Il fango di marzo

korsun

 
 

Settembre sta per finire, quando le prime avanguardie sovietiche raggiungono il Dnepr. Dietro di loro si muove il grosso delle divisioni del Fronte di Voronez ( in seguito  ribattezzato Primo Fronte Ucraino) del generale Nikolaj Vatutin. Più a sud anche il Fronte della Steppa( poi Secondo Fronte Ucraino)[1] di Ivàn  Konev, arriva in vista del grande fiume. Entrambi i gruppi d’armate puntano all’Ucraina situata al di là della riva occidentale del Dnepr e non ne fanno mistero.

La parola “KIEV” è ben visibile sul cartello alle spalle del soldato in primo piano. Fonte: ruvr.it

Lì  c’è Kiev, la città simbolo; lì ci sono il ferro di Krivoj Rog, il manganese di Nikopol, lì ci sono le “terre nere” dove il grano cresce rigoglioso. Nella Gruene Mappe di Goering ( le direttive per lo sfruttamento dell’Est sovietico) l’Ucraina sarebbe dovuta diventare il granaio dell’Herrenvolk tedesco. Hitler aveva parlato chiaro: “ L’Est? Conquistatelo, governatelo, sfruttatelo”. Poi c’erano state Stalingrado e Kursk e il vento era cambiato. Adesso soffiava in favore dei sovietici. In quella guerra anch’essi avevano perduto uomini, materiali, mezzi. Ma, a differenza dei tedeschi, potevano rimpiazzarli in minor tempo.

In Russia settembre e ottobre sono mesi traditori: un giorno fa caldo e il giorno dopo piove; un giorno si mangia polvere  e il giorno dopo si affonda in una melma  vischiosa. E quando piove  i carri procedono a rilento, gli autocarri slittano, gli uomini , i muli,  i cavalli arrancano, la velocità va a farsi benedire.
Per ora, tuttavia,  la velocità non fa difetto alle avanguardie di Vatutin e di Konev. Arrivate al Dnepr, mettono in acqua canotti, imbarcazioni improvvisate, tavole di legno, zattere rudimentali e, senza fermarsi, attraversano il fiume in più punti.
Prima dell’arrivo dei sovietici, i tedeschi, prudentemente, erano arretrati attestandosi dietro il Dnepr: il fiume e le difese statiche li fermeranno per un po’ e noi potremo riorganizzarci per contrattaccare, era stato il ragionamento del feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante del settore. Hitler, allergico a ogni ritirata mascherata da “riposizionamento”, questa volta aveva ceduto e aveva concesso, seppure a malincuore,  il proprio assenso.
Ma quando i sovietici mettono piede sulla riva occidentale del Dnepr, la prima linea di difesa tedesca è una specie di colabrodo. Molti fortini e parecchie casematte sono vuoti; alcune fortificazioni sono ancora da completare; l’artiglieria sovietica posizionata sulla riva orientale del fiume provvede a ridurre al silenzio i pochi focolai  di resistenza. Le prime teste di ponte sovietiche prendono così forma e si rafforzano; i genieri gettano ponti di barche sul fiume e su quei ponti transitano,  sotto copertura dell’aviazione,  i carri armati e l’artiglieria  pesante.  Un reparto sovietico si attesta a Liutez, a nord di Kiev, al di là delle difese tedesche,  riceve rinforzi e si consolida. Per raggiungere la testa di ponte , i T34 inviati immediatamente da Vatutin, guadano, parzialmente sommersi, il fiume Desna.

Soldati sovietici liberano un villaggio ucraino. Fonte :Wikipedia.

E proprio da Liutez parte il decisivo attacco sovietico verso Kiev, dopo che un precedente tentativo di conquistare la città da sud era fallito. Le armate sovietiche vengono spostate in gran segreto da sud a nord; i tedeschi ingannati da false comunicazioni radio, da carri di compensato , da una diversione nel settore sud,  non si avvedono della manovra principale e, quando  se ne accorgono, è troppo tardi. Il 6 novembre Vatutin comunica allo Stavka la riconquista della città.
Kiev è una specie di città-fantasma. In due anni di occupazione ha perso, fra esecuzioni, deportazioni, fame, malattie e lavoro coatto,  quasi settecentomila abitanti ed è ridotta  a un cumulo di macerie. Prima di abbandonarla, infatti, i tedeschi hanno distrutto abitazioni, scuole, ospedali, edifici, centrali elettriche, disseminato mine dappertutto e si sono portati via persino le campane  delle chiese.  Ma , ancorché in rovina, Kiev è pur sempre Kiev  e a Mosca, per festeggiarne la riconquista, le salve di cannone si sprecano. Qualche tempo dopo, il generale britannico Giffard Martell commenterà: nessuno al mondo al di fuori dell’Armata Rossa poteva compiere un’impresa simile.
Uso esagerato- e interessato-  del turibolo o  ammirazione sincera?

Il doppio cerchio.

I tedeschi reagiscono come possono, ottengono qualche successo temporaneo ( la conquista della città di Zitomir), ma non possono impedire all’Armata Rossa di avanzare. Qua e là, tuttavia, riescono a incuneare fra le forze sovietiche alcuni salienti, potenzialmente pericolosi. Fra Konev e Vatutin –penetrati per quasi duecento chilometri in Ucraina- si interpone, ad esempio, quello di Korsun-Sevcenkovo.
Il saliente è situato a un’ottantina di chilometri a sud di Kiev e ne misura , in lunghezza, una cinquantina. Hitler, sempre più fuori dal mondo,  vede già le sue truppe uscire dal saliente , sbarazzarsi, a sud e a nord, degli Untermenschen sovietici  ed entrare trionfalmente in Kiev riconquistata.  Chi cerca di riportarlo coi piedi per terra si becca una sfilza di improperi e di minacce.

Gli Untermenschen, però, lo anticipano e si muovono per primi. Quel maledetto bubbone può compromettere le operazioni, tenere bloccati uomini e mezzi , rallentare l’avanzata. Prima lo si toglie di mezzo, meglio è. L’idea è quella di dividerlo in due con un attacco coordinato. Ma se lo dividi in due, rischi di subire un violento contrattacco dall’esterno e di essere accerchiato a tua volta. E tuttavia il rischio va corso, perché più aspetti, più il saliente si rafforza e più il saliente si rafforza, più sarà difficile ripulirlo. Per pianificare e  dirigere l’operazione viene scomodato Zukov in persona.

Il 24  gennaio, con un tempo infame, da sud-est si muove Konev, il 26, da nord-ovest,  Vatutin. Il 3 febbraio, dopo aspri combattimenti, le truppe sovietiche si congiungono a Zvenigorodka al centro del saliente, tagliandolo in due  e isolando nella parte settentrionale  sette divisioni tedesche, compresa la divisione SS Wallonien, formata da belgi filonazisti e guidata dal generale Philippe Degrelle.
La contromossa di Manstein non si fa attendere. Otto divisioni  al comando del generale Hans-Valentin Hube avanzano da sud verso l’anello sovietico: hanno il compito di accerchiare il nemico: l’ennesimo ordine senza senso di Hitler.  Vatutin ha l’incarico di contrastare la nuova minaccia, mentre Konev deve occuparsi della sacca.
I combattimenti sono accaniti.  A prezzo di forti perdite, i sovietici riescono ad aprire e a mantenere fra i loro due schieramenti( quello di Konev e quello di Vatutin) un corridoio di una trentina di chilometri, mandando così  a vuoto il tentativo di Hube di portare a termine la manovra di accerchiamento.
Mentre Vatutin tiene impegnate le forze di Hube, Konev divide la sacca in tanti settori e, uno alla volta,  li neutralizza, senza badare se chi cade sotto i colpi della sua artiglieria  è russo o tedesco, se è un civile (e ce n’erano tanti all’interno del saliente) o se è un soldato, se è uomo o se è donna, se è giovane o se è  anziano. Sono i costi spaventosi della guerra, di qualsiasi guerra e di quella guerra in particolare.

I tedeschi accusano il colpo. Mainstein allora cambia strategia e ordina a  Hube di lasciar perdere l’impossibile accerchiamento e  di manovrare per aprire un varco da cui fare uscire le divisioni intrappolate nella sacca. Sembra, su scala ridotta, la replica di Stalingrado e di “ Tempesta d’Inverno”. Ma Hube non ce la fa e così, perduta anche Korsun , i superstiti si raggruppano a Sevcenkovo, un villaggio di cinquecento case. E da quelle case sloggiano tutti gli abitanti, macellano alcune mucche e bevono parecchio. Il mattino seguente contano di svignarsela. Molti generali ( compreso Degrelle) lo hanno già fatto un paio di giorni prima,  saltando sul primo aereo disponibile. Il generale Wilhelm Stemmermann, comandante del settore, non li ha seguiti e ora è lì,  più che mai deciso a portare fuori dalla sacca i propri uomini.

Farfalle nella tempesta.

Dal canto suo, Konev è fermamente intenzionato a impedirglielo. Chiede allora l’appoggio dell’aviazione.  Niente da fare: troppo buio, troppo vento, troppo freddo: far alzare gli aerei in queste condizioni è un rischio enorme per uomini e macchine e noi non vogliamo correrlo, gli viene risposto.  E se trovassi dei volontari? insiste Konev. In questo caso- è la risposta-  faccia come crede.

Il biplano Polikarpov U2

Trovati i volontari fra i giovani del Komsomol ( la Gioventù Comunista) , bisogna trovare gli aerei. Vengono allora rispolverati i vecchi Polikarpov U2, fino a quel momento usati soprattutto per rifornire le truppe. Gli U2 sono biplani lenti , fragili e male armati, ma sono in grado anche di volare a bassissima quota e di portare un piccolo carico di bombe. E così , nella notte fra il 16  e il 17  febbraio – una notte da tregenda- i piccoli e fragili U2 , volando appena più alti delle case, raggiungono il villaggio e sganciano spezzoni incendiari.
Si alzano alte fiamme e Sevcenkovo, illuminato a giorno, diventa un bersaglio ideale per l’artiglieria sovietica. In tutta fretta Stemmermann abbandona allora il villaggio – a detta dei russi dopo aver finito con un colpo alla nuca i feriti più gravi- e si attesta sui valloncelli circostanti. Il giorno seguente, senza carri utilizzabili, senza carburante,  organizza i suoi su due colonne disposte a triangolo e punta verso il margine dell’anello.   Le truppe migliori sono sui vertici e sui lati dei triangoli, mentre al centro, insieme ad alcuni alti ufficiali, marcia la fanteria , demoralizzata  e stanca.

I sovietici li aspettano disposti su cinque linee intervallate: le prime due di fanteria, le rimanenti di carri e cavalleria. Li lasciano passare fra le prime due, poi, quando sono usciti dai valloni e hanno raggiunto la pianura, li attaccano muovendo le altre tre. E’ un massacro. I tedeschi finiscono schiacciati sotto i cingoli di carri o sciabolati senza pietà dalla cavalleria cosacca. Anche quando alzano le mani in segno di resa.  Stemmermann cade,  Konev sale  al rango di Maresciallo dell’Unione Sovietica.
Stando a fonti russe, nel saliente di Korsun- Sevcenkovo i tedeschi persero più di settantamila uomini, secondo l’Alto Comando della Wehrmacht, diciottomila.

Il fango di marzo.

La partita, però, non è chiusa. L’Ottava armata di Hube si è sganciata attestandosi sulla linea Kirovograd- Vinnica( località, quest’ultima, un tempo sede del quartier generale del Fuehrer)  il cui centro principale è l’importante località agricola di Uman.  Ricorrendo al lavoro coatto l’intera linea viene fortificata. Hube è convinto di tenerla. Anche perché ormai siamo in marzo, tempo di disgelo e di rasputitza, di fango fino alle ginocchia e di melma vischiosa sulle strade.
Ma il nemico non si ferma. I carri armati T34, con i loro cingoli larghi e le sospensioni innovative, ma soprattutto gli autocarri Studebaker americani di cui i sovietici sono massicciamente dotati, rendono nullo – o quasi- l’effetto rasputitza.  Preceduti da un devastante fuoco di artiglieria, i “34” e i fucilieri sovietici investono l’armata di Hube travolgendola. I tedeschi si ritirano a piedi abbandonando nel fango artiglieria pesante e carri armati. I sovietici non li mollano. Nella loro corsa nel fango vengono riforniti dagli aerei. Una volta sganciati i rifornimenti, gli aeroplani  con la stella rossa proseguono il loro volo e bombardano e mitragliano i tedeschi in ritirata.

Il 10 marzo  le prime avanguardie sovietiche entrano in Uman.

Dove la violenza e la tragedia della guerra si rivelano in tutta la loro brutalità. Prima di andarsene, gruppi di cosacchi filonazisti si erano abbandonati a saccheggi e a uccisioni, indossando, volutamente, l’uniforme dell’esercito sovietico, forse per spingere la popolazione terrorizzata  a fuggire davanti ai fucilieri di Vatutin e di Konev. Tutti gli ebrei erano stati deportati o uccisi sul posto. Qualcuno racconterà di  cinquemila di loro stipati in un magazzino  con le finestre e con le  porte sigillate e lasciati morire per soffocamento. E che dire , sempre secondo altre testimonianze, dei funzionari o degli impiegati tedeschi che assistevano alle torture della Gestapo, talvolta prendendovi parte? O degli ufficiali sempre in cerca  di giovani donne, spesso di adolescenti? O della bambina di sei anni trovata morta con un anello al dito? Chi glielo aveva dato e perché?

Arrivati da quelle parti come liberatori, i tedeschi avevano presto cambiato atteggiamento. Non avevano abolito le fattorie collettive come avevano promesso e avevano costretto i contadini ucraini a lavorare i campi per loro; non avevano lasciato liberi gli abitanti di andare a lavorare in Germania, ma li avevano deportati. Le scuole erano state soppresse, gli ospedali in gran parte chiusi; le botteghe artigiane erano praticamente  scomparse con la scomparsa dei loro proprietari ebrei.

Gli ucraini avevano pagato un prezzo molto alto: stavano per pagarne un altro. Altrettanto alto.

La battaglia di Korsun. Da: theeasternfront.co.uk. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Da leggere

Chris Bellamy, Guerra assoluta, la Russia sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, Einaudi, 2010.
Nicholas Bethell , L’invasione della Russia, Peruzzo,1986
Paul Carrel, Terra bruciata, Rizzoli, 2000
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966
Georghij K. Zukov, Da Mosca a Berlino, Editori Riuniti, 1978

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

“Sotto il titolo:”Dopo Korsun-Shevchenko” del pittore sovietico Piotr Alexandrovic Krivonogov(1911-1967)

 

[1] I sovietici chiamavano “Fronti” i loro Gruppi di Armate.

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