieramento di Ciro, però, il numero sembra contare poco: i  Greci, giocando d’anticipo, si fanno sotto e sfondano. Comincia l’inseguimento, ma, altrove, cominciano anche i guai. Ciro cade trafitto da un giavellotto mentre, al centro dello scontro, incrocia la spada con quella del fratello; la manovra di accerchiamento condotta da Artaserse ha successo e i soldati persiani di Ciro si danno alla fuga. Terminato l’inseguimento, i Greci tornano al campo e lo trovano occupato dal nemico. Non sanno ancora della morte di Ciro. Sanno, però, di essere nei guai fino al collo. E se anche mandano a vuoto un tentativo di Artaserse di spazzarli via, non si fanno illusioni: fino a quando potranno resistere, senza viveri, a migliaia di chilometri da casa, circondati da un esercito e da popolazioni ostili?

Comincia, a questo punto, una complessa partita a scacchi, fatta di promesse e di minacce, di speranze e di  scatti di orgoglio, di giuramenti e di spergiuri, di doppio gioco e di menzogne , di comportamenti subdoli e di tregue precarie, di ingiunzioni di resa e di sdegnose risposte( “le armi ce le teniamo, se le volete venite a prenderle”), di defezioni e di marce notturne. Il re minaccia sfracelli, ma sembra andarci piano, anche se non si sa bene perché ( E’ pago di aver fatto fuori Ciro? Teme i Diecimila? Non li considera un pericolo?); fra i Greci   ci sono diversità di vedute, fazioni contrapposte, poco da mangiare, niente barche per attraversare fiumi larghi e profondi quanto laghi, alleati ( come Arieo) timorosi e incerti. Restano solo le armi,  il valore e l’orgoglio di chi non è stato sconfitto. Non un granché, a dirla tutta. Le tregue, dunque, siano le benvenute e con esse benvenuti siano i mercati aperti , dove ci si può rifornire di viveri, e benvenuta sia l’apparente non-ostilità  del nemico.
Intendiamoci: loro, i Diecimila, anziché tornare in patria,  si venderebbero volentieri. E – c’è da scommetterci- anche per molto meno del dàrico e mezzo con cui li pagava Ciro.  Ma Arieo rifiuta i loro servigi e Artaserse non può lasciare correre. Che figura farebbe se accogliesse al proprio servizio chi ha cercato di togliergli il trono? Come la prenderebbero i suoi numerosi e irrequieti sudditi? Come un segno di debolezza, naturalmente.  E se poi, in futuro, qualcuno ci riprovasse?
In questa fase a menare le danze sono Clearco e Tissaferne. Il primo è un soldato tutto di un pezzo, il secondo un astuto intrallazzatore; il primo ha barattato la propria condanna  a morte comminatagli a Sparta con un’altra condanna  a morte quando ha accettato di guidare quei diecimila ufficialmente inesistenti; il secondo ha cambiato bandiera quando è cambiato il vento, lasciando Ciro per Artaserse; il primo sa imporsi e sa imporre la disciplina con la parola e con il pugno di ferro; il secondo millanta imprese mai compiute , vantandosi, ad esempio, di aver ucciso Ciro sul campo di battaglia e attirandosi per questo l’ira funesta della terribile Parasatide che, qualche anno dopo, lo farà rapire e decapitare ; il primo, voce roca e volto truce, va dritto al sodo; il secondo dice e non dice, allude e dissimula; il primo sa come si combatte e non evita il pericolo, il secondo, a Cunassa, consiglia i suoi di stare alla larga dagli opliti greci; il primo rivela doti militari non comuni, il secondo una luciferina abilità  di far sembrare bianco il nero e viceversa; il primo, soldato fra i soldati guida i suoi sulla strada del ritorno,  il secondo, presenza incombente e sinistra, non li molla seguendoli a distanza.
E’ in vigore un armistizio, il re si è impegnato a lasciarli andare, Tissaferne dovrebbe scortarli.  Ma è una situazione ambigua e perennemente sospesa, pronta a precipitare per un nonnulla. Tissaferne sparisce e ricompare, tace per giorni prima di farsi sentire di nuovo, promette e rassicura, allude e minaccia,  mette in giro voci di attacchi imminenti, tiene sulla graticola i Greci in ritirata, tira dalla sua l’indeciso Arieo. Urge sbloccare la situazione, chiarirsi una volta per tutte e poi sia quello che sia.
Arrivato al fiume Zapata,  Clearco cerca un abboccamento, lo ottiene, espone il proprio punto di vista, difende la propria buona fede, attribuisce l’atteggiamento poco amichevole e diffidente di Tissaferne a calunnie sparse ad arte. Il satrapo ricambia con parole al miele e propone: vieni da me con gli altri strateghi e con i comandanti di reggimento, ti rivelerò i nomi dei calunniatori.  Sta’ in guardia, non fidarti, gli dicono in molti. Ma Clearco accetta di correre il rischio. E finisce decapitato insieme ai suoi colleghi Prosseno,  Menone, Sofeneto e Socrate.
L’epopea dei Diecimila comincia qui.

Ritratto di un comandante.

Senofonte, se anche non ne è il comandante in capo( comanda lo spartano Chirisofo), è comunque l’anima della Katàbasis, della “ marcia verso il mare” dei Diecimila. Suggerisce, incoraggia, responsabilizza, dà l’esempio. Dice: non dobbiamo temere i nemici, hanno violato i patti offendendo gli dei. Né possiamo trattare con loro: hanno tradito una volta, tradiranno ancora. E poi, avete forse dimenticato la nostra storia? Siete o non siete i discendenti di chi ha già battuto i Persiani a  Maratona e a Salamina?  Nominiamo nuovi comandanti, dunque, e togliamoci alla svelta da qui. E liberiamoci di tutto il superfluo in modo da viaggiare più spediti. Via i carri e via le tende: non ci servono, rallentano la marcia. I fiumi? Non c’è fiume che non si possa superare. I cavalieri nemici? Avete mai visto qualcuno, in battaglia, morire per un morso di un cavallo? I cavalieri sono uomini come noi e, per certi aspetti, in combattimento sono anche più vulnerabili di noi. I viveri? Prima li pagavamo ( salati), d’ora in poi ce li prenderemo.  Gli dei? Sosterranno chi li ha disonorati tradendo gli impegni? E quando un sonoro starnuto- ritenuto presagio favorevole-  di uno dei presenti sottolinea quest’ultima affermazione, Senofonte ne approfitta immediatamente: “Che vi dicevo? Gli dei sono con noi.”
Né si limita alle esortazioni, Senofonte. Lui che soldato non è guida un reparto alla conquista della cima di una collina , non esitando a smontare da cavallo se questo gli viene rinfacciato come  un privilegio  da chi suda e arranca sotto il peso dello scudo; lui che soldato non è disegna l’ordine di marcia della spedizione, schierando  gli opliti a quadrato a protezione dei bagagli e del grosso dell’esercito ; lui che soldato non è crea un’unità di frombolieri rodioti per controbattere il micidiale tiro dei frombolieri nemici o organizza piccoli reparti di cavalleria .
Guai, infatti, ad abbassare la guardia. Tissaferne non ha alcuna intenzione di mollare l’osso: punzecchia, molesta, manda avanti i suoi a saggiare il terreno e le reazioni del nemico, mostra i muscoli, colpisce da lontano con i  frombolieri e con gli arcieri , evita come la peste il contatto ravvicinato e  le micidiali lance degli opliti, applica la tattica della terra bruciata, costringe i Diecimila a dirigersi a Nord, verso le montagne. E, quando si accampa, lo fa sempre  a ragguardevole distanza dal nemico per evitare spiacevoli sorprese notturne.
In quel gioco del gatto col topo i Greci imparano dai propri errori. Imparano a rendere più flessibile la struttura del quadrato degli opliti, ad esempio, troppo affollato quando si muove negli spazi stretti e troppo ampio quando si muove negli spazi larghi.  O a creare unità mobili di peltasti ( fanti armati alla leggera) in grado di intervenire  nei momenti di bisogno o di compiere sortite .  Ma, per quanto imparino, non possono fare miracoli. Percorrere la strada dell’andata è impossibile; sulla nuova, le riva orientale del Tigri è presidiata dagli uomini di Tissaferne. Restano i valichi di monti. Ma bisogna fare presto, per evitare che il nemico li occupi  e faccia scattare la trappola. Quei monti, oltre i quali si stende l’ Armenia “ grande e prospera”,  sono il regno incontrastato dei Carduchi. Noi oggi li chiamiamo Curdi.

All’inferno e ritorno.

I Carduchi  detestano il Re dei re, ma detestano ancora di più avere stranieri in giro per casa. Soprattutto se armati. Così, quando  vedono quei tizi coi mantelli rossi inerpicarsi  sui sentieri dello loro montagne, non vogliono neppure sapere chi siano né quali intenzioni abbiano: spariscono in un amen e si preparano a  tendere imboscate. I Diecimila sanno poco di loro, se non che mal sopportano il giogo persiano. Per questo confidano se non proprio in un comportamento amichevole da parte loro, almeno in un atteggiamento di non belligeranza.  Del resto non hanno altra scelta: Tissaferne è maledettamente vicino, questa volta. E intenzionato a fare sul serio.  E così, entrati nel territorio dei Carduchi, sulle prime ci vanno piano: marciano di notte, risparmiano i villaggi, si liberano del superfluo per camminare più veloci, lasciano in pace le donne. E sperano di farla franca.
Speranza vana. I sette giorni trascorsi in territorio curdo sono per Senofonte e C. un vero e proprio incubo. I Carduchi non danno loro tregua. Li tempestano di massi,  trapassano scudi e corazze scagliando frecce della dimensione di un giavellotto, occupano le alture, presidiano i valichi. Ogni piccolo progresso è pagato col sangue, ogni passaggio è duramente conteso,  dietro ogni sommità espugnata si erge un’altra sommità da espugnare. Al confronto, gli scontri con l’esercito di Tissaferne erano insignificanti scaramucce.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Usciti  finalmente da quell’inferno e giunti in vista del fiume Centrite, i Diecimila si trovano la strada sbarrata da un imponente esercito, schierato parte sulla riva del fiume e parte sulle alture circostanti, mentre alle loro spalle si affollano sempre più minacciosi i Carduchi usciti dalle montagne. Un colpo di fortuna – la scoperta casuale di un comodo guado- una manovra condotta in modo magistrale da Chirosofo e da Senofonte e-  perché no?-  il favore degli dei consentono loro di arrivare sull’altra sponda,  di mettere in fuga i nemici e di lasciarsi i Carduchi alle spalle. Prima dell’attacco, al solenne e sacro peana si erano mescolate le  meno solenni ma altrettanto efficaci grida di incitamento delle prostitute al seguito.
L’Armenia occidentale è governata dal satrapo Tiribazo.  E’ amico del re, lo aiuta a montare a cavallo- onore, questo concesso solo a pochi- e, come il collega Tissaferne, di cui sembra la fotocopia, predica in un modo e razzola in un altro, offre una tregua e prepara imboscate. Stando a Senofonte, almeno. La stagione, poi, non aiuta: nevica spesso, fa freddo, guai a dormire con i calzari: le corregge stringono, i piedi si gonfiano, si rischia il congelamento. Il riverbero  della neve acceca, la fame si fa sentire, il vento non dà tregua, le insidie si moltiplicano. Numerosi soldati cadono a terra senza un motivo apparente, si rianimano quando si dà loro qualcosa da mangiare. Più che bulimia come sostiene qualcuno, quella sembra fame nera. Altri, arrivati nei pressi di una sorgente di acqua calda , si rifiutano di proseguire; si cerca di proteggere i più deboli  comprese le prostitute al seguito, ma chi non ce la fa viene abbandonato al proprio destino. Alle spalle dei Diecimila in marcia, gruppi di nemici si contendono il bottino, si impadroniscono degli animali da soma attardati, arraffano armi e oggetti abbandonati sul terreno.
Le insidie ordite da Tiribazo , però, vanno a vuoto: i Diecimila lo anticipano quasi sempre occupando le alture e prendendo il controllo dei valichi.  O, se vogliamo vederla con occhi diversi da quelli di Senofonte, diciamo che la tregua tiene. Ma lì intorno ci sono numerose popolazioni ostili- i Calibi, i Taochi,  i Fasiani- ignare della tregua e decise a sbarrare il passo a quegli stranieri. Non ce la faranno, ovviamente,  e potremmo anche non occuparcene a fondo se non fosse per un curioso episodio sul quale vale la pena soffermarsi.

Un male antico?

Dunque: i Taochi presidiano in forze un valico.  Non un valico qualsiasi, ma il valico, quello che ti apre le porte della pianura. Che fare? Facciamo così, propone Senofonte sempre più calato nei panni dello stratego : fingiamo di attaccare da una parte e portiamo il colpo principale da un’altra. Possibilità di successo? Moltissime, a patto di avere uomini in grado di conquistare la vetta, non visti, con un fulmineo colpo di mano mentre il grosso attua la manovra diversiva. E chi è più lesto di mano degli Spartani, abituati come sono, fin da ragazzi, a rubare senza farsi scoprire? A considerare una colpa non il furto, ma l’essere  sorpresi con le mani nel sacco? Sì, conclude Senofonte, da questo punto di vista gli Spartani sono stati educati bene: affidiamo loro la missione e, ne sono sicuro, metteranno in pratica gli insegnamenti ricevuti e non si faranno sorprendere.
Senti da che pulpito arriva la predica, è la replica. Da un Ateniese, vale a dire  da un maestro nel rubare il pubblico danaro . Ad Atene, più uno ruba più  è autorevole, più uno è ladro  e più alte sono le cariche pubbliche che occupa.  Bella roba! La voce è dello spartano  Chirisofo, le parole sono di Senofonte . Che approfitta dell’occasione- lui filo-spartano e col dente avvelenato nei confronti dei propri concittadini-  per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Gli Spartani sono  ladri? Certo, ma ladri di galline se paragonati a chi arraffa il pubblico denaro.
Atene “ ladrona” ?  “Laconia libera”?

Thalatta! Thalatta!

Arcieri persiani. Pergamon Museum, Berlino

Superato il valico e scesi in pianura senza aver risolto la questione se siano più ladri gli Spartani o gli Ateniesi, i Diecimila  sono attesi da altri ostacoli e da altre popolazioni ostili. Per procurarsi da mangiare- il problema è sempre quello-   è necessario prendere d’assalto le “fortezze”, vale a dire i villaggi fortificati posti lungo il cammino. Molti di questi villaggi resistono e in uno di essi Senofonte è testimone di uno spettacolo a suo dire “ tremendo”( deinòn): prima che i Greci entrino nel villaggio conquistato, le donne gettano i propri figli  giù dalle mura e poi li seguono , imitate anche da molti uomini. Perché quel suicidio in massa? Perché quella Masada a due passi dal Mar Nero?
Senofonte scrive: uno spettacolo tremendo, spaventoso. Ma nulla aggiunge in proposito. Perché non lo fa?  Quelle donne e quegli uomini si tolgono la vita e la tolgono ai propri figli perché i Diecimila erano preceduti da una fama sinistra? Perché bruciavano, saccheggiavano e violentavano? Probabile, anche se poco o nulla riguardo alla violenza sulle donne trapela dal racconto di Senofonte. La guerra non è solo coraggio, ardimento, valore, sprezzo del pericolo, eroismo,  come vuole farci credere l’autore dell’Anabasi: la guerra è anche – se non soprattutto- sangue, violenza, massacro,  abiezione. Qualsiasi guerra. Anche quella di Senofonte, nonostante Senofonte. Potevano così tanti uomini, braccati, insidiati, disperati, a corto di cibo, a corto di tutto  mantenersi duri e puri? Potevano astenersi dal considerare le donne bottino di guerra? Potevano astenersi dal commettere violenze di ogni tipo? Difficile, forse impossibile.
Che dire, per esempio,  della guida messa a disposizione dei Greci da un governatore locale perché li accompagni fino al mare? Lo fa per simpatia o perché vuole servirsi di loro? Perché ammira il loro coraggio o perché vuole, tramite essi, incutere terrore ai propri nemici? Guarda caso, appena in territorio nemico, la guida li incita a saccheggiare e  a devastare la regione. Senofonte scrive: capimmo allora le vere intenzioni del governatore: non per simpatia ci stava aiutando, ma per utilizzarci a proprio vantaggio. Non dice esplicitamente, però,  se i resti dei Diecimila seguono le esortazioni della guida o se rifiutano, se devastano o se si astengono dal farlo. Simili precisazioni non danno l’immortalità.
L’immortalità vive di altre sensazioni, si nutre di altri avvenimenti. Sulla sommità del Monte Teche si avverte un insolito movimento, si odono grida eccitate via via più intense. Un ennesimo attacco da parte di coloro ai quali sono state bruciate le case e sottratti i raccolti? Temendo il peggio,  Senofonte sprona il cavallo, chiama a sé i suoi uomini, si dirige verso la cima. Il grido si fa sempre più alto, passa di bocca in bocca, esplode in un’esclamazione che cancella  mesi e mesi di fatiche, di pericoli, di fame, di freddo, di stenti:  Thalatta! Thalatta! Il mare! Il mare!
Ce l’hanno fatta. Chi devono ringraziare? La loro determinazione e il loro coraggio?  Artaserse  che avrebbe potuto spazzarli via in ogni momento e  non l’ha fatto? Gli dei?
Ma quello non è il momento delle domande: quello è il momento della commozione, del ritorno alla vita. Gli uomini piangono e si abbracciano: sulle coste di quel mare ( l’odierno Mar Nero) per ottomila e seicento di loro, la Katabasis è finita.
Quello che successe dopo, da Trebisonda a Bisanzio, appartiene a un’altra storia.

Epilogo.

Nell’Anabasi, Senofonte celebra anzitutto se stesso, ma celebra anche il  coraggio e la determinazione di un pugno di uomini decisi a tutto; tace molte cose, non dice abbastanza  sulle miserie della guerra, fa implicitamente del saccheggio e della violenza una necessità se non proprio un merito, fornisce  preziose notizie geografiche, storiche, militari, politiche sull’immenso impero di Artaserse II. Chi sa leggere fra le righe può trovarvi utili informazioni:  le difficoltà si superano restando uniti, l’impero persiano è una tigre di carta, marciare dritti verso il cuore di quell’impero non è impossibile. Ma per realizzare l’impresa, la conoscenza da sola non basta: ci vuole un sogno. Solo il sogno può rendere realizzabile l’irrealizzabile, solo il sogno,“ infinita ombra del vero”, può smuovere le montagne.
E il sogno prende forma nella mente e nel cuore di un giovane re attento lettore dell ’Anabasi. In compagnia di Senofonte, il sogno di quel giovane re  corre  lungo le valli della Mesopotamia, valica monti, supera deserti, si spinge oltre Babilonia, oltre Susa fino ad attingere i confini del mondo.
Quel sogno è il sogno di un giovane re cresciuto in un paese aspro e difficile, educato nel mito di Achille, istruito  da Aristotele. Quel sogno è il sogno di un giovane re chiamato Alessandro.
Alessandro  figlio di Filippo. Alessandro Magno.

Da leggere:

Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton, 2005
Valerio Massimo Manfredi, L’armata perduta, Mondadori, 2007
Senofonte, Anabasi di Ciro, Libri I-IV, traduzione di  Franco Ferrari,  introduzione di Italo Calvino, Bur, 1989

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I giorni della terra e dell’acqua. Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
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Il muro di legno. La mattanza di Salamina, 480, a.c.
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Le forze greche a disposizione di Ciro:

4.000 opliti al comando di Senia;
1.500 opliti e 500 fanti leggeri ( peltasti) al comando di Prosseno;
1.000 opliti al comando di Sofeneto di Stinfalo;
500 opliti al comando di Socrate l’Acheo;
300 opliti e 300 peltasti al comando di Pasione da Megara;
1.000 opliti, 800 peltasti traci, 200 arcieri  cretesi e, successivamente, anche  2.000 uomini circa delle truppe di Senia e di Pasione( che meditavano di disertare e che in effetti, una volta in Siria, diserteranno) al comando dello spartano Clearco.
1.000 opliti, 500 peltasti al comando di Menone;
1.000 opliti al comando di Sofeneto d’Arcadia;
300 opliti al comando del siracusano Soside;
700 opliti al comando dello spartano Chirisofo ;
400 disertori greci provenienti dall’esercito del satrapo Abrocoma.

Inoltre, Ciro poteva contare su  una flotta di 35 navi al comando dello spartano Pitagora  e di 25 navi agli ordini di Tamos l’Egizio. Secondo l’Anabasi, i Diecimila avevano anche un appoggio tattico di 100.000 soldati persiani al comando di Arieo (gli storici moderni parlano di ventimila soldati) e di una ventina di carri falcati.

Le forze di Artaserse II secondo Senofonte:

900.000 uomini ( il satrapo Abrocoma con altri 300.000 uomini arriverà a Cunassa cinque giorni dopo la battaglia);
6.000 cavalieri;
150 carri falcati.


[1] La parasanga era una misura lineare corrispondente, grosso modo, a circa 5.300 metri. Secondo Senofonte, Ciro e C. se ne fecero più di cinquecento( 535, per la precisione) per arrivare a Cunassa.

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