Il sasso della fionda

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Prologo.

Lente, male armate, peggio corazzate, tre volte più piccole delle loro sorelle maggiori, con pochi velivoli a bordo, le portaerei adibite al servizio scorta ( escort carriers, CVE), quando incontravano navi da battaglia erano come agnelli davanti ai lupi. Potevano, infatti, proteggere i convogli dagli attacchi dei sommergibili, dare copertura alle truppe da sbarco, ma nulla potevano contro corazzate e incrociatori. E che dire dei loro fratelli minori, i lenti, male armati e leggeri cacciatorpediniere di scorta?
Eppure, quelle “carrette” sorpassate dai tempi e dagli avvenimenti si trovarono a un certo punto nel bel mezzo di una battaglia decisiva. Una battaglia dove le corazzate e gli incrociatori nemici –per non parlare dei cacciatorpediniere- erano più numerosi delle onde sul mare. E loro, le “jeep carriers” e le unità di scorta, fecero tutto il possibile.
Anzi, fecero più del possibile: si batterono non da figli di un dio minore, ma da vere e proprie portaerei, da vere e proprie corazzate.

Il salto della rana.

Dopo Pearl Harbor, l’ammiraglio Ernest King, comandante in capo della flotta aveva delineato, in quattro fasi, la strategia per il settore del Pacifico.  In una prima fase gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi nel contenimento del nemico; in una seconda fase, al contenimento avrebbero potuto fare seguire controffensive limitate; in una terza fase al contenimento avrebbero dovuto fare seguire controffensive di ampia portata; nella quarta fase, infine, il Giappone sarebbe stato contrattaccato con tutte le forze disponibili.  La strategia di King partiva, in sostanza, da una fase puramente difensiva per arrivare a una fase totalmente offensiva, passando per una fase prima difensivo-offensiva e poi offensivo-difensiva.
Dopo Midway ( prima fase), dopo Guadalcanal ( seconda fase), la strategia americana si era tradotta, sul piano operativo, in “un balzo di isola in isola”. L’island hopping o leapfrogging, salto della cavallina ( letteralmente “salto della rana”) come fu definito, consisteva nel colpire i giapponesi là dove essi erano più deboli, occupando le isole scarsamente o per niente difese e tagliando fuori i centri più muniti. Questi ultimi, isolati e impossibilitati a ricevere con continuità rinforzi e rifornimenti, sarebbero lentamente “ appassiti sulla pianta” (Wither on the vine). In questo modo gli Stati Uniti avrebbero contenuto il nemico e nello stesso tempo , passo dopo passo, isola dopo isola, offensiva dopo offensiva, avrebbero portato il Giappone a tiro dei propri bombardieri e creato le condizioni per attaccarlo in forze ( quarta fase della strategia King).
L’island hopping era stato condotto da due personalità non comuni: l’ammiraglio Chester W. Nimitz , comandante in capo della flotta del Pacifico e il generale Douglas MacArthur, comandante del Settore del Pacifico del sudovest. Il primo, “saltando” di isola in isola,  era avanzato nelle Gilbert, nelle Caroline, nelle Marshall e nelle Marianne; il secondo , adottando la stessa tattica, aveva portato la bandiera a stelle e strisce a garrire in Nuova Guinea e nell’arcipelago delle Bismarck.
La domanda, a questo punto, era: quale sarebbe stata la mossa successiva? In altri termini: su quale isola sarebbe dovuta saltare la rana? Per Nimitz la mossa più sensata sarebbe stata quella di occupare l’isola di Formosa, vicina tanto al Giappone, quanto alla Cina; MacArthur, invece, avrebbe voluto occupare le Filippine. Il primo vedeva la questione da un punto di vista tattico e strategico scevro da ogni condizionamento di tipo personale; il secondo , invece, era più coinvolto emotivamente. Tre anni prima era stato costretto a lasciare le Filippine e, andandosene, aveva solennemente promesso  di ritornare. E quell’ I’ll return ( tornerò) stava alla base, insieme ovviamente alle considerazioni di tipo tattico e strategico, della sua scelta.  MacArthur non cessava di ripetere: se non tornassimo nelle Filippine, verremmo meno a una promessa solenne e perderemmo prestigio e credibilità.
La questione fu sottoposta al presidente Roosevelt e Roosevelt scelse le Filippine. Nimitz rinunciò alla propria idea di attaccare Formosa e si apprestò a collaborare.
Come prologo all’invasione  furono lanciate numerose missioni aeree e navali verso Formosa e verso le Filippine. Esse causarono gravi perdite ai giapponesi sia in termini di uomini, sia in termini di navi e di aeroplani. Quando tutto fu pronto, la forza da sbarco americana  si diresse vero le Filippine. Destinazione: l’isola di Leyte.

Vittoria.

20 ottobre 1944: il generale Douglas MacArthur – al centro, in primo piano- raggiunge la spiaggia di Leyte. Le prime parole del suo proclama al popolo delle Filippine saranno: ” I have returned”, sono tornato.

Il 20 ottobre i marines americani della Sesta Armata del generale Walter Krueger, protetti dalla Settima Flotta[1], sbarcano a Leyte. Con loro sbarca anche il generale MacArthur.
La contromossa giapponese è immediata. Il piano per contrastarli prevede una manovra diversiva e una principale. La flotta  del vice ammiraglio Ozawa deve fungere da esca [2]e attirare lontano da Leyte le portaerei dell’ammiraglio William Halsey. Contemporaneamente il vice ammiraglio Takeo Kurita con la forza principale[3] deve  sbucare a nord dell’isola di Samar attraverso lo stretto di San Bernardino, mentre le unità dei vice ammiragli Nishimura e Shima [4]devono forzare  a sud lo stretto di Surigao, convergere verso nord e unirsi alla flotta di Kurita per neutralizzare la forza da sbarco americana.  E’ la cosiddetta operazione Sho-1 ( Vittoria- 1)[5] .
Un’operazione vitale per il comandante della flotta combinata giapponese, l’ammiraglio Soemu Toyoda. Perdere le Filippine, infatti, per i nipponici equivarrebbe a un disastro: niente più afflusso del petrolio delle Indie Olandesi verso la madrepatria, niente più afflusso di armi e di munizioni dalla madrepatria verso la flotta. Impossessandosi delle Filippine, gli americani interromperebbero le vie di comunicazione giapponesi da nord a sud e viceversa. Toyoda ne è perfettamente consapevole. Dice: “Se perdiamo le Filippine, anche la flotta diventa inutile.” E così decide  di giocarsi il tutto per tutto gettando nella battaglia ogni unità di superficie disponibile, usando come esca le portaerei, quelle portaerei un tempo orgoglio della Marina Imperiale e ormai quasi inutili per mancanza di aerei e di piloti sperimentati.
E’ una partita persa in partenza. Gli americani hanno più navi, più uomini, più aeroplani. Ma il caso, un capriccio della sorte, un errore, una disattenzione, l’esecuzione perfetta delle varie fasi dell’operazione Sho-1 potrebbero renderli più vulnerabili e vanificare il loro vantaggio iniziale. Forse Toyoda spera in questo, forse confida nello spirito guerriero dei propri uomini, nei mostruosi cannoni da 460 mm delle corazzate Yamato e Musashi o nel “vento divino” in procinto di soffiare. Ma ha pur sempre meno aerei imbarcati di quanti cacciatorpediniere abbiano gli americani . E questo, di per sé, sarebbe sufficiente a spegnere ogni speranza.

L’esca invisibile.

Tanto più che per i giapponesi le cose si mettono subito male. Due sommergibili americani, il Dace e il Darter, il Cavedano e la Perca Dorata[6], avvistano, tra il 23 e il 24 ottobre, al largo di Capo Palawan non la  flotta-civetta di Ozawa, ma la flotta principale di Kurita. La seguono a tutta forza navigando in superficie, ne segnalano la presenza, si immergono , lanciano i siluri,  mandano a fondo un paio di incrociatori e ne danneggiano un terzo. Kurita ci mette del suo: intercetta il messaggio del Darter, ma non schiera la propria formazione in funzione antisommergibile. Pagandone le conseguenze.
Allertato il 23 dal Darter, Halsey mette in movimento la sua Terza Flotta[7]. Che, al momento, non è al massimo della propria potenza. Un paio di “Task Group” sono infatti in viaggio verso la base di Ulithi  nelle Caroline per riarmarsi e per rifornirsi. Dopo la comunicazione del Darter, Halsey ne richiama uno in tutta fretta, ma consente all’altro di continuare la rotta su Ulithi. Non si tratta di un Gruppo qualsiasi. Quel Gruppo( vice ammiraglio Mc Cain) conta tre portaerei di squadra e quasi il 40% della forza aerea imbarcata. Privarsene in un momento cruciale significa fare un favore al nemico. Halsey se ne rende conto e il 24 richiama anche il secondo Gruppo. Ma intanto Kurita è stato individuato, quasi per caso, da un ricognitore della portaerei Intrepid: senza aspettare Mc Cain, Halsey si appresta ad affrontarlo. Ma i problemi non mancano: il Gruppo più vicino a Kurita, quello del contrammiraglio Bogan, è anche il Gruppo più debole; la mancanza degli aerei di Mc Cain riduce – e di molto- la potenza distruttiva della Terza Flotta.

Nel frattempo Ozawa è sui carboni ardenti. Fa di tutto per farsi scoprire, ma nessuno si accorge di lui. E sì che dovrebbe essere ben visibile con le sue quattro portaerei, le sue due corazzate e relativo seguito di incrociatori(tre) e di cacciatorpediniere (otto). Niente da fare: per quanto si metta in mostra, nessuno lo vede. Questa proprio non ci voleva, impreca l’ammiraglio. Se nessuno mi vede, come diavolo può funzionare l’operazione Sho-1? Se Halsey non abbocca all’amo, che ne sarà di Kurita e compagnia?
E in effetti Kurita si trova – è proprio il caso di dirlo-  in un mare di guai. I caccia basati a Luzon non si sono fatti vedere e la promessa copertura aerea è andata a farsi benedire;  la Terza Flotta americana lo sta aspettando; Ozawa non è stato avvistato. Certo, le sue navi possono sempre sviluppare un fuoco di sbarramento micidiale, ma i suoi inesperti artiglieri sapranno garantirglielo? Il “furore divino”? Sicuramente servirà, ma servirebbero di più nervi saldi e mira sicura.
Eppure, in mezzo a tanti guai potenziali, sulle prime gli va bene. Bombardieri provenienti da Luzon attaccano il Gruppo di Sherman e nonostante subiscano perdite spaventose, riescono a colpire a morte la portaerei Princeton. Esplodendo, la nave si porta con sé anche trecento uomini dell’incrociatore Birmingham avvicinatosi per portarle soccorso.

Kurita, diretto verso lo Stretto di San Bernardino, viene intercettato da Halsey nel Mare di Sibuyan, 24 ottobre.

Kurita, diretto verso lo Stretto di San Bernardino, viene intercettato da Halsey nel Mare di Sibuyan, 24 ottobre.

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bombardieri e gli aerosiluranti di Halsey, poi, quando arrivano si gettano come lupi affamati sulla Musashi tempestandola di siluri e bombe fino a quando non riescono a mandarla a fondo. E’ una vittoria a metà. Concentrandosi sulla supercorazzata, gli aerei americani, infatti, lasciano il tempo alle altre unità di Kurita di portarsi fuori dal loro raggio d’azione. Se fossero stati disponibili i velivoli di Mc Cain, quasi certamente sarebbe stata tutta un’altra storia e magari la partita si sarebbe potuta chiudere lì, nel Mare di Sibuyan. Invece, a parte la Musashi mandata a fondo e l’incrociatore pesante Myoko danneggiato e fuori gioco, il resto della flotta di Kurita riesce, dopo cinque ore di combattimento, a sganciarsi e, “confidando nell’aiuto divino”,  a continuare la missione.

Il Gatto Nero.

Nei pressi di Capo Engaño, frattanto, Ozawa, sempre più nervoso e impaziente, non sa più a che santo votarsi per farsi scoprire. Ha fatto viaggiare nell’etere  messaggi lunghissimi con la speranza di essere intercettato. Niente. Ha fatto alzare alcuni suoi aerei perché fossero avvistati: ancora niente.  Quando attorno alle nove del mattino del 24 ottobre, un ricognitore gli segnala la presenza del Terzo Gruppo di Sherman, manda un’ottantina di Val e di Kate ad attaccarlo. Lo scopo di Ozawa non è tanto quello di infliggere danni al nemico, quanto quello di farsi, finalmente, scoprire.(A tanto si è ridotta la Kido Butai, la forza aeronavale giapponese un tempo invincibile!)
E, invece, per qualche ora tutto resta come prima. Nessuno dei suoi ritorna e nessuno, dall’altra parte, si preoccupa di andarlo a cercare. Gli inesperti piloti giapponesi o precipitano sotto i colpi della contraerea di Sherman o preferiscono le più sicure piste di Luzon al ponte della Zuikaku; Ozawa deve aspettare le quattro del pomeriggio prima che un ricognitore americano , finalmente, lo avvisti.

La terza Flotta di Halsey si dirige a nord per intercettare Ozawa. Lo stretto di San Bernardino resta praticamente indifeso.

La Terza Flotta di Halsey si dirige a nord per intercettare Ozawa. Lo stretto di San Bernardino resta praticamente indifeso.

E a questo punto, la partita si riapre. Le portaerei giapponesi sono male in arnese, hanno sì e  no una ventina di aerei operativi, ma questo Halsey lo ignora. Credendo di dovere affrontare la forza principale, muove la sua flotta verso nord “ con tre Gruppi”, come comunica a Nimitz a Pearl Harbor. Malauguratamente, l’espressione “ con tre Gruppi” origina un colossale malinteso. Halsey, infatti, aveva in precedenza comunicato di voler formare un quarto Gruppo, la Task Force 34, agli ordini del contrammiraglio Willis “Ching” Lee per guardare lo Stretto di San Bernardino. Dunque – è il ragionamento di Nimitz –  se partono tre Gruppi, il quarto resta. E se resta, lo stretto di San Bernardino è presidiato. E lo stesso pensa l’ammiraglio Kinkaid, comandante della Settima Flotta. A lui, inspiegabilmente, il messaggio non è stato inviato: tuttavia ne è venuto a conoscenza ugualmente perché i suoi marconisti l’hanno intercettato.[8]
Ma Halsey quel Quarto Gruppo non l’ha ancora costituito, ha solo pensato di farlo. In altre parole, il Gruppo di Lee è operativo solo sulla carta. Risultato: tutte le unità della Terza Flotta, comprese quelle di Lee, se ne vanno verso nord alla caccia di Ozawa. Kurita, in rotta lungo lo Stretto , si trova , così, un’autostrada spalancata e  Sho- 1 ritorna di colpo in gioco.
Come mai Halsey lascia sguarnito quel settore così importante? E senza avvisare direttamente Kinkaid, per giunta?  Non è da lui commettere simili errori. E allora, perché lo fa? Sopravvaluta la forza di Ozawa? Sottovaluta quella di Kurita? Teme un tiro mancino da parte delle portaerei giapponesi? Considera Kurita ormai fuori gioco dopo la battaglia del Mare di Subuyan a tal punto da non ritenere necessario allertare la Settima Flotta? Per la verità Halsey specifica meglio ruolo e funzione del Gruppo di Lee in un successivo messaggio, inviato via radio alle 17, 10. Ma Kinkaid non lo riceve né lo intercetta.
Quando un Catalina in ricognizione notturna- un “Gatto Nero” come era chiamato in gergo- avvista la flotta di Kurita già dentro lo Stretto, più di un ammiraglio sente puzza di bruciato. Il primo ad allarmarsi è il contrammiraglio Bogan: gira l’informazione a Halsey per sentirsi rispondere da un ufficiale di servizio, quasi con sufficienza : “Sì, sì,  abbiamo quell’informazione.” Come dire: “ Smettetela di scocciarci con queste sciocchezze.” Il contrammiraglio Lee insiste: “ E’ una trappola”, ma nessuno gli dà retta. Lo stesso comandante tattico della Task Force 38, il vice ammiraglio Marc Mitscher, tirato giù dalla branda e informato dai suoi collaboratori, non avverte Halsey. “ Conosco il tipo: se vorrà il mio parere, me lo chiederà”, dice. E ritorna a dormire.
E intanto davanti allo Stretto di San Bernardino non c’è neppure un cacciatorpediniere americano.

“Crossing the T”.

Nel frattempo, nella zona meridionale dello scacchiere, Nishimura e Shima diretti verso lo Stretto di Surigao vengono avvistati e Kinkaid si appresta a contrastarli. Deve fare presto e non può sbagliare.  Considerando rotta e velocità del nemico, Kinkaid dovrà combattere di notte una battaglia convenzionale, nave contro nave: col buio, infatti, gli aerei sono inutilizzabili. Ma se anche fossero utilizzabili, non potrebbe impiegarli: la flotta di Halsey con i suoi velivoli imbarcati è ormai lontana. Così Kinkaid fa catapultare in volo i pochi aeroplani di cui dispone, li invia al sicuro a Leyte e si prepara allo scontro. Con qualche apprensione: i giapponesi hanno infatti dimostrato più di una volta di essere quasi imbattibili nei combattimenti navali notturni.
Il contrammiraglio Jesse Oldendorf, comandante del Gruppo di bombardamento della flotta di Kinkaid, però, disegna un piano pressoché  perfetto. Le acque dello Stretto non sono molto profonde, lo spazio è ridotto, le navi giapponesi dovranno per forza di cose viaggiare in colonna. E’ un’ottima occasione per “ incrociare la T”( crossing the T), per realizzare, cioè, quella manovra in cui  tutte le proprie navi possono esprimere la massima potenza di fuoco , mentre le navi nemiche possono colpire solo con i cannoni di prua delle navi di testa. Oldendorf  dispone, così, le corazzate all’uscita dello Stretto, in riga, prua contro poppa e le protegge con uno schermo di cacciatorpediniere in funzione antisommergibile steso verso il mare aperto. Davanti alle corazzate verso l’interno dello Stretto, in una posizione più avanzata, sistema gli incrociatori e i caccia di scorta.

Le danze vengono aperte dalle motosiluranti, quelle PT (Patrol Torpedo) sulle quali, durante il conflitto, prestò servizio, con il grado di tenente, anche il futuro presidente degli Stati Uniti d’America, John F. Kennedy. Nella notte  senza luna e nera come la bocca del lupo, tre di esse intercettano le navi di Nishimura circa  a metà dello Stretto, ma sia i loro sia i successivi tentativi di altre PT  di colpirle con i siluri vanno a vuoto. Tuttavia, i messaggi radio inviati in continuazione dalle motosiluranti  permettono a Oldendorf di monitorare miglio dopo miglio gli spostamenti di Nishimura. Al momento opportuno, l’ammiraglio americano fa allora muovere due gruppi di cacciatorpediniere, il primo dal lato occidentale dello Stretto, il secondo da quello orientale. Gli ordini sono di attaccare soltanto con i siluri. Il fuoco di batteria viene espressamente vietato: il nemico non deve avere alcun punto di riferimento.
Col cuore in gola, tesi, gli equipaggi dei cacciatorpediniere muovono verso la flotta di Nishimura e verso i terribili siluri Long Lances in agguato nel buio. Più o meno nello stesso momento, Kurita entra nello Stretto di San Bernardino.

Attaccati dalle navi americane, Nishimura e Shima si ritirano.

Attaccati dalle navi americane, Nishimura e Shima si ritirano. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Quando ne esce, la battaglia di Surigao è già finita. Colpite dai siluri dei cacciatorpediniere della prima e, soprattutto, della seconda ondata, fatte segno dal fuoco concentrico delle corazzate e degli incrociatori americani, diverse navi, fra cui un paio di corazzate( la Fuso e la Yamashiro), erano andate a fondo, inducendo Nishimura ad abbandonare la contesa. Navigando una ventina di miglia dietro di lui, Shima era arrivato sul luogo dello scontro quando ormai Nishimura era in ritirata e non aveva trovato di meglio che seguirlo. Neutralizzando la forza meridionale destinata a congiungersi con la forza principale per attaccare Leyte, Oldendorf aveva tolto a Sho-1  l’ultima possibilità di funzionare. E anche Kurita quando intorno alle cinque e trenta del mattino riceve la comunicazione del disastro di Surigao sente le proprie certezze vacillare. Ma l’ordine è quello di andare avanti, costi quello che costi. E l’ammiraglio giapponese, ligio agli ordini e sempre confidando nell’ “ aiuto divino”, va avanti.

Tre pacchetti di caramelle.

Quando esce dal San Bernardino, Kurita quasi non crede ai propri occhi: non c’è una nave nemica a pagarla, il mare è completamente sgombro. Che sia tutto un maledetto imbroglio? Anche il pilota del ricognitore in volo sullo Stretto alle sei e quarantacinque del 25 ottobre non crede ai propri occhi: sotto di lui, al largo dell’isola di Samar, quattro corazzate, sei incrociatori e undici cacciatorpediniere giapponesi si stanno dirigendo a tutta velocità verso Leyte. Chi riceve la comunicazione si preoccupa meno dell’agitatissimo pilota e predica calma e sangue freddo: sicuro di non esserti sbagliato? di non aver scambiato le navi di Kurita con ciò che resta della flotta di Nishimura? E poi anche ammesso che si tratti della forza principale,  spetta alla Task Force 34, quella dell’ammiraglio Lee, occuparsene.
Se ci fosse, naturalmente.

Ad aspettare Kurita  ci sono, invece, soltanto tre gruppi di escort carriers, di portaerei di scorta, denominati “Caramella uno (Taffy one), due (Taffy two) e tre (Taffy three)”. I tre Gruppi imbarcano circa quattrocento aerei equipaggiati in gran parte con bombe di profondità. Il compito delle CVE( così erano codificate le escort carriers) era infatti, come abbiamo visto, quello di dare la caccia ai sommergibili. Lente, quasi prive di corazza, armate di un unico cannone da cinque pollici erano sarcasticamente indicate dagli equipaggi, giocando sul loro acronimo, come unità infiammabili ( Combustible),  vulnerabili ( Vulnerable) e sacrificabili ( Expendable). Ebbene, ora quelle unità senza pedigree e la loro misera scorta di cacciatorpediniere stanno per essere investite dalla forza di un gigante. Davide contro Golia, se vogliamo usare un’immagine di cui si abusa spesso in casi come questi e di cui si abusò a lungo anche dopo la conclusione della battaglia. Un ufficiale di un cacciatorpediniere della scorta, andrà oltre: “ Ci sentivamo come Davide senza la fionda”, affermerà.

Il Davide di Leyte è, senza alcun dubbio, Taffy three, il Gruppo più vicino alla rotta di Kurita. Lo comanda il contrammiraglio Clifton  A.F. “Ziggy” Sprague. Ha prestato servizio sulle corazzate, sugli incrociatori, sulle portaerei come comandante di squadra aerea prima e come comandante effettivo, poi. Ha sposato la sorella del celebre scrittore Francis Scott Fidgerald, quello del Grande Gatsby, per intenderci. Quando avvista Kurita, Sprague informa Kinkaid e subito dopo arma, come può, la propria fionda. Dal canto suo l’ammiraglio giapponese crede di trovarsi di fronte la Terza Flotta di Halsey, non una manciata di morbide“ caramelle”. Un equivoco, questo, destinato a pesare sull’esito della battaglia. Ma non è l’unico. Anche dall’altra parte, in quanto a malintesi, non si scherza. Non si scherza proprio.

The world wonders.

Comparso all’orizzonte Kurita, Kinkaid  invia per radio a Halsey una richiesta d’aiuto, illustrando la situazione: siamo attaccati da forze preponderanti, di Lee nessuna traccia e via discorrendo. Nimitz capta il messaggio e, a sua volta, manda una comunicazione in codice a Halsey chiedendo dove si trovi la Task Force  34. Nei messaggi in codice si era soliti piazzare una frase senza un apparente senso all’inizio, un’altra alla fine. Così, tanto per trarre in inganno i giapponesi in ascolto. Il messaggio inviato da Nimitz a Halsey contiene entrambe le frasi.  Si apre con l’immagine di un tacchino trotterellante verso l’acqua ( Turkey trots to water), continua chiedendo dove si trovi la Task Force di Lee e si chiude con la presa in prestito di un mezzo verso di Tennyson, il cantore della Brigata Leggera di Balaclava the world wonders ( nell’ originale di Tennyson: the world wonder’d). [9]
Ora il verbo to wonder, in inglese, ha un doppio significato. Può voler dire, a seconda dei contesti, tanto “chiedersi”, quanto “ meravigliarsi”, “stupirsi”. Nella ballata di Tennyson, ad esempio, il mondo resta “stupito”, “ meravigliato” di fonte al coraggio e al valore dei Seicento . Di regola, le frasi- civetta venivano cancellate da chi riceveva il messaggio: la comunicazione doveva risultare chiara e mai equivoca. Nel nostro caso, invece, chissà perché, viene eliminata la prima parte ( il tacchino assetato o aspirante nuotatore), ma non la seconda.
Halsey si trova così fra le mani il seguente messaggio: Where is, repeat, where is the Task Force 34? The world wonders, interpreta quel the world wonders come “il mondo se lo chiede” e ci resta quasi secco: che Nimitz gli stia facendo un cazziatone? Che stia mettendo in discussione le sue competenze, le sue capacità di comandante, le sue scelte tattiche? Scosso, demoralizzato, le mani tremanti, “Bull” Halsey non trova neppure la forza di parlare. Quando rientra in sé, trova una scusa qualsiasi, dice di dover rifornire le navi, allenta la presa su uno stremato e  malconcio Ozawa e solo tre ore dopo aver ricevuto il messaggio di Kinkaid ordina di distaccare alcune unità in aiuto a Taff three. Arriveranno a cose fatte.
Naturalmente Nimitz non aveva alcuna intenzione di criticare Halsey né era stata sua la scelta di quell’infelice frase finale. A lui premeva sapere dove fosse la Task Force di Lee, non che cosa si chiedesse o per che cosa si meravigliasse il mondo intero. Ma chi doveva aggiungere le frasi-trabocchetto al testo del messaggio aveva piazzato a mo’ di conclusione “ la prima cosa che [gli] era venuta in mente” o magari, facendo sfoggio di cultura, aveva voluto ricordare l’anniversario della battaglia di Balaclava, combattuta proprio il 25 ottobre( del 1854).  E chi avrebbe dovuto depurare il messaggio da ogni sovrastruttura prima di consegnarlo a Halsey non l’aveva fatto fino in fondo, forse convinto dell’essenzialità di quel “the world wonders”. Perché un’altra regola di base era stata violata: quella di non inserire mai frasi fasulle collegabili anche lontanamente, in quanto a significato, con il testo del messaggio. E scrivere il mondo se lo chiede sarebbe potuto risultare al destinatario del messaggio non estraneo, ma congruente con quanto affermato nel testo. Insomma, una serie di equivoci clamorosi.

Fuoco a volontà!

I giapponesi non sono da meno. Quando le vedette di Kurita avvistano Taffy three – un lillipuziano- lo scambiano per un gigante. Là dove ci sono solo minuscole baby-flattop [10]vedono enormi portaerei di squadra, là dove navigano fragili cacciatorpediniere vedono muoversi agguerrite corazzate. Kurita va in tilt. Anziché disporre le proprie unità secondo un piano logico, individuando obiettivi, priorità e coordinando i tempi dell’azione, ordina di mettere in canna proiettili perforanti, suona la carica e scatena l’“attacco generale”. Detto in altri termini, autorizza i propri comandanti ad agire di testa propria. Disperdendo la sua potente armada e togliendole potenza.
Da parte sua, Sprague ha poche carte in mano, ma le gioca bene. Manda in volo gli aerei imbarcati ad attaccare con le bombe di profondità- e, se del caso, anche con le sole mitragliatrici- le unità nemiche, ordina ai cacciatorpediniere di scorta di alzare una cortina fumogena e dirige le proprie portaerei verso la protezione delle nuvole di un’improvvisa tempesta scatenatasi nelle vicinanze. E mentre i proiettili perforanti giapponesi cadono intorno e sulle CVE talvolta trapassandone lo scafo da parte a parte e andando a perdersi in mare, un cacciatorpediniere americano inverte la rotta e  attacca.
E’ il Johnston del comandante Ernest E. Evans. E’ lui il sasso della fionda. Di origini Cherokee, Evans – per usare le parole di un suo subordinato-  non conosce il significato del verbo “ ritirarsi”. Di propria iniziativa, avanza zigzagando verso il nemico, dirigendosi laddove è caduto l’ultimo colpo a vuoto, certo che gli artiglieri giapponesi correggeranno il tiro e  non lo ripeteranno.  Quando arriva a distanza utile, fa armare i suoi dieci siluri.
Mentre il Johnston sta uscendo dal fumo, a nord non c’è quasi partita. E ci sarebbe mancato altro. Ozawa è tartassato e ritartassato da forze superiori. Ha già perso la gloriosa Zuikaku e un paio di altre portaerei, sta patendo le pene dell’inferno. Poi quella richiesta e quell’affermazione : the world wonders
Ozawa, per un po’, respira.

“Maledizione, ci stanno scappando!”

Battaglia di Samar

Kurita rinuncia ad attaccare la forza da sbarco americana, inverte la rotta e se ne va.

Il Johnston lancia i suoi siluri e subito fila a nascondersi dietro una cortina di fumo. Quando ne riemerge, ha davanti un incrociatore pesante, il Kumano, imballato e alla deriva. I marinai non hanno tempo di rallegrarsi. Un altro incrociatore nemico, il Kongo, apre il fuoco e spazza il ponte del Johnston. All’indiano Cherokee Evans una scheggia trancia due dita di una mano.
Il Johnston, adesso, non è più solo. Anche gli altri cacciatorpediniere si avvicinano alla flotta di Kurita. Sono vicini, tanto vicini da impedire alle potenti navi giapponesi di adattare l’alzo dei propri cannoni ai nuovi bersagli. Altri siluri vanno a segno. E altri aerei arrivano, a ondate, da Taffy 1 e da Taffy 2. Atterrano a Leyte, si riarmano e ritornano  a colpire. Il Chokai e il Chikuma vanno a fondo. La stessa Yamato viene centrata e per dieci decisivi minuti viene tolta, per precauzione, dalla battaglia. Altrove, l’Hoel  attira su di sé un numero di navi sproporzionato rispetto al reale pericolo, permettendo alle escort carriers di mettere altra distanza fra sé e il nemico. Il Johnston con il motore in avaria e il ponte semidistrutto è ancora in partita e i suoi cannoni da 130 centrano a più riprese le navi giapponesi.

Poi, improvviso, il colpo di scena. Intorno alle 9,30 del mattino, Kurita decide di averne abbastanza e se ne va. Perché lo fa? Perché, convinto di avere davanti Halsey con la Terza Flotta, non vuole perdere altre navi? Perché ha abbandonato ogni speranza di portare a tiro di propri cannoni il vero obiettivo dell’intera operazione, la forza da sbarco americana come gli ha fatto credere Kinkaid con un falso messaggio? Perché vuole raggruppare le proprie navi sparse qua e là in seguito all’ “attacco generale”? Vedendolo andarsene, gli esterrefatti e increduli marinai di Taffy three restano senza parole. E ci resterebbero a lungo se uno di loro, dotato di senso dell’umorismo, non prorompesse in un’esclamazione a metà fra il paradossale e il liberatorio: “ Maledizione, ci stanno scappando!”( Damn it, boys, they’re getting away!).
Ma se le navi si sono date per vinte, gli aerei non  l’hanno fatto. Su un paio di escort carriers si abbatte per la prima volta il vento divino, il kamikaze: una portaerei viene danneggiata, l’altra, la Saint Lo,  va a fondo[11].

Epilogo.

Il Johnston è ormai ridotto a un relitto quando Evans ne ordina l’abbandono. Si è battuto fino all’ultimo, sparando con i suoi 130. Ma nulla ha potuto contro i cannoni delle navi nemiche. Gli uomini dell’equipaggio scendono sulle scialuppe, altri si tuffano in mare.  Evans è con loro. I marinai giapponesi si inchinano a tanto valore a agitano i berretti in segno di omaggio. Una volta  in salvo, i superstiti per prima cosa cercano il loro comandante. Invano.
Per il protagonista di quella partita sulla quale nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo, era già pronta una Medal of Honor.
Gli sarà conferita alla memoria.

L’ammiraglio Halsey, autore secondo molti studiosi di errori in serie, fu invece celebrato come un novello Nelson.

Da leggere:

Giorgio Borsa, Dieci anni che cambiarono il mondo 1941-1951:storia politica e diplomatica della guerra nel Pacifico, Milano ,Corbaccio, 1995.
Dobrillo Dupuis, Arcipelaghi in fiamme : il secondo conflitto mondiale nello scacchiere del Pacifico, Milano, Mursia, 1999
Flavio Fiorani , La guerra del Pacifico, Firenze, Giunti, 2000.
Kenneth I. Friedman, The afternoon of the Rising Sun, Presidio 2001
François Garçon , La guerra del Pacifico, Firenze , Giunti, 1999
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 1989
Marcel Giuglaris, Storia della guerra del Pacifico : da Pearl Harbour a Hiroshima, Milano, Sugar, 1966
Bernard Ireland, La più grande battaglia aeronavale della storia : la fine della flotta giapponese : Leyte, ottobre 1944;  con illustrazioni di Howard Gerrard. – Milano : RBA, 2009.
Kakehashi Kumiko , Così triste cadere in battaglia : rapporto di guerra. Basato sulle lettere da Iwo Jima del generale Kuribayashi Tadamichi ; traduzione di Piero Arlorio ; prefazione di Mario Rigoni Stern, Torino, Einaudi, 2007.
Donald Macintyre , La battaglia del golfo di Leyte,  Parma, Albertelli, 1971
Edward P. Stafford, La Big E : la portaerei Enterprise nella guerra del Pacifico, Milano, Baldini & Castoldi, 1967
Pier Francesco Vaccari , Leyte : la battaglia navale più grande della storia, 24-26 ottobre 1944, Novale-Valdagno, Gino Rossato, 2004.
Comer Vann Woodward, La battaglia del golfo di Leyte, Milano,  A. Mondadori, 1967

bandiera inglese

English automatic translation: The sling and the stone

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Cinque minuti. Midway 1942: la vittoria ” impossibile”.
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Due gru e una Signora La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
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Inferno verde Guadalcanal 1942-43: sei mesi all’inferno.
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Sangue e cenere A Iwo Jima, “l’isola dello zolfo”,  in trentasei giorni cadono settemila marines. Quasi duecento al giorno.
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I fiori di fuoco
Okinawa 1945: una strage infinita, errori tattici, “vento divino” e una decisione che sconvolse il mondo.
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Leyte, 24-26 ottobre 1944: i movimenti delle flotte e le fasi della battaglia.

Leyte, 24-26 ottobre 1944: i movimenti delle flotte e le fasi della battaglia.


[1] La Settima Flotta( Vice ammiraglio Thomas C. Kinkaid) comprendeva le forze da sbarco e le relative scorte. In particolare: sei corazzate, diciotto portaerei con funzioni di scorta ( escort carriers, CVE), quattro incrociatori pesanti, cinque leggeri,  ottantatré cacciatorpediniere, venticinque cacciatorpediniere di scorta ( escort destroyers) , undici fregate e quarantaquattro motosiluranti(PT). Essa era organizzata in due gruppi: gruppo di bombardamento e supporto ( contrammiraglio Jesse B. Oldendorf) e gruppo delle portaerei adibite a scorta( contrammiraglio Thomas L. Sprague). Quest’ultimo gruppo era articolato in tre sottogruppi: “Taffy One”, contrammiraglio Thomas L. Sprague; “Taffy Two”, contrammiraglio Felix B. Stump; “Taffy Three”, contrammiraglio Clifton A.F. Sprague, omonimo, ma non parente del comandante del gruppo delle CVE. Il gruppo delle escort carriers  eserciterà, come anticipato nel prologo, un ruolo inaspettato e decisivo nella battaglia.
[2] La forza settentrionale ( l’esca della trappola) agli ordini del vice ammiraglio Jisaburo Ozawa comprendeva una portaerei di squadra ( la “Gru Che Porta Felicità”, la Zuikaku), tre portaerei leggere, due corazzate, tre incrociatori leggeri e otto cacciatorpediniere.
[3] La forza centrale del vice ammiraglio Takeo Kurita era composta da cinque corazzate (tra le quali  le due supercorazzate Yamato e Musashi), dieci incrociatori pesanti, due leggeri e quindici cacciatorpediniere.
[4] La forza “C” dell’ammiraglio Shosij Nishimura comprendeva due corazzate, un incrociatore pesante e quattro cacciatorpediniere; la seconda forza d’attacco dell’ammiraglio Kiyohide Shima  di supporto a Nishimura era formata da due incrociatori pesanti, uno leggero e sette cacciatorpediniere.
[5] E’ la prima di quattro operazioni, tutte denominate Sho ( Vittoria), allestite per proteggere il territorio giapponese. Il Comando Imperiale tuttavia, benché avesse preparato la difesa delle Isole Giapponesi, riteneva come più probabile- cosa confermata dai fatti successivi-  un attacco americano alle Filippine.
[6]La Perca Dorata è un piccolo pesce della famiglia dei Percidi , presente nelle acque di numerosi fiumi americani. Assomiglia un po’ al nostro “Persico sole”.
[7] La Terza Flotta ( ammiraglio William “Bull” Halsey), incentrata sulla Task Force 38( vice ammiraglio Marc Mitscher) costituita da otto portaerei di squadra, otto portaerei leggere, sei corazzate, sei incrociatori pesanti, nove incrociatori leggeri e cinquantotto cacciatorpediniere era divisa in quattro Gruppi , comandati , rispettivamente, dal vice ammiraglio John S. Mac Cain e dai contrammiragli Gerald F. Bogan,  Frederick C. Sherman, Ralph E. Davison.
[8] La struttura del comando americano era poco funzionale. L’ammiraglio Halsey rispondeva a Nimitz( comandante della flotta del Pacifico), mentre Kinkaid dipendeva dal generale Douglas Mac Arthur( comandante del Settore del Pacifico di sudovest). In sostanza, a Leyte mancava un comandante unico, in grado di coordinare le operazioni e di assumere al momento, le decisioni necessarie e più opportune. Forse fu per questa ragione che Halsey informò il suo superiore diretto( Nimitz), ma non Kinkaid. O forse si trattò di una dimenticanza o di un equivoco.
[9] Questo il testo completo depurato dalle varie sigle relative al mittente e al destinatario : “Turkey trots to water.XX Where is, RPT ( sta per Repeat), where is the Task Force 34? XX The world wonders.” La doppia x sta a indicare il punto di interruzione  fra una frase e l’altra.
[10] Altro termine usato, soprattutto dalla stampa statunitense,  per indicare le CVE. Le flat-top o flattop erano imbarcazioni “tutto ponte”, ricavate di solito da navi mercantili  e destinate a imbarcare un numero limitato di aerei. Il vocabolario Treccani così definisce una “ tutto ponte”: “ In marina, termine riferito a navi militari per significare che hanno il ponte più elevato, scoperto, che corre, senza soluzione di continuità e libero da ingombri (tranne una sovrastruttura laterale detta isola), dall’estrema poppa a prua estrema, così da permettere l’impiego di aeromobili, a similitudine del ponte di volo di una portaerei”.
[11] Complessivamente, nel corso della battaglia, i giapponesi persero ventiquattro navi da guerra, gli americani sette. Le perdite giapponesi in vite umane furono molto elevate( diecimilacinquecento uomini; tremila circa gli americani caduti. Fonte : Wikipedia).

Una mappa animata della battaglia   è consultabile qui: Pacific War

Sotto il titolo: i cacciatorpediniere di Taffy three cercano di proteggere le CVE emettendo fumo.

PS. Nel mare delle Filippine, nell’ottobre del 1944, si svolsero, come abbiamo visto, cinque battaglie distinte: la battaglia di Capo Palawan nel corso della quale il Dace e il Darter attaccarono la flotta di Kurita, quella del Mare di Sibuyan quando Halsey mosse la Terza Flotta contro la flotta principale giapponese, quella dello Stretto di Surigao fatale a Nishimura e a Shima, quella di Samar – Davide contro Golia- e quella di Capo Engaño nel corso della quale furono affondate le portaerei di Ozawa. A ben vedere, nessuna di esse fu  combattuta all’interno del Golfo di Leyte. Per questa ragione, c’è chi preferisce parlare della battaglia per (for)Leyte più che della battaglia di (of)Leyte.
Secondo molti storici, quello di Leyte fu il più grande scontro navale della storia, sia per il numero di unità impegnate, sia per l’elevata posta in palio. Avrebbero potuto vincere i giapponesi? E a questo punto, proviamo a essere storicamente eretici usando il famigerato se. Se Ozawa fosse stato avvistato subito, se Kurita non avesse avuto paura di andare fino in fondo, se Nishimura e Shima si fossero presentati uniti e non distanziati di quaranta miglia nello Stretto di Surigao, se il Johnston fosse filato via a tutto vapore anziché combattere, se Kurita non avesse scambiato una specie di Armata Brancaleone per un terribile tercio spagnolo e via discorrendo, come sarebbe andata a finire?
Con i se non si fa la storia? Certamente, ma quale stimolante esercizio sarebbe raccontare – e non solo a proposito di Leyte- un’altra storia. Come ha fatto – prefigurando scenari da brividi, in verità- Robert Harris con il suo Fatherland.
Qualcuno se la sente di provarci con Leyte?

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