L’esercito degli innocenti

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Blue sky shining on a perfect day,
A lark was singing, high above the Somme.

(Mike Harding, The Accrington Pals)

(Cielo azzurro, bellissima giornata,
Alta sulla Somme un’allodola cantava)

Prologo.

In primavera la Piccardia è un’unica verde distesa di campi coltivati e di boschi. La Somme scorre lenta e tranquilla, disegnando anse, formando stagni e paludi, paradiso degli uccelli acquatici. A volte, sulla superficie in apparenza uniforme dei prati si scoprono piccole fratture, strani avvallamenti. In maggio i  papaveri li vestono di rosso.
Alte nel cielo cantano le allodole.

“Spallata” e “Rosicchiamento”.

Dopo il fallimento del Piano Schlieffen, sul fronte occidentale una linea pressoché ininterrotta di trincee corre dal Mare del Nord fino ai confini con la Svizzera. Dentro quelle trincee umide d’inverno, caldissime d’estate, maleodoranti, infestate da topi e da pidocchi, da rospi e da blatte è finito il sogno di Guglielmo II  di terminare la guerra nello spazio di pochi mesi. Ma nessuno vuole abbandonare la partita. I tedeschi hanno allestito un formidabile sistema difensivo contro il quale gli Alleati, nel 1915, si accaniscono  invano. La loro unica speranza di rompere lo stallo è quella di riportare la guerra in movimento. Se questo accadesse, potrebbero far valere la propria superiorità in uomini e materiali e vincere.
Durante un incontro tenutosi a Chantilly dal 6 all’8 dicembre del 1915, gli Alleati definiscono la strategia per il 1916: gli Imperi Centrali  sarebbero stati attaccati su tre fronti: dai russi a est, dagli italiani a sud e dai franco-britannici a ovest. Obiettivo: rompere lo stallo e tornare alla guerra di movimento.
A ovest dunque. Ma in quale parte del fronte? Il generale inglese Sir Douglas Haig, nuovo comandante del Corpo di Spedizione Britannico( British Expeditionary Force, BEF) un’idea ce l’ha. Se attacchiamo nelle Fiandre  e sfondiamo -sostiene- possiamo impadronirci, fra l’altro, dei porti da dove salpano i sommergibili tedeschi. E che dire poi dei rifornimenti? Le Fiandre sono vicine al Canale della Manica, le nostre navi possono trasportare quello che ci serve, non corriamo il rischio di restare a corto di materiali e di uomini durante le successive operazioni.
Padrone dei propri nervi, risoluto, paziente, ambizioso anche se “poco brillante” ( Walter Reid, Architect of Victory: Douglas Haig, Birlinn, 2006) , talvolta freddo e riservato, tanto riservato da sembrare a volte quasi privo di opinioni proprie, il generale Haig proviene dalla cavalleria per la quale nutre una sorta di venerazione. A guerra finita, nemmeno l’avvento dei carri armati e dell’aviazione militare– che egli stesso, per altro, organizzerà e potenzierà in Corpi autonomi proprio in occasione della battaglia della Somme – saranno in grado di fargli cambiare idea: nei tank e negli aerei continuerà a vedere soltanto utili supporti per le fanterie e per la cavalleria. È rimasta celebre una sua affermazione: “ La mitragliatrice non rimpiazzerà mai il cavallo come strumento di guerra.”
Quando assume il comando al posto del demoralizzato Sir John French, Haig vede nel fronte occidentale la chiave di tutto: sul fronte occidentale e solo sul fronte occidentale la guerra sarà vinta o perduta. La sua ricetta è semplice: impegnare il nemico su un ampio fronte( più ampio è meglio è) così da costringerlo a impiegare tutte le sue riserve, tenerlo sotto pressione con l’artiglieria , poi portare il colpo decisivo nel punto o nei punti più deboli.

Il generale Joseph Joffre, comandante in capo delle Forze Armate francesi, la vede diversamente. Celebrato come il salvatore della patria dopo la battaglia della Marna( settembre 1914), grande organizzatore, dotato di un sangue freddo eccezionale, ottimista anche contro ogni evidenza, offensivista convinto- élan et cran, impeto e “fegato”, baionetta e coraggio, solo quelli contano- non brilla però per acume tattico o strategico. Il suo credo è riassunto in una sola parola: “grignotage” (letteralmente “ rosicchiamento”). Che il dizionario Larousse definisce in questo modo: “action de gagner à peu de terrain, de s’approprier progressivament quelque chose”. In altri termini, Joffre basa tutta la sua strategia su ripetute azioni offensive volte a logorare il nemico per guadagnare qualche metro di terreno. Rosicchia oggi, rosicchia domani – è il suo ragionamento-  alla fine il sistema difensivo tedesco crollerà e si potrà tornare alla tanto agognata guerra di movimento.
Teoria pericolosa quella del “ logoramento”: come abbiamo visto, i tedeschi  sono trincerati dietro un sistema difensivo formidabile e possono ottenere il medesimo risultato standosene sulla difensiva, sfiancando e consumando le forze alleate. Le campagne di ” rosicchiamento” del 1915 nell’Artois e nella Champagne- per Joffre “ brillanti successi”, ma in pratica massacri spaventosi-  sono lì a dimostrarlo in tutta la loro drammaticità. Insomma, come è stato osservato, Joffre vuole addentare “ una porta d’acciaio con una dentiera malferma”.
E tuttavia, benché ci sia poco grignotage nella proposta di Haig di attaccare nelle Fiandre, il generalissimo francese, in un primo momento, la accetta. Ma poi ci ripensa e, in febbraio, nel corso di un secondo incontro congiunto, propone e ottiene di spostare l’attacco nel nord della Francia, in Piccardia,  nella zona del fiume Somme.
Perché lì e non  altrove? Perché quello è il punto di sutura delle armate francesi e britanniche? Perché in quella zona si possono schierare forze imponenti? Perché essendo falliti i tentativi recenti portati nella Champagne, a Ypres, ad Arras, tanto vale provare  a “ rosicchiare” altrove? Perché in Piccardia si trova il centro dello schieramento tedesco e se si sfonda in quel punto è fatta? Sia come sia , una cosa è certa: i vertici militari, ossessionati dall’idea di riportare in movimento la guerra, pressati dall’opinione pubblica e dai politici, hanno fame di  risultati. E vogliono ottenerli a qualsiasi costo. Stando così le cose, le perdite di vite umane, per loro, sono solo un dettaglio. E, per giunta, trascurabile.

Il piano.

Il piano prevede un attacco a sud e a nord della Somme lungo l’asse della carreggiata Albert-Baupome ed è sostanzialmente articolato in tre fasi: un violento bombardamento di preparazione, l’attacco delle fanterie, l’intervento  della cavalleria. I cannoni avrebbero dovuto spianare le trincee, polverizzare i reticolati, mettere fuori combattimento quanti più uomini possibile; le fanterie, protette da un fuoco di sbarramento mobile, avrebbero dovuto aprire una breccia nelle posizioni tedesche; la cavalleria, infine, tanto amata da Haig, avrebbe dovuto sfruttare immediatamente qualsiasi  breccia aperta per “ avvolgere” ( roll up) le truppe nemiche.
Troppe incognite però gravano su quel piano. Le tre fasi non sono indipendenti le une dalle altre, ma strettamente collegate. In altri termini si passa alla fase due solo dopo l’esaurimento della fase uno e si passa alla fase tre solo se si è conclusa positivamente la fase due. In pratica, se il bombardamento iniziale risulta inefficace( fase uno), le fanterie non possono ovviamente conquistare le posizioni nemiche( fase due); se le fanterie non occupano le posizioni nemiche, la cavalleria non può intervenire( fase tre). E allora l’intero piano- troppo rigido e poco suscettibile di adattamenti-  va a farsi benedire.
Inoltre, come abbiamo visto, Joffre e Haig  hanno idee diverse circa i modi per portare il colpo: Haig vorrebbe un’azione risolutiva di sfondamento, Joffre l’ennesimo “ rosicchiamento”. Dal canto suo, il comandante della Quarta armata, il generale Sir Henry Rawlinson, preferirebbe un approccio “ bite and hold”, un passo alla volta: conquistiamo le posizioni nemiche, ci attestiamo, le rendiamo sicure e poi proseguiamo. Il generale Allenby, incaricato di condurre una manovra diversiva nei dintorni di Gommeourt ( nord del fronte) avverte: attenzione, fra i miei  soldati e quelli di Rawlinson c’è un “ buco” di un paio di chilometri. Detto in altri termini, ho il fianco scoperto. Se i tedeschi se ne accorgono e sfruttano quel corridoio, sono guai seri. Nessuno gli bada più di tanto. C’è approssimazione, insomma. E forse un ottimismo esagerato.
E fretta, soprattutto. Dal 21 febbraio i francesi sono sotto attacco a Verdun e vogliono accelerare l’apertura del secondo fronte. Haig vorrebbe far partire l’offensiva in agosto, Joffre ha l’acqua alla gola e non può aspettare così a lungo. Alla fine Haig cede e l’attacco viene fissato per il 1° luglio.  Con due conseguenze facilmente intuibili: il contributo francese sarà per forza di cose inferiore a quello originariamente previsto( 11 divisioni anziché 40) e l’offensiva della Somme, dovendo servire anche ad alleggerire la pressione tedesca su Verdun,  perderà in gran parte le proprie caratteristiche originarie.
Alla fine della guerra, il Capo di Stato Maggiore Imperiale, Sir William Robertson , individuerà non nel Big Push, nella spallata definitiva, ma nella “necessità di alleviare la pressione tedesca su Verdun e di causare il maggior numero possibile di perdite ai tedeschi”   l’obiettivo principale dell’offensiva sulla Somme. In realtà, alla vigilia della battaglia, le aspettative sono ben altre.

La battaglia.

L’attacco è preceduto da un bombardamento violentissimo.  Dal 24 al 30 giugno, per sette giorni e altrettante notti, sulle posizioni tedesche piovono più di un milione  e mezzo di proiettili. “ Neanche un topo  resterà vivo” è la lungimirante profezia di Haigh. E, in effetti, nei loro rifugi sotterranei, i Landser hanno i nervi a fior di pelle; tremano a ogni scoppio, terrorizzati dall’idea di rimanere sepolti vivi. Alle sette del mattino del 1° luglio, giorno fissato per l’attacco, le artiglierie alleate sparano di nuovo.  Fra le 7,15 e le 7,28 potenti mine  vengono fatte brillare sotto le trincee tedesche. Si aprono enormi crateri. Alle 7,30 di una giornata estiva serena e luminosa , le fanterie superano i parapetti e avanzano , mentre il fuoco di sbarramento si sposta gradualmente in avanti.
Le cose si mettono subito male. I reticolati non stati danneggiati dal fuoco di preparazione se non in alcune zone del fronte. Le fanterie sono così costrette a rallentare la loro avanzata, “ perdono” lo sbarramento  e arrivano vicino alle posizioni nemiche quando già i tedeschi hanno lasciato i rifugi e hanno raggiunto i propri posti di combattimento nelle trincee sulle alture calcaree della Somme: da lì sono in grado di dominare l’intero campo di battaglia.
La sera del 1° luglio -giornata rimasta tristemente e tragicamente famosa nella storia dell’esercito britannico- gli inglesi hanno prima conquistato poi perduto la cosiddetta “Ridotta degli Svevi” ( Schwaben Redoubt) , hanno preso i villaggi di Mametz e Montauban, circondato quello di Fricourt,  ma hanno anche perso sessantamila uomini. Sessantamila uomini in un  solo giorno.
Intorno a Le Boiselle, la 34.ma divisione ha lasciato sul terreno quasi quattromila soldati. “ L’attacco è stato una magnifica dimostrazione di valore e di disciplina. Il successo è mancato solo perché i caduti non sono potuti avanzare”, è il paradossale e surreale commento di un ufficiale britannico, il  maggior generale Sir Beauvoir de Lisle, comandante la 29ma divisione. A sud i francesi sono più fortunati – o più abili nello sfruttare il fuoco di preparazione e quello di sbarramento- e compiono progressi significativi, occupando alcune località e facendo numerosi prigionieri.
Il 2 luglio Haig e Rawlinson si incontrano per fare il punto della situazione. Il primo è  per attaccare immediatamente in forze nelle zone dove sono stati compiuti i progressi più significativi, il secondo frena. Prima di avanzare, sostiene, bisogna neutralizzare le posizioni nemiche intorno al bosco di Mametz e al Bosco Alto  ( High Wood). In sostanza ripropone la sua vecchia idea del“ bite and hold”. Entrambi sembrano tuttavia ignorare la dimensione spaventosa delle perdite subite il giorno prima; entrambi sembrano convinti di poter ancora sfondare.[1] Il 14 luglio, l’attacco ai Boschi, preceduto da un  breve fuoco di artiglieria concentrato su un fronte ristretto, riesce in parte. Questa volta il bombardamento preparatorio è brevissimo, le fanterie si muovono con il favore dell’oscurità, registrano progressi nei dintorni di Mametz ( crinale di Bazentin), ma non riescono a occupare High Wood.
Nei giorni e nelle settimane seguenti i combattimenti si fanno più aspri nel settore- “orribile di giorno, spettrale di notte”( ghastly by day, ghostly by night)- compreso fra il Bosco Alto e Pozières. Quest’ultimo villaggio è attaccato invano per quattro volte, prima che gli australiani riescano a conquistarlo lasciando sul terreno, fra il 19 luglio e il 5 settembre, 28.000 uomini.
Nonostante questi episodici e costosissimi successi, la situazione complessiva sembra in stallo. Premuto dai politici a loro volta premuti dall’opinione pubblica, Haig cerca di rompere lo stallo attaccando nella zona di Flers- Courcelette, a sud della strada Albert-Baupome. Nel corso di questa battaglia( 15-22 settembre), fa la propria apparizione una nuova arma, il carro armato. Su 49 disponibili,  solo 32 sono operativi. Non decidono granché, in verità. Non solo perché sono spaventosamente lenti ( poco più di sei Km all’ora) e si guastano con estrema facilità, ma anche perché Rawlinson li impiega su tutto il fronte d’attacco, anziché concentrarli in un settore ristretto.
All’ inizio tuttavia l’attacco riesce. Importanti posizioni ( il Bosco Alto, Courcelette, Martinpuich) cadono in mano britannica. Le perdite sono ridotte, i tedeschi sembrano accusare il colpo. Dal 25 al 28 settembre, Rawlinson registra altri successi: vengono conquistate Morval, Lesboeuf e Gueudecourt, anche grazie ai progressi fatti registrare nella tattica. Il fuoco di preparazione viene concentrato su un tratto ristretto del fronte; il sincronismo fra il procedere dello sbarramento e l’avanzata delle fanterie è notevolmente migliorato, si portano attacchi coordinati. Come nella zona di  Thiepval, ad esempio, dove canadesi e inglesi riescono a circondare questa importante posizione( obiettivo del 1° luglio) infiltrandosi fra le linee nemiche e sfruttando gli attacchi frontali delle truppe australiane.
In  novembre il tempo si mette al peggio, rendendo impossibili ulteriori attacchi su larga scala. Fra ottobre e novembre, tuttavia, la Quinta armata inglese ( già Armata della riserva) coglie alcuni importanti successi sul lato nordoccidentale del fronte, nella zona del fiume Ancre, conquistando la località di Beucourt.
Quando il 18 novembre le ostilità cessano, gli Alleati sono penetrati per una dozzina di chilometri all’interno delle linee tedesche. Cinque mesi di accaniti combattimenti hanno prodotto scarsi risultati e, considerando tutte le parti in campo, quasi un milione e duecentomila perdite.

(fonte: Richard Holmes, BBC)

Anatomia di un massacro.

Immagine tratta dal film The Trench-La Trincea, di William Boyd, 2000

Immagine tratta dal film The Trench-La Trincea, di William Boyd, 2000

Quel tragico 1° luglio 1916 nella zona della Somme un “esercito di innocenti” ( Keegan) andò all’attacco in file ordinate, una dietro l’altra, quasi a passo di parata e con il fucile ad armacollo. Ma chi erano quei soldati? Da dove venivano? Chi o che cosa li aveva portati all’appuntamento con la morte?
L’esercito inglese era un esercito di professionisti: bravi, preparati, ma relativamente pochi. Ben presto fu chiaro  che la guerra europea appena scoppiata sarebbe stata lunga e difficile. Le sei divisioni dell’esercito e le milizie territoriali non avrebbero potuto sostenere uno sforzo bellico prolungato. In altre parole occorrevano soldati. Tanti soldati. Non essendoci ancora la coscrizione obbligatoria( sarà introdotta nel marzo del 1916), si ricorse allora ai volontari. L’idea fu del ministro della Guerra, lord Horatio Kitchener. Londra fu la prima città ad essere interessata, poi fu la volta di Liverpool. A poco a poco, l’ Inghilterra intera fu invasa da migliaia di manifesti dai quali l’effigie del ministro, i folti baffoni e l’indice puntato, invitava gli inglesi ad arruolarsi.
L’appello fu accolto. Migliaia e migliaia di giovani entusiasti si presentarono ai centri di raccolta formando lunghissime code. Il generale Henry Rawlinson promise: chi proviene da una stessa città, da uno stesso quartiere, addirittura da una stessa categoria professionale sarà inquadrato nello stesso reparto per l’intera durata del conflitto. Nacquero così i “Battaglioni di amici” ( Pals Battalions). Essi raggruppavano i giovani dei quartieri poveri di Londra, di Manchester, di Liverpool, di Sheffield, di Glasgow, di Cardiff. Ma anche i tifosi di squadre di calcio( West Ham, Hearts of Midlothian), gli studenti delle scuole pubbliche, gli sportivi( compreso un campione nazionale di boxe), i commercianti, gli addetti ai trasporti, gli impiegati pubblici, persino gli artisti. Ci si arruolava per sfuggire alla povertà e alle miserie della vita quotidiana; ci si arruolava per aiutare “ il coraggioso, piccolo Belgio”; ci si arruolava per spirito di emulazione o per desiderio di autoaffermazione; ci si arruolava per puro patriottismo. Tanto – si pensava- la guerra finirà a Natale.
Tutti quegli uomini dovevano essere addestrati, armati, equipaggiati. E questo richiese tempo, molto tempo. L’Inghilterra non era preparata a gestire un esercito di quelle dimensioni. L’addestramento durava mediamente otto mesi, ma in alcuni casi ne furono necessari molti di più. Ma durante l’addestramento a nessun volontario fu detto come comportarsi nell’eventualità del fallimento di un attacco. Il sergente Jimmy Myers ha lasciato scritto: “Quando ciò avvenne ..[cioè quando l’attacco nella zona della Somme fallì] … nessuno di noi sapeva che cosa fare”. I Pals Battalions non avevano, in genere,  ufficiali tratti dalle proprie file. I volontari furono posti quasi sempre agli ordini di ufficiali di professione o di complemento provenienti, in genere, dalle classi medio-alte. Alcuni di essi nutrivano scarsa fiducia in quei soldati per dir così “ improvvisati”; altri , al contrario, solidarizzarono con loro e , dopo la guerra, si batterono perché fossero migliorate le condizioni di vita delle classi lavoratrici.
I Pals  Battallions ebbero in pratica il battesimo del fuoco sulla Somme. Quel 1° luglio, soldati in gran parte inesperti si affollarono in prossimità dei parapetti delle trincee aspettando il segnale di attacco. Pensarono a casa, alle mogli , ai figli, alle madri. Quando scoccò l’ora zero( le 7,30), uscirono dai parapetti e si diressero verso le linee nemiche. Avevano addosso una trentina di chili di peso, due maschere antigas, le armi, le munizioni, le razioni, l’acqua, due rotoli di filo spinato, sacchetti vuoti da riempire di sabbia o di terra. Non si aspettavano di incontrare una seria  resistenza e avrebbero dovuto usare il filo spinato e i sacchetti di sabbia per rinforzare immediatamente le trincee occupate in previsione di una possibile reazione tedesca. Avanzarono col fucile ad armacollo, in file lievemente distanziate, a passo normale.
Fu un inverecondo, incredibile, spaventoso macello. I mitraglieri tedeschi usciti dagli Stollen li falciarono a migliaia, nei primi metri della terra di nessuno, sui reticolati rimasti intatti, mentre il fuoco di sbarramento tedesco colpiva le trincee aggiungendo massacro a massacro. Nella zona di Gommecourt i timori del generale Allenby si fecero drammatica realtà. Nei pressi di Serre, i tedeschi si infiltrarono nel buco colpevolmente lasciato sguarnito fra le sue divisioni e quelle di Rawlinson  falciando senza pietà gli attaccanti. L’Accrington Pals, aggregato all’ East Lancashire Regiment,  perse più di cinquecento uomini ( su circa 700) nello spazio di venti minuti. E non fu affatto un’eccezione. Il Newfoundland Regiment andò all’assalto con ottocento uomini: solo sessantotto rimasero integri. Chi riuscì a raggiungere gli obiettivi- la 36.ma Ulster Division, il 10.mo Battaglione West Yorkshire, il Primo Reggimento Essex– fu rapidamente circondato e spazzato via.
Perché quel terrificante massacro? Che cosa era accaduto? Perché quei soldati “ innocenti” furono mandati a morire a passo di parata? Le cause di quello scempio vanno ricercate, prima di tutto, nell’impiego dell’artiglieria. Il fuoco di preparazione iniziale- quello protrattosi per sette giorni- ottenne risultati ampiamente inferiori alle attese. Furono impiegati pochi cannoni pesanti e sparate invece molte bombe caricate a shrapnel, del tutto inefficaci a spianare le trincee e a distruggere i reticolati. Inoltre molti proiettili- almeno un terzo del totale- erano difettosi e non esplosero. Messi sull’avviso da quel potente bombardamento, i tedeschi si rintanarono prontamente nei loro rifugi sotterranei e subirono danni relativamente lievi. All’interno degli Stollen il pericolo non era tanto quello di saltare in aria, quanto quello di essere sepolti vivi. Le potenti mine fatte brillare sotto le difese tedesche si rivelarono un’arma a doppio taglio: aprirono enormi crateri, subito  occupati dai Landser al momento dell’attacco e trasformati  in micidiali punti di fuoco. Dunque: le trincee tedesche furono danneggiate solo superficialmente, i reticolati rimasero in gran parte intatti, i difensori subirono perdite contenute e l’effetto sorpresa venne del tutto a mancare. Ma gli Alleati erano convinti del contrario. Credevano di aver creato un deserto e di  aver lasciato in vita “ neppure un ratto”. Persino quando l’osservazione aerea e i rapporti di pattuglie di esploratori segnalarono in alcuni punti solo danni superficiali alle difese nemiche e ai reticolati non fu dato peso alla cosa.
Così i soldati furono fatti avanzare in linea e al passo, da un lato perché davvero si era convinti di non trovare resistenza e, dall’altro, perché gli ufficiali superiori volevano impedire agli uomini dei Pals Battallions, ritenuti impreparati e – perché no?- anche  poco coraggiosi, di sbandarsi o di sottrarsi al combattimento. Fra gli storici c’è chi giustifica questa decisione( Gordon Corrigan, ad esempio); altri – la stragrande maggioranza- invece vanno giù di brutto. Dal canto suo, l’Alto Comando tedesco espresse un giudizio destinato, a torto o a ragione, a diventare famoso: parlò, come è noto, di “ leoni guidati da asini”. Di sicuro i mitraglieri tedeschi rimasero esterrefatti e quasi disgustati. A un certo punto- stando ad alcune testimonianze- smisero di sparare e urlarono agli inglesi di fermarsi.

Secondo il piano, l’attacco delle fanterie avrebbe dovuto essere sostenuto da un fuoco di sbarramento mobile(creeping barrage): i soldati sarebbero avanzati mentre i proiettili della propria artiglieria, cadendo davanti a loro, li avrebbero “ accompagnati” sulle prime posizioni nemiche e oltre. Lo sbarramento mobile non si prefiggeva di distruggere il nemico, ma di neutralizzarlo momentaneamente, costringendolo all’inazione.
In linea teorica, uno sbarramento mobile funziona, più o meno, in questo modo. Quando le prime bombe dello sbarramento cadono davanti alle posizioni nemiche, gli attaccanti lasciano le proprie trincee e si inoltrano nella “terra di nessuno”.  Mentre avanzano, il tiro delle artiglierie si sposta in avanti a intervalli regolari( nel nostro caso, cinquanta metri circa ogni minuto), allo scopo di tenere bloccati i difensori all’interno dei propri rifugi . Una volta raggiunte le trincee della prima linea difensiva, il fuoco di sbarramento si sposta, sempre a intervalli regolari, verso la seconda. E a questo punto entrano in scena gli attaccanti: arrivati a ridosso della prima linea difensiva protetti dal fuoco dei propri cannoni, irrompono nelle trincee, le conquistano e, sempre “ accompagnati” dallo sbarramento, si dirigono verso la seconda linea.
Quello che può accadere in pratica è facilmente immaginabile: se le fanterie si muovono troppo velocemente rispetto al fuoco di sbarramento o se quest’ultimo è troppo lento rispetto agli intervalli fissati, le bombe cadranno non davanti al nemico o sulle sue posizioni, ma sugli attaccanti; se, invece, le fanterie avanzano troppo lentamente, se vengono fermate temporaneamente  da ostacoli imprevisti o dalla resistenza del nemico oppure se lo sbarramento procede troppo velocemente rispetto alla loro avanzata, non godranno di alcun vantaggio. Se le truppe non raggiungono le posizioni nemiche subito dopo il “passaggio” dello sbarramento  e nei tempi stabiliti, i difensori hanno tutto il tempo di uscire dai propri ripari, di prendere posizione nelle trincee e di reagire. E se c’è reazione, si corre il rischio di venire bloccati, di “ perdere” lo sbarramento e, se si ha la fortuna di sfondare, di avanzare verso la seconda linea  completamente allo scoperto e senza protezione alcuna.
Come è facilmente intuibile, in un’operazione del genere i tempi hanno una grande importanza: se non vengono rispettati o adeguati alla situazione sul campo, salta tutto. E rispettare o adguare i tempi quando mancano radio da campo, quando i cavi telefonici interrati possono essere tranciati facilmente da una bomba, quando i segnali ottici possono essere resi inutili dal fumo, dalla polvere o dalla nebbia, è come vincere la lotteria.
Il fuoco di sbarramento non è soltanto offensivo: può avere anche una funzione difensiva. In  questo caso esso non è mobile, cioè non avanza con l’avanzare delle truppe, ma cade in continuazione su una zona precisa – quasi sempre la cosiddetta “ terra di nessuno”, cioè nella zona di interposizione fra le opposte trincee- al fine di impedire al nemico di muovere  in sicurezza i propri soldati e ai rifornimenti di raggiungere la prima linea.
Durante la battaglia della Somme, lo sbarramento mobile allestito dai britannici funzionò malissimo o non funzionò affatto: in alcuni settori cadde sulle fanterie in avanzata, in altri si spostò troppo presto in avanti, insomma non si adeguò quasi mai al passo delle fanterie. Né queste ultime riuscirono a percorrere in sintonia con lo sbarramento le distanze loro assegnate a causa degli ostacoli rappresentati dai reticolati quasi intatti e dal fuoco nemico. Quando erano costrette a fermarsi, ad esempio, lo sbarramento non le attendeva, ma proseguiva in base alle tabelle predefinite.
Anche le comunicazioni non funzionarono. I cavi telefonici furono tutti tranciati dall’artiglieria tedesca e si dovette procedere tramite portaordini o piccioni viaggiatori.  I francesi, come abbiamo visto, se la cavarono meglio. Effettuarono un bombardamento più breve(  e più efficace), diedero vita a uno sbarramento più preciso e ottennero risultati migliori. Lo sbarramento difensivo tedesco, invece, fu letale: martellò implacabilmente la terra di nessuno, tenne sotto tiro i varchi aperti nei reticolati inglesi attraverso i quali passavano le truppe, colpì le trincee aprendo vuoti spaventosi fra gli attaccanti.

Durante la battaglia, gli errori non si contarono. Il volere a tutti i costi e contro ogni evidenza perseguire il“ Big Push” fu forse l’errore strategico  peggiore. E che dire poi, sul piano tattico, dell’impiego poco funzionale dei primi carri armati? Del fuoco di artiglieria disperso lungo l’intero fronte e non concentrato sui settori più deboli delle difese tedesche? Dell’insistenza su attacchi frontali anziché su azioni di infiltrazione e di aggiramento? Della scarsa considerazione in cui furono tenute le osservazioni della ricognizione aerea e i rapporti delle pattuglie? Dell’effetto-sorpresa sprecato a causa di un bombardamento iniziale troppo prolungato? Di soldati inesperti  mandati all’attacco a giorno iniziato e in piena luce? È vero: sotto certi aspetti, la battaglia della Somme fornì  agli Alleati utili insegnamenti circa la conduzione della guerra, sia in relazione alla fase offensiva ( la tattica dell’infiltrazione, il creeping barrage), sia in relazione alla fase difensiva ( difesa elastica e scaglionata in profondità). Ma tali risultati- e anche se fossero stati di maggior portata-  possono giustificare il massacro di centinaia di migliaia di uomini?
Per alcuni storici di scuola anglosassone( John Terraine, Paddy Griffith, Gary Sheffield),  quella battaglia non fu inutile. E ne elencano le ragioni: dopo la Somme, la Gran Bretagna acquistò una posizione dominante all’interno dello schieramento alleato; nel tentativo di affamarla, i tedeschi furono costretti a inasprire la guerra sottomarina  provocando l’intervento armato degli Stati Uniti; l’esercito tedesco perse in grande misura soldati esperti difficili da rimpiazzare finendo con l’indebolirsi senza rimedio.
E i protagonisti? Quale fu il loro giudizio? Il generale francese Foch, a botta calda,  considerò  la battaglia della Somme una vittoria a tutti gli effetti, sia per  le perdite inflitte al nemico, sia per il territorio guadagnato; Haig parlò di obiettivi raggiunti. Scrisse: “ Abbiamo alleviato la pressione su Verdun; ingenti forze tedesche sono state bloccate sul fronte occidentale; la forza del nemico è stata considerevolmente intaccata. Anche il conseguimento di uno solo di questi obiettivi è di per sé un risultato sufficiente per giustificare la battaglia della Somme.”  E ci fu chi vide in quell’evento non una vittoria in sé e per sé, ma un prerequisito della vittoria finale.
Dopo la guerra, il primo ministro britannico David Lloyd George liquidò l’offensiva della Somme con queste parole: “ Più di quattrocentomila nostri soldati perirono in quella battaglia e ci fu una terribile strage di giovani ufficiali. Se non fosse stato per l’incomprensibile stupidità dei tedeschi nel provocare gli americani e nello spingerli in guerra contro di loro proprio mentre stavano per  sbarazzarsi di un altro potente nemico- la Russia-  la battaglia della Somme non ci avrebbe salvato da uno stallo infinito.”
Un dato è comunque certo. Le migliaia di “ innocenti” caduti sulla Somme spopolarono interi quartieri di Londra, di Manchester e di tante altre città inglesi. In quei quartieri la forza lavoro maschile quasi scomparve, ogni famiglia pianse uno o più caduti, il dolore si sostituì al patriottismo come  sentimento dominante. Durante la proiezione di un film di propaganda sulla battaglia, molte donne uscirono terrorizzate dalle sale cinematografiche, certe di aver riconosciuto nel soldato ferito a morte comparso sullo schermo un amico, il fratello, il marito.

Epilogo.

È l’alba. I sergenti urlano gli ordini. Comincia la solita routine. In assetto di combattimento, le baionette inastate aspettiamo invano per più di un’ora l’attacco nemico. Poi cominciano i servizi, subiamo la prima ispezione. Dappertutto topi enormi, rospi, blatte. E pidocchi. A migliaia. Di tanto in tanto una bomba cade sulla trincea, sfondando i parapetti, straziando gli esseri umani. La vita e la morte sono ridotte a una pura questione di fortuna: un cecchino distratto o assonnato, una granata caduta a pochi passi dalla mia posizione mentre casualmente me ne ero momentaneamente allontanato.  O viceversa.
Facciamo colazione. Per un tacito accordo, non si spara. Né da una parte né dall’altra. Poi scriviamo a casa, leggiamo o rileggiamo la posta, controlliamo le armi.  Un mio compagno ha la febbre alta. Non si sa quale sia la causa. Io stesso tremo e non so se sia per il freddo, per la febbre o per la paura. Qualcuno, più sfortunato( o fortunato?) di me, ha contratto il “piede di trincea”. Un fungo provoca piaghe sulla pelle. Succede quando si tiene il piede nell’acqua per troppo tempo. E quando piove, nella trincea, di acqua se ne ferma parecchia. Quelle piaghe si infettano e quasi sempre incancreniscono. Spesso bisogna amputare.
Scende il crepuscolo. Un’altra ora di allerta in attesa di un nemico che anche questa sera non verrà. Poi il rancio a base di carne di manzo, galletta e marmellata. È calata l’oscurità. Escono le pattuglie di esploratori. Vanno alla ricerca di informazioni e di prigionieri. Torneranno? Con l’oscurità, cresce anche l’animazione. Ripariamo i parapetti, ripristiniamo le scorte di acqua e di cibo. Stasera non c’è avvicendamento di truppe. Meglio così. Il nemico, messo sul chi vive dal trambusto causato da così tanti uomini in movimento, spesso apre il fuoco. Dormire è quasi impossibile, anche quando le armi tacciono. Il puzzo è insopportabile. Puzzo di cadaveri in decomposizione, puzzo di disinfettante, puzzo di escrementi. Col buio i topi abbandonano i loro rifugi e prendono possesso della trincea.
È di nuovo l’alba. I sergenti urlano gli ordini. Alta nel cielo, in questo primo giorno di luglio, un’allodola canta.
Dio salvi tutti noi.
……………………………………………………………………………………………..

A lark was singing sweetly as
The evening fell upon the Somme.

(Un’allodola cantava dolcemente
Quando la sera scese sulla Somme)

[1] Il 2 luglio, Haig scrive: ““Sono molto soddisfatto per i risultati ottenuti grazie ai valorosi sforzi della Quarta Armata ieri e oggi. Il nemico ha subito gravi perdite …( corsivo mio)…ed è profondamente scosso.  Non abbiamo ancora completamente spezzato la sua resistenza lungo il nostro fronte d’attacco e ci sarà  ancora da combattere duramente prima di riuscirci, ma la gran parte del cammino per sconfiggerlo è stata percorsa e un significativo successo è alla nostra portata. Il nemico ha poche riserve disponibili, mentre a noi non mancano; la sua capacità di resistere con successo ai nostri ripetuti e decisi attacchi è limitata. In questo frangente,  ogni uomo deve dare il meglio di se stesso e il nemico non deve avere requie.
Inviato al generale Sir Henry Rawlinson e, per conoscenza, alla Prima, alla Seconda, alla Terza Armata e al Secondo Corpo d’Armata.
Generale Sir Douglas Haig.”
(Il testo originale è riportato in “The National Archives Learning Circle”, consultabile qui: The Great War)

Da leggere:

Correlli Douglas Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1965
Pier Paolo Cervone, La grande guerra sul fronte occidentale: Marna, Verdun, Somme, Chemin des  Dames, Mursia, 2010
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Bur, 2003
Robert Graves, Addio a tutto questo, Piemme, 2005
Alessandro Gualtieri, La battaglia della Somme: l’artiglieria conquista, la fanteria occupa, Fidenza, Mattioli 1885, 2010
John Keegan, La prima guerra mondiale: una storia politico-militare, Carocci, 2000
John Keegan, Il volto della battaglia, Il Saggiatore, 2001
Erich Maria Remarque, All’ovest  niente di nuovo, Mondadori, 1990
AJP Taylor, Storia della prima guerra mondiale, Vallecchi, 1967

Da vedere:

The Trench- La Trincea, di William Boyd, 2000

bandiera inglese  Traduzione automatica in inglese( Automatic English translation): The Army of the Innocents

Una mappa animata della battaglia è consultabile qui

1914, la tregua di Natale: uno spot pubblicitario, un piccolo capolavoro.

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La Somme: i luoghi della Battaglia. Fonte: Martin Gilbert, La grande storia della Prima Guerra Mondiale, Bur, 2003. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

La Somme: i luoghi della Battaglia. Fonte: Martin Gilbert, La grande storia della Prima Guerra Mondiale, Bur, 2003. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

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