Due gru e una Signora

Prologo.

In molti Paesi dell’Asia, la gru è  simbolo di longevità e di fedeltà. Porta fortuna. Il  suo volo è maestoso ed elegante, la sua danza d’amore affascina. In Giappone – dove la gru è considerata sacra- da sempre chi dona origami di gru riceverà a darà felicità a sé e agli altri; chi ne confeziona mille vedrà i propri desideri esauditi.
Nella lingua giapponese la gru volante è Shokaku, la gru portatrice di felicità è Zuikaku.

“Situazione Pacifico grave”

Nell’aprile del 1942, il Giappone controlla gran parte dell’Asia sudorientale. Oltre alla Corea e alla Manciuria ( già da tempo inglobate nell’impero), sono in mano giapponese o rientrano nella sfera d’influenza giapponese Hong Kong, la Malesia, Singapore, le Filippine, le Indie Olandesi ( oggi Indonesia), la parte settentrionale della Nuova Guinea,  l’Indocina, la Tailandia e quasi tutta la Birmania.  Adesso, secondo i piani, sarebbe dovuto toccare all’India, poi all’Australia e alla Nuova Zelanda.

Non va così. Spaventato a morte dal raid di Doolittle e forse illuso dalla facilità con la quale erano state portate a termine fino a quel momento  le conquiste in Asia, lo Stato Maggiore Imperiale cambia copione e anticipa le operazioni verso l’Australia e nel Pacifico  a scapito della conquista dell’India. Prepara così due operazioni: una verso Port Moresby in Papua- Nuova Guinea, l’altra verso Midway, avamposto statunitense nel Pacifico  e porta delle Hawaii. Occupando Port Moresby, i giapponesi avrebbero avuto a disposizione una base aerea per bombardare l’Australia e per interrompere le linee di comunicazione fra quest’ultima, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti; occupando Midway, essi avrebbero tenuto per un bel po’ a distanza dal Giappone le navi americane e reso impossibili ulteriori raid contro la  madrepatria. Con scarsa fantasia, battezzano la prima “Operazione MO” (MOresby) e la seconda “Operazione MI”(MIdway).
I giapponesi sono sicuri di potercela fare. Secondo loro, gli Alleati sono deboli e sulla difensiva. E, in effetti, per gli anglo-americani la situazione non è affatto rosea. Il presidente Roosevelt non ci gira intorno  e telegrafa a Churchill:” Situazione Pacifico grave”. D’altronde se, come convenuto, si vuole dare la precedenza alla Germania e all’Europa, c’è un prezzo da pagare. Non si può essere attivi a livelli accettabili su entrambi i fronti. Non ancora, almeno. Nel Pacifico, la strategia è, dunque, quella di giocare di rimessa in attesa di tempi migliori.
Un vantaggio però gli americani ce l’hanno: conoscono obiettivi e date dell’operazione MO. Convinti di essere invincibili, i giapponesi hanno abbassato la guardia, abbondando in messaggi radio e rendendo in questo modo vulnerabile il loro codice di comunicazione.  Che è stato in parte decodificato dagli analisti di HYPO a Pearl Harbor.
Dal canto suo, l’ammiraglio Yamamoto  non stravede per MO. E’ l’esercito a volere questa operazione, non lui. La sua idea fissa – per realizzare la quale è giunto persino a minacciare le dimissioni-  è quella di spazzare via dal Pacifico la flotta americana, vero ostacolo a ogni ulteriore espansione giapponese. Per lui quella verso Port Moresby  è un’operazione secondaria, utile soltanto perché può causare perdite alla flotta nemica e rendere in questo modo più facile la realizzazione dell’operazione MI. Non lo afferma pubblicamente, ma è questo che pensa.

Il piano giapponese, come al solito, è  complesso per non dire complicato. Mette insieme un mucchio di manovre, di diversioni, di spostamenti, di attacchi finti e di attacchi veri, aumentando i fattori di rischio. Se il rispetto dei tempi salta,  se il coordinamento fra le varie forze impegnate non è tempestivo, se qualcosa, inaspettatamente, si mette di traverso, salta anche tutto il resto.

L’Operazione MO  prevede tre fasi distinte, ma interdipendenti: l’occupazione di Tulagi nelle Isole Salomone, l’intervento della flotta principale per neutralizzare o prevenire la reazione americana, lo sbarco a Port Moresby. In estrema sintesi funziona così: invio  una forza da sbarco a Tulagi , occupo l’isola, costruisco  un aeroporto per interventi di copertura e di ricognizione( prima fase). Se il nemico si dirige a Tulagi per impedire o per contrastare lo sbarco, muovo la flotta principale e lo intercetto; se il nemico rinuncia a soccorrere a Tulagi, ma fa rotta verso le navi dirette a Port Moresby, mando la flotta principale nel Mar dei Coralli e gli chiudo la strada( seconda fase). A questo punto, una volta bloccata o eliminata la flotta nemica, una forza d’invasione partita nel frattempo da Rabaul in Nuova Britannia sbarca e occupa Port Moresby.  Se tutto va bene – e perché non dovrebbe andar bene?- metto l’Australia a tiro dei miei bombardieri e, partendo dalle Salomone, interrompo le comunicazioni navale fra Australia e Nuova Zelanda( oltre a quelle più importanti con gli Stati Uniti). Alla fine sia l’una sia l’altra, pena l’invasione o l’isolamento, saranno per forza costrette  a gettare la spugna o, quanto meno, a uscire dal conflitto.

Per contrastare  questo ambizioso piano, gli americani dispongono di due Task Force, la 11 e la 17, incentrate, rispettivamente, sulle portaerei Lexington (Vice Ammiraglio Aubrey Fitch) e  Yorktown (VA Frank Fletcher). Le portaerei dell’ammiraglio Halsey (la Hornet e la Enterprise) stanno ritornando a Pearl Harbor dopo il raid di Doolittle su Tokio e non sono immediatamente disponibili. Disponibile è invece la forza navale dell’ammiraglio John Gregory Crace , Royal Navy, formata da due incrociatori pesanti, uno leggero e da due cacciatorpediniere.
Sul piano puramente numerico, le forze sostanzialmente si equivalgono[1]. Ma sul piano qualitativo è tutta un’altra storia. E’ vero: i giapponesi hanno una portaerei leggera in più, ma non è questo a fare la differenza. La differenza la fanno la qualità degli equipaggi e quella degli aerei. I giapponesi possono contare su piloti addestrati ed esperti e su macchine efficienti . Gli Aichi Val( bombardieri in picchiata), e i Nakasjima Kate( aerosiluranti) sono aerei affidabili, migliori dei loro omologhi americani; il caccia Zero,  poi, non ha al momento rivali. Insomma, il pallino sembra essere in mano ai giapponesi.

La caccia. 

Il 3 maggio, praticamente incontrastati( la guarnigione australiana è stata evacuata qualche giorno prima), i giapponesi sbarcano a Tulagi e subito i loro genieri cominciano a costruire un aeroporto. L’ammiraglio Goto con le navi di scorta resta fino al primo pomeriggio, poi, a sbarco ultimato, si dirige verso Bougainville dove conta di rifornire le proprie unità in vista della seconda fase della propria  missione( proteggere la forza da sbarco diretta a Port Moresby).
I giapponesi non sono assolutamente certi della presenza di portaerei americane nella zona, lo sospettano soltanto. Ma il sospetto si fa quasi certezza quando caccia della Yorktown abbattono un ricognitore nemico. Il pilota non fa in tempo a inviare alcun messaggio, ma il suo mancato ritorno, mappe alla mano, per i comandanti giapponesi significa una sola cosa: l’aereo è stato abbattuto da velivoli  imbarcati.
Il 4 maggio,  Fletcher, dopo aver rifornito le navi( Fitch lo sta ancora facendo), si dirige a ovest per intercettare la flotta principale nemica. Informato  dell’attacco a Tulagi, cambia programma e manda gli aerei della Yorktown ad attaccare l’isola.  La navi del vice ammiraglio Shima sono ancora da quelle parti del tutto prive della copertura dei caccia( la Shoho, infatti, se n’è già andata). I bombardieri e gli aerosiluranti americani danneggiano un paio di navi e ne affondano altrettante. Nonostante l’incursione, la costruzione dell’aeroporto va avanti lo stesso. Un paio di giorni dopo i primi aerei giapponesi cominceranno le missioni.
Takagi frattanto ha saputo del raid aereo  su Tulagi: è la conferma definitiva  della presenza nella zona di portaerei nemiche. Fa muovere , allora, la propria flotta verso il Mar dei Coralli e inizia la manovra per prendere alle spalle le navi americane. La contromossa di Fletcher non si fa attendere: la sera del 6 maggio,  la Task Force 44 di Crace ( poi Task Group 17.3) viene inviata verso ovest in direzione dello stretto di Jomard[2], per sbarrare il passo alla forza diretta verso Port Moresby, partita da Rabaul in Nuova Britannia nella mattinata dello stesso giorno. E’ una mossa rischiosa: indebolisce la flotta principale ed espone Crace a un grave pericolo: senza protezione aerea, infatti, il 17.3, se intercettato, rischia grosso.
Sarà invece una delle mosse decisive.
Nel frattempo, le due flotte principali continuano a cercarsi. Ma l’oceano è vasto, tropo vasto; il tempo fa le bizze. I ricognitori vedono e non vedono, le informazioni scarseggiano o si contraddicono, la fretta e il nervosismo aumentano. Ignare le une delle altre le navi si avvicinano e si allontanano, si fermano per essere rifornite, riprendono la rotta. A un certo punto si sfiorano quasi, ma nessun ricognitore se ne accorge.

Cancellate una portaerei!

Il 7 maggio, va in scena la sagra degli errori. Da una parte e dall’altra, i piloti della ricognizione segnalano più volte di aver avvistato la forza principale in luoghi diversi e, perciò, in nessun luogo. Il pilota di un ricognitore giapponese avvista la flotta di Crace, prende lucciole per lanterne e ne esagera la consistenza. C’è anche una corazzata, fa sapere.
Ricevuta la comunicazione, l’ammiraglio Inoue, responsabile dell’intera operazione, si preoccupa. Ordina così ai bombardieri basati a Rabaul di attaccare la flotta di Crace. Anche se l’attacco va a vuoto, la nave ammiraglia- l’incrociatore Australia – scompare avvolta dalle colonne d’acqua sollevate dalle bombe giapponesi cadutele dannatamente vicino. Qualcuno la dà ormai per persa. Per soprammercato, uno squadrone di bombardieri americani B 17 scambia le unità della Royal Navy per unità nemiche. E giù altre bombe.  Per fortuna nessuna va a segno. L’Australia riemerge, senza un graffio, dalle colonne d’acqua provocate prima dal fuoco nemico, poi da quello amico.
La presenza della forza intatta di Crace nei dintorni dello stretto di Jomard induce Inoue alla prudenza e Takagi a forzare la mano. Il primo ordina al comandante della forza da sbarco,  vice ammiraglio  Abe,  di cambiare rotta e di posizionarsi più a nord in attesa di conoscere quale “ corazzata” faccia parte della squadra di Crace e sposta la data dello sbarco a Port Moresby dal 10 al 12 maggio; il secondo fa alzare una trentina di aerei armati di bombe e di siluri  e li spedisce verso Jomard per togliere di mezzo Crace. Ma i Val e i Kate di Takagi vengono avvistati dal radar della Yorktown e intercettati da squadre di caccia Wildcat.
Nel fuggi fuggi che segue, i velivoli giapponesi si liberano di bombe e siluri per andare più svelti, rompono la formazione e si allontanano. Si sta facendo buio quando una di queste squadriglie, dopo aver vagato di qua e di là, avvista finalmente una portaerei. Il capo squadriglia segnala con le luci l’intenzione di appontare e inizia la manovra. E’ a pochi metri dal ponte quando si accorge di stare scendendo su una nave nemica. Dà immediatamente gas e si allontana seguito da tutti i suoi. Dalla Yorktown ( è quella la portaerei) parte allora un micidiale fuoco contraereo. I nervosi serventi americani sparano a ogni ombra in movimento nel cielo ormai buio. Alcuni Wildcat di ritorno dalla missione per poco non rischiano di essere abbattuti dal fuoco amico. Farsa o tragedia?
E’ solo tragedia, invece, quella scaturita dall’ennesimo errore di valutazione. Alle 8 del mattino Takagi riceve la notizia dell’avvistamento di “ una portaerei e di un incrociatore”. Immediatamente fa alzare i propri aerei. Le due navi – l’incrociatore Sims e la nave cisterna Neosho, erroneamente scambiata per portaerei- manovrano abilmente e per un po’ riescono a evitare bombe e siluri, ma verso mezzogiorno, sottoposte a un attacco massiccio da parte di bombardieri in picchiata, vengono colpite. Il Sims affonda, la Neosho viene gravemente danneggiata, molti uomini muoiono durante l’attacco, altri vagheranno in mare per giorni a bordo di una scialuppa prima di essere  tratti in salvo. Molti moriranno di sete o perderanno la ragione.
Nella stessa mattinata, in base a un altro errore di avvistamento ( “ due portaerei e quattro incrociatori pesanti”), Fletcher, convinto di aver individuato la flotta principale giapponese,  manda in volo un’ottantina di aerei fra caccia, bombardieri e aerosiluranti. Ma non è la flotta principale: si tratta della Shoho in rotta, con la scorta, verso Port Moresby per proteggere la forza da sbarco.
Alle 11,15 gli aerei di Fletcher piombano sulla Shoho e la centrano. Alle 11,35, la nave affonda. E mentre centinaia di uomini vanno a fondo con lei, il  capitano di corvetta (maggiore) Robert E. Dixon, comandante di uno squadrone di bombardieri, comunica via radio alla Lexington: “ Cancellate una portaerei”( Scratch one flat-top”). Proprio così, come se si trattasse di una di quelle battaglie navali su carta tanto care , in passato, agli annoiati studenti perditempo di tutte le età e di tutti i Paesi.

Una vera Signora.

Ma lo scontro, quello vero, è solo rinviato. La mattina dell’8 maggio, fra le 8,15 e le 8,20,  i ricognitori avvistano finalmente le formazioni principali. Fletcher fa alzare i propri aerei poco prima delle 9, i giapponesi qualche minuto più tardi.  Gli americani partono in svantaggio. Le navi di Takagi sono parzialmente protette da una coltre di nuvole, quelle americane no. E come se non bastasse, i siluri dei Devastator sono difettosi. Quando centrano il bersaglio, non esplodono. Restano i bombardieri in picchiata Dauntless, gli “Impavidi”. E sono loro a scovare e a danneggiare gravemente una delle due portaerei di Takagi. L’altra riesce a farla franca, ma ogni volta riceve sempre meno aerei di ritorno dalle missioni.
Quasi nello stesso momento, con il cielo sereno e le navi ben visibili, i bombardieri e gli aerosiluranti giapponesi scortati dagli Zero si gettano sui bersagli. Il fuoco della contraerea  è intenso, numerosi aerei nemici esplodono in volo o precipitano in fiamme in mare. Ma qualcuno di essi riesce comunque a passare. La Yorktown viene centrata da una bomba e prende fuoco. Le fiamme, però, vengono circoscritte quasi subito e la nave resta operativa.
La Lexington non è altrettanto fortunata. Soprannominata  affettuosamente Lady Lex dall’equipaggio è una nave solida, elegante, veloce. Ma quando tre siluri e un paio di bombe la raggiungono, Lady Lex prende fuoco. L’equipaggio cerca  di spegnere l’incendio. In un primo momento sembra riuscirci, poi le fiamme si avvicinano pericolosamente a  un deposito di munizioni. E a questo punto, seppure  a malincuore, i superstiti devono ubbidire all’ordine di evacuazione.
Sarà un cacciatorpediniere amico, il Phelps,  a dare a Lady Lex  il colpo di grazia e a mandarla a fondo insieme alle salme di più di duecento dei suoi marinai. Gli ultimi a lasciare la nave sono il comandante Frederick Sherman e il suo cocker spaniel nero, soprannominato  “Ammiraglio Wags”. Da bordo dell’incrociatore Minneapolis, insieme agli altri superstiti, assistono alla fine di Lady Lex. Commosso,  Sherman invia l’ultimo saluto alla  “sua” nave che si sta inabissando di poppa, la prua verso l’alto:  “ Guardate con quanta dignità se ne sta andando: a testa alta, come una vera Signora!”

Epilogo

Con Crace a presidiare il Jomard passage, con una portaerei affondata e una fuori uso, con la terza terribilmente a corto di aeroplani, l’ammiraglio Inoue decide di lasciar perdere e rinuncia allo sbarco a Port Moresby. La vittoria tattica è sua, quella strategica no. Per la prima volta gli americani sono riusciti a impedire uno sbarco nemico e a interrompere la lunga striscia dei successi giapponesi nel Pacifico. E a tenerli alla larga dall’Australia.
Ma c’è anche dell’altro. Le portaerei di Takagi celebravano nel nome la gru, l’uccello sacro. Nel Mar dei Coralli, una- la Shikoku, “La Gru Che Vola”- era stata ferita gravemente; l’altra – La Zuikaku, “La Gru Che Porta Felicità”-  benché illesa,  aveva perso gran parte dei suoi aerei, le sue ali d’acciaio. Nessuna delle due avrebbe solcato, un mese dopo, il mare di Midway.
Questa volta la gru, uccello portafortuna, si era dimenticata di  Yamamoto.

Da leggere:

Dobrillo Dupuis , Arcipelaghi in fiamme : Il secondo conflitto mondiale nello scacchiere del Pacifico, Milano, Mursia, 1989
Flavio Fiorani , La guerra del Pacifico, Firenze , Giunti, 2000. (All. a Storia e dossier, n. 151 (lug.-ago. 2000).
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 2003
Marcel Giuglaris , Da Pearl Harbour a Guadalcanal : 1941-43 , Milano , Longanesi, 1973
William Manchester , Tenebre addio : memorie della guerra del Pacifico, Milano, A. Mondadori, 1982
Fletcher Pratt , La flotta degli Stati Uniti nella guerra contro il Giappone, con prefazione dell’ammiraglio Nimitz , Roma,  Casa ed. G.D.M., 1951
Edward P. Stafford , La Big E : la portaerei Enterprise nella guerra del Pacifico, Milano , Baldini & Castoldi, 1967

QUIpuoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

Una mappa animata della battaglia   è consultabile qui: Pacific War ( da cui è tratta la cartina del Mar dei Coralli)
Una volta nel sito, procedere nel modo seguente:

– Dal Menu principale ( Main Menu) sulla sidebar di sinistra cliccare su WWII: Pacific;
– Nella nuova pagina, sulla sidebar di destra, in basso alla voce BATTLE FOR NEW GUINEA, cliccare su BATTLE OF THE CORAL SEA;
– cliccare su  The BATTLE ANIMATION ( scritta rossa)
– si apre una mappa.Cliccare sui “bottoni “posti sulla barra inferiore.Ogni “bottone”, un argomento.


[1] La forza da sbarco diretta a Tulagi( VA Kiyohide Shima) ha il supporto della squadra navale del vice ammiraglio Aritomo Goto(  portaerei leggera Shoho, quattro incrociatori  un dragamine) . Dopo aver protetto lo sbarco, la forza navale di Goto deve abbandonare la zona e dirigersi a ovest per proteggere la forza diretta a Port Moresby, formata da cinquemila uomini e scortata da un incrociatore a da sei dragamine . La forza di terra è al comando del VA Kosho Abe , la forza navale è comandata dal VA  Sadamichi Kajioka. La forza principale giapponese( VA Takeo Takagi) è formata da due portaerei , da due incrociatori pesanti e da sei cacciatorpediniere.  Il suo compito è quello di neutralizzare la flotta avversaria. L’intera operazione è posta sotto il comando dell’ammiraglio Shigeyoshi  Inoue. Complessivamente i giapponesi schierano due portaerei pesanti, una portaerei leggera, nove incrociatori, quindici cacciatorpediniere, cinque dragamine, due posamine e possono contare su centoventisette aerei imbarcati.

L’ammiraglio Chester  Nimitz riunisce nel Mar dei Coralli la Task Force 11 ( Vice Ammiraglio Aubrey Fitch), la Task Force 17(VA Frank Fletcher) e alcune unità della Royal Navy( VA John Crace). In complesso , gli americani possono contare su due portaerei ( la Lexington e la Yorktown) e su nove incrociatori, tredici cacciatorpediniere , un paio di navi cisterna e centoventotto aerei imbarcati.

[2] Il Jomard Pass o Jomard Passage o Jomard Channel mette in comunicazione il Mare delle Salomone con il Mare dei Coralli.

Sotto il titolo: foto dell’USS Lexington, Lady Lex per l’equipaggio.

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