La terza volta

Otto Dix, Guerra di trincea, 1932

Otto Dix, Guerra di trincea, 1932

Prologo.


Il 10 novembre 1914, nei dintorni di Langemarck, vicino a Ypres, nelle Fiandre, reggimenti tedeschi formati da giovani studenti volontari- die Kinder, i “bambini”, come li chiamavano i veterani-  uscirono  dalle trincee e si diressero verso il nemico. Sul campo di battaglia si stendeva una fitta nebbia e quei giovani  soldati si muovevano in un “vasto mare di aria bianca”. Non avevano punti di riferimento e marciavano quasi alla cieca. Poi il nemico li individuò e aprì il fuoco. I giovani si fermarono: avanzare o ritirarsi? Improvvisamente si udì una voce intonare una canzone. Una seconda voce si aggiunse alla prima,  poi un’altra e un’altra ancora, finché tutti cantarono. E , cantando, quei giovani soldati avanzarono. Verso la vittoria, come sostiene qualcuno, verso il massacro come sostengono altri.
Poco distante da quel “ mare d’aria bianca” in cui le bombe cadevano e i “Bambini” cantavano, un giovane soldato del reggimento List di nome Adolf Hitler, si apprestava ad affrontare il combattimento. Dieci anni dopo, ricordando quegli avvenimenti, scrisse:” Udimmo da lontano le note di una canzone farsi sempre più vicine, correre di reparto in reparto. Quando la Morte stese le proprie mani sulle nostre file, quella canzone ci raggiunse e anche noi, a nostra volta, intonammo : “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt!” [1]
La battaglia del Kindermord bei Ypern, della strage degli innocenti nella nebbia di  Ypres, avrebbe dovuto essere l’ultima battaglia della Prima Guerra Mondiale.
Per la cittadina di Ypres fu  solo la prima.

Il piano perfetto.

Nell’agosto del 1914, i tedeschi attraversarono il neutrale Belgio con uno spiegamento di forze impressionante, decisi a far fuori la Francia in sei settimane. Sembravano inarrestabili. Poi von Kluck, il comandante della Prima Armata, commise l’errore – rimasto storico-  di compiere una deviazione arbitraria, modificando di fatto il Piano Schlieffen e consentendo ai francesi e ai britannici della BEF di contrattaccare sulla Marna ( settembre 1914) e di salvare Parigi.
Gli opposti eserciti cercarono allora di aggirarsi reciprocamente sul fianco settentrionale. Questo continuo – e inutile- tentativo di aggiramento diede vita a una serie di battaglie e di scontri mai decisivi conosciuti come “ corsa al mare”. Quando la “ corsa al mare” si fermò, anche la guerra smise di essere guerra di movimento. I tedeschi allestirono un formidabile sistema di trincee, lo perfezionarono continuamente e, almeno a ovest, si tennero sulla difensiva. Solo due volte uscirono dai propri rifugi: la prima volta nel 1916 per “ dissanguare” i francesi a Verdun e la seconda nel 1918 per l’offensiva finale. Entrambe le volte arrivarono a un passo dalla vittoria ma non la ottennero: a Verdun furono bloccati dalla strenua resistenza dei francesi; nel 1918 pagarono la mancanza di riserve e di materiale.

Gli Alleati perseguivano un obiettivo diverso. Persuasi di essere superiori in uomini e in mezzi, essi  volevano riportare la guerra in movimento. Una volta riportata la guerra in movimento- pensavano- nulla e nessuno li avrebbe fermati nella loro marcia verso la vittoria finale. Ma come rompere lo stallo? Come sloggiare i tedeschi dalle loro trincee? Logorandoli giorno dopo giorno, mese dopo mese con battaglie di attrito o spazzandoli via una volta per tutte con una poderosa offensiva? Attaccandoli con gli uomini o martellandoli con l’artiglieria?
I tedeschi, ad ogni modo, misero d’accordo tutti: scavarono profondi ripari sotterranei, collegarono rifugi e trincee, allestirono micidiali campi di fuoco, stesero chilometri di filo spinato, sfruttarono la conformazione dei luoghi, impiegarono al meglio la propria artiglieria, adottarono una difesa elastica scaglionata in profondità, costituirono riserve da impiegare in caso di sfondamento  e respinsero, uno dopo l’altro, gli attacchi di “ logoramento” e gli attacchi “ decisivi” portati dagli Alleati  nel 1915 e nel 1916 ad Arras, a Neuve Chapelle, nella Champagne, sulla Somme e, nella primavera del 1917, sullo Chemin des Dames.
Furono massacri spaventosi. Da una parte e dall’altra i soldati caddero a centinaia di migliaia, dilaniati dalle bombe, falciati dalle mitragliatrici, asfissiati dai gas. I feriti rimanevano ad agonizzare nella terra di nessuno, i morti venivano sepolti in fosse comuni poco profonde, dissepolti  dal fuoco dell’artiglieria, sepolti di nuovo dagli uomini e  di nuovo dissepolti dalle bombe.  I campi di battaglia erano cosparsi di ossa e di resti umani; nell’indifferenza generale i cavalli e gli animali da soma agonizzavano con il ventre squarciato e gli intestini penzoloni. I veterani si riconoscevano a colpo d’occhio: quando si imbattevano in una testa,  in una gamba, in un braccio una volta appartenuti a un essere umano, non cercavano di evitarli come facevano i novellini, ma li calpestavano durante l’avanzata. La morte aveva smesso di essere un fatto eccezionale: era la normalità e ci si era assuefatti. Ogni traccia di umanità sembrava scomparsa.
Fino a un certo punto, però. Dopo la fallita offensiva del generale Robert Georges Nivelle sullo Chemin des Dames, stanchi di essere mandati inutilmente al massacro i poilus francesi si ribellarono. A est i russi fecero altrettanto e non poche diserzioni si contarono anche fra i tedeschi. Ma erano gli Alleati quelli conciati peggio: la Russia si stava sfaldando, gli Stati Uniti non erano ancora pronti, la guerra sottomarina si era acuita e si era fatta indiscriminata, interi reggimenti si rifiutavano di andare in linea. Bisognava reagire prima che fosse troppo tardi.
Nivelle fu messo da parte e le misure adottate dal suo sostituto, il generale Philippe  Pétain l’eroe di Verdun, funzionarono.  Certo, furono convocate le corti marziali, ma furono anche migliorate le condizioni di vita del soldato al fronte, aumentati i permessi e le licenze, introdotte altre agevolazioni. In capo a un mese gli ammutinamenti rientrarono. Pétain impose all’esercito francese anche il proprio modo di vedere tattico: azioni circoscritte con l’appoggio dell’artiglieria, difesa in profondità, attacchi mirati. Lo scopo era duplice: guadagnare tempo in attesa dell’entrata in guerra degli Stati Uniti e ottenere risultati riducendo al minimo le perdite. Ovviamente non tutti la vedevano allo stesso modo e non pochi smaniavano per l’attacco risolutivo.
Tuttavia, nonostante queste misure, la situazione sul campo, nel suo complesso, non migliorò in maniera significativa. Né in Russia né sui mari (dove, però, si cominciava a far viaggiare le navi in convoglio) né altrove. L’ammiraglio Jellicoe, capo della flotta da guerra britannica non ricorse a giri di parole. Disse: se si va avanti di questo passo, se non facciamo qualcosa,  fra un po’ l’Inghilterra sarà alla fame.
Dal canto loro i tedeschi, dando prova di lungimiranza tattica, avevano ristretto il fronte, arretrando di alcuni chilometri, facendo terra bruciata, avvelenando i pozzi, distruggendo strade e villaggi  e attestandosi dietro la cosiddetta “ Linea Hindenburg”. Qui erano state costruite trincee più larghe per impedire ai carri armati di superarle, qui erano state allestite centinaia di postazioni dentro casematte di cemento o sfruttando i ripari naturali ( grotte, caverne), qui, soprattutto, era stato potenziato il già eccellente sistema difensivo in profondità, sempre più in grado di trasformare la difesa in offesa.
C’erano dunque buone ragioni da parte degli Alleati- e dei britannici in particolare- per non mollare la presa. Ragioni strettamente militari ( la conquista dei porti delle Fiandre, basi dei sottomarini tedeschi; la necessità di rompere lo stallo), ragioni politiche (desiderio di porre termine a quella guerra sempre più sanguinosa e impopolare), ragioni di carattere pratico ( gli Stati Uniti, pur essendo entrati in guerra, non erano ancora del tutto pronti), ragioni legate al possibile ritiro della Russia dal conflitto.
Le cautele, tuttavia, non mancavano. Il primo ministro britannico, David Lloyd George, per esempio, non era affatto entusiasta di imbarcarsi in un’altra avventura per trovarsi fra le mani, alla fine,  l’ennesima vittoria di Pirro. Meglio, secondo lui,  porsi sulla difensiva e aspettare i mezzi e gli uomini degli Stati Uniti. I militari invece insistevano perché si portasse un’offensiva per dir così preventiva: se non attacchiamo, saremo attaccati, ripetevano a ogni piè sospinto. Si trattava, tuttavia, di una valutazione sbagliata e non solo con il senno di poi. Anni di guerra, infatti, avevano ampiamente dimostrato una verità incontrovertibile: difendersi era più facile che attaccare. Sul fronte occidentale i tedeschi avevano fino ad allora retto- e retto alla grande- perché – episodio di Verdun a parte- si erano sempre mantenuti sulla difensiva; se, nel 1917, avessero attaccato probabilmente avrebbero fallito. Quando , infatti, l’anno successivo lo fecero, arrivarono sì a un passo dalla vittoria, ma alla fine non riuscirono a sfondare le difese alleate e furono contrattaccati con successo. Ma i militari di allora- molti di essi, almeno-  non brillavano per fantasia o per immaginazione:  mantenere sempre l’iniziativa era per loro un dogma e un’ ossessione, la condizione imprescindibile  per la vittoria finale.
Da questo insieme di ansie, di timori, di necessità, di ossessioni nacque l’idea di portare l’ennesimo “Big Push”, l’ennesima spallata.  Fu scelto il saliente intorno alla città di Ypres, nelle Fiandre, teatro di aspre battaglie negli anni precedenti. Se sfondiamo qui– si ragionava- arriveremo fino a Zeebrugge e a Ostenda, occuperemo i porti da dove partono i sommergibili  e metteremo i tedeschi in ginocchio. Era un obiettivo tutt’altro che trascurabile, ma se vogliamo, limitato. D’accordo, molti sottomarini partivano dai porti della Fiandre, ma molti di più salpavano da quelli tedeschi. Occupare Ostenda e Zeebrugge avrebbe forse fatto terminare la guerra sottomarina? Chi se lo chiese non ebbe risposte certe. David Lloyd George se lo chiese: non ebbe risposte certe, provò a mettersi di traverso, ma alla fine cedette. La sicurezza navale della Gran Bretagna era una priorità irrinunciabile e non essendoci altro modo per garantirla al di fuori di un attacco nelle Fiandre, era necessario stare al gioco.

Wipers

Nel Medioevo, Ypres( oggi Ieper, in Belgio) era stata una città economicamente importante. I tessuti delle Fiandre partivano da qui alla volta di mezza Europa. Poi guerre, pestilenze, rivolte, concorrenza commerciale da parte di olandesi e inglesi, crisi economiche, cambio di gusti e di abitudini ne avevano causato la lenta  decadenza. Nell’Ottocento, tuttavia, la città aveva saputo riprendersi, senza tornare , per altro, agli antichi fasti. All’inizio del XX secolo, la vita a Ypres scorreva tranquilla intorno alla monumentale chiesa di San Martino , alla Piazza del Mercato Grande ( Grote Markt) e al Lakenhalle, il mercato delle stoffe. Nei giorni di mercato la piazza si animava e sulle bancarelle dei  venditori ambulanti si vedevano fiori e tessuti, formaggi e frutta, libri e stampe. La città  si trovava praticamente  a livello del mare e le acque erano tenute sotto controllo  per mezzo di un complesso sistema di drenaggio. Senza questo accorgimento, le acque sarebbero affluite in superficie stagnandovi e pregiudicando ogni tipo di attività.
Allo scoppio della guerra, Ypres si scoprì di nuovo importante,  tragicamente  importante. A Ypres era finita di fatto la “corsa al mare”; intorno a Ypres si era formato un saliente tenuto dai franco-britannici, incuneato nelle linee nemiche ed esposto su tre lati; nel 1914 e nel 1915 a Ypres erano state combattute due feroci battaglie,  monumenti e abitazioni non esistevano più, gli abitanti erano stati evacuati, migliaia di uomini erano morti combattendo. A Ypres, per la prima volta erano stati impiegati in battaglia  i gas asfissianti a base di cloro ; a Ypres un giovane soldato di nome Adolf Hitler, come abbiamo visto, si era battuto con coraggio e valore.
Ypres dunque ( anzi Wipers, come la chiamavano gli inglesi, in difficoltà a pronunciarne il nome francese) circondata nell’entroterra  da alcune basse alture, porta d’accesso al Canale della Manica era  una posizione-chiave. Nell’agosto del 1914, i tedeschi avevano fatto una breve apparizione in città e poi se ne erano andati. Verso Parigi e verso la vittoria finale, secondo loro. Non stavano forse realizzando il “piano perfetto”, preparato con tanta cura dal conte Schlieffen? Quando il “piano perfetto” fece cilecca e dovettero ritirarsi, capirono l’intera importanza strategica di questa cittadina sonnolenta e a rischio di allagamento e si pentirono amaramente di non averla occupata in tempi – per loro- migliori. Ma era accaduto e ora era troppo tardi per rimediare. Cercarono ovviamente di riprendersela, ma contro ogni previsione,  i britannici – per loro poco più di soldati da operetta- tennero duro e così dovettero rinunciare.
Ora, per la terza volta, Ypres stava per tornare al centro della guerra in occidente.

Il primo caduto in battaglia.

Paul Nash( 1889-1946), The Menin Road( 1919), Imperial War Museum, London

Paul Nash( 1889-1946), The Menin Road( 1919), Imperial War Museum, London


Il piano del comandante in capo della BEF ( British Expeditionary Force) Sir Douglas Haig era articolato in tre fasi: la conquista del crinale di Messines per mettere in sicurezza il fianco destro dell’offensiva; lo sfondamento del fronte tedesco nel saliente di Ypres dopo aver conquistato le alture intorno alla città; l’avanzata verso Ostenda e Zeebrugge. Era prevista anche un’operazione anfibia a sostegno dell’attacco ai porti delle Fiandre, subordinata, naturalmente, a una rapida vittoria sul terreno.
Sulla carta tutto quadrava, tutto tornava. Sulla carta, appunto. Il Maresciallo Helmut von Moltke il Vecchio, il vincitore di Sedan (1871), era solito dire: “ La prima vittima di una battaglia è il piano di battaglia.” Come vedremo, mai parole risulteranno più azzeccate.

La mossa di apertura- l’attacco a Messines, 7 giugno- fu, tuttavia, un successo completo. In questo settore gli inglesi erano comandati da un ufficiale prudente, capace, intelligente, attento a limitare le perdite: il generale di brigata sir Herbert  Plumer. Non  amava gli attacchi sconsiderati, sir Herbert: preferiva procedere a piccoli passi, un obiettivo per volta. Anziché cercare di risolvere tutto subito, preferiva scomporre il problema in tante parti più piccole, risolverle una per una e arrivare per questa via alla soluzione finale. Sapeva impiegare l’artiglieria come pochi, concentrando il fuoco su un fronte ristretto, allestendo efficaci sbarramenti mobili a protezione delle fanterie o facendo collocare, quando era possibile,  tonnellate di esplosivo sotto le trincee nemiche, come fece a Messines.
Dopo Messines, Plumer capì subito l’importanza di battere il ferro finché era caldo e insistette presso Haig perché si desse il via all’offensiva senza indugiare ulteriormente. I tedeschi hanno accusato il colpo, hanno il morale basso, non fermiamoci ora, diamo loro addosso partendo da qui: più aspettiamo, più avranno tempo per riprendersi, non si stancava di ripetere. Ma i tempi di Haig erano diversi. Niente da fare, fu la risposta. Il piano non si modifica: attaccheremo a Wipers quando sarà il momento e secondo quanto stabilito. E, secondo quanto stabilito, la Quinta armata  di sir Hubert  Gough, protetta sul fianco sinistro dai francesi del generale Francois Antohine e su quello destro proprio da Plumer,  avrebbe dovuto fare il grosso del lavoro.
Sir Gough era un generale aggressivo, audace, preparato, determinato. Uno dei migliori. In più proveniva, come Haig, dalla cavalleria. Per il comandante supremo era dunque l’uomo ideale per realizzare il tanto sospirato  Big Push. C’era però un problema. Anzi, ce n’erano due.  A differenza delle divisioni di Plumer, già sul posto, la Quinta armata avrebbe dovuto  essere portata in posizione. E portare in posizione così tanti soldati, i cannoni, i cari armati sarebbe passato inosservato? O non avrebbe messo i tedeschi sull’avviso, facendo svanire qualsiasi effetto sorpresa?  Inoltre  Haig pensava a uno sfondamento per dir così progressivo, a tappe, fatto di pressioni continue ma successive; Gough invece era convinto di dover picchiare duro subito e una volta per tutte. Resta da chiedersi perché i due non si siano capiti o perché non sia stata  preliminarmente chiarita una questione così importante.

Le fanterie attaccarono il 31 luglio, alle quattro del mattino. Prima, come da copione, c’era stato il solito bombardamento di apertura. Un bombardamento durato due settimane, durante le quali più di quattro milioni di proiettili erano caduti sulle posizioni tedesche. Gli effetti? Non proprio esaltanti.  Il posizionamento della Quinta armata aveva già messo in allarme i tedeschi, le  prime bombe avevano trasformato l’allarme in certezza: si preparava un attacco in grande stile.  E così come avevano fatto l’estate precedente sulla Somme, anche a Ypres i tedeschi sparirono sottoterra. Molti ci rimasero sepolti, ma quando il bombardamento britannico finì, la maggior parte di essi uscì intontita ma illesa dai rifugi sotterranei e prese posizione dietro le mitragliatrici e sulle alture.
Quel tipo di bombardamento gli Alleati potevano anche risparmiarselo. Intendiamoci: il bombardamento doveva essere effettuato, ma non in quel modo.  Un bombardamento del genere, infatti, serviva a poco contro l’eccellente sistema difensivo tedesco. La  battaglia della Somme non aveva insegnato proprio niente? E la tattica di Plumer di concentrare il fuoco su un fronte ristretto era già stata dimenticata? E che dire del pericolo di distruggere il sistema di drenaggio e di trovarsi il campo di battaglia allagato ?  Haig non era uno sciocco ed era consapevole dei rischi che correva. Ma era anche un ottimista inguaribile: raddoppio la potenza di fuoco rispetto alla Somme, impiego i carri armati e colgo la vittoria prima che il terreno si allaghi. Questo si aspettava; di questo era certo.
Di Haig si è detto tutto e il contrario di tutto. Durante e dopo la guerra sarà criticato ed esaltato; riceverà il poco lusinghiero appellativo di macellaio, ma anche quello più lusinghiero di artefice della vittoria; sarà definito ottuso, ma anche  lungimirante; sarà fatto passare come l’anacronistico difensore della cavalleria, ma sarà anche celebrato come il sostenitore della tecnologia applicata alla guerra.
Sia come sia, una cosa comunque è certa: non era fortunato.
Sul fianco sinistro della Quinta armata, l’avanzata fu rapida. Sostenuti dai carri armati, i Tommies registrarono significativi progressi intorno al crinale di Pilcken. Ma chi doveva, sul fianco destro, occupare il crinale di Gheluvelt, incontrò una forte resistenza e non poté raggiungere l’obiettivo. Più a nord, i francesi del generale Antohine furono fermati dagli uomini del generale Gallwitz.
Alle quattro del pomeriggio cominciò a piovere. La pioggia battente si protrasse per giorni e trasformò il campo di battaglia in un acquitrino. Il sistema di drenaggio era stato distrutto dal bombardamento di preparazione, il terreno era pieno di buche scavate dalle bombe e il fango la faceva da padrone ovunque. Lo slancio iniziale, come è ovvio, perse vigore. I carri armati non potevano muoversi, i cannoni sprofondavano nel fango. E nel fango sprofondavano anche gli uomini e gli animali; i feriti non potevano essere tratti in salvo e agonizzavano per ore affondando sempre più  in quella melma vischiosa. Non si poteva continuare. Persino sir Gough se ne accorse e lo fece presente a Haig. Niente da fare, fu la risposta: si continua. E così, fino al 16 agosto- giorno in cui le operazioni furono  temporaneamente sospese-  nell’acquitrino intorno a Ypres altro sangue fu versato durante scontri tanto feroci quanto inutili.
Quando le ostilità ripresero il 20 settembre, il copione era cambiato. E anche i comandanti. Non si attaccava più a nord, ma a sud-est in direzione del villaggio di Passchendaele.  E questa volta sarebbe toccato a Plumer, non a Gough condurre l’offensiva. Fedele alle proprie teorie, Plumer pianificò una serie di attacchi concentrati su un fronte ristretto  e condotti sotto la protezione di uno sbarramento mobile. Il 20 settembre fu conquistato dagli australiani  il ponte sulla “Strada di Menin” ( Menin Road). Spingendosi in avanti,  gli Aussie raggiunsero nei giorni seguenti le prime propaggini del cosiddetto “ Bosco del Poligono” ( Poligon Wood), pagando un prezzo altissimo( 5.000 perdite). In puro stile Plumer, le conquiste furono consolidate e fu costruita anche una ferrovia per il trasporto delle truppe, dei rifornimenti e per l’evacuazione dei feriti.
Il 26 con il tempo bello e il terreno asciutto, il creeping barrage di Plumer funzionò egregiamente, “ accompagnando” gli australiani  della Quarta divisione a completare la conquista di ciò che rimaneva del  Bosco del Poligono e a occupare posizioni in grado di minacciare il crinale di Broodseinde. Il 3 ottobre, gli australiani si mossero per attaccare il crinale. Contemporaneamente, i tedeschi, protetti dal fuoco dei propri mortai, uscirono dalle trincee e attaccarono. Per un caso più unico che raro, entrambi i contendenti avevano programmato l’attacco alla stessa ora. Gli australiani affrontarono l’attacco caricando con la baionetta inastata, mentre i tedeschi risposero con le  mitragliatrici. Alla fine i tedeschi si ritirarono, ma il successivo fuoco di sbarramento devastò le loro trincee e gli australiani furono in grado, il giorno dopo, di occupare il crinale. Il generale Erich Ludendorff , Primo Intendente generale dello Stato Maggiore Imperiale[2], definì quel 4 ottobre “ un giorno nero per la Germania”.
Ora, l’unico ostacolo frapposto fra gli Alleati e il tanto agognato sfondamento era il villaggio di Passchendaele. Ma, sfortunatamente, il 5 ottobre riprese a piovere. Un brutto guaio per gli attaccanti. Lo sbarramento mobile per essere efficace- e Plumer lo aveva dimostrato ampiamente nei giorni precedenti- aveva bisogno di un terreno asciutto. E ora stava piovendo di nuovo. Ma Haig la pensava diversamente: d’accordo, pioveva, ma era una pioggia fine e leggera: se non si fosse perso tempo, Passchendaele avrebbe potuto essere conquistata prima che il terreno fosse diventato fradicio. Mise addirittura in stato di preallarme la cavalleria: avrebbe dovuto lanciarsi immediatamente nella breccia aperta dalle fanterie e travolgere i tedeschi. Proprio come sulla Somme.
Ma il 9 ottobre quando partì l’attacco non piovigginava, diluviava. E soffiava un vento assassino. Inoltre i tedeschi avevano ricevuto rinforzi dal fronte orientale e se ne stavano relativamente all’asciutto all’interno delle proprie  postazioni in cemento, protetti da reticolati quasi intatti. Gli australiani attaccarono in direzione di Poelcapelle e furono respinti con gravi perdite.  Tuttavia venti di loro  raggiunsero, miracolosamente, le rovine della chiesa di Passchendaele. Si aspettavano appoggio, contavano di ricevere rinforzi. L’artiglieria britannica, è vero, aprì un  fuoco di copertura ma i proiettili non esplosero o sprofondarono nel terreno reso molle dalla pioggia . Di rinforzi, poi, nemmeno l’ombra. Così  quei venti coraggiosi dovettero ritornarsene al punto di partenza, strisciando nel fango.
Oltre ai rinforzi, i tedeschi avevano ricevuto anche nuovi proiettili di artiglieria. Le bombe, però, al momento del loro impatto con il terreno non esplodevano, ma rilasciavano un gas dall’odore pungente, molto simile a quello della senape. Era il famigerato “gas mostarda” ( Mustard gas, meglio conosciuto come iprite). Tendeva a depositarsi in basso dove veniva trattenuto dall’umidità e dalla pioggia; provocava ustioni terribili sulla pelle, cecità e, se inalato, edema polmonare. Ci metteva qualche ora ad entrare in azione e provocava terribili sofferenze. Favorito dal clima umido e piovoso di quei giorni a Passchendaele, l’iprite causò migliaia di vittime.
Cominciò a far freddo. Il 12 ottobre Haig ordinò un altro attacco. Fu un disastro. Gli australiani sprofondarono fino alla cintura in un mare di fango, i fucili e le mitragliatrici si incepparono. Non fu un’avanzata, fu un martirio. Al sicuro nei loro rifugi asciutti e riparati, i tedeschi spararono nel mucchio a bersagli  praticamente fermi. Fu una strage spaventosa. La Terza divisione australiana perse quasi 3.200 uomini; l’intera forza attaccante, settemila.
Ma nonostante queste terribili perdite, Haig non cedeva: voleva Passchendaele e l’avrebbe avuta. Ad ogni costo. Perché senza la conquista di Passchendaele, quella campagna sarebbe stata, a suo modo di vedere e non solo, l’ennesimo fallimento. Avvicendò allora gli australiani e portò in linea i canadesi. Il loro comandante – il generale Arthur Currie- era un ufficiale con la testa sulle spalle. OK, disse, tocca a noi e noi non ci tireremo indietro. Ma si attacca quando dico io e alle mie condizioni. E, cioè, con il tempo bello, con i dovuti supporti logistici e avanzando a balzi successivi.  Haig “ convenne”: in altre parole cedette. Il 12 novembre, dopo accaniti scontri, i canadesi, finalmente, occuparono Passchendaele. La battaglia era finita. Lo sbarco anfibio sui porti belgi fu definitivamente accantonato
La terza battaglia di Ypres costò agli Alleati mesi di sofferenze e perdite spaventose. Il principe Rupprecht di Baviera, comandante del settore, scrisse: “ Nonostante l’impiego massiccio di uomini e di materiali, il nemico non ha ottenuto alcun vantaggio.” La replica è nota: falso: quei terribili avvenimenti  fornirono agli Alleati l’esperienza necessaria per sviluppare nuove tattiche di combattimento. Esse giunsero a compimento nel 1918 e consentirono loro di cogliere la vittoria finale.
Sia come sia, una cosa è comunque certa: l’anno dopo , in piena offensiva, i tedeschi si ripresero Passchendaele e i suoi crinali. In un paio di giorni.

Epilogo

Nel maggio del 1916, il generale Haig aveva avvisato: la Nazione deve imparare a sopportare le perdite: non si può vincere la guerra senza il sacrificio di vite umane. Ma i morti, i feriti, i dispersi di Passchendaele ( quasi quattrocentomila fra gli Alleati, un po’ di più fra i tedeschi) colpirono profondamente l’opinione pubblica. Haig era sicuramente onesto e forse aveva anche ragione nel dire quello che disse, ma chi aveva perduto un figlio, il marito, un amico nei campi delle Fiandre non voleva, non poteva farsene una ragione.
Oggi, nei campi delle Fiandre, i cimiteri di guerra, amorevolmente curati, custodiscono i resti di quei poveri soldati e la memoria di quegli avvenimenti. Ha scritto il tenente colonnello John McCrae, medico militare, morto nel 1918 di polmonite contratta al fronte:

Nei campi delle Fiandre, fra le croci
Che in file ordinate il nostro posto
Segnano , fioriscono i papaveri.
Nel cielo, cantando,  volano le allodole
-ci vuole coraggio per farlo- e il loro canto
Si perde a terra, fra il tuono delle armi.

Noi siamo i morti che la guerra uccise.

Non molti giorni fa eravamo vivi,
Sorgeva l’alba e tramontava il sole,
Avevamo chi amare e chi ci amava
e ora
 giacciamo nei campi delle Fiandre.

Tocca a voi combattere il nemico.
A voi noi consegniamo con le mani stanche
questa torcia perché alta la teniate.
Se voi verrete meno alla  promessa,
noi, i morti che la guerra uccise,
non avremo mai pace, anche se in fiore
nei campi delle Fiandre, a centinaia
continueranno a crescere i papaveri.

Oggi il “nemico” non indossa più l’uniforme da campo. Oggi il nemico , il vero nemico è l’assenza di ogni memoria. E tocca a noi, a tutti noi, giorno dopo giorno, mantenere la promessa.


Da leggere
:

Correlli Douglas Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1965
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Bur, 2003
Robert Graves, Addio a tutto questo, Piemme, 2005
Alessandro Gualtieri, Le battaglie di Ypres : il saliente più conteso della Grande Guerra, Fidenza, Mattioli 1885, 2011.
John Keegan, La prima guerra mondiale: una storia politico-militare, Carocci, 2000
John McCrae, In Flanders Fields
Erich Maria Remarque, All’ovest  niente di nuovo, Mondadori, 1990
AJP Taylor, Storia della prima guerra mondiale, Vallecchi, 1967


Da vedere
:

Passchendaele, di Paul Gross, 2008

bandiera inglese  Traduzione automatica in inglese( Automatic English translation): The third time1

Nel Web:

The strategic context of battle of Passchendaele
Wikipedia: la battaglia di Passchendaele
The battle of Paschendaele, History Learning site
The First World War
BBC History: Western Front Animation

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Il punto decisivo. Verdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
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L’esercito degli innocenti. Piccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
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Francia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen  fra angeli, panico,  decisioni arbitrarie e ..miracoli.
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Finestre chiuse, porte aperte.
Un giovane tenente , un brillante generale  e quattrocento cannoni che  non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
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Passchendaele la mappa


[1] Si tratta dei primi due versi della prima strofa di quella che ai tempi della Grande Guerra era in Germania solo una canzone patriottica. In seguito essa diventerà l’inno nazionale tedesco( di quell’inno, oggi, si canta soltanto la terza strofa). Significa: La Germania, la Germania prima di ogni altra cosa al mondo. La Patria come valore supremo, in altri termini.
Lo storico americano Robert Cowley in un articolo pubblicato nel 1998 sul Quarterly Journal of Military History mette in discussione la versione dei fatti raccontata da Hitler in Mein Kampf. Basandosi su testimonianze e bollettini ufficiali, egli evidenzia le contraddizioni esistenti fra date, fatti e nomi delle località, e pur non negando l’avvenimento -realmente accaduto, anche se non proprio esattamente come raccontato da Hitler – sottolinea come il Kindermord di Ypres  sia stato manipolato e trasformato in una specie di mito da parte della propaganda nazista. Il fatto probabilmente accadde intorno alla località di Bixchoote, un  nome  poco marziale e per niente “ tedesco”. Così il Kindermord fu spostato, successivamente,  a Langemarck .

[2] Il capo delle Forze Armate tedesche era, naturalmente, il Kaiser. Dopo l’allontanamento di Falkenhayn, il barone Paul von Hindenburg- una specie di monumento nazionale dopo le sue vittorie sui russi-  assunse il titolo di Capo di Stato Maggiore Imperiale. A Ludendorff fu offerta la nomina  di Vice Capo di Stato Maggiore. Non sentendosi inferiore ad alcuno, Ludendorff rifiutò. La soluzione fu trovata nominandolo “Primo Intendente Generale” ( Correlli Barnett) . In pratica, tuttavia, era lui, all’interno dello Stato Maggiore Imperiale, a dettare la linea.

1914, la tregua di Natale: uno spot pubblicitario, un piccolo capolavoro.

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