Sangue e cenere

Iwo Jima bandiera  americana sul  Suribachi

Prologo.

La voce inconfondibile di Johnny Cash ci conduce nel vivo di una storia: quella di un giovane indiano Pima  e dell’acqua dei fossi della  riserva in cui vive, in Arizona, Stati Uniti d’America. Quell’acqua  fa germogliare le messi,  dà da vivere. Poi un giorno se la prendono gli uomini bianchi. Dove prima crescevano i raccolti ora si vedono solo erbacce. Il giovane Pima lascia la riserva e si arruola nel corpo dei marines.
Il suo nome è Ira Hamilton  Hayes.

L’ eretico.

In prossimità delle uscite dalle spiagge dello sbarco, su un terreno infame, insidioso e friabile, intere compagnie di marines sono sotto il fuoco incrociato dei giapponesi. Avvolti dal fumo delle esplosioni e dall’acre odore dello zolfo e della cordite, inchiodati a terra dietro ripari precari o improvvisati, privi dell’appoggio dei carri bloccati dalla cenere vulcanica, i giovanissimi marines, impossibilitati a muoversi, cadono a centinaia. Nessuno si immaginava una situazione del genere, nessuno si aspettava di trovare a Iwo Jima-  “l’isola dello zolfo” per i giapponesi, “una braciola di maiale bruciata”[1] per gli americani- un vero e proprio inferno, un ostacolo dietro l’altro, un bunker dietro l’altro. Dirà il generale Holland Smith, comandante della forza anfibia: “Ignoro chi sia il bastardo che sta mettendo in scena  questo spettacolo, ma chiunque  sia, sa il fatto suo.”[2]
Il “bastardo” in questione è un generale giapponese: si chiama Tadamichi Kuribayashi.

Il tenente generale Tadamichi Kuribayashi è a Iwo Jima dal maggio 1944.  E’ un uomo sensibile e colto, scrive poesie, ama disegnare. Ha viaggiato all’estero, ha soggiornato negli Stati Uniti – l’ ”ultimo Paese che il Giappone dovrebbe attaccare”, come scrisse una volta alla moglie-  ne ha ammirato la cultura e capito le potenzialità. Ma è un soldato. Un soldato giapponese in guerra. Novello Leonida, sa di essere destinato  alla sconfitta, ma il suo onore gli impone di lottare fino all’ultimo.  Perché  Iwo Jima è territorio giapponese. E la patria è sacra. Se qualcuno dovesse invaderla, ogni suo metro, ogni suo centimetro di terreno saranno difesi fino  all’ultimo uomo. Gli americani devono saperlo. Per loro, Iwo Jima deve essere un terribile ammonimento. Se perdono mille uomini per conquistare quell’isoletta, quanti ne perderanno una volta messo piede sul sacro suolo di Honshu e di Hokkaido ? Diecimila? Centomila? Un milione?
Kuribayashi non è dunque a Iwo Jima per vincere, ma per causare più perdite possibili agli americani;  non è lì per sconfiggere il nemico, ma per scoraggiarlo dall’invadere il suo Paese.  Il dovere gli impone di difendere l’isola, l’onore gli impone di farlo fino all’estremo, inevitabile, sacrificio. Fanatico o novello samurai?
Sia come sia, Kuribayashi sa che cosa fare. Appena arrivato sull’isola e fatta evacuare la popolazione civile, va controcorrente e  adotta soluzioni “eretiche”: niente difese in prossimità delle spiagge, ma una rete di posizioni fortificate collegate le une alle altre e in grado di sostenersi reciprocamente; niente attacchi all’arma bianca ( i cosiddetti attacchi Banzai), ma fuoco incrociato da bunker e da casematte interrate. A Iwo Jima, ventunomila soldati giapponesi spariscono sottoterra. Letteralmente.
E sottoterra si intrecciano chilometri e chilometri di gallerie; sottoterra vengono allestiti ospedali da campo, depositi di viveri e di munizioni, centri di comando. La ricognizione aerea americana individua soltanto la parte superficiale di questo complesso sistema difensivo e alimenta la falsa illusione di una facile vittoria. Quattro giorni al massimo è la previsione degli ottimisti, una decina di giorni quella dei  pessimisti.
Ce ne vorranno trentasei.

Il Distacco.

Ma perché tanto interesse per Iwo Jima? Perché tanta attenzione a quei venti chilometri quadrati di roccia dura e polverosa dove l’acqua potabile manca del tutto? A quel minuscolo granello di pomice vulcanica perennemente avvolto nell’odore fetido dello zolfo e sperduto nell’oceano? Perché l’isola si trova sulla rotta dei B29 diretti dalle Marianne  in Giappone, ecco perché. Dai due aeroporti di Iwo Jima, i bombardieri e gli Zero si alzano per colpire la vicina Saipan; dai centri di osservazione dell’isola partono in continuazione messaggi verso la madrepatria  e verso le batterie antiaeree costiere. Che hanno così tutto il tempo per preparare le opportune contromisure.
Se Iwo Jima fosse in mano americana, la situazione cambierebbe. I bombardieri strategici B29 potrebbero essere scortati dai caccia  a lungo raggio; le piste di Saipan non sarebbero costantemente sotto minaccia; gli americani disporrebbero di una base in più per colpire il Giappone; gli aeroporti dell’isola offrirebbero un approdo sicuro ai velivoli danneggiati di ritorno dalle missioni.  Perché allora non provarci? Il tempo e le risorse ci sono: la campagna delle Filippine, fortemente voluta dal generale MacArthur, è durata meno del previsto, rendendo disponibili uomini e mezzi. Sì, si può fare; anzi, si deve fare. Anche perché Okinawa e Formosa – le altre alternative- sembrano a tutta prima ossi ben più duri di Iwo Jima.

L’operazione Detachment( Distacco, Separazione), tuttavia, comincia male. Due mesi di bombardamenti continui dal cielo hanno causato solo danni superficiali al sistema difensivo dell’isola, anche se gli americani, ignorando l’estensione sotterranea delle fortificazioni giapponesi, sono convinti del contrario e ostentano ottimismo. Soprattutto dopo che, sfruttando  l’unico errore tattico di Kuribayashi[3],  sono riusciti a mettere fuori uso i cannoni di un’altura fortificata, lo Stone Quarry, posta sul fianco destro dello schieramento e in grado di prendere d’infilata le spiagge.
Ma c’è anche dell’altro.
Alla vigilia dello sbarco, previsto per il 19 febbraio, i comandanti dei marines chiedono dieci giorni di fuoco navale di preparazione e ne ottengono solo tre. E, complice il maltempo, neppure pieni. Dal canto loro, i sommozzatori mandati a terra a dare un’occhiata avvertono: attenzione: le onde si infrangono direttamente sulle spiagge, la risacca è forte, il terreno friabile e insidioso. Non sarà questo a fermarci, è la risposta: possiamo mettere a terra novantamila uomini. Quanti potranno averne i giapponesi? Diecimila? Dodicimila? Certo, non tutto, all’inizio, filerà liscio, ma , con una superiorità di nove a uno a terra  e il controllo completo dell’aria, sapremo superare le difficoltà in breve tempo.
Le zone dello sbarco, infine. Non che ci sia molto da scegliere. Vista la conformazione dell’isola, solo la parte sudorientale offre approdi relativamente agevoli. E  lì, nella parte sudorientale di Iwo Jima, Kuribayashi ha fatto minare tutte le uscite delle spiagge, ha riempito il Suribachi- un’altura di un centinaio di metri sovrastante la zona dello sbarco-  di tunnel e di bunker, ha scaglionato tre linee di difese interrate attorno agli aeroporti, ha ordinato di impiegare l’artiglieria antiaerea contro le fanterie.
Tutto è pronto, si tratta solo di aspettare. E di morire combattendo.

Due bandiere.

Il 19 febbraio, D-Day,  è una giornata serena e limpida. Protetti da un fuoco di sbarramento impressionante, i mezzi da sbarco si avvicinano alle spiagge di Iwo Jima.  A bordo c’è chi scherza ( “ Ma ce ne lasceranno qualcuno per noi?”), chi prega, chi aspetta, teso e in silenzio, il momento di toccare terra[4].
Ogni unità conosce i propri obiettivi. Il 28.mo reggimento marines deve agire sul fianco sinistro dello schieramento e mettere in sicurezza il Suribachi; il 25.mo deve operare sul fianco destro per neutralizzare lo Stone Quarry; gli altri reggimenti,il 27.mo e il 23.mo, devono procedere verso il centro dell’isola e impossessarsi dei due aeroporti giapponesi ( Motoyama 1 e 2 ).
Le spiagge non sono minate, la resistenza è praticamente assente. Intorno alle nove del mattino, i fanti di marina prendono terra quasi senza colpo ferire.  Sono ragazzi di diciotto, diciannove anni, forse inesperti, ma bene armati, addestrati, decisi. Le avanguardie  si muovono verso le uscite delle spiagge mentre dietro di esse, ondata dopo ondata, si succedono gli sbarchi.
Ma i guai cominciano subito. Terrapieni di soffice cenere vulcanica alti quattro, cinque metri offrono scarsa presa e limitano i movimenti di uomini e mezzi. I Seabees [5] allora stendono sul terreno reti di acciaio per permettere ai carri e ai mezzi pesanti di muoversi speditamente. Ma il sistema va presto in tilt, le reti non reggono tutto quel movimento e tutto quel peso e i carri si bloccano. I campi minati allestiti da Kuribayashi all’uscita delle spiagge fanno il resto.
La confusione e l’affollamento aumentano, gli sbarchi vengono temporaneamente sospesi, entrano in azione i primi bulldozer. Ma entra in azione anche Kuribayashi. Aveva detto: aspettiamoli fuori dalle spiagge; ma adesso, su quelle spiagge affollate oltre misura, il generale vede l’occasione per infliggere gravi perdite al nemico. E ordina di aprire il fuoco. Talmente intenso che chi avesse voluto avrebbe potuto accendersi una sigaretta senza ricorrere ai fiammiferi, come avrà modo di affermare un ufficiale americano.
A Green Beach le condizioni del terreno sono migliori e il 28.mo può iniziare la manovra per isolare il Suribachi. La resistenza però è accanita, il tempo è cattivo, la cenere vulcanica si trasforma in una poltiglia vischiosa, si avanza lentamente, le perdite sono elevate. Come intorno al Quarry, del resto. Dove il terzo battaglione del 25.mo reggimento è sceso letteralmente all’inferno. Solo il primo giorno lascerà sul terreno ventidue ufficiali e cinquecento uomini di truppa. Un ufficiale commenterà: “ Speriamo che i giapponesi non ne abbiano altri come quello.”
“Quello”, inutile dirlo, è il generale Kuribayashi.

I primi Sherman e le prime unità dotate di  artiglieria riescono, a fatica, a lasciare le spiagge e a spingersi verso l’interno. Ma il loro è un procedere lento, ostacolato dai campi minati e dal fuoco  incrociato del nemico. Le gallerie sotterranee consentono ai giapponesi di spostarsi da una posizione all’altra. Sbucano dai bunker appena “ ripuliti” e prendono alle spalle i marines. E’ come vivere “un incubo all’inferno”. Dappertutto esplosioni, fumo, polvere, gambe e braccia staccate dai corpi. E cadaveri. Orrendamente mutilati, sfigurati, irriconoscibili e identificabili come giapponesi o americani solo dalla stoffa dei pantaloni dell’uniforme.
Nonostante gli attacchi aerei, nonostante i bombardamenti navali, il sistema difensivo giapponese si dimostra solidissimo. Di notte gli uomini di Kuribayashi escono dai rifugi e compiono sortite dietro le linee nemiche, di giorno scompaiono sottoterra. Ci vogliono due giorni per raggiungere i primi obiettivi, tre per mettere in sicurezza il Suribachi.
Alle dieci del mattino del 23 febbraio, i marines di un plotone di esploratori issano la bandiera a stelle e strisce sulla sommità del monte. A bordo di una delle navi della flotta, un ospite d’eccezione , il ministro della Marina James Forrestal, lo viene a sapere. Vuole quella bandiera.  Ma il comandante del battaglione non ha alcuna intenzione di cedergliela. E così spedisce sulla sommità del Suribachi un altro gruppo di soldati con una seconda bandiera, perché replichino l’evento a uso e consumo del ministro.  Il fotografo dell’Associated Press  Joe Rosenthal, salito anch’egli sull’altura, inquadra nell’obiettivo della sua macchina fotografica gli uomini nel momento di alzare l’Old Glory e scatta l’istantanea destinata a diventare  celeberrima.
Il primo a sinistra è l’indiano Pima Ira Hamilton Hayes.

L’ultimo assalto.

La vista della bandiera sul Suribachi risolleva il morale delle truppe, ma la battaglia non è affatto finita. Gli americani stentano a trovare il bandolo della matassa. Preparati ad affrontare attacchi Banzai, non sanno come attaccare i bunker e le casematte se non con costosissimi scontri corpo a corpo. Dispongono, in teoria, di un volume di fuoco spaventoso, ma tutta quella potenza è inefficace contro un nemico ben trincerato, sfuggente, determinato e deciso a combattere fino alla morte. Ci vorrebbero i carri lanciafiamme, ma i carri –pochi, per giunta- tardano ad arrivare; ci vorrebbe più appoggio aereo, ma Spruance manda le sue portaerei di squadra e gli aerei imbarcati a compiere incursioni sul Giappone; bisognerebbe aggirare le posizioni nemiche sbarcando sul lato occidentale dell’isola, ma chi prova a dirlo viene messo subito a tacere. Gli assalti frontali si succedono così agli assalti frontali, le perdite aumentano, i progressi sono minimi. Per rinforzare l’attacco, il generale Smith fa sbarcare la Terza Divisione Marines. Anche sul mare le cose vanno male. Il 21 febbraio, due giorni dopo lo sbarco, aerei kamikaze attaccano la flotta affondando la portaerei Bismark Sea, danneggiando la Saratoga e altre unità minori.
I B24 provenienti da Saipan martellano ogni giorno le posizioni giapponesi, ma con scarsi risultati. Più efficaci si rivelano le squadriglie di Mustang P-51 del colonnello McGee: decollano da Motoyama 1 –catturato il 20 febbraio – colpiscono le rocce e le scogliere poste sui fianchi dei marines in avanzata scoperchiando a volte i tunnel  o bloccandone le uscite.
Intorno a due modeste alture, quota 360( Hill Peter, la collina di Pietro)  e quota 382 ( the Meatgrinder, il tritacarne) si accendono combattimenti spaventosi. Quelle alture costituiscono i perni del sistema difensivo principale allestito da Kuribayashi.  E da quella linea, i giapponesi non hanno alcuna intenzione di ritirarsi. Solo a costo di sforzi sovrumani, i marines riescono, lentamente, a progredire, occupando le colline insanguinate e tagliando in due l’isola. Un po’ avventatamente, l’ammiraglio Nimitz  la dichiara sicura il 16 marzo. Ma si continua a combattere. Il 25 marzo Kuribayashi stacca dalla propria uniforme gradi e mostrine e, soldato fra i soldati, guida l’ultimo attacco banzai nei dintorni dell’aeroporto Motoyama 2. Il suo corpo non  sarà mai ritrovato.
Il 26 marzo l’isola viene dichiarata definitivamente  sicura. Due soldati  giapponesi, Yamakage Kufuku e Matsudo Linsoki, resteranno nascosti nelle gallerie e si “arrenderanno” sei anni più tardi, nel 1951.
Subito dopo la battaglia, l’ammiraglio Nimitz parlò di valore non comune fattosi comune virtù (uncommon valor was a common virtue). Ma il sangue versato a Iwo Jima (quasi settemila marines morti e quattordicimila feriti) suscitò molti interrogativi. I risultati ottenuti valevano davvero un prezzo così alto? Perché non erano stati concessi i dieci giorni di bombardamento navale chiesti dai marines? Perché sempre e solo attacchi frontali? E via di questo passo.
Di sicuro Iwo Jima e, più tardi in misura maggiore,Okinawa,  furono uno shock per l’opinione pubblica americana e, forse, anche per gli alti comandi . Fu per questo motivo che si rinunciò a invadere il Giappone e si fece ricorso alla bomba atomica?
Qualcuno sostiene di sì.

Epilogo.

Il 25 gennaio del 1955,  in una mattina fredda e grigia, un uomo fu trovato riverso in un fosso. Ubriaco fradicio era affogato in pochi centimetri d’acqua. Il medico legale  parlò di “ fatto accidentale”.
Quell’uomo era Ira Hayes. Celebrato come un eroe, aveva girato l’America in lungo e in largo per promuovere la sottoscrizione di bond di guerra. Alla fine del conflitto era tornato nella sua riserva in Arizona più scontroso e taciturno di prima. Aveva cominciato a bere, prima per disperazione poi per esorcizzare gli incubi di Iwo Jima. Eroe è chi è  morto per conquistare il Suribachi, non io, ripeteva a chi lo gratificava di quell’appellativo.
E’ sepolto nel cimitero di Arlington.

Call him drunken Ira Hayes
He won’t answer anymore
Not the whiskey drinkin’ Indian
Nor the Marine that went to war

………….

Da leggere:

James Bradley con Ron Powers, Flags of our fathers : la battaglia di Iwo Jima,  BUR Storia, 2006

Flavio Fiorani, La guerra del Pacifico,   Giunti, 2000.

Kakehashi Kumiko ,Così triste cadere in battaglia : rapporto di guerra basato sulle lettere da Iwo Jima del generale Tadamichi Kuribayashi, prefazione di Mario Rigoni Stern,  Einaudi, 2007.

Bernard Millot, La guerra del Pacifico , Mondadori, 1972

Richard F. Newcomb, Iwo Jima,  Rizzoli, 1966.

Derrick Wright , Il sangue dei Marines : stelle e strisce sul Suribachi : Iwo Jima, marzo 1945 ,RBA Italia, 2009

Da vedere:

Flags of our fathers, di Clint Eastwood, 2006

Letters from Iwo Jima, di Clint Eastwood, 2006

Il sesto eroe, di Delbert Mann, 1961 con Tony Curtis nella parte di Ira Hayes.

Da ascoltare:

The ballad of Ira Hayes, qui eseguita da Johnny Cash. Ma anche Bob Dylan l’ha proposta.

Su questo sito:

Cinque minuti. Midway 1942: la vittoria ” impossibile”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Due gru e una Signora La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
Clicca qui per leggere l’articolo.

Inferno verde Guadalcanal 1942-43: sei mesi all’inferno.
Clicca qui per leggere l’articolo.

<Il sasso della fionda Golfo di Leyte, Filippine, ottobre 1944. Il Golia giapponese  sembra quasi invincibile, ma il Davide americano arma la propria fionda…
Clicca qui per leggere l’articolo

I fiori di fuoco
Okinawa 1945: una strage infinita, errori tattici, “vento divino” e una decisione che sconvolse il mondo.
Clicca qui per leggere l’articolo.


[1] In inglese:  a grey pork chop.

[2]I don’t know who he is, but the Japanese General  running this show is one smart bastard.”

[3] Sullo Stone Quarry, la ricognizione aerea aveva individuato un solo cannone da 150 mm. In realtà, ce n’erano quattro. Tutti rigorosamente silenziosi durante i bombardamenti di preparazione e di “ ammorbidimento” e, quindi, non individuati, ma pronti ad entrare in azione al momento opportuno. Un paio di giorni prima del D-Day, mezzi da sbarco americani(LCI)  impegnati a proteggere le missioni dei sommozzatori, avevano puntato decisamente sulla spiaggia prospiciente il Quarry.  Kuribayashi  aveva pensato si trattasse di uno sbarco vero e proprio e aveva ordinato a tutti e quattro i cannoni  della postazione di aprire il fuoco. Individuatili  a causa di questo fortuito episodio e resisi conto del pericolo, gli americani provvidero a neutralizzarli.

[4] Per lo sbarco erano state individuate sette spiagge. Da ovest verso est: Green Beach(Quinta Divisione, 28.mo marines, primo e secondo battaglione); Red Beach 1(27.mo marines,  secondo battaglione), Red Beach 2 ( 27.mo marines, primo battaglione), Yellow Beach 1 ( 23.mo marines, primo battaglione), Yellow Beach 2 ( 23.mo marines, secondo battaglione), Blue Beach 1 ( 25.mo marines, primo battaglione), Blue Beach 2 ( 25.mo marines, terzo battaglione). Il terzo battaglione destinato a sbarcare a Blue 2 sarà invece fatto sbarcare a Blue 1, subito dopo il primo.

Le spiagge dello sbarco. Da History animated, sito raccomandato

Le spiagge dello sbarco. Da History animated, sito raccomandato

[5] Da CB( pronuncia si bi da cui Seabees) , abbreviazione di Construct Battalion.

Sotto il titolo: la celebre foto di Joe Rosenthal ritrae sei soldati americani ( cinque marines: Franklin Sousley, Michael Strank, Harlon Block, Ira Hayes,  René Gagnon e un assistente di sanità della Marina,  John Bradley) mentre issano la seconda bandiera a stelle e strisce sulla sommità del Monte Suribachi a Iwo Jima. Da www.ilpost.it
Sousley, Strank e Block caddero in combattimento; John Bradley  è l’autore di Flags of our Fathers dal quale è stato tratto l’omonimo film di Clint Eastwood.

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