La battaglia di Guglielmo

Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918)Wilhelm von Schreuer

Prologo.

Parigi, 29 marzo 1918, quartiere di Saint Gervais, venerdì santo. Nella chiesa del quartiere, la gente si è raccolta per pregare.  Ci sono donne e uomini, giovani e anziani. A un tratto un sibilo acuto sovrasta il brusio delle preghiere, fende l’aria, aumenta d’intensità, si avvicina sempre di più. I fedeli ammutoliscono, tendono l’orecchio verso quel sibilo sinistro, sempre più vicino, sempre più vicino.
Poi solo fuoco e fumo, fiamme e polvere, sangue e grida. I muri e le volte crollano, tonnellate di pietre e mattoni cadono sui fedeli. Parigi è sotto il fuoco di un mostruoso cannone uscito dalle officine Krupp. Nei giorni precedenti, altre parti della città sono state colpite. Numerosi abitanti se ne sono già andati. I tedeschi sono a meno di cento chilometri dalla capitale.
E avanzano.

Una brutta situazione.

Dopo quasi quattro anni di guerra, la Germania era stremata. Il pane scarseggiava, la mortalità infantile era più che raddoppiata, l’economia era in ginocchio, i socialisti e i pacifisti soffiavano sul fuoco, i disordini sociali erano in aumento. Fino a quel momento, sul fronte occidentale, la Germania si era mantenuta sulla difensiva nell’intento – e nella speranza- di persuadere gli Alleati dell’impossibilità di una vittoria sul campo e di costringerli a negoziare la pace. I tentativi però erano falliti; il cancelliere Theobald Bethmann-Hollweg- un moderato-  aveva rassegnato le proprie dimissioni e il potere, di fatto, era passato nella mani dei militari.
Brutto affare quando la politica la fanno i militari. Loro avevano imposto la guerra sottomarina indiscriminata, loro stavano per imporre una nuova offensiva a occidente. La parola sarebbe passata, una volta di più, alle armi. Perché serviva una vittoria. Come e più del pane. In caso contrario la Germania sarebbe crollata a causa della fame, degli scioperi, dei disordini.
E gli Alleati? Dopo  attacchi tanto inutili quanto costosi,  si preparavano a schierarsi sulla difensiva. Tirava una brutta aria. La Russia era virtualmente fuori dal conflitto, gli italiani erano stati travolti a Caporetto, gli Stati Uniti non erano ancora pronti per intervenire in forze sul fronte europeo, le perdite subite nelle offensive dell’anno precedente avevano aperto ampi vuoti nell’esercito. Ma passare sulla difensiva significava dover assimilare – e assimilare in fretta- le nuove nozioni relative alla difesa in profondità. E significava, soprattutto, far riposare gli uomini reduci dall’orrore di Passchendaele e addestrare le nuove reclute.  Ci sarebbe stato tempo a sufficienza?
E c’era anche dell’altro. I tedeschi avevano accorciato il fronte, ritirandosi intenzionalmente dietro una nuova linea difensiva, la cosiddetta Linea Hindenburg ( o Linea Sigfrido). In altre parole, avevano scelto dove attestarsi, attrezzandosi di conseguenza. La linea alleata, invece, non era stata scelta: essa era semplicemente il punto più avanzato raggiunto dalle truppe. Se si voleva passare sulla difensiva, quella linea andava fortificata e rimodulata sulla base dei principi della difesa in profondità.
Un lavoro tutt’altro che semplice.  Soprattutto nel settore assegnato alla Quinta armata britannica di sir Hubert Gough a sud di Saint Quentin, in Piccardia, le fortificazioni –ereditate dai francesi- erano in uno stato pietoso e riorganizzarle secondo i nuovi criteri avrebbe richiesto tempo. Molto tempo. Né andava meglio alla Terza armata di sir Julian Byng, dislocata a nord di Saint Quentin. Sir Douglas Haig, il comandante in capo, inoltre, aveva chiesto seicentomila uomini per colmare le perdite e per costituire riserve adeguate; il nuovo premier britannico, David Lloyd George – al quale la tattica di Haig non piaceva affatto- gliene aveva concessi solo centomila. Pochi per allestire una forza di riserva  accettabile. Le unità dovettero essere così smembrate e alcuni punti del fronte furono indeboliti per rafforzarne altri. Fu rafforzato il fianco sinistro ( intorno a Ypres, nelle Fiandre per proteggere i porti del Canale) e indebolito il fianco destro, quello tenuto dalla Quinta armata di sir Gough e dalla Terza di sir Byng. In questo settore, ventisei divisioni tenevano un fronte di 125 chilometri.
E che dire dell’esercito francese? Scosso da ammutinamenti e ribellioni, era in via di riorganizzazione. Come avrebbe reagito a un’eventuale offensiva tedesca? Sarebbe stato in grado di fare la propria parte? Di fornire aiuto e appoggio all’esercito britannico non ancora completamente ristrutturato? Restavano gli Stati Uniti e il loro immenso potenziale in uomini e mezzi. Ma quando sarebbero stati pronti a intervenire? Quanto tempo sarebbe occorso perché facessero sentire tutto il loro peso sul conflitto? Un anno? Due anni?
Dal canto suo, il solito Lloyd George, in parziale contrasto con i militari, spingeva perché si isolasse la Germania togliendole l’appoggio dei suoi alleati- Turchia, Austria  e Bulgaria – anziché attaccarla in forze sul fronte occidentale. C’erano dunque troppe incognite, troppe incertezze, troppe opinioni discordanti  perché si continuasse con gli attacchi a oltranza.  Meglio, molto meglio fermarsi, riorganizzarsi, rifiatare, riflettere e aspettare tempi migliori.
Tedeschi permettendo, ovviamente.

Difesa e attacco.

Come abbiamo visto, gli Alleati si apprestavano a schierarsi sulla difensiva secondo i principi della difesa in profondità o difesa elastica. Il copyright non era loro,  apparteneva ai tedeschi. Il principio ispiratore era il seguente: acquistare forza, farla perdere al nemico. O meglio: acquistare forza mentre il nemico la perde.  Quindi, pochi soldati sulla prima linea ( o linea avanzata) , appoggiati a fortini, casematte, bunker; molti più soldati sulla seconda linea( o linea di combattimento); truppe di riserva sulla terza linea( o linea arretrata). Il nemico avanzava contrastato dai difensori dislocati nei bunker e nei fortini.  Più avanzava, più perdeva slancio; più perdeva slancio, più la sua forza diminuiva. Quando l’artiglieria non poteva più proteggerlo, dalla seconda linea di difesa partiva  il contrattacco.
Il concetto non era completamente nuovo, se vogliamo. Duemila anni prima,  Annibale Barca, a Canne, arretrando progressivamente il proprio fronte d’attacco, aveva attirato i Romani in una trappola mortale. Ma nel ventesimo secolo una cosa del genere suonava come una specie di eresia per chi, come gli Alleati, aveva fatto dell’offensiva a oltranza e del mantenimento dell’iniziativa ad ogni costo il proprio credo tattico. Cedere terreno- anche se momentaneamente- e  poi contrattaccare?  Non sia mai. Concedere ampia autonomia agli ufficiali subalterni in materia di impiego dell’artiglieria e di gestione degli obiettivi? Una cosa dell’altro mondo.
E invece erano proprio queste le chiavi del successo difensivo dei tedeschi.
Per la verità anche loro ci misero un po’ a rinunciare all’idea del contrattacco immediato. Gli ordini di Falkenhayn sia in occasione della battaglia di Verdun(1916), sia in occasione di quella della Somme(1916), prefiguravano già forme di difesa elastica, ma ribadivano: la prima linea, se perduta, va riconquistata con un contrattacco immediato. Abbandonata questa idea per non finire dissanguati, fu facile per i tedeschi adottare un tipo diverso di difesa. Per gli Alleati non fu altrettanto facile, ma alla fine anch’essi, volenti o nolenti,  dovettero adeguarsi.
Commisero, però, anche numerosi errori. Ridussero il numero degli uomini  sulla prima linea, ma  ne lasciarono comunque troppi( un terzo dell’intera forza) esposti al fuoco dell’artiglieria nemica; crearono unità mobili, ma non modificarono la catena di comando, privandole di fatto della necessaria autonomia; considerarono la mitragliatrice un’arma difensiva e non offensiva. Spesso, poi,  la linea arretrata esisteva soltanto sulla carta. Non c’erano fortificazioni, casematte, magazzini, ripari per l’artiglieria. In alcuni casi, una semplice striscia di prato ne indicava l’esistenza. Nella zona della Quinta armata, quella striscia di prato era conosciuta come “ Green Line”.
Da un certo momento in poi, i tedeschi cambiarono anche il proprio modo di attaccare. Fra gli Alleati attaccare in massa, a ondate, conquistare le posizioni e renderle sicure prima di proseguire era una specie di dogma. Inoltre ogni attacco era sempre preceduto, per giorni e giorni,  da un violento e massiccio bombardamento di preparazione e di distruzione.  Andò così durante la battaglia della Somme, andò così a Passchendaele(1917).
I tedeschi ribaltarono lo schema. Niente bombardamento prolungato, ma un breve, violento e devastante bombardamento poco prima dell’attacco. Era la tattica messa a punto dal colonnello Georg Bruchmüller sul fronte orientale.  Il fuoco d’artiglieria  veniva concentrato su un fronte ristretto. Cominciava col colpire le posizioni di artiglieria arretrate, i centri di comunicazione, le linee telefoniche, i centri di comando per concentrarsi poi, a ridosso dell’ora zero, sulla prima linea.
I cannoni di  Bruchmüller alternavano bombe dirompenti a proiettili a gas, andavano e tornavano sugli obiettivi con precisione quasi millimetrica, scatenando ovunque panico, confusione, caos. E seminando morte. I tedeschi lo chiamavano Feuerwalze ( letteralmente “rullo di fuoco”), qualcosa come “ colpire duro ripetutamente dappertutto”.
Il bombardamento durava di solito qualche ora. Quando cessava, le truppe d’assalto, accompagnate da uno sbarramento mobile,  uscivano in piccoli gruppi( plotoni o compagnie) dai loro ripari e si infiltravano tra le linee nemiche. Non contava quanti fossero, contava quanto potessero essere efficaci . In altri termini,  anche per l’attacco come per la difesa non contava tanto il numero dei soldati impiegati, quanto la potenza di fuoco da essi prodotta.
I comandanti di plotone ( spesso sottufficiali) e di compagnia avevano ampia autonomia operativa. Una volta ricevuti gli obiettivi era affare e responsabilità loro stabilire come raggiungerli.  Le truppe d’assalto tedesche erano armate di mitragliatrici portatili ( prima soltanto un’arma difensiva), di lanciafiamme e di granate.  Non si preoccupavano di consolidare le posizioni conquistate né di avere i fianchi protetti, ma proseguivano verso i loro obiettivi avanzati, lasciando a chi veniva dopo di loro  il compito di annientare gli eventuali centri di resistenza.
La tattica era complessa ma funzionava. I soldati alleati erano del tutto impreparati a sentirsi il nemico alle spalle e sui fianchi,  perdevano la bussola, sbandavano e andavano in confusione se non proprio in panico. Non era forse successo qualcosa del genere a Caporetto? L’unico problema era rappresentato dai rifornimenti. Sarebbero stati in grado di tenere il passo con la travolgente avanzata delle truppe d’assalto?

Arcangeli, santi e dei.

Sul tavolo del tenente generale Erich Ludendorff, Primo Intendente Generale dello Stato Maggiore Imperiale,  si ammucchiano le carte e i documenti . Li ha esaminati e riesaminati decine di volte, ha discusso con i propri collaboratori. Ora deve decidere.
Ludendorff è un ufficiale determinato, ambizioso, abile. Se ha un difetto è quello di perdere facilmente le staffe. All’interno dello Stato Maggiore Imperiale comanda lui. Formalmente il capo è il feldmaresciallo Paul von Hindenburg,  monumento nazionale,  salvatore della patria,  vincitore dei russi a Tannenberg e ai Laghi Masuri, oggetto di venerazione da parte di milioni di tedeschi. L’anziano feldmaresciallo richiamato nel 1914 in tutta fretta dalla pensione per salvare la baracca in un momento critico non  è , tuttavia, una semplice figura decorativa. È calmo, ragiona, sa intervenire al momento giusto con le parole giuste, sa farsi valere. Con la sua calma e il suo comportamento apparentemente bonario è tutto ciò che Ludendorff non è . Proprio per questo i due si integrano a vicenda e funzionano a meraviglia. Ma le decisioni importanti le prende Ludendorff.
E questa è una decisione importante.
Ludendorff è cresciuto nel mito del conte Schlieffen, dell’accerchiamento e della vittoria decisiva. A differenza del conte, però, egli è uomo d’azione. Ha conquistato Liegi, ha sbaragliato i russi, ha vissuto sul campo a contatto con ufficiali e soldati. Insomma, la guerra, quella vera, la conosce. È convinto di una cosa: la Germania  non può vincere la guerra, ma  potrebbe vincere la pace. A una condizione: ottenere una grande vittoria sul fronte occidentale e trattare da una posizione di forza.
Secondo lui il momento è  favorevole; dividere gli inglesi dai francesi e accerchiarli è possibile. I russi non sono più un problema, gli americani non ancora. Ma lo saranno con l’andare del tempo. Bisogna quindi anticiparli e picchiare duro. Se gli inglesi cedono è fatta: la Francia da sola non potrà continuare la guerra e la Germania sarà ricompensata per tutti gli sforzi compiuti.
Dove la colomba Bethmann- Hollweg voleva arrivare con la trattativa, il falco Ludendorff vuole arrivare con le armi.

Kaiserschlecht le opzioni formato ridotto

Le opzioni tedesche per l’offensiva di primavera 1918. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963

Ha santi, arcangeli e dei dalla sua: San Giorgio, il vincitore del drago, Marte dio delle armi e l’arcangelo Michele, patrono della Germania. San Giorgio potrebbe consegnargli la vittoria a Ypres e nelle Fiandre; Marte nei dintorni di Arras; San Michele dalle parti di Saint Quentin.  E ci sono soprattutto quasi centoottanta divisioni formate da gente tosta, motivata, addestrata, stanca di difendersi  e desiderosa, finalmente, di passare all’attacco.
Dall’est sono arrivate nuove unità.  I soldati schierati a ovest sono tutti giovani, esperti delle nuove tattiche, desiderosi di giocarsi il tutto per tutto anziché continuare a essere massacrati in trincea. Loro, insieme agli dei e agli arcangeli, combatteranno “la  battaglia di Guglielmo”( Kaiserschlacht).
Ma, a ben vedere, quello di Ludendorff è un progetto basato più su un desiderio che  su un obiettivo preciso, su una speranza più che su una certezza. “ Aprite una breccia e il resto seguirà” dirà al principe Rupprecht di Baviera, uno dei suoi comandanti più abili. Un po’ vago, se vogliamo. E anche aleatorio, ad essere sinceri. È come affermare: sfondiamo e speriamo di poter sfruttare al massimo l’ occasione buona quando e se si presenterà. Sul piano politico, poi,  davvero una grande vittoria tedesca sarebbe in grado di costringere gli Alleati a iniziare trattative di pace?  Su quali dati concreti si basa una simile valutazione?
Ludendorff avverte appieno la responsabilità della sua decisione. Un’occhiata alle carte. L’ennesima.  Chi scegliere per il colpo principale? San Giorgio? Marte? San Michele? Dopo tanto pensare,  dopo ulteriori colloqui con i propri collaboratori, Ludendorff sceglie San Michele( Michael).

Il Piano Michael. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963

Il Piano Michael. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Fra Saint Quintin e l’Oise,  La Diciottesima armata di  Oskar von Hutier, uno dei migliori ufficiali dell’esercito tedesco, si sarebbe dovuta muovere verso ovest in direzione del Canale Crozat e della cittadina di Ham, avrebbe dovuto consolidare la linea, proteggere il fianco della Seconda armata e stoppare eventuali interventi francesi in aiuto di Gough.
Col fianco sinistro protetto da von Hutier, la Seconda armata di Georg von Marwitz avrebbe dovuto attaccare in direzione di Peronne. La Diciassettesima armata di Otto von Below  si sarebbe dovuta dirigere, inizialmente, a sud di Arras in direzione di Baupome e, una volta operato lo sfondamento, avrebbe dovuto piegare a nord verso Arras e circondare le truppe inglesi.
Ludendorff sa di avere a disposizione un solo colpo. Nelle condizioni in cui si trova, la Germania non può sostenere più di un’offensiva. E sul fronte occidentale gli americani sono sempre più numerosi. Per questo il primo colpo deve essere quello definitivo.

“La battaglia di Guglielmo”

Le cose cominciano bene. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, sul campo di battaglia nella zona di Saint Quentin si stende una nebbia fittissima. Alle 4,40 i cannoni di Bruchmüller aprono il fuoco. Le bombe dirompenti e i proiettili a gas cadono, con precisione millimetrica, sulle posizioni alleate lungo l’intero fronte. I tedeschi non vogliono dare al nemico punti di riferimento, fargli capire dove sarà portato l’attacco principale.
Come da copione, nella zona fra l’Oise e Saint Quentin, obiettivo primario di Michael, il fuoco si concentra sui centri di comando , sulle linee di comunicazione, sulle postazioni di artiglieria prima di spostarsi sulla linea avanzata. Alle 9,40, protette dalla nebbia ancora fittissima, le prime truppe d’assalto irrompono nella zona della Quinta armata e nel settore tenuto dall’ala destra della Terza armata. Hanno l’ordine di spingersi in avanti il più possibile, di evitare i centri di resistenza, di puntare ai centri di comando, di disturbare le comunicazioni, di  attaccare le postazioni di artiglieria.
Nella zona della Quinta armata l’impatto è devastante. I soldati britannici immersi nella nebbia “sentono” le Stosstruppen infiltrarsi sui fianchi e proseguire dietro di loro. Ma non le vedono. Non c’è quasi reazione. E più i tedeschi avanzano, più la confusione aumenta, più la confusione aumenta e più la resistenza si indebolisce.
A nord di Saint Quentin, nella zona della  Terza armata di Byng,  la resistenza è più tenace. Soprattutto intorno al saliente di Flesquieres, conquistato durante la cruenta battaglia di Cambrai(1917). Nel pomeriggio Gough, incapace di fermare l’avanzata delle Stosstruppen, ordina la ritirata sulla seconda linea e si porta oltre il canale Crozat; a sera i tedeschi hanno sfondato in più punti .
Il 22 marzo- altro giorno di combattimenti feroci- la Terza armata deve ritirarsi dopo aver accanitamente conteso al nemico ogni metro di terreno; la Quinta armata- colpita duramente, quasi cinquantamila perdite solo il primo giorno- abbandona in disordine la seconda linea.  A sera, le truppe d’assalto tedesche hanno raggiunto la linea arretrata. Il 23 marzo Haig impiega truppe fresche nel tentativo di arginare i tedeschi, ma inutilmente: le Stosstruppen sono penetrate nello schieramento nemico per una sessantina di chilometri. Il Kaiser in persona è presente sul campo per onorare con la sua presenza la battaglia combattuta in suo nome.
Per gli Alleati la situazione è quasi disperata. Guglielmo II lascia la zona di operazioni e ritorna a Berlino convinto della vittoria.  Ma la vittoria si sta lentamente allontanando. I britannici combattono con foga e accanimento; al fronte cominciano ad affluire le prime riserve; i tedeschi hanno seri problemi di rifornimenti. Le loro truppe d’assalto sono troppo veloci, le linee di rifornimento si allungano, la stanchezza inizia a farsi sentire.
Soldati affamati cominciano a uccidere i cavalli- magri e macilenti come loro- e a mangiarseli; interi reggimenti si fermano per saccheggiare i magazzini abbandonati dal nemico in fuga. Ludendorff si trova a dover compiere una scelta, a dover decidere in quale settore impiegare le riserve,  dove aumentare la pressione.  E deve farlo alla svelta.

Il nuovo Piano Michael dopo gli ordini del 23 marzo. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi 1963

Il nuovo Piano Michael dopo gli ordini del 23 marzo. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Il 23 marzo ordina alla Diciassettesima armata ( Below) di proseguire a sud di Arras verso St. Pol  con l’ala sinistra verso Abbeville;  alla Seconda armata ( Marwitz) ordina di spingersi in avanti in direzione di Amiens e alla Diciottesima armata ( Hutier) di manovrare in direzione di Montdidier.

Non è una decisione, è un pasticcio: anziché un unico obiettivo, Ludendorff  ne individua tre; anziché rinforzare l’ala giusta ( Hutier), sposta il peso dell’attacco sull’ala sbagliata( Below) dove la resistenza è più accanita e dove i successi sono minori . Hutier, al contrario, sta avanzando quasi incontrastato attraverso la breccia aperta nello schieramento avversario. Se ricevesse riserve adeguate, potrebbe separare definitivamente le forze alleate, ruotare la sua ala destra verso nord e contribuire all’accerchiamento degli inglesi.
Fin dall’inizio– e a maggior ragione a quel punto della battaglia- Amiens sarebbe dovuta diventare l’unico obiettivo dell’intera  l’operazione e le riserve avrebbero dovuto essere dislocate per tempo dietro Hutier per sfruttarne i successi. Ma , sotto l’incalzare degli avvenimenti, attanagliato da una tremenda tensione, in possesso di informazioni contraddittorie, Ludendorff decide diversamente. E sbaglia.
“ Aprite una breccia, il resto verrà di conseguenza”. Ora su entrambi i lati della Somme la breccia è aperta, in alcuni punti addirittura è quasi una voragine, ma il tempo è scaduto: scegliendo di rafforzare l’ala destra, Ludendorff getta alle ortiche una vittoria quasi fatta. O, almeno, così la pensano in molti.
E, infatti, il 24 marzo nei dintorni della Somme, sia Marwitz, sia Below procedono lentamente. Si combatte in una zona devastata dalle battaglie degli anni precedenti, in un deserto senza un villaggio, senza alberi,  con i pozzi d’acqua avvelenati, senza strade e senza ferrovie. I rifornimenti non arrivano, la fame si sta facendo sentire. Quando si erano ritirati dietro la linea Hindenburg i tedeschi, in quella zona, avevano fatto terra bruciata. E adesso stanno per pagarne le conseguenze.
Sempre più in crisi, Haig ordina a Byng di scalare a destra nel tentativo di ristabilire il contatto con Gough. Byng ubbidisce e, benché si batta in condizioni di evidente inferiorità, la sua Terza armata tiene duro. Baupome viene raggiunta dai tedeschi, ma Amiens resta ancora molto lontana. Nei pressi di Albert le truppe di Marwitz si imbattono in riserve di cibo abbandonate dagli inglesi in ritirata e non vogliono saperne di proseguire. Anche Hutier comincia a sentire l’usura. Nonostante prema sulle forze di Gough e sui poco organizzati francesi è ancora distante una decina di chilometri dai propri obiettivi. È un brutto segno: se anche Hutier va piano, significa che Michael sta lentamente perdendo forza.
Gli Alleati sono a un passo dall’isteria. Haig non sa che pesci pigliare e strepita perché Pétain gli invii subito venti (!) divisioni da schierare davanti a Amiens: è in gioco il mantenimento della linea del fronte e la difesa dei porti della Fiandre.
La replica di Pètain è secca: niente da fare. In primo luogo perché verrebbe oltremodo indebolita la forza di riserva francese (GAR, Gruppo Armate di Riserva, generale Fayolle); in secondo luogo perché le forze del GAR servono per contrastare un’eventuale offensiva tedesca nella Champagne e, infine, perché obiettivo principale dei francesi è difendere Parigi. Ma il fianco destro del mio schieramento è scoperto, implora Haig. Me ne rendo conto- è la ferma replica di Pétain- ma non ho alcuna intenzione di rischiare le mie riserve.
Anche il generale John Pershing, comandante delle prime truppe americane arrivate in Europa, ci mette del suo: non accetta di porre i propri soldati agli ordini di ufficiali francesi o britannici.  Haig perde le staffe e va giù di brutto. Pershing? Obstinate and stupid. Ridicolous.  Insomma, ognuno sembra andare per proprio conto: Michael sembra aver scoperchiato di colpo una pentola in cui, per anni, erano ribollite tensioni e incomprensioni di ogni sorta.
Come uscirne? Haig potrebbe ritirare le sue truppe dietro la Somme, abbandonando i porti delle Fiandre francesi e impedendo così ai tedeschi di sfruttare al massimo la breccia aperta da Michael[1]. Ma ritirarsi è fuori discussione.  Ecco allora pronta un’altra soluzione: ci vuole un comandante unico. Non Pétain, troppo stretto di manica in fatto di concessione di rinforzi e per di più pessimista cronico, ma qualcun altro più ottimista e meglio disposto a largheggiare con le riserve. È strano: nessuno, prima di allora, lo aveva voluto, il comandante unico; adesso sembra la soluzione di tutti i problemi.
Il 25 e il 26 marzo il solo Hutier registra qualche progresso di rilievo. Le altre due armate  tedesche sono al limite dello sfinimento. In più, le riserve alleate stanno affluendo in forze  al fronte: sette divisioni francesi – una in più di quelle promesse a suo tempo da Pètain – prendono posizione a fianco dei britannici. Anche se lentamente il fronte comincia a stabilizzarsi.
La Seconda armata di Marwitz, in particolare, è ridotta  molto male. Fin dall’inizio ha adottato solo in parte la tattica dell’infiltrazione, preferendo affrontare i punti fortemente difesi anziché ignorarli e perdendo in questo modo tempo prezioso. E uomini altrettanto preziosi. Così quando Ludendorff, finalmente consapevole dell’importanza tattica di Amiens e della necessità di dare a Michael un obiettivo unico , ridisegna la manovra per conquistare la città rispolverando il piano Mars, Marte, la Seconda e la Diciassettesima armata non riescono ad avanzare e vengono definitivamente fermate.
Nello stesso giorno, durante una conferenza ad altissimo livello- presenti, fra gli altri, Poincaré e Clemenceau , rispettivamente Presidente e Primo Ministro della Repubblica francese- tenutasi a due passi dal fronte, a Doullens, il maresciallo Ferdinand Foch viene nominato comandante unico di tutte le forze alleate. Haig gli chiede immediatamente le 20 divisioni in precedenza negategli da Pétain, ma invano. Del resto quelle divisioni, ormai, non servono più: Amiens è , per il momento, salva. Hutier, l’ultimo a tentare l’impossibile, viene fermato nei pressi di Villers Bretonneaux.
È il 5 aprile: Michael ha fallito, “la battaglia di Guglielmo” continua. Ma Ludendorff ha sprecato il suo unico colpo, quello decisivo.

Con le spalle al muro.

L' Operazione Georgette. Fonte: Correlli Barnet, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

L’ Operazione Georgette.
Fonte: Correlli Barnet, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Questa volta l’obiettivo è la bassa valle del Lys. Il 9 aprile il Feuerwalze , lo sbarramento di Bruchmüller, si abbatte come un colpo di falce sulle posizioni alleate. La Sesta armata di  Ferdinand von Quast attacca lungo la valle, la Quarta di Friedrich Sixt von Arnim più  a nord, in direzione di Armentières. L’obiettivo è quello di raggiungere Hazebrouck, importante nodo ferroviario alleato, e , ancora una volta, di spingere gli inglesi verso il mare. È una riedizione delle opzioni Georg I e Georg II, ora riunite in un’unica operazione denominata Georgette.
Nella zona di Georgette, le difese statiche sono migliori, ma molti uomini sono stati impiegati per stoppare Michael . Di conseguenza mancano riserve adeguate. In linea insieme ai belgi ( nord), alla Seconda armata britannica ( centro, sir Herbert Plumer) e alla Prima  armata britannica ( sud, Henry Sinclair Horne) ci sono anche due divisioni portoghesi abbastanza malconce, il cui avvicendamento è previsto proprio per il 9 aprile. Attaccate in forze, esse cedono di schianto aprendo ai tedeschi un’autostrada verso Hazebrouck.
Ancora una volta Haig sente il terreno franargli sotto i piedi. Ha pochissime riserve, Foch gliele concede con il contagocce, i tedeschi sono a una decina di chilometri da Hazebrouck. Urge fare qualcosa. Haig allora si rivolge alle truppe con un ordine del giorno rimasto famoso: “ Non esistono alternative; non ci resta che combattere fino in fondo. Manterremo le nostre posizioni fino all’ultimo uomo. Non ci sarà ritirata. Con le spalle al muro, convinto delle giustezza della nostra causa, ognuno di noi combatterà sino alla fine.”[2]
Ma nessuno sarà posto con le spalle al muro. Per i tedeschi, infatti, il problema è sempre il medesimo: i rifornimenti. E la resistenza, via via più accanita, dei soldati alleati. Le truppe si fermano per saccheggiare i depositi di viveri abbandonati dal nemico; gruppi di sbandati con le uniformi a brandelli , più simili a straccioni che a soldati di élite, irrompono nelle case in cerca di cibo; gli ufficiali non riescono a mantenere la disciplina; i pochi  successi – la presa di Mont Kemmel o la conquista di Messines, ad esempio- sono pagati a carissimo prezzo.
Non può finire bene. E, infatti, non finisce bene. Il 30 aprile anche l’operazione Georgette viene annullata. In occasione di questa battaglia – conosciuta come battaglia del Lys- il generale Plumer è costretto a ritirarsi dal villaggio di  Passchendaele, conquistato l’anno prima a prezzo di enormi sacrifici.
L’operazione Georgette non è riuscita, ma Ludendorff non ha alcuna intenzione di cedere. Il 27 maggio attacca lungo lo Chemin des Dames. Il suo intento è quello di richiamare lì le forze francesi schierate davanti ad Amiens per poterle sconfiggere e riprendere l’attacco agli inglesi.
Il copione è sempre il solito: Feuerwalze , infiltrazione delle truppe d’assalto, sfondamento. In campo ci sono trenta divisioni  tedesche e , sul campo, una nebbia fittissima avvolge ogni cosa. Fedele alle direttive di Foch di “ contendere il terreno all’avversario palmo a palmo” e di non ritirarsi mai, il generale francese  Denis August Duchêne , comandante della sesta Armata, rinuncia  a qualsiasi difesa in profondità per affrontare i tedeschi sfruttando una stretta testa di ponte a nord del  fiume Aisne, anziché a sud come consigliato da Pétain.
È un disastro. I tedeschi travolgono la testa di ponte, investono l’argine dell’Aisne, piombano sulle riserve( 9 divisioni), le sopraffanno e avanzano di oltre quindici chilometri. I primi ad essere sorpresi da tanto successo sono proprio loro. Che fare? Fermarsi o proseguire? Accontentarsi della vittoria tattica  o cercare la vittoria strategica togliendo di mezzo una volta per tutte i francesi? Ludendorff decide di battere il ferro finché è caldo: si va avanti. Senza incontrare ostacoli di rilievo i tedeschi raggiungono la Marna e si portano a un ventina di chilometri da Parigi. Ma Clemenceau , il primo ministro, non perde la calma. Nessuno parla di pace.
Pétain organizza in fretta e furia una linea di difesa dalla foresta di Villers Cotterets fino alla città di Reims passando per la   Marna. In questo modo lascia ai tedeschi un ampio saliente mal servito dalle ferrovie e con i fianchi esposti. Nel tentativo di allargare il saliente, Hutier con la sua Diciottesima armata coglie subito, secondo copione, rapidi quanto effimeri successi. Ma non ci sono riserve sufficienti  per sostenere il suo attacco e Ludendorff , a malincuore, è costretto a sospendere l’avanzata. È l’11 giugno.
Ludendorff non lo ammetterebbe mai, ma è lui, ora,  a trovarsi con le spalle al muro. Gli sforzi sostenuti fino a quel momento hanno richiesto un prezzo elevatissimo, non si riesce a colmare le perdite. E inoltre la “spagnola”, la terribile influenza diffusasi in Europa, sta cominciando a mietere vittime, tanto in patria quanto al fronte. Gli americani sono arrivati e il loro peso comincia a farsi sentire. La corda è troppo tesa, continuare l’offensiva un rischio enorme.
Eppure bisogna continuare,  bisogna sferrare al nemico un ultimo colpo , capace di indurlo ad accettare la pace, insiste Ludendorff. E così, per preparare la strada a una nuova offensiva nelle Fiandre( nome in codice Hagen), lo sforzo tedesco si concentra sul debole fronte francese intorno a Reims. L’offensiva Marneschuetze- Reims conosciuta in seguito come seconda battaglia della Marna, accuratamente preparata, sostenuta da forze ingenti( cinquantadue divisioni) e da un violentissimo fuoco di artiglieria comincia come al solito bene e finisce, come al solito, male.
Iniziata il 15 luglio con il Feuerwalze  e una rapida avanzata delle truppe d’assalto, solo tre giorni dopo, il 18, è virtualmente conclusa. I francesi, infatti, passano con successo al contrattacco. Nella notte fra il 20 e il 21 luglio, i tedeschi abbandonano la loro testa di ponte sulla Marna assumendo di nuovo un atteggiamento difensivo dietro il fiume Aisne.
I nervi di Ludendorff sono al limite del collasso.  Uno dei suoi collaboratori, il generale Mertz, scrive nel suo diario: “Sua Eccellenza è proprio finito.” Sconvolto dalla tensione, l’onnipotente signore della guerra, non riesce a prendere una decisione coerente. Invece di ritirarsi subito dietro la linea Hindenburg, è restio ad abbandonare l’Aisne e le conquiste effettuate, coltiva ancora il sogno di un’offensiva nelle Fiandre.
Ma quando l’8 agosto – il primo dei “ Cento giorni”- appoggiati da un breve fuoco d’artiglieria e dai carri armati, protetti ancora una volta dalla nebbia,  gli Alleati irrompono sulle posizioni di Marwitz nella zona della Somme, anche Ludendorff è costretto ad accettare la realtà. La sua idea di resistere ad ogni costo – come farà Hitler in occasione della battaglia di  Stalingrado nel 1942-  si scontra con la stanchezza e l’indisciplina dei soldati, con le condizioni di superiorità degli Alleati, con la presenza sempre più consistente di truppe americane. Non ci saranno, non ci potranno essere altre battaglie di Guglielmo.

Epilogo.

Il trattato di Versailles – il trattato di pace dopo il massacro- mise ufficialmente al bando , insieme ai gas[3], anche il Kaiser Wilhelm Geschütz , il mostruoso cannone capace, durante l’offensiva di marzo,  di colpire Parigi da quasi centocinquanta chilometri di distanza. Agli Alleati sarebbe piaciuto catturarlo, esibirlo al mondo intero come prova della “barbarie” tedesca. Per provarci ci provarono. Ma il misterioso cannone sembrava sparito nel nulla. Nei pressi di Chateau-Thierry, truppe americane trovarono alcuni pezzi di ricambio. Non fu trovato altro. Come si legge su Wikipedia, il famigerato cannone fu probabilmente distrutto  dai tedeschi insieme ai piani di costruzione.
Ritornerà a rivivere, ventisei anni dopo, nelle V1 e nelle V2.

Da leggere:

Correlli Douglas Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Bur, 2003
John Keegan, La prima guerra mondiale: una storia politico-militare, Carocci, 2000
Erich Maria Remarque, All’ovest  niente di nuovo, Mondadori, 1990
AJP Taylor, Storia della prima guerra mondiale, Vallecchi, 1967

Nel Web:

Finestre chiuse, porte aperte.
Un giovane tenente , un brillante generale  e quattrocento cannoni che  non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
Clicca qui per leggere l’articolo.

“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.
Francia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen  fra angeli, panico,  decisioni arbitrarie e ..miracoli.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Il punto decisivo. Verdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
Clicca qui per leggere l’articolo

L’esercito degli innocenti. Piccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
Clicca qui per leggere l’articolo.

La terza volta La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Altri indirizzi ( una volta aperti, due click per tornare a questo articolo):

http://militaryhistory.about.com/od/worldwari/p/michael.htm

http://www.webmatters.net/france/ww1_kaiser.htm

http://www.historyplace.com/worldhistory/firstworldwar/index-1918.html

http://www.historylearningsite.co.uk/german_spring_offensive_of_1918.htm

https://en.wikipedia.org/wiki/Spring_Offensive


[1] Nel 1940, durante l’operazione Sichelschnitt, colpo di falce, gli anglo-francesi si trovarono, grosso modo,  nella stessa situazione di Haig nel 1918. E commisero il medesimo errore commesso da Haig ( peraltro senza conseguenze serie) nel 1918. Anziché ritirarsi immediatamente dietro la Somme, rimasero in campo permettendo ai mezzi corazzati tedeschi di tagliare in due le forze alleate e di imbottigliare i britannici a Dunkerque. Nel 1918 Haig corse il medesimo rischio.

[2] Questo il testo completo dell’ordine del giorno di Haig:
From: Commander-in-Chief, British Armies in France
To: All ranks of the British Army in France and Flanders

 Three weeks ago today the enemy began his terrific attacks against us on a 50-mile front. His objects are to separate us from the French, to take the Channel Ports and destroy the British Army. In spite of throwing already 106 Divisions into the battle and enduring the most reckless sacrifice of human life, he has as yet made little progress towards his goals.
We owe this to the determined fighting and self-sacrifice of our troops. Words fail me to express the admiration which I feel for the splendid resistance offered by all ranks of our Army under the most trying circumstances.
Many amongst us now are tired. To those I would say that Victory will belong to the side which holds out the longest. The French Army is moving rapidly and in great force to our support.
There is no other course open to us but to fight it out. Every position must be held to the last man: there must be no retirement. With our backs to the wall and believing in the justice of our cause each one of us must fight on to the end. The safety of our homes and the freedom of mankind alike depend upon the conduct of each one of us at this critical moment.

Field Marshal Douglas Haig
Commander-in-Chief

[3] La messa al bando dell’impiego bellico dei gas da parte del maggior numero possibile di Paesi( e non limitata, quindi,  a quelli sconfitti durante la Prima Guerra Mondiale )fu sancita dal cosiddetto ” Protocollo di Ginevra”, adottato nel 1925 e sottoscritto da 132 Stati.

Sotto il titolo: Wilhelm von Schreuer( 1866-1933):  Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918) ( Nella battaglia di Mont Kemmel nelle Fiandre: 15-29 aprile 1918). Berlino, Deutsches Historisches Museum.

Qui una traduzione automatica in inglese: The Wilhelm’s battle

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