Il punto decisivo

Otto dix . Il trittico della Guerra

Prologo.

Parigi, Hotel Terminus, 24 febbraio 1916, tre del mattino. Un ufficiale francese in uniforme irrompe nell’atrio dell’hotel chiamando ad alta voce il portiere di notte. Udendo tutto quello strepito, l’anziana proprietaria dell’albergo si butta addosso una vestaglia e scende a incontrare il nuovo venuto. L’ufficiale si presenta: è il tenente colonnello Bernard Serrigny e vuole parlare con il suo superiore. La donna si schermisce: chi cercate non  si trova qui, non so di chi stiate parlando. Ma Serrigny non la lascia proseguire: “ E’  in gioco la sopravvivenza della Francia”, la interrompe con tono deciso. La donna cede. Sale al primo piano e indica al colonnello la porta di una stanza. Serrigny bussa con insistenza, la porta si apre e nel vano compare un uomo alto, dalla figura imponente e dai folti baffi biondi. Alle sue spalle, una giovane donna seminuda cerca di coprirsi come può con una coperta.
Serrigny si pone sull’attenti, saluta, si scusa e poi porge gli ordini scritti del generale Joffre, comandante in capo delle Forze Armate francesi. L’uomo li legge, poi, senza scomporsi, chiede alla proprietaria dell’hotel di trovare una sistemazione per Serrigny. “ Si riposi un po’ ”, gli dice “Joffre ci vuole da lui alle otto. Partiremo fra qualche ora.” Poi chiude la porta e ritorna dalla sua amante per trascorrere con lei il resto di quella notte che in seguito definirà “ memorabile”.
Quell’uomo è il generale  Henri-Philippe Benoni Omer Joseph Pétain, comandante della Seconda armata francese.

“Dissanguiamoli  a morte.”

Alla fine del 1914, sul fronte occidentale la guerra di movimento si  è trasformata in guerra di trincea; nel 1915 i tentativi franco- britannici effettuati a Neuve Chapelle, ad Arras e nella Champagne per sbloccare la situazione falliscono in un bagno di sangue. L’anno che comincia, il 1916, è però visto da entrambe le parti in lotta  come l’anno della svolta, della vittoria decisiva: ne sono convinti i tedeschi perché contano di spostare truppe dal fronte orientale a quello occidentale colmando in questo modo la propria inferiorità numerica in quest’ultimo settore; ne sono convinti gli Alleati perché finalmente possono disporre in misura ragguardevole di soldati, di munizioni e di artiglieria. Gli uni e gli altri hanno già deciso persino dove coglieranno la tanto sospirata vittoria: a Verdun i tedeschi, sulla Somme gli Alleati.

Il piano tedesco è ideato dal generale Erich von Falkenhayn, chiamato a sostituire von Moltke il  Giovane ai vertici dello Stato Maggiore Imperiale dopo il fallimento del Piano Schlieffen. Junker tutto d’un pezzo, ministro della Guerra oltre che capo di Stato Maggiore, ufficiale riservato e prudente, stimato dal Kaiser, Falkenhayn “ ..[è] toccato dalle liste delle perdite umane ancor meno di quanto lo ..[siano].. Haig o Joffre.”(Horne).
La sua idea- illustrata in un memorandum a Guglielmo II- è sostanzialmente questa: sconfiggere la Francia per isolare l’Inghilterra. Senza il suo più importante alleato,  prostrata dalla guerra sottomarina, l’Inghilterra non potrebbe resistere a lungo e prima o poi sarebbe costretta ad abbandonare il conflitto.  Come fare? Semplice: attaccare la Francia – secondo Falkenhayn già quasi al limite del collasso- in un settore di alto valore simbolico e strategico, in un settore tanto importante- per la Nazione, per l’opinione pubblica, per l’esercito- da costringere Joffre a impiegare lì tutte le forze a sua disposizione per difenderlo. E lì, in quel punto decisivo, l’esercito francese sarebbe stato ferito a morte dall’artiglieria tedesca, dissanguato ( ausgeblutet, in tedesco) in una battaglia di attrito e alla fine sconfitto. Il “conto del macellaio” avrebbe decretato, in sostanza, il tracollo della Francia e del fronte occidentale. [1]
Definito il piano, si tratta ora di trovare il luogo. Per Falkenhyan, la piazzaforte di Verdun si presta perfettamente alla realizzazione di quanto ha in mente. Attraversata dal fiume Mosa( Meuse in francese, Maas in tedesco), bastione di Parigi a oriente, protagonista di un’accanita ed eroica resistenza durante la guerra franco-prussiana del 1870-71, Verdun si trova all’interno di un saliente circondato  su tre lati dall’artiglieria tedesca . E’ quindi il posto ideale per ottenere una grande vittoria con il minimo sforzo e con perdite accettabili.

Esecuzione capitale.

L’attacco a Verdun- nome in codice Gericht ( Giudizio, Esecuzione capitale – e già questo la dice lunga circa le intenzioni dell’Alto Comando tedesco) viene fissato per il 12 febbraio 1916 e affidato alla Quinta Armata, comandata dal principe ereditario Friedrich  Wilhelm, ma di fatto guidata dal suo capo di stato maggiore, generale Konstantin Schmidt  von Knobelsdorff .
Strano comandante il Kronprinz.  Alto, magro, le spalle cadenti, il volto affilato, caporale a sette anni d’età, generale a trenta si rivolge al padre per il tramite di un funzionario di corte. Non ha esperienza di guerra né di comando, ama la vita mondana, viaggia con due levrieri al seguito ed è una specie di macchietta per i giornali satirici di mezzo mondo. Ma non è uno sciocco. Gli manca forse il carattere per comandare- carattere di cui altri generali di sangue blu, il principe Alberto di Wuerttemberg e il principe Rupprecht di Baviera, ad esempio,  sono ampiamente dotati-  ma è intuitivo e possiede una specie di sesto senso. E’ stato il primo a cogliere in tempi non sospetti le imperfezioni del piano Schlieffen; sarà il primo, a un certo punto, a invocare l’annullamento di Gericht.
Ma, per ora, nessuno pensa a annullare l’operazione. Anzi, si definiscono i dettagli, si esaminano i pro e i contro. Due questioni in particolare vengono discusse in fase di preparazione e le decisioni adottate peseranno non poco sull’esito della battaglia. Il Kronprinz e Knobelsdorff vogliono lanciare l’attacco delle fanterie contemporaneamente su entrambe le rive della Mosa; Falkenhayn si oppone affermando di non avere abbastanza truppe per farlo e così l’attacco iniziale viene concentrato sulla riva destra del fiume.
La seconda decisione è frutto di un malinteso. Gli ufficiali della Quinta armata sono convinti di avere la conquista di Verdun come obiettivo; Falkenhayn glielo lascia credere – perché i soldati combattono meglio se sanno di dover attaccare e non  di doversi difendere, scriverà nelle proprie memorie-  ma la pensa diversamente. Non la conquista della piazzaforte, ma il “dissanguamento goccia a goccia” del nemico deve essere l’obiettivo principale di  Gericht. E così tiene per sé il comando delle riserve, dislocate, fa l’altro, molto lontano dal fronte. Quando a campagna in corso, in un momento cruciale della battaglia, il principe ereditario gliele chiederà, se le vedrà rifiutare.
Dunque, stando alle intenzioni di Falkenhayn, l’artiglieria avrebbe dovuto fare il grosso del lavoro, spianando la strada alle fanterie, radendo al suolo le difese francesi, tenendo sotto tiro  le vie di rifornimento e martellando le trincee e i concentramenti di truppe. Per realizzare il piano, milleduecento cannoni e le relative munizioni vengono portati in postazione in gran segreto; interi villaggi vengono evacuati per far posto a cinque Corpi d’armata per un totale di 150.000 uomini; non molto distante dal fronte, vengono scavati ricoveri sotterranei- in tedesco Stollen-invisibili alla  ricognizione aerea  e  destinati ad accogliere le neonate truppe d’assalto( le Stosstruppen) armate anche di lanciafiamme.

Il doppio anello

Verdun si trova in una zona boscosa e accidentata. Nel corso dei secoli, la Mosa ha scavato burroni e forre. Gli uomini hanno fatto il resto cingendo la zona con un duplice anello di  una sessantina di fortezze, baluardo contro qualsiasi invasione tedesca da est. Nel 1914, il generale Sarrail, contravvenendo agli ordini di Joffre, non aveva abbandonato la piazzaforte, contribuendo a rendere  possibile il ” miracolo” della Marna. L’anello esterno poggia sul formidabile – in teoria- Fort Douaumont e sull’altrettanto formidabile – sempre in teoria- Fort Vaux. Nell’anello interno si trovano altri forti – Fort Souville, Fort Tavannes, Fort Thiaumont, ad esempio- più piccoli ma non meno importanti strategicamente. I forti hanno torri e torrette di cemento armato e acciaio e sono collegati da un sistema di camminamenti e di trincee.
O, meglio, lo erano. Allo scoppio della guerra, infatti,  l’Alto Comando francese (GQG, Grand Quartier Général), ossessionato dal dogma dell’offensiva a oltranza, ne ha prelevato i cannoni per sostenere le operazioni nella Champagne e altrove; ha trascurato le trincee- ora ridotte a poco più di un fossato sulla prima linea di difesa, quasi assenti sulla seconda e sulla terza linea; non ha fatto effettuare lavori di manutenzione e di ripristino.  Insomma, li ha lasciati andare in malora apparentemente senza una ragione.
Ma, al di là del dogma dell’offensiva a oltranza, una ragione c’era. Visti gli effetti provocati nel ‘14 su Liegi e Anversa dai mostruosi cannoni tedeschi  da 420 millimetri, Joffre e il suo Stato Maggiore erano giunti alla seguente conclusione: le fortificazioni servono a poco o a niente se il nemico mette in campo cannoni d’assedio del calibro della Grande Berta. E così avevano cominciato a trasferire altrove i cannoni di Verdun, all’insaputa del governo. E avevano continuato a farlo fino a quando il ministro della Guerra, il generale Joseph Simon Gallieni, ne era venuto casualmente a conoscenza e aveva bloccato tutto.
Alla vigilia dell’attacco tedesco, dunque, il doppio anello attorno a Verdun risulta indebolito, quasi sguarnito, scarsamente difeso. I francesi possono contare su 270 pezzi d’artiglieria, per lo più da 155 mm, mentre i tedeschi ne hanno più di milleduecento. E che dire delle fanterie? Trentaquattro battaglioni francesi contro settantadue tedeschi la dicono lunga circa il rapporto iniziale delle forze in campo. [2]
Il generale Frèdèric-Georges Herr, comandante la piazzaforte, aveva a più riprese chiesto rinforzi. E manodopera per allestire una linea di difesa sulla riva sinistra della Mosa. E aveva avvisato: “ Attenzione: i tedeschi stanno ammassando truppe e artiglieria nella zona, stanno preparando qualcosa di grosso.” Dal canto suo, il colonnello Emile Driant, destinato a diventare uno degli eroi di Verdun, aveva segnalato al Ministero della Guerra le difese approssimative della piazzaforte, le trincee in abbandono, la mancanza di reticolati. Di fronte a quelle osservazioni avanzate senza seguire l’ordine gerarchico, Joffre era montato su tutte le furie e aveva ribadito: “Verdun non è un possibile obiettivo del nemico.” E in un primo momento aveva lasciato cadere la cosa. Poi , annusando aria di burrasca, ci aveva ripensato spedendo a Verdun il suo Capo di Stato Maggiore, il generale Noel de Castelnau, perché desse un’occhiata. De Castelnau era rimasto di sasso o quasi nel constatare quanto fosse vulnerabile quella posizione un tempo fortificata, aveva ordinato di allestire una linea di difesa intermedia fra la prima e la seconda e aveva fatto affluire a Verdun due divisioni di fanteria. Poca roba, ma sempre meglio di niente. Arriveranno il 12 febbraio, giorno fissato dai tedeschi per l’attacco.

Il giorno del giudizio.

Il 12 febbraio nella zona di Verdun prima nevica, poi piove che dio la manda; soffia un vento assassino, la visibilità è scarsa, l’artiglieria è cieca. I fanti tedeschi sono pronti a scattare. Ma con quel tempo proprio non si può. L’Alto Comando tedesco ferma tutto all’ultimo momento e per i soldati del Kaiser imbucati negli  Stollen si fa grigia: non è possibile riscaldare i ripari, la pioggia si infiltra dappertutto, i rifornimenti arrivano col contagocce, all’interno lo spazio è minimo. La sera numerose unità devono recarsi a dormire nei propri alloggiamenti e tornare al fronte il mattino seguente. Qualcuno, dotato di senso dell’umorismo, commenta: “In caso di maltempo, la battaglia sarà combattuta al coperto”. I Landser restano a bagnomaria negli Stollen una decina di giorni: in quelle condizioni, un’eternità. Loro non possono immaginarlo, ma sono proprio quei dieci giorni di ritardo a mandare all’aria i piani iniziali tedeschi: le due divisioni di rinforzo arrivate il 12 possono prendere posizione e rafforzare le difese.
Quando finalmente il tempo mette giudizio, comincia un bombardamento impressionante. Dalle 7,15 del 21 febbraio, i cannoni tedeschi arano letteralmente un fronte di una quarantina di chilometri su entrambe le rive della Mosa. Per più di nove ore sparano quaranta granate al minuto, polverizzano le trincee, fanno a pezzi i difensori, sradicano gli alberi. Sembra la fine del mondo: esplosioni continue, grida di terrore e di dolore, lamenti di feriti, nitriti di cavalli moribondi, fuoco , fiamme, resti umani sparsi ovunque, uomini sepolti vivi all’interno dei loro rifugi.
Alle quattro del pomeriggio, le truppe d’assalto escono in piccoli gruppi dagli Stollen e si buttano in avanti in direzione di Bois d’Haumont, Bois de Caures, Bois de l’Herbebois decise a chiudere in fretta la partita. A sera, invece, avranno occupato solo Bois d’Haumont. Il colonnello Driant le blocca intorno a Bois de Caures e a nulla valgono gli attacchi portati con le mitragliatrici e i lanciafiamme. La macchina da guerra tedesca, complice l’accanita – e inattesa- resistenza francese, sembra essersi inceppata. Ma da Chantilly dove ha sede l’Alto Comando francese, tutto tace. Manovra locale e circoscritta, niente di importante è il lungimirante giudizio degli alti papaveri. Niente di importante?
Il 22 febbraio e nei giorni seguenti, solito copione: bombardamenti terrificanti, infiltrazione di truppe scelte, attacchi veementi. Cade Bois de Caures dove muore combattendo  il valoroso colonnello Driant; resiste solo Bois de l’Herbebois. Nelle posizioni dietro la prima linea, regnano panico e confusione. Di rinforzi nemmeno l’ombra. Gli alti comandi, infatti, persistono nel sottovalutare la portata e il valore strategico dell’attacco tedesco. Dal fronte  del resto arrivano rapporti esageratamente ottimistici: la nostra artiglieria sulla riva sinistra della Mosa li sta tenendo a bada; l’offensiva nemica sta perdendo vigore; possiamo contrattaccare. Ma quando la prima linea viene sfondata in più punti e i poilus[3] sono costretti a ripiegare su una seconda e poi su una terza linea entrambe operative solo sulla carta, a Chantilly si svegliano e De Castelnau si precipita di nuovo a Verdun. Non prima di aver consigliato a  Joffre di spedire al fronte la Seconda armata al comando del generale Philippe Pétain.

Henri Rousseau "Il doganiere"( 1844-1910). Allegoria della guerra( 1894 circa). Parigi, Musée d'Orsay.

Henri Rousseau “Il doganiere”( 1844-1910). Allegoria della guerra( 1894 circa). Parigi, Musée d’Orsay.

“Non passeranno!”

Il sessantenne Pétain, scapolo impenitente, gaudente frequentatore delle notti “memorabili” di Parigi, come soldato nasce offensivista: tutti all’attacco, il cuore oltre l’ostacolo ecc. ecc. In quei tempi è quello il sentire comune.  I militari francesi  sono ossessionati dalla mistica dell’offensiva, parlano di “idee armate di spada”, sognano la rivincita sugli odiati Boches, si vedono già ben oltre il Reno, si sentono invincibili. Pétain non fa, non può fare eccezione.
E tuttavia, secondo lui, se offensiva deve essere, meglio sostituire alla baionetta il fuoco coordinato di fanteria e di artiglieria. Il suo motto è: i cannoni conquistano le posizioni, la fanteria occupa e tiene le posizioni conquistate. Gli attacchi a ondate? Scriteriati, costosi, inutili. Perché non si  deve rafforzare una sconfitta. Mai. In altre parole, non si mandano altri soldati a farsi massacrare dove si sta già perdendo una battaglia. ” Non bisogna combattere con gli uomini contro il materiale;  è con il materiale impiegato dagli uomini che si fa la guerra” è la sua filosofia. E infine: non c’è attacco  a oltranza che non possa essere fermato da una difesa bene impostata.
Quasi nessuno gli dà retta. Le sue teorie sembrano contraddire lo spirito dell’élan, dello slancio vitale, tanto caro agli ambienti militari del tempo e all’opinione pubblica francese. In più Pétain è un caratteraccio: dice sempre quello che pensa senza tanti giri di parole; è brusco nei modi; non scende a compromessi. C’è da stupirsi, allora, se nel 1914 a un anno dalla pensione è ancora tenente colonnello?
Ma con lo scoppio della guerra le cose cambiano e nel giro di pochissimo tempo, Pétain da eretico sale al rango di profeta. Sono i campi di battaglia a santificarlo. Lì, al fronte, i cannoni e le mitragliatrici, non le baionette, si impongono come armi decisive; lì, al fronte, la potenza di fuoco si rivela l’unico elemento in grado di decidere gli scontri. Il crepitio delle mitragliatrici e il rombo dei cannoni riportano d’attualità anche le sue teorie : Pétain smette così di insegnare ora in questa ora in quella scuola militare per trasferirsi sui campi di battaglia prima come generale di brigata, poi come comandante di un’armata, la Seconda.  Mettendo in pratica i propri convincimenti , coglie importanti vittorie tattiche e si segnala come uno dei migliori comandanti sul campo.
Quando arriva a Verdun, la situazione è disperata. Uno dei cardini del sistema difensivo francese- Fort Douaumont- è caduto  in mano nemica. Un geniere tedesco- il sergente Kunze- infilatosi nel forte attraverso un cunicolo aveva sorpreso alcuni uomini della guarnigione, li aveva costretti alla resa  e poi aveva aspettato il tenente Radke – entrato nel frattempo nel forte- mangiando uova sode e bevendo vino. Poi anche altri tedeschi, sfruttando l’azione di Kunze e di Ratke, erano entrati a Douaumont. Il sergente maggiore Chenot  comandante della guarnigione ( sessantotto uomini in tutto) si era arreso al capitano Hans Joachim Haupt; gli altri erano stati fatti prigionieri dal tenente Cordt von Brandis. Non era stato sparato un solo colpo. La Germania intera era andata in visibilio.  Haupt e von Brandis, non Kunze e Radke come sarebbe stato giusto,  erano stati decorati dal Kaiser in persona  con la più alta onorificenza tedesca, la medaglia Pour le Mérit.

La perdita del forte è un brutto colpo per i francesi. E non è tutto. Oltre a Fort Douaumont, i tedeschi tengono gran parte delle alture sovrastanti la riva orientale della Mosa e sembrano inarrestabili. I soldati francesi , invece, hanno il morale sotto i tacchi; un avvilito e sfiduciato Herr pensa addirittura di abbandonare la riva destra del fiume e di ritirarsi sulla riva sinistra. È una decisione tatticamente sensata, ma è anche una decisione inaccettabile per chi è cresciuto nel culto dell’offensiva a oltranza; è un vero e proprio abominio tattico per chi vede nell’abbandono di quelle posizioni l’inizio della fine. Per Verdun e per la Francia.
De Castelneau, allora, agisce con la velocità del fulmine: verga in fretta l’ordine di tenere a qualsiasi costo la riva destra della Mosa- ordine che in seguito il generale Nivelle sintetizzerà in un’affermazione destinata a diventare famosa e a fare di Verdun un simbolo (Ils ne passeront pas, Non passeranno) – e sostituisce  Herr con Pétain. Che da comandante della Seconda armata si ritrova nel giro di poche ore comandante dell’intero settore.
Ha un solo compito e un solo obiettivo: guadagnare tempo, fermando o perlomeno rallentando l’avanzata tedesca sulla riva orientale della Mosa. E per farlo, lui, l’ex offensivista Pètain, deve impostare una battaglia difensiva. Dove si attacca, certo, ma per fermare il nemico e solo dopo che l’artiglieria ha reso possibili le condizioni per un contrattacco. Non è ancora buttare alle ortiche i dogmi dell’offensiva a oltranza, ma quasi.
Pétain allestisce il proprio quartier generale a Souilly, appende a una parete del proprio ufficio una  mappa dettagliata del settore e, ogni volta che la guarda, rabbrividisce. E non solo per il freddo patito durante il viaggio. Lo aspetta un compito quasi sovrumano. Benché praticamente non dorma dalla “notte memorabile” trascorsa all’Hotel Terminus, si mette subito al lavoro. Definisce la strategia, cura personalmente i dettagli, allestisce sulla riva destra della Mosa una linea di difesa imperniata sui forti e, soprattutto, riunisce quasi cinquecento pezzi d’artiglieria, li posiziona sulle alture della riva sinistra della Mosa e tiene sotto tiro la riva opposta. A un certo punto, sfinito e scosso da una febbre altissima, si accascia su una branda.
La diagnosi medica è impietosa: polmonite doppia. Gli vengono prescritti cure e riposo. Che non ha alcuna intenzione di seguire. Ai comandanti di divisione telefona: “ Sono il generale Pétain. Ho assunto il comando. Avvisate i  soldati.” E conclude: “So di poter contare su di voi.” Uno spartano non avrebbe potuto essere più stringato e nello stesso più efficace.
Spronati dai propri ufficiali e dalle parole del generale comandante, i poilus  si battono con accanimento attorno a Bois de la Caillette, Bois de Hardoumont e al villaggio di Douamont per avvicinarsi al quale i tedeschi devono muoversi allo scoperto sotto il tiro implacabile delle mitragliatrici e degli obici. Quasi dappertutto gli uomini del Kronprinz avanzano sempre più lentamente, fra tempeste di neve e scontri corpo a corpo. Le contromisure adottate dai francesi sembrano funzionare; l’artiglieria sulla riva sinistra della Mosa non dà loro requie; le  perdite sono altissime; lo slancio iniziale si attenua. Per prendere il villaggio di Douaumont, situato nelle vicinanze del forte, i tedeschi lasciano sul terreno più della metà degli uomini impegnati nell’operazione. Fra i difensori del villaggio c’è anche un giovane capitano destinato, in quella circostanza, ad essere ferito e fatto prigioniero e, molti anni più tardi, a incrociare la propria strada con  quella di Pétain: si chiama Charles de Gaulle.
Nel Quartier Generale di  Soully, Pétain  infagottato in pesanti coperte e febbricitante, riceve gli ufficiali a rapporto. La domanda è – e anche in seguito sarà- sempre la stessa: “ E le vostre batterie? Che cosa hanno fatto le vostre batterie?” La sopravvivenza di Verdun( e della Francia) è affidata a quelle batterie, a quel ” materiale”. E l’efficacia di quelle batterie dipende dalle munizioni e da chi deve fornire le informazioni  per dirigerne il tiro.

“Ridatemi la vista.”

In quei tempi uomini, materiali e rifornimenti viaggiavano per ferrovia, non su gomma. A Verdun c’è una piccola ferrovia a scartamento ridotto, Le Meusien, ma è del tutto insufficiente per tenere vivo il fronte. Parallela a Le Meusien , da Bar-le-Duc a Verdun, corre una strada secondaria, lunga un’ottantina di chilometri e larga sì e no una decina di metri, in gran parte sterrata. Di fatto essa è, al momento, l’unica via di comunicazione utilizzabile per rifornire il fronte. I tedeschi, infatti, controllano la strada principale del Dipartimento della Mosa e tengono sotto il tiro dei propri cannoni la ferrovia di Sainte –Menehould.
La strada di Bar-le-Duc viene trasformata da Pétain  con l’aiuto di un eccellente “tecnico”, il maggiore Richard, in  una vera e propria “ strada della vita”. Per mesi,  giorno e notte, lungo i suoi ottanta chilometri scarsi, veicoli a motore di ogni tipo trasporteranno ininterrottamente uomini, viveri, munizioni, materiali, medicine verso il fronte e dal fronte preleveranno i feriti. Né i guasti meccanici né il fango né il maltempo fermeranno quel flusso continuo e inarrestabile. La strada verrà divisa in settori con officine e depositi di carburante; lungo l’intero percorso saranno gettate tonnellate di ghiaia sotto le ruote dei veicoli per favorirne la presa sul terreno fangoso; gli autocarri in panne o impossibilitati a proseguire verranno immediatamente rimossi dalla carreggiata così da non bloccare il traffico. In alcuni momenti lungo quella strada transiterà un automezzo ogni quattordici secondi.
I cieli sopra Verdun sono controllati dall’aviazione tedesca. Che, però, tatticamente, non sempre è impiegata bene. I tedeschi, ad esempio, dispongono di aerei da bombardamento, ma, stranamente, non ne impiegano nemmeno uno per colpire le comunicazioni francesi. Si limitano a tenere sgombro il proprio spazio aereo. E tuttavia, in teoria, la strada di Bar-le-Duc può essere minacciata dall’aria. Ma, soprattutto, possono essere abbattuti gli aerei da ricognizione e i palloni aerostatici, gli occhi dell’artiglieria francese. Pétain ha un disperato bisogno di informazioni sulla dislocazione delle forze nemiche: solo conoscendo esattamente dove si trovano può sperare di neutralizzarle. E per sapere dove si trovano ha bisogno di un flusso continuo di informazioni. Ha bisogno, in altri termini, dell’osservazione aerea.
Il 28 febbraio convoca un pioniere dell’aviazione da caccia, il maggiore Charles Tricornot, marchese de Rose. Gli espone il problema e conclude: “ Sono cieco, Rose.  Ridatemi la vista”[4]. Con la supervisione del colonnello Barrés, Rose si mette al lavoro. Chiama a sé i migliori piloti, chiede i nuovi aeroplani Nieuport, cura l’addestramento, vieta ai suoi di agire isolati o di cercare lo scontro individuale, ma di operare sempre in gruppo. Imposta, in altre parole, un’aviazione ” moderna”. E le squadriglie di Rose- le ” Cicogne”-,  col tempo sempre più numerose, svolgono alla perfezione il compito loro affidato, togliendo ai tedeschi la superiorità aerea.  Fra quelle squadriglie, una è particolarmente attiva: l’ Escadrille de Lafayette. I suoi aviatori sono tutti americani.
Gli assi di Tricornot de Rose(Jean Navarre, Georges Guynemer, Charles Nungesser) e la strada di Bar-le-Duc  – ribattezzata a guerra finita Voie Sacrée, Via Sacra- consentono a Pétain di resistere.

Le Mort Homme.

Se quella di Pétain è una Via Sacra, quella dei tedeschi è ogni giorno di più,  una Via Crucis. Falkenhayn ha ottenuto il proprio scopo e ha attirato nella fornace  di Verdun – diventata ora più che mai un simbolo per tutti i francesi- ingenti forze nemiche da “ dissanguare”. Ma il sangue scorre anche fra i suoi. In più muovere l’artiglieria e le relative munizioni su quel terreno ridotto a un unico cratere fangoso costa sforzi sovrumani e provoca un inevitabile rallentamento e una diminuzione della potenza di fuoco; le cucine da campo non si possono allestire, il cibo e l’acqua potabile scarseggiano, le trincee si allagano e si riempiono di fango,  i feriti non possono essere evacuati, la resistenza francese è più tenace del previsto. E  i cannoni di Pétain  sulla riva sinistra della Mosa sono un vero e proprio flagello.
Per toglierli di mezzo, si pensa allora a un attacco su due fronti: a est della Mosa in direzione di Fort Vaux, a ovest del fiume verso un’altura denominata, per via di un oscuro fatto di sangue accaduto in tempi passati, Le Mort Homme.
E intorno a questo punto di osservazione, alla vicina “Quota 304” e nei boschi circostanti  si scatena un vero e proprio inferno. Il bombardamento non dà requie; gli attacchi si succedono ai contrattacchi; in marzo piove e nevica, in aprile la pioggia allaga le trincee, in maggio manca l’acqua e la sete è così forte da costringere i soldati a bere la propria urina; intere compagnie vengono spazzate via , si combatte su un terreno quasi interamente cosparso di resti umani, i feriti non vengono evacuati, il lezzo dei cadaveri insepolti avvolge tutto e tutti, le diserzioni, da un parte e dall’altra, aumentano. Intorno a Bois d’Avocourt interi reparti si arrendono ai tedeschi: qualcuno avanza l’ipotesi di un tradimento in  massa.
I nervi sono sottoposti a una prova durissima. Immagina di essere legato a un palo, scriverà uno di quei poveri soldati, e di avere davanti a te un uomo con un martello. Vedi che l’uomo si prepara a colpirti e tremi di terrore. Il martello  si abbatte  e colpisce il palo a un centimetro dalla tua testa. Ogni volta è così e tu non sai mai se il martello colpirà te o scheggerà di nuovo il palo.

Otto Dix ( 1891-1969). Soldato ferito(1916).

Otto Dix ( 1891-1969), Soldato ferito(1916).

È una carneficina spaventosa. Spronati da Pétain (Courage, on les oura! Coraggio, gliele suoneremo!), i poilus resistono per tre mesi in condizioni disumane prima di cedere. Per i tedeschi è una vittoria di Pirro. Per le perdite subite, anzitutto. E poi per l’usura cui sono sottoposti. Non tolgono le unità dalla prima linea: rimpiazzano soltanto le perdite. Con il risultato di avere al fronte sempre meno soldati esperti e sempre più novellini. Pétain , al contrario, dopo un certo periodo ( di solito una settimana) di prima linea, avvicenda i reggimenti al completo spedendoli a rifiatare nelle retrovie prima di impiegarli di nuovo. In altre parole, i tedeschi sostituiscono gli uomini, Pétain le unità. In ogni momento i francesi possono così contare  su forze relativamente fresche con consistenti aliquote di  soldati esperti, mentre i tedeschi vedono le proprie forze combattenti diventare, attacco dopo attacco, sempre più deboli. E, soprattutto, anch’esse, al pari di quelle francesi e contrariamente a quanto previsto da Falkenhayn, si stanno “dissanguando goccia a goccia”.

Cambio al vertice.

Mentre tutto questo accade sulla riva sinistra della Mosa, sulla riva destra è in corso la battaglia per Fort Vaux. È uno scontro senza quartiere, cominciato con due giorni di ritardo rispetto al previsto a causa delle difficoltà di muovere l’artiglieria su un terreno fangoso e scavato da enormi crateri. La notte dell’8 marzo, primo giorno di battaglia, i tedeschi colgono di sorpresa il nemico e occupano il villaggio di Vaux. La mattina seguente si  dirigono verso Bois Fumin, prossimo al forte. Si sono appena mossi e già corrono le voci: il forte è stato catturato, la nostra bandiera è stata issata sulla sommità, ce l’abbiamo fatta. Un ufficiale comunica: ho raggiunto il forte con tre compagnie. Le alte sfere interpretano a modo loro la comunicazione da Fort Vaux e quell’ ho raggiunto, diventa, nella frenesia del momento, ho conquistato. Secondo consuetudine, l’ufficiale più alto in grado responsabile dell’operazione, il generale Hans von Guretzky, viene insignito della medaglia Pour le Mérit. Se la terrà un solo giorno. L’indomani l’onorificenza gli viene revocata: Fort Vaux , infatti, lungi dall’essere stato conquistato, resiste. E l’attacco ordinato da von Guretzky  per vendicare l’onta subita e per recuperare l’ambita medaglia, si risolve in un ennesimo, spaventoso massacro. Il primo assalto al forte è fallito.
I soldati tedeschi, ormai in condizioni estreme, vengono finalmente avvicendati. Tormentati dalla sete hanno bevuto l’acqua raccoltasi nelle buche e ora quasi tutti soffrono di dissenteria, moltissimi hanno i nervi a pezzi, di interi reggimenti resta un pugno di uomini. Quando raggiungono le retrovie,  devono allestirsi da soli gli alloggiamenti; giorno e notte le latrine sono costantemente occupate, il tanfo è insopportabile. Ma almeno lì non ci sono bombe, né esplosioni, né gas  asfissianti, né fango, né assalti all’arma bianca, né sangue, né urla di dolore, né topi famelici. Dal fronte, dove i soldati cadono come mosche, arrivano le prime voci controcorrente. Non attacco più, comunica il generale von Bahrfeld, i miei uomini sono esausti, non ce la fanno. Knobelsdorff cede: aspettiamo truppe fresche prima di ricominciare. L’attacco principale a Fort Vaux viene fissato per il 7 maggio, genetliaco del Kronprinz. Ma intanto von Bahrfeld viene sollevato dall’incarico.
E dall’incarico viene sollevato anche Pétain. Nel più classico dei modi: ti promuovo così ti levi dalla scatole[5] e la smetti di chiedermi in continuazione rinforzi e rifornimenti con il rischio di mandare a gambe per aria la prevista offensiva sulla Somme. Quello che dovevi fare l’hai fatto, adesso tocca a noi. Non è più tempo di subire e aspettare, di subire e difendersi. A Verdun i tedeschi sono alle corde: è arrivato il tempo di darci dentro e di sbarazzarcene  una volta per tutte. Se non ora, quando?
Nella sua nuova veste di capo del Gruppo di Armate Centro, Pétain resta, in teoria, responsabile anche di Verdun, ma in pratica in questo delicatissimo settore, dal 1° maggio a menare le danze è il generale Robert Nivelle, offensivista convinto. Come il suo braccio destro, del resto: il generale Charles Mangin. Al quale i soldati hanno affibbiato un soprannome che è tutto un programma: le boucher, il macellaio. Suo obiettivo dichiarato: la riconquista di Fort Douamont.

“I negri! I negri!”

Il 1° maggio riprende l’attacco  a Fort Vaux. Si tratta di un attacco scriteriato, mal congegnato, nato morto. I tedeschi puntano dritti sul forte anziché concentrarsi prima sui fianchi e sulle posizioni-chiave di Bois Fumin e Bois de la Cailette. Presi in mezzo da un tremendo fuoco incrociato proveniente da queste due località vengono letteralmente fatti a pezzi. Né per loro va meglio intorno alle fortificazioni di Fort Thiaumont: nessun progresso e perdite elevatissime.
Anche Fort Douaumont- sotto costante tiro nemico-  conosce i propri guai. Quando un’esplosione accidentale fa saltare un deposito di benzina per i lanciafiamme, all’interno del forte si scatena il finimondo. Un grido corre di bocca in bocca: “ I negri! I negri!” Volano le bombe a mano. Alcune di esse raggiungono il deposito delle munizioni e delle granate caricate a gas facendolo saltare in aria. Muoiono quasi settecento uomini, molti di essi soffocati. Dei “ negri” nessuna traccia. Nel caos e nella confusione seguiti all’esplosione, qualcuno aveva scambiato i volti dei commilitoni scuriti dalla polvere e dal fumo per i volti dei soldati coloniali francesi- nordafricani e senegalesi- temutissimi perché non facevano mai prigionieri.
I francesi però non approfittano immediatamente di questo inaspettato colpo di fortuna.

La mossa del cavallo.

Le certezze tedesche cominciano a scricchiolare. Il 13 maggio i comandanti della Quinta armata si riuniscono e decidono per il momento di sospendere l’attacco a Fort Vaux: aspettiamo nuove truppe e nuove granate a gas e poi ricominciamo. Il Kronprinz è del parere di piantarla una volta per tutte e lo dice chiaro e tondo: non otteniamo risultati, perdiamo uomini e materiali, siamo in stallo. Knobelsdorff, invece, vuole continuare: secondo lui i francesi si stanno “ dissanguando”. E va bene, sbotta il principe Friedrich Wilhelm, se il Quartier Generale ordina di continuare, obbedirò agli ordini. Ma non voglio essere io a impartirli.  Il 17 maggio Falkenhayn si fa vivo: stop alle operazioni sulla riva destra della Mosa  e massimo sforzo sulla riva opposta. Ma prima vanno eliminate  le difese intorno a Thiaumont e va conquistato Fort Vaux.  In altre parole, tutto come prima. O quasi.
Ma i francesi hanno in serbo la mossa del cavallo: anticipano i tedeschi e puntano dritti su Fort Douaumont. Dal 16 al 22 maggio bombardano il forte con ogni mezzo: granate, bombe dirompenti, gas. Il 22 i reggimenti di Mangin- fermamente deciso a tener fede alla propria promessa di riconquistare il forte- si lanciano all’attacco. È un disastro. Durante due giorni di combattimenti, interi reparti vengono annientati; le perdite raggiungono e a volte superano l’ottanta per cento degli effettivi;  i tedeschi riescono a far affluire rinforzi, i francesi no. Nelle sue ultime fasi, la battaglia per Fort Douaumont è combattuta all’arma bianca.
Mangin ha sbagliato tutto: ha affollato un fronte troppo ristretto, mettendo i suoi praticamente alla mercé dell’artiglieria tedesca; ha annunciato la caduta del forte quando il forte era ancora in mano nemica; ha impiegato male le riserve, mandandole all’assalto con la prima ondata e trovandosene privo al momento del bisogno. Come avevano ampiamente dimostrato gli avvenimenti dei mesi precedenti,  l’offensiva a oltranza, nel contesto di Verdun, non pagava, non poteva pagare.
Pagano invece Mangin e, una volta di più, i soldati. Il primo è rimosso da Pétain, i secondi cominciano a dare segni di cedimento; Mangin si offre di servire come soldato semplice, i poilus disertano o non ubbidiscono agli ordini. I nervi crollano. Mesi e mesi di sacrifici, di bombardamenti ininterrotti, di fame e di sete implacabili, di orrori di ogni tipo, di condizioni disumane hanno lasciato il segno. Quando arriverà la fine di quell’incubo? Quando cesserà quell’ “inutile strage”?

L’onore delle armi.

Il 1° giugno Bois de la Cailette cade in mano tedesca. Lo stesso giorno anche Bois Fumin  è conquistato coi lanciafiamme, ma a prezzo di altissime perdite. Ci si muove fra mucchi di cadaveri orribilmente mutilati o carbonizzati. Louis Barthas, bottaio nella vita civile , scrive: “ Due dei nostri agonizzano dopo essere stati avvolti dalle fiamme. Uno muore quasi subito, l’altro, completamente impazzito, si mette a cantare una canzoncina da bambini, si rivolge alla moglie e alla madre , parla del proprio villaggio natale. Tutti noi scoppiamo a piangere”. Ora Fort Vaux, privo di protezione sui fianchi, è vulnerabile. Ci sono circa seicento uomini nel forte. Li comanda il maggiore Sylvain Eugéne Raynal.
Un piccione viaggiatore raggiunge il Comando e subito dopo muore a causa dei gas respirati durante il volo. Reca legato a una zampa un messaggio del maggiore Raynal: chiede rinforzi. E li chiede perché dentro al forte sottoposto a un bombardamento terrificante e continuo, attaccato coi lanciafiamme e con le granate, l’acqua sta per finire. Fino ad allora Raynal e i suoi seicento uomini avevano resistito, impedendo ai tedeschi  di entrare nel forte. Ma a nulla era servita la loro valorosa difesa,  a nulla erano serviti i contrattacchi portati dall’esterno : le truppe d’assalto tedesche erano sempre più vicine, il forte era praticamente circondato, i soldati bevevano la propria urina o leccavano la condensa sui muri, le canne delle armi non potevano essere raffreddate. Anche i tedeschi soffrivano la sete, il caldo, lo stress da combattimento, ma, a differenza dei francesi, facevano progressi, sentivano la vittoria a un passo. E venivano avanti.
Il 7 giugno  la guarnigione si arrende. Il piccione di Fort Vaux, caduto nell’adempimento del dovere, viene insignito della Legion d’Onore; i superstiti della guarnigione ricevono l’onore delle armi; il Kronprinz in persona permette al maggiore Raynal di conservare la  sciabola;  Nivelle tenta di riprendere il forte mandando a morire migliaia di  altri soldati; Pétain intima  di smetterla con quegli attacchi insensati, inutili e suicidi.
Nel mirino dei tedeschi ci sono ora Fleury e Fort Souville. Prossima tappa: la cittadina di Verdun.

Otto Dix ( 1891-1969). Assalto con maschere antigas(1924)

Otto Dix ( 1891-1969). Truppe d’assalto con maschere antigas(1924)

Verdun addio?

L’ostacolo principale verso Fleury e Fort Souville è Fort Thiaumont: bisogna neutralizzarlo prima di cominciare l’attacco principale. Il forte è sotto il tiro dell’artiglieria nemica posizionata sulle alture circostanti, eppure resiste. Fino al 21 giugno, infatti, i tentativi tedeschi vanno a vuoto. Gli attaccanti  colgono qualche successo qua e là, ma non riescono a penetrare all’interno del forte. Alle 6 del mattino del 23 giugno, alba di una giornata caldissima, i tedeschi scatenano un attacco massiccio, impiegando per la prima volta un gas altamente tossico, il fosfuro di idrogeno.  In parte, l’attacco ha successo. Il gas mette fuori combattimento gli artiglieri nelle posizioni più arretrate , ma non riesce a neutralizzare completamente gli uomini di prima linea. Interi reparti o piccole unità, guidate da ufficiali coraggiosi  impediscono così ai tedeschi di sfondare. Non però di conquistare Thiaumont e parte del villaggio di Fleury. La città di Verdun è indifesa e può cadere da un momento all’altro.
La situazione è critica. Il Comando francese appare sempre più frastornato e in difficoltà; numerosi soldati confusi, storditi, demoralizzati abbandonano le linee e si dirigono in disordine verso la città di Verdun. Lo scenario è apocalittico: sulle strade, sui campi sconvolti dalle bombe, nelle trincee scoperchiate, dovunque si vedono feriti, morti e moribondi. Gli ospedali da campo non funzionano; i medici non sono preparati a curare le spaventose ferite inferte dai proiettili dell’artiglieria. Gli uomini che hanno respirato il gas velenoso agonizzano, scossi da spasmi atroci.  Perché gli uomini continuano a combattere? Dove trovano la forza di resistere? Perché non disertano in massa, da una parte e dall’altra? Poco prima di cadere sotto le bombe a Verdun, un giovane tenente francese scrive: “L’inferno è niente in confronto…L’umanità è impazzita..  Gli uomini sono impazziti.”
È un brutto, bruttissimo momento. Come già Herr tempo prima, Pétain e Nivelle pensano di abbandonare  la riva destra e di attestarsi sulla riva sinistra della Mosa.  Ma è possibile? Se ci si ritira, come reagirebbe l’opinione pubblica francese? E l’opinione pubblica mondiale? Direbbero: il sangue versato fino a questo momento è dunque stato versato invano? Tanti giovani valorosi sono morti per niente? No, niente da fare: Verdun è la Francia. Impossibile rinunciare. Occorre tener duro e contrattaccare. Quando si può.

E il 25 giugno, i francesi, inaspettatamente, contrattaccano  e riprendono Fort Thiaumont. I tedeschi si sono fermati: non hanno fosgene a sufficienza per un nuovo attacco, soffrono la sete, non sono riusciti a neutralizzare completamente i 155 e i 75 posizionati sulle alture. Soprattutto sono a corto di uomini. Sul fronte orientale, infatti, il generale russo Brusilov ha sferrato una poderosa offensiva travolgendo gli austriaci. Per correre ai ripari, Falkenhayn deve privarsi di tre divisioni e ordinare al Kronprinz di sospendere momentaneamente l’attacco. La breccia non può essere sfruttata e i francesi hanno il tempo di riorganizzarsi.
Nel frattempo, il 1° luglio, sulla Somme è iniziata l’offensiva franco-britannica. Uomini e aerei servono altrove. Verdun rischia di diventare un fronte secondario, ma non un fronte spento. Anzi, i combattimenti riprendono con maggiore violenza di prima. Il villaggio di Fleury vede l’alternarsi continuo di attacchi, di contrattacchi e di scontri all’arma bianca e si trasforma in un inferno nell’inferno. I tedeschi, decisi a far saltare il banco, preparano due offensive: la prima  su un fronte ristretto- quello fra Bois Chapitre e Fleury-  allo scopo di utilizzare meglio la potenza devastante della  propria artiglieria e la seconda verso Fort Tavannes. Entrambe dovrebbero scattare il 7 luglio.
Ma il tempo fa le bizze e bisogna aspettare. L’11 luglio, con quattro giorni di ritardo sulla data prevista, i tedeschi partono finalmente all’attacco. Sparano a gas, ma con scarsi risultati: questa volta i francesi hanno maschere in grado di filtrare anche il micidiale fosgene. Il fronte scelto per l’azione principale, inoltre, è stretto, troppo stretto.  E troppo affollato. Le unità si ammassano le une dietro le altre in mezzo a una confusione indescrivibile; i 155 a canna lunga e i 75 a tiro rapido francesi non danno tregua; alcuni reparti si rifiutano di proseguire. L’attacco verso Fort Tavannes non parte neppure, tanto è intenso il fuoco dell’artiglieria francese. Unico dato positivo: la conquista definitiva di Fleury. Fort Souville è a meno di cinquecento metri di distanza . Se cade, anche Verdun è perduta.
Il primo tentativo portato il 12 luglio va a vuoto. Dopo questo ennesimo fallimento, Falkenhayn cambia tattica e ordina di consolidare e di difendere le posizioni. Non ci sono più riserve per sostenere un nuovo attacco. I francesi ne approfittano, si riorganizzano e passano al contrattacco. Per tutto luglio e per tutto agosto nella zona di Fort Tavannes e di Fleury i combattimenti si inaspriscono. E si inaspriscono nonostante i tedeschi pensino di abbandonare definitivamente la partita, nonostante siano a corto di munizioni, nonostante gli uomini, ormai esausti, siano tormentati dalla sete e dalla fame. Si combatte in spazi aperti, fra corpi mutilati e dilaniati, fra enormi crateri scavati dalle bombe, fra i lamenti dei feriti e dei moribondi. Chi non ce la fa più viene accusato di codardia e passato per le armi.
Lo stallo ormai è palese. Falkenhayn e Knobeldsdorff vengono sostituiti: il primo viene mandato in Romania ( entrata nel frattempo  in guerra a fianco dell’Intesa) ad assumere il comando della Nona armata e il secondo, con la medaglia Pour le Mèrite sul petto, viene destinato al fronte orientale. Per i nuovi arrivati, Hindenburg e Ludendorff, Verdun è un discorso chiuso.
Non per Nivelle. Alla fine di ottobre,  sostenuti per la prima vota da un poderoso- ancorché a tratti  impreciso- fuoco di sbarramento  che, precedendoli,  li accompagna quasi passo dopo passo, fino a pochi metri dalle trincee nemiche, i poilus si lanciano all’attacco conquistando in breve tempo sia Fort Douaumont, sia la zona intorno a Thiaumont. Il 2 novembre anche Fort Vaux è riconquistato. L’11 dicembre Mangin- reintegrato nel comando- guida una nuova offensiva e ricaccia i tedeschi ancora più lontano.
Il 18 dicembre, quando a Verdun , dopo nove mesi e ventisei giorni di bombardamenti pressoché ininterrotti, la battaglia finisce, francesi e tedeschi occupano, più o meno, le stesse posizioni occupate prima del 21 febbraio. Dunque, dal punto di vista tattico e strategico, quella di Verdun fu una battaglia completamente inutile.  Ma quella battaglia inutile costò ai francesi più di trecentomila uomini, ai tedeschi duecentottantamila. E c’è chi avanza cifre ancor più spaventose:  un milione di uomini fra morti feriti e dispersi.
Qualcuno ha scritto: i tedeschi avrebbero forse potuto vincere la guerra o almeno trattare la pace da condizioni più favorevoli se non si fossero giocati tutto – e male-a Verdun. Almeno tre volte andarono vicini al successo: alla fine di febbraio e in giugno. In febbraio l’occasione fu perduta per l’eccessiva ” prudenza” di Falkenhayn, forse sorpreso dal travolgente successo iniziale; in giugno perché ormai mancavano le riserve necessarie per portare il colpo finale. Se avessero sfondato a febbraio, i tedeschi avrebbero colto una vittoria di altissimo valore simbolico; se lo avessero fatto in giugno, avrebbero messo in ginocchio la Francia, forse per sempre.
Non andò così.

Epilogo

“Joffre della Marna” cadde in disgrazia e attese la fine della guerra limogè( termine usato per indicare gli ufficiali giubilati) poltrendo in un ufficio appositamente allestito per lui e in cui non c’era niente da fare. Mangin fu messo da parte- come Nivelle, del resto-  dopo la scellerata offensiva sullo Chemin des Dames, ma fu richiamato in tempo per cogliere importanti vittorie nel 1918 che lo riportarono in auge. De Castelneau, tanto cattolico da viaggiare sempre con un cappellano personale al seguito,  non fu elevato al grado di Maresciallo- a causa del violento anticlericalismo del Primo Ministro Clemenceau, si disse- ed entrò a far parte della Camera di Deputati .
Falkenhayn condusse una brillante campagna in Romania, ma non recuperò mai il prestigio perduto a Verdun e, sempre più isolato e riservato, passò gli anni del dopoguerra fino al ’22 ( anno della morte) a scrivere le proprie memorie in terza persona, come se fosse Giulio Cesare. Il Kronprinz andò in esilio in Olanda, fece una breve apparizione  in Germania entrandovi clandestinamente, intuì il pericolo rappresentato dal nazismo e ritornò in Olanda a dividere il proprio alloggio “ senza una sala da bagno” con l’ultima sua amante, una parrucchiera divorziata. Il maggiore Raynal tornato dalla prigionia si diede alla politica e divenne un fervente pacifista; il suo compagno di prigionia, il capitano De Gaulle,  impiegò gli anni della detenzione a sviluppare le proprie idee sull’esercito francese del futuro; il tenente Radke, uno dei conquistatori di Douaumont, provato nel fisico, divenne un funzionario delle ferrovie; l’ex sergente Kunze provò a farsi vivo rivendicando i propri meriti, ma inutilmente; von Knobelsdorff sparì dalla circolazione e, dopo la guerra, poco si seppe di lui.
Pétain, nominato Maresciallo di Francia, rimase a lungo in auge ed ebbe parte notevole nell’allestimento della linea Maginot, destinata  nel 1940, a essere aggirata dalle colonne corazzate tedesche. Firmò l’armistizio con Hitler e fu capo del governo della Francia di Vichy fino alla definitiva occupazione nazista. Processato dopo la fine della guerra, fu condannato a morte per alto tradimento, ma la condanna fu poi trasformata in ergastolo. Uscì di prigione alla fine del giugno del 1951 per morire meno di un mese dopo a novantacinque anni d’età.
Scrive Horne: “ A Verdun il suo ritratto nella “Sala d’Onore” sotto la cittadella è stato tolto e il suo nome cancellato a colpi d’ascia dalla targa in legno che porta i nomi dei “Liberatori della Cittadella”. Non vi sono statue, Pétain ne proibì l’erezione durante la sua vita, ma di fronte all’Ossario, i custodi indicano un piccolo pezzo di terra vuoto dove Pétain aveva sperato alla fine di congiungersi con i suoi amati soldati.
“ Forse”, essi dicono in tono dubbioso, “ forse, sarà permesso un giorno al Maréchal di ritornare qui.”

Da leggere:

Silvio Bertoldi, Come si vince o si perde una guerra mondiale, 2005 ,  Rizzoli
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Mondadori, 2003
Alessandro Gualtieri, Verdun, 1916 : il fuoco, il sangue, il dovere, Fidenza : Mattioli 1885, 2010
Alistair Horne , Il prezzo della gloria : Verdun 1916, Mondadori, 1968.
Ian Ousby , Verdun,  Rizzoli, 2002

Da vedere:

All’Ovest niente di nuovo, di Lewis Milestone(1930)
E Johnny prese il fucile, di Dalton Trumbo (1971)
La grande illusione, di Jean Renoir (1937)
Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Delbert Mann(1979)
Per il re e per la patria, di Joseph Losey ( 1964)
Orizzonti di gloria, di Stanley Kubrick ( 1957)
Una lunga domenica di passioni, di Jean-Pierre Jeunet (2004)
War Horse, di Steven Spielberg( 2011)

bandiera ingleseAutomatic English translation : The decisive point 1

Contatti

In questo sito:

L’esercito degli innocenti. Piccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
Clicca qui per leggere l’articolo.

“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.
Francia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen  fra angeli, panico,  decisioni arbitrarie e ..miracoli.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Finestre chiuse, porte aperte. Un giovane tenente , un brillante generale  e quattrocento cannoni che  non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
Clicca qui per leggere l’articolo.

La terza volta
La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
Clicca qui per leggere l’articolo.

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Cartine:

Verdun: il campo di battaglia. Fonte: www.westernfrontassociation.com. The battle of Verdun

Verdun: il campo di battaglia. Fonte: http://www.westernfrontassociation.com. The battle of Verdun

Verdun: la battaglia per i forti. Riva destra della Mosa. Fonte: www.westfontassociation.com, citato

Verdun: la battaglia per i forti. Riva destra della Mosa. Fonte:westernfrontassociation.com

Verdun: la battaglia intorno a Le Mort Homme e a Quota 304. Riva sinistra della Mosa. Fonte: www.westfrontassociation, The Battle of Verdun

Verdun: la battaglia intorno a Le Mort Homme e a Quota 304. Riva sinistra della Mosa. Fonte: westernfrontassociation.com

La battaglia in breve.

21 febbraio 1916, ore 7,15: i tedeschi concentrano il fuoco della loro artiglieria su un fronte di circa quaranta chilometri su entrambe le rive della Mosa . E’ l’inizio di Gericht, l’attacco alla zona fortificata di Verdun. La popolazione civile viene evacuata dalla cittadina. Le bombe cadono al ritmo di quaranta al minuto causando perdite altissime. Alle quattro del pomeriggio,  le truppe d’assalto tedesche escono dagli Stollen e vanno all’attacco. In alcuni punti, l’attacco viene efficacemente e inaspettatamente  contrastato dai francesi.
22 febbraio: nuovo violento bombardamento, nuovo attacco tedesco. I francesi si ritirano da Bois de Caures( dove cade il colonnello Driant) e dai villaggi di  Brabant e di Haumont.
23 febbraio: cadono altre posizioni chiave. I francesi si ritirano sulla linea Samogneux- Beamont-Ornes.
24 febbraio: bersagliati  dal fuoco francese proveniente dalla riva sinistra della Mosa, i tedeschi attaccano di nuovo e conquistano “Quota 344”, Bois de Fosse, Bois de Chuame e Ornes.  Il capo di Stato Maggiore francese, generale Noel de Castelnau, consiglia Joffre di inviare a Verdun la Seconda armata comandata dal generale Henri Pétain. Nel frattempo  il XX Corpo d’Armata ( generale Balfourier) si sta dirigendo a Verdun per rimpiazzare il XXX Corpo ( generale Chrétien).
25 febbraio: i francesi si ritirano un po’ ovunque in disordine. Cade Fort Douaumont, ritenuto inespugnabile o quasi. La 37.ma divisione africana, responsabile della difesa della linea Champneuville- Vacherauville- villaggio di Douaumont, saputo della caduta del Forte, si ritira aprendo un varco che i tedeschi, però, non sfruttano. Il comandante della piazzaforte, generale Fédéric-Georges Herr è rimosso dal comando. Pétain assume, per ordine di de Castelnau, il comando dell’intero settore.
26 febbraio: prime misure di Pètain: linea di difesa imperniata sui forti( riva destra) e fuoco di artiglieria ( riva sinistra). Comincia  a prendere forma la futura Voie Sacrée( Via Sacra). I tedeschi attaccano il villaggio di Douaumont, ma sono respinti con gravi perdite.
27 febbraio-2 marzo: dopo scontri violentissimi e gravi perdite da una parte e dall’altra, i tedeschi riescono a conquistare il villaggio di Douaumont. Fra i tanti prigionieri francesi c’è un ufficiale ferito: il capitano Charles de Gaulle.
6 marzo: comincia la cosiddetta “ Battaglia delle ali” ( Battle of the Flanks). Preceduti da un intenso fuoco d’artiglieria, i tedeschi attraversano la Mosa  e si dirigono verso l’altura denominata Le Mort Homme, posta sulla riva sinistra del fiume. L’artiglieria francese è poco efficace: i proiettili si conficcano nel terreno fangoso e non esplodono. A sera le Stosstruppen hanno compiuto significativi progressi.
7 marzo: i tedeschi occupano Bois de Corbeaux ( il “bosco dei corvi”). Le difese francesi crollano  e più di tremila uomini vengono fatti prigionieri.
8 marzo: i francesi contrattaccano e rioccupano Bois de Corbeaux.  I tedeschi rinunciano temporaneamente ad attaccare Le Mort Homme e si attestano sulla difensiva.  Sulla riva destra scatta l’attacco in direzione di Fort Vaux. Durante la notte, truppe tedesche occupano il villaggio di Vaux cogliendo i francesi di sorpresa. Non riescono però a sfruttare questa situazione favorevole e sono costrette a trincerarsi.
9 marzo: parte il primo attacco tedesco a Le Mort Homme ( riva sinistra della Mosa). I francesi reagiscono e gli assalitori sono costretti a ritirarsi. Fra i tedeschi si diffonde la voce della cattura di Fort Vaux ( riva destra). Poiché il forte, invece, si trova ancora in mano francese, il generale von Guretzky attacca. L’attacco fallisce.
10 marzo: a prezzo di altissime perdite, Bois de Corbeaux ritorna in mano tedesca. Nei giorni seguenti la battaglia riprende più violenta che mai in un susseguirsi di attacchi e di contrattacchi. Nei primi venti giorni di combattimenti i francesi hanno perduto quasi 90.000 uomini, i tedeschi 82.000.
14 marzo: fallisce un secondo tentativo tedesco di conquistare Le Mort Homme. L’artiglieria francese posizionata su un’altura denominata “Quota 304” apre ampi vuoti fra le truppe d’assalto. I tedeschi decidono allora di concentrare gli attacchi su “Quota 304”.
19 marzo: sulla riva destra della Mosa continua l’attacco a Fort Vaux. Il generale von Mudra –  uno specialista di fortezze, in seguito sostituito dal pari gradi von Lochow- assume il comando. Le truppe, però, sono stanche e l’attacco deve essere rinviato.
20 marzo: sempre con il supporto dell’artiglieria, i tedeschi attaccano  in direzione della linea Malancourt-Avocourt, sulla riva sinistra. Un’intera divisione francese(la 29.ma) è spazzata via.  I prigionieri sono più di tremila. In Francia l’avvenimento è visto come una catastrofe nazionale. Qualcuno parla di tradimento
23 marzo: scatta l’attacco tedesco  in direzione di “Quota 34”. Le condizioni atmosferiche sono proibitive: piove e a tratti nevica. I Landser occupano i villaggi di Malancourt (31 marzo), di Haucourt (5 aprile)  e di  Bethincourt. “Quota 34” resta  però francese.
9 aprile: attacco simultaneo a Le Mort Homme e a “Quota 34”. I tedeschi riescono a raggiungere, a costo di perdite spaventose, la prima cresta del Mort Homme, quella più bassa. I francesi continuano a tenere la sommità. La battaglia dura diversi giorni ed è forse la più crudele e spietata combattuta , fino a quel momento, sulla riva sinistra della Mosa. Da una parte e dall’altra, i reparti vengono decimati; mancano l’acqua e il cibo; i feriti non possono essere soccorsi; i morti giacciono insepolti.
1° maggio: riprende l’attacco tedesco a Fort Vaux( riva destra). L’attacco fallisce. Il generale Pétain è promosso al rango di comandante dell’intero Fronte Centrale. Alla testa della II armata viene nominato il generale Robert Nivelle.
3 maggio: il generale von Gallwitz, comandante delle forze sulla riva sinistra della Mosa, concentra il proprio attacco su “Quota 34” da dove l’artiglieria francese non cessa di martellare le posizioni tedesche.  Lungo un fronte sì e no lungo due chilometri vengono ammassate più di cinquecento bocche da fuoco. Un bombardamento di trentasei ore sconvolge le posizioni francesi, seppellisce vivi centinaia di uomini nei loro rifugi, spiana le trincee, causa perdite altissime. Ma occorrono giorni prima che i tedeschi riescano a occupare interamente “Quota 34”.
13 maggio: l’attacco a Fort Vaux viene differito ad altra data. Durante l’incontro in cui viene deciso il differimento dell’attacco, il principe ereditario, vista la situazione e le gravissime perdite subite dalla sua armata, avanza la proposta di cessare tutti i combattimenti a Verdun. L’Alto Comando e  von Knobelsdorf la vedono diversamente e decidono di continuare.
16-22 maggio: fuoco di preparazione su Fort Douaumont: i francesi sono fermamente decisi a riconquistarlo. L’attacco viene lanciato il 22 e vede impegnati due reggimenti agli ordini del generale Charles Mangin. L’attacco fallisce. Sulla riva sinistra dopo la conquista di “Quota 34”, la strada verso Le Mort Homme è libera. Ma solo alla fine di maggio i tedeschi riescono a conquistarlo definitivamente.
1° giugno: riprende l’attacco a Fort Vaux( riva destra). Il forte, strenuamente difeso dal maggiore Raynal e dai suoi uomini, viene conquistato il 7 giugno . I difensori, da tempo privi di acqua potabile, si arrendono. A essi viene concesso l’onore delle armi.
8 giugno: Nivelle lancia un contrattacco per riprendere il forte. L’azione finisce in un massacro. Pétain proibisce a Nivelle di condurre in futuro attacchi del genere. Nel frattempo, sempre sulla riva destra della Mosa,  i tedeschi hanno lanciato un’ennesima offensiva in direzione di Fleury e di Fort Souville .
23 giugno: un massiccio attacco tedesco in direzione di Fort Souville viene respinto dai difensori.  I tedeschi, tuttavia, riescono a occupare parte del villaggio di Fleury e le intere fortificazioni nella zona di Thiaumont. Due giorni più tardi, i francesi le riconquistano.
1° luglio: ha inizio la battaglia della Somme. Truppe e materiali tedeschi impiegati a Verdun prendono la via della Piccardia.
12 luglio: fallisce l’ennesimo attacco a Fort Souville. È in questa occasione che Nivelle fa arrivare alle truppe il famoso messaggio “ Ils ne passeron pas!”, non passeranno.
15 luglio: ancora un contrattacco francese ( obiettivo: Fleury), ancora Mangin, ancora un fallimento.
1° agosto: attacco tedesco per consolidare il fronte fra  Fleury e Thiaumont.  Nella zona , gli attacchi e i contrattacchi si succedono fino al 17, quando i francesi riescono a ripristinare la linee precedenti.
23 agosto: Falkenhayn e von Knobelsdorf sono sostituiti. Le operazioni passano sotto la responsabilità del maresciallo Von Hindenburg coadiuvato dal generale Ludendorff. Gli attacchi tedeschi diminuiscono fino a cessare quasi del tutto.
21 ottobre: i francesi passano all’offensiva e nei giorni e nei mesi seguenti  si riprendono Fort Vaux, Fort Douaumont e tutto il territorio perduto .
18 dicembre: la battaglia di Verdun è finita. I due eserciti occupano più o meno le medesime posizioni occupate il 20 febbraio.


[1] Numerosi storici  contemporanei hanno messo in discussione la veridicità degli obiettivi di Gericht illustrati  da Falkenhayn nelle proprie memorie. Per loro, l’obiettivo principale dei tedeschi era quello  di conquistare Verdun per minacciare Parigi, non quello di “dissanguare” a morte l’esercito francese. Solo dopo il fallimento dell’operazione, Falkenhayn, per difendere il proprio operato, avrebbe indicato nella guerra di attrito l’obiettivo principale di Gericht.

[2]Dando un’occhiata alla prima cartina riportata al termine di questo articolo, si può avere un’idea degli opposti schieramenti. Alla loro estrema destra, a est della Mosa, i tedeschi schierano il VII Corpo d’Armata della Riserva, formato in gran parte da effettivi provenienti dalla Westfalia e dalla Ruhr  agli ordini del generale Hans von Zwehl. Accanto al VII è posizionato il XVIII Corpo d’Armata i cui soldati provengono in gran parte dall’Assia e sono comandati dal generale Heinrich von Schenck. Segue il formidabile III Corpo del Brandeburgo, una delle migliori unità combattenti, comandato dal generale Ewald von Lochow. Il XV Corpo, schierato alla sinistra del III svolgerà soltanto un ruolo marginale nei primi momenti della battaglia.  Il VI Corpo d’Armata, formato da effettivi polacchi e alsaziani  è di riserva.
Lo schieramento francese può contare, all’inizio, soltanto sul XXX Corpo d’Armata del generale Paul Chrétien, comprendente tre divisioni operative ( la 72.ma, generale Etienne André Bapst; la 14.ma, generale Boullangé; la 51.ma , generale Crepey) e una di riserva( 37.ma, generale Bonneval).
Un Corpo d’Armata tedesco comprendeva di regola, due divisioni di fanteria. Ogni divisione era composta da due brigate, ogni brigata da due reggimenti, ogni reggimento da due ( o tre) battaglioni di mille uomini ciascuno.

[3] Letteralmente significa “pelosi”. Con questo appellativo venivano indicati i fanti francesi. Erano chiamati in questo modo perché, impegnati in frequenti combattimenti,  non avevano il tempo di tagliarsi la barba o i capelli. Il termine suonava quasi affettuoso e non aveva alcun significato spregiativo.

[4] Je suis aveugle, Rose : balayez-moi le ciel !( Letteralmente : Sono cieco, Rose. Sgomberatemi  il cielo ! »

[5] Promoveatur ut amoveatur, dicevano gli antichi Romani: sia promosso, affinché/purché sia rimosso.

Per le immagini e le biografie approfondite dei protagonisti della battaglia, si rimanda a Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Sotto il titolo: Otto Dix   ( 1891-1969): Trittico della guerra( 1929-1932), Dresda, Staatliche Kunstsammlungen

La tregua di Natale, 1914: uno spot pubblicitario, un piccolo capolavoro.

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