Cinque minuti

Prologo.

Il comandante del cacciatorpediniere giapponese Arashi non ha colpito il Nautilus, il sommergibile americano al quale sta dando la caccia. Ma l’ha tenuto immobilizzato abbastanza   a lungo da non considerarlo  più un pericolo per la flotta.  L’Arashi vira allora di bordo e si dirige a tutta forza verso la formazione principale.
Sopra di esso, a ventimila piedi di altezza, un bombardiere in picchiata americano Dauntless  ( “Impavido”) ne ha avvistato la scia e lo sta seguendo. Ai comandi c’è il maggiore Clarence Wade McClusky.

 Prosperità per tutti.

L’obiettivo politico dei giapponesi  era quello di creare la “Sfera di Coprosperità della Grande Asia Orientale”.  Detto in altre parole e in estrema sintesi, il Giappone voleva estendere la propria egemonia  politica ed economica  all’intera aerea del Pacifico ( e all’India), a scapito  delle potenze occidentali. Alcuni Paesi dell’area sarebbero stati occupati manu militari,  altri no, con altri si sarebbe collaborato e  tutti avrebbero avuto la propria parte di “ prosperità”.
L’attacco giapponese alla flotta statunitense alla fonda nel porto di Pearl Harbor nelle Hawaii (7 dicembre 1941), era stata la mossa d’apertura. Una volta tolte di mezzo le navi americane, il Giappone avrebbe avuto mani libere nel Pacifico. Il capo della Flotta Combinata, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, però, aveva avvisato: un anno di supremazia lo posso garantire, dopo non so. Yamamoto aveva soggiornato e studiato negli Stati Uniti e conosceva le potenzialità dell’industria americana. Il primo colpo, quindi, doveva essere decisivo.  Non lo fu: le portaerei  americane non si trovavano in porto e non furono colpite. Ma a Pearl Harbor otto corazzate e tre incrociatori furono o affondati o danneggiati( e più di duemila uomini persero la vita). E per l’ Alto Comando della Marina , convinto del ruolo decisivo delle grandi navi da battaglia negli scontri navali, questo poteva anche  bastare. Senza corazzate e incrociatori gli americani avrebbero potuto fare ben poco.
Si sbagliava.

Decisioni e pressioni.

Churchill e Roosevelt hanno deciso: prima l’Europa, poi il Pacifico, prima la Germania, poi il Giappone. Tradotto in pratica significa questo: nel settore del Pacifico, gli americani devono stare il più possibile coperti, evitare gli scontri “ decisivi”, prendere tempo in attesa che il vento cambi.
Nel Pacifico comanda un ammiraglio di 56 anni, calmo, competente, riservato: Chester William Nimitz. Nel tempo libero scrive racconti.  Alla vigilia di Midway, la sua flotta non è granché se paragonata alla flotta giapponese: un paio di portaerei intatte ( la Enterprise e la Hornet), un’altra più di là che di qua ( la Yorktown, danneggiata nel Mar dei Coralli e in viaggio verso il bacino di carenaggio) un quarantina fra navi da battaglia e sommergibili. Dunque Nimitz ha due ottime ragioni ( le decisioni politiche di alto livello e l’esiguità della flotta) per adottare un basso profilo sul piano militare e tirare per un po’ a campare. Nessuno glielo rimprovererebbe; anzi, ad essere sinceri, molti , a cominciare dal suo superiore diretto, l’ammiraglio Ernest King, lo apprezzerebbero. Lo farà?
Dal canto suo Yamamoto sembra avere una fretta dannata. Se vuole sfruttare la momentanea  supremazia sui mari e guadagnare un altro anno per cercare di costringere Roosevelt a più miti consigli, deve sbrigarsi a eliminare la flotta americana, portaerei comprese. Sa dove colpire: a Midway, la porta del Pacifico, il “ buco della chiave”, come lo chiamano a Tokyo. Sa come colpire: fingo una manovra diversiva per attirare la flotta americana  lontano da Pearl Harbor, poi  attacco Midway. A questo punto le navi americane si precipitano a  tutta forza verso l’atollo, io avanzo con le mie corazzate e i miei incrociatori e le mando a fondo una dopo l’altra.
Facile a dirsi, a farsi un po’ meno. L’esercito guarda all’Australia e ha in mente altre soluzioni( vuole isolarla, più che conquistarla), lo Stato Maggiore Generale non è entusiasta. Per fare pressione su entrambi, Yamamoto parla velatamente di dimissioni. Poi il colonnello “Jimmy” Doolittle e i suoi sedici B25 Mitchell  decollati dalla portaerei Hornet bombardano Tokio e altre città giapponesi, dando una mano all’ammiraglio. Un brivido scuote il governo e l’intero Stato Maggiore: se un altro Doolittle ci riprova, la vita  dell’imperatore può essere in pericolo: anche per questo le portaerei americane vanno tolte di mezzo alla svelta. Il 5 maggio arriva l’ok: si va a Midway.
Ma anche verso Port Moresby, come vuole l’esercito.

AF.

Il JN-25 è il codice usato dalla Marina giapponese per trasmettere messaggi . Forse è complicato, forse no, di sicuro è efficace[1]. A Pearl Harbor c’è un centro apposito ( l’HYPO)  incaricato di decifrarlo. A capo dell’HYPO  c’è il comandante Joseph Rochefort. E’ un tipo tosto. Come  tosti sono i suoi collaboratori. Dormendo poco, mangiando meno, con la testa e gli occhi costantemente sui messaggi intercettati, Rochefort e i suoi analisti riescono a carpire alcuni segreti del codice. Poca roba, per il momento. Ma in grado di identificare con certezza l’operazione su Port Moresby e di permettere a Nimitz di neutralizzarla  nel Mar dei Coralli.
Ma dopo la battaglia del Mar dei Coralli, il flusso delle comunicazioni giapponesi non si arresta, Anzi. Rochefort e i suoi non tardano a capire: il nemico ha in serbo un altro colpo. Ma dove lo porterà? Qual è l’obiettivo codificato in JN-25 come AF e di cui tanto parlano i giapponesi nelle loro comunicazioni? Pearl  Harbor? L’Australia? Ancora la Nuova Guinea? Mappe alla mano, Rochefort un’idea ce l’ha. Secondo lui AF è Midway, l’atollo corallino a quasi duemila chilometri a ovest di Pearl Harbor, avamposto americano nel Pacifico, ultimo ostacolo fra la flotta giapponese, la flotta americana e la costa occidentale degli Stati Uniti.
Ma come esserne sicuri?
Chi è sicuro è Yamamoto. Il suo piano- ambizioso, complesso e, forse, anche complicato- vuole essere decisivo, tanto decisivo da coinvolgere nella sua realizzazione l’intera flotta giapponese.  Una finta manovra attirerà le navi americane verso le Aleutine; un cordone di sommergibili steso fra Midway e Pearl Harbor affonderà tutto il naviglio affondabile; la forza aeronavale dell’ammiraglio Chuichi Nagumo( la Kido Butai) attaccherà Midway costringendo gli americani a richiamare le loro navi dalla Aleutine e da Pearl Harbor per difenderla. A questo punto entreranno in scena le corazzate e gli incrociatori e non ce ne sarà per nessuno. Insomma la trappola disegnata da Yamamoto ha come esito finale, dopo tanta preparazione, una battaglia navale convenzionale, corazzate contro corazzate a scambiarsi colpi da distanza. L’Alto Comando si spinge oltre: le portaerei? Ottime in appoggio e in fase di preparazione, ma non decisive.
Decisivo, invece, è lo scherzetto giocatogli da Rochefort. Fa inviare un messaggio in chiaro da Midway in cui si segnala un guasto al desalinatore e aspetta. Dopo qualche giorno un messaggio in codice JN-25 comunica: “ AF è a corto di acqua potabile”.
E’ fatta: AF è Midway.

Point Luck.

L’ammiraglio Nimitz ora deve scegliere. Defilarsi o combattere? Cercare di preservare la flotta o rischiarla in battaglia? Seguire le disposizioni ( “Evitare scontri “ decisivi”) o fare di testa propria? Se evita il combattimento, i giapponesi occuperanno Midway, forse minacceranno di nuovo Pearl Harbor. Ma potranno reggere a lungo, lontani come sono  dalla madrepatria e dalle altre loro basi? Potranno ricevere rifornimenti e rinforzi con continuità?  Nimitz ha solo due portaerei efficienti, una terza è in bacino di carenaggio e chissà quando sarà riparata: vale la pena rischiarle contro una forza superiore? Se vanno a fondo anche quelle, non solo Pearl Harbor, ma la stessa costa occidentale degli Stati Uniti è in pericolo.
Ma grazie allo stratagemma di Rochefort, il vantaggio della sorpresa è andato a farsi benedire. Grazie a quello stratagemma, ora Nimitz conosce la natura diversiva della manovra sulle Aleutine( subito allertate), sa come e quando evitare il cordone di sommergibili e sa dove sarà portato il colpo principale. Per di più i tecnici e le maestranze di Pearl Harbor , in meno di tre giorni, hanno messo la Yorktown in condizione di navigare; Midway può essere rafforzata soprattutto con bombardieri B17 e aerei da caccia e trasformarsi di fatto in una portaerei terrestre. Vale la pena di tentare, vale la pena di mandare le  Task Force 16 ( Hornet, Enterprise, Vice Ammiraglio Raymond A. Spruance) e 17 ( Yorktown, VA Frank J. Fletcher, di fatto il comandante dell’operazione) con le rispettive scorte incontro ai giapponesi e trasformare Midway in una trappola al contrario.
Nimitz ordina così alle sue due Task Force di portarsi a circa 400 miglia a nordest di Midway. Partite in giorni diversi da Pearl Harbor, le unità di Spruance e di Fletcher si ricongiungono  il 2 giugno in un punto denominato in codice Point Luck , punto della fortuna, punto fortunato.
Mai termine fu più appropriato.

“Dieci navi, probabilmente nemiche”.

Le portaerei di Nagumo hanno nomi di castelli, di animali mitici, celebrano gioie “accresciute” e gru danzanti. Ma sono terribili strumenti di distruzione e di morte. Portano a bordo caccia velocissimi ( i micidiali Mitsubishi Zero), aerosiluranti, bombardieri in picchiata. Guidati da piloti esperti, motivati, addestrati. Sul ponte del suo Castello Rosso ( Akagi),  in rotta verso Midway, Nagumo sa di essere forte, molto più forte degli americani, ma, da soldato esperto qual è, sa quanto importanti siano, in battaglia, il caso e la fortuna.
Non si aspetta di incontrare navi nemiche, ma non vuole correre rischi. Alle quattro del mattino del 4 giugno fa alzare i suoi bombardieri diretti a Midway; ordina di armare con siluri gli apparecchi rimasti a bordo  per affrontare eventuali minacce da parte di unità di superficie ; respinge  facilmente i primi attacchi portati dagli aerosiluranti partiti da Midway; non subisce danni dalle fortezze volanti B17 anch’esse decollate dall’isola e manda in volo alcuni ricognitori. Uno di essi, il ricognitore numero 4 , a causa di un guasto temporaneo alla catapulta di lancio decolla in ritardo rispetto agli altri.
Nella notte fra il 3 e il 4 giugno, Fletcher ha fatto muovere la   Task Force 16: Spruance si trova ora a sole duecento miglia da Nagumo. Alle 7 del mattino del 4 giugno, la Hornet e la Enterprise cominciano a lanciare i loro aerei. Il motore di un aereo s’inceppa, un montacarichi si blocca, le operazioni procedono a rilento. I Dauntless di McClusky, partiti  dall’Enterprise per primi senza contrattempi, continuano a girare in tondo sopra le portaerei aspettando i caccia e gli aerosiluranti. E consumando inutilmente carburante. A questo punto, Spruance forza la situazione e ordina a McClusky di “ procedere nella missione”, senza aspettare oltre. Detto in altre parole, i bombardieri in picchiata  non saranno, per un bel po’,  protetti da alcuna scorta. E’ una mossa rischiosa: il caso la renderà decisiva.
Frattanto da Midway e dall’oceano setacciato dai ricognitori, arrivano buone notizie per Nagumo. Il comandante della “Gioia accresciuta”( Kaga) parla di gravi danni inflitti alle difese dell’isola; tutti i ricognitori – meno il numero 4, ancora in volo- sono rientrati senza aver avvistato navi nemiche. Ma il tenente di vascello Tomonaga, comandante dell’operazione, la pensa diversamente dal comandante della Kaga: secondo lui non si è fatto abbastanza: bisogna effettuare un secondo passaggio su Midway.
Quando riceve la comunicazione di Tomonaga, Nagumo valuta la situazione. Aspettare o riarmare gli aerei con bombe per un secondo attacco a Midway? Dopo tutto, pensa l’ammiraglio, non sembra ci siano unità nemiche nelle vicinanze, il rischio si può correre. E impartisce l’ordine  di riarmare gli aerei con le bombe.
In quel momento, bassi sul mare, i primi aerosiluranti dell’Enterprise si stanno avvicinando alla Kido Butai.
Nagumo ha da poco impartito l’ordine di armare gli aerei con le bombe, quando il pilota del ricognitore numero 4 ( quello decollato in ritardo dal ponte dell’incrociatore Tone e ancora in volo) comunica di aver avvistato una decina di navi “ probabilmente nemiche”. Nagumo si allarma. Che tipo di navi ? Portaerei? Incrociatori? Per stare sul sicuro, cambia rotta, procede a zig zag e annulla l’ordine precedente: niente più bombe sugli aerei, ma siluri.  Nella fretta, molte  bombe tolte dagli aeroplani vengono sistemate dove capita sui ponti delle navi e non riposte nelle stive corazzate. Sono le 7,45.
Alle 8,09 il pilota del numero 4  identifica le navi come “incrociatori e dragamine”, per correggersi una decina di minuti più tardi: sembra ci sia anche una portaerei. È una brutta sorpresa  per Nagumo: se nelle vicinanze di Midway c’è una portaerei nemica, la trappola delle Aleutine non è scattata. E se nelle vicinanze di Midway c’è una portaerei nemica, potrebbero essercene anche altre. Ora Nagumo, come già Nimitz e Spruance, deve scegliere: mandare immediatamente gli aerosiluranti dei suoi “dragoni” – quello “Volante” (Hiryu)  e quello “Verde”( Soryu)-  a intercettare la portaerei nemica o aspettare l’appontaggio dei velivoli di ritorno da Midway e posticipare l’attacco?
Dopo averci pensato e ripensato, Nagumo decide di aspettare.
Alle 9, 00  l’appontaggio degli aerei provenienti da Midway è praticamente ultimato. Immediatamente hanno inizio le operazioni per rifornire i velivoli di carburante e per riarmarli. I ponti delle portaerei giapponesi sono congestionati da aerei, da bombe sistemate alla rinfusa, da siluri, da manichette stracolme di benzina avio.  Basterebbe un fiammifero acceso per provocare un disastro.
Alle 9,20 i  primi aerei americani armati di siluri arrivano in vista della Kido Butai. Benché  lenti e  privi della protezione dei caccia, non rinunciano alla loro missione. Con grande coraggio e sprezzo del pericolo, i piloti  provenienti dalla Hornet, dall’Enterprise e dalla Yorktown,  lanciano i loro “ferrivecchi” a pelo d’acqua  e a ondate successive contro gli obiettivi. Per gli Zero è  una specie di tiro a segno. Interi squadroni vengono decimati, non un siluro va a segno.

Destra e sinistra.

Il maggiore McClusky non sa raccapezzarsi. Ha raggiunto il punto in cui secondo i suoi calcoli, dovrebbe trovarsi la flotta nemica. Sotto di sé, invece, solo acqua a perdita d’occhio e neanche una nave.  McClusky ricontrolla i propri calcoli. No, nessun dubbio: sono esatti. E allora, dove diavolo è finito Nagumo? Che abbia cambiato rotta? Uno sguardo rapido al livello del carburante( ormai al limite)  e un’altrettanto rapida decisione: si va avanti.  Dapprima McClusky si dirige verso ovest, il binocolo praticamente “ incollato agli occhi”. Niente. Poi verso nord-ovest. Ancora niente. Due Dauntless finiscono la benzina e ammarano. Bisogna rientrare. Ma mentre sta per impartire l’ordine di rientro, McClusky avvista sotto di sé la scia dell’ Arashi lanciato a tutta velocità. Che sia quella la bussola per arrivare a Nagumo? I Dauntless seguono dall’alto il cacciatorpediniere e dopo una decina di minuti i piloti vedono materializzarsi all’orizzonte ombre scure: le portaerei della Kido Butai. Il caso- o l’intuito di McClusky-   ha fatto scattare la trappola finale.
Sono circa le dieci del mattino, l’ora in cui  Nagumo sta vincendo- anzi, stravincendo-  la battaglia di Midway.

Ora i piloti dell’Enterprise distinguono chiaramente i bersagli: le portaerei Akagi e Kaga. Gli equipaggi degli Zero, impegnati quasi a pelo d’acqua a contrastare gli aerosiluranti, non si sono accorti di nulla. E neanche a bordo delle portaerei- dove non c’è il radar-  qualcuno si accorto di qualcosa. Un colpo di fortuna inaspettato. Che un malinteso rischia però di mandare a carte quarantotto.
La procedura standard di bombardamento in picchiata individuava i bersagli in base alla distanza( vicino,  lontano). Sulla base di questa procedura, agli squadroni di testa toccava il bersaglio più lontano, a quelli di coda il bersaglio più vicino. Quando le navi vengono avvistate, lo squadrone del capitano  W. Earl Gallagher(VS6) si trova in testa e quello del capitano Richard H. Best(VB6) in coda. Stando alla procedura, il primo avrebbe dovuto picchiare sull’Akagi ( la più lontana delle due portaerei) e il secondo  sulla Kaga( la più vicina).
McClusky, invece, vuoi per la concitazione del momento, vuoi per i suoi trascorsi fra i caccia, assegna i bersagli non in base alla distanza, ma in base alla posizione. Stando al suo ordine, impartito rompendo il silenzio radio, Gallagher deve attaccare la portaerei posizionata a sinistra( la Kaga) e Best quella posizionata a destra( l’Akagi). La radio di Best, però, resta muta e il capitano non riceve l’ordine di McClusky. Secondo procedura, il suo squadrone si porta allora a quattordicimila piedi ( circa tre chilometri e mezzo) per iniziare la manovra di attacco alla portaerei più vicina, vale a dire la Kaga. Verso la quale, secondo l’ordine impartito da McClusky, si sta dirigendo anche Gallagher.
Quando si rende conto della manovra, Best trasale: i trenta Dauntless stanno picchiando su un unico bersaglio. Best interrompe la picchiata, recupera la quota, muove gli alettoni del proprio aereo, si agita come un ossesso per segnalare a gesti ai suoi di fermarsi. Niente da fare. Solo i due piloti più vicini a lui (Ed Kroeger e Fred Weber) se ne accorgono e interrompono la manovra.
Alle 10,25 di un mattino chiaro e terso, ventisette Dauntless piombano in picchiata sulla Kaga e sganciano le loro bombe. Quattro vanno a segno e subito sulla “Gioia Accresciuta” le esplosioni si succedono alle esplosioni. Esplodono gli ordigni ammucchiati alla rinfusa sui ponti, esplodono gli aerei coi serbatoi pieni di carburante, dovunque si alzano fumo e fiamme.
Qualche miglio più a destra, il capitano Best e i suoi due compagni dal cognome tedesco hanno raggiunto l’Akagi. Scendono  a 14.000 piedi di quota e iniziano la picchiata. Il cielo è praticamente sgombro . Gli Zero, infatti, si trovano ancora in basso, impegnati a neutralizzare gli ultimi aerosiluranti.
I piloti  regolano il mirino e, giunti a 1.500 piedi di quota( 450 metri), sganciano le loro bombe. Due vanno a vuoto. La bomba sganciata da Best invece centra in pieno il ponte della nave, penetra sottocoperta ed esplode. E’ una catastrofe. Come già sulla Kaga, gli ordigni sparsi alla rinfusa, gli aerei armati di bombe e di siluri, i serbatoi di benzina avio saltano in aria e prendono fuoco. Più o meno nello stesso momento, dieci miglia più  a nord, bombardieri della Yorktown centrano in pieno la Soryu, mettendola fuori combattimento.
Sono le 10,30. In cinque minuti, in cinque soli minuti, le sorti della battaglia  sono cambiate.

Epilogo.

Restano Yamamoto e la sua flotta di corazzate dai mostruosi cannoni da 460 mm, capaci di colpire a distanza senza essere colpite. Resta la minaccia di uno sbarco. E resta la Hiryu, sfuggita alle bombe dei Dauntless. Le altre tre portaerei della Kido Butai orgoglio della Marina giapponese sono affondate, Nagumo ha dovuto trasferire le proprie insegne su un incrociatore della scorta. Colpi di coda sono sempre possibili, una vittoria non più.
In uno di questi colpi di coda, la Hiryu con i suoi aerei danneggia seriamente la Yorktown, prima di essere affondata a sua volta. Dal canto suo  Yamamoto potrebbe ( e magari vorrebbe) continuare l’operazione, ma è in possesso di scarse informazioni e  la presenza delle portaerei nemiche lo rende vulnerabile. Con i loro velivoli le portaerei possono colpire da lontano, da distanze impossibili anche per i 460;  Midway non è stata conquistata e da lì possono partire le micidiali fortezze volanti B17. L’aereo imbarcato ha soppiantato la nave, decretando la fine dei combattimenti navali tradizionali. Consapevole di tutto questo, il 5 giugno Yamamoto rinuncia a proseguire l’operazione. Il giorno dopo Spruance rientra a Pearl Harbor e la Yorktown, abbandonata e senza più equipaggio, viene affondata da un sommergibile giapponese.
Due mesi dopo Midway, 10.000 marines americani sbarcano a Guadalcanal, nelle Isole Salomone. Il vento ha finalmente cambiato direzione.

Da leggere:

Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 1989
John Keegan, La Seconda Guerra Mondiale: una storia militare, 2003
Walter Lord , L’incredibile vittoria, Milano, Garzanti, 1969
Francesco Pongiglione , La battaglia delle Midway, Milano, G. De Vecchi, 1971.
Donald S. Sanford , La battaglia di Midway,  traduzione di Tullio Dobner. – Milano, Longanesi, 1976
Thaddeus V. Tuleja, L’inferno di Midway , Milano, A. Mondadori, 1969
Paolo Zorloni , La battaglia delle Midway ,Milano : Editoriale del Drago, 1990

Da vedere:

La battaglia di Midway, di Jack Smight,  1976

Ti potrebbe interessare anche:

Due gru e una Signora La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
Clicca qui per leggere l’articolo.

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

I momenti cruciali.

4,40: Nagumo fa alzare in volo parte della sua forza aerea( 108 apparecchi) per colpire Midway, ordina di armare quelli restati a bordo delle portaerei con siluri al fine di contrastare un eventuale attacco nemico portato da navi di superficie e fa alzare alcuni ricognitori. Uno di essi , causa problemi meccanici, parte in ritardo dal ponte dell’incrociatore Tone.

5,34: un PBY Catalina americano( Strawberry 5) in ricognizione segnala la presenza di portaerei nemiche nella zona di Midway.

5,53: dal Catalina in ricognizione arriva un secondo messaggio: “ Numerosi aerei nemici in volo verso Midway”. Dieci minuti dopo il messaggio viene completato: “ Due portaerei e corazzate, distanza 180 miglia, rotta 135, velocità 25 nodi”. Gli aerei di Midway si alzano in volo. Il piano di Yamamoto di distruggerli al suolo, cogliendoli di sorpresa, è fallito.

6,40: il comandante della Kaga comunica “gli ottimi” risultati del bombardamento su Midway.

7,00: l’Enterprise lancia i suoi primi aerei. Alle 7,25 i bombardieri Dauntless di McClusky, decollati per primi sono in volo. Inconvenienti tecnici ritardano il decollo degli altri aerei.
Il tenente di vascello Tomonaga, capo della missione su Midway, smentisce il comandante della Kaga e ritiene necessario “ un secondo passaggio”sull’isola.

7,10: sei aerosiluranti Avenger, provenienti da Midway, seguiti più tardi da quattro Marauders , attaccano la flotta giapponese. Nessun colpo va a segno. Numerosi aerei vengono abbattuti.

7,15: Nagumo ordina di riarmare gli aerei con bombe per condurre un secondo raid su Midway.

Ore 7,28: il ricognitore giapponese partito in ritardo dal Tone segnala a Nagumo di aver avvistato “ dieci navi, a prima vista nemiche”. Che navi sono? Il pilota non ne ha specificato il tipo e Nagumo non sa fra quelle navi se vi siano anche portaerei. Che fare?

7,45: Nagumo ordina di riarmare di nuovo gli aerei con siluri per attaccare obiettivi navali e segnala al ricognitore di continuare a cercare. Contemporaneamente, Spruance ordina ai bombardieri dell’Enterprise di “procedere nella missione assegnata” anche senza la protezione dei caccia.

7,55: 16 bombardieri in picchiata Dauntless provenienti da Midway attaccano l’Hiryu, il Drago Volante, ma senza risultati. Otto vengono  abbattuti.

8,09: rapporto del pilota del ricognitore numero  4: le navi nemiche sono incrociatori e dragamine. B27 provenienti da Midway scaricano le loro bombe da 20.000 piedi di altezza: Obiettivo: la Hiryu. Nessuna bomba colpisce il bersaglio.

8,20: comunicazione del ricognitore n. 4: le navi nemiche sembrano essere accompagnate da una portaerei.

8,38: si alzano in volo gli aerei della Yorktown.

9,18: il cacciatorpediniere Arashi sta braccando il sommergibile americano Nautilus: lanciata l’ultima bomba di profondità, inverte la rotta e si dirige a tutta forza verso la formazione principale.

9,20: lo squadrone Torpedo 8 (portaerei Hornet) composto da 15 Devastator attacca la formazione di Nagumo. E’ il primo squadrone di aerei provenienti da un portaerei ad avvistare il nemico. A corto di addestramento e di esperienza i coraggiosi piloti degli aerosiluranti vengono abbattuti dagli Zero. Solo un siluro viene lanciato e non coglie il bersaglio. Di trenta uomini ne sopravvive uno solo: il guardiamarina George Gay. Aggrappato al proprio canotto di salvataggio assisterà agli avvenimenti successivi.

9,20: i Dauntless di McClusky arrivano nel punto in cui si aspettano di incontrare Nagumo. L’ammiraglio ha cambiato rotta e McClusky non trova nessuno.

9,30: lo squadrone Torpedo 6( Enterprise) attacca la Kido Butai. Rispetto agli attacchi precedenti, l’esito non cambia.

9,47: McClusky individua la scia dell’Arashi e lo segue.

10,02: lo squadrone Torpedo 3 attacca la formazione di Nagumo. Mc Clusky avvista il grosso della Kido Butai.

10,25: comincia l’attacco alla Kaga e all’Akagi.


[1] In JN-25 ogni messaggio veniva codificato ( numeri al posto di lettere, parole o frasi) e cifrato( elaborazione del messaggio in altra forma).
Per codificare il messaggio veniva usato una sorta di dizionario contenente più di 33.000 parole , lettere o frasi in giapponese( d’ora in poi CB, Code Book) a ciascuna delle quali corrispondeva una stringa di cinque numeri.
Se la parola da codificare non era presente nel CB , chi codificava il messaggio  faceva lo spelling  della parola e abbinava  a ogni lettera o sillaba il numero ad esse assegnato dal CB. E fin qui niente di nuovo o di diverso dai comuni cifrari: una parola, un numero; una frase, un numero ( o una successione di numeri) legati da precise corrispondenze.  Eccone un esempio:

Messaggio :     Attacco       A             Portaerei    Americane   Ore 9

Codice:           23501      98675         45663          90876        76543

Nel codice (CB) alla parola ATTACCO corrispondeva la stringa 23501, alla preposizione A la stringa 98675 e così via. In altre parole, fino a quando il codice (CB) non veniva cambiato, 23501 significava  sempre ATTACCO, 45663 sempre PORTAEREI  e via di seguito. Nel CB insomma c’erano stringhe di numeri a ciascuna delle quali corrispondeva una precisa parola (ATTACCO, PORTAEREI, ecc) o una frase( ORE 9 ecc.) . CB era, per dirla in altri termini, il vocabolario di base cui attingere per le comunicazioni in codice.

Ma l’operazione non si limitava alla codifica.  Una volta   codificato ( cioè trasformato in una sequenza di numeri corrispondenti a parole o a frasi specifiche) il messaggio come abbiamo detto, veniva cifrato. In questa fase i giapponesi si avvalevano di un secondo code-book( d’ora in avanti CB2). CB2 conteneva stringhe sempre di cinque numeri ciascuna , alle quali però, a differenza delle stringhe di CB,  non corrispondeva alcuna parola o frase. Quelli di CB2 erano , in altri termini, numeri generati a caso, non collegati ad alcun termine e, quindi,  in sé e per sé privi di significato alcuno.
Ma acquistavano significato e producevano un risultato quando venivano abbinati alle stringhe utilizzate per codificare il messaggio. Funzionava così: ricevuto il messaggio in codice,  il cifratore apriva CB2, sceglieva  a caso una pagina e nella pagina una riga. Dalla riga ( a volte anche da più righe) estraeva le stringhe di cinque numeri in essa riportati e le scriveva in colonna sotto le stringhe utilizzate per codificare il messaggio.  Esempio:

Messaggio :     Attacco       A             Portaerei    americane   ore  9

Codice:           23501      98675         45663          90876        76543      (CB)

Cifratura:       76589      23678         78976          76590        19087      (CB2)

La parola ATTACCO, già codificata con la stringa  23501, veniva cifrata mediante l’aggiunta di un’ulteriore stringa tratta  da  CB2( nel nostro caso 76589, numero casuale non legato in sé e per sé  ad alcuna parola specifica). In modo analogo si procedeva per le altre parole.
I numeri del codice e del cifrario venivano poi sommati usando un sistema definito dagli analisti americani “della  falsa addizione”.  “Falsa”  perché eseguita ignorando i riporti. Esempio:

Messaggio:      Attacco       A             Portaerei    americane   ore 9

Codice:           23501      98675         45663          90876        76543 (CB)

Cifratura:       76589      23678         78976          76590        19087 (CB2)

Risultato:       99080     11243         13539            16366        85520 (CB+CB2)

Eseguendo la somma dei primi due numeri in colonna corrispondenti nel nostro esempio alla parola ATTACCO  ( 23501 e 76589) il risultato sarebbe dovuto essere  100090. Ma, come abbiamo detto, chi cifrava i messaggi, quando eseguiva le somme, NON considerava i riporti, per cui il risultato era diverso.
Così, sempre facendo riferimento  ai numeri in questione(quelli della prima colonna: 23501 e 76589), il cifratore sommando 1 e 9 scriveva 0( 9+1=10). Proseguendo nell’addizione e sommando 0 e 8 non scriveva però  9 ( 8+ 1 di riporto)come sarebbe stato corretto, ma ignorava il riporto e scriveva 8. E così per gli altri numeri. Questo sistema garantiva sempre stringhe di cinque numeri. Infatti se si fosse verificata l’eventualità di dover sommare 99999 a 99999, il risultato sarebbe stato  88888  e non quello effettivo.

A questo punto le stringhe di numeri ottenute sommando le stringhe del codice con quelle della cifratura venivano inviate a destinazione, specificando il numero della pagina e delle righe utilizzate in CB2. Chi le riceveva, armato di analogo manuale, consultava pagina e riga, individuava le stringhe  ed eseguiva l’operazione inversa, vale a dire la sottrazione senza riporti , ricavando il messaggio originario.

Gli analisti americani dell’HYPO con sede a Pearl Harbor dovevano, per prima cosa, decifrare le “ aggiunte” o “additivi”, vale a dire le stringhe casuali in cui veniva processato ( inglese processed, elaborato) il messaggio in codice originario. E non era certo un lavoro facile. Per poter avere qualche speranza di successo, occorreva poter disporre di un numero elevato di messaggi.  O sperare in qualche errore o disattenzione. Per molto tempo i giapponesi furono avari di comunicazioni, ma dopo Pearl Harbor divennero prodighi. Giocandosi  il vantaggio contenuto nella composizione casuale delle stringhe del loro cifrario. Un sistema come il loro, infatti, funziona bene se la cifra attribuita ad ogni parola codificata cambia ogni volta che la si usa. I giapponesi, invece, tendevano ( non sempre, ma abbastanza spesso) a usare più volte la stessa stringa casuale per la stessa parola o frase. Facilitando, così, il lavoro degli analisti americani. Il codice non fu mai decifrato completamente ( i cifrari – CB e CB2 del nostro esempio, per intenderci- venivano cambiati periodicamente) , ma il ripetersi di certe sequenze permise agli americani di compiere significativi progressi.

( Fonte:  Jeffrey Santos, The secrecy of Pearl Harbor)

L’immagine d’apertura raffigurante la portaerei Akagi, è tratta dal seguente sito: theminiaturespage.com

Una pagina originale del codice JN25:

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