Inferno verde

Dal film " Guadalcanal", di De Lewis Sailer, 1943

Dal film ” Guadalcanal”, di Lewis Sailer, 1943

And when he gets to heaven
To St. Peter  he will tell
“One more Marine reporting, Sir:
 I’ve served my time in hell.”

Arrivato in Paradiso
A San Pietro egli dirà:
“Un altro Marine a rapporto, Signore:
Ho prestato servizio all’inferno”
**

Prologo

Lunga 150 km e larga 40, l’isola di Guadalcanal( Gadarukanaru nella lingua locale) è un inferno verde: giungla fittissima, clima umido, zanzare anofele, insetti di ogni sorta, vulcani dal sonno leggero, serpenti, coccodrilli. E poi corsi d’acqua a ostacolare le comunicazione e i movimenti da ovest verso est e viceversa,  coralli taglienti come rasoi a sbarrare  l’accesso alle spiagge, malaria e dengue “spaccaossa” sempre in agguato. Qui i giapponesi sono sbarcati alla fine di maggio del 1942 e qui hanno cominciato a costruire un aeroporto nella parte settentrionale dell’isola nei pressi di una località chiamata Lunga Point. Vogliono isolare l’Australia e ci stanno riuscendo.
Chi vuole evitarlo, chi vuole mantenere vive le comunicazioni fra le Hawaii e l’Australia  ha una sola opzione: sbarcare a Guadalcanal e impossessarsi dell’isola prima che sia troppo tardi. E’ il comandante supremo della flotta, l’ammiraglio Ernest King in persona, a volere Watchtower, l’operazione per mettere in sicurezza l’isola. L’Europa continua ad avere la precedenza, ma dopo la battaglia del Mar dei Coralli e dopo Midway è arrivato il momento di passare all’offensiva anche nel Pacifico.

Cactus.

La Prima divisione Marines rafforzata da truppe paracadutiste ha il compito di sbarcare a Guadalcanal ( nome in codice “Cactus”), a Tulagi e a Gavutu-Tanambogo sotto l’ombrello protettivo delle portaerei del vice ammiraglio Frank Jack Fletcher e degli incrociatori del contrammiraglio Victor Clutchey con il compito di impossessarsi dell’aeroporto. La comanda il maggior generale Alexander Vandergrift. Da giovane ha combattuto nelle “Sale di Montezuma”di antica memoria[1] , ad Haiti, in Nicaragua; stravede per i propri uomini e gli uomini  della divisione stravedono per lui. Ma le manovre sono una cosa, il combattimento un’altra.
Alla vigilia dello sbarco, i marines sanno poco o niente del nemico. Sanno solo di doverne fermare l’espansione nelle Salomone. Tranne i cosiddetti “ lanzichenecchi”, veterani e marines di professione, molti di loro non hanno mai combattuto; quasi tutti ignorano dove si trovino le Salomone; hanno mappe e informazioni approssimative; scarse notizie su clima, maree, terreno. Li aspetta un nemico determinato, addestrato, indurito da mille missioni, convinto della propria invincibilità. Vandergrift sa tutto questo, ma se anche è preoccupato, di certo  con i suoi non lo dà a vedere.
Il 7 agosto- D Day- i portelli dei mezzi da sbarco si abbassano e i marines prendono terra: quasi senza resistenza a Guadalcanal, fortemente contrastati a Tulagi e a Gavutu- Tananbogo. Sulla Spiaggia Rossa ( Beach Red), quella dello sbarco, vengono scaricati i primi rifornimenti( equipaggiamento, armi pesanti, munizioni, viveri) in mezzo a una grande confusione e a una disorganizzazione spaventosa. Le avanguardie di Vandergrift, lasciata la spiaggia, si dirigono verso Lunga Point e la pista d’atterraggio giapponese, mentre i cannoni navali martellano le difese di Tulagi e di Gavutu. Ritirandosi verso l’interno, il nemico ha abbandonato materiali, munizioni e viveri, riso soprattutto. La vista di quel riso mezzo ammuffito provoca smorfie di disgusto nei marines.
Presto, molto presto lo considereranno una leccornia.

Un mare di guai.

I guai, infatti, non si fanno attendere. Il primo guaio lo combina Fletcher. Aveva promesso di restare fino al 10 agosto, per dare modo di sbarcare i rifornimenti e il materiale pesante. Ma il giorno dello sbarco le sue portaerei erano state attaccate da aerei giapponesi provenienti da Rabaul. Poca roba, danni insignificanti. Ma l’ammiraglio si era preoccupato. E se tornano in forze? E se la fortuna mi volta le spalle? In fondo lo sbarco è riuscito, tutto è filato liscio, i marines sono a terra, non si vedono navi nemiche, la mia presenza non serve più. Meglio andarsene. La sera del 7 comunica: le mie navi devono essere rifornite, domani me ne vado. A proteggere i marines resta la flotta del contrammiraglio Crutchley, Royal Navy,  schierata a nord e a sud dell’isola di Savo, porta d’ingresso dello Slot, il canale delle Salomone.
La mattina del 10 agosto e nei giorni seguenti, la stampa giapponese celebra il samurai di turno: Gunichi Mikawa. Sui giornali si sprecano le iperboli e i superlativi per questo contrammiraglio tosto, aggressivo e fortunato capace di cancellare dal mare in una sola notte( quella fra l’8 e il 9 agosto) la flotta di Crutchley. Piombato sulle navi dislocate a sud di Savo e poi su quelle a nord dell’isola aveva mandato a fondo  quattro incrociatori, ma poi, inspiegabilmente, non aveva proseguito lungo il canale per attaccare i trasporti ed era tornato indietro. Forse aveva avuto paura di incontrare una forte resistenza e di sprecare la vittoria, forse aveva davvero esaurito i suoi micidiali siluri Long Lances, come dirà  a Yamamoto. Più probabilmente, come  Fletcher, anche Mikawa aveva  avuto paura dei suoi fantasmi. Ma su questo i giornali giapponesi preferiscono tacere.
L’affondamento delle navi di Clutchey è un brutto colpo per il contrammiraglio Richmond K. Turner, comandante della forza anfibia. Senza protezione sono vulnerabile, dice. Scaricherò tutto quello che posso scaricare e poi anch’io dovrò andarmene. Quando lo fa – il 9 agosto- molto materiale è ancora nelle stive delle navi.
Brutto, bruttissimo affare: i marines di Vandergrift sono a corto di cibo e di munizioni e, soprattutto, non hanno più appoggio navale. I giapponesi ne approfittano immediatamente: mandano i loro aerei di giorno e i loro cacciatorpediniere di notte a bombardare l’isola.  A Rabaul sono convinti che anche la maggior parte della forza da sbarco se ne sia andata con le navi di Turner. Quando si accorgeranno dell’errore sarà troppo tardi.

Le spine del cactus.

Il Dauntless arriva basso nel sole del mattino, vira, recupera l’assetto e atterra, sobbalzando, sulla pista di Henderson Field. E’ il primo aereo a farlo, altri Dauntless e Wildcat lo seguono a breve distanza. L’aeroporto  di Lunga Point conquistato dai marines senza resistenza alcuna l’8 agosto è diventato operativo- grazie anche al materiale abbandonato dai giapponesi-  nel giro di una  decina di giorni. Gli è stato dato il nome del maggiore Lofton Henderson, ufficiale pilota dei marines, abbattuto durante la battaglia di Midway. La sua forza aerea denominata CAF ( Cactus Air Force, una trentina di apparecchi, inizialmente) è in grado di tenere sotto controllo lo Slot e di causare non pochi grattacapi ai trasporti e alle navi da guerra giapponesi. Di giorno, almeno.
Anche a  Rabaul sono consapevoli dell’importanza di quell’aeroporto nella giungla. E preparano adeguate contromisure. D’ora in avanti la battaglia di Guadalcanal diventerà soprattutto la battaglia per la conquista e per il possesso di Henderson Field.  I giapponesi lo bombarderanno dal cielo e dal mare, quasi ogni giorno; gli straordinari genieri del campo-  muratori, carpentieri, falegnami, meccanici-  noti come Seabees, Api del mare, sapranno rimetterlo in sesto ogni volta, colmando a tempo di record le buche e permettendo agli aerei di rientrare in sicurezza.

La trappola.

Dopo lo sbarco dei marines, la reazione giapponese non si fa attendere. Il piano è in puro stile Yamamoto: attiro gli americani in una trappola e distruggo loro la flotta. Durante l’operazione MI, l’esca della trappola era stata l’isola di Midway; durante l’operazione KA ( lo sbarco a Guadalcanal per sloggiarne i marines) l’esca è una portaerei , la Ryujo . La metto bene in vista, attiro su di essa i bombardieri di Fletcher le cui navi so essere in zona e mentre gli americani attaccano, io mando i Kate e i Val di Nagumo ad affondare le loro portaerei quasi sguarnite. Non più minacciati dai velivoli americani, gli incrociatori pesanti di Abe e di Kondo neutralizzano le rimanenti navi di superficie, spianano le difese di Guadalcanal, mettono fuori uso l’aeroporto, fanno a pezzi i difensori e aprono la strada a una forza da sbarco incaricata di riprendersi l’isola. Facile no?
L’ammiraglio Raizo Tanaka incaricato di trasportare la fanteria a Guadalcanal proprio non ce la vede. Per lui, quella è un’operazione raffazzonata, confusa, affrettata. Troppa attenzione alle squadre navali, poca alle truppe di terra. Alle quali è stato semplicemente ordinato di sbarcare e di sopraffare il nemico. Ma nessuno si è sognato di compiere uno studio preliminare, di esaminare le difficoltà, di individuare i punti deboli, di stendere un piano dettagliato, di curare i rifornimenti. Tutto si riduce a questo: sbarcate e vincete.
Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Sbarcare sì, ma in quale parte dell’isola? Quando? Perché? Con o senza l’appoggio dell’artiglieria? A quali obiettivi dare la priorità una volta a terra? Come impostare la manovra? Domande retoriche per l’Alto Comando: il soldato giapponese non ha rivali, è valoroso, indomito, bene armato e animato da sacro furore. Sarà anche così.  Ma basterà? E se dall’altra parte incontra soldati altrettanto valorosi, altrettanto determinati e per di più trincerati, come la mettiamo? Assalto alla baionetta? Ma conosciamo la capacità di fuoco del nemico? Siamo sicuri che sia debole? E se le portaerei americane non cadono nel tranello, che cosa farà la flotta combinata? Potrà ugualmente spianare le difese costiere, trasformare Henderson Field in un unico cratere o non sarà costretta, piuttosto, a togliersi di torno per evitare i  bombardieri e gli aerosiluranti nemici?
No, Tanaka non è per niente tranquillo.

“Cinquecento giapponesi”.

Anche il colonnello Kiyonao Ichiki non è tranquillo. Nutre dubbi come Tanaka? Al contrario: Ichiki non vede l’ora di cominciare.  Sente l’adrenalina crescere dentro di sé, avverte l’eccitazione del combattimento imminente, è sicuro di fare un solo boccone dei marines. E’ sbarcato di notte a Taivu Point, una quarantina di chilometri a est del fiume Tenaru, con novecento uomini: tutto è andato bene, nessuno si è accorto di nulla. Ha ordine di aspettare rinforzi, ma crede di avere anche ampi margini per un’azione personale. Pensa: gli americani sono pochi, non sanno combattere di notte, appartengono a una civiltà fiacca e debole. In più, ho il vantaggio della sorpresa. Perché aspettare?
Da quella parte il punto debole delle difese americane è un argine di sabbia vicino alla foce del Tenaru. Ichiki vuole sfondare in quella direzione e aprire una breccia attraverso la quale lanciare il grosso dei propri uomini. Giocando sul fattore sorpresa.
Ma i marines si sono accorti della sua presenza. Li ha avvisati Jakob Charles Vouza( più tardi Sir Jakob Charles Vouza), un indigeno della squadra dell’osservatore costiero Martin Clemens. Catturato dagli uomini di Ichiki, torturato, pugnalato alla gola, Vouza riesce miracolosamente a sopravvivere. Camminando e strisciando, strisciando e camminando raggiunge gli avamposti americani. “Cinquecento giapponesi”, sono le sue prime parole.
Quando il 21 agosto i fanti di Ichiki escono urlando dalla giungla, i marines sono pronti a riceverli.

“Oggetti personali”.

A bordo dell’incrociatore Jintsu , la nave ammiraglia di Tanaka in rotta verso Guadalcanal, si trova anche il generale Kiyotaki Kawaguchi, comandante delle truppe da sbarco. Fra il suo bagaglio c’è  una cassa di legno, gelosamente custodita. Il contenuto? “ Oggetti personali”.
L’ammiraglio Tanaka è giù di corda. E preoccupato.  Gli è appena stata comunicata una brutta notizia: il reggimento del colonnello Ichiki è stato letteralmente fatto  a pezzi nei pressi di Henderson Field. Lo stesso Ichiki si è tolto la vita. A niente sono serviti gli attacchi notturni al grido di Banzai! contro le mitragliatrici, i lanciafiamme, i mortai, i cannoni da 75. Ichiki è stato avventato ad attaccare senza aspettare il grosso delle truppe da sbarco? Certamente, ma il problema, per l’ammiraglio giapponese, è un altro: i marines sono stati sottovalutati. E attaccarli alla baionetta quando possono contare su un volume di fuoco superiore e sull’appoggio aereo da Henderson Field è roba da incoscienti.
Ma c’è anche dell’altro. Sembra che anche gli alti papaveri abbiano perso la bussola. Quando , infatti, comunica a Rabaul di essere stato avvistato da un ricognitore nemico, Tanaka riceve prima l’ordine di cambiare rotta e di dirigersi verso nord, poi, a breve distanza dal primo, quello di tornare a sud. Che a Rabaul siano tutti andati fuori di testa?  L’ammiraglio ignora il secondo ordine e continua a fare rotta verso nord. I Dauntless usciti a cercarlo non lo trovano.
Trovano invece la Ryujo e la braccano. Fletcher è di nuovo da quelle parti con tre portaerei e le rispettive scorte. A braccare la Ryujo sono i velivoli dell’Enterprise e della Saratoga. La  Wasp, la terza portaerei, richiamata da Malta,  ha i serbatoi vuoti e si sta rifornendo in una qualche parte dell’oceano. Nella mattinata del 24 agosto Nagumo lancia i propri aerei contro la formazione di  Fletcher.

Sotto tiro.

I Kate i Val di Nagumo erano arrivati all’improvviso, quasi a pelo d’acqua i primi, alti nel cielo i secondi.  Portavano bombe e siluri. E il desiderio di rivincita del loro comandante, umiliato a Midway. Ogni sette secondi un Val scivolava d’ala, riflettendo per un breve momento la luce del sole e poi si lanciava in picchiata fra i traccianti della contraerea e quegli strani aerei dalle ali rettangolari, i Wildcat. Poi la prima bomba era arrivata sul ponte dell’Enterprise, seguita quasi subito  da una seconda e da una terza. I genieri, i pompieri, gli elettricisti si erano immediatamente messi al lavoro per spegnere le fiamme, per mettere in sicurezza le zone minacciate, per rimettere in funzione gli impianti, per riparare il ponte e permettere agli aerei in volo di tornare. Stavano facendo miracoli.
Poi il timone si era bloccato. E la Big E  aveva cominciato a girare in tondo, in agonia.
Nella sala macchine il fumo è denso, l’aria rovente e quasi irrespirabile. William Smith, il capo macchinista, sa che cosa cercare: il congegno che regola il timone. Riesce a individuarlo e capisce subito: il meccanismo non completa la corsa, si ferma a metà e poi torna all’inizio. Smith lo sblocca manualmente. Dalla plancia  una voce raggiunge Fletcher: timone di nuovo in funzione. La Big E è tornata a respirare.
Per l’intera giornata, le aquile di Nagumo la cercheranno invano.

Nel frattempo, Tanaka  riceve la conferma dell’ennesimo ordine secondo lui impartito da gente fuori di testa: invertire la rotta e dirigersi a sud. A Rabaul sono convinti della piena riuscita di KA e del successo altrettanto pieno di Nagumo. Non sono state forse segnalate portaerei americane in fiamme?  E’ il momento , dunque, di affondare il colpo e di passare alla fase due, mandando a terra le truppe di Kawaguchi.
Tanaka, a malincuore, obbedisce.

I “visitatori”.

Henderson Field ha ricevuto visite. I “visitatori”  sono “Impavidi” , “Vendicatori” e “Gatti Selvaggi”[2]. Di ritorno dalle missioni non sono potuti scendere sul ponte della Big E ancora in riparazione e hanno fatto rotta su Henderson Field, ospiti graditissimi. Quando Tanaka se li vede arrivare addosso insieme al resto della Cactus Air Force, non può fare  a meno di pensare ai cervelloni di Rabaul. E a chi gli ha ordinato di percorrere in pieno giorno quella rotta disgraziata senza adeguata protezione.
Per soprammercato, ci si mettono anche i B17 e la sfortuna. Partite da Espiritu Santo nelle Nuove Ebridi, le fortezze volanti arrivano quando già il Jintsu è in fiamme e una nave trasporto è andata a fondo. I B17 non sono Dauntless: non picchiano sull’obiettivo, sganciano le loro bombe da altezze impossibili ed è raro che vadano a segno. Questa volta, invece, lo fanno e mandano a fondo il secondo incrociatore di Tanaka, il Mutsuki. Quando da Rabaul arriva l’ordine di sospendere la missione, il danno ormai è fatto: l’ammiraglio Yamamoto ha  perso uomini, navi, aeroplani e soprattutto piloti esperti pressoché insostituibili; il generale Kawaguchi ha perso il proprio bagaglio e la cassa di legno con gli “ oggetti personali”. La sua candida uniforme da parata, destinata ad essere indossata in occasione della cerimonia di resa dei marines, pende ora da un pennone a Henderson Field a mo’ di presa in giro.

Sangue sul crinale.

Il cacciatorpediniere è una nave veloce e maneggevole: l’ideale per trasportare truppe dalle Isole Shortland nella parte occidentale delle Salomone a Guadalcanal lungo lo Slot e per martellare le difese dell’isola. Di notte, naturalmente, perché di giorno i bombardieri della CAF non lo permetterebbero. Ma a bordo di un cacciatorpediniere lo spazio è quello che è: se trasporto truppe devo lasciare a terra l’equipaggiamento pesante e viceversa. Quando inaugurano il “Trasporto topi[3] (per i marines “ Tokyo Express”) gli Alti Comandi sono consapevoli di tutto questo. Ma credono anche nel sacro furore delle proprie truppe. E soprattutto, persistendo nell’errore, sottovalutano gli uomini di Vandergrift: sono pochi, isolati, inesperti, indeboliti dalla malaria e dalla scarsità di cibo. Non potranno resistere a lungo.
Guadalcanal, ormai,  non è più soltanto un’isola strategicamente importante: è un simbolo. Nelle sue giungle, nelle sue acque, lungo lo Slot si gioca una partita decisiva. Militare e mediatica. Lo sanno gli americani, lo sanno i giapponesi. Che, dopo la delusione di Ichichi e di Ka, sospendono temporaneamente l’operazione verso Port Moresby in Nuova Guinea per dedicarsi anima e corpo a Guadalcanal e cominciano a sbarcare soldati a est e a ovest di Henderson Field. Nel giro di pochi giorni ne mettono a terra più di seimila. Con il Tokyo Express, naturalmente, vale a dire con i cacciatorpediniere e di notte. Il generale Kawaguchi in persona è sbarcato con i suoi e ha preso il comando delle operazioni. A Rabaul sono più che mai convinti della vittoria. E già pensano a come organizzare e pubblicizzare la cerimonia della resa. Forse nel bagaglio di Kawaguchi c’è di nuovo l’ uniforme bianca da parata.
Ma hanno fatto i conti senza l’oste. Lasciata la costa , le truppe giapponesi si muovono verso Henderson Field divisi in tre gruppi:  a ovest  i soldati del colonnello Oka, a est quelli del battaglione Kuma,  al centro il grosso delle forze. Ma la  giungla è un intrico impenetrabile, il clima  è soffocante, le mappe sono approssimative, il cibo comincia a scarseggiare. Quando si imbattono in alcune riserve di cibo abbandonate dai marines, i fanti giapponesi si rifiutano di proseguire e si gettano come lupi affamati  sulle razioni K.
In più ci si mette di mezzo anche la sfortuna. La radio va in tilt e Kawaguchi perde la tramontana. La marcia è lenta , il caos la fa da padrone, si brancola nel buio. Anche letteralmente. Ci vogliono quasi tre giorni per arrivare a tiro di Henderson Field. I fanti giapponesi sfibrati, debilitati, affamati, indeboliti, con poche armi pesanti  prendono posizione quasi alla spicciolata attorno a quello che sarà chiamato Edson’s Ridge, il crinale di Edson.  E’ il punto debole dello schieramento, il buco della chiave dell’aeroporto.
I giapponesi lo credono sguarnito. Non lo è. Un battaglione di marines agli ordini  del tenente colonnello Merrit Edson – “Mike il Rosso”, come lo chiamano tutti-  si è appena schierato fra le piccole alture ( le “ quote”) del crinale. I “Betty” giapponesi se ne sono andati dopo aver sganciato le bombe, è sceso il buio. I cannoni  dei cacciatorpediniere stanno facendo fuoco di preparazione da una ventina di minuti. Raggomitolati nelle loro minuscole “ tane di volpe”, i fanti di marina aspettano. E quando, cessato il bombardamento navale,  i giapponesi si lanciano all’attacco urlando Banzai! e “Maline, you will die![4]”, rispondono mandando a quel paese l’imperatore sacro Hirohito e sparando come forsennati.
Restringendo progressivamente il fronte, attirando i giapponesi allo scoperto,  utilizzando l’artiglieria, concentrando il fuoco, rianimando i propri uomini nei momenti più difficili, il colonnello Edson riesce a respingere per due giorni gli attacchi notturni condotti a ondate successive, causando perdite elevatissime al nemico. Anche sui fianchi dello schieramento gli attacchi giapponesi falliscono. I dubbi di Tanaka si sono fatti certezza: ancora una volta la superiore potenza di fuoco ha avuto ragione degli attacchi alla baionetta.
Sul “ crinale di sangue” è finita una mentalità militare e per i soldati del Sol Levante  forse è finita anche un’era.

Il ponte di Matanikau.

Come tutte le battaglie, anche la battaglia del crinale si spegne a poco a poco, fra colpi di coda, ritirate, ritorni di fiamma, inutili attese e aspettative frustrate. Sicuri della vittoria, a Rabaul gli ufficiali più alti in grado aspettano soltanto la comunicazione di Kawaguchi per indossare le loro uniformi da parata impeccabilmente stirate e assistere alla cerimonia della resa dell’odiato e disprezzato nemico. Ma Kawaguchi  tace.
Le ore passano, se ne va un giorno, se ne va un altro e da Guadalcanal solo e sempre silenzio . Le uniformi ritornano negli armadi. Kawaguchi e le sue truppe sbrindellate e demoralizzate si stanno dirigendo a ovest, verso il fiume Matanikau, dove frattanto si è attestato Oka. Non proprio un cuor di leone stando a Kawaguchi. Che in lacrime se la prende anche con il colonnello Watanabe, reo, secondo lui, di aver tardato troppo a entrare in azione.

Sul mare, frattanto, si combatte senza esclusione di colpi. Quelli migliori li mettono a segno i giapponesi. Danneggiano la portaerei Saratoga e la corazzata North Carolina, affondano la Wasp, ma non possono impedire all’ammiraglio Turner di sbarcare a Guadalcanal un intero reggimento di marines, il 7°. Per Kawaguchi e compagnia, attestati sulle colline e fra le forre del Matanikau, dunque  non è ancora finita. Vandergrift, infatti, si è stancato di giocare sempre in difesa e vuole ora passare all’attacco. Ha truppe fresche, può farlo.
Nella zona del fiume Matanikau dove Vandergrift ha lanciato l’attacco, tutto ruota attorno a un ponte.  Il Settimo entra in azione il 23 settembre attaccando da tre lati ( la foce e le due rive del fiume), ma non riesce  a fare progressi significativi. Neppure l’intervento dell’artiglieria e i tentativi di aggiramento producono risultati; più di una volta devono intervenire i Dauntless e i Wildcat  per togliere dai guai compagnie o pattuglie circondate  dal nemico. I giapponesi occupano posizioni solide, sfruttano la conformazione naturale del terreno e benché a corto di viveri si battono con determinazione.
Ci vogliono più di due settimane di scontri aspri e violenti, di attacchi e di contrattacchi , di assalti all’arma bianca sotto la pioggia battente perché i marines del colonnello Whaling riescano a conquistare quel maledetto ponte. Ma una volta oltre il ponte, i marines non trovano il nemico. Si è ritirato più in basso trincerandosi fra forre e burroni, imprendibili o quasi per chi provenga dalla costa. Ma non per chi proviene dall’interno. Le posizioni giapponesi, battute dall’artiglieria,  attaccate coi lanciafiamme e con le bombe a mano vengono espugnate una dopo l’altra. Il 9 ottobre, quando le operazioni terminano, sul campo restano quasi mille caduti giapponesi e più di cento marines.

L’isola della fame.

In quella guerra di attrito, la fame , la sete, la malaria, la dissenteria, le infezioni , le febbri si aggiungono alle bombe, alle mine, ai proiettili. Si è sempre sul chi vive, si dorme poco e male, si mangia peggio, i nervi sono tesi e a volte cedono, molti soldati non reggono lo stress da combattimento. Di giorno gli aerei nemici sganciano le loro bombe, di notte comincia il concerto dei cannoni del Tokyo Express. Quando piove, le minuscole “tane di volpe” si riempiono d’acqua gelida; si mangia quello che c’è ( riso avariato, farina d’avena), quando c’è; si trema di febbre, si mandano giù malvolentieri le pastiglie di atabrina[5]. Watchtower diventa, molto meno pomposamente, Shoestring, laccio da scarpe, perché tutto ciò che serve( armi, munizioni, viveri, medicine)  manca o arriva tardi e col contagocce. Insomma, per il marine imbucato nella sua “tana di volpe”, chi aveva voluto  quella grande impresa, aveva avuto e aveva il braccino corto.[6] C’è abbondanza solo di giapponesi.
Ma anche loro se la passano male. Non possono ricevere con regolarità rinforzi e rifornimenti, sono affamati, mangiano erba e germogli, soffrono delle stesse malattie degli americani. Quasi tutti hanno contratto la malaria. Sopra di loro,  aerei con denti di squalo dipinti sul muso della fusoliera si abbassano e spezzonano. Sono i P 400 Aircobra, caccia pensati per operare ad alta quota, ma impiegati, per mancanza di bombole di ossigeno indispensabili a certe altezze, come aerei di attacco al suolo.
Di giorno e di notte il rumore la fa da padrone.  Quello delle armi automatiche, quello dei cannoni navali, il rombo degli aerei, le grida dei soldati lanciati all’attacco.  Nei rari momenti in cui, in zona di operazioni, le armi tacciono, il silenzio è ancora più sinistro, terribile, spaventoso.
Gli ospedali da campo giapponesi funzionano male, molto male. I feriti muoiono per le infezioni, per mancanza di plasma, di setticemia. Gli ospedali  americani funzionano meglio, ma spesso le bombe non li risparmiano. Lo scontro è senza quartiere e senza pietà: o uccido o vengo ucciso, non c’è altra scelta. Le atrocità non si contano. I prigionieri vengono legati agli alberi dai giapponesi e trafitti con le baionette durante le esercitazioni, le decapitazioni sono all’ordine del giorno, le donne vengono violentate, girano voci di cannibalismo, di prigionieri fatti a pezzi e divorati. Fra i marine c’è chi vaga sul campo di battaglia armato di pinze e tenaglie per estrarre i denti d’oro ai cadaveri o per svuotarne le tasche. Qualcun altro fabbrica anelli e collanine con le ossa dei caduti. Un terribile fetore avvolge ogni cosa: quello nauseabondo dei cadaveri insepolti lasciati a decomporsi, quello dolciastro della giungla tropicale, quello soffocante della polvere da sparo e della cordite.
Non c’ è tregua, non può esserci tregua per i soldati di entrambe le parti alle prese con la fame, la paura, le malattie, le bombe. Guadalcanal è diventata troppo importante sul piano strategico e su quello mediatico perché possa essere abbandonata; Roosevelt vuole tenerla anche a costo di rinviare Torch ( lo sbarco in Marocco e in Algeria);  persino la Marina e l’Esercito giapponesi, da sempre in disaccordo, hanno deposto le antiche incomprensioni per giocarsi tutte le carte  su  quella che i loro soldati semplici chiamano Na Jima, l’  “Isola dove si muore di fame”.

Roger.

Sul mare si gioca una partita altrettanto decisiva. I giapponesi hanno più navi, sanno combattere di notte, sono più esperti, hanno affondato la Wasp, danneggiato l’Enterprise , cancellato la flotta di Clutcher, inaugurato con successo il Tokyo Express. Più degli aerei imbarcati, per loro, il problema sono i Dauntless, i Wildcat e gli Aircobra di Henderson Field. Ma per mettere fuori uso l’aeroporto c’è solo un modo: arrivargli a tiro di notte con le navi da battaglia e spianarlo. Di qui la necessità di avere il controllo delle acque intorno a Guadalcanal.
La notte del’11 ottobre, nei pressi di Cape Esperance al limite occidentale dell’isola, una flotta  di quattro incrociatori e cinque cacciatorpediniere naviga in fila, i cannoni delle fiancate rivolti verso il mare aperto. E quei cannoni, se sparassero, potrebbero causare guai seri alla flotta dell’ammiraglio Aritomo Goto in rotta, poco distante, verso Guadalcanal deciso a farla finita con Henderson Field. Ma il contrammiraglio Norman Scott non dà l’ordine: teme, facendolo, di colpire  tre suoi cacciatorpediniere  rimasti attardati quando, a seguito di segnali captati dai radar di bordo,  l’assetto era stato modificato e la rotta cambiata. Detto in altri termini, per Scott i radar hanno individuato le sue navi attardate e non quelle di Goto. Che, ignaro di tutto, sta per precipitare nella stessa situazione dell’ammiraglio Clutchley all’isola di Savo: non si aspetta una battaglia e sta navigando come se sul mare ci fosse solo lui.
A bordo dell’incrociatore Helena la pensano diversamente da Scott. Per il capitano di vascello Gilbert Hoover, comandante dell’Helena, quelle navi sono giapponesi. Senza ombra di dubbio. Hoover invia allora a Scott un Interrogatory Roger, gli chiede, cioè, il permesso di aprire il fuoco.  Scott interpreta la richiesta a modo proprio. Secondo lui, il comandante dell’Helena gli sta chiedendo se abbia  ricevuto una sua precedente comunicazione. Poiché l’ha ricevuta, Scott risponde affermativamente ( Roger) una prima volta e, dietro richiesta di conferma, una seconda volta. Ricevuto il secondo “ Roger” del proprio  comandante, Hoover ordina di aprire il fuoco. Subito seguito dal Salt Lake City,  dal San Francisco, dal Boise e dai cacciatorpediniere.
Non è trascorso neanche un minuto dalla prima salva quando Scott ordina il cessate il fuoco. E’ convinto di sparare su navi americane.  Da parte sua Goto cade nel medesimo errore. Un altro convoglio giapponese sta dirigendosi verso Guadalcanal: trasporta truppe e rifornimenti. Lo comanda il contrammiraglio Takatsugu Jojima. Per  Goto- privo di radar a bordo-  le navi con cui è venuto a contatto sono quelle di Joijma e così, anziché far parlare i cannoni ordina di mandare segnali luminosi. Si accorge troppo tardi dell’errore: un colpo centra in pieno l’Aoba , lo stesso ammiraglio è ferito a morte.
Il fuoco, mai cessato completamente dopo l’ordine di Scott, riprende, violento e micidiale, da una parte e dall’altra. I giapponesi perdono un incrociatore e quattro cacciatorpediniere, gli americani un cacciatorpediniere. E Joijma? Ha raggiunto indisturbato la costa e ha cominciato a mettere a terra truppe ed equipaggiamenti. E’ il  12 ottobre .
Nonostante la sconfitta di Goto, i giapponesi sono fermamente decisi ad andare fino in fondo. Due giorni dopo, una potente squadra navale formata dalle corazzate Kongo e Haruna e dalle rispettive scorte, bombarda Henderson Field distruggendo la metà degli aerei e mettendo in serio pericolo l’operatività della struttura; trasporti americani diretti a Guadalcanal sono gravemente danneggiati da navi di superficie e da aerei imbarcati; il cacciatorpediniere Mc Farland con il suo carico di feriti  riesce a stento a riparare nel porto di Tulagi.  Il nodo scorsoio intorno a Guadalcanal, insomma, sembra stringersi sempre di più.

Basilone.

L’ammiraglio Robert Gormley, il comandante in capo del settore, ha sempre più il braccino corto e sempre meno fiducia. Detto in altre parole lesina in rinforzi e in rifornimenti perché non crede di riuscire a tenere l’isola.
Chi è convinto del contrario, invece, è il sergente John Basilone, mitragliere. Per due giorni, quasi da solo, tiene la posizione intorno a Edson’s Ridge, sparando, riparando le armi quando si inceppano, sgusciando fra le linee e ritornando carico di munizioni, orinando sulle mitragliatrici per raffreddare le canne, causando gravi perdite al nemico.
Che non è un nemico qualsiasi questa volta. In campo c’è la leggendaria divisione Sendai , mai sconfitta, comandata dal generale Harukichi Hyakutake in persona, decisa a stritolare i marines in una tenaglia mortale. Ma ancora una volta la pioggia torrenziale, la reazione di Basilone e di tutti gli altri reparti impegnati,  prima limitano, poi fermano  lo slancio dei fanti giapponesi sia a nord ( fiume Matanikau), sia a sud ( Edson’s Ridge) del perimetro. Torna in scena anche una nostra vecchia conoscenza, il generale Kawaguchi con o senza uniforme da parata al seguito, arrivato in ritardo all’appuntamento con l’altro braccio della tenaglia e bloccato, dopo aspri combattimenti, intorno a quel crinale insanguinato per lui sempre più invalicabile. Basilone riceverà la Medal of Honor , diventerà una celebrità in patria; Kawaguchi sarà rimosso dall’incarico.
Cadono altre teste. Il 25 ottobre, mentre nella giungla di Guadalcanal Basilone e i suoi due compagni rimastigli bloccano la Sendai, l’ammiraglio William Halsey  assume il comando  del settore al posto del “pessimista” Ghormley. Il suo soprannome è tutto un programma: lo chiamano Bull, toro.

La svolta.

Eppure, sulle prime, il “Toro” non è fortunato. Il 26 ottobre, durante la battaglia di Santa Cruz, gli aerei dell’ammiraglio Nagumo mandano a fondo la sua diletta Hornet, dal ponte della quale era partito il raid di Doolittle su Tokio. Un paio di settimane dopo i cannoni di corazzate e incrociatori giapponesi danneggiano gravemente numerosi navi degli ammiragli Scott e Callahan che restano entrambi uccisi nello scontro. Nel corso della battaglia tuttavia, nota come prima battaglia navale di Guadalcanal( 12-13 novembre), i giapponesi non riescono a mettere  a terra uomini e rifornimenti né a bombardare Henderson Field, sicché molti la considerano una vittoria tattica americana.
Ma il 15, al termine della seconda battaglia navale di Guadalcanal, Tanaka riesce a sbarcare uomini e rifornimenti sulle spiagge dell’isola anche se , per farlo, ha dovuto pagare un prezzo altissimo.
Paradossalmente, quelle due mezze vittorie sono il punto di svolta dell’intera campagna. I giapponesi  si trovano a corto di aerei e di piloti esperti. Hanno perduto quasi settecento aeroplani, un’enormità. E, soprattutto, non riescono a rimpiazzarli a ritmi accettabili. L’industria americana, invece, come aveva previsto Yamamoto, sforna un aereo dopo l’altro, una nave dopo l’altra. E i piloti? Da sempre i giapponesi impiegano tutti i loro aviatori più sperimentati in prima linea: quando vengono abbattuti non sanno come sostituirli, perché non hanno reclute sufficientemente addestrate. Presto, molto presto, dovranno far soffiare il kamikaze, il “ vento divino”.Una parte dei piloti americani più esperti, invece, a rotazione, non combatte, ma insegna ai più giovani a farlo.
E che dire di Henderson Field? Ha resistito alla “notte delle corazzate”, ai bombardamenti notturni del Tokyo Express, agli assalti da terra.  I suoi aerei sono una minaccia costante per i convogli, per le navi da guerra, per la fanteria. I giornali giapponesi possono cantare vittoria quanto vogliono, ma per chi combatte per e sull’ “isola dove si muore di fame”, la vittoria  è lontana come la terra dalla luna. Dopo quelle due mezze vittorie navali, i giapponesi cominciano a pensare sul serio di ritirarsi da Guadalcanal.
Dove ormai, sul terreno, gli americani li superano nella proporzione di due a uno, hanno copertura aerea, più artiglieria, truppe fresche. Halsey non ha lesinato rinforzi, questa volta. La Prima divisione ha lasciato l’isola ed è arrivato l’ Esercito; il generale Vandergrift ha lasciato il comando al maggior generale Alexander Patch. Ai suoi ordini ci sono tre divisioni: l’Americal (contrazione di America and New Caledonia), la 25.ma, la Seconda divisione marines. Cinquanta, sessantamila uomini con cannoni, mortai, carri armati.
E tocca a quei fanti togliere le castagne dal fuoco. Tocca a loro espugnare le posizioni tenute del nemico anche quando gli aerei o i cannoni le hanno quasi spianate,  tocca a loro prendere possesso fisicamente dei luoghi contesi.
E il luogo conteso, questa volta, è Monte Austen, un’altura in grado di tenere sotto controllo e di minacciare Henderson Field. La manovra a tenaglia iniziata da Patch si infrange contro il ridotto fortificato di Gifu, progredisce lentamente e si conclude con la neutralizzazione dei capisaldi nemici di Galloping Horse e di Sea Horse. Nel frattempo, il Tokyo Express lavora al contrario, evacuando dall’ isola più di diecimila uomini.
Il 9 febbraio  a Guadalcanal  non c’è più un giapponese in armi.


Epilogo.

Il sergente John Basilone, Compagnia C, Primo battaglione, XXVII marines, Quinta divisione è sbarcato a Iwo Jima. Stanco di percorrere l’America in lungo e in largo per promuovere la sottoscrizione dei bond di guerra, ha chiesto di essere riassegnato a un’unità combattente. E’ stato accontentato.
A Iwo Jima piove, il fuoco nemico è intenso. Come a Guadalcanal c’è di mezzo un aeroporto, quello di Motoyama. Intorno ad esso si combatte aspramente, il terreno è letteralmente coperto di cadaveri. Un soldato americano intento a sfilare una mantellina antipioggia a un caduto giapponese, vede un uomo uscire allo scoperto, guardarsi attorno con circospezione, fermarsi e fare segno ai propri compagni di farsi avanti. Cinque, sei marines, lo raggiungono  e proprio in quel momento una bomba di mortaio, una sola, li prende in pieno.
Il sergente John  Basilone è il primo a cadere.

Da leggere:


Dobrillo Dupuis, Arcipelaghi in fiamme : il secondo conflitto mondiale nello scacchiere del Pacifico, Milano, Mursia, 1999
Flavio Fiorani, La guerra del Pacifico, Firenze,  Giunti, 2000
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 1989
Marcel Giuglaris, Da Pearl Harbour a Guadalcanal : 1941-43 , Milano , Longanesi, 1973
Marcel Giuglaris, Storia della guerra del Pacifico : da Pearl Harbour a Hiroshima, Milano, Sugar, 1966
Robert Leckie , Sfida per il Pacifico : la battaglia di Guadalcanal, Milano, Mursia,1968
James Jones, La sottile linea rossa, Bur
Joseph N. Mueller , Dalla sconfitta alla vittoria : il contrattacco dei Marines : Guadalcanal, agosto 1942-febbraio 1943, Milano, RBA Italia, 2009
Gianni Padoan , La battaglia di Guadalcanal, Bologna, Capitol, 1978

Da vedere:

La sottile linea rossa, di Terrence Malick, 1998. Con James Caviezel, George Clooney, Nick Nolte, John Travolta, Ben Chaplin.

In questo sito:

Cinque minuti. Midway 1942: la vittoria ” impossibile”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Due gru e una Signora. La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
Clicca qui per leggere l’articolo.

Il sasso della fionda. Golfo di Leyte, Filippine, ottobre 1944. Il Golia giapponese  sembra quasi invincibile, ma il Davide americano arma la propria fionda…
Clicca qui per leggere l’articolo

Sangue e cenere. A Iwo Jima, “l’isola dello zolfo”,  in trentasei giorni cadono settemila marines. Quasi duecento al giorno.
Clicca qui per leggere l’articolo.

I fiori di fuoco
Okinawa 1945: una strage infinita, errori tattici, “vento divino” e una decisione che sconvolse il mondo.
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QUI puoi leggere altri post relativi alle operazioni militari nel Pacifico e in Europa.

Gli avvenimenti in breve.

La campagna di Guadalcanal fu combattuta a terra, sul mare, nei cieli. Durò sei mesi e costò  la vita a più di settemila uomini, fra marines, soldati,  marinai, aviatori e la perdita di circa settecento aerei e di ventinove navi. Le perdite giapponesi furono più o meno il triplo in termini di vite umane e grosso modo si equivalsero in quanto a aeroplani. Tuttavia l’industria giapponese non poteva competere con quella americana: per quanti aerei costruisse, per quante navi varasse, era sempre in svantaggio. Particolarmente grave per i nipponici si rivelò , poi,  la perdita di piloti esperti e collaudati.
Dopo Guadalcanal l’iniziativa passò agli americani. L’isola divenne un’importante base di rifornimento e  trampolino di lancio per i “ salti della rana”- vale a dire l’avanzata atollo dopo atollo verso il Giappone –  tanto cari al generale Douglas Mc Arthur.

7 agosto 1942: 10.000 marines della Prima divisione agli ordini del generale Alexander Vandergrift sbarcano a Guadalcanal nelle Isole Salomone. Tremila marines appoggiati da paracadutisti sbarcano nelle vicine isole di Tulagi e di Gavutu-Tanabogo.
8 agosto: le isole di Tulagi e di Gavutu-Tananbogo vengono occupate dai marines dopo violenti combattimenti. A Guadalcanal, i marines raggiungono sul far della sera l’aeroporto. I giapponesi si ritirano verso l’interno.  Fletcher lascia Guadalcanal. Battaglia navale di Savo, favorevole ai giapponesi.
9 agosto: se ne va anche l’ammiraglio Turner con le navi da trasporto. Non tutto il materiale è stato scaricato.
11 agosto: comincia la costruzione dell’aeroporto. I genieri americani usano materiali  e mezzi abbandonati dai giapponesi. Intorno al campo d’aviazione viene steso un perimetro difensivo.
16 agosto: il campo d’aviazione viene dedicato al maggiore Lofton Henderson. Il colonnello Ichiki parte da Truk nelle Caroline Orientali diretto a Guadalcanal con mille uomini a bordo di cacciatorpediniere. Il grosso della forza da sbarco lo segue a bordo di navi da trasporto più lente.
18 agosto: il campo d’aviazione è ufficialmente ultimato.
19 agosto: Ichiki sbarca a Guadalcanal a est di Taivu Point.
20 agosto: i primi aerei da combattimento( 12 Dauntless e 19 Wildcat) atterrano a Henderson Field. Ichiki si avvicina al campo. Nei giorni successivi arriveranno anche i P400,  i P39 Aircobra e altri Dauntless.
21 agosto: poco dopo mezzanotte, Ichiki attacca alla baionetta. I giapponesi vengono  bloccati, accerchiati e respinti con gravissime perdite.
28 agosto: un convoglio con circa tremila soldati giapponesi viene intercettato dagli aerei di Henderson Field e costretto a tornare indietro.
31 agosto: il Tokyo Express comincia a sbarcare i primi contingenti di truppe a Guadalcanal.
12 settembre: comincia la battaglia di Edson Ridge. Durerà tre giorni. I giapponesi vengono respinti con gravi perdite.
18 settembre: il 7° Marines sbarca a Guadalcanal.
23 settembre: comincia la battaglia intorno al fiume  Matinakau. Terminerà il 9 ottobre con la sconfitta dei giapponesi. Henderson Field riceve altri aerei.
11 ottobre: battaglia navale notturna  di Cape Esperance.
13 ottobre: il 164.mo Fanteria sbarca a Guadalcanal. Sono le prime truppe dell’Esercito a mettere piede sull’isola.
23 ottobre: comincia l’attacco della divisione Sendai intorno al Matinakau e a Edson Ridge. I soldati giapponesi, rallentati dalla pioggia torrenziale e stanchi per la lunga marcia attraverso la giungla e non riescono ad avere ragione dei marines americani. Il sergente John Basilone riesce a tenere la propria posizione benché attaccato da forze preponderanti.
25 ottobre: l’ammiraglio William “Bull” Halsey assume il comando del settore del Pacifico sudorientale. Sostituisce l’ammiraglio Ghormley.
26 ottobre: battaglia navale di Santa Cruz. Nagumo ha la meglio. La portaerei Hornet viene affondata.
12-13 novembre: prima battaglia navale di Guadalcanal. I giapponesi hanno la meglio, ma non riescono a sfruttare il vantaggio. L’ammiraglio Abe si ritira senza sparare un colpo sui trasporti americani  e su Henderson Field.
14-15 novembre: seconda battaglia navale di Guadalcanal. Questa volta ad avere la meglio sono gli americani
30 novembre-1°dicembre: battaglia navale di Tassafaronga. Vittoria giapponese.
9 dicembre: i marines della prima divisione vengono rilevati da unità dell’Esercito. Il generale Alexander Patch sostituisce nel comando il generale Alexander Vandergrift.
17 dicembre: i marines occupano Mount Austen, sloggiandone i giapponesi.
31 dicembre: l’imperatore Hirohito autorizza il ritiro delle truppe giapponesi da Guadalcanal.
10 gennaio 1943 : offensiva americana intorno a “quota 66” nella zona del fiume Matinakau.
20 gennaio: comincia l’offensiva americana verso Kokumbona, quartier generale giapponese sull’isola.
23 gennaio: Kokumbona è conquistata.
1° febbraio: il Tokyo Express inizia l’evacuazione delle truppe giapponesi( operazione Ke).
7 febbraio: termina l’operazione Ke. Tredicimila soldati giapponesi sono stati evacuati.
9 febbraio: il generale Patch comunica ad Halsey  la messa in sicurezza di Guadalcanal.

Nel web: Pacific war ( Main menu > Pacific > The battle for Guadalcanal Island> The battle animation). Si può prendere visione, con analoga procedura, delle animazioni relative alle battaglia navali di Savo, Salomone Orientali, Santa Cruz. Sito raccomandato.

Cartine. Tutte le cartine sono tratte dal libro di Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, citato. CLICCA SULLE CARTINE PER INGRANDIRLE.

Battaglia del fiume Tenaru(21 agosto 1942).

Battaglia del fiume Tenaru(21 agosto 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

La battaglia di Edson's Ridge(12-14 settembre 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

La battaglia di Edson’s Ridge(12-14 settembre 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

La battaglia del fiume Matinakau( settembre-ottobre 1942)

La battaglia del fiume Matinakau( settembre-ottobre 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

Lo "Slot"

Lo “Slot”. Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968


[1]  Le “ Sale di Montezuma” (“ Halls of Montezuma” ) sono ricordate nel  primo verso dell’inno dei marines. Il riferimento è alla battaglia di  Chapultepec ( 1847), combattuta durante la prima guerra contro il Messico. Alla battaglia partecipò anche un piccolo contingente di marines.

[2] Rispettivamente Dauntless, Avenger, Wildcat.

[3] Fu chiamato in questo modo perché i topi di giorno stanno nascosti e di notte diventano attivi. Proprio come i cacciatorpediniere usati per trasportare truppe e materiale a Guadalcanal

[4] “Marine, tu morrai!”. La parola “Maline” messa qui in bocca ai giapponesi  non è un refuso. Come gran parte degli orientali, i giapponesi pronunciano la “R” con un  suono simile a quello della “L” italiana, a metà fra R e L.  Da qui  MaLine  al posto di MaRine. Siccome in giapponese la “L”  non esiste, i marines a Guadalcanal abbondavano in parole d’ordine piene di L( Lilliputian, Lollypop , Lullaby, ecc)  che i giapponesi, anche se le avessero conosciute, non avrebbero saputo pronunciare correttamente. Al massimo avrebbero saputo produrre  quel suono a metà fra la R e la L che li avrebbe immediatamente smascherati.

[5] Farmaco sintetico antimalarico la cui assunzione dava alla pelle un colore giallastro, noto come “ L’abbronzatura da Atabrina”. I marines non assumevano volentieri  questo farmaco perché ritenevano che rendesse impotenti.

[6] Nel linguaggio economico gergale “Shoestring” , letteralmente Laccio da scarpe, indica un piccolo capitale  versato per avviare un’impresa.

**Epitaffio inciso sulla tomba del soldato di prima classe Bill Cameron, Prima divisione Marine, Compagnia H, Secondo battaglione, Primo reggimento, caduto a Guadalcanal. La versione originale reca “ Soldier” al posto di “ Marine”. Ma la variante con “ Marine” resta quella più diffusa.

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