L’equivoco

Roma, casa del senatore Lentulo.

“ Che cosa ti avevo detto?” Lentulo misura le parole. E’ scosso e lo si vede “Quella trappola  si poteva evitare. Come, mi chiedi? Semplice: non entrandoci.  Ma Flaminio ha seguito la propria natura o ha valutato male la situazione. Chi lo sa? Una cosa è certa:  è stato sconsiderato e noi.. noi non pagheremo  mai abbastanza per quel suo terribile errore.”
“E ora, che cosa succederà?”, chiede  Fabricino, altrettanto scosso.
“Non lo so, non lo so proprio, mio nobile amico.  Al Trasimeno abbiamo perso quindicimila dei nostri migliori soldati; altri diecimila  hanno raggiunto l’Urbe in condizioni pietose; molti sono stati fatti prigionieri. E che dire dei quattromila cavalieri distaccati  da Servilio in soccorso a Flaminio e arrivati a cose fatte sul campo di battaglia? Accerchiati e fatti  a pezzi  da Annibale. Eh sì, mio nobile amico, piove sul bagnato e  la Repubblica corre un  grave pericolo…. “
“Hai ragione: la Repubblica corre un  grave  pericolo. E tutto per aver sottovalutato Annibale ” Si interrompe un momento, poi riprende, con uno scatto di orgoglio” Ce la siamo vista brutta parecchie altre volte , ma ce l’abbiamo sempre  fatta. Ce la faremo anche questa volta. Il pericolo è grave, certo. Per questo è  stato nominato un dittatore… “
“Già, Quinto  Fabio Massimo. Nominato , ne converrai, con procedura insolita: direttamente dal popolo e non dai consoli.”
“Sicuro, nominato  dal popolo . Ma solo perché il console Servilio , in questo momento, non è qui. Se, per  rispettare le procedure,  avessimo aspettato ancora, avremmo fatto il gioco di Annibale. Roma ha bisogno di una guida. E ne ha bisogno subito”.
“ E anche Minucio Rufo, il magister equitum, il secondo in comando, è stato scelto con la medesima procedura…”
“ Come si dice. A estremi mali…”
“ …estremi rimedi, lo so. D’altronde, forse, non si poteva agire  altrimenti. Siamo sulla difensiva, nessuno più parla di attaccare. Rafforzate le mura, tagliate i ponti sui fiumi, presidiate i punti strategici, questi i primi  ordini ricevuti da Quinto Fabio e da Minucio . Davvero una brutta situazione. Annibale, intanto, non si ferma e devasta a tutto spiano  il territorio piceno. Brutto, bruttissimo affare ”.
“ Gli dei sono stati placati, Fabio è  uomo prudente  e accorto. Ce la faremo ancora una  volta.”
“Auguriamocelo, mio nobile amico. Auguriamocelo.”

Italia Centrale, campo di Annibale.

 “Le cose sono cambiate …”  Annibale scuote la testa. “Ho  cercato in mille modi di provocarlo: tutto inutile. ”Questo ci sa fare.  Non abbandona le  alture, si tiene  a distanza di sicurezza, non abbocca . E, intanto, ci dà terribilmente fastidio. I suoi legionari disturbano i rifornimenti, attaccano le nostre  pattuglie poco numerose, colpiscono  e spariscono. La gente lascia i villaggi, brucia tutto e si rifugia all’interno di  luoghi fortificati. Non mi piace.”
“ Prima o poi commetteranno un errore. Me lo sento. E, quando accadrà- perché accadrà-  chi potrà impedirci di arrivare a Roma?” è il commento di Maarbale.
“Roma..” Si alza. “Roma è, qui,  a un passo, ma  è anche  più  lontana di Cartagine” . Tace, quasi seguendo i propri pensieri, poi riprende “ C’è ancora tanta, troppa strada  da fare , prima di arrivarci. Se mai ci arriveremo..”

Campo di Quinto Fabio Massimo.

“ E’ guerra, questa?” Minucio  Rufo, magister equitum  , non ricorre a giri di parole. “ Che cosa stiamo facendo?” dice rivolto a un gruppo di ufficiali  “ Niente , ecco che cosa  stiamo facendo. Guardate il nostro esercito. Chi può vantarne  uno uguale? E i nostri legionari? Sono addestrati e preparati. E, soprattutto,  desiderosi di menare le mani. Eppure ,  ci teniamo alla larga. Non appena Annibale ci offre il combattimento, noi ce la svigniamo. Rispondetemi: è guerra questa? Valeva la pena di nominare un dittatore per stare a guardare e per .. scappare?”.
Gli ufficiali presenti ascoltano in silenzio. La tattica della guerriglia e dell’attesa non va giù   a molti. Ma c’è anche chi la pensa diversamente.
“ E’ dura da digerire, lo so”, interviene uno di loro. “Dimentichi  una cosa, però: Annibale ci ha battuto tre volte. Se dovesse batterci ancora, che ne sarà di Roma? Che ne sarà di noi? Fabio , secondo me, ha ragione  : Annibale è lontano da Cartagine, non può ricevere rifornimenti regolari.  Punzecchiamolo,  teniamolo sul chi vive, facciamogli terra bruciata intorno. Come potrà nutrire i suoi uomini? Come potrà pagarli? Come farà, ditemi, a tenere unito il suo esercito?”
“ Un politico parla in questo modo, non un soldato”. Insiste Minucio.  “ Voi siete soldati, io sono un soldato e da soldato dico: diamogli addosso e liberiamoci di lui una volta  per tutte!  Disturbarlo? Tenerlo sveglio? Quello se ne infischia. Dobbiamo batterlo. De-fi- ni- ti-va-mente.” Scandisce le parole.  “E per farlo….” Minucio  si interrompe e fissa un punto lontano, davanti a sé..
“ E per farlo?  Sentiamo…”
“ E, per farlo…” Minucio non termina  subito la frase. “Per farlo, ci vuole un combattimento in campo aperto. Fabio dice : aspettiamo?Ditemi,  si comportò come lui Furio Camillo? Aspettò, con le mani in mano, la resa dei Galli o  scese in pianura e ne fece strage? E Lucio Papirio Cursore? Se ne andò in giro sulle alture  aspettando di prendere i Sanniti per stanchezza o non diede tregua al nemico fino a quando non fu vendicato l’affronto delle Forche?  Basta tenersi alla larga! Alla prima occasione, diamogli addosso.” Io “ aggiunge  “ Io sono pronto.”

Da qualche parte nell’Italia centrale : campo di Annibale.

“Hai trovato la guida?” chiede Annibale al fratello Magone
“L’ho trovata. Ci condurrà   dove vuoi tu,  a Casinum”[1]
Casinum controlla la strada per Roma e, se la blocchiamo , voglio proprio vedere come  faranno i Romani ad aiutare gli  alleati. Come faranno a mandare loro soldati, vettovaglie, soldi. E voglio proprio vedere se Quinto Fabio potrà continuare ancora a farci ombra dalle alture o  a evitare lo scontro”.

Pianura di Stellate, Campania. Esercito cartaginese in marcia.

“ Voglio parlare con la guida”. Annibale è inquieto. La zona, tutta la zona dove i Cartaginesi si stanno inoltrando è  chiusa da montagne e corsi d’acqua. Il suo sesto senso lo tiene sul chi vive, sente puzza di bruciato e teme  una trappola. La guida arriva.
“Allora, dove ci hai portato?”  chiede Annibale.
“Dove volevi tu, generale: a Casilinum”[2]
Casilinum! Completamente fuori zona. La guida ha afferrato  male la pronuncia cartaginese e ha capito Casilinum invece di Casinum!
“Siamo nel Falerno , non alle porte di Roma! E tutto per colpa di  un maledetto equivoco. Fa’ crocifiggere quell’uomo ” ordina al fratello Magone “ E mandami Maarbale”.
Maarbale, per ordine di Annibale, devasta l’intera zona , sotto gli occhi dei Romani. I legionari vorrebbero  menare le mani , ma gli ordini di Quinto Fabio Massimo sono perentori: stare fermi, non muoversi. Figurarsi Minucio Rufo! Rincara la dose all’indirizzo del dittatore e molti, tra ufficiali e  semplici legionari , questa volta, lo stanno a sentire con maggiore attenzione. Se, in quel momento,  si fosse chiesto ai soldati  di scegliere con chi stare, avrebbero scelto, senza  pensarci due volte  , il magister equitum.
Come se  le devastazioni- non contrastate-  e le richieste di aiuto- inascoltate-  degli alleati non fossero sufficienti, ci si mette anche Annibale. Vecchia volpe qual è, non appena viene a sapere che lì, a tiro dei suoi cavalieri, c’è anche un podere di proprietà di Quinto Fabio, ordina di  non toccarlo. A Roma, dove cresce l’insofferenza verso la tattica attendista del dittatore, nascono nuovi  sospetti e corrono  voci incontrollate: che Fabio Massimo sia  giunto  a patti con Annibale? Insensibile ai rumores,  Quinto Fabio tiene duro. Inutile brontolare, inutile strepitare: si continua come al solito.

Territorio di Casilino.

Busto di Annibale. Fonte: Wikipedia

L’estate sta per finire e Annibale è nei guai. Niente è andato come voleva. Fabio non ha accettato battaglia  né ha intenzione di accettarla;  fra poco sarà autunno e in quei posti  non ci si  può fermare. Quel territorio è ricco, ci sono vigne e alberi da frutto, ma è il pane a mancare. Se restano lì,  i suoi soldati corrono il rischio di passare l’inverno a stomaco vuoto. Deve andarsene altrove.
Andarsene altrove: una parola. Fabio lo ha anticipato,   bloccando  il monte Calicula  , occupando la città di Casilino  e presidiando   il passo  sopra Terracina, passaggio obbligato per l’accesso, da sud, alla Via Appia. Insomma, Annibale, per colpa del Latino pronunciato male dai suoi e peggio inteso, ha ficcato la testa in un laccio che rischia di soffocarlo: se resta dov’è, muore di fame; se cerca di andarsene, ha la strada bloccata.
Decide di muoversi. Non può fare altro.  E  Quinto Fabio, subito, gli si incolla alle calcagna. I due nemici possono vedersi in faccia, tanto vicini sono i rispettivi accampamenti. Annibale compie  un primo  tentativo- dalla parte di Casilino- e gli va male: i Romani, attestati su posizioni sicure e fortificate, respingono i suoi assalti e, anziché contrattaccare,  si mantengono al riparo . Provateci ancora , se volete: vi aspettiamo.   Stanno imparando.
Da Casilino non si passa, bisogna provare altrove.  L’esercito cartaginese toglie il campo e,  sul fare della notte, si sposta in direzione del valico sopra il monte  Calicula. Come oltrepassarlo? Figurarsi la faccia di Asdrubale[3], quando Annibale gli ordina di riunire duemila buoi, fra quelli razziati nel Falerno. E figurarsi come ci resta, quando gli viene detto di legare delle fascine alle loro corna.
I buoi vengono mandati avanti, l’esercito segue in silenzio. Arrivati ai piedi del monte, Annibale ordina di accendere le fascine legate alle corna dei buoi e di spingere gli animali verso le alture. Le povere bestie, tormentate dalle fiamme, si lanciano, in tutte le direzioni,  in una corsa pazza e disordinata, lungo le pendici dei monti. I soldati di guardia, quando avvistano tutti quei fuochi intorno a loro, si spaventano  e , temendo  di essere accerchiati, abbandonano le posizioni. Nella  fuga,  c’è chi si imbatte in qualcuno di quei buoi, ma anziché riconoscere il trucco, si spaventa ancora di più, ritenendolo un prodigio .
Fabio si accorge del trambusto, ma teme un’insidia e, in più,  è contrario a combattere di notte. Non si muove e aspetta l’alba. Per rendersi conto che , questa volta, Annibale lo ha giocato: l’esercito cartaginese  si è infilato  lungo il valico lasciato libero, lo ha  superato con facilità  ed è  sbucato nel territorio di Alife.

Roma, casa del senatore Lentulo.

 “ Dunque” dice Lentulo, “Fabio è stato richiamato a Roma : deve presenziare alla celebrazione dei riti sacri. Secondo me è perché molti  di noi non hanno  digerito  quella storia dei buoi dalle corna infuocate…”
“Un bello scherzetto, niente da dire. Degno di Annibale. E  Minucio Rufo comanderà l’esercito in sua assenza ” .
“ Già, Minucio Rufo. Quando si dice la fortuna! Di punto in bianco si ritrova  – fatto del tutto insolito-  gli stessi poteri del dittatore. E’ furbo, quel Minucio: ha fatto arrivare  a Roma  una lettera in cui afferma  di aver battuto Annibale e in molti l’ hanno  bevuta. Secondo me , ha  raccontato alcune verità e molte frottole. Magari avrà impegnato Annibale,  infastidendone le  avanguardie o sorprendendone i foraggiatori,  ma , con ogni probabilità,  ha preso lucciole per lanterne, scambiando  la  ritirata strategica di Annibale per una rotta . Anzi, penso proprio che  sia andata in questo modo. ”
“Dunque,  al ritorno di Fabio  in zona di operazioni,    l’esercito avrà  due comandanti ”
“Proprio così,  e l’uno pari all’altro. Il tribuno della plebe  Marco Metilio- l’hai sentito anche tu-  non si è risparmiato perché fosse dato  a Minucio  lo stesso potere di Fabio  . Proposta ardita, ne converrai. Tanto ardita da rendere indecisi molti. Ma quando è intervenuto  Terenzio   Varrone….”
“Anche gli indecisi hanno ceduto….”
“Pensa un po’:  prima  del successo politico, Varrone  serviva nella bottega di macellaio del padre !  Metilio,  per la verità, voleva far fuori Fabio, ma non se l’è sentita. L’ha accusato, misurando bene le parole ,  di essere  un vile e un imboscato, gliene ha dette, senza mai pronunciare il suo nome,  di tutti i colori, esaltando, al contrario, Minucio.  Fabio, però,  non c’è cascato e , in apparenza, ha fatto finta di niente. Ha sostenuto le proprie convinzioni . Le battaglie si vincono usando il cervello, ha detto, non andando all’attacco senza criterio. E, alla fine del suo intervento, ha chiesto (  domanda retorica, naturalmente) : “Vi risulta che Annibale abbia vinto qualche  battaglia, da quando comando io ? “ Fabio è in gamba e  ha ragione;  Minucio è diverso, ma comanderà insieme a lui. Questo è quanto”.
E, dimmi,  tu che cosa ne pensi?”
“Mah, non saprei .  Sai che cosa ti dico?  Per me, il più contento di tutti  è Annibale. Aveva di fronte un comandante in grado di metterlo in difficoltà: d’ora in poi lo avrà ancora  di fronte, ma ..dimezzato. E che dire di Minucio? E’ della stessa stoffa di Flaminio.  Credi che Annibale non l’abbia capito?  Si starà fregando le mani, adesso.  Minucio finirà col combinare  un  grosso guaio, ne sono certo”.

Minucio, dunque,  ce l’ha fatta: ha ottenuto il comando  ed è al settimo cielo. Sensazione pericolosa, in una testa calda.  Per prima cosa  si presenta a  Fabio,  tornato nel frattempo in zona di operazioni   e gli dice: visto che siamo pari,  comandiamo un giorno per uno, oppure , se un giorno è un tempo troppo breve, concordiamo il periodo dell’alternanza. Ricevuta risposta negativa, Minucio ottiene  per sé  la metà dell’esercito( due legioni), si separa dal collega e allestisce un accampamento tutto suo. Freme all’idea di attaccare battaglia.  Un bel regalo davvero a quel marpione di Annibale, arrivato, nel frattempo, a Gereonio, in Apulia. Minucio è vicinissimo, a Larino.
Fra l’accampamento cartaginese   e  quello  romano  , si stende  una piccola pianura, abbastanza sgombra, dalle quale  spunta  una collinetta: chi l’avesse occupata , avrebbe goduto di notevoli vantaggi.  Anche Annibale mette gli occhi su quell’altura, ma per tutt’altro scopo. E’ vero : la piccola pianura, in apparenza,  non offre ripari  né alberi  né cespugli  dietro ai quali nascondere uomini armati. Ma Annibale, seppure privo di un occhio, vede  dove la vista di Minucio non arriva. Ci sono delle caverne , tutt’intorno,  abbastanza spaziose, ancorché non immediatamente appariscenti . Annibale sceglie le caverne per preparare la sua insidia ( atteggiamento, questo, sul quale Livio insiste ad ogni piè sospinto): vi nasconde cinquemila dei suoi  e , nello stesso tempo , per gettare fumo negli occhi a Minucio,  fa occupare  la piccola altura.
Minucio, ovviamente, non si aspetta un inganno. Presuntuoso e superficiale  com’è, non ci pensa nemmeno: come può  aver luogo un’imboscata , su quello spiazzo  libero, pianeggiante e del tutto privo di ostacoli? E così,  intento a preparare la contromossa per cacciare gli Africani dall’altura, non  si accorge  della manovra principale.  Proprio quello che vuole Annibale.
Fra i legionari,  alla vista del nemico, l’adrenalina sale;  lo stesso Minucio non si risparmia, a parole, nell’offendere e nello schernire Annibale. Quindi fa avanzare verso la collina  la fanteria leggera e, dietro di essa, la cavalleria in formazione compatta. Ma il nemico , per rendere il gioco credibile, non sta a guardare e, a sua volta, invia riserve fresche a sostegno degli occupanti. Minucio, allora, muove, in ordine di battaglia, le sue due  legioni.  Lo scontro per il possesso di quella collina, sta  diventando una faccenda terribilmente seria.
I veliti romani  non ce la fanno  a  salire fino  in cima all’altura; a un certo punto, anzi,  si ritirano, irrompono  attraverso le schiere dei cavalieri- scompaginandole-  e  si rifugiano nei ranghi  delle legioni. Queste ultime  hanno, ora di fronte  i veterani  di Annibale.  Se fosse stato un combattimento regolare, dice Livio , cioè uno scontro secondo le consuete regole d’ingaggio, tutti schierati in campo aperto e  vinca il migliore,  i Romani, forse, ce l’avrebbero fatta. Ma Annibale, si sa, se ne infischia delle regole e della fides e, così, fa uscire al momento opportuno i suoi dalle caverne dove li  ha  nascosti e li lancia contro i Romani. Assaliti da tutte le parti, i legionari si sentono perduti. E, insieme alla  voglia di combattere,  se ne va anche  la speranza di  portare a casa la pelle.
Un bel guaio davvero. Dopo tanti mesi senza una vittoria, Annibale ne ha adesso una  a portata di mano. Tutto il lavoro di Quinto Fabio rischia di andare in fumo.
La battaglia è in pieno svolgimento. Minucio è quasi circondato , le perdite sono gravi. Solo gli dei possono salvare la situazione. Gli dei  e Quinto Fabio Massimo. E, infatti, quando le legioni del dittatore- messo in allarme dal rumore e dalle informazioni  degli esploratori-   compaiono sul campo di battaglia, ai legionari di Minucio, stanchi e sfiduciati, quella sembra un’apparizione divina. Rianimati,   acquistano coraggio e si battono con maggiore accanimento. Annibale decide, a quel punto, che può bastare  e , per evitare di battersi con truppe fresche, ordina ai suoi di  mollare tutto e di ritirarsi. Commento di Livio: scappando, Annibale  dimostra di aver vinto Minucio, sì, ma anche di averle prese da Fabio ( palam ferente Hannibale  ab se Minucium, se ab Fabio victum”). Ognuno, è chiaro, la vede a modo suo.
Seguono pentimento e autocritica. Prima davanti ai  suoi soldati, Minucio riconosce il proprio errore, poi va da Fabio, ne loda la prudenza,  gli consegna le insegne , chiama patrones i suoi soldati e lui “padre” e gli rimette il comando. “ E’ in tuo potere  sollevarmi dall’incarico, ma, se puoi,  mantienimi al mio posto e mantieni nel grado  i miei ufficiali.” Stretta di mano ( alla romana) e fine della storia.
Dopo questi avvenimenti, a Roma  Fabio viene in parte  rivalutato. Anche perché , poco tempo prima , egli  aveva venduto quel podere  oggetto di tante voci e illazioni maligne.  Perché l’aveva venduto? In guerra,  un  tacito accordo  stabiliva questo: io restituisco a te i prigionieri e tu li restituisci a me. Se uno dei due ne riceve  di più di quanti ne restituisce , deve pagare una somma stabilita. Fabio, durante uno scambio,  aveva ricevuto quasi duecentocinquanta prigionieri in più rispetto a quelli restituiti ad Annibale. Bisognava pagare. Il Senato fece orecchie da mercante. Allora Fabio, per rispettare la parola data e i patti stabiliti, vendette il  podere  e pagò, di tasca propria e  sull’unghia Annibale.  E lo stesso Annibale non poté  fare a meno di ammirarlo.
Ma Fabio è alla fine del mandato. Gli subentrano i consoli  Attilio Regolo ( figlio dell’eroe della prima guerra punica ) e Servilio Gemino( il collega di Flaminio al Trasimeno). Entrambi,  prorogati, alla scadenza per un altro anno, continuano a praticare la guerriglia e a evitare gli scontri in campo aperto. Annibale è messo male : poco cibo, pochi soldi, speranze zero.  Pensa  addirittura , secondo Livio, di abbandonare quei luoghi e di tornarsene in Gallia. Sarebbe bastato, dice il Nostro,  continuare a stargli alla larga  e le cose si sarebbero risolte da sole. Avrebbero fatto questo i consoli dell’anno successivo?
A Roma, il clima politico è cambiato. Come accade durante ogni campagna elettorale, non vengono risparmiati i colpi bassi. Gli aristocratici romani (la nobilitas),  ai  quali Fabio appartiene, sono  sotto tiro.  Hanno voluto fortemente quella guerra per interessi loro e , sempre per interesse di classe, vogliono la continuazione delle ostilità, si afferma.  Le prove?  Spiegatemi un po’ come mai  Fabio Massimo l’ha tirata tanto per lunghe? dice qualcuno.  Come mai Minucio ha attaccato e , guarda caso, ha vinto ? dice un altro( L’allusione era alla prima lettera inviata al Senato con la notizia- per metà falsa-  di Annibale piegato dalle spade romane).  Lo stesso Terenzio  Varrone, eletto console per la parte plebea, batte e ribatte su questi argomenti.  Morale della favola: la tattica di  Fabio ha fatto il suo tempo ed è ora di voltare pagina .
E si volta pagina sul serio. Gli effettivi dell’esercito vengono aumentati e di molto. Nessuno lo dice, ma tutti lo pensano: si va verso   la battaglia decisiva.
La nobilitas  , più per contrastare Varrone che per collaborare con lui, mette in campo  un candidato a sorpresa: Lucio Paolo Emilio. Livio lo incensa apertamente:  appartiene a un’antica e nobile famiglia romana, è prudente, leale, rispettoso delle istituzioni. Un vero romano. C’è, però una macchia nel suo curriculum. Una brutta storia di bustarelle , dalla quale è uscito mezzo bruciacchiato. Lui forse non c’entrava, ma il suo collega Marco Livio Salinatore  aveva dovuto difendersi da un’accusa pesante: peculato. Era stato riconosciuto colpevole e la sua condanna era stata  un po’ anche la condanna di Paolo.
I due consoli non sono fatti l’uno per l’altro. Varrone – uomo  “ nuovo”, in tutti i sensi-   un giorno sì e l’altro pure, batte   il chiodo della responsabilità della nobilitas in quella guerra. Si ritiene una specie di predestinato, in grado di risolvere il giorno stesso del contatto con il nemico quel conflitto  prolungato ad arte da altri. Lo afferma   ripetutamente , in pubblico e lo ribadisce  prima della partenza dell’esercito. Paolo non parla molto, non si avventura in  analisi politiche,   solo si chiede  come mai  il collega sia così sicuro di vincere- al punto da indicare persino il giorno della vittoria – prima di aver visto i luoghi e valutato le forze del nemico. Non si vanta, non promette alcunché , fa capire di preferire le decisioni prudenti a quelle avventate.
C’è  lo zampino di Fabio Massimo, pensano i più. E, in effetti, Fabio è prodigo di consigli con il suo pupillo.   “ Guardati da  Varrone.” gli suggerisce  “Non attaccare, non attaccare mai in campo aperto. Faresti il gioco di Annibale. Disturbalo, punzecchialo, colpiscilo quando sei sicuro, snervalo, non farlo dormire , non farlo ragionare, tienilo sempre sotto pressione. Abbi cura degli alleati italici, sostienili, fa’ sentire che sei con loro. Non ti abbandoneranno. Annibale è a corto di soldi, ha pochi uomini, si muove in un territorio ostile. Non essere precipitoso,   abbi pazienza e, vedrai, finirà per commettere qualche errore. E, forse, messo alle strette, finirà per andarsene dall’Italia”. I soliti argomenti, insomma.  Paolo ringrazia, apprezza l’atteggiamento di Fabio, cercherà di seguirne i consigli , ma se le cose dovessero andare diversamente, non esiterà a cercare la morte sul campo, piuttosto che affrontare , per la seconda volta,  le accuse  e i sospetti  dei propri concittadini.

Roma, giorno della partenza dei consoli.

“Roma è la patria dei bei gesti ..” Lentulo scuote la testa” Da Napoli  hanno mandato oggetti preziosi per finanziare la nostra  guerra . Il senato ha ringraziato e ha restituito i doni, tenendosi solo una piccola coppa, quella di minor valore. Gerone ha mandato da Siracusa uomini, rifornimenti e una magnifica statua alata della Vittoria , tutta d’oro. Ci siamo tenuti solo questa…”
“Gli  alleati sono con noi,  per fortuna non ci abbandonano”  lo interrompe   Fabricino.
“ E questo mi conforta. Se per caso Annibale dovesse sconfiggerci  un’altra volta ….”
Dal foro si alzano strepiti e grida. Varrone avanza, accompagnato  da un lungo codazzo di persone: la plebe romana  rende omaggio al proprio eletto , al predestinato.
Anche Paolo si muove per raggiungere l’esercito.  Intorno a lui c’è meno gente, ma in quel corteo ci sono   le persone più in vista  di Roma.
“Vieni” , dice Lentulo, “ E’ ora di andare: raggiungiamo anche noi   Paolo. E che la sorte gli sia benigna.”

Il seguito della storia puoi leggerlo QUI; quello che accadde prima, puoi leggerlo QUI

[1] L’attuale Cassino.

[2] Nell’antichità porto fluviale di Capua.

[3] Non è il fratello di Annibale che cadrà al Metauro(207 a.c.), è il comandante della cavalleria pesante cartaginese.

La bibliografia la puoi trovare nel seguente post.

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